Sylvia Plath. Solitudini e moltitudini.

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Penso spesso alla solitudine di Sylvia Plath.

Non in modo morbosamente curioso: succede quando leggo una sua poesia, quando sfoglio i suoi diari (ritrovando tra le sue parole tanto di me, più di quello che vorrei), quando ripercorro le tappe della sua vita attraverso le sue lettere – quasi come sfiorare una persona cara al buio, riconoscerne i tratti, colline di guance e vallate di collo.

Penso a quanto si sia sentita sola, quella sera di febbraio del 1963. Così sola che nessuno sarebbe più riuscita a toccarla, pelle e anima, che nessuno sarebbe più riuscito a guardarla e vederla, veramente. Sola di quella solitudine che ti avviluppa tutta e diventa una seconda pelle scomoda, appiccicosa, sudaticcia. La pelle di qualcun altro.

Così sola che nessuno sarebbe più riuscito ad ascoltarla – non sentirla, ascoltarla – e capire quella voglia di gridare e battere i denti e strapparsi vestiti e capelli di dosso ed esorcizzare tutto quel dolore, quella stanchezza di secoli, quell’impossibilità di rassegnarsi al flusso degli eventi, di vivere giorno per giorno.

Penso a quanto debba aver lottato per anni senza mai rassegnarsi alla mediocrità, senza riuscire a cercare pace, cercando qualcosa e qualcuno da amare così tanto da farle male, da farla sentire profondamente, inesorabilmente viva. Da distruggerla.

Penso a quanto debba aver avuto freddo, quella notte, nel suo appartamentino londinese. Così freddo da essere scossa da brividi dalla testa ai piedi, lame di gelo conficcate tra le scapole, stalattiti di ghiaccio a perforare il cuore, con la convinzione recondita di non riuscire mai più a provare l’abbraccio del calore. Un abbraccio capace di liberarla da quell’inverno perpetuo e riportarla nelle sue amate spiagge della East Coast, la pelle giovane sporca di sabbia bianca e tostata dal sole, i piedi immersi nell’acqua trasparente come quando, a due anni e mezzo, la madre le aveva annunciato l’arrivo del fratello Warren, e Sylvia aveva preso coscienza di essere parte del tutto ed essere al tempo stesso un essere autonomo, con limiti e confini ben delimitati.

Penso a quanto dovesse avere fame. Non fame di quel pane e quel latte che avrebbe lasciato per la colazione dei suoi bambini: fame di vita, così tanta da esplodere, fame di balli e vestiti che lasciavano le spalle scoperte e macchine decappottabili e ragazzi alti Ivy League e scarpe a tacco e vento tra i capelli . Fame di parole, parole partorite dal sangue e dall’inchiostro che trovavano la loro collocazione in strutture retoriche perfette, parole che messe tutte insieme avevano senso, davano un senso al dolore, all’alienazione, all’impossibilità di essere capite, a quell’amore così assoluto da tradursi nell’impossibilità di respirare. Nostalgia di un tempo in cui quelle parole, quei versi, quelle frasi si facevano ricettacolo di una rabbia muta e sorda, e sfamavano la necessità di capire, di capirsi, di riconoscersi.

Penso a Sylvia, seduta a tavola, il capo chino sulle mani, a ripercorrere la trama dei suoi errori, di tutte le cose che avrebbe potuto fare meglio, di tutte le cose che aveva voluto fare e non aveva mai fatto. Quella lettera di rifiuto alla scuola estiva di Harvard, quell’esperienza newyorkese che sapeva di cocktail andati a male, le poesie più belle che non avrebbe mai scritto, Ted. Quella pantera che le aveva strappato la fascia dai capelli e aveva preteso di cibarsi del suo cuore. Quel poeta dal quale si era spesso sentito oscurata, e dal quale, al tempo stesso, era incoraggiata a scrivere, a fare di più, a fare meglio. Quello stesso Ted che avrebbe poi scritto Birthday Letters, uno struggente commiato in versi (che emana anche l’odore pungente di una catarsi tardiva dai sensi di colpa) dalla moglie abbandonata, ormai morta, che fa intravedere in quella stanzetta londinese anche la sua ombra: un’ombra scomoda, che non c’era quando Sylvia ne avrebbe più avuto bisogno. Too little, too late.

Penso a Sylvia, che ha amato così tanto Ted senza forse mai conoscerlo veramente, e a Ted, che proprio non riesco a farmi stare simpatico, che forse ha amato Sylvia senza mai capirla a fondo. Senza mai vederla davvero, quella bellissima ragazza di vetro incrinata da tante, troppe fragilità.

E penso a Sylvia e ai suoi bambini, a Nicholas e Frieda. Penso al dolore struggente di una madre che sa che non li vedrà mai crescere, che li abbraccia col cuore, con gli occhi, con la memoria, nella quale rimarranno sempre piccoli, nella quale non cresceranno mai. Sylvia non sarà con loro il primo giorno di scuola, non nasconderà i loro regali sotto l’albero di Natale, non asciugherà le lacrime delle prime delusioni d’amore, non assisterà alla loro cerimonia di laurea.

Cerco di immaginarmi come sia stato, quando tutto è diventato troppo, quando il peso di se stessa, l’orrore di convivere con se stessa, il peso delle responsabilità e di tutte le decisioni moltiplicate per tre sono diventati semplicemente insopportabili. Ripercorro i suoi passi silenziosi, forse scalzi sul pavimento gelido, rivedo quelle azioni così semplici e quotidiane eseguite con maldestra maestria per l’ultima volta: aprire il frigo, versare il latte nei bicchieri, affettare il pane (sentire la lama fredda del coltello contro la guancia, indugiare in una voluttà momentanea, un desiderio di sangue: il sangue della ferita di Ted dopo quel morso irruento di Syvvy alla prima festa, il sangue mensile, il sangue dell’imene lacerato di Esther Greenwood; ma non è così che deve finire).

Penso a Sylvia che prepara con cura gli asciugamani col monogramma (magari SH, non SP) e tappa ogni fessura con cura maniacale, il suo modo di accomiatarsi.

E penso a Sylvia, sdraiata per terra sul pavimento gelido, cercando di colmare quella voragine nel cuore che, nonostante tutto l’amore e le parole e i ricordi e i successi, diventa sempre più profonda, aspettando che il suo cuore esploda, sperando con tutta la se stessa che le rimane di trovare pace.

Tutto questo Katie Crouch l’ha raccontato molto meglio di me qui. Perché, quando quella particolare campana ha suonato, ha toccato – e continua a toccare, e a scuotere nel profondo – migliaia di non isole che abitano acque agitate, e che hanno bisogno di non sentirsi soli come Sylvia, quella notte. Hanno bisogno di dissetarsi di versi che testimonino che qualcun altro, un giorno, una notte, si è sentito esattamente nello stesso modo, e ha trasformato la rabbia e il dolore in energia creativa, in poesia immortale. La solitudine di una donna in una freddissima notte di febbraio è diventata il cuore pulsante di una moltitudine viva, vitale, vibrante: tre aggettivi che Sylvia – sia quella bionda che quella bruna – avrebbe amato.

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The Ophelinha Gazette#4 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Niente Chablis per questa puntata della Gazzetta, ottenebrata dai fumi della febbre e del raffreddore. In diretta dal divano, la direzione vi augura una buona lettura.

1) Il mistero Harper Lee continua a far sguazzare nel buio il mondo dell’editoria e gli appassionati seguaci di Scout, Atticus &co. Se Finzioni magazine rilancia la teoria del complotto, il New Yorker la butta sul chill out, baby. Diamo a Harper (e al suo avvocato, e alla Harper Collins) il beneficio del dubbio! Nella peggiore delle ipotesi, anche se il libro fosse una roba illeggibile, we’ll always have To Kill a Mockingbird  (parafrasando il caro vecchio Humphrey Bogart in Casablanca).

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Nel frattempo, la Harper Collins rivela la (presunta) copertina di Go set a Watchman (secondo USA today si tratterebbe solo di una copertina temporanea) e la sempre ottima Cara di Yummy books ci fornisce la ricetta per preparare la lane cake (una torta a strati a base di pan di Spagna) di Miss Maud, che tanto piaceva alla piccola Scout.
Io continuo ad aspettare speranzosa, ché un po’ di Atticus Finch fa sempre bene all’anima.

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dal sito Yummy Books

2) L’11 febbraio ha marcato il cinquantaduesimo anniversario della scomparsa della mia amatissima Sylvia Plath (qui trovate un mio post sulla correlazione tra elementi biografici e immaginario mitico nella sua poesia). Dato che la Plath non passa (fortunatamente) mai di moda, ascoltatela leggere alcune sue poesie dalla raccolta Ariel, approfondite con questo saggio di Sarah Churchwell sul Financial Times, fatevi un giro tra i tesori e i ricordi di famiglia di Frieda Hughes (figlia di Sylvia e Ted Hughes, la cui biografia non autorizzata, a cura di Jonathan Bates, in uscita ad ottobre, promette di essere uno dei libri più interessanti del 2015)

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3) Un bellissimo articolo di Rivista studio sull’escamotage usato per far sbarcare l’Ulisse di Joyce in America.

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4) Gli appassionati di libri, lettura e letteratura avranno presto un nuovo punto d’incontro: il Literary Hub, che dall’8 aprile diventerà un contenitore di saggi, articoli, interviste e recensioni.

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5) Un articolo di Annamaria Testa sull’Internazionale, sulle parole che sono perle preziose e vanno trattate come tali.

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6) Dieci curiosità su dieci grandi scrittori, da Kerouac che non sapeva guidare (alla faccia di On the Road) a Virginia Woolf, la cui stanza tutta per sé era sorprendentemente sporca e disordinata.

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Dalla redazione è tutto. La Gazzetta sospende le tirature per una settimana perché qui in redazione si celebra il genetliaco di uno degli eteronimi. Ad maiora!

Sylvia Plath tra poesia e mito

I think I would like to call myself “The girl who wanted to be God”
(Sylvia Plath, Words)

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Perché continuiamo a leggere Sylvia Plath, a cinquantadue anni dalla sua morte, e ad immedesimarci nei suoi scritti?
Perché Sylvia Plath incarna e simboleggia la dicotomia che ogni donna (e, in una certa misura, ogni essere umano) si trova ad affrontare: l’eterna lotta tra essere e dover essere, tra io privato e io pubblico. La disperata ricerca di conformarsi allo stereotipo di ragazza americana (sana, bella, intelligente, simpatica, sportiva, competitiva) cercando di nascondere, dietro questa patina dorata, il suo essere una ragazza di vetro sotto una campana di vetro.

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Questa dicotomia viene analizzata da Ginevra Bompiani nel suo Lo spazio narrante, e viene messa in relazione con la poetica della Plath.
Nell’estate del 1954, Sylvia cerca di dare forma concreta (e ironica) alle contraddizioni che le straziano l’anima (l’anno precedente la ragazza aveva cercato di uccidersi ed era stata ricoverata in una serie di cliniche psichiatriche, dove aveva sperimentato una delle sue più grandi paure, l’elettroshock; l’intera esperienza viene raccontata dalla Plath nel suo unico romanzo, The Bell Jar, La campana di vetro) tingendosi i capelli biondo platino.

Il suo io biondo platino rappresenta il suo tentativo di ribellarsi all’io bruno, “…la grigio vestita, sobria, bevitrice d’acqua, presto-a-letto, economa, pratica ragazza che ero diventata…” (da una lettera alla madre del 13 ottobre 1954).
Non stupisce dunque che Sylvia abbia scelto come argomento di tesi il tema della doppia personalità in Dostoevskij, né che elementi come lo specchio, l’acqua, il riflesso, le ombre, i gemelli diventino parte integrante dell’immaginario mitico della sua poesia. La cura rigorosa, quasi maniacale della forma e dello stile serve a contenere, a plasmare quelle poesie che “…non sono ispirate da nient’altro che un ago o un coltello o quel che sia” (da una dichiarazione per la  BBC del 1963, prima di un suo reading di poesie).

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Non c’è tuttavia una contraddizione tra un “io vero” e un “io falso” nella Plath: la poetessa accetta il mondo per quello che è, pur vedendolo come una comunità a lei estranea in cui ha bisogno di essere riconosciuta.
Per questo motivo Sylvia cerca di conformarsi e di accettare quelle regole che la vogliono studentessa modello, figlia affezionata, moglie innamorata, madre devota. La Sylvia delle lettere è la Sylvia pubblica, la Sylvia bruna: tutta la vita degli affetti appare nelle sue corrispondenze costante e tale da riscuotere l’approvazione dell’Americano medio. Nelle lettere, Sylvia dichiara di amare sua madre, suo fratello, le amiche, i bei ragazzi alti e sportivi.

pinkLa Sylvia bionda, che non ha bisogno di essere riconosciuta, emerge nelle sue poesie: qui viene fuori l’odio/amore per la madre, garante della Sylvia convenzionale, che si rifiuta di accettare la confusione, i problemi mentali della figlia.

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Le lettere di Sylvia alla madre sono sempre piene di affetto e di riconoscenza nei suoi confronti, in contraddizione con l’insofferenza e il rancore che emergono in The Bell Jar; Aurelia, la madre-vampiro, non deve, non può vedere sua figlia come quel calice di cristallo, prossimo a frantumarsi, come quella ragazza di vetro dentro una campana di vetro dopo che Ted l’ha lasciata. Silvia, spezzata dal dolore, proibisce alla madre di raggiungerla a Londra.
Un’altra delle colpe imputate alla madre Aurelia è la morte del padre Otto. Quest’ultimo aveva deciso che sarebbe morto precocemente di malattia e si era autodiagnosticato un tumore, chiudendosi nelle sue stanze e vivendo totalmente alienato dai figli. In realtà, Otto sarebbe morto nel 1940 di diabete. Per Sylvia, il padre avrebbe rappresentato, nel suo immaginario poetico, la volontà di morte.
Altro rapporto problematico è quello col fratello Warren. A due anni e mezzo, mentre Sylvia cammina sulla riva del mare (che identifica come il suo elemento naturale; appena in grado di gattonare, Aurelia l’aveva portata sulla spiaggia e Sylvia si era diretta con decisione verso l’onda) le viene annunciato l’arrivo del fratello.

warrenLa bambina, mentre riflette su quest’inaspettata notizia dalle prospettive incerte, avverte per la prima volta la “separatezza” di ogni cosa:

Avvertii  la parete della mia pelle: Io sono Io. Questa pietra è una pietra. La mia meravigliosa fusione con le cose di questo mondo era finita.
(Ocean 1212-W)

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Sylvia definisce quel giorno “l’orribile compleanno dell’alterità”, data in cui ha inizio il suo esilio dall’unità.
Tutti questi elementi si ritrovano nell’immaginario poetico di Sylvia, che la Bompiani ricollega a quello che Northrop Frye in The Secular Scripture definisce “the Night World”, la terza fase di discesa negli Inferi, nell’utero della terra. Questa fase è caratterizzata da sofferti riti di passaggio, parte del ciclo della morte e della rinascita; da sacrifici umani;  da una progressiva, solitaria alienazione; da figure oracolari e dal tema del Doppelgänger, il doppio, che si ritrova in elementi quali lo specchio.
Nella raccolta The Colossus (Il Colosso), la figura maschile è legata all’abisso e alle profondità marine. I suoi colori sono quelli dei fondali dell’abisso: il fango, il nero, il verde.
La figura femminile appartiene invece alla superficie; è algida e fredda, pallida come la luna, bianca come il ghiaccio.

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La sapienza di questo mondo di uomini marini e vergini lunari è oracolare: la conoscenza non arreca sollievo e non può essere salvifica, ma pura consapevolezza di un destino ineluttabile.
Il sangue invece è la vita, il suo calore, la terra, il corpo, il sesso: non a caso il primo rapporto sessuale di Sylvia/Esther in The Bell Jar culmina in un’emorragia.

Le nozze di Sylvia e Ted sono nozze di sangue: nella sua poesia Pursuit (Inseguimento), Sylvia scrive:

There is a panther stalks me down:
One day I’ll have my death of him;

I hurl my heart to halt his pace,
To quench his thirst I squander blood;
He eats, and still his need seeks food,
Compels a total sacrifice.

(C’è una pantera che m’incalza:
un giorno me ne vorrà morte.

Scaglio il mio cuore per fermarne il passo,
per spegnerne la sete effondo il sangue;
lui mangia, e ancora il suo bisogno vuole cibo,
pretende un assoluto sacrificio.)
(da Sylvia Plath – Tutte le poesie, Oscar Mondadori, trad. Anna Ravano).

ST3Da queste nozze di sangue nasce la Sylvia, poetessa.

Not easy to state the change you made
If I’m alive now, then I was dead.
Though, like a stone, unbothered by it,
Staying put according to habit.
You didn’t toe me just an inch, no –
(Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingere un po’ col piede, no –
(Love Letter – Lettera d’amore, da Sylvia Plath – Tutte le poesie, Oscar Mondadori, trad. Anna Ravano).

Dopo il matrimonio con Ted, la maternità diventa un altro elemento essenziale della poesia di Sylvia: è per la poetessa un’esperienza profondamente simbolica e salvifica, perché trasmette la vita. La madre si rigenera nel figlio, mentre il padre scompare (come Otto era scomparso per la sua volontà di morte, come Ted scompare per inseguire Assia).
Nel suo poemetto a tre voci Three Women (Tre donne), trasmesso dalla BBC nell’agosto del 1962, la maternità viene rappresentata in tutti i suoi aspetti e tutti i suoi contrasti, senza idilli né idealizzazioni. Le protagoniste sono tre donne: una ragazza madre che abbandona il bambino (il rifiuto); una donna che lo perde (l’incapacità; Sylvia stessa perde un bambino, tra Frieda e Nicholas); la donna che abbraccia la sua nuova condizione di madre (l’accettazione).

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La Bompiani osserva che il viaggio poetico di Sylvia coincide anche col suo viaggio esistenziale: la maturità poetica coincide con la fine del viaggio.
Al  Alvarez, saggista inglese che era anche stato amico della Plath, nel suo The Savage God, una riflessione sul suicidio, osserva che “la poesia di quest’ordine è un’arte omicida”: la poesia succhia a Sylvia la vita che le è rimasta, taglia i suoi ultimi legami col mondo, traduce in morte il desiderio di morte. I versi sono specchio ed emulazione di una tragedia per attrice sola, un monologo che vede come protagonista Sylvia, chiusa nella sua campana di vetro, in un freddissimo inverno londinese.
La poesia, non l’amore, ha fatto nascere e rinascere Sylvia Plath.
Attraverso la poesia Sylvia Plath conosce e riconosce la realtà, quella stessa realtà che non riesce ad accettare.
Di quella stessa poesia la ragazza di vetro, la ragazza che voleva essere Dio, muore.

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Letture consigliate:
– Ginevra Bompiani, Lo spazio narrante. Jane Austen, Emily Brontë, Sylvia Plath, et al. edizioni
– Katie Crouch, Making sense of suicide with Sylvia Plath (trovate l’articolo in traduzione qui sul blog)
– Sylvia Plath, Tutte le poesie, Oscar Mondadori, trad. Anna Ravano, prefazione a cura di Seamus Heaney
– Northrop Frye, The Secular Scripture: A Study of the Structure of Romance, Harvard University Press
– Sylvia Plath, La campana di vetro, Mondadori, trad. Adriana Bottini, Anna Ravano
– Al Alvarez, The Savage God, Bloomsbury Publishing PLC

– Andrew Wilson, Mad Girl’s Love Song. Sylvia Plath and Life before Ted, Scribner

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Immensamente Sylvia Plath

Dying is an art, like everything else. I do it exceptionally well.

Lady Lazarus, Sylvia Plath

L’11 febbraio 1963, la giovane Sylvia Plath, appena trentenne, lascia sul comodino dei suoi due figli (Nicholas, nato l’anno prima, e Frieda, nata nel 1960) latte e pane. Sigilla la porta della loro stanza usando degli asciugamani, e infila la testa nel forno a gas. Muore così una delle più grandi poetesse americane, e nasce una leggenda.
Tradizionalmente, il suicidio della Plath viene attribuito al tradimento del marito, Ted Hughes, che, poco dopo la nascita del figlio Nicholas, lascia la moglie per l’esotica Assia Wewill, moglie del poeta canadese a cui gli Hughes avevano affittato l’appartamento londinese per trasferirsi nella quiete rurale di un cottage nella campagna del Devon. Ma andiamo con ordine.
Sylvia Plath nasce nel 1932 a Boston (insieme alla Dickinson, è quindi una delle grandi poetesse del New England) da Otto, di origine tedesca, e Aurelia Schober, di origine austriaca. Il padre muore nel 1940 a causa di un diabete troppo a lungo trascurato; Sylvia non si riprenderà mai dalla morte del padre (nella poesia Daddy la Plath scrive: I was ten when they buried you./At twenty I tried to die/And get back, back, back to you. Nella stessa poesia, Sylvia definisce Aurelia “vampiro succhiasangue”: in effetti, il rapporto tra Sylvia e Aurelia è a dir poco complicato. Aurelia è molto orgogliosa dell’intelligenza vivissima della figlia, e lavora duramente per permettere a Sylvia un’educazione di eccellenza (la ragazza viene accettata alla Smith con una borsa di studio); al tempo stesso, incita Sylvia a perseguire quell’eccellenza e quel perfezionismo che diventeranno una vera e propria ossessione, fino ad un fortissimo esaurimento nervoso quando Sylvia non viene accettata alla scuola estiva di Harvard.
Sylvia è una ragazza complessa, che vive in modo complicato la sua fisicità, la sua femminilità, il suo essere donna, la sua bellezza. I suoi diari sono intrisi del racconto delle sue avventure galanti, del suo bisogno e desiderio di piacere, della sua insofferenza nei confronti delle convenzioni sociali dell’epoca che le impediscono di vivere la scoperta del sesso apertamente, serenamente. Come fanno gli uomini.
Quando riceve una Fulbright per studiare a Cambridge, Sylvia incontra Ted Hughes a una festa. L’attrazione tra i due è istantanea: Ted si dimentica della ragazza con cui si era recato alla festa e sottrae a Sylvia la sua fascia per i capelli per assicurarsi di rivederla. Sylvia è così turbata ed emozionata da mordergli la guancia fino a farla sanguinare. I due si sposano quattro mesi dopo, e abbandonano presto Londra per vivere nella quiete della campagna del Devon, dove lui fa il grande poeta e lei..lei fa la moglie e la mamma.

È difficile dirsi quanto si possa parlare di idillio nel caso della relazione tra questi due giganti della poesia, entrambi dotati di un ego molto sviluppato. Probabilmente, Sylvia soffriva nel vivere all’ombra del marito, relegata nella quiete campestre, lei che aveva così amato il suo stage presso la famosa rivista Mademoiselle a New York, lei che aveva sempre eccelso in tutto. Non è un caso che la fase più produttiva della Plath coincida col periodo di separazione da Ted Hughes, nel corso del quale scrive anche il suo unico romanzo, The Bell Jar, metafora del senso di soffocamento provocatole dal piccolo appartamento londinese in cui vive sola con i due figli dopo l’abbandono di Hughes.
Il fantasma di Sylvia tormenta l’amante di Hughes, che qualche anno dopo la morte della poetessa mette in scena una macabra emulazione del suicidio della Plath, uccidendo se stessa e la figlia di soli cinque anni col gas.

Frieda Plath, unica figlia di Plath e Hughes ancora in vita (il figlio Nicholas si è suicidato a quarantasei anni), si è opposta violentemente alla produzione della BBC dedicata alla vita di Sylvia Plath, pubblicando la toccante poesia My mother, il grido accorato di una bambina che ha perso sua madre in circostanze tragiche e viene condannata a rivedere quella morte ripetuta sullo schermo:

They are killing her again.
She said she did it
One year in every ten,
But they do it annually, or weekly,
Some even do it daily,
Carrying her death around in their heads
And practising it. She saves them
The trouble of their own;
They can die through her
Without ever making
The decision. My buried mother
Is up-dug for repeat performances.

Now they want to make a film
For anyone lacking the ability
To imagine the body, head in oven,
Orphaning children. Then
It can be rewound
So they can watch her die
Right from the beginning again.

Sylvia Plath resta una delle figure più complesse ed affascinanti della letteratura anglo-americana, che non si può ridurre assolutamente solo agli anni passati con Hughes, come ha sottolineato Andrew Wilson nella sua biografia Mad Girl’s Love Song: Sylvia and life before Ted (il titolo è tratto dalla villanelle omonima della Plath, che trovate qui). La biografia di Wilson rappresenta una chiave interessante di lettura delle personalità della Plath, anche se, personalmente, l’ho trovata eccessivamente ancorata alla vita sentimentale e alle prime scoperte sessuali di Sylvia, mentre i suoi diari offrono una visione dettagliata e a tuttotondo della personalità della scrittrice (fin da piccola, la Plath scriveva lettere e diari come se fossero già destinati alla pubblicazione).

La poesia Elm (L’olmo) è stata composta dalla Plath nel 1962, solo un anno prima del suo suicidio. Fin dall’inizio, la Plath vuole far capire al lettore la gravità della situazione, che ha toccato un punto di non ritorno: Sylvia ha ormai toccato il fondo, e non ne ha più paura, perché lo conosce. Tuttavia, è terrorizzata da qualcosa di silenzioso e maligno che dorme in lei, e le fa venire voglia di urlare la sua rabbia, la sua disperazione. L’amore ormai altro non è che una “pallida irrecuperabilità”; è solo un’ombra, e per la Plath ormai è perduto. Per sempre. Traspare dai suoi versi non solo una disperazione profonda, ma anche un senso di ineluttabilità del proprio destino, un campanello d’allarme per la tragedia imminente. Sono le colpe “isolate e lente” che uccidono.

I know the bottom, she says. I know it with my great tap root:   

It is what you fear.
I do not fear it: I have been there.

Is it the sea you hear in me,   

Its dissatisfactions?
Or the voice of nothing, that was your madness?

Love is a shadow.

How you lie and cry after it
Listen: these are its hooves: it has gone off, like a horse.

 All night I shall gallop thus, impetuously,

Till your head is a stone, your pillow a little turf,   
Echoing, echoing.

Or shall I bring you the sound of poisons?   

This is rain now, this big hush.
And this is the fruit of it: tin-white, like arsenic.

I have suffered the atrocity of sunsets.   

Scorched to the root
My red filaments burn and stand, a hand of wires.

 
Now I break up in pieces that fly about like clubs.   

A wind of such violence
Will tolerate no bystanding: I must shriek.

 
The moon, also, is merciless: she would drag me   

Cruelly, being barren.
Her radiance scathes me. Or perhaps I have caught her.

 
I let her go. I let her go

Diminished and flat, as after radical surgery.   
How your bad dreams possess and endow me.

 
I am inhabited by a cry.   

Nightly it flaps out
Looking, with its hooks, for something to love.

 I am terrified by this dark thing   

That sleeps in me;
All day I feel its soft, feathery turnings, its malignity.
Clouds pass and disperse.
Are those the faces of love, those pale irretrievables?   
Is it for such I agitate my heart?

I am incapable of more knowledge.   

What is this, this face
So murderous in its strangle of branches?——

Its snaky acids hiss.

It petrifies the will. These are the isolate, slow faults   
That kill, that kill, that kill.
 
                      *************************************************


Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa
radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

È il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L’amore è un’ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino
una zolla,
rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l’atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di
ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmemte, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,
la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono
Sono quelli i volti dell’amore, quelle pallide
irrecuperabilità?
È per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos’è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate
e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.
(trad. a cura di Anna Ravano)