Volver

Y aunque no quise el regreso
Siempre se vuelve
Al primer amor
 Volver, Estrella Morente

Nella vita di un’expat ci sono verbi di movimento (e non solo) che ricorrono in un climax ascendente in occasione di festività prestabilite, che si sommano a varie ed eventuali.
Ferie. Biglietti. Coincidenze, prenotazioni, e le trappole gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede, per dirla con Montale.
Fare la valigia. Disfarla. Rifarla ancora una volta, questa volta ancora più pesante dei 15 kg consentiti da Ryanair, perchè carica di sottostrati emozionali più o meno inconsci (ma a un certo punto, non dovrebbe essere vietato portare valigie pesanti? il bagaglio che ci trasciniamo appresso, giorno dopo giorno, e che divente sempre più ingombrante, non dovrebbe bastare?)

Ricordi. Incontri mancati o mai avvenuti. Possibilità, che si sono realizzate, o sono morte nel nascere.
Partire. Arrivare. Ripartire. Arrivare.
E le lunghe attese in aereoporto, i duty free, i libri divorati. Le attese. Le aspettative smorzate.

Il viaggio verso Greyville implica un peso ancora maggiore. Saranno i dieci gradi e passa di differenza, sarà il cielo plumbeo e vuoto che trovo ad attendermi, quella nebbiolina lattiginosa che offusca contorni, sfuma geometrie. Sarà la sensazione di essere imprigionata in questa gabbia grigia “a tempo”, non capire i perchè, e nemmeno i come.

I can understand HOW: I cannot understand WHY, scriveva George Orwell in 1984.

Sarà la lettura che ha accompagnato il mio rientro, Kafka on the shore di Murakami. Scritta meravigliosamente bene, intrigante; tuttavia, una di quelle letture che ti svuota completamente, che assorbe come un aspirapolvere sensazioni ed emozioni, lasciandoti in mano briciole di inquietante tragedia, quel giovane io che si infrange contro scogli di eschiliana memoria, le colpe dei padri ereditate dai figli, le profezie ineluttabili.

Sarà il varcare le soglie di un’abitazione che non riesco ancora – e probabilmente non riuscirò mai –  a chiamare casa. Trovarla più estranea, assente, grigia, fredda e inospitale che mai.

Eppure.

Le parole sono importanti, dice Nanni Moretti. E basta cambiare un verbo – arrivare – con un altro – tornare, -carico di aspettative ancestrali, giustificate o meno. Un verbo che sa di caldarroste che scoppiettano invitanti nel camino – immagine più che giustificata, dato il tempo inclemente.
O forse no. Tornare, anche se non si è attesi, il cuore in gola che smette di essere una metafora.
Tornare. Un verbo che palpita di infinite possibilità.

Yo adivino el parpadeo
De las luces que a lo lejos
Van marcando mi retorno

Son las misma que alumbraron
Con su pálido reflejo
Unas horas de dolor

Y aunque no quise el regreso
Siempre se vuelve
Al primer amor

La vieja calle
Donde le cobijo
Tuya es su vida,
Tuyo es su querer

Bajo el valor de las estrellas
que con indiferencia
Hoy me ven volver

Volver…
Con la frente marchita
La nieve del tiempo
la aclaro en mi cien

Sentir…
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
Hurrante entre la sombra
Te busca y te nombra

Vivir…
Con el alma ferrada
A un dulce recuerdo
que lloro otra vez

Tengo miedo del encuentro
Con el pasado que vuelve
A enfrentarse con mi vida

Tengo miedo de la noche
que poblada de recuerdo
Encadenan mi soñar

Pero el viajero que huye
Tarde o temprano
Detiene su azar

Y aunque el olvido
que todo lo destruye
aya matado
A mi vieja ilusión

Cuarto escondida
Y una esperanza humilde
que es toda la fortuna
De mi corazón

Volver…
Con la frente marchita
La nieve del tiempo
La aclaro en mi cien

Sentir…
que es un soplo la vida
que veinte años no es nada
que febril la mirada
herrante entre la sombra
Te busca y te nombra

Vivir…
Con el alma ferrada
A un dulce recuerdo
que yo notare…

            

Far finta di essere sani (memorie di una precaria perbene, tra Giorgio Gaber e Sylvia Plath)

Vivere, non riesco a vivere
ma la mente mi autorizza a credere
che una storia mia, positiva o no
è qualcosa che sta dentro la realtà.

Nel dubbio mi compro una moto
telaio e manubrio cromato
con tanti pistoni, bottoni e accessori più strani
far finta di essere sani.

 

 

Far finta che vada tutto bene.
Sorridere sempre, educatamente, a denti stretti. E relegare le paure, le ansie, alle notti insonni, agli incubi. Regalarle alla gastrite.
Truccarsi per nascondere il pallore, sforzarsi di essere brillanti e divertenti. Perché a nessuno piacciono le persone crepuscolari. Perché l’essere precari è una condizione quasi universale, e lamentarsene è diventata quasi una vergogna. Perchè, per quanto tu possa essere precario, ci sarà sempre qualcuno più precario di te.
Avere una data di scadenza, come i latticini. E sentire che ci alita addosso.
Scrivere e riscrivere quelle cinque pagine formato Europass che racchiudono una vita. Una vita che schematizzata così sembra così banale, così piccola. Così priva di eventi.
Cercare di scivere lettere di motivazione, avendo perso la motivazione.
Guardarsi allo specchio e non riconoscersi più. Sentirsi colpevoli di aver tradito i propri sogni, i propri ideali.
Sentirsi totalmente privi di valore, di utilità sociale. Privi di doti o talenti particolari. Sentirsi inutili.
Non appartenere più a nessun luogo. Non avere più radici. Non sentirsi più a casa da nessuna parte.
Non sapere dove si sarà nell’arco di sei mesi. Contare le ore, i giorni, le settimane che passano.
Sentirsi in colpa per ogni ora di sonno in più, per ogni momento dedicato alla lettura, alla scrittura, ai film, al teatro. A quei tentativi di costruirsi un’identità “altra”, che non sia quella professionale, che non può esserci, non c’è. Sperimentare, cercare di inventarsi un talento. Di scoprirsi bravi in qualcosa. Fallire, fallire miseramente.

Far finta di essere insieme a una donna normale
che riesce anche ad esser fedele
comprando sottane, collane, creme per mani
far finta di essere sani.
Far finta di essere…

Liberi, sentirsi liberi
forse per un attimo è possibile
ma che senso ha se è cosciente in me
la misura della mia inutilità.

Prendere coscienza della propria inutilità.
Del “non saper fare”.
Cercare di seguire le regole di chi invece le sa fare, le “cose”. E grazie alla cultura 2.0 di regole se ne trovano tante, eccome: dai decaloghi e consigli dei grandi autori su come scrivere a quelli su come tenere un blog. Come trovare lavoro in Papuasia. Come migliorare il curriculum. Come migliorare la visibilità. Le reti alle quali si deve assolutamente appartenere. Le lingue che si devono assolutamente conoscere.
Come sentirsi felici quando si è tristi.
E poi ancora come essere madre come essere moglie come essere figlia.
(Evidentemente mi sono persa qualcosa, perchè non so fare nessuna delle cose summenzionate, figurarsi dare consigli a qualcuno al riguardo).

Per ora rimando il suicidio
e faccio un gruppo di studio
le masse, la lotta di classe, i testi gramsciani
far finta di essere sani.

Far finta di essere un uomo con tanta energia
che va a realizzarsi in India o in Turchia
il suo salvataggio è un viaggio in luoghi lontani
far finta di essere sani.
Far finta di essere…

Sperimentare quel sentimento orribile, l’invidia, che immagino color verde vomito, simile alla gelosia di Otello. Invidia per coloro che riescono a pull their act together, a essere o quantomeno sembrare calmi, sereni, realizzati. Quelli che hanno piani di back-up. Quei pochi che riescono ancora a vendere il modello Mulino Bianco come auspicabile, e realizzabile.
Quelli che si sentono a casa ovunque si trovino, o quantomeno riescono ad adattarsi.
Quelli che non hanno bisogno di rubare palette di colori per combattere le Greyville vere o immaginarie, perchè i colori li hanno già dentro.

Vanno, tutte le coppie vanno
vanno la mano nella mano
vanno, anche le cose vanno
vanno, migliorano piano piano
le fabbriche, gli ospedali
le autostrade, gli asili comunali
e vedo bambini cantare
in fila li portano al mare
non sanno se ridere o piangere
batton le mani.

Far finta di essere “normali” pur sentendosi profondamente diversi.
E lasciarsi guidare, a lungo, nella notte, guardando fuori, come se la vita fosse un affare che in fondo non ci riguardasse. Scivolare lungo il raso e il velluto nero delle strade, come se lo scopo del viaggio fosse solo viaggiare e mai arrivare, come se non ci fosse una destinazione, né la fretta di arrivare da qualche parte. Come se si potesse solo andare, andare, andare. E sognare.

Far finta di essere sani.
Far finta di essere sani.
Far finta di essere sani.

Rifugiarsi nelle parole, nei versi, nelle poesia, nelle storie.

The prince leans to the girl in scarlet heels,
Her green eyes slant, hair flaring in a fan
Of silver as the rondo slows; now reels
Begin on tilted violins to span

The whole revolving tall glass palace hall
Where guests slide gliding into light like wine;
Rose candles flicker on the lilac wall
Reflecting in a million flagons’ shine,

And glided couples all in whirling trance
Follow holiday revel begun long since,
Until near twelve the strange girl all at once
Guilt-stricken halts, pales, clings to the prince

As amid the hectic music and cocktail talk
She hears the caustic ticking of the clock.

(Cindrella, Sylvia Plath)

Sylvia Plath è diventata una delle risorse alle quali attingo di più. Le sue poesie, i suoi diari, attraverso i quali si può tracciare il suo unico, singolare percorso di vita, la sua sensibilità così sviluppata, quel suo modo ambiguo di vivere il suo essere bella e sensuale.
In questi versi, le scarpine di cristallo di Cenerentola diventano rosse (rosso seduzione, rosso peccato, rosso-lettera-scarlatta, rosso tentazione, rosso passione) e la fanciulla, allo scoccare della mezzanotte, diventa pallida, consumata dal senso di colpa, e si attacca al suo principe prima di lasciarlo andare, forse per sempre, ascoltando il ticchettio inesorabile, inevitabile, inarrestabile dell’orologio.
Il senso di colpa e l’orologio sono, insieme alle scarpette rosse, i tratti più originali ed interessanti della poesia. Cenerentola si sente in colpa forse perché sta fingendo di essere chi non è realmente per attrarre il suo principe (fake it till you make it, sostiene qualcuno, fingi finché non ci riesci: ma la bella e tormentata Cenerentola della Plath sembra non aderire a questa filosofia dell’apparire finchè non si riesce ad essere..); il ticchettio inesorabile dell’orologio potrebbe richiamare un altro tema molto caro alla Plath, e cioè lo scorrere ineluttabile del tempo, che trascina via con sé, nella sua corrente, giovinezza e bellezza.

Alzarsi ogni giorno e ripetere gli stessi gesti. Fare esercizi di respirazione.
Far finta di essere sicuri di sé.
Far finta di sapere dove si sta andando.
Far finta di essere a suo agio, sempre e comunque.
Far finta che alcune cose non facciano dannatemente male, sempre e comunque.
Esercitarsi ad indurire la propria sensibilità e la propria emotività.

Far finta di essere “normali” (qualunque cosa tale aggettivo significhi).
Far finta che le briciole siano abbastanza.
Far finta di essere sani.

(Le strofe della bellissima canzone inframezzata ai miei deliri, Far finta di essere sani, sono del grande Gaber)

 

Se una lettera non fa primavera: #letteredamore2013

 
 Your beauty lost to you yourself
just as it was lost to them.
Oh take this longing from my tongue,
whatever useless things these hands have done.
Let me see your beauty broken down
like you would do for one you love
 
Leonard Cohen, Take this longing
 
 

Qui la primavera si fa aspettare, in questa sorta di perenne, lattiginoso inverno (non per nulla ho ribatezzato questa città Greyville…)
In giornate come queste è difficile cercare la bellezza, e soprattutto trovarla.
Ci si prova, ma si fa una fatica terribile.
Oggi però avevo una missione da compiere: nella mia borsa, insieme alle migliaia di cose che porto con me ogni giorno (tra cui una copia dei bellissimi Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese..ma questa è un’altra storia, per un’altra sera di quasi primavera) batteva, quasi fosse un cuore, una lettera, dentro una vecchia copia di Pride and Prejudice di Jane Austen.
Una lettera scritta a mano, con tanto di brutta copia (ho sempre avuto una grafia orribile, e la tendenza ad acciuffare idee e pensieri in maniera disordinata):

Una lettera scritta tra un’insonnia e l’altra. Una lettera terapeutica, che mi ha spinto a confrontarmi con l’immensità bianca del foglio di carta, il mio amato Cohen in sottofondo, e a cercare di mettere a nudo quello che penso davvero dell’amore, in senso letterario e in senso reale, senza avere paura di essere etichettata come inguaribile romantica, sospesa in un mondo tutto suo.
Una lettera in cui ho confessato le mie paure, alla quale ho affidato una memoria e un ricordo, una lacrima e un sorriso, una promessa e una speranza. Una lettera che ho messo dentro uno dei miei libri preferiti, sperando che approdi prima o poi in un porto sicuro. Che finisca nelle mani di qualcuno che non abbia paura di mettersi in gioco, di interrogarsi, di mettersi in discussione, di fidarsi, di piangere. Soprattutto, nelle mani di qualcuno che creda nel potere della parole, delle affinità elettive, delle empatie impreviste, che sfidano il tempo e le distanze, i fusi orari e le coordinate, le coincidenze e le prenotazioni.

Specie in un giorno come oggi, che, oltre a sancire (almeno sul calendario) l’inizio della primavera, è dedicato alla poesia. Proprio qualche giorno fa riflettevo, non senza una certa amarezza, sul ruolo esiguo al quale il poeta è costretto nella società odierna, in cui sembra quasi che non ci sia più bisogno di poesia. A tal proposito, voglio citare un estratto del discorso di oggi di Irina Bokova, direttore generale dell’UNESCO, in occasione della giornata mondiale della poesia:




“In celebrating World Poetry Day, UNESCO wishes also to promote the values that poetry conveys, for poetry is a journey – not in a dream world, but often close to individual emotions, aspirations and hopes. Poetry gives form to the dreams of peoples and expresses their spirituality in the strongest terms– it emboldens all of us also to change the world”.

(Nel celebrare la giornata mondiale della poesia, l’UNESCO vuole altresì promuovere i valori veicolati dalla poesia stessa: perchè la poesia è un viaggio, che non avviene in un mondo di sogno, ma spesso a stretto contatto con le emozioni, le aspirazioni e le speranze del singolo. La poesia dà forma ai sogni delle persone ed esprime al massimo la loro spiritualità, conferendo a noi tutti l’audacia di cambiare il mondo).

E ho pensato che finchè ci sarà poesia, e libri da leggere, e una lettera da trovare, lasciata da uno sconosciuto, saremo sempre in grado di trovare la bellezza, anche lì dove sembra essersi smarrita, essersi fatta invisibile. E questo percorso di riscoperta del genere epistolare e della scrittura a mano è stato reso più bello dalla presenza delle mie favolose compagne di viaggio – Rose Mel, Audrey, Tiziana, Strawberry, Federica e Chiara Maria – alle quali va un sentito grazie. Così come a tutti coloro che si saranno seduti, o si siederanno, e prenderanno in mano un vecchio taccuino e una Bic mangiucchiata, e cominceranno a scarabocchiare parole. Riscaldandosi alle ceneri di un vecchio amore, o sognandone uno nuovo.


 

Se siete interessati a scoprire dove sono andate a finire le nostre lettere, vi invito a cercarci su Instagram con l’hashtag #letteredamore2013.
E per chi fosse curioso di sapere dove ho lasciato la mia, dirò soltanto che ho lasciato Pride and Prejudice in compagnia di tanti altri libri.. 🙂

Perchè, come canta Vecchioni, forse le lettere d’amore fanno solo ridere, ma ci renderemmo ancora più ridicoli se non le scrivessimo, mai….

 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
La lettera e il libro di Tiziana (e il suo post)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La lettera e il libro di Federica
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il libro e la lettera di Audrey
 
 
 
Il libro e la lettera di Valentina
 
 
 
 
 
 
 

A cosa serve la poesia?

Riflessioni (in prima persona) di un lunedì sera di un marzo che stenta ad ingranare e a farmi sperare in un po’ di primavera.

E’ una sera così: rientro stanca, affamata, bagnata e senza poterne più di tutta questa neve, tanta che è bianco ovunque guardi e sembra non dover finire mai, non doversi sciogliere mai. Non dover mai lasciar spazio al tepore di un raggio di sole, al sorriso di una margherita, a una giacca leggera, a colori vivaci.
Una sera in cui rientro più precaria che mai, più che mai spaventata dall’impossibilità di pianificare alcunchè, io che ho sempre voluto avere in mano il controllo della situazione, e improvvisamente vorrei riuscire a organizzarmi la vita come organizzavo le sessioni di esami, in maniera razionale, analitica, ordinata, quel tanto che bastava da avere qualche sabato libero e un po’ di vacanze.

E invece here I am, expat desiderosa di evadere da Greyville ma senza nessuna idea di dove andare, senza nessuna idea di chi sono professionalmente e di quello che posso – o non posso – fare. E con la prospettiva di riprendere in mano le sudate carte per tentare gli ennesimi concorsi con un tasso di riuscita dell’1%, e di mettere da parte il teatro, i libri, la scrittura, lo studio del Portoghese, per lasciare spazio alla realtà vera, nella quale non posso che desiderare di essermi laureata in qualcosa di “serio”, di essere, che so io, un ingegnere petrolifero o un chirurgo plastico. Tutto fuorchè una giocoliera senz’arte nè parte, innamorata delle lingue, delle parole, della poesia. Chè di poesia non si mangia, e arrivo a chiedermi: qual è l’utilità sociale della poesia? cui prodest?
Qual è l’utilità sociale di una persona come me e dei suoi scarni versi insonni? In un mondo tormentato dal dubbio, dall’incertezza, dalla crisi, dalla volatilità, dalla precarietà, dal senso di sradicamento, come può la poesia salvarci?

E mi viene in mente quella poesia di Guido Gozzano, La Signorina Felicita ovvero la felicità; una poesia che chiede quasi scusa di esistere, scritta da un poeta che timidamente si vergogna della sua vocazione:

(…) Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi.
Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…
Oh! Questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t’han detto che la terra è tonda,
ma non ci credi… E non mediti Nietzsche…
mi piaci. Mi faresti più felice
d’un intellettuale gemebonda…
Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…
Ed io non voglio più essere io!

(…)

Gozzano non avrebbe potuto esprimere meglio quello che provo esattamente in questo momento: non vorrei essere più io. Vorrei essere placida e inquadrata, avere un piano pensionistico e un libretto di risparmi. Vorrei dormire almeno otto ore a notte e mangiare sano, non sperperare una piccola fortuna in libri e vestitini che non posso indossare (causa clima polare di Greyville). Vorrei non avere più paura del futuro, essere più nichilista e meno socratica. Sognare solo di notte, con moderazione, e smettere di credere che nel potere taumaturgico delle parole si nasconda la chiave ultima per arrivare alla felicità, per comprendere le persone e la realtà che ci circonda.
Vorrei imparare a cucinare, a cucire, a montare i mobili Ikea. Ad essere una persona più pratica e con i piedi ben saldi per terra, che la sera a cena guarda il telegiornale e poi discute di politica, con moderazione.

Essere, in sostanza, un’altra me.

Accendo il pc, scorro il feed dei miei siti preferiti…e il mio sguardo si ferma su una poesia di Sylvia Plath, Kindness:

Kindness glides about my house.

Dame Kindness, she is so nice!

The blue and red jewels of her rings smoke

In the windows, the mirrors

Are filling with smiles.

What is so real as the cry of a child?

A rabbit’s cry may be wilder

But it has no soul.

Sugar can cure everything, so Kindness says.

Sugar is a necessary fluid, Its crystals a little poultice.

O kindness, kindness Sweetly picking up pieces!

My Japanese silks, desperate butterflies,

May be pinned any minute, anesthetized.

And here you come, with a cup of tea

Wreathed in steam.

The blood jet is poetry,

There is no stopping it.

You hand me two children, two roses.

E penso alla giovane e ribelle Sylvia, che fa fatica ad accettare la logica nichilista del mondo capitalista, che si sforza di adeguarsi al suo ruolo di casalinga, mamma e soprattutto moglie del grande Ted Hughes. Che vive nella sua ombra, e non riesce a trovare dentro sè la forza necessaria a brillare di luce propria.
E in pochi versi, usando immagini casalinghe, familiari – il tè, lo zucchero, le farfalle che rifiutano di essere fissate con degli spilli sulla sua veste di seta giapponese, di giacere anestetizzate; la falsa gentilezza del marito, l’ipocrisia di quest’aura che incombe sulla loro apparente quiete domestica come una maledizione – la Plath riassume quell’ ennui, quel disagio esistenziale, quella paura del presente e del futuro, quel rendersi conto che la vita che si sta vivendo non è esattamente quella  accarezzata lungamente. Nei sogni, nei progetti, nei discorsi “quando sarò grande”.

Tuttavia, tutte queste immagini falsamente rassicuranti, lo zucchero amaro, i sorrisi forzati, il vapore del tè caldo che appanna la vista confluiscono in un finale forte, ma al tempo stesso pieno di speranza: l’inchiostro insanguinato è la poesia, e l’unico dono che il marito sia davvero riuscito a fare a Sylvia sono i loro due bambini, due rose.

Allora, c’è speranza: e se non ce n’è nel presente ce n’è nella vita futura, nella vita che verrà, in questi bambini dalle gote rosee il cui pianto ha un’anima.

Forse la poesia non serve a molto, e la funzione sociale dei poeti diventa sempre più esile, più magra, più ridotta. Eppure, versi come questi sono un balsamo per l’anima infreddolita e scoraggiata, in una sera di quasi primavera che sembra quasi inverno.

La solitudine degli anni dispari

This is your life. Do what you love, and do it often. If you don’t like something, change it. If you don’t like your job, quit. If you don’t have enough time, stop watching TV. If you are looking for the love of your life, stop; they will be waiting for you when you start doing things you love  (The Holstee Manifesto)
 
The Holstee Manifesto
from Alice in Wonderland by Lewis Carroll, with Artwork by Yayoi Kusama

  

Un altro anno agli sgoccioli. Un’altra manciata di giorni, gocce distillate, ore agrodolci in cui stendere gli ultimi bilanci. In Inglese c’è un’espressione che rende benissimo sia l’idea che l’immagine di questo (im)paziente lavorio di fine anno: take stock of, fare il bilancio di qualcosa, valutare una situazione, esaminarla attentamente e tirare le somme.

E’ stato un 2012 molto lungo, che mi vede boccheggiare attraversando i suoi ultimi giorni, le sue ultime ore, quasi in punta di piedi, come per non lasciare traccia, ansiosa di depositare l’anno che sta per finire come un fardello, chiuderlo dentro una scatola e archiviarlo dentro l’armadio dei ricordi. E ricominciare, leggera, leggera, risvegliarmi la mattina del primo dell’anno come una farfalla appena uscita dal bozzo. Non avere, almeno per un momento, timori, o rimpianti, o ansie. Aprirmi semplicemente al nuovo, all’inesplorato.

Parto ogni anno con la mia bella lista di buoni propositi, raccolti nel corso dei mesi, scribacchiati distrattamente e disordinatamente qui e lì. Archiviati nella memoria.

La lista per il 2012 era lunga e ambiziosa. Volevo fosse un anno all’insegna della ricerca della felicità, perchè alla fine non è possibile che ogni essere umano non abbia il diritto di cercare di essere felice almeno una volta al giorno, da prescrizione medica, anche se è difficile, anche se le circostanze non sono ideali, anche se si rischia di fare male a chi ci circonda – e a noi stessi. Volevo fosse un anno orientato alla riscoperta della vera me stessa, della me stessa che volevo essere.

Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso ancora amare appassionatamente anche senza credere. Questo significa che amo umanamente.
Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.
Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza.

Anaïs Nin
 

E, giunta alla fine di questo lunga corsa ad ostacoli, di queste montagne russe emozionali che sono state il 2012, non riesco ad esimermi dalla tentazione di redigere una lista. Ma, traendo ispirazione da Olivia, contemporanea eroina d’altri tempi, protagonista di Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili di Paola Calvetti, quest’anno non si tratta di buoni propositi, ma di sogni possibili. Sort of.
Anche perchè non credo nei numeri dispari. Mi parlano di asperità, di ruvidità, di angolosità. Di inenarrabili solitudini. Ergo, ho bisogno di partire preparata.

Eccoli:

1) Cambiare lavoro. Lo so, non è un sogno probabile di questi giorni, anzi quasi impossibile. Ma le motivazioni di base sono due.

– il mio contratto scade tra un anno, quindi trovare un altro lavoro diventa una sorta di imperativo categorico;

– odio il mio lavoro. Lo odio così tanto che perfino io stessa mi sono stancata di ascoltare le mie lagne. Doveva essere una sistemazione provvisoria, di un paio di mesi che sono rotolati in un paio di anni, tipo valanga. Detesto il freddo e il grigio di Greyville, quella solitudine forzata. Avverto che il tempo passa, e ogni mese, ogni stagione mi allontana ancora di più dallo scoprire qual è la mia vera vocazione – se poi ne ho una. Dal riuscire a creare, produrre qualcosa che mi renda orgogliosa di me stessa, almeno un pochino. Dal trovare il mio posto nel mondo;

2) Cercare di dormire più di quattro ore a notte, anziché addormentarmi quando si avvicina il mattino, ritardare la sveglia, alzarmi in preda al panico e arrivare in ritardo al lavoro tanto odiato menzionato al punto 1).

3) Mangiare sano, anziché alternare orge caloriche ad alto tasso di carboidrati, zuccheri e sensi di colpa a pasti saltati.

4) Esercitarmi al pensiero positivo, che per una pessimista cronica è un andare contro natura. Tornare a fare yoga? La seconda volta che ci ho provato mi si è infiammato il nervo sciatico…

5) Scrivere un pensiero felice al giorno (vedi punto 4). Anche, e soprattutto, nelle giornate peggiori, nelle giornate più storte. Esercitarsi a cercare momenti di bellezza, quelli che la Barbery definisce i sempre nei mai.

6) Gestire meglio il mio tempo. Perché la scusa del non ho tempo non regge. C’è sempre tempo da dedicare alle cose che si amano. Distinguere, come faceva quella cultura elegante e raffinatissima che è quella greca, così attenta alle sottigliezze del linguaggio, il chronos, il tempo cronologico, nozione meramente quantitativa, dal kairos, il tempo di qualità, un intervallo indefinito durante il quale accade qualcosa di speciale.

7) Smettere di pretendere così tanto da me stessa e di aspettare che le cose accadano, o avere la pretesa di farle accadere. Imparare l’arte della pazienza, anche se è una medicina amara.

8) Scrivere. Tanto. E non per essere letta, non nella speranza di pubblicare qualcosa di significativo, un giorno. Riassegnare alla scrittura quel valore che le davo da bambina: quello di una dimensione magica, curativa, balsamica. Dove le gioie, piccole o grandi che siano, vengano sublimate, i dolori attenuati. Una safety net. Qualcosa che sia mio e mio soltanto, dove lasciarmi libero sfogo, senza inibizioni.

9) Seguire un corso di scrittura creativa (vedi punto 8). Il mio sogno sarebbe la summer school ad Harvard, ma questo non rientra nella lista dei sogni possibili, mi sa..almeno per ora.

10) Imparare ad amarmi. O quantomeno, a volermi un po’ di bene.

11) Essere meno arrabbiata. E’ andata così, in fondo.

12) Accettare che ci sono alcune perdite dalle quali non ci si riprende mai, che hanno radici profonde, che affondano nell’infanzia. Accettare che ci sono vuoti che non si possono riempire. Accoglierli, anziché respingerli e negarne l’esistenza, e andare avanti.

13) Leggere di più. Stilare una lista degli autori mai letti e di quelli da approfondire: Zadie Smith, Bukowski, Simone de Beauvoir, Kurt Vonnegut, John Fante, Sylvia Plath, le due Marguerite (Duras e Yourcenar), David Foster Wallace, i grandi della letteratura russa. Leggere sempre in lingua originale, quando possibile. Leggere tanta poesia.

14) Leggere i giornali ogni giorno (non solo i titoli!)

15) Non vergognarmi di piangere.

16) Non vergognarmi di parlare in prima persona.

17) Circondarmi di colori. Intorno e addosso. Per combattere Greyville a armi pari.

18) Non cullarmi nell’idea di un altro master. Cercarne uno che mi piaccia, e seguirlo.

19) Il dottorato. Idea folle e balzana. Sogno impossibile. Ma assicurarsi di aver fatto di tutto per escludere ogni possibilità.

20) Imparare a fidarmi. Degli altri. Di me stessa.

 

Quali sono i vostri sogni possibili? Raccontantemeli per ricevere sotto il vostro albero una copia di Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili (il giveaway è aperto fino al 31 dicembre).

Che il 2013 sia propizio a tutti i miei venticinque lettori di manzoniana memoria. Auguri, sognatori.

Sylvia Plath
  

 

Mad Girl’s Love Song (appunti disordinati)

 

Oggi sono un po’ così.
Di quel così che mi rende taciturna e antipatica, che mi fa rinchiudere a riccio (l’hérisson, c’est moi) e che mi fa venire voglia di stare per conto mio.
Di quel così che vorrebbe far uscire le parole che non riesce a trovare scrivendo, ma vigliaccamente si rifugia nella lettura (forse si legge perchè si ha paura di scrivere, e perchè è più facile vivere le vite degli altri e veder vivere la propria vita anzichè viverla. Forse leggere è il refugium peccatorum dello scrittore mancato).
Di quel così che ti va a cercare, nelle pieghe più recondite e nascoste della mente, del cuore, della memoria. Di quel così che ti cerca anche dove sa che non potrebbe mai trovarti.
Di quel così che avrebbe bisogno di essere rassicurata, di avere delle piccole certezze, di sapere che anche se non è si e non è no, magari forse. Delle possibilità ci si accontenta, in fondo. Basta dirle ad alta voce e metterle per iscritto, e diventano un po’ più vere.
Di quel così che sa che un giorno mi guarderai e mi vedrai per quello che sono, per quella pesantezza dell’essere che Kundera ha così magistralmente incarnato in Tereza in opposizione a Sabine, lieve, leggera, complice, amante, ballerina, pittrice. O forse non avrai nemmeno bisogno di guardarmi per saperlo. Non avrai nemmeno bisogno di guardarmi perchè ti sveglierai una mattina e semplicemente lo saprai, che in un salone da ballo sarei stata Anna dal velluto nero e non Kitty dalla mussolina bianca.
Saprai che sono Nausicaa dalle bianche braccia, negli occhi l’immagine dell’affascinante straniero, irretita dalle sue parole,

Mi inchino a te, signora: sei una dea o una donna mortale?
Se infatti sei una dea di quelle che abitano l’ampio cielo,
Artemide sembri, figlia del grande Zeus,
per l’aspetto e la figura slanciata;
ma se sei una donna mortale, di quante abitano la terra,
tre volte beati il padre e la madre veneranda,
tre volte beati i fratelli: molto il loro cuore
sempre si colma di gioia grazie a te,
quando vedono un simile bocciolo intrecciare movenze di danza.
Ma felice in cuore più di ogni altro
chi, portando più doni, ti condurrà alla sua casa in sposa. (l.VI, vv.149-159)

gli occhi pieni di quello straniero che deve ripartire, che deve andare per mare per far ritorno ad Itaca Itaca Itaca, che la sua casa ce l’ha solo là, dove l’algida e perfetta Penelope tesse e distrugge la sua tela nella sua attesa paziente e sicura di sè. Dell’arrivo di Odisseo.

Saprai che ero Calipso, e una mattina ti sveglierai e scoprirai che non sarò stata capace di averti irretito con la mia bellezza di ninfa con le mie promesse di immortalità.

Ti sveglierai e lo saprai, semplicemente. E quella mattina inizierò a ricominciare a perderti. Per poi ritrovarti, se riuscirai ad accettare che le mie ombre spesso prevalgano sulle luci, la pesantezza sulla leggerezza. Se smetterai di rimproverarmi che non rido mai e imparerai ad accontentarti dei miei sorrisi.
Altrimenti.
Altrimenti ti avrò solo immaginato. Sarai stato solo una creazione della mia mente. Avrai vissuto solo nei miei pensieri.
O forse, sarò stata io ad essere solo l’idea di me stessa, per te.

“I shut my eyes and all the world drops dead;

I lift my lids and all is born again.

(I think I made you up inside my head.)

The stars go waltzing out in blue and red,

And arbitrary darkness gallops in:

I shut my eyes and all the world drops dead.

I dreamed that you bewitched me into bed

And sung me moon-struck, kissed me quite insane.

(I think I made you up inside my head.)

God topples from the sky, hell’s fires fade:

Exit seraphim and Satan’s men:

I shut my eyes and all the world drops dead.

I fancied you’d return the way you said,

But I grow old and I forget your name.

(I think I made you up inside my head.)

I should have loved a thunderbird instead;

At least when spring comes they roar back again.

I shut my eyes and all the world drops dead.

(I think I made you up inside my head.)”

Sylvia Plath

 

Soundtrack

Ain’t no cure for love (Leonard Cohen)
Walk the line (Johnny Cash e June Carter)
Itaca (Lucio Dalla)

Il coraggio di chi parte, e il coraggio di chi resta

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Ho sempre provato invidia ed ammirazione per le persone coraggiose. Quelle capaci di inventarsi e reinventarsi. Quelle capaci di cambiare se stesse, di realizzare in sé il cambiamento che vorrebbero vedere realizzato intorno a loro.
Quelle che cambiano il mondo, pezzetto a pezzetto, e lo rendono un posto migliore. Perché ogni persona più felice, più soddisfatta, più realizzata, ogni persona capace di mettere sottosopra la sua realtà per trovare il suo posto nel mondo lo rende automaticamente un posto migliore.

Amo le persone che non si rassegnano. Amo, di quell’amore che si può provare solo per gli sconosciuti che ci diventano improvvisamente vicinissimi ed affini per attimi di serendipità istantanea, coloro che rifiutano l’infelicità. Che fuggono verso nuove mete, i cuori leggeri come palloncini, citando Baudelaire. Che non si appiattiscono sotto il peso delle convenzioni, dei dover essere e dei dover fare. Amo coloro che fioriscono in mezzo alle sfide e alla necessità.
Guardo con sospiri segreti e silenziosi coloro che si riservano il diritto di avere davanti a sé una gamma infinita di possibilità multicolori.

Ma.

Ultimamente, dopo giornate come quella di ieri, come quella di oggi, notte bianca dopo notte bianca, penso che in fondo tutti vorremmo poter scappare a realizzare quei sogni nel cassetto prima che il cassetto diventi troppo stretto e i sogni vengano travasati nel dimenticatoio.
E, forse, restare è a suo modo una manifestazione di coraggio. Forse affrontare la quotidianità è la cosa che in fondo fa più paura. Specie quando la routine è così grigia, e alzarsi la mattina richiede uno sforzo sempre maggiore, e addormentarsi la notte diventa un’impresa impossibile.
Quando si vorrebbe perdere la strada di casa e perdersi in generale per non ritrovarsi e non farsi più ritrovare e scappare, scappare, indulgendo nella fantasia che non è troppo tardi per ricominciare, che c’è ancora qualche asso nella manica. Che non si sta facendo sempre più tardi, ma c‘è tempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente, per dirla con Fossati.

Eppure si rimane. Perché si deve rimanere. Anche se fa male. Anche se si vorrebbe urlare, ma si urla dentro e si cerca di sorridere, rischiando la paresi facciale.
Anche se un pezzetto di noi muore ogni giorno. Si piantano piccoli semi, sperando diventino un giorno alberi nodosi, sotto le fronde dei quali ripararsi dalla pioggia come dal solleone.

Si rimane, anche quando per rimanere si rinuncia a qualcuno, a qualcosa, a quella che è la parte migliore di noi stessi, forse.

Mi piace pensare che anche questa sia una forma di coraggio e non di codardia.

Qu’est-ce que je fais ici? (tutto è partito da una lezione di Francese)

Photo courtesy La Duchessa

Tutto è partito da una lezione di Francese, lingua che sono costretta a perfezionare per motivi vari. Da una giornata grigia e piovosa. Monotona. Uguale a tante altre.
Da un esercizio di teatro (lei, l’insegnante, usa il teatro per rendere l’apprendimento della lingua più interessante). Un esercizio di improvvisazione, a partire dalla frase: Qu’est-ce que je fais ici?
E la domanda mi è venuta fuori più sofferta – e insofferente – di quello che avrebbe dovuto essere, scatenando l’ilarità generale nei miei colleghi e in me quella sensazione di soffocamento ormai tristemente nota. Quella consapevolezza che ti porti dentro, giorno dopo giorno, ma che cerchi di ignorare, respingendola, nascondendola nei recessi più remoti dell’anima. Quella sensazione di guardarti dall’esterno e non riconoscerti, di vivere una vita che non è la tua, non è quella che vorresti, il cui corso devi cambiare. Ma si sta facendo semrpe più tardi, e le forze vengono meno, come un corridore che investe troppo nello scatto iniziale e non ce la fa in quello finale.
La sensazione soffocante di vivere nella scatola-corso-di-francesce dentro la scatola-ufficio dentro la scatola-Greyville. Dentro la scatola-me-stessa. Un gioco di matrioske. In cui la me vera è diventata la più piccola. Così piccola che non riesco più a ritrovarla.

E’ strano come arriva, il dolore. Arriva quando meno te l’aspetti, o per lo meno quando tutti meno se l’aspettano da te. Quando dopo tanto roller-coasting pensi di poter scendere e stare un po’ tranquilla.
E appena il respiro è tornato regolare e riprendi a camminare tranquillamente, sui tuoi piedi, ecco che ritorna il groppo alla gola, quella mano invisibile che sembra quasi volerti strozzare e ti blocca il respiro. E annaspi in cerca di aria.

Oggi ho finito di leggere I married you for happiness di Lily Tuck. E’la storia di una donna che trova il marito morto mentre fa una siesta prima di cena e decide di passare un’ultima notte con lui, accanto a lui. Ricordando.

Ricordando una vita – due vite – ben lungi dall’essere perfette. Ricordando il primo incontro e l’ultimo, i momenti belli e i momenti brutti, i figli nati e quelli mai nati. La passione. I tradimenti.
Quando ho riletto per l’ennesima volta le ultime due pagine – lei si sveglia al mattino e vede un angelo, simile a un putto rossiccio e riccioluto di un quadro di Caravaggio che aveva visto insieme a lui, e che la conduce alla finestra, dalla quale lei vede il marito che lavora in giardino, e le sorride – mi sono fermata a pensare. E non solo a quelle ultime due pagine, che mi hanno tanto colpito – Nina, la moglie, racconta nel corso della vicenda di sentirsi morbosamente attratta dalle altezze, e al tempo stesso di esserne spaventata. E non perchè soffre di vertigini, ma perchè ha paura di volerle sperimentare, quelle altezze. E io mi chiedo cosa sia successo in quelle ultime due pagine. Ti sei fermata sulla soglia della finestra o hai provato a volare, Nina?

Fear of the heights – paura delle altezze

Heartbreaking unhappy endings

In realtà, non è solo per questo che continuavo a rileggerle. E’ perchè pensavo che sicuramente un giorno mi guarderò indietro e rivedrò le mie notti bianche, la mia rabbia, la mia amarezza, le mie insicurezze, le mie inquietudini. E rimpiangerò di non aver permesso alle persone che mi stanno accanto – quella grande e quella piccola – di non aver loro permesso di avvicinarsi di più.
Più in generale, rimpiangerò di essermi chiusa ermeticamente, di aver diviso la gente per compartimenti stagni, di aver versato i sentimenti in cubetti per il ghiaccio e averli ibernati in attesa di tempi migliori.

Rimpiangerò di non aver permesso a nessuno, nemmeno a quei pochissimi che magari lo avrebbero voluto, di capirmi.

Ma non posso, perchè non capisco nemmeno io stessa cosa sia questo vuoto che si allarga e si allunga fino a diventare una voragine che mi fa venire le vertigini se ci guardo dentro. Un vuoto vecchio di anni, sedimentato di attese, di rimpianti e di rancori. Un vuoto che a volte mi sembra non possa essere riempito nemmeno da tutto l’amore del mondo. Da tutto il calore del mondo. Come se niente fosse mai abbastanza. Come se niente bastasse.

E quella sensazione di essere un po’ come quel girasole che ho visto oggi. Un grande girasole, colorato, che qualcuno ha legato ad un palo, in una giornata senza colori, una giornata di nebbiolina color fumo e di pioggia fitta e densa come una colata lavica.
Un girasole che, per quanto tenti di essere un puntino colorato e fare nel suo piccolo la differenza, per quanto tenti di essere o quantomeno mostrarsi forte e indipendente, soccomberà prima o poi agli elementi esterni. Agli agenti atmosferici. Al traffico dell’anima. All’inquinamento dei ricordi. All’incapacità di smettere di vivere nel passato.

E mi rendo conto che, alla fine dei conti, questo è il post più in prima persona che abbia mai scritto.
E che forse ha avuto ragione chi, per descrivermi, ha usato una frase con la quale Churchill aveva descritto l’ex Unione Sovietica:

I cannot forecast to you the action of Russia. It is a riddle, wrapped in a mystery, inside an enigma

LibriInValigia#2: Once again to Zelda , Wagman-Geller

Once again to Zelda: The Stories Behind Literature’s Most Intriguing Dedications di Marlene Wagman-Geller

Questo libro da solo meriterebbe un post a parte, anzi una serie di post. Non credo che esista un’edizione italiana, ma vi consiglio caldamente di leggerlo, perché è davvero un piccolo gioiello, uno scrigno di “storie dietro la storia”, un regalo scovato in una piccola libreria indipendente di Islington, a Londra.
Si tratta di cinquanta storie “dietro le quinte”, in cui l’autrice ricerca motivazioni e retroscena delle dediche di cinquanta tra i libri più belli e più letti di tutti i tempi, da Pasternak a F.S. Fitzgerald, da Sylvia Plath a Mary Shelley.
Vi ricordate il dibattito tra le due Lare che si contendono il titolo di musa ipiratrice della bellissima ed immortale eroina di Pasternak, sua moglie Zinaida e la sua amante Olga Ivinskaya?
Secondo la Gellers, Lara è Olga. Perché questa è la dedica de Il Dottor Zivago: 

To Olga Ivanskaya
“You guided my hand and stood behind me,
and all of it I owe to you”.

Inoltre, la bella Olga condivide la stessa sorte dell’infelice Lara, come constateremo a breve.
La Ivinskaya conosce Pasternak mentre lavora come editrice presso il giornale Novy Mir. L’amicizia tra la fervente e appassionata Olga, amante della poesia di Pasternak, e lo stesso Boris nasce sui versi e sulle discussioni incentrate su Il Dottor Zivago, allora in corso di redazione, e presto diventa qualcosa di più. In una lettera del 1947, Pasternak le dichiara amore eterno ed imperituro, definendola my love..my angel. Ciononostante, non è disposto a lasciare la sua famiglia, alla quale si dichiara legato dal dovere e dal senso della responsabilità.  La sua storia con Olga forma parte integrante della trama de Il Dottor Zivago, traducendosi nella relazione tra Jurij e Lara.
Come Lara, Olga scopre di aspettare un bambino da Boris, ma durante la sua prigionia in un campo di lavoro, durante la quale viene sottoposta a violenze fisiche e psicologiche: ad esempio, le viene mostrata una bara e viene invitata ad aprirla per convincerla che Boris fosse morto e forzarla a svelare quanti più dettagli possibili sull’impegno anticomunista di Pasternak. Ma il prezzo da pagare per Olga non si riduce alla prigionia, non si riduce all’inevitabile destino di “altra donna”, di amante: dopo la morte di Pasternak nel 1960, viene processata e condannata ad otto anni in un gulag, come Lara, uscita un giorno di casa per non farvi più ritorno, prigioniera, morta o sparita da qualche parte, una delle centinaia di desaparecidas rese ancora più invisibili dal fatto di essere donne.
Le torture, le sofferenze e le privazioni patite da Olga durante questi anni sono state da lei rese pubbliche nelle sue memorie, Prigioniero del tempo. La mia vita con Boris.
Non soprenderà il fatto che il memoir sia dedicato al suo amato Pasternak:

La maggior parte della mia vita è stata dedicata a te – e quello che ne resta lo sarà altrettanto.

Margaret Mitchell dedica il suo celeberrimo Gone With The Wind (Via col vento) ad un certo J.R.M.
Questa dedica così criptica racchiude la storia della stessa Mitchell e del suo romanzo.
Margaret, affettuosamente chiamata Peggy, è una vera figlia del Sud. Dopo che sua nonna, l’influente Annie F. Stevens, colonna portante dell’Atlanta bene, la fa ammettere nel prestigioso club della debuttanti, Peggy se ne fa rapidamente espellere, presentandosi ad un ballo come l’antitesi della dama del Sud, vestita in maniera provocante, con calze nere e rossetto carminio, e danzando in maniera così disinibita da scandalizzare gli astanti.
Nel 1922, la Mitchell incontra il suo Rhett, Berrien Red Upshaw, del quale si innamora follemente, nonostante lui la prenda in giro per le sue gambe corte e sua nonna disapprovi di tutto cuore l’affascinante bad boy  che ha stregato la nipote. Nello stesso periodo, Margaret conosce il suo compagno di stanza, John Robert Marsh, tutt’altro che bello, ma folle di amore per lei.
Margaret sceglie l’affascinate Red e lo sposa nel corso dello stesso anno, mentre John, che fa loro da testimone, è costretto a nascondere il suo cuore spezzato.
Il matrimonio della Mitchell ha comunque breve durata, a causa del carattere violento e dell’alcolismo di Red. Quando arriva il momento del divorzio, Peggy si rivolge a John per amicizia, sostegno e affetto. I due si sposano poco tempo dopo il divorzio di Margaret da Red.
Quando una malattia la costringe a letto per diverso tempo, per farla distrarre John porta alla moglie alcuni libri di storia dalla biblioteca pubblica. Quando l’interesse della moglie per la storia americana diventa sempre più incalzante, John le suggerisce di scrivere un libro. Di qui nasce Via Col Vento, e di qui la dedica della Mitchell al marito, all’amico, a colui che l’ha esortata e spronata a scrivere. A colui che ha creduto in lei.

Potrei continuare a scrivere per ore su questo libro. Per ora vi lascio con un’ultima storia, un’ultima dedica. Sylvia Plath, la bella poetessa americana sposata con Ted Hughes, sorprendenemente non dedica The Bell Jar all’amatissimo marito, ma ad “Elizabeth e David”.
Per capire perchè, bisogna fare un salto indietro. Sylvia incontra Ted a Cambridge, durante il suo soggiorno in Gran Bretagna grazie ad una borsa Fulbright. È amore a prima vista: lui si fa avanti tra la folla e si mette a recitarle i suoi versi; lei è talmente attratta da lui e confusa che, mentre bevono e ballano, gli morde l’interno della bocca tanto da farlo sanguinare. Ted le confisca la fascia per capelli per essere sicuro di rivederla. Si sposano quattro mesi dopo, e si trasferiscono a Court Green nel Devon, dove fanno amicizia con i loro nuovi vicini di casa, David ed Elizabeth Sigmund (i David e Elizabeth della dedica).
Dopo la nascita dei loro due figli, un serpente si introduce nella loro serenità coniugale sotto le mentite spoglie di Assia, la bellissima moglie del poeta londinese che aveva affittato loro il cottage dove abitavano. Ted ne diviene l’amante; Sylvia lo caccia di casa e precipita in una profonda depressione, trovando aiuto e amicizia presso i suoi vicini di casa, ai quali dichiara “Ted lies to me all the time.He has become a little man…I have given my heart away and I can’t take it back – it is like living without a heart”.
Quando Sylvia decide di andare a vivere a Londra con i suoi due bambini per voltare pagina, Elizabeth e David cercano di farle cambiare idea, preoccupati a causa della sua fragilità e della sua depressione. Le loro previsioni si rivelano, purtroppo, lungimiranti: a soli trent’anni, Sylvia constata con disperazione che il suo appartamento londinese e la sua vita stessa sono diventati una campana di vetro dentro la quale si sente soffocare. Prepara latte e pane sul comodino dei bambini, sigilla la porta della cucina con degli asciugamani, e sceglie di morire, di soffocare velocemente, con la testa dentro il forno, anzichè lasciarsi soffocare lentamente dentro la sua campana di vetro.
Sei anni dopo la morte di Sylvia, Assia, in una macabra emulazione della morte di quella rivale di cui non si era mai riuscita davvero a liberare, si sarebbe lasciata morire allo stesso modo con la figlioletta Shura, dopo aver inghiottito dei sonniferi.
Hughes, stravolto dalla triplice tragedia, avrebbe dichiarato ad Elizabeth: “My creativity presented me with a demon. If I get close to people, I destroy them”.
Nell’ambito di queste tragiche vicende, appare evidente il desiderio di Sylvia di esprimere la sua riconoscenza ai coniugi Sigmund dedicando loro il suo unico romanzo.

L’insostenibile inadeguatezza dell’essere

Reality vs Expectations (500 Days of Summer)

…o meglio, dell’essere oggi. E con oggi non intendo soltanto questa giornata particolare, anche se in realtà c’entra parecchio; ma intendo ai giorni nostri. Dove il quoziente intellettivo viene valutato attraverso griglie di ragionamento logico/astratto/numerico/verbale.
Dove tutta la nostra vita, piccola o grande che sia, deve rispettare la formattazione di un Europass.
Dove gli hobby devono diventare ambizioni.
Dove DEVI necessariamente saper parlare almeno 5 lingue, tra cui almeno una deve essere rara.
Dove devi rispondere a canoni estetici restrittivi. Devi essere magra, non devi avere la cellulite, devi farti la manicure, devi assolutamente farti la messa in piega.
Devi essere mamma ma devi anche essere donna ma devi anche essere donna in carriera ma devi anche essere una buona amica moglie fidanzata donna amante ma devi anche essere te stessa. Io mi sono persa sull’ultima battuta.

Mi chiedo come si presenterebbe oggi Cenerentola ad un improbabile colloquio presso un’altrettanto improbabile agenzia interinale. “Salve, avevo un nome che ormai non mi ricordo nemmeno io ma doveva essere carino, comunque chiamatemi pure Cenerentola. Sono di nobile lignaggio ma faccio la donna delle pulizie di professione, e tra l’altro sono anche orfana e alla mia famiglia adottiva non piaccio granchè, che dire, siamo solo una normale famiglia disfunzionale contemporanea.
Se ho intenzione di avere figli nel breve periodo? Beh, a dire il vero tra i miei hobby ci sarebbe cantare agli uccellini, parlare con i topolini ed altri animaletti più o meno domestici e fantasticare sul mio principe azzurro feticista – ho davvero dei piedini incantevoli, nonchè una fissa per le scarpette di cristallo! Allora, would you have any suitable position for my profile?” (e qui sfoggerebbe anche la sua conoscenza delle lingue straniere).

Se non la mandassero via immediatamente come completamente tocca, al massimo le toccherebbe un altro posto da donna delle pulizie, magari anche in nero. Con la promessa di non cantare durante il lavoro. Mai. E magari le chiederebbero pure una cover letter.

Cenerentola (con tanto di cover letter) – Reality

Cenerentola -Expectations

Eh cara Wislawa, ma d’altro canto tu hai sempre ragione.

Scrivere un curriculum


Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.


A prescindere da quanto si è vissuto
Il curriculum dovrebbe essere breve.


E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
E ricordi incerti in date fisse.


Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.


Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza un perché.
Onorificenze senza motivazione.


Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
E ti evitassi.
Sorvola su, cani gatti e uccelli,cianfrusaglie del passato, amici e sogni

Meglio il prezzo che il valore

E il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa,
che non dove va
colui per cui ti scambiano.


Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.


Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che triturano la carta.
(Wislawa Szymborska) 

Scappo a prendere l’ultimo treno per Dreamland/Neverland, prima di rimanere qui inchiodata a Greyville.

PS: la presenza di Wislawa in questa pagina non è assolutamente casuale..e non solo perchè Wislawa è sempre Wislawa, ma anche e soprattutto perchè oggi è la Giornata Mondiale della Poesia. Ed anch’io vi saluto così, coi versi. Perchè, come canta il Cyrano di Guccini…

….perchè Rossana è bella

siamo così diversi

a parlarle non riesco

le parlerò coi versi…

..dev’esserci lo sento

in cielo o in terra un posto

dove non soffriremo

e tutto sarà giusto

non ridere ti prego

di queste mie parole

io solo sono un’ombra

e tu Rossana il sole

Ma tu lo so non ridi

dolcissima signora

ed io non mi nascondo sotto la tua dimora

perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano

se mi ami come sono, per sempre tuo per sempre tuo per sempre tuo

Cyrano…

          (Cyrano, Francesco Guccini)

Forse per questo soffro d’insonnia (@OphelinhaPequena)

E’ la realtà quella che si crede?

E’ la realtà quella che si vede?

Sogno o son desta?

Sognando, nel mio sogno ero sveglia

e dormivo.

Navigavo in una nube confusa

feto tornato nel grembo materno

ancora incompiuto

ancora indeciso

davanti alle infinite possibilità

di essere – di non essere

di quello che verrà.

I miei sogni sono a colori.

Sono un quadro di Jackson Pollock.

I colori sono più vividi.

Vedo di più,

sento di più,

nei miei sogni.

Quale realtà?

Nei miei sogni sono più vera,

sono più viva, nei miei sogni,

sono io – o chi voglio essere.

Nei miei sogni sono bella

talvolta.

Nei miei sogni sono felice

talvolta.

Nei miei sogni sono a casa

talvolta

– a casa mia, quella che nessuno sa,

lontana come dentro a uno specchio,

cara come un ritorno.

Nei miei sogni ci sei tu,

talvolta

– o forse non proprio tu,

quello che nessuno sa.

Vivo dormendo.

Dormo vivendo.

Sarà per questo che soffro d’insonnia.



PS del PS: oltre ad essere la Giornata della Poesia, è il compleanno di una grandissima poetessa, Alda Merini. Che scriveva le sue migliori poesie con i ginocchi
Auguri Alda, ovunque tu sia (e mi piace pensare sia un campo di girasoli). Parole come le tue sono le chiavi per liberarci dalle nostre gabbie.

Le più belle poesie (Alda Merini)

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le mani aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso nè ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto perchè
sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio
di una sopravvivenza negata.

(da “Vuoto d’amore”)