The fault, dear Brutus, is not in our stars.

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The fault, dear Brutus, is not in our stars,
But in ourselves, that we are underlings.

(William Shakespeare, Julius Caesar, Act 1 – Scene 2)

(La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni.- trad. Goffredo Raponi)

No, John Green non c’entra niente. C’entra invece il concetto di responsabilità individuale, il nesso hubris-ate, colpa-responsabilità, che troppo    spesso ignoro.

È da un (bel) po’ di tempo che non scrivo un post personale. Non lo faccio perché ho sempre più paura di essere giudicata, per il mio stile, che spesso  sfocia nel retorico; per le mie insicurezze; per la mia confusione, in un mondo in cui tutti sembrano così sicuri di sé che fa quasi male.

Ma la paura è stata la forza che ha prepotentemente guidato questi ultimi mesi. La paura dell’eterno ritorno dell’identico. La paura della routine, che niente possa mai cambiare, che ogni giorno diventi uguale agli altri, in un caleidoscopio liquido in cui il tempo diventa mera alternanza di ore, giorno e notte, stagioni. Mesi. Anni.

La paura -spasmodica -di cambiare. La fortissima tensione che mi spinge a corteggiare il cambiamento, a inseguire il cambiamento, a sospirare per esso, come se io avessi di nuovo quindici anni e lui fosse quel ragazzo troppo grande e troppo bello che non mi ha mai degnato di uno sguardo.

La stessa paura che mi ha fatto programmare un trasferimento internazionale e poi me l’ha fatto cancellare. La stessa paura che mi ha fatto arrivare quasi dove volevo – così vicino – potevo quasi toccare quella nuova me, in quel nuovo Paese, quella nuova città, quel nuovo ufficio, quella nuova casa, quella nuova vita. Ho detto no, e quella nuova me non esisterà mai.

E potrei elencare tutte le ragioni per cui non esisterà – tempismo, congiuntura economica, geografie e congiunzioni astrali – che obiettivamente esistono, e sussistono. Tuttavia, se mi guardassi davvero allo specchio, dovrei ammettere che la vera ragione per la quale non sono scesa da quel treno – letterale e metaforico – e sono rimasta ad osservare il paesaggio senza avere il coraggio di scendere, col naso schiacciato contro il finestrino sporco, sono io.

Nella tragedia che Shakespeare ha dedicato a Giulio Cesare, Bruto lamenta il suo destino di uomo comune, che preferirebbe la morte a un destino invisibile, costretto a vivere nell’ombra immensa di Cesare, un gigante, un Colosso, un dio, colui che tutto può.

Cassio gli ricorda che, se vivono da codardi, se si comportano da schiavi, se si condannano a un destino da inetti, la colpa non è degli astri o del fato o delle circostanze o di Cesare: la colpa è loro. Bruto e Cassio sono artefici e responsabili del proprio destino: potrebbero essere Cesare, ma non lo sono.

Sono giorni, mesi che inseguo giustificazioni: le cose non vanno mai come dovrebbero andare, la tempistica è quasi sempre sfortunata, la vita da  expat raddoppia problemi e responsabilità, tutto nella mia vita è successo d’un colpo, troppo di fretta, quando non ero ancora pronta. Ma è successo, e per quanto possa essere così arrabbiata con me stessa e con il mondo, il risultato finale non cambia: è successo. Deal with it.

E tutti i passi falsi, tutte le decisioni sbagliate, tutta la fiducia accordata a persone che probabilmente non se la meritavano, tutti gli errori di valutazione, tutta l’infelicità degli ultimi mesi, tutta quella ribellione che mi porto dietro da una vita si riassume nei versi immortali del Bardo: volevo essere Cesare, sono Bruto e Cassio.

Sono qualcuno che pensavo di conoscere, ma che, semplicemente, non conosco più.

Soundtrack: Somebody That I Used To Know, Gotye