Il Calendario dell’Avvento letterario #7: canto della neve silenziosa

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Questa casella è scritta e aperta da Alessandra di Una lettrice

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“Molti, molti anni fa un tale mi disse che negare i propri sogni equivale a vendere la propria anima. Ero giovane allora e non sapevo che quelle parole avrebbero trovato un loro particolare posto dentro di me e che sarebbero rimaste mie per sempre, però ricordo di aver battuto le palpebre e aver scosso il capo annuendo come se quegli stessi movimenti mi spingessero ancor più dentro la verità. Ero pieno di sogni. E ancora sogno.”

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Canto della neve silenziosa” uscito nel 1986, è stato pubblicato in Italia nel 1989 da Feltrinelli e negli anni Novanta ottenne un ulteriore successo per la lettura che ne fece Alessandro Baricco. Per alcuni anni il libro è stato introvabile, grazie anche alle alterne fortune del suo autore, spesso messo al bando dalla critica. Il libro raccoglie quindici racconti scritti nel corso di vent’anni, tutti ambientati a New York, l’odiata-amata città natale nella quale Selby aveva ambientato il romanzo “Ultima fermata a Brooklyn“, considerato uno dei grandi romanzi americani.

Protagonista dei racconti è Harry, un eroe dai mille volti del quale l’autore conserva solo il nome in racconti diversi per tono e taglio. Quindici racconti, forse non tutti ugualmente riusciti, nel complesso formano un insieme convincente: Selby racconta infatti la varia umanità metropolitana, quella degradata e borderline, e lo fa con una prosa folgorante che amalgama parlato e flusso di coscienza.

In particolare mi ha colpito, per il suo lirismo autentico, quello che dà il nome alla raccolta e, che, più di tutti incarna lo spirito del Natale. Nella solitudine e nella disperazione che attanagliano i personaggi Selby lascia filtrare un raggio di luce: è la possibilità di ristabilire, anche nel frenetico e per certi versi feroce scenario metropolitano, un rapporto positivo tra la propria interiorità, per quanto ferita, e il mondo circostante. Lo spirito del Natale è il momento in cui il canto della neve, apre uno spiraglio di speranza nel cuore, nonostante tutto.

Nel racconto del Canto della neve silenziosa, Selby suggerisce che anche New York può nascondere attimi di poesia.

Harry si è trasferito in una zona residenziale del Connecticut, ha comprato una casa di proprietà, è depresso e l’angoscia non lo fa dormire la notte. Ha imboccato un’altra strada, ha provato a cambiare vita; i ragazzi hanno più spazio per giocare e sua moglie è contenta della cucina nuova. Qual è il problema, allora? «Esistevano per caso dei tipi di morte di cui lui non sapeva niente?». È una giornata di marzo Harry, dopo essere tornato dall’ospedale a causa di un esaurimento nervoso, non è in grado di lavorare. Sdraiato nel suo letto, sa che la sua famiglia è al piano inferiore, impegnata a fare quelle cose che fanno le famiglie la mattina: la moglie prepara la colazione, il figlio dimentica lo zaino. Ma la sua famiglia è diversa: tutti cercano di non fare rumore per non svegliarlo. L’unica cosa che in questo periodo di convalescenza può fare è una passeggiata. Harry si incammina per le vie di New York.

“Quando giunse al punto stabilito si fermò. Aveva percorso un miglio. Bisognava tornare indietro. Guardò le case circostanti, quelle che da lontano sembravano quasi prive di forma, fuse com’erano nell’aria luminosa; poi guardò gli alberi e il loro grigiore innevato scomparve nella luce. Si girò e fece il primo lento passo del ritorno. Ripercorse le proprie impronte, le uniche nella neve. Sembravano piccole e anche se erano le uniche non sembravano sole, abbandonate. Sorrise all’idea delle impronte sole, come se le impronte avessero una vita propria o anche potessero riflettere quella di chi le aveva lasciate. Forse… chissà. Andava dunque, e si teneva compagnia.

Svoltò un altro angolo e davanti gli si posò un lungo tratto bianco piatto e friabile, interrotto sempre e solo dalle sue impronte che s’allontanavano e sembravano scomparire nella distanza bianco/grigio. Non sembrava possibile, eppure ora l’aria era ancora più dolce e serena. Continuò a procedere lungo le proprie impronte con l’impressione di poter camminare in eterno, la sensazione che fin quando la neve silenziosa continuava a cadere lui avrebbe potuto camminare lasciandosi dietro tutte le preoccupazioni e le ansie, tutti gli errori del passato e del futuro. Più nulla lo avrebbe preoccupato o perseguitato o riempito di tremiti di paura: la buia notte dell’anima era ormai finita. Sarebbero rimasti solo lui e la soffice neve silenziosa, e ogni fiocco avrebbe portato, nella propria vita una particolare gioia…mentre la dolce e silenziosa neve continuava a cadere dolcissima e gioiosissima…

Sì, e amorosissima… amorosissima… Avrebbe potuto camminare in eterno. Gli sarebbe stato facile continuare a camminare mentre tutti i pensieri di morte sarebbero svaniti, assorbiti dalla neve silenziosa.

Ben presto pur tendendo l’orecchio non sentì più neppure lo scricchiolio dei passi nella neve e la cosa non lo sorprese, quasi che il corpo gli fosse diventato tanto leggero da non lasciare neppure un’impronta. Raggiunse la sua strada ma invece di svoltarvi continuò dritto: qualcosa lo attirava in fondo a una strada nella quale non era mai stato prima, una strada completamente sconosciuta, completamente diversa da tutte le altre nei paraggi. E mentre andava continuava a sentirsi sempre più leggero, come se la scintilla nella neve silenziosa, e quella che illuminava l’aria, gli scoccasse dentro. Sapeva di avere gli occhi in fiamme, pieni di quella luce. Sapeva d’irradiare quella luce attraverso gli abiti. E si sentiva le gambe sempre più leggere e quando abbassò lo sguardo vide che non c’erano impronte. Il soffice manto di neve steso sulla strada era ancora immacolato e fin dove vedeva lui non c’erano impronte e allora tutto il suo essere si riempì d’indicibile gioia e allora la sentì, agli inizi molto debolmente e tuttavia distintamente.

Sentì la neve cadere lenta nell’aria, ogni fiocco con un suono proprio e distinto e non ostacolato nella caduta così che i suoni di tutti quei fiocchi non mescolavano né stridevano ma si fondevano invece in un canto, quello della neve, che pochi avevano udito.

E, pur restando dolce, quel canto diventava sempre più forte, diventava una cosa sola con la luce… e alla fine non ci furono più piedi che lasciassero impronte né corpo né occhi che brillassero ma soltanto luce e suono e gioia. Niente passato, niente futuro, niente, neppure un presente, unicamente la nuova gioia che non conteneva ricordi di angustie e lotte e sofferenze… unicamente la nuova gioia… e capì che sarebbe potuto restare lì per sempre.

Estratto da Canto della neve silenziosa, Hubert Selby Jr., 1986, Feltrinelli

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Il racconto termina così, con una gioia che gli alleggerisce l’anima, finalmente sollevata dal peso del vivere, dalla miseria, dall’angoscia, dalla solitudine. Selby per tutta la vita ebbe problemi di eroina e depressione, ma non si arrese mai: voglio pensare che ciò che gli diede coraggio nelle notti dell’anima furono momenti come questo, che ricordano la gioia di essere al mondo.

L’Autore: Hubert Selby Jr. (New York 1928-2004) è stato vicino alla beat generation e ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1964 con Ultima fermata a Brooklyn (pubblicato da Feltrinelli nel 1966) che ha suscitato le violenze reazionarie di molti censori. Autore di culto e ispiratore di molti scrittori, ha collaborato alla sceneggiatura del film Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, tratto da una sua opera. Anche Ultima fermata a Brooklyn è diventato nel 1989 un film di Uli Edel, lo stesso regista di Christiane F. I ragazzi dello zoo di Berlino. Delle sue opere successivamente pubblicate da Feltrinelli sono usciti il romanzo La stanza (1966) e la raccolta di racconti Canto della neve silenziosa (1989). È morto nell’aprile del 2004. Di lui ha detto Alessandro Baricco: “Selby, uno che quando lo leggi non scrivi più come prima.”

 

Il Calendario dell’Avvento letterario 2018 #6: partita a tombola con Erri de Luca

Questa casella è scritta e aperta da Francesca de Gli amabili libri

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Un fratello e una sorella, la notte della vigilia di Natale in una Napoli che si prepara alla mezzanotte sparando i fuochi d’artificio in grande stile. Ne La doppia vita dei numeri di Erri De Luca, Feltrinelli, una partita a tombola tra i due con l’aggiunta di due invitati speciali, i genitori che non sono più in vita da un po’, ma che riusciranno ad esser presenti e ogni numero estratto sarà il pretesto per ricordare un aneddoto.

Il Natale a Napoli si sa, è ricco di tradizioni che si tramandano di famiglia in famiglia. Il cenone da infinite portate con le donne che gelosamente conservano i trucchi per le proprie ricette, l’arte del presepe che vuoi mettere con l’albero di Natale? Ma non scherziamo proprio, e i giochi da fare per arrivare allo scoccare della mezzanotte delle due vigilie per poi andare tutti insieme in chiesa. E proprio per quanto riguarda i giochi quello della tombola è il più caratteristico del Natale. Probabilmente al nord preferiscono il mercante in fiera (che per averlo proposto un anno a momenti mi sbattevano educatamente fuori), ma qui al sud si gioca a tombola e non provate a proporre altro. Quando ero più piccola si iniziava a giocare dal giorno dell’Immacolata (8 dicembre) per finire il giorno della befana, quando ormai di natalizio è rimasto bene poco e la nostalgia per le feste già passate si inizia a sentire. Lo sapevate che questo gioco tipicamente napoletano è nato a Genova?

Ebbene sì, nacque nella città ligure nel 1539 per arrivare a Napoli un secolo e mezzo dopo. Nel 1734 Carlo III di Borbone voleva a tutti i costi ufficializzare il gioco del lotto in quanto essendo molto proficuo faceva bene alle casse del regno. Il frate domenicano Gregorio Maria Rocco non poteva tollerare un gioco del genere per i suoi fedeli. Il re ebbe la meglio nella disputa promettendo che nella settimana di Natale il gioco si sarebbe fermato per fare in modo che i cittadini non si distraessero e continuassero a volgere i loro pensieri unicamente nelle preghiere. I napoletani però, si sa, sono conosciuti per la loro famosa arte d’arrangiarsi e pensarono che se non potevano andare loro a giocare al lotto sarebbe stato il lotto ad andare nelle loro case, mettendo a punto un sistema di gioco che è quello che tutt’oggi conosciamo. I novanta numeri vennero messi nei panarielli di vimini e furono creati dei fogli con sopra i numeri. Il nome tombola deriva proprio dalla forma cilindrica del pezzo di legno dove è impresso il numero.

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LEI: Allora, lo facciamo uscire questo primo estratto? Li stai consumando i numeri là dentro.

LUI: 31! Il padrone di casa. 

Ogni numero corrisponde ad un evento, una persona, un oggetto e da qui la Smorfia, chiamata anche Cabala. L’origine del termine smorfia è la collegare al dio greco Morfeo (non a caso si utilizza per interpretare i sogni e trovare i numeri da giocare al lotto).

 

 

Un’estate in pillole di lettura

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L’estate 2016 è stata un’estate aliena, almeno per me.

Sono riuscita ad andare al mare pochissime volte (e aspetto questo momento tutto l’anno), ho fatto su e giù per l’Italia, non sono riuscita a rilassarmi e a staccare un po’ in vista di un autunno che si preannuncia lento e difficile, un boccone duro e amaro da buttare giù.

In compenso, ho mangiato un’anguria intera guardando l’ultima serie di Orange is The New Black e, grazie al road trip molto improvvisato in un’improbabile (e scomodissima) Cinquecento, ho visitato posti bellissimi in giornate piene di sole: Salisburgo, di cui mi sono innamorata; Innsbruck, dove mi sono sentita molto Sissi; Verona, cittadina adorabile ma letteralmente infestata di turisti nei luoghi di Giulietta – sigh! Io mi aspettavo uno scenario alla Letters to Juliet, in cui incontravo le segretarie di Giulietta e magari mi univo a loro per l’estate; Lugano, dove ho riabbracciato un’amica di vecchissima data.

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Salisburgo
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Salisburgo
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Innsbruck

E ho letto, tantissimo – almeno per i miei standard. Guidare è una delle cose che mi rende più nervose, quindi sono ben contenta di fare la passeggera e leggere a più non posso – complice anche il roaming, la batteria del telefono perennemente scarica e il fatto che fortunatamente non soffra di mal d’auto. Ho letto libri che rimandavo da tempo e libri che ho ritrovato quasi per caso nella mia biblioteca Kindle: quasi tutti mi hanno piacevolmente sorpreso, tutti sono riusciti a farmi dimenticare i chilometri e spegnere il lettore solo al momento dell’arrivo (e cercare di dimenticare  le due tre canzoni che ogni stazione radio trasmetteva in continuazione: Love yourself di Justin Bieber, 13 buone ragioni di Zucchero, Be the one di Dua Lipa – chi? Dovrò andare in terapia per liberarmi di queste canzoni…)

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Verona, Casa di Giulietta
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Verona, Casa di Giulietta

Ecco quindi la mia estate, in pillole (di lettura):

  • My Name is Lucy Barton, Elizabeth Strout (pubblicato in italiano da Einaudi, traduzione a cura di Susanna Basso): decisamente tra i libri più belli che abbia letto quest’anno, e non solo. Anch’io, come la protagonista, Lucy, ho un rapporto complicato con mia madre, fatto di parole non dette – o dette male – e piccoli gesti o silenzi che sono carichi di significati reconditi. Lucy si ammala, ed è costretta a trascorrere mesi in ospedale. Sente tantissimo la mancanza delle sue bambine, mediamente quella di suo marito (che si rifiuta di andarla a trovare, adducendo come pretesto la sua antipatia per gli ospedali). Un giorno Lucy riceve una visita a sorpresa: quella di sua madre, direttamente dalle campagne dell’Illinois. Il particolare che mi ha fatto più tenerezza è questo: per tutti i cinque giorni di permanenza all’ospedale, la madre di Lucy rifiuta ostinatamente la brandina che le viene offerta e dorme sulla sedia, quando le capita, aprendo gli occhi al primo movimento della figlia. La tela di silenzi tra le due è così intrecciata, la loro estraneità così consolidata che la madre di Lucy cerca rifugio nelle storie che le racconta: storie di persone che hanno toccato la vita di entrambe e che vanno a ricreare ed animare la cittadina di Amgash, Illinois, dalla quale Lucy era scappata appena possibile. Il loro tormentato rapporto e la decisione della madre di andarsene proprio quando Lucy è fragile e spaventata e ha più bisogno di lei ricorda al lettore quanto sia difficile evadere da modelli di comportamento che si sono consolidati negli anni, quanto sia difficile aprirsi di nuovo, davvero. Quanto sia difficile essere figlia, essere madre.
  • Belgravia, Julian Fellowes (pubblicato in italiano da Neri Pozza, traduzione a cura di Simona Fefè): siete aficionados di Downton Abbey? Allora ci sono tutti gli elementi perché Belgravia vi possa piacere: guerra, intrighi, matrimoni fasulli che poi non si rivelano tali, figli illegittimi ma nemmeno tanto, balli, macchinazioni, eredità, afternoon tea, sete e crinoline, amanti, tentati omicidi, criminali fuggitivi. Le vicende narrate sono inizialmente ambientate a Bruxelles, prima dell’arrivo di Napoleone e della battaglia di Waterloo; c’è poi un salto temporale di venticinque anni e l’azione si sposta a Londra, dove assistiamo alla nascita di Belgravia, uno dei quartieri più belli della città (che oggi ospita tra l’altro l’Istituto Italiano di cultura).
  • Fried Green Tomatoes At The Whistle Stop Cafe, Fannie Flagg (in italiano Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop, pubblicato da BUR nella traduzione di Olivia Crosio): arrivata a questo punto mi tocca una vergognosa confessione. Non solo non avevo mai letto il libro: non ho nemmeno visto il film (mi tocca riparare, lo so, lo so). Si tratta di una storia dentro la storia, o, meglio ancora, di un contenitore di storie: Evelyn, donna di mezza età in preda alla depressione e alla menopausa, diventa – suo malgrado – amica dell’irresistibile Ninny Threadgoode, che le fa compagnia nelle interminabili visite alla suocera in una casa di riposo, facendo rivivere per lei il caffè di Whistle Stop e le sue storie. Evelyn così si ritrova catapultata negli anni trenta, in compagnia della bellissima Ruth, l’impetuosa Idgie e il loro piccolo Stump. Idgie e Ruth gestiscono il caffè e offrono agli avventori buon cibo e generosità, risate e perfino l’occasionale omicidio. Le storie narrate dalla signora Threagoode fanno venire voglia di saltare su un aereo e andare a visitare l’Alabama, nonché assaggiare i tanto decantati pomodori verdi fritti (qualcuno li ha mai mangiati? Come sono?), i biscotti al buttermilk e il cobbler di mirtilli. Bonus per i foodie: in appendice trovate le ricette del Whistle Stop Cafè.
  • Tra le infinite cose, Julia Pierpoint (pubblicato da Mondadori, traduzione a cura di Carlo Prosperi): se nella prima metà rischia di essere l’ennesimo romanzo americano a base di famiglie disfunzionali, tradimenti e adolescenti difficili, appesantito da uno stile non sempre scorrevole e da continui salti temporali, nella seconda metà si riscatta egregiamente grazie alla figura di Kay, l’impacciata, confusa figlia dei due protagonisti, Deb e Jack. Deb è un’ex ballerina che, arrivata ai quaranta, inizia a chiedersi come sarebbe andata la sua vita se non avesse mollato le punte per sposare Jack, specie dopo il suo ultimo, doloroso tradimento; Jack è un artista di mezz’età in crisi con alle spalle una mostra fallimentare e il fantasma della sua ex amante. Kay incarna la confusione, l’inquietudine, il dolore dello sgretolamento del matrimonio dei suoi genitori, ricorrendo a gesti incomprensibili per rendersi visibile ai loro occhi e a quelli del fratello Simon, che trova invece rifugio nell’erba e nelle ragazze. Il titolo del libro è tratto da una bellissima poesia dell’americano Galway Kinnell:

 

“Testolina addormentata che germoglia capelli alla luna,

quando ritornerò

usciremo insieme,

cammineremo insieme

tra le infinite cose,

ciascuno segnato troppo tardi da questa consapevolezza, il salario

del morire è l’amore“.

  • Funny Girl, Nick Hornby ( qui in italiano, trad. a cura di Silvia Piraccini): non aspettatevi il Nick Hornby di About a boy o Non buttiamoci giù, ma una penna più matura che, attraverso la storia della starlette Barbara e della troupe della serie TV di cui diventa la protagonista, ricostruisce un pezzo di storia e cultura britannica attraverso l’evoluzione della televisione e dei gusti degli spettatori. Non si tratta della storia di Barbara, ma della storia di un’epoca: la nascita e il successo di una serie tv in una Londra che inizia ad essere la città che non dorme mai, fulcro ed epicentro di ogni nuovo movimento artistico e manifestazione culturale. È un romanzo lento e nostalgico, pervaso della malinconia dei tempi che cambiano, e delle persone che spesso non riescono a stare dietro al flusso instancabile di novità, e a cambiare con esse. Il nuovo Hornby mi ricorda un po’ Jonathan Coe nella sua volontà di dissezionare la società britannica e studiarne le evoluzioni e involuzioni più intrinseche ed invisibili all’occhio nudo (leggete sotto).
  • The Rotters’ Club:, Jonathan Coe (La banda dei brocchi, pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di R. Serrai): adoro Coe e lo considero il massimo scrittore inglese vivente, una delle poche voci della narrativa contemporanea capace di fare della vera critica politica e sociale, di smascherare le bugie, il classismo, il razzismo di una società, quella britannica, che a volte sembra ancora vivere nell’illusione dell’impero coloniale (Brexit docet). Ne La banda dei brocchi, che ho riletto in originale a un paio d’anni dalla prima lettura, le storie dei fratelli Rotter (l’aspirante intellettuale Ben, l’inquietante fratellino Paul, sfegatato conservatore a soli nove anni, la sfortunata sorella Lois, reduce da un terribile incidente) raccontano in realtà la storia dell’Inghilterra degli anni settanta, tra scioperi, movimenti operai e IRA, guerra di classe e avvento dell’era Thatcher, in un mondo che pare disgregarsi e le cui contraddizioni non fanno che esacerbare le difficoltà dell’adolescenza e della scoperta di se stessi. La banda dei brocchi fa parte di una sorta di trittico, di cui Circolo chiuso è il seguito cronologico (arrivando fine alla sciagurata decisione di Blair di intervenire nella guerra in Iraq), mentre La famiglia Winshaw costituisce un pezzo a sé stante, un ritratto degli sconvolgimenti sociali derivanti dalla sfrenata politica liberista attuata da Margaret Thatcher, i cui disastrosi effetti sono incarnati dai disfunzionali, eccentrici membri della famiglia Winshaw. I Winshaw ritornano anche nell’ultimo capolavoro di Coe, Numero undici, un intricato labirinto di storie e allusioni dal finale inaspettato. Inutile dire che ve li consiglio tutti, di cuore.
  • Americanah, Chimamanda Ngozi Adichie (pubblicato in italiano da Einaudi, traduzione a cura di Andrea Sirotti): questo è uno di quei libri che mi aspettavo di amare moltissimo. Invece mi è piaciuto, ma con moderazione. Lo stile dell’autrice non mi ha permesso di immedesimarmi – come faccio sempre quando un libro mi piace tanto – nel personaggio di Ifemelu, nelle sue difficoltà a ambientarsi e costruirsi una vita in America, nella sua apparentemente incomprensibile decisione di tornare in Nigeria, anche nella speranza di ritrovare il primo amore, Obinze, ormai sposato e dedito a una proficua carriera di dubbia legalità.
  • Harry Potter and The Cursed Child/em> (in italiano Harry Potter e la maledizione dell’erede, in uscita il 24 settembre nella traduzione di L. Spagnol per Salani): sicuramente non si tratta dell’ottavo volume della saga del mago più famoso del mondo, colui che è riuscito a sopravvivere all’ira funesta dello spietato Voldemort. Tanto per cominciare, non si tratta di un romanzo, ma di un’opera teatrale; inoltre, il protagonista non è Harry, ma suo figlio Albus (un Serpeverde!), il cui migliore amico è il timido, impacciato figlio dell’arci-nemico di Potter, Draco Malfoy. Scorpius, l’erede della dinastia dei Malfoy, non ha una vita molto facile ad Hogwarts, dove aleggia il sospetto che lui sia figlio di Voldemort in persona e Bellatrix Lestrange; lo stesso Albus, poco atletico e abbastanza impacciato negli incantesimi, vive nell’ombra del celeberrimo padre, condizione che lo fa soffrire non poco. I due si imbarcano in una serie di rocamboleschi viaggi nel tempo, che, se da una parte disturbano il tessuto narrativo e la sua continuità, sarebbero davvero interessanti da vedere a teatro. In realtà, mentre leggevo il copione (che si legge tranquillamente in un paio d’ore), non potevo fare a meno di pensare a quali soluzioni e quali effetti speciali possano essere utilizzati durante lo spettacolo per scene come la seconda prova del Torneo Tre Maghi, che si svolge quasi interamente sottacqua (nel lago nero). The Cursed Child non è un capolavoro, ma è godibile e permette al lettore di sbirciare nella vita di Harry adulto, nel suo difficile rapporto col figlio Albus Severus, nel suo matrimonio – d’altro canto, tutti noi lettori coltiviamo una sorta di istinto voyeuristico per i nostri personaggi preferiti…

Mi piacerebbe tantissimo vederlo a teatro, ma è sold out fino a maggio 2017, quindi non mi resta che continuare a partecipare alle lotterie che si tengono ogni tanto su Pottermore o sul sito dello spettacolo.

Nel frattempo vi auguro un ottimo inizio, e un settembre pieno di belle letture.

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Bonifati, Calabria
Bonifati, Calabria

Frammenti di un discorso amoroso#3: Doris Lessing e l’esilio degli amanti

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Innamorarsi significa ricordare il proprio esilio.

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In uno dei miei rari momenti di decluttering matto e disperato, conseguenza di un giugno di piogge autunnali, tra le mie carte, le mie scartoffie e i miei mille quadernini ho trovato un quaderno del 2007, in cui, oltre ai miei soliti deliri, avevo appuntato alcuni passaggi di Amare, ancora di Doris Lessing.

È stato il primo (e finora unico) libro della Lessing che abbia letto; se aveste quindi consigli e/o suggerimenti per approfondirla, mi farebbe piacere che me li lasciaste nei commenti.

Ho scelto questa citazione non solo perché la trovo molto bella, ma anche perché mi ha ricordato “la stanza dell’amore” che Wendell Berry racconta in Hannah Coulter e una poesia di Elizabeth Barrett Browning, il Sonetto 22, una sorta di preghiera per

A place to stand and love in for a day, 

With darkness and the death-hour rounding it.

(un posto dove restare e amare per un giorno,

con intorno le tenebre e l’ora della morte).

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In Amare, ancora Doris Lessing affronta, da una prospettiva tutta femminile, amore e sessualità delle persone di mezza età (per fare un collegamento un po’ poptimist, la stessa tematica affrontata dalla serie Netflix Grace and Frankie, con una Jane Fonda in forma smagliante). La Lessing racconta quella passione – e quel dolore – che non conoscono età, quell’inarrestabile bisogno d’amore che accompagna gli esseri umani lungo l’intero corso della loro vita.

Rileggendo questo estratto, nove anni dopo, la Lessing mi ha ricordato, dalle pagine del mio quadernino, quanta voglia avessi di innamorarmi e di entrare a far parte di quello che mi sembrava un club esclusivo, aperto solo a persone che  – specie durante la fase dell’innamoramento – sperimentano una serie di sintomi più o meno preoccupanti, dalla cecità parziale (che esclude la persona amata) a livelli altissimi di imbarazzo e goffaggine, dalle farfalle nello stomaco alla distrazione celestiale, dalla balbuzie temporanea al cuore in gola.

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Lorusso, Lovers and Lautrec

Che strana cosa che la prima aspirazione di quanti sono in preda all’amore o al desiderio sia quella di rinchiudersi insieme in un qualche rifugio o in una solitudine, io e te da soli, tu e io soltanto, per un anno almeno o per venti, e che poi ben presto, o in ogni caso dopo un salutare lasso di tempo, coloro che un tempo sono stati tanto ardentemente ed esclusivamente desiderati vengano lasciati liberi in un paesaggio popolato da amici e da amori, legati tra loro dal richiamo di invisibili e segrete affinità: se abbiamo amato, o amiamo, la stessa persona, allora dobbiamo amarci anche noi.

Una situazione tanto improbabile può appartenere soltanto a un regno o a un luogo distante dalla vita quotidiana, come un sogno o una favola, una terra tutta sorrisi.

Si potrebbe quasi credere che il fatto di innamorarsi sia stato architettato allo scopo di introdurci in questa terra dell’amore e ai suoi baci paradisiaci.”

(Doris Lessing,  Amare, ancora, Feltrinelli, trad. di Bianca Lazzaro)

Soundtrack: Burning love, Elvis Presley

#libriinvaligia5: per un pugno di classici

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Finalmente anche il conto alla rovescia per le mie vacanze si è attivato, quindi, dopo due settimane trascorse a preparare pacchi e valigie per un trasloco… mi rimetto a preparare le valigie per tornare in Italia, affrontando il dilemma di ogni anno: quali libri portare con me, oltre al mio amatissimo Kindle?

Come l’anno scorso, colgo la palla al balzo e vi suggerisco un pugno di classici da scoprire/riscoprire durante le vacanze. Che siate al mare, in viaggio, in montagna, in città o in ufficio (sigh!), buone letture!

1) Il buio oltre la siepe, Harper Lee

Di Harper Lee si è parlato tanto, tantissimo negli ultimi mesi, causa la riscoperta e la pubblicazione del suo inedito Go set a watchman. Io l’ho letto, ne ho parlato qui, e approfitto dell’occasione per sottolineare ancora una volta che – a prescindere da operazioni pubblicitarie più o meno infelici – GSAW non è Il buio oltre la siepe. Quindi, se aspettate l’edizione italiana per leggere un prequel/sequel dell’amatissimo classico, resterete estremamente delusi: sono due romanzi diversissimi, che affrontano tematiche più o meno simili da due prospettive estremamente diverse.

Ergo, approfittate dell’estate per scoprire/riscoprire la Maycomb dell’adorabile Scout Finch, maschiaccio perennemente scalzo e in salopette che odia vestitini e scarpe di vernice, suo fratello Jem e l’inseparabile amico Dill (controparte romanzata di Truman Capote, amico d’infanzia della Lee). I tre si trovano a crescere in un momento storico pieno di cambiamenti per la società americana degli stati del Sud, con la fortuna di avere una vera e propria bussola morale: il mitico papà Atticus, che ha il vizio di giocare con l’orologio da taschino e l’inestimabile pregio di fare sempre ciò che ritiene giusto, a scapito delle conseguenze.

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Feltrinelli editore, trad. a cura di Amalia D’Agostino Schanzer

2) Effie Briest, Theodor Fontane

Ho letto questo romanzo molto recentemente, incuriosita da un tweet di Oxford World’s Classics che lo definiva la controparte teutonica di Anna Karenina, il mio romanzo preferito, per me vera e propria Bibbia della letteratura di tutti i tempi.

Se nella prima metà del romanzo ho rischiato di cadere vittima della lentezza delle narrazione, nella seconda ho ceduto alla malia dell’innocenza e del candore con cui viene raccontata la storia di Effie, fanciulla diciassettenne data in sposa in quattro e quattr’otto a un ex pretendente di sua madre che ha più del doppio dei suoi anni. L’unica colpa di Effie è quella di essere sostanzialmente una bambina, che non si conosce, non conosce il suo posto nel mondo, e in mezzo alla sua tranquilla confusione cade preda delle avances del maggiore Crampas. Ovviamente, Effie è destinata a non vedere più la figlia Annuccia e a morire di tubercolosi lontano da lei e dal marito, il rigido barone Von Instetten, che vorrebbe perdonarla, ma attribuisce all’onore e alle apparenze un ruolo molto più importante di quello giocato dall’amore.

Se Thomas Mann avesse dovuto scegliere solo sei libri, Effie Briest di Fontane sarebbe stato uno di quelli. Fidatevi del buon vecchio Thomas, e lasciatevi conquistare dalla sua apparente semplicità e dal candore di tempi andati: caratteristiche che, più o meno inconsapevolmente, sono tra quelle che cerco in un buon classico.

Oscar Mondadori, trad. a cura di S. Bortoli
Oscar Mondadori, trad. a cura di S. Bortoli

3) Ritratto di signora, Henry James

Isabel Archer è una delle eroine più belle e sfortunate della storia della letteratura. Affascinante, indipendente, intelligente, si ritrova ad ereditare un’ingente fortuna, e a compiere uno sbaglio di proporzioni colossali in ambito sentimentale, sposando un inquietante omuncolo interessato solo ai suoi soldi, l’insopportabile, pomposo Gilbert Osmond. La vera tragedia di Isabel è essere stata amata tanto, da tanti, e non essere mai riuscita a capire le persone, e a leggere davvero nel suo cuore.

È uno dei miei libri preferiti, che rileggo volentieri a cadenza irregolare. Da affiancare all’omonimo film di Jane Campion, con una splendida Nicole Kidman e un cast di tutto rispetto, che include John Malkovich e Viggo Morgensen.

Edizioni BUR, trad. a cura di B. Boffito Serra
Edizioni BUR, trad. a cura di B. Boffito Serra

4) L’età dell’innocenza, Edith Wharton

Con L’età dell’innocenza, il suo dodicesimo romanzo, la Wharton diventa la prima donna ad essere insignita del premio Pulitzer (1921). Basta leggere L’età dell’innocenza per rendersi conto che il suo successo è più che meritato: la penna della Wharton attacca senza pietà l’ipocrita alta borghesia newyorchese della fine del XIX secolo, svelandone il volto nascosto da una maschera dorata.

In questo contesto, Newland Archer, avvocato di belle speranze, si trova costretto a sposare May, scialba ma di buona famiglia, pur essendo perdutamente innamorato della cugina, la misteriosa e perduta contessa Ellen Olenska, colpevole di avere “un passato” (una vita scandalosa in Europa! Il divorzio da un dissoluto conte polacco!). Da affiancare all’omonimo film di Scorsese, che vede Michelle Pfeiffer nei panni della contessa Olenska e Winona Ryder in quelli di May Welland.

eNewton classici, trad. a cura di P. Negri
eNewton classici, trad. a cura di P. Negri

5. Via dalla pazza folla, Thomas Hardy

Confessione: ho iniziato a leggere il celeberrimo romanzo di Hardy da pochissimo, dopo aver visto il nuovo adattamento cinematografico con una splendida Carey Mulligan nei panni della protagonista, la bellissima, indipendente e sfortunata (avete notato quanto spesso questi aggettivi vadano insieme nella descrizione delle eroine dei classici?) Bathsheba Everdene. Anche Bathsheba, come Isabel Archer, ha la tendenza a far innamorare di sé un po’ tutti, dal leale fattore Oak al ricco Boldwood, che si rivela uno stalker della peggior specie. Ovviamente, si innamora dell’unico uomo che non la ricambia, il vanesio, sprezzante sergente Francis Troy, che la rende molto, molto infelice.

Ah, è anche un romanzo pieno di pecore. Ci sono pecore ovunque. Anche molte mucche. Arcadia pura, insomma.

pazza 07
Garzanti, traduzione di Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman

6) Camera con vista, E. M. Forster

Lucy Honeychurch è un’altra delle mie eroine preferite in assoluto. Di lei, il pastore Beebe dice che, se si arrischiasse a vivere come suona, sarebbe una delle persone più interessanti del mondo. E lo fa: lascia l’insignificante, freddo fidanzato Cecil per una vita di avventure con l’inappropriato, imprevedibile George, conosciuto durante un viaggio in Italia, complice uno scambio di camere.

Da affiancare alla visione del film di James Ivory, con un’intensa Helena Bonham Carter nei panni della protagonista.

Newton Compton, trad. a cura di  P. Meneghelli
Newton Compton, trad. a cura di P. Meneghelli

Ultimo consiglio libresco: dopo aver tanto parlato di eroine, vi suggerisco la lettura di un libro che ho amato molto (purtroppo non disponibile in traduzione italiana): How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, di Samantha Ellis (di cui ho parlato qui).

se

Dalla redazione è tutto: vi auguro delle bellissime vacanze, piene di avventure, di parole, di storie.

Soundtrack: Summertime, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong