Il Calendario dell’Avvento letterario #8: le madri del mese di dicembre

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Questa casella è scritta e aperta da Vittoria di La filosofia secondo BabyP

Giorgio Manganelli
Giorgio Manganelli

 

Le madri del mese di dicembre sono le più infelici dell’anno. Contano i giorni e le ore, poi moltiplicano: venticinque giorni per ventiquattro ore. Il mese di dicembre è una lunga domenica di seicento ore. Allora dici: gli interstizi d’infelicità vanno riempiti, il cuore deve pompare pace e amore e serenità, fino alle estreme periferie delle dita dei piedi.

Le madri del mese di dicembre smettono di correre, di nuotare, di spalmarsi la crema anticellulite; ogni sforzo sarebbe vano in questo mese di aperiauguri e cesti di Natale coi funghetti sott’olio e il cotechino precotto. Prendi la bottiglia dal cesto, un moscato dolce, e ne assapori il perlage: in bocca un pugno di puntine da disegno.

Le madri del mese di dicembre sono piene di aspettative, tutte deluse, frantumate. Ogni mattina rivolgono occhi di speranza al cielo di latta. Attendono un fiocco di neve, che danza ramingo nell’aria, un solo fiocco a dare senso al Natale: il Natale è bianco. Hai pagato lo stagionale, lezioni su lezioni individuali, sci e scarponi nuovi per i tuoi figli; guardi il cielo, un sospiro di nebbia danza ramingo nell’aria, e ti viene da piangere: il tuo Natale è grigio.

Le madri del mese di dicembre spalancano la bocca e fanno: Oooh. Il Natale è ridondante, i bambini tendono al barocchismo. Le madri spalancano la bocca e fanno: Ooooh davanti a quei ceffi travestiti da Babbo Natale col vestito acrilico, Oooh davanti alle luci lisergiche della vetrina del macellaio, e ancora Ooooh, Che bella tazza con le corna di renna in porcellana. Oooh. Le tua casa è più Tiger che Ikea, la Danimarca ha invaso la Svezia, lucine lisergiche dentro i salotti i bagni le cabine armadio, e poi renne ed elfi e cuori, cuori che pompano l’amore cosmico.

Le madri del mese di dicembre, sempre in competizione – a giugno era l’abbronzatura, a settembre l’inserimento più strepitoso, ora è il Natale, l’agone più duro -, allestiscono il presepio fatto come una volta col tappeto di muschio e il cielo di cotone; qualcuna ha consegnato la letterina brevi manu a Babbo Natale a Rovaniemi. Tu sei pure dimagrita, sarà stata la raccolta del muschio o il Circolo Polare Artico, o la rappresentazione della felicità.

Le madri di dicembre sono un po’ nervose il giorno della recita di Natale, il figlio non è stato scelto per fare il protagonista, ma è Natale, bisogna amare il prossimo, persino quella bambina bionda al centro del palco.

Entri, occupi la seconda fila con maglie giacconi capellini, la maestra è agitata, le madri davanti a te si spostano da destra a sinistra, poi da sinistra a destra; tu calma, interstizi vuoti o troppi pieni di chissà cos’altro. Buio, luce, bambini che recitano e cantano, uno imbalsamato, ma lei dov’è? Hai lo stomaco che si accartoccia: l’hanno dimenticata, forse esclusa. Buio, luce, arriva lei, stelline dorate nei capelli e occhi che cercano i tuoi. Sono qua!, vorresti alzarti e urlare, e invece i sui occhi continuano a vagare per la platea di nonne mamme e fratelli.

Sono qua!, ti vede, le sue stelline sorridono, le dita dei tuoi piedi – gli interstizi? – formicolano.

ll Calendario dell’Avvento Letterario#17: Manganelli e l’infelicità del Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi, che il 20 dicembre inaugura la sua prima mostra fotografica al Castello di Monasterolo di Savigliano: in bocca al lupo!

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Quando ero piccola attendevo il Natale con ansia, come ogni bambino del mondo. Ero eccitata, felice, nell’attesa di quel giorno misterioso e elettrizzante che avrebbe portato – la questione era soprattutto quella – i regali che durante l’anno potevo solo sognare.
Le mie sorelle e mia madre facevano l’albero di Natale fuori, in giardino, o sul balcone, con quelle luci che, da un anno all’altro, non si riaccendevano mai – ricordo quella volta che rischiammo quasi il cortocircuito, per esserci affidate incautamente a un elettricista adolescente che forse, sicuramente, voleva far colpo su una delle mie sorelle. Le lampadine colorate iniziarono a fumare, una esplose.
Derivò da lì, forse, l’idea che, nonostante le grandi aspettative, nonostante l’ansia per i regali, il Natale non fosse cosa per noi, così disorganizzati e incauti.
Una delle mie sorelle, poi, alla mia gioia per l’arrivo del Natale, rispondeva sempre, con atteggiamento sprezzante: “il Natale è la festa più malinconica che esista.”
Lo imparai con gli anni, e mi fermai spesso a riflettere su quanto solo l’attesa fosse scintillante e quanto questi giorni di festa, in realtà, non facessero che amplificare un senso di inquietudine che, pur in forme sempre differenti, torna a visitarmi quasi ogni anno.
Una specie di solitudine che non saprei spiegare, ma che ho ritrovato, per caso, qualche anno fa nelle pagine di quel libro di Giorgio Manganelli, intitolato “Il presepio”, edito postumo, nel 1992.
Il primo capitolo del libro, in modo che trovo adorabile nella sua filosofica esagerazione, tratta in modo quasi catastrofico di quella “infelicità natalizia” che, a parole, non sono mai riuscita a dire:

“Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo dell’imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia il mattino con quel sentimento, discontinuo durante tutto l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l’infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell’anno, questa è una tetraggine che ha dell’astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell’universo, e oltre, se si dà un oltre.”

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A casa mia, in quegli anni, non c’era posto per il presepe. Non ho mai capito se fosse per questioni di spazio o perché non interessasse a nessuno, il fatto è che per anni ho guardato con misterioso sospetto e malcelato interesse a questa rappresentazione casalinga di un momento immobile, così artefatta e meravigliosamente fasulla.
Giorgio Manganelli scrive ‘Il presepio’; lo inizia e lo termina, senza farne parola con nessuno e, nel viaggio letterario e filosofico nella “macchinazione cosmica” che è il presepe, si fa narratore e quasi teologo, custode e indagatore di quel sentimento di vuoto che proprio nel Natale sprigiona la sua forza invasiva.
La provocatoria affermazione per cui “Al Natale non si dà fuga, in nessun modo” accompagna un discorso sul presepe e nel Presepe, inteso come teatro del reale ai confini col nulla.
Manganelli non si limita a osservare il Presepe, vuole entrarci dentro.
“Io sto macchinando per entrare nel Presepe […] se io entro, io diverrò parte del Natale, capite?”

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Nessuno si salva dalla lente analitica manganelliana, né la Madre, né tantomeno il figlio, bambino per l’eternità. Si salva, e Manganelli ha per lui uno sguardo quasi pietoso, il padre putativo, “vittima” della macchinazione divina.
“Ti sei trovato nel centro di una storia che non poteva fare a meno di te, che tuttavia non ti si poteva disvelare del tutto. Per questo te stai come chi tenga d’occhio, ma insieme consapevole che chiunque potrebbe sgridarlo mandare in un angolo a mangiare un pane umile e privo di interesse. […] Ti hanno ringiovanito i tecnici delle immagini, ma in realtà non mi dispiace vedere quanto sei vecchio, deciduo, un po’ malinconico.”

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Tutti i personaggi, che lo vogliano o no, fanno parte della commedia – o tragedia- dell’inesplicabilità dell’esistere.

“Già ora mi chiedo, per entrare nel mondo del presepe, mi toccherà staccarmi dal mondo?”

E si parla anche della cosiddetta “felicità Natalizia”, contraltare di tutta la dissertazione e che, per l’autore non è altro che “una finta e artata letizia”, a coprire con un telo una “smaniosa disperazione”.
Manganelli trascina il lettore in questo ragionamento e stravolge la tradizione, andando a solleticare quella spina che nient’altro è quel senso appiccicoso di malinconia che invade molti, nell’animo, in questi ultimi giorni dell’anno.

Lo so, forse esagero. Ma, leggendo questa prosa così ragionata, arguta, perfetta nel suo smascherare errori e orrori della farsa, in effetti, ci si lascia coinvolgere in questa “burla teologica”, per camminare sull’orlo del baratro e dimenticarci un po’ di noi, delle malinconie che, soprattutto in certi anni, pesano un po’ di più sulla bilancia.
La fine di un lungo periodo, con tutto il suo peso di giorni, gioie e piccoli e grandi dolori; l’inizio di qualcosa di nuovo che non si sa mai.

Quand’ero piccola attendevo il Natale con ansia. Ora, che sono grande veramente, lo vivo con un sentimento, addosso, come un vestito, che presenta sempre qualche piega, qualche nota stonata. Amo le luci e il freddo che mi gela il naso, riesco a percepire la bellezza in alcuni gesti ma no, io, scusate, quest’anno passo.
Buona lettura e Buon Natale. A tutti.