Il Calendario dell’Avvento letterario #21: Nero Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia de Il mondo urla dietro la porta

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Su cosa sia un racconto non si spenderanno mai abbastanza parole. Narrazione in prosa dalla durata fulminea, che è in grado di riverberare nella mente del lettore per molto tempo donando alla storia una completezza temporale e vitale. Su cosa sia un ricordo sarà impossibile pronunciarsi perché il suo racconto è avvolto da un fascino tutto personale.

Entrambi, però, condividono una correlazione complementare quando si tratta di affiancarli al Natale. Quando il racconto si fa ricordo assume la consistenza di un sogno (o di un incubo) e rischia di perdersi nei nuovi dettagli aggiunti dall’oralità: ricordi quando hai scoperto che Babbo Natale non esisteva? Ti sei sentito grando e maturo conservando per te la malinconia della sorpresa. Quando il ricordo si fa racconto diventa una pietra da incastonare nella memoria degli anni successivi, una commemorazione segreta e personale richiamata dalla ricorrenza della festa. C’è chi ricorda la dolcezza degli addobbi di Natale, uguali tutti gli anni e rassicuranti proprio per questo. C’è chi ricorda una mancanza e non ha intenzione di festeggiare. C’è chi vuole essere un’assenza e non festeggerà mai. Dal candore delle luci e dal calore della tavola esala un sentimento contrastante che ha l’occasione di rigenerarsi anno per anno. Non esistono natali definitivi perché ognuno è diverso dall’altro.

Sicuramente il racconto di Natale ha in sé sfumature infinite, ognuna caratterizzata dal tratto distintivo dell’autore che l’ha scritto. Ma, se volessimo riconoscere una caratteristica generale che fa eco proprio dal Canto di Natale di Dickens, potremmo riconoscere il mistero del racconto. Prescindendo dal riferimento religioso, il Natale è una pausa di festa in cui è probabile che si debba convivere l’impegno collettivo a rimpinzarsi insieme, amati e odiati, felici e tristi. Proprio per sondare i misteriosi accadimenti dell’animo umano e del soprannaturale, esulando dai festeggiamenti veri e propri, viene in soccorso Nero Natale. Nove racconti da brivido, raccolta di racconti pubblicata da Einaudi e curata da Luca Scarlini.

Quando non ti restano che i ricordi, li custodisci e li rispolveri con particolare cura.

Così la governante dai nobili natali rimane fedele alla sua missione portando il nome, la tradizione e il ricordo al di là del ceto sociale. È la baronessa ne I lupi di Cernogratz, racconto fulmineo di Saki che qui dimostra l’abilità del misticismo andando oltre i suoi racconti di humor nero. La tradizione del clima conviviale però si fa cupa per Hawthorne nelle storia Il banchetto di Natale, perché un nobile investe parte della sua ricchezza per riunire al tavolo una serie di figure tragiche e mai realmente felici nella vita. Il Natale risulta essere un periodo ben più funesto del resto dell’anno, ma non si ha intenzione di risollevare gli animi degli astanti perché uno scheletro è a capotavola, sempre pronto a ricordare loro la sofferenza.

Parte dei racconti della raccolta è attraversata da un imperativo inevitabile: la celebrazione di una tradizione a tutti i costi, che assume i contorni delle persone che la festeggiano. Il Natale di un visitatore sperduto nella sua terra natia seguirà la commemorazione degli avi. Un’atmosfera putrescente e mefitica s’innalza dai sotterranei di una città fantasma nel racconto di Lovecraft, La ricorrenza: affresco gotico perfetto che smorza il romanticismo di un periodo che ha più a che fare con una sacralità sinistra.

L’unicità del Natale è in grado di travolgere l’andamento tipico della fiaba andando su sfumature che conosciamo grazie a Nightmare Before Christmas. Frank L.  Baum compone Il rapimento di Babbo Natale, un’avventura dei demoni dell’Invidia, dell’Odio, dell’Egoismo, della Malizia e del Pentimento alle prese con sentimenti che alla fine non si riveleranno del tutto malvagi.

E, infine, il Natale dei detective. Sherlock Holmes con il racconto L’avventura del carbonchio azzurro e di Hercule Poirot con L’avventura del dolce di Natale: due viaggi deduttivi che solo nell’apparenza si svolgono nel clima natalizio.

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Di certo una raccolta non esaustiva sui racconti di genere per il Natale, ma di sicuro un buon modo per conoscere un’atmosfera inedita. È proprio in questo modo che i racconti portano a compimento la loro missione: mostrare un lato diverso e creare una duplice percezione tra il brivido e la sorpresa.

 

 

Il Calendario Dell’Avvento Letterario #10: miniguida al racconto di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta

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Il racconto di Natale è un racconto di fede. E “fede” ha subito un’usura semantica tale da perdere il suo significato generale. Accettare l’invisibile: ecco cos’è, prima di tutto, la fede, una fiducia nella verità di ciò che non è. Forse è per questo che su di me il Natale ha esercitato un fascino incredibile, senza essere macchiato dalla consapevolezza del tempo, un resoconto costante alla fine dell’anno.

Questo fantasma ha la forma di un suono, la mia voce estranea di bambina, impressa su una cassetta perduta, che chiede dove sono finite le scarpine rosse; o ha la forma di un abete spelacchiato, unico superstite alla moda degli alberi di plastica; o ha l’odore di un muschio invisibile tra le decorazioni di Natale.

Ma se volessi pensare a una voce del Natale non riuscirei a farlo e dovrei affidarmi ai molti che l’hanno raccontato. Il racconto di Natale non è un vero e proprio genere, ma è un tipo di storia che si discosta dalla luce emanata dagli addobbi ed è più incline alla riflessione.

“Chi di voi è senza peccati scagli la prima tavoletta di torrone” gridò Carlinetto, che stava appunto intaccando il suo torrone col coltello.

Vecchi giovinastri di Emilio De Marchi potrebbe essere un racconto anonimo, se non fosse per l’unicità dei personaggi che lo animano. Gli anziani si riuniscono nel locale del paese e condividono bevute e racconti. Ma quando uno di loro avrà l’impegno della famiglia –  e delle donne – subentreranno sospetto e pettegolezzi da parte degli amici. Tutto si risolve nel potere conviviale del cibo durante la vigilia di Natale. La frase sopra riportata è pronunciata da Carlinetto, colui che gode dei piaceri terreni senza condannarli a prescindere. L’umiltà della sua sincerità si nota dall’ospitalità incontrollata e dal non lasciarsi andare a facili ipocrisie. Paradossalmente sono proprio i modi ingessati del prete, sempre contenuti in un’aura dogmatica, a rendere meno vera la festa.

Il peccato e il misticismo della notte di Natale, il non appartenere in apparenza a nessuna religione in particolare, predilige l’introspezione con una sorta di ricerca da parte di chi scrive. Don Balanguer è il protagonista di una leggenda raccontata nel racconto Le Messe di Natale di Manuel Gutiérrez Nájera:

Sono uscito a passeggiare un po’ per la strada, e in ogni angolo il fresco odore del muschio, l’animazione e il brusio delle piazze e l’eterna gazzarra dei pifferi hanno riportato i miei pensieri alla Vigilia. È impossibile parlare d’altro. Stasera le baracche miseramente sparse nella piazza principale sono state più animate che mai.

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Dopo la traversata in una città addobbata a festa il narratore racconta di un prete, tentato dal diavolo in persona che gli racconta le meraviglie del banchetto che lo attende.  Una messa frettolosa varrà al religioso l’entrata nel limbo: tenere in eterno una messa di fantasmi.

Il racconto di Natale è un racconto di congiuntura, lì dove si incontra l’imago di un tempo che fu, confuso tra ricordi e spettri. Tra i due c’è una differenza tutta particolare che è decisa da chi racconta o rivive alcuni avvenimenti.

Capita che Dickens, lontano dal canonico Christmas Carol, scriva Un albero di Natale facendo rivivere davanti ai suoi e ai nostri occhi i ricordi d’infanzia. Così come sono abbelliti dal reimmaginare un racconto. Anche se i colori non sempre compaiono e difficilmente particolari così dettagliati coincidano con la nostra esperienza, tutto è avvolto dalle voci di personaggi e storie che si rincorrono tra i diversi piani dell’albero:

Ebbene sì, su ogni oggetto che riconosco tra i rami più alti dell’albero di Natale vedo brillare questa luce magica! Nelle fredde e buie mattinate invernali, quando mi sveglio all’alba e intravedo il biancore della neve attraverso il gelo delle finestre, odo la voce di Dinarzad che esclama: «Sorella mia, se siete già sveglia, vi supplico di terminare il racconto del giovane re delle Isole Nere». Al che Sherazad risponde: «Se il Sultano mio signore mi concederà di vivere un altro giorno, o sorella, vi prometto che non soltanto porterò a termine la storia, ma che ve ne racconterò un’altra ancor più meravigliosa». E il benevolo Sultano si allontana senza dare ordine di metterla a morte, e tutti e tre tiriamo un sospiro di sollievo. A quest’altezza dell’albero comincio a presagire, nascosto tra le foglie, un incubo spaventoso – forse provocato dal tacchino, dal pudding o dal mince pie, oppure da tutta la cena combinata con Robinson Crusoe sull’isola deserta, Philip Quarll 1 tra le scimmie, Sandford e Merton con Mr Barlow, Mother Bunch e la Maschera.

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Dal piano incorporeo può capitare che le storie prendano il sopravvento e si trasformino in una presenza indifferente, come quella del gioco Sonì nel racconto omonimo di Alfred McClelland Burrage. Si spengono le luci su un gruppo di amici nella notte di Natale, chi ha preso il biglietto con scritto Sonì dovrà nascondersi e, quando trovato, non risponderà alla chiamata degli altri giocatori. Ogni volta che i giocatori si riuniscono c’è sempre una persona in più.

Il bello dell’atmosfera dei racconti di Natale di questo tipo è che l’orrore viene sfiorato senza avere l’intenzione di incutere timore.

A volte  a raccontare sono anime contemplative, imbevute di una malinconia suscitata dai reietti. Uno di questi è il protagonista di The Burglar’s Christmas di Willa Cather. Nell’ora più fredda di una fangosa Chicago il protagonista ne percorre le strade ricordando dolcemente i natali passati e i fallimenti venuti in seguito.

The unyielding conviction was upon him that he had failed in everything, had outlived everything. It had been near him for a long time, that Pale Spectre. He had caught its shadow at the bottom of his glass many a time, at the head of his bed when he was sleepless at night, in the twilight shadows when some great sunset broke upon him. It had made life hateful to him when he awoke in the morning before now. But now it settled slowly over him, like night, the endless Northern nights that bid the sun a long farewell.

(La ferma convinzione che lo affliggeva era che aveva fallito in tutto ed era sopravvissuto a tutto. Quel Pallido Spettro era vicino a lui da tempo. Molte volte aveva intravisto la sua ombra sul fondo del bicchiere, alla testa del letto quando la notte non riusciva a dormire, l’aveva visto nelle ombre del crepuscolo che si schiudeva davanti a lui. Gli aveva reso la vita odiosa quando si svegliava la mattina. Ma ora si era stabilito lentamente in lui, come la notte, come le notti senza fine del Nord che offrivano al sole un lungo addio.)

Il racconto di Natale è tradizione. Una tradizione forte, una tradizione scontata più per il ripetersi ciclico che per l’anno appena passato. Le usanze mantenute negli anni sono però dei riti, alle stregua di riti religiosi, che normalizzano l’anno e lo stabilizzano con un lieto ricordo. Potrà capitare di perdere di vista lo scopo e di farsi prendere dalla foga di cose in realtà inutili, come la scelta della carta da regalo che verrà stracciata in ogni caso, la scelta di regali originali nel timore di non ricambiare il valore di quelli ricevuti. Insomma c’è uno scambio inconscio tra il valore del Natale in sé e il valore delle cose che compongono il Natale.

“Intanto l’industria e il commercio hanno scatenato sulla città l’incantesimo pianificato del Natale, velivoli di notte hanno seminato sulla città la polverina dell’anticongiuntura, radio e televisione hanno bombardato il pubblico di messaggi motivazionalizzanti, nei ristoranti e nei caffè, sui cibi e nelle bevande, sono state versate dosi di elisir promozionale, uomini e donne sono stati quindi presi da una irrefrenabile smania, entrano ed escono dai negozi, comprano, ordinano, spediscono, scrivono, telefonano, firmano assegni e cambiali, giganteschi furgoni carichi di strenne intasano le strade della città, cataratte di Christmas cards, bigliettini, buste, calendarietti, immagini ingorgano le sedi postali e quindi traboccano all’esterno.

[…]

Riuscite ancora a distinguerla, la vostra città nella piena notte di Natale? Sommersa interamente da una coltre di inutili assurdi costosissimi regali, da uno strato spesso tre metri di telegrammi bigliettini cartoncini auguri auguri auguri.”

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In Una torta e una carezza di Dino Buzzati una tata trascorre il Natale con la famiglia di cui ha cresciuto i bambini. Lei è l’unica a ricordare l’imperfezione e la semplicità della torta che preparava per l’occasione e vi si dedicherà ad ogni costo. Attorno a lei si anima la foga della presentazione e nell’ossessione delle apparenze della cucina della cuoca di casa e della marea di biglietti e pacchetti ricevuti dalla famiglia. Qui Buzzati è fin troppo chiaro nel messaggio: se il Natale non è un giorno come un altro allora perché ostentare le psicosi collettive invece di dedicarsi a quello che si ha proprio davanti agli occhi? Rendere speciale un giorno che speciale non è, tra le cose più semplici da dire e difficilissime da fare.

La miniguida ai racconti di Natale ha selezionato solo una piccola parte nello sterminato panorama di storie che ci sono attorno alla festività. E questa incompletezza rincuora perché vuol dire che il Natale, nonostante tutto, è ancora in grado di originare un tentativo di renderlo memorabile anno per anno. I lettori troveranno diversi natali, dai generi più disparati, dagli autori più disparati mossi semplicemente dalla voglia di raccontare. Alla fine sono i lettori a scegliere il Natale che desiderano, a leggerlo e raccontarlo insieme agli autori preferiti.

Vecchi giovinastri, Un albero di Natale, Sonì e Le Messe di Natale sono tratti da Racconti sotto l’albero, Edizioni Lindau, 2016

Una torta e una carezza tratto da Aspettando il Natale. 25 racconti per la vigilia, a cura di Fabiano Massimi, Einaudi, 2009

Il racconto di Willa Cather in lingua

Un’ora con…Fabrizia Gagliardi de Il mondo urla dietro la porta

Se un giorno trovassi il tempo di mettermi a stilare con calma una lista di “consigli per gli acquisti”, suggerendovi bei blog da seguire – che poi è un po’ quello che cerco di fare con le mie interviste – il blog di Fabrizia, Il mondo urla dietro la porta, farebbe sicuramente parte dell’elenco, sia per le recensioni ben articolate e piacevoli da leggere che per una delle mie rubriche preferite, le (Ec)citazioni. Fabrizia ha anche partecipato al Calendario dell’Avvento letterario con questo bel contributo e a #uominichenonsapevanoamare.

Ho solleticato la vostra curiosità? Allora correte a leggere!
Nel frattempo, vi lascio alla mia piacevolissima chiacchierata con la fanciulla in questione.

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1) Il mondo urla dietro la porta: come e perché?

All’improvviso scopro di avere diciannove anni e di non essermi accorta di aver passato i diciotto. Da inguaribile adolescente odiavo le cose che gli altri ritenevano scontate, tipo una cosa “semplice” come il crescere. Diamine, esiste la Koumpounophobia (la paura dei bottoni) e possibile che nessuno avesse pensato di creare gruppi come Adolescenti Anonimi Troppo Cresciuti (Secondo Loro) o Te La Do Io La Crescita?
Insomma era l’età in cui storcevo il naso per il gusto di farlo, per vedere se ero in grado di costruire una difesa alle mie idee o ritirarmi con la coda tra le gambe e innalzare a esempio chi mi aveva sconfitto sapendone più di me. Il mondo urla dietro la porta nasce quindi dal più basilare degli istinti (uno degli istinti che entra in crisi durante l’età di cui sopra): parlare, esprimere, imparare a pensare. Capita che in quel momento nel 2011, l’istinto mi diceva di marchiare il destino del blog con una frase di una canzone dei Velvet. Lungi da qualsiasi riferimento a crisi ormonali, loro hanno significato il primo passo alla crescita anni prima della maggiore età – quando inizi a tastare il confine oltre la soglia di casa e sai che riuscirai a cavartela – con un loro concerto fino a notte fonda.
Taciturna nella vita reale, una palla al piede con la scrittura, ho aperto questo laboratorio. Era nato come blog di racconti, poi è sfociato inevitabilmente in sproloqui sui libri.
Mi vergogno di molte delle cose che ho scritto, di come sono state scritte, sono fiera di tante altre.

2) Chi c’è dietro Il mondo urla dietro la porta?
Non c’è un’adolescente e neanche un’adulta. C’è un’eterna indecisa.

3) Il tuo scaffale d’oro

Il mio scaffale ha iniziato a muovere i primi passi con l’horror. I Racconti fantastici e del terrore di Poe, L’incubo di Hill House e La Lotteria di Shirley Jackson, i racconti di Lovecraft, poi King che devo ancora esplorare a fondo. Adoro le raccolte di racconti, e nel cuore porto anche i Nove racconti, I giovani e Franny e Zooey di Salinger, Cattedrale di Carver (storcevo il naso anche per chi esagerava dicendo di piangere con i libri, poi ho pianto senza ritegno con Una piccola, buona cosa. Da qui ho capito il potere di Carver e dei racconti).
E poi David Foster Wallace. Dalla mia visione, che potrete giudicare legittimamente distorta, l’ho odiato perché una volta ho sentito una ragazza che decantava la sua straordinarietà a un pubblico di ignoti. Riempiva l’aria di aggettivi (splendido, talento, genio) e me la sono presa con lui. Quale scrittore riesce a sospendere il giudizio su di lui, far arretrare il lettore dietro le linee difensive dell’aggettivazione incontrollata? E quindi, questa è la storia di come ho scoperto La scopa del sistema e Una cosa divertente che non farò mai più, ho guardato David e gli ho detto che ero disposta a includerlo tra i miei scrittori preferiti. Forse potrei aver scritto “splendido” in qualche recensione a lui dedicata.
Sicuramente sto lasciando indietro altre opere e non è mai facile scegliere. Tante altre devo ancora leggerle. Per fortuna.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente
Avrò un’immagine distorta di me. Credo che il personaggio non venga scelto per le somiglianze ma soprattutto per le differenze che identificandoci in lui pensiamo di colmare.
Direi Lenore de La scopa del sistema, perché è strana al punto giusto (assapora un’epistassi alla fine del primo capitolo), coraggiosa nella sua diversità e affamata di storie.

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5) Se il tuo blog fosse una canzone.

Ora non sarebbe quella dalla quale ha tratto il titolo. Sarebbe una canzone post-grunge o alternative rock. Ora mi viene da dire The fixer dei Pearl Jam, Be yourself e Cochise degli Audioslave, Sex on fire dei Kings of Leon. La risposta di default sarebbe Pearl Jam.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Toglietemi una delle due cose e sono praticamente inutile. Può essere un nuovo spot pubblicitario.
Per la scrittura mi avvalgo di David Foster Wallace (questo mi ricorda la storia di una ragazza che parlava di DFW e diceva cose come splendido, genio. Lunga storia): se posso far sentire meno solo qualcuno, la mia missione è compiuta. Se poi vi faccio sentire male almeno ho provocato una reazione.
Non credete che sia una di quelle che si lancia in sviolinate come “Sarei persa senza l’odore delle pagine”, “Non so che farei senza il rumore della penna che accarezza il foglio”.
Dire di non avere una dipendenza è ammettere di avere una dipendenza.

7) Progetti in cantiere

Continuare a scrivere, continuare a leggere. Sul blog vorrei portare avanti rubriche appena nate come Maestre del racconto, e Geografie letterarie  che si pone l’obiettivo di esplorare terre reali con la finzione. Attualmente sono alle prese con un viaggio nella finzione degli Stati Uniti, una cosa potenzialmente infinita. È proprio quello che stavo cercando.

Il Calendario dell’Avvento Letterario#20: Babbo Tolkien e le lettere di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta

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Conosciamo tutti la storia di un professore di lingua inglese che, mentre correggeva i compiti dei suoi allievi, rimase affascinato, quasi in modo infantile, dalla parola “hobbit”. E questo professore, tale J.R.R.Tolkien, proprio nello spazio bianco lasciato sul foglio da uno degli studenti, scrisse un incipit tanto semplice che apre alla Letteratura.
Pensare che era nata come una fiaba, un insieme di idee frammentarie ma sincere e ingenuamente profonde, come possono apparire agli occhi di un adulto le parole di un bambino.
Ci vorrà del tempo prima che la critica letteraria riesca a digerirlo, a volte non del tutto, magari inquadrandolo nel romance, genere non ben identificato, erede dei poemi cavallereschi e del genere epico; oppure accusarlo della spuria profondità psicologica dei personaggi; o dichiararlo autore profondamente cattolico per il sapore di una narrazione tanto rivelatrice quanto quella delle parabole; identificarlo come un autore politico o come hippy.
Insomma, trovate la vostra definizione e servitevi, ma avete già la risposta. Nessuna di queste potrà soddisfarvi perché dovrete capire cosa rappresenta per voi, prima di considerarlo un autore della Letteratura e prima di immergervi nei suoi studi filologici e linguistici. Il dilemma con coloro che fanno parte del circolo dei grandi autori immortali è avvicinarli facendoli scendere dal piedistallo che loro non hanno scelto, nel bene e nel male.
L’opera di Tolkien inizia molto prima e Lo Hobbit era, da un lato, il punto di arrivo ideale degli anni di studio e, dall’altro, era un inizio per costruire il mondo epico che riporterà tra le pagine del Silmarillion e della saga del Signore degli Anelli.

L’opera di Tolkien inizia dalla vita reale che lui colorò di fantasia e Le lettere di Babbo Natale ne sono un esempio. Dal 1920 e per altri venti anni circa, John, Michael, Christopher e Priscilla, i bambini di casa Tolkien, ricevono delle lettere direttamente dal Polo Nord.

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Non c’è bisogno di chiedersi di chi è la scrittura tremolante ed elegante allo stesso tempo, perché la firma delle lettere è inconfondibile: Father Christmas.
Che la neve vi piaccia o no, il suo candore non è mai stato così colorato e la vita di Babbo Natale così movimentata. Sì, perché le lettere non sono solo un diario scritto del Natale, ma anche un’immagine, un’avventura che si addobba di tratti fini e mai monotoni.
Babbo Natale non è solo nel ravvivare il periodo natalizio: lo affiancherà il goffo Orso Polare, i Cuccioli polari, i Bambini-di-neve, gli Elfi Rossi, tutti a difendersi contro i malefici Folletti che tentano di sabotare la preparazione dei regali.

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Ogni lettera è un tassello al mondo del Polo Nord, tanto lontano e inimmaginabile che si presta bene ad essere plasmato, con un occhio sempre vivo all’attualità (la lettera del 1939 dove babbo Natale nota come in quell’anno ci sono pochi bambini a cui consegnare i regali a causa della guerra) e uno sguardo alla creazione di un vero e proprio mondo a partire dalle illustrazioni, dal vedere, oltre che leggere, l’esistenza di altre creature, per arrivare a lambire la passione filologica e pedagogica, come l’alfabeto della lingua del Polo Nord, scarabocchiato dai Folletti sul muro di una grotta.
Costruire un mondo tramite piccoli particolari, destreggiarsi nell’invenzione di nuove lingue, ideare personaggi dai caratteri molto diversi: non è una forzatura vedere nelle Lettere di Babbo Natale gli ingredienti che caratterizzeranno tutta la produzione tolkienana.
Dietro questi lavori c’è un padre affettuoso che forse si era accorto di poter andare oltre l’intento educativo (le lettere non sono mai smaccatamente perentorie riguardo le azioni dei bambini di casa Tolkien) e di voler creare la narrazione di un universo che si unisse alla realtà e moltiplicasse una cosa che i bambini costruiscono spontaneamente e gli adulti, ormai, meccanicamente: il Natale e le sue atmosfere.

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Con Le lettere di Babbo Natale la lettura è un’esperienza che si trasforma da solitaria in collettiva. Si lasciano leggere e allontanano la solitudine, il gusto amaro delle feste, lo stress consumistico di questi giorni.
Dite quello che volete ma sentire e scrivere dell’atmosfera del Natale non è mai stato semplice e Tolkien ha una vocazione naturale. Lui proprio come i suoi miti, è rimasto immortale.

Autore: J. R. R. Tolkien
Editore: Bompiani
Anno: 2000
Traduzione: Francesco Saba Sardi
Pagine: 55