Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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Frammenti di un discorso amoroso#3: Doris Lessing e l’esilio degli amanti

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Innamorarsi significa ricordare il proprio esilio.

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In uno dei miei rari momenti di decluttering matto e disperato, conseguenza di un giugno di piogge autunnali, tra le mie carte, le mie scartoffie e i miei mille quadernini ho trovato un quaderno del 2007, in cui, oltre ai miei soliti deliri, avevo appuntato alcuni passaggi di Amare, ancora di Doris Lessing.

È stato il primo (e finora unico) libro della Lessing che abbia letto; se aveste quindi consigli e/o suggerimenti per approfondirla, mi farebbe piacere che me li lasciaste nei commenti.

Ho scelto questa citazione non solo perché la trovo molto bella, ma anche perché mi ha ricordato “la stanza dell’amore” che Wendell Berry racconta in Hannah Coulter e una poesia di Elizabeth Barrett Browning, il Sonetto 22, una sorta di preghiera per

A place to stand and love in for a day, 

With darkness and the death-hour rounding it.

(un posto dove restare e amare per un giorno,

con intorno le tenebre e l’ora della morte).

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In Amare, ancora Doris Lessing affronta, da una prospettiva tutta femminile, amore e sessualità delle persone di mezza età (per fare un collegamento un po’ poptimist, la stessa tematica affrontata dalla serie Netflix Grace and Frankie, con una Jane Fonda in forma smagliante). La Lessing racconta quella passione – e quel dolore – che non conoscono età, quell’inarrestabile bisogno d’amore che accompagna gli esseri umani lungo l’intero corso della loro vita.

Rileggendo questo estratto, nove anni dopo, la Lessing mi ha ricordato, dalle pagine del mio quadernino, quanta voglia avessi di innamorarmi e di entrare a far parte di quello che mi sembrava un club esclusivo, aperto solo a persone che  – specie durante la fase dell’innamoramento – sperimentano una serie di sintomi più o meno preoccupanti, dalla cecità parziale (che esclude la persona amata) a livelli altissimi di imbarazzo e goffaggine, dalle farfalle nello stomaco alla distrazione celestiale, dalla balbuzie temporanea al cuore in gola.

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Lorusso, Lovers and Lautrec

Che strana cosa che la prima aspirazione di quanti sono in preda all’amore o al desiderio sia quella di rinchiudersi insieme in un qualche rifugio o in una solitudine, io e te da soli, tu e io soltanto, per un anno almeno o per venti, e che poi ben presto, o in ogni caso dopo un salutare lasso di tempo, coloro che un tempo sono stati tanto ardentemente ed esclusivamente desiderati vengano lasciati liberi in un paesaggio popolato da amici e da amori, legati tra loro dal richiamo di invisibili e segrete affinità: se abbiamo amato, o amiamo, la stessa persona, allora dobbiamo amarci anche noi.

Una situazione tanto improbabile può appartenere soltanto a un regno o a un luogo distante dalla vita quotidiana, come un sogno o una favola, una terra tutta sorrisi.

Si potrebbe quasi credere che il fatto di innamorarsi sia stato architettato allo scopo di introdurci in questa terra dell’amore e ai suoi baci paradisiaci.”

(Doris Lessing,  Amare, ancora, Feltrinelli, trad. di Bianca Lazzaro)

Soundtrack: Burning love, Elvis Presley

Port William, un posto al mondo

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Trovare il proprio posto nel mondo è uno dei compiti più difficili da eseguire.

Un posto da chiamare casa, che possa offrire rifugio e consolazione.

Un posto a cui tornare, che faccia sentire sicuri, protetti.

Un posto in cui capire chi si è, e imparare ad esserlo, giorno dopo giorno.

Per i personaggi nati dalla penna magistrale di Wendell Berry quel luogo è Port William, cittadina immaginaria del Kentucky la cui geografia è una geografia dell’anima. Ogni famiglia che la abita ha dato qualcosa di sé a Port William, definendone i confini grazie a linee immaginarie di storie e alberi genealogici, stabilendone l’ossatura a forza di case e fattorie, casupole sul fiume e campi coltivati o abbandonati all’incuria, per caso o per una serie di sfortunati eventi.

Port William è i suoi abitanti, quei personaggi cari all’immaginario del lettore di Berry e destinati a far breccia anche nell’immaginario del neofita: la dolce, coraggiosa, giovanissima Hannah (poi Coulter), che affronta la prima gravidanza nell’angoscia dell’attesa del marito Virgil, disperso in guerra; il barbiere Jayber Crow, mite e riflessivo, punto di riferimento di tutte le teste di Port William, in senso letterale e figurato; il vecchio zio Jack Beechum, tanto orgoglioso e testardo quanto leale nei suoi affetti e nella sua dedizione agli amici; i coniugi Crop – Ida e Gideon – devastati dalla morte della figlioletta Annie, vittima di un’alluvione; il tormentato Ernest Finley, divorato da un amore tanto silenzioso e impossibile quanto inesorabile e distruttivo.

Tutti questi personaggi, e la stessa Port William, ruotano intorno ai coniugi Feltner, Margaret e Mat, la luna e il sole dell’intera comunità, un porto sicuro in caso di bisogno, un rifugio per tutti coloro che si sentono persi, o hanno perso la speranza. A casa Feltner tutto, anche la tragedia più inspiegabile – la scomparsa in guerra dell’amatissimo figlio Virgil, la morte della piccola Annie Crop, le sciagure provocate dall’alluvione, il dolore di Ernest, fratello di Margaret – diventa un fardello sopportabile. L’ordine, la tranquillità, la serenità nell’esecuzione di compiti e gesti quotidiani, la dignità nell’elaborazione e nella sopportazione del lutto, la disponibilità a dare una mano a chi ne ha bisogno, l’amore viscerale per la terra: queste sono le colonne portanti della vita dei Feltner, e della comunità di Port William tutta per estensione.

Mat e Margaret incarnano lo stesso ideale di comunità delineato da Berry nei suoi scritti: il fare parte sempre e comunque di un insieme unitario, in cui nessuno viene lasciato indietro, anche quando sbaglia, anche quando è troppo debole e scoraggiato per combattere. Non esistono ultime ruote del carro, e nemmeno ruote di scorta: ogni parte dell’insieme è importante, ed è essenziale per il suo armonioso funzionamento.

Quando Gideon Crop impazzisce per la morte della piccola Annie e scappa di casa, Mat organizza una rete di aiuti per l’orgogliosa e dignitosa moglie Ida, per fare in modo che possa mandare avanti la fattoria di famiglia. Insieme si ricordano i ragazzi partiti per la guerra e mai più tornati; insieme si resta incollati alla radio per cercare di comprendere l’indescrivibile orrore di Hiroshima; insieme si festeggia, con dolceamara e forzata, ma al tempo stesso incontenibile, euforia la fine di quella guerra che sembra sempre più priva di ogni logica e razionalità.

(Mat) Per tutto il pomeriggio è stato perseguitato dalla consapevolezza incompiuta della bomba e della città distrutta. Ha avvertito la propria mente che cavalcava la cresta della storia come un uomo su un guscio di noce, in una violenza di puro effetto, come se il senso della guerra, separatosi molto tempo prima dalla propria causa, ora sfuggisse a ogni comprensione e procedesse per suo conto. Ha avuto l’impressione che alla fine, senza che lui se ne accorgesse, quegli anni di violenza sono arrivati dov’erano diretti non per ragioni o motivi o desideri umani, ma per la logica della violenza stessa. E tutti gli eventi della guerra sono di colpo trasformati dal loro risultato, anche se non sa ancora dire come e quanto”.

Nel contesto di una comunità così unita da sembrare indissolubile, da assumere i contorni di una rete di solidarietà che attenua la caduta di tutti, il silenzioso, solitario suicidio di Ernest Finley assume un’eco ancora più tragica, rivestendosi di un’incomprensibile, drammatica assurdità.

Ernest, tornato dalla guerra con un piede mutilato, investe tutte le sue energie nel lavoro di falegname e nel tentativo di andare avanti come se niente fosse successo e non avesse nessuna disabilità.

All’inizio dell’estate del 1919, quando Ernest alla fine era tornato a casa dopo la guerra, i genitori erano ormai morti e la loro casa era stata venduta. Port William si era abituata alla sua assenza e lui era tornato a casa diverso.

Aveva subito una grave ferita complicata fin all’inizio da un’infezione, e la guarigione era stata lenta e dolorosa. Dopo il congedo aveva passato quasi un anno intero in ospedale. Alla fine, gli avevano riaggiustato il piede alla meglio e quella era stata la cosa più difficile da accettare, una volta guarito: per lui essere curato significava soltanto che sarebbe rimasto storpio. Le ossa e i tendini sbriciolati erano stati rimessi insieme in una mutilazione irreparabile per consentirgli di guarire e vivere. Non c’era ragione, gli dissero, perché non potesse condurre una vita normale. Naturalmente sarebbero stati necessari alcuni aggiustamenti.

Eppure, quando si era apprestato a lasciare l’ospedale, mentre cercava di recuperare la perdita servendosi delle stampelle come in un impossibile problema di meccanica, era consapevole di aver subito una sconfitta. E sapeva che si trattava di una sconfitta evidente e definitiva che non ammetteva guarigione o rivincita, che non contemplava illusioni che ne mitigassero l’immutabilità. E più che da qualsiasi altro luogo in cui era stato, aveva fatto ritorno a Port William soprattutto da quella sconfitta”.

Mentre Ernest lavora a casa di Ida Crop, coinvolto nella rete assistenziale stesa da Mat, si innamora di lei, anelando ossessivamente ogni giorno di più alla vicinanza della bella, dignitosa, riservata Ida. Tuttavia, Ernest si rende presto conto del fatto che la sua dirompente, assoluta passione non può essere ricambiata: Ida non ha occhi che per il marito, di cui attende il ritorno con una fede incrollabile. Quando Gideon le scrive di essere pronto a tornare a casa, Ernest non riesce a tollerare il pensiero di quella rinnovata prossimità e si toglie la vita.

I coniugi Feltner riescono a superare il vuoto immenso di una perdita continua, come un’emorragia grazie al loro reciproco esserci l’uno per l’altra, quel noi che hanno costruito e cementato nei decenni, con fatica e con amore.

Le parole di Margaret gocciolano su di lui come acqua e luce. Dolente e illuminato, ora si sente pronto a riavvicinarsi a lei. Scuote la testa.

Adesso lei lo invita chiaramente e lui si alza e si siede al suo fianco. Le posa il braccio sulle spalle.

‘E Mat – aggiunge lei – noi ci apparteniamo. Dopo tutti questi anni, non pensi che significhi qualcosa?’

(….) ‘Che cosa significhi non lo so’, risponde alla fine. ‘Ma so quanto vale’.

Mat Feltner, la voce narrante più forte di questa collezione di vite, riesce a superare il buio che minaccia di inghiottirlo dopo la perdita di Virgil, allontanandolo inesorabilmente dalla paziente Margaret, grazie alla sua simbiosi con la Terra, moglie e amante, confidente e nemica.

Solo rispettando l’inestimabile valore della terra su cui poggia i piedi e dalla quale trae nutrimento e vita, Port William può continuare a esistere come comunità, più forte di guerre, inondazioni e siccità, piantando i semi di quelle che sarà la sua eredità: la comunità di domani.

Mentre osserva le cataste di pietre e cerca di indovinare quel poco che è possibile intuire, Mat avverte la consapevolezza di un passato perduto e morto, di un passato remoto privo persino della forza della memoria. E se prima ha resistito a quel pensiero temendo di esserne addolorato, ora non prova nessuna tristezza. Là, in presenza del bosco, nei suoni dell’acqua e delle foglie che piovono, ora non avverte la perdita del passato.

Avverte invece la sovrumana quiete del luogo, il suo perfetto ordine fortuito. La quiete di un luogo dove l’evento più semplice o improbabile diviene necessità e parte di un disegno, dove la morte può soltanto cedere il passo alla vita. E avverte la distanza tra quell’ordine quieto e la sua costante battaglia personale per conservare e tenere liberi i propri terreni. Anche se dentro di sé il significato di quei terreni e la sua devozione verso di loro restano saldi, capisce senza dispiacere che un giorno spariranno, che l’ordine che ha creato e mantenuto in essi sarà infine travolto dall’ordine istintivo della natura.

Attorniato dalle foglie scintillanti che gli cadono intorno, Mat si ritrova infine al cospetto del luogo che si stende chiaro e nitido di fronte a lui, radioso come di una luce che emana dal terreno e diventa di colpo visibile. Entra in uno stato di veglia sereno come un sonno”.

Un posto al mondo, Wendell Berry, Edizioni Lindau, trad. a cura di Vincenzo Perna

Soundtrack: Mellon Collie and the Infinite Sadness, Smashing Pumpkins

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Shotgun lovesongs

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Mi piacerebbe farvi vedere un’alba dalla cima di un silos del grano, il nostro grattacielo della prateria. Mi piacerebbe farvi vedere quant’è tutto verde durante la primavera, quanto sono gialli i fiocchi di mais anche pochi mesi più tardi, quanto sono blu le ombre del mattino, e i torrenti che svolgono i loro percorsi lenti, la terra che rotola e rotola ancora, torchiata qui e là da orgogliosi fienili rossi, da aziende agricole bianche, da strade ciottolate pallide. Il sole che sorge a est così rosa e arancione, così grande. Nelle fosse e nelle valli, la nebbia che si addensa come un fiume lento di vapore in attesa di essere bruciata via.

Shotgun Lovesongs, Nickolas Butler, trad. Claudia Durastanti, Marsilio editori

 

Shotgun, nella lingua inglese, si presta a varie combinazioni e interpretazioni.

Lo shotgun wedding è il matrimonio riparatore, così chiamato perché il padre della fanciulla violata e offesa si presenterebbe a casa dell’indegno giovine armato di pistola per convincerlo a sposare sua figlia. Se necessario, il simpatico quasi-suocero si vedrebbe costretto ad accompagnare il recalcitrante futuro genero in chiesa armato di forza di persuasione e della sempre fida pistola. Se ormai questi matrimoni forzati diventano sempre più rari negli States, stanno invece prendendo piede progressivamente in Cina, dove vengono chiamati Fèngzǐchénghūn (alla lettera “sposati per ordine del bambino”).

La shotgun house (grazie, McMusa) è una casa stretta e lunga (solitamente, non supera i 3.5 metri di larghezza). Le stanze sono sistemate una dietro l’altra: la loro struttura è dovuta a un’assenza di spazio per la costruzione di nuovi immobili e al bisogno di offrire case a prezzi contenuti ai ceti sociali più bassi dell’America meridionale, tanto che in città come New Orleans, anche oggi, il 10% di abitazioni rientrano nella categoria shotgun.

Nel lessico del golf, una partenza shotgun implica che i giocatori partano tutti insieme alla stessa ora da buche differenti.

Il sequenziamento shotgun è un metodo di sequenziamento del DNA per cui un lungo tratto è fisicamente suddiviso in piccoli frammenti che vengono clonati, sequenziati, e assemblati .

Durante le uscite di gruppo tra amici, quando giunge il momento di salire in macchina, il primo dei passeggeri che esclama shotgun! guadagna il diritto a sedere davanti, accanto all’autista. Storicamente, l’espressione riding shotgun indicava la prassi, a bordo delle diligenze, di avere una persona armata di fucile (shotgun messenger) seduta accanto al conducente per proteggere denaro o oggetti di valore in caso di rapina.

Tutte queste espressioni, o quasi, mi trasmettono un’idea di urgenza, un senso di impellente necessità, un’ impressione di velocità; quella stessa urgenza e velocità che hanno spinto Lee, uno dei protagonisti del romanzo di Butler, a scrivere le canzoni del suo primo disco, Shotgun lovesongs. Lee lavora in un vecchio pollaio adattato alla bell’e meglio a studio di registrazione, combattendo il freddo del Wisconsin con un fuoco improvvisato e la fame con le tortillas dei suoi coinquilini messicani. Decide di dargli quel titolo perché si è sentito quasi costretto a scrivere quelle canzoni, a comporre quella musica, come se, per tutto il tempo, qualcuno gli avesse premuto la canna di una pistola contro la schiena. La vera pistola puntata contro Lee è il suo terrore di fallire come musicista, la sua ansia di dimostrare a tutti a Little Wing, il paesino del Wisconsin da cui proviene, che può farcela davvero, il suo desiderio spasmodico di conquistare Beth, la ragazza (poi moglie) del suo migliore amico Henry, con la quale Lee ha trascorso una notte che gli è rimasta appiccicata addosso, quasi una seconda pelle.

Beth è un po’ il trait d’union del romanzo, narrato a quattro voci (Beth stessa e i tre protagonisti, Henry, Lee, Ronny e Kip, amici d’infanzia, spesso anche rivali). Le loro vite si intrecciano nuovamente quando si ritrovano tutti a Little Wing in occasione del matrimonio di Kip; rivedersi significherà gettare sale su antiche ferite non del tutto risanate e far riemergere prepotentemente i sentimenti di Lee per Beth, portando così la sua amicizia con Henry (quasi) al punto di rottura.

Lee è ormai ricco e famoso, e apparentemente ha tutto dalla vita: eppure, dopo il rapidissimo fallimento del suo matrimonio con una famosa attrice, il musicista sente il bisogno di tornare a casa, a Little Wing. Essere conosciuto in tutto il mondo non è niente in confronto alla sensazione di essere riconosciuto tra quelle strade che l’hanno visto crescere: durante il matrimonio di Kip, mentre tutti ballano, allegramente brilli, Lee si sente abbracciato dalla sua comunità, quella stessa comunità dalla quale si è allontanato, e vuole tornare a tutti i costi ad appartenere. Lì, tra alcool e sudore, Lee intravede il cuore pulsante e nascosto dell’America come potrebbe essere: una comunità di gente semplice che condivide musica e danza e cibo, anche – e soprattutto – quando le cose vanno così male che la condivisione di questi piaceri essenziali sembra diventare impossibile.

Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c’è musica tra i pioppi tremuli e gli abeti e le querce e persino tra i campi di mais essiccato. Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami? Cosa succede, se poi non capisce?

Butler offre così al lettore un ritratto alternativo del Paese a stelle e strisce: niente capitalismo, né sogno americano. L’America è di coloro che hanno poco – o niente – e lottano ogni giorno per sopravvivere. Solo l’unione e l’appartenenza possono salvare l’individuo: il vero fallimento è restare fuori dalla comunità alla quale si vuole appartenere. Sembra quasi di passeggiare nella Port William di Wendell Berry insieme a Hannah Coulter e Jayber Crow, a ricordare che, una volta che si è parte di un ecosistema, si continua a esserne parte per sempre, condividendone gioie e dolori, lutti e vittorie.

Shotgun lovesongs è una canzone d’amore all’America come potrebbe essere, come dovrebbe essere, e un inno all’amicizia, quella vera, che resiste alle insidie del tempo e alle prove peggiori a cui la vita può sottoporla.

Soundtrack: Dancing in the dark, Bruce Springsteen

Wendell Berry, be my Valentine!

Si, siamo tutti d’accordo: San Valentino è un’operazione commerciale bella e buona  (Bridget Jones docet).
Ma il mondo non sarebbe un posto più bello se ad augurarci un buon San Valentino fosse uno dei nostri scrittori preferiti, tipo…la butto lì, Wendell Berry? (E non perché sia uno degli scrittori più amati dalla sottoscritta, eh).
Grazie al poliedrico genio creativo degli amici di Edizioni Lindau, yes, you can!

Preparatevi dunque a celebrare l’amore (o quello che vi pare, fate voi) con le cartoline scaricabili di Wendell Berry. Festeggiate la buona letteratura, i libri che rimangono dentro e cambiano il lettore per sempre, le storie ben raccontate, l’incanto delle parole, tasselli di un mosaico perfetto, con una selezione di frasi tratte da Hannah Coulter e Jayber Crow (e, dato che ci siete, fatevi anche un regalo: leggeteli. Ve ne innamorerete).

Dato che siamo in vena di regali, ve ne faccio uno anch’io, piccolo piccolo: la traduzione di una poesia di Wendell Berry, Come l’acqua (Like the water). Una poesia che parla, appunto, d’amore. Da leggere mentre ascoltate Ovunque proteggi di Vinicio Capossela, magari.

E un grazie sonoro e corale a Edizioni Lindau per la bellissima e originale iniziativa.

Come l’acqua
di un torrente profondo,
l’amore è troppo, sempre.
Non ce l’abbiamo fatta.
Ne abbiamo bevuto fino a scoppiare,
ma non possiamo averlo tutto
o volerlo nella sua interezza.
Nella sua prodigalità
sopravvive alla nostra sete.
La sera scendiamo verso la riva
per bere fino a riempirci,
e dormire
mentre l’acqua scorre
attraverso regioni oscure.
Non ci trattiene,
ma continuiamo a ritornare alle sue acque fragranti
assetati.
Entriamo
nel regno della sua gioia,
pronti a morirne.

Like the water
of a deep stream,
love is always too much.
We did not make it.
Though we drink till we burst,
we cannot have it all,
or want it all.
In its abundance
it survives our thirst.
In the evening we come down to the shore
to drink our fill,
and sleep,
while it flows
through the regions of the dark.
It does not hold us,
except we keep returning to its rich waters
thirsty.

We enter,
willing to die,
into the commonwealth of its joy.

JCAV

stanza HC

Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità: note da un incontro tra il prof. Hillis e Berry

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Leggere Wendell Berry significa entrare in un mondo a parte. Un mondo che contempla tanti aspetti diversi – amore, comunità, famiglia, Chiesa, agricoltura, economia, scontro tra il vecchio e il nuovo,  amicizia, memoria, passato, morte – che Berry indaga ed approfondisce.

Sono a tre quarti di Jayber Crow, e la sua struttura è un po’ come una cipolla: ogni strato ne nasconde un altro, fino ad arrivare al cuore, al nocciolo duro della storia; la storia di Jayber, una storia di paese che al tempo stesso diventa parabola universale. La storia di un individuo che si interroga su se stesso  -a partire dal suo nome, dalle sue radici, dalla comunità che abita – fino ad arrivare a tematiche più ampie, più profonde, di interesse collettivo: l’amore, la fede, il senso di appartenenza, la coerenza con se stessi.

Jayber Crow non è dunque solo la storia di un singolo barbiere di paese, raccontata da lui stesso: è una metafora della ricerca di se stessi, della ricerca di significato, della ricerca di risposte. Della necessità di dare un senso a ciò che si è, a ciò che si fa, a quanto ciò che si fa definisca quello che si è.

L’articolo che vi propongo di seguito è la traduzione di un post  (Wendell Berry, Jayber Crow and the Trinity) segnalatomi dagli amici di Edizioni Lindau, tratto dal blog My unquiet heart curato da Greg Hillis, professore associato di Teologia presso la Bellarmine University di Louisville, KY.

Hills racconta del suo incontro con Wendell e Tanya Berry presso la loro fattoria, dove si reca insieme alla moglie Kim e a Kaya Oakes, scrittrice californiana che si occupa di femminismo e spiritualità.

Parlano di Jayber Crow, usato come testo dal professor Hillis nel suo corso di introduzione alla teologia, e di fede. Una fede che trascende la Chiesa, oggetto di aspre critiche da parte di Berry anche attraverso le parole di Jayber, e che si incarna nel senso di comunità di Port William, cittadina fittizia del Kentucky dove Berry ha ambientato sia Hannah Coulter che Jayber Crow.

Ecco come Jayber descrive la comunità di Port William:

Sentivo che ormai nessuno poteva staccarmi da Port William come se fossi stato l’osso di una prugna, né poteva staccare Port William da me. Neppure la morte, ormai, ci poteva separare.

La storia trabocca oltre il tempo, e l’amore trabocca oltre ciò che il mondo ci concede. Ogni recipiente trabocca, e nessun termine o limite restano stabili. Tutto ciò che può essere fatto vacillare deve vacillare. In un certo senso, invece, niente è mai andato perduto, e siamo compattati insieme per sempre, persino dai nostri fallimenti, dai nostri rimpianti e dai nostri desideri.

L’immagine della chiesa riunita che mi ero fatto dopo esserne diventato il custode cedette il passo a quella della comunità riunita. Ciò che vedevo era una comunità imperfetta e indecisa, ma tenuta insieme dai legami snervati e snervanti, imperfetti eppur sempre vigorosi, da diversi tipi di affetto. Probabilmente nessun abitante di Port William era mai stato privato dell’affetto di un altro membro della comunità, che a sua volta era stato amato da qualcun altro, e così di seguito.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, traduzione a cura di Vincenzo Perna, pag. 286).

Vi lascio all’articolo del prof. Hillis, che offre più di un’interessante chiave di lettura per addentrarsi in quel microcosmo che è Port William e scendere lungo il corso del fiume insieme a Jayber Crow, il barbiere.

Wendell Berry, Jayber Crow e la Trinità

Un paio di persone mi hanno chiesto di scrivere due righe sul mio recente incontro con Tanya e Wendell Berry nella loro fattoria, domenica scorsa. Non ho detto a Wendell che avrei scritto qualcosa sul nostro incontro perché non ne avevo nessuna intenzione. Sono quindi riluttante ad addentrarmi nei dettagli: mi manterrò sul generale.

Tanya e Wendell sono stati ospiti molto generosi e hanno messo me e le due persone che mi avevano accompagnato, Kaya Oakes e mia moglie Kim, a nostro agio (avevo organizzato quest’incontro con Wendell Berry perché lui e Kaya hanno un editore in comune, e Kaya era in città per una delle sue lezioni per il Master in studi spirituali di cui sono responsabile). La nostra conversazione ha toccato temi quali l’educazione secondaria, l’agricoltura, il matrimonio, il mondo dell’editoria e Il Kentucky.

Quando ho accennato al fatto che uso il suo romanzo, Jayber Crow, nel mio corso di introduzione alla teologia, siamo finiti in quella che spero sia stata una conversazione proficua per tutti sul soggetto della Trinità e l’importanza di una genuina teologia dell’incarnazione.

“Sei un teologo dell’incarnazione?” mi ha chiesto. Quando gli ho risposto di si, ho intravisto una scintilla di sollievo nei suoi occhi. La sua preoccupazione principale era che potessi rivelarmi simile a quei predicatori che negano l’esistenza della bellezza nel mondo; quei predicatori contro i quali Berry inveisce di sovente.

Come volevasi dimostrare, quando più tardi mi sono assentato per un momento dalla stanza, Wendell ha guardato Kaya e le ha detto “Mi sto divertendo molto più di quanto pensassi”. Non ero uno di quei teologi!

Non sono il solo a vedere nello stesso Berry un teologo;  la nostra conversazione sulla Trinità si è basata sulle intuizioni teologiche presenti in Jayber Crow.

Le mie osservazioni su Jayber Crow sono essenzialmente quelle che ho buttato giù qui nel blog in un post del 2012; quindi voglio concludere facendo un copia/incolla delle mie vecchie note.

Per me, Jayber Crow è una parabola del Regno di Dio. È una storia raccontata dal punto di vista di un barbiere celibe che vive in una cittadina fittizia del Kentucky, Port William.

La descrizione che Jayber fa della ragion d’essere e dello scopo della comunità di Port William è tra le più belle che io abbia mai letto. Non tutti nella comunità erano affettuosi o amabili.

Al contrario: alcuni, come Cecelia Overhold, rifiutano di accettare la generosità e la disponibilità della cittadina. Ma la comunità si è mantenuta unita perché ogni individuo, che lo volesse o no, entrava a farne parte. Jayber descrive Port William come un posto dove gli affari del singolo diventano gli affari di tutti; di conseguenza, la comunità ne condivide guadagni e perdite. Si tratta di una comunità in cui ci si prende cura del raccolto di un agricoltore malato, i pasti caldi arrivano lì dove ce n’è bisogno, chi ha freddo non rimane senza combustibile e i giocattoli arrivano a quei bambini che altrimenti non ne avrebbero. Jayber la definisce

una carità che include anche la chiesa, non il contrario.

Berry non trova molte parole gentili per la chiesa in Jayber Crow. La chiesa di Port William fa spesso mostra di un sentimento anticomunitario, di un atteggiamento da “noi-contro-di-loro”, e un dualismo corpo/anima che non può che scatenare le critiche di Berry. La vera comunità è la cittadina, perché è in seno ad essa che l’amore si manifesta.

Tutto questo si rivela chiaramente e meravigliosamente nell’amore che Jayber nutre per Mattie. Jayber, dopo aver scoperto che il marito di Mattie la tradisce, decide che la ragazza si merita un marito che la ami veramente e le sia fedele. Jayber si prefigge di essere lui, quel marito. Così, tormentato dalla possibilità che un essere così degno di amore come Mattie passi la vita senza essere amata come meriterebbe, Jayber decide di giurarle fedeltà, senza che lei ne sappia niente.

Il fatto che ci siano persone che spesso mi guardino con incredulità o disgusto quando parlo di questo voto di fedeltà la dice lunga. Molti lo percepiscono come un voto strano, forse perfino perverso. Io invece suggerirei di vederlo come espressione di un amore completamente disinteressato; un amore interamente basato sul dare; un amore che esiste unicamente in virtù dell’amore stesso. E non è un caso che Jayber, dopo aver deciso di dedicarsi completamente a quest’amore senza aspettative, riesca improvvisamente ad avere una profonda intuizione sulla natura di Dio:

 Immaginavo che il nome vero fosse Padre, e immaginavo tutto ciò che quel nome implicava: l’amore, la compassione, l’offesa, la delusione, la rabbia, la sopportazione del dolore, le lacrime, il perdono, la sofferenza sino alla morte.

Se l’amore era in grado di forzare i miei pensieri oltre i limiti del mondo e al di fuori del tempo, allora non potevo forse vedere come anche l’onnipotenza divina avesse la capacità, per la forza del proprio amore, di essere riportata nel mondo? Non potevo forse vederlo, perché aveva la capacità di conoscere le sue creature soltanto attraverso la compassione, incarnarsi in un corpo mortale, diventare umano e camminare tra noi, assumere la nostra natura e il suo destino, patire le nostre colpe e la nostra morte?

Si. E immaginavo un Padre che apre le ali come una chioccia prima del temporale, o al tramonto prima che scenda la notte, offrendo protezione ai suoi piccoli di Port William, alcuni dei quali accettano e altri no. Immaginavo Port William cavalcare la sua modesta onda nel tempo sotto il cielo, le sue fiammelle d’insonnia illuminarsi e spegnersi. Riuscivo a immaginare Dio che la guardava dall’alto in basso, con le sue vite che vivevano nel Suo spirito, che respiravano il Suo soffio vitale, che conoscevano la Sua luce, ma ogni volta che anche, inevitabilmente, viveva per suo proprio volere – il Suo corpo donato soltanto per essere ucciso”.

(Jayber Crow, Edizioni Lindau, trad. Vincenzo Perna, pag. 350)

 

Un barbiere di una piccola cittadina del Kentucky (Può qualcosa di buono venir fuori da Nazareth?) ci offre un’immagine di vero amore, diventa un vero teologo con una comprensione del divino più profonda della maggior parte delle cose che ho letto. Definendo il significato dell’amore, Wendell Berry – per bocca di Jayber – ci narra la parabola di una vera comunità: una comunità basata su un amore disinteressato, generoso, vulnerabile, accogliente.

Se solo la Chiesa riuscisse ad assomigliare a questa versione del Paradiso.

JC

foto da: https://www.etsy.com/it/shop/Pyrogravure

Hannah Coulter di Wendell Berry, un libro che fa bene al cuore

9c6516019e4ce00a50ae1f305ec49496Ho letto molti libri quest’anno. Non tutti mi sono piaciuti. Pochi mi sono rimasti dentro (Stoner, per esempio, o La Versione di Barney,  The Bell Jar). Uno in particolare mi ha toccato l’anima, e mi fatto bene al cuore. Quindi quest’anno niente liste, specie dei buoni propositi, anche perchè, riguardando quelle degli anni scorsi (qui, qui, e una affidata a quel simpaticone di Mark Twain qui)  mi sono resa conto di non averne attuato nemmeno uno; solo un libro, questo libro, Hannah Coulter di Wendell Berry. Hannah Coulter è un brodo di pollo per l’anima; è una coperta morbida e calda che avvolge quando fuori fa freddo e tutto è – o sembra – grigio, e si cerca di uniformarsi a un’atmosfera forzatamente, artificialmente festiva, ignorando la manciata di pezzi di vetro conficcati nel cuore. Leggendo Hannah Coulter tante cose diventano più chiare. L’io di oggi – quello che legge Wendell Berry sul divano, con tanto di coperta, brodo di pollo e quant’altro – convive, più o meno pacificamente, con l’io di ieri. L’io di oggi è il risultato di tutti gli io che si sono avvicendati negli anni, la cui somma – o, in qualche caso, sottrazione – costituisce un’identità singola. L’accettazione o il rifiuto di questa confederazione di anime di tabucchiana memoria (sostiene Pereira, sostiene) è il presupposto di una vita più o meno serena, più o meno in pace con se stessi. Tutto questo Hannah, la protagonista del romanzo di Berry, l’ha capito da subito, e l’ha accettato, con quella semplice, candida rassegnazione che è parte del suo carattere.

La storia di Hannah è una storia di ringraziamenti. La racconta quando è ormai anziana e sola, ma ancora piena di vita e di amore, abitata dai ricordi, circondata dall’affetto di coloro che ha amato. La racconta per ringraziare la vita di tutti questi ricordi, di tutti questi affetti. Una vita che, anche nei momenti più difficili, anche nelle perdite più ottenebranti, le ha regalato persone speciali, che continuano a vivere accanto a lei, in lei. Attraverso lei.

Hannah perde sua madre a dodici anni, e perde in sostanza anche suo padre, che si sposa con una donna fredda, completamente presa dall’educazione dei suoi due (insopportabili) figli maschi. L’epicentro della vita di Hannah è sua nonna, memoria storica della sua infanzia, cuore pulsante della sua adolescenza e prima giovinezza. Una donna forte e saggia, che non ha tempo per le lacrime e il dolore, né per le frivolezze o le cose superflue: ha un cappotto vecchio quasi quanto lei, un paio di grosse scarpe deformate appartenenti al marito defunto, un vestito della domenica e un cappello schiacciato con un mazzo di violette di carta (quanta poesia nella memoria del cuore, che si perde nella descrizione di piccoli particolari apparentemente irrilevanti, che tuttavia parlano un muto linguaggio d’amore). La nonna di Hannah è una forza della natura: non si ferma mai, non si guarda mai indietro, e decide il destino della nipote, nel suo modo schivo, schietto, risoluto, senza orpelli né inutili sentimentalismi. L’amore per Hannah lo dimostra in piccoli, umili gesti nascosti: quel poco zucchero a disposizione della famiglia messo solo nella tazza della ragazza; le ore silenziosa passate a rammendare vicino ad Hannah, per assicurarsi che facesse i compiti; l’amorevole, costante insegnamento dell’etica del lavoro e del risparmio. La nonna crea per Hannah un microcosmo, un ecosistema in cui la ragazzina cresce protetta dall’indifferenza e dalla gelosia della matrigna, dallo scherno dei fratellastri, dalla colpevole, rassegnata assenza del padre. Dopo il diploma, la nonna decide che per Hannah è giunto il tempo di andare avanti, cercare un lavoro, lasciare la casa paterna, andare a vivere da sola, prepararsi per quel futuro che l’attende e che lei le stende innanzi come un lenzuolo da sposa finemente ricamato, inamidato con cura. Nel lasciare la casa paterna, la ragazza osserva

And it came to me at the same time, as it never had before, how much she had done for me, and how much I loved her and would miss her.

(Allo stesso tempo capii, come mai mi era successo prima, quanto lei avesse fatto per me, quanto l’amassi, quanto mi sarebbe mancata).

Hannah va a vivere a pensione da un’amica della nonna; trova lavoro come segretaria in uno studio legale e conosce lui, Virgil, un omone sempre di buon umore e dal cuore grande.

Virgil immagina una vita, per lui e Hannah. Analizza la sua, di vita, ne esamina la forma e le imperfezioni, per allargarla e adattarla fino a includervi anche lei, Hannah, e la loro vita insieme. La vita che verrà.

Virgil spoke of that as something old in the world that caused an ancient happiness in him. He was trying to show me the shape of his life, and what might become the shape of it. He was seeing the time to come as a possibility, as a life that he loved. And though maybe neither of us fully understood what he was doing, he made me love it. It wasn’t as though i was being swept away by some irresistible emotion. The thought of resistance never entered my mind. When I imagined him entering the life he saw, I imagined myself entering it too. It was becoming a possibility that belonged to us both.

(Virgil ne parlava come qualcosa di antico, che gli risvegliava un’arcaica felicità. Cercava di descrivermi i contorni della sua vita, come sarebbe potuta diventare. Vedeva il tempo come una possibilità, come una vita che amava. E, nonostante forse nessuno dei sue comprendesse a pieno quello che stava succedendo, Virgil mi insegnava ad amarlo. Non ero spazzata via da un’emozione irresistibile. L’idea di opporre resistenza non mi aveva mai sfiorato la mente. Quando immaginavo Virgil entrare nella vita che descriveva, immaginavo di entrarvi insieme a lui. Stava diventando una possibilità condivisa).

I due entrano quindi in questo nuovo sentimento condiviso, in questa nuova vita immaginata, dolcemente, semplicemente, inesorabilmente, tenendosi per mano, perchè una volta che si è scelto di costruire una vita insieme non ha senso stare lontani l’uno dall’altra. Si sposano, e Virgil promette di costruirle una casa. Poi arriva la guerra, e Virgil parte.

Time doesn’t stop. Your life doesn’t stop and wait until you get ready to start living it.

(Il tempo non si ferma. La vita non si ferma, non aspetta che tu sia pronta a viverla).

Ma il tempo diventa un’eterna attesa, e ogni piccola gioia inattesa regalata dal quotidiano viene vissuta come una colpa. La vita diventa l’intervallo tra la scrittura di una lettera e la lettura di una missiva dal fronte, in un silenzio complice, pieno di sottintesi e parole non dette, anche quando le si vorrebbe urlare.

Anche quando Virgil torna a casa per due settimane, prima di essere mandato al fronte in Europa, il tempo diventa un tempo sospeso, un non-tempo, un muoversi in cerchi concentrici, camminando in punta di piedi sul filo di quella separazione così vicina, così inesorabile, facendo silenzio per non svegliare l’infelicità, inebriati dallo stato di esaltazione temporanea. Prima di partire per il fronte, Virgil porta Hannah a fare un picnic, e costruisce per lei la casa che le aveva promesso: una casa immaginaria, pietre a delimitare i confini delle stanze, un piccolo falò come promessa di focolare domestico. È una scena così poetica e struggente che non si può non rileggerla più volte e non desiderare di essere Hannah, la ragazza per la quale Virgil inventa vite e mondi e case immaginarie nelle quali entrare in punta di piedi e incontrarsi, la cui chiave è l’amore, e l’amore soltanto.

We lived the dearest minute of our marriage in that dream house, in the real firelight, under the real stars. And when Virgil went away that time I had something of him with me that I would keep.

(Abbiamo vissuto il momento più bello del nostro matrimonio in quella casa immaginata, alla luce di un vero fuoco, sotto le stelle. E, quando Virgil se n’è andato, mi ha lasciato un pezzo di sé che avrei tenuto con me).

Virgil viene dato per disperso al fronte, e lascia ad Hannah una bambina – la piccola Margaret – e una voragine nel cuore, sanata in parte dall’amore e dalla gentilezza dei genitori di Virgil, che accolgono la ragazza come una figlia.

By kindness I was coming to understand what it meant to be in love with Virgil. He and I had been, we were, we are – for there is no escape – in love together. I went into love with Virgil, and of course we were not the only ones there. To be in love with Virgil was to be there, in love, with his parents, his family, his place, his baby.

(Grazie alla gentilezza iniziavo a capire cosa significasse essere innamorata di Virgil. Io e lui eravamo stati, eravamo, siamo – perchè non c’è via di fuga – innamorati l’uno dell’altra. Mi sono innamorata di Virgil, ma non eravamo soli, ovviamente. Amare Virgil significava essere lì, e amare i suoi genitori, la sua famiglia, il suo posto nel mondo, il suo bambino).

Per Hannah, amare Virgil significa amare tutto di lui: lui prima di lei, la sua casa, la sua famiglia, i luoghi che l’hanno visto bambino, la loro breve vita insieme, la vita che avevano immaginato in due, la piccola Margaret. E Hannah inizia a capire che la sua vita sarà una vita di assenze, di vuoti a perdere, di voragini profonde lasciate dalle persone che se ne vanno. Vorrebbe cedere alla tentazione di vedere il dolore come unico trait d’union; ma capisce che l’unico, il vero elemento che tiene le cose insieme, il motore che azione gli ingranaggi, è l’amore. Nient’altro.

Sometimes too I could see that love is a great room with a lot of doors, where we are invited to knock and come in. Though it contains all the world, the sun, moon, and stars, it is so small as to be also in our hearts. It is in the hearts of those who choose to come in. Some do not come in. Some may stay out forever. Some come in together and leave separately. Some come in and stay, until they die, and after.

(A volte riuscivo a rendermi conto che l’amore è una grande stanza, con tante porte, e siamo invitati a bussare e a entrare. Nonostante contenga tutto il mondo, il sole, la luna e le stelle, è così piccola da poter essere contenuta nei nostri cuori. È nei cuori di coloro che scelgono di entrare. Qualcuno non lo fa. Qualcuno resta fuori, per sempre. Alcuni entrano insieme e se ne vanno separatamente. Altri ancora entrano e si fermano fino alla morte, e oltre).

Il cuore di Hannah va in ibernazione e si nutre di ricordi delle cose che sono state e delle cose che avrebbero potuto essere. È in lutto per quell’amore inconsapevole, appena abbozzato, una fiammella che non ha avuto il tempo di bruciare e di estinguersi. Quell’amore che era una speranza, andata persa, per sempre. Quell’amore che non può sfociare in rabbia sorda ed accecante, perchè non si può ricordare con rabbia qualcuno che ha inventato una vita per due, o sognato una casa, un destino, tratteggiandolo con la punta delle dita.

Nevica, nel cuore di Hannah. Finchè arriva Nathan, e la guarda.

When he began to look at me with purpose, I felt myself beginning to change. It was not a look a woman would want to look back at unless she was ready to take off her clothes.I was aware of that look a long time before I was ready to look back. I knew that when I did I would be a goner. We would both be. (….)When I finally did look back at him, it was lovely beyond the telling of this world, and it was almost terrible.

(Quando ha iniziato a guardarmi intenzionalmente, ho avvertito l’inizio di un cambiamento, in me. Non era uno sguardo che una donna avrebbe dovuto ricambiare, a meno che non fosse stata pronta a togliersi i vestiti. Ero consapevole del significato di quello sguardo molto prima di essere in grado di ricambiarlo. Sapevo che, quando l’avrei fatto, sarei stata perduta. Lo saremmo stati entrambi.(….) Quando finalmente ho ricambiato il suo sguardo è stato bellissimo, al di là di ogni parola o definizione, e quasi terribile).

Si apre davanti a Hannah e a Nathan una voragine nera, un’altra: ma lei non aspetta altro che abbandonarsi al vortice, con lui. E Nathan le regala una vita: una vita vera, non soltanto immaginata. Un matrimonio a tutti gli effetti, e due figli maschi. Una vita fatta anche di routine, di quotidianità, che riescono a logorare anche il più forte del sentimenti, come un canovaccio lasciato troppo a lungo a macerare nella candeggina. Una vita di lavoro duro, dall’alba al tramonto. Una vita di silenzi, perchè Nathan è stato in guerra, ha perso il fratello, ha assistito a dolori inenarrabili che l’hanno fatto chiudere in se stesso. Una vita di silenziosi gesti d’affetto. Una casa, costruita da Nathan e Hannah, dove ogni singola pietra racconta una muta storia d’amore. Le casa che Hannah e Nathan costruiscono insieme sulle rovine di una vecchia fattoria è la perfetta incarnazione della loro vita insieme, del loro essersi scelti: un amore consapevole, un destino scelto con cura, un percorso a due intrapreso con conscia decisione, dedizione, vocazione. Due singolari complicati (feriti, mutilati dagli orrori della guerra e della perdita) che diventano un plurale, perfetto nella sua imperfezione. E, quando Nathan si lascia andare al cancro che lo sta corrodendo, abbandonandosi ad esso silenziosamente, senza far rumore, senza disturbare, Hannah si lega ancora di più alla loro casa, a quello che simboleggia. Non vuole che diventi preda di speculatori immobiliari o un punto d’appoggio temporaneo per qualche pendolare che non può permettersi di vivere in città: dal momento stesso in cui Hannah chiude la porta alle sue spalle dopo il funerale del marito, la casa si riempie di ricordi, di affetti, dei visi di tutti coloro che Hannah ha amato e che adesso la circondano, chiedendo di essere ricordati. Chiedendo che Hannah racconti la loro storia, e li faccia vivere, ancora, nelle parole, nel ricordo.

Ho letto gli ultimi capitoli di Hannah Coulter ascoltando una bellissima canzone di Joni Mitchell, Both sides now, che si adatta perfettamente alla sensibilità e alla disposizione d’animo della protagonista:

I’ve looked at love

from both sides now

From give and take and still somehow

It’s love’s illusions I recall

I really don’t know love at all

Tears and fears and feeling proud,

To say “I love you” right out loud

Dreams and schemes and circus crowds,

I’ve looked at life that way.

Ho immaginato Hannah seduta al tavolo di legno della sua cucina, un bicchiere di vino di produzione propria (un bel vino color rubino) e, perchè no, una sigaretta, a tirare le somme. A ricordare entrambe le facce dell’amore, come canta Joni Mitchell: il primo amore, la vita sognata, la casa inventata, la risata franca e aperta di Virgil; l’amore timido, inconsapevole, l’amore che strappa i capelli, brucia i sogni e squarcia il cuore. E l’amore maturo, consapevole, la vita vera vissuta insieme a Nathan; la costruzione di un amore vero, duraturo, quell’amore che è come un velo sugli occhi, nel cuore. Appartenersi. Continuare a vivere per raccontarlo, lui, Nathan. Raccontare la loro storia, la loro casa, la loro pluralità.

Hannah Coulter ha capito una grande verità: non si può continuare a vivere se non si accettano tutte le parti di sé. Quello che si è stati, quello che si poteva essere, quello che si voleva essere. Quello che si vorrebbe portare con sé in valigia per proseguire il viaggio, quello che si vorrebbe ricordare sempre, quello che si vorrebbe dimenticare ogni giorno. Non si può andare avanti se non si accetta il proprio passato, anche quando è un vissuto fatto di perdite, di dolore, di occasioni perse, di strade sbagliate imboccate ad incroci cruciali. Solo permettendo ad antiche ferite di sanguinare apertamente potranno cicatrizzarsi, e guarire, e smettere di bruciare. Solo permettendo alla confederazione di anime di tabucchiana memoria (sostiene Pereira, sostiene) si può essere interi, come scrive Mark Strand in una poesia incredibilmente bella.

Solo aprendosi all’accettazione del dolore, respirando a pieni polmoni quell’aria ghiacciata e buona, ci si può aprire al ricordo dei sorrisi, delle risate, dei viaggi, delle carezze, dei primi incontri, degli ultimi incontri, delle coincidenze e delle prenotazioni. Perchè poi nessuno se ne va via veramente.

Sometimes it fills to the brim with sorrow, which signifies the joy that has been there and the love. It is entirely a gift. There is a silence here now that is the absence of many voices. (…) I read books, whose voices don’t disturb the silence.

(A volte si riempie fino all’orlo di dolore, che implica che un tempo c’è stata gioia, c’è stato amore. Ed è un dono, in tutto e per tutto. Ora c’è un silenzio che è l’assenza di tante voci. (…) Leggo libri, le cui voci non disturbano il silenzio.

Buon 2015 di parole, di storie, di vecchi ricordi e di nuovi ricordi.   91Wfg+RD3oL._SL1500_