Il Calendario dell’Avvento Letterario#13: caro Julio Cortázar

bannervale

Questa casella è scritta e aperta da Andrea di Un crotalo al sole

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Grazie a Il Lettore Forte (@Librimmagine) che mi ha segnalato questa splendida illustrazione

Caro Julio,

da troppo tempo non parliamo di libri. T’ho raccontato di me, di dove penso di essere, di come le cose, tutte le cose, siano un diario. Ha ragione Palahniuk, le cose ci osservano e quel che osservano, annotano. Ci pensavo qualche ora fa mentre smontavo gli scatoloni delle decorazioni. Mi si è allungato il viso dentro il riflesso e tutto sommato non ero poi così male. Una specie di ovale oblungo, pallido dentro il rosso imperante, una specie di James Incandenza che vorrebbe scrivere come Arturo Bandini e poi firmarsi Ismaele. Le cose, dunque, mio caro Julio. Le cose somigliano a Bartleby. Le cose annotano. E, se devo dirtela tutta, mi pare che abbiano una qualche dote, una buona consapevolezza formale, una specie di padronanza istintiva del raccontare.

Per esempio, mentre tiravo fuori quel che resta di un albero rimediato coi punti del supermercato, ho lasciato che quella piccola cosa inesplosa deflagrasse col suo bel carico di ricordi di persone passate e case e credenze ed altre piccole emozioni di pessimo gusto. M’accorgo, e questo è bene che tu lo sappia, che mia madre sempre di più stia finendo per somigliare a quella Enid franzeniana, tutta intenta a tenere insieme le cose, a fondere i pezzi, a correggere le linee storte, le deviazioni dalle strade maestre ed a fare esercizi di calligrafia e conformismo riempiendo biglietti d’auguri. Quanto a mio padre, sempre più mi pare un uomo disincantato e quasi arreso, una specie di riflesso distorto dei propri desideri di un tempo. È che, ma questa mio caro Julio è una mia convinzione, a volte ho la sensazione che abbia in sé qualcosa che lo fa somigliare ad un animale morente, ad una macchia umana, ad una specie di pastorale tutta italiana di controllata e metodica decadenza, in qualche modo titanica e per questo stesso motivo un po’ più rassegnata ogni anno. Quanto a me, tu sai bene che cosa m’affligge. Ho questo modo tutto mio d’essere insoddisfatto più o meno di tutto, di sbuffare spostandomi il ciuffo biondo ora a destra ora sinistra. Emma, così dovresti chiamarmi. Per quanto possibile ho tentato di fronteggiare questa deriva.

Ma io non sono Achab. Sono piuttosto, io stesso, una balena bianca, talvolta spiaggiata. Ecco, questo è il nostro piccolo presepe. Ecco, questi sono i nostri capelli d’angelo, qualcuno dorato, qualcuno argentato. C’è un libro che ho letto qualche mese fa ed è un libro di Percival Everett. Lì si parla di un uomo che pare debba morire e che in effetti muore e che, per qualche oscura ragione, resta in vita ed in vita è di fatto immortale. Questi sono giorni in cui si festeggia, in cui si brinda alla vita, alla speranza. Continuo a tirare fuori addobbi, convinto che ci sia una qualche possibilità di mascherare quello che in verità si annida, più o meno nascostamente, in chiunque. Allora, Julio, potresti dirmi, sei ricco, coniglio, perché conosci il senso della paura, perché sei consapevole dell’imperscrutabilità del domani.

La verità, io credo, è che non si dovrebbe mai raccontare nulla a nessuno. E te lo dico da qui, dallo stipite di questa porta bianca, con un cappello da caccia in testa ed una mezza cicca che penzola pigra dalle mie labbra.

Buon Natale, Julio. Ovunque io sia.

Cortázar

Il Calendario dell’Avvento Letterario#8: Natale a casa Franzen

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Questa casella è scritta e aperta da Ilenia di Con amore e con squallore.

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“Un ultimo Natale” è l’ultimo capitolo de “Le correzioni”. Quel romanzo di Jonathan Franzen che tutti sembravano aver letto tranne me.

Adesso che conosco anch’io gioie e dolori della famiglia Lambert, mi trovo nella condizione di non poter evitare di parlare proprio del loro Natale, se mi si chiede un intervento a tema, in attesa del fatidico giorno.

Sì, anche a costo di rovinare la festa a tutti. So che non ci sono regole, ma immagino che un calendario dell’Avvento letterario dovrebbe circondarsi di certe atmosfere, magari che si associno bene all’immagine rassicurante di un focolare, di pacchi dalla carta sgargiante e cesti di deliziose noci, giusto? Ora invece arriva la guastafeste che ci racconta della disfunzionale famiglia del Midwest e del loro Natale atroce.

Sbagliato. Perché, rifletteteci, anche i Natali hanno i loro momenti d’agonia. E io dirò, audacemente, soprattutto i Natali.

L’ultimo Natale della famiglia Lambert (che già così non suona proprio benissimo, no?) è l’Evento attorno a cui ruota tutto il romanzo, non a caso si trova in chiusura. È il canto del cigno di un romanzo ambizioso. In particolare, l’epicentro è Enid, la madre, ossessionata dall’idea di riunire tutta la famiglia (tutti e tre i figli ormai adulti, che fanno i conti con le loro vite a pezzi) per un ultimo Natale, prima che tutto crolli.

Questo momento perfetto, a cui tendono tutti gli sforzi di Enid (e dei figli che cercano di realizzare questo suo desiderio), non è che un autoinganno, un ultimo, inutile riparo contro una grande verità: niente potrà essere più come prima. Nessun Natale potrà essere uguale ad un altro.

“Ecco una tortura che i Greci, inventori dei supplizi del Banchetto e del Masso, avevano dimenticato di inserire nell’Ade: il Mantello dell’Illusione. Un bel mantello caldo che copriva l’anima afflitta, senza però riuscire a coprirla del tutto. E ora le notti stavano diventando fredde”.

Per dimostrarvi come il Natale nasconda subdole soprese, devo per forza introdurvi il concetto di“momenti alla Franzen”. Il nostro caro Autore è un maestro nel creare momenti di estremo disagio (spesso mascherati da una feroce ironia) che riescono benissimo ad illuminarci su quanto distanti siamo gli uni dagli altri. La regola principe di ogni “momento alla Franzen” è: il disagio non è mai abbastanza. Qualche esempio?

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Quando ti parlano di affari al supermercato mentre hai un salmone viscido che ti scivola giù per la gamba. Ma i momenti si moltiplicano all’infinito, così come la frustrazione dei personaggi: sopportare la stupidità e l’ottusità altrui annuendo, facendo finta di nulla; ignorare l’egoismo del partner, i figli tirannici, mentre tenti di ascoltare tua madre (che non ascolta te, invece) che ripete fino alla nausea le stesse insignificanti raccomandazioni sulla tua vita.

Queste sono le tribolazioni dei Lambert; ma, in realtà, tutti noi ci prepariamo a scendere in battaglia quando partecipiamo ad un Evento che riunisce tutta la famiglia. E ogni anno nasconde maggiori insidie dei precedenti e molti, moltissimi “momenti alla Franzen”.

Quello zio con cui non avete mai scambiato più di sei parole tutte di fila e che con tutta probabilità potrebbe non conoscere nemmeno la vostra età, figuriamoci intavolare una discussione fluida, che tenta goffamente di capire da che assurdo pianeta proveniate. Rassegnatevi. Per un’altra decina d’anni ancora sarete identificati come “figlio/a di x”. Poi tutta quella valanga di domande :“E il fidanzato? E la laurea? E a Capodanno? Ma quei capelli? La barba quando la tagli?”.

Nel frattempo nel vostro cervello compaiono immagini amorevoli di banchetti familiari alla Shirley Jackson (per chi non ha mai conosciuto questa magnifica donna, chiarisco: sonnifero nello zucchero).

Non so voi, magari siete più fortunati di me, ma a Natale sento sempre (tra le molte, moltissime altre cose belle) una distanza tra me e gli altri. E, più divento grande, più sento aumentare questo divario. E più ti senti diverso, più aumentano i momenti-farsa in cui fingi di ascoltare, seppellisci la tua vita, i tuoi segreti sotto strati e strati di cortese convenzionalità e chiacchiere frivole.

Però c’è un altro tipo di “momento alla Franzen”. Un momento che rende necessario e prezioso qualsiasi Natale. I momenti in cui riesci a vedere attraverso.

I componenti della famiglia Lambert sono davvero insopportabili, irrimediabilmente infelici. E cercano continuamente di correggersi senza successo. Non si accettano perché non si capiscono, non si parlano. Si odiano perché cercano di essere migliori senza mai riuscirci. Franzen è bravissimo nel relegare i loro singolari dolori, le loro delusioni segrete (come in ogni famiglia letteraria che si rispetti, non si parla mai di ciò che è importante ma si finisce sempre a parlare di soldi, cibo e sgabelli per la doccia) ciascuno in ogni capitolo, con il suo punto di vista, la sua prospettiva, per farci capire quanto siano appunto distanti gli uni dagli altri.

Però c’è un passaggio in più. Il Natale. Per un giorno (per poche ore, in realtà), finalmente, sono tutti insieme. E arrivano sia “i momenti alla Franzen” pieni sia di imbarazzi e farse, sia dei nuovi momenti di rivelazione.

“Ma come tanti fenomeni che apparivano belli da lontano – nubi temporalesche, eruzioni vulcaniche, stelle e pianeti – quel dolore seducente si rivelò, a distanza ravvicinata, di proporzioni disumane”.

Sono attimi di autentica comprensione dell’Altro. Certo, durano poco e nascono spesso da un’insopportabile vergogna (non sarebbe Franzen senza una bella dose di imbarazzo). Trovarti davanti alla malattia di un padre (con tutto il corredo di orribili conseguenze che ne derivano, conseguenze piene di viscida, disgustosa, incontrollabile materia organica), ad esempio. Sono momenti rari che ci fanno capire che, se solo smettessimo di volerci correggere, forse, potremmo, anche solo per qualche ora, accettarci. Molte incertezze ci tengono, forse per coincidenza, sotto lo stesso tetto, almeno una volta l’anno.

Ho deciso per questo Natale di lanciarmi due importanti sfide (prendendo ispirazione da questo bel libro):

1) “Se non posso avere la cosa vera, non voglio niente”.

2) Cercare di capire che, come per Alfred Lambert, a volte “l’amore non è questione di avvicinarsi ma di tenersi a distanza”.

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(Le citazioni usate nel post sono tratte da Le correzioni, Jonathan Franzen, trad. a cura di Silvia Pareschi, Einaudi super ET, 2003)