Il Calendario dell’Avvento Letterario #1: un Natale vittoriano

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Questa casella è scritta e aperta da me medesima

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Istruzioni per leggere questo post:

  • tirate fuori addobbi e decorazioni natalizie;
  • indossate il il vostro maglione più kitsch, quello con le renne, le lucine e il pupazzo di neve;
  • munitevi di tazzona con cioccolata calda, eggnog o vin brulé, a seconda dell’ora;
  • accompagnate il bibitozzo con una generosa fetta di pandoro, un pezzo di torrone o una mince pie calda;
  • mettete su le vostre canzoni di Natale preferite (la mia playlist preferita è questa)

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Pronti?

Il calendario dell’avvento letterario torna a farvi compagnia, regalandovi venticinque giorni di storie, parole, racconti, curiosità letterarie, ricette letterarie, musica.

Ogni giorno qui sul blog sarà un blogger diverso ad aprire una casella, svelandone il misterioso contenuto. Potere seguirci anche sui social con l’hashtag #AvventoLetterario (su Facebook, Twitter, Pinterest).

Approfitto dell’occasione per ringraziare tutti i meravigliosi partecipanti e Claudia di A Clacca piace leggere, che ha realizzato il bellissimo banner del nostro calendario.

Siete pronti? Siete caldi? Vi siete messi comodi?

Come da tradizione, la prima casella la apro io, trasportandovi nell’Inghilterra del XIX secolo, per scoprire, dopo il Natale Regency, tutto ma proprio tutto sul Natale vittoriano.

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Se i Vittoriani non hanno inventato di certo il Natale, hanno però il merito di aver contribuito all’idea del Natale che conosciamo e festeggiamo oggi, nel bene e nel male. Grazie ai Vittoriani, il Natale è infatti diventato un momento da condividere con familiari e amici; un momento di riunione, in cui mettere in pausa preoccupazioni e problemi e godere della compagnia reciproca davanti al ceppo (lo yule) acceso nel focolare, senza però dimenticarsi di coloro che non possono permettersi questo lusso o addirittura un tetto sulla testa.

I Vittoriani hanno definito quelli che oggi sono le caratteristiche principali del Natale inglese (e non solo): il Christmas pudding (che in Regno Unito è un po’ l’equivalente del nostro panettone in quanto a simbolismo), i biglietti di auguri, le pantomime e le sciarade, i cracker (delle mega caramelle di cartone; a tavola, due commensali tirano le due estremità; all’interno sono contenuti giochi di parole e barzellette, una corona di carta e una piccola sorpresa –  tipo il nostro uovo di Pasqua, insomma), la maggior parte dei Christmas carol più famosi, lo stesso Babbo Natale, nel costume e nei colori con cui lo ritroviamo oggigiorno.

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Albert, il teutonico consorte della regina Vittoria, ha il merito di importare in Inghilterra dalla nativa Germania l’albero di Natale, che diventa subito di moda dopo la diffusione di un ritratto raffigurante la famiglia reale radunata intorno all’albero decorato e illuminato. Il principe Albert introduce a corte anche il mitico gingerbread (pan di zenzero) e altri dolcetti tedeschi che fanno ormai parte dell’immaginario natalizio collettivo.

Albert importa inoltre l’usanza di scambiarsi i regali in occasione del Natale. Vittoria ed Albert seguono la moda tedesca di aprire i rispettivi regali la sera della vigilia; tra i doni che la regina e il principe consorte si scambiano, una miniatura di Vittoria a sette anni, regalatale dal marito nel 1841, e un libro di poesie di Lord Alfred Tennyson con la seguente dedica: ‘To My beloved Albert from his ever devoted & loving wife VR, Christmas 1859.’ (al mio amato Albert da parte della sua sempre devota ed innamorata moglie VR, Natale 1859). Anche i piccoli di casa aspettano i regali di Natale con ansia, come testimonia questa lettera della regina datata 1850:

The 7 children were then taken to their tree, jumping and shouting with joy over their toys and other presents: the boys could think of nothing but the sword we had given them and Bertie some of the armour, which however he complained, pinched him.

(Portammo al loro albero i sette bambini, tra salti e urla di gioia per i giocattoli e gli altri regali; i maschietti non riuscivano a pensare a nient’altro che alla spada che gli avevamo regalato e Bertie all’armatura, nonostante si lamentasse del fatto che lo pizzicasse).

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L’albero di Natale viene decorato con elaborate decorazioni, per lo più fatte a mano: soldatini di stagno, fischietti, gioiellini, guanti da regalare ai bambini; ghirlande di frutta secca, di pigne, di frutti rossi, di alloro e di edera; fiocchi, fiori di carta dipinti a mano e pigne dorate; stecchi di cannella e arance (al cui interno vengono conficcati chiodi di garofano) per regalare all’albero un profumo tipicamente natalizio; pan di zenzero, caramelle e biscottini a forma di stella, cuore o albero completano il tutto, per la gioia dei bambini. L’albero viene illuminato con delle candeline; le luci elettriche come decorazioni natalizie sarebbero poi state introdotte nel 1882 dall’assistente di Edison, Edward Johnson, a uso e consumo prevalentemente dei ceti più abbienti.

Dickens, l’altro pilastro portante del Natale vittoriano, ci lascia una vivacissima descrizione di un albero di Natale:

Stasera sono rimasto a lungo a contemplare l’allegria dei bambini riuniti intorno a quel grazioso giocattolo tedesco, l’albero di Natale. L’albero stava nel mezzo di un grande tavolo rotondo e dominava le loro teste. Era illuminato da una moltitudine di piccole candele, e sfavillava e sfolgorava di oggetti luccicanti. C’erano bambole con le guanciotte rosa seminascoste dal verde delle foglie; e orologi veri (o perlomeno, con le lancette mobili e un’infinita possibilità di carica) che pendevano dagli innumerevoli ramoscelli; c’erano tavoli laccati, e sedie, letti, armadi e orologi a pendolo in miniatura, e vari altri articoli d’arredamento in latta realizzati da mani sapienti a Wolverhampton, in bilico tra i rami, come in attesa delle pulizie di casa da parte delle fate; c’erano omarini dal faccione allegro, assai più piacevole di quella di tanti uomini reali – e non c’è da meravigliarsi, perché staccando loro la testa si rivelavano pieni di gelatine di frutta; c’erano grancasse e violini; c’erano tamburelli, libri, cestini da cucito, cassette di colori, scatole di dolciumi e contenitori di ogni genere e forma; c’era della bigiotteria per le ragazzine più grandi, ben più brillante di qualsiasi vero gioiello per adulti; c’erano canestri e puntaspilli di ogni foggia; c’erano fucili, spade e bandiere; c’erano fattucchiere pronte a predire il futuro al centro di anelli incantati di cartone; c’erano trottolini di legno e trottole sonore, astucci per aghi, nettapenne, bottigliette di profumo, supporti per bouquet; c’erano frutti veri, resi artificialmente luccicanti da una pellicola dorata; e mele, pere e noci finte zeppe di sorprese. In breve, come sussurrò un delizioso bambino all’altrettanto delizioso amichetto del cuore di fronte a me, «C’era tutto, e anche di più».

(Charles Dickes, Un albero di Natale, dalla raccolta Racconti sotto l’albero, Edizioni Lindau, trad. a cura di Vincenzo Perna)

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L’introduzione dei biglietti d’auguri natalizi spetta invece a Henry Cole, primo direttore del neonato Victoria and Albert Museum. Cole commissiona  il primo biglietto di Natale  all’artista John Horsley, che produce una sorta di trittico: la tipica famiglia vittoriana che celebra il Natale e due scenette laterali che vogliono ricordare ai più fortunati di non dimenticarsi di assistere i poveri e i bisognosi, specie durante le festività. Il biglietto, commissionato nel 1843, va in stampa nel 1846, per un totale di mille litografie, tutte colorate a mano. I biglietti vengono venduti in un negozio di Bond Street, Summerly’s Treasure House. Nel decennio successivo, i biglietti d’auguri conoscono un’enorme diffusione: è tutta una profusione di campane, cupidi, fiocchi di neve e Christmas pudding,  ma la vera protagonista è la rondine, che, col suo petto rosso, diventa il simbolo del Natale vittoriano, tanto che i postini vengono ribattezzati “robin” (rondine) o “redbreasts” (pettirossi).

Secondo l’Oxford English Dictionary, l’espressione ‘Christmas-card’ compare per la prima volta nel 1883 in uno scritto del critico John Ruskin.

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I regali di Natale cambiano molto a seconda della classe sociale – e delle possibilità – delle famiglie; in ogni caso, molti regali vengono fatti in casa e hanno un valore prettamente sentimentale. Intorno al 1870 si diffonde la consuetudine della calza di Natale, specie per i bambini; nelle case più povere le calze contengono frutta di stagione e frutta secca, in quelle più ricche i regali più in voga: per i maschietti, cavalli a dondolo, animali, trenini, gli antenati dei camion dei pompieri; per le bambine, secondo Harper’s  Bazaar del 1868, il regalo più ambito è un set da tè in porcellana francese, dipinto a mano, seguito da set per la toeletta o per il ricamo (per la serie, gli stereotipi di genere sono duri a morire).

La cosa che più mi ha fatto sorridere (sempre nel filone degli stereotipi di genere) sono i consigli alle donne per i regali di Natale a mariti/fidanzati/spasimanti (Harper’s Bazaar del 1873): una vera Lady non può fare regali costosi, perché l’uomo si sentirebbe obbligato a ricambiare con un cadeau ancora più importante, quindi il dono perderebbe ogni grazia, rovinato da considerazioni commerciali e del tutto egoistiche (!)

Le donne devono quindi preparare i regali con le loro manine sante: fazzoletti ricamati con le iniziali o braccialetti di capelli, per un regalo audace e pieno di spirito d’iniziativa; un bouquet di fiori rari, una pianta esotica, un souvenir di viaggio. Fortunatamente, Harper’s Bazaar del 1896 stila una lista per aiutare le povere lady, specie quelle impedite nel DIY come me: sigilli d’argento, portapenne, fermacarte, caraffe di cristallo pari pari a quelle della regina, per lo scapolo che non deve chiedere mai.

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La cosa bella del Natale vittoriano è che la famiglia è il centro di tutto: ricette, bevande, canzoni, giochi e passatempi sono pensati per stare tutti insieme, al caldo, e godersi la compagnia reciproca. Quasi ogni famiglia possiede un pianoforte, che viene frequentemente usato per serate musicali e danzanti in compagnia di vicini di casa, parenti e amici. Un’altra tradizione è quella di radunarsi intorno al fuoco e raccontare storie, a volte ispirate alla religione, più spesso vicine al gusto tutto vittoriano per fantasmi e misteri, fate e goblin. La prima traduzione inglese delle fiabe dei fratelli Grimm risale infatti al 1823. Non è un caso quindi che la storia di Natale più amata dai Vittoriani sia il Canto di Natale di Dickens, che affida il sempre arduo compito di fare la morale a tre fantasmi, il Natale passato, il Natale presente, il Natale futuro.

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Altri passatempi molto comuni sono pantomime, sciarade e giochi di società, come Questions and commands, una sorta di “obbligo o verità” in cui il comandante può chiedere ai suoi “sottoposti” di rispondere a ogni sorta di domande, pena l’annerimento della faccia o una multa. Tutto questo mentre si aspettano i gruppetti che vanno di casa in casa a cantare i Christmas carol, le tradizionali canzoni natalizie. Ai cantanti vengono offerte bevande calde, come il wassail, fatto di birra ale calda, zucchero, spezie e polpa di mele cotte,  il vin brulé o un bel punch con rum o brandy, al suono di God Rest Ya Merry Gentlemen, The First Noel, The Holly and The Ivy, It Came upon the Midnight Clear, Silent Night e O little Town of Betlehem.

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Spero che quest’incursione nel Natale vittoriano vi sia piaciuta e abbia destato quello spirto natalizio ch’entro vi rugge. Vi consiglio di non perdervi Victoria, la serie di IMDb dedicata alla longeva regina britannica che ha dato il nome a un periodo ricchissimo di storia, arte, cultura, letteratura e tradizioni, e di dare un’occhiata alle letture a cui ho attinto per scrivere il mio articolo:

The Victorian Christmas, Anne Selby

Racconti sotto l’albero, Edizioni Lindau

Dickens at Christmas, Vintage Books

Vi lascio con una carrellata di calendari dell’avvento alternativi e bizzarri, dal calendario del gin al calendario degli attrezzi per il fai da te, da un calendario per lettori a uno per le barbe o per gli amanti del formaggio, augurandovi un bellissimo dicembre, pieno di gioia, di pandoro, di sorprese.

Calendari dell’avvento alternativi:

Calendario del tè

Calendario dell’avvento paleo (?!)

Calendario romantico

Calendario del vino

Calendario del gin

Calendario del piccolo chimico

Calendario della gentilezza

Calendario dell’avvento per lettori

Calendario per i feticisti delle porcellane

Ispirazione circense

Per il tuttofare che c’è in voi

Per l’hipster barbuto che c’è in voi

Per la fashionista di casa

Qualcuno ha detto formaggio?

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Frammenti di un discorso amoroso#3: Doris Lessing e l’esilio degli amanti

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Innamorarsi significa ricordare il proprio esilio.

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In uno dei miei rari momenti di decluttering matto e disperato, conseguenza di un giugno di piogge autunnali, tra le mie carte, le mie scartoffie e i miei mille quadernini ho trovato un quaderno del 2007, in cui, oltre ai miei soliti deliri, avevo appuntato alcuni passaggi di Amare, ancora di Doris Lessing.

È stato il primo (e finora unico) libro della Lessing che abbia letto; se aveste quindi consigli e/o suggerimenti per approfondirla, mi farebbe piacere che me li lasciaste nei commenti.

Ho scelto questa citazione non solo perché la trovo molto bella, ma anche perché mi ha ricordato “la stanza dell’amore” che Wendell Berry racconta in Hannah Coulter e una poesia di Elizabeth Barrett Browning, il Sonetto 22, una sorta di preghiera per

A place to stand and love in for a day, 

With darkness and the death-hour rounding it.

(un posto dove restare e amare per un giorno,

con intorno le tenebre e l’ora della morte).

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In Amare, ancora Doris Lessing affronta, da una prospettiva tutta femminile, amore e sessualità delle persone di mezza età (per fare un collegamento un po’ poptimist, la stessa tematica affrontata dalla serie Netflix Grace and Frankie, con una Jane Fonda in forma smagliante). La Lessing racconta quella passione – e quel dolore – che non conoscono età, quell’inarrestabile bisogno d’amore che accompagna gli esseri umani lungo l’intero corso della loro vita.

Rileggendo questo estratto, nove anni dopo, la Lessing mi ha ricordato, dalle pagine del mio quadernino, quanta voglia avessi di innamorarmi e di entrare a far parte di quello che mi sembrava un club esclusivo, aperto solo a persone che  – specie durante la fase dell’innamoramento – sperimentano una serie di sintomi più o meno preoccupanti, dalla cecità parziale (che esclude la persona amata) a livelli altissimi di imbarazzo e goffaggine, dalle farfalle nello stomaco alla distrazione celestiale, dalla balbuzie temporanea al cuore in gola.

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Lorusso, Lovers and Lautrec

Che strana cosa che la prima aspirazione di quanti sono in preda all’amore o al desiderio sia quella di rinchiudersi insieme in un qualche rifugio o in una solitudine, io e te da soli, tu e io soltanto, per un anno almeno o per venti, e che poi ben presto, o in ogni caso dopo un salutare lasso di tempo, coloro che un tempo sono stati tanto ardentemente ed esclusivamente desiderati vengano lasciati liberi in un paesaggio popolato da amici e da amori, legati tra loro dal richiamo di invisibili e segrete affinità: se abbiamo amato, o amiamo, la stessa persona, allora dobbiamo amarci anche noi.

Una situazione tanto improbabile può appartenere soltanto a un regno o a un luogo distante dalla vita quotidiana, come un sogno o una favola, una terra tutta sorrisi.

Si potrebbe quasi credere che il fatto di innamorarsi sia stato architettato allo scopo di introdurci in questa terra dell’amore e ai suoi baci paradisiaci.”

(Doris Lessing,  Amare, ancora, Feltrinelli, trad. di Bianca Lazzaro)

Soundtrack: Burning love, Elvis Presley

Port William, un posto al mondo

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Trovare il proprio posto nel mondo è uno dei compiti più difficili da eseguire.

Un posto da chiamare casa, che possa offrire rifugio e consolazione.

Un posto a cui tornare, che faccia sentire sicuri, protetti.

Un posto in cui capire chi si è, e imparare ad esserlo, giorno dopo giorno.

Per i personaggi nati dalla penna magistrale di Wendell Berry quel luogo è Port William, cittadina immaginaria del Kentucky la cui geografia è una geografia dell’anima. Ogni famiglia che la abita ha dato qualcosa di sé a Port William, definendone i confini grazie a linee immaginarie di storie e alberi genealogici, stabilendone l’ossatura a forza di case e fattorie, casupole sul fiume e campi coltivati o abbandonati all’incuria, per caso o per una serie di sfortunati eventi.

Port William è i suoi abitanti, quei personaggi cari all’immaginario del lettore di Berry e destinati a far breccia anche nell’immaginario del neofita: la dolce, coraggiosa, giovanissima Hannah (poi Coulter), che affronta la prima gravidanza nell’angoscia dell’attesa del marito Virgil, disperso in guerra; il barbiere Jayber Crow, mite e riflessivo, punto di riferimento di tutte le teste di Port William, in senso letterale e figurato; il vecchio zio Jack Beechum, tanto orgoglioso e testardo quanto leale nei suoi affetti e nella sua dedizione agli amici; i coniugi Crop – Ida e Gideon – devastati dalla morte della figlioletta Annie, vittima di un’alluvione; il tormentato Ernest Finley, divorato da un amore tanto silenzioso e impossibile quanto inesorabile e distruttivo.

Tutti questi personaggi, e la stessa Port William, ruotano intorno ai coniugi Feltner, Margaret e Mat, la luna e il sole dell’intera comunità, un porto sicuro in caso di bisogno, un rifugio per tutti coloro che si sentono persi, o hanno perso la speranza. A casa Feltner tutto, anche la tragedia più inspiegabile – la scomparsa in guerra dell’amatissimo figlio Virgil, la morte della piccola Annie Crop, le sciagure provocate dall’alluvione, il dolore di Ernest, fratello di Margaret – diventa un fardello sopportabile. L’ordine, la tranquillità, la serenità nell’esecuzione di compiti e gesti quotidiani, la dignità nell’elaborazione e nella sopportazione del lutto, la disponibilità a dare una mano a chi ne ha bisogno, l’amore viscerale per la terra: queste sono le colonne portanti della vita dei Feltner, e della comunità di Port William tutta per estensione.

Mat e Margaret incarnano lo stesso ideale di comunità delineato da Berry nei suoi scritti: il fare parte sempre e comunque di un insieme unitario, in cui nessuno viene lasciato indietro, anche quando sbaglia, anche quando è troppo debole e scoraggiato per combattere. Non esistono ultime ruote del carro, e nemmeno ruote di scorta: ogni parte dell’insieme è importante, ed è essenziale per il suo armonioso funzionamento.

Quando Gideon Crop impazzisce per la morte della piccola Annie e scappa di casa, Mat organizza una rete di aiuti per l’orgogliosa e dignitosa moglie Ida, per fare in modo che possa mandare avanti la fattoria di famiglia. Insieme si ricordano i ragazzi partiti per la guerra e mai più tornati; insieme si resta incollati alla radio per cercare di comprendere l’indescrivibile orrore di Hiroshima; insieme si festeggia, con dolceamara e forzata, ma al tempo stesso incontenibile, euforia la fine di quella guerra che sembra sempre più priva di ogni logica e razionalità.

(Mat) Per tutto il pomeriggio è stato perseguitato dalla consapevolezza incompiuta della bomba e della città distrutta. Ha avvertito la propria mente che cavalcava la cresta della storia come un uomo su un guscio di noce, in una violenza di puro effetto, come se il senso della guerra, separatosi molto tempo prima dalla propria causa, ora sfuggisse a ogni comprensione e procedesse per suo conto. Ha avuto l’impressione che alla fine, senza che lui se ne accorgesse, quegli anni di violenza sono arrivati dov’erano diretti non per ragioni o motivi o desideri umani, ma per la logica della violenza stessa. E tutti gli eventi della guerra sono di colpo trasformati dal loro risultato, anche se non sa ancora dire come e quanto”.

Nel contesto di una comunità così unita da sembrare indissolubile, da assumere i contorni di una rete di solidarietà che attenua la caduta di tutti, il silenzioso, solitario suicidio di Ernest Finley assume un’eco ancora più tragica, rivestendosi di un’incomprensibile, drammatica assurdità.

Ernest, tornato dalla guerra con un piede mutilato, investe tutte le sue energie nel lavoro di falegname e nel tentativo di andare avanti come se niente fosse successo e non avesse nessuna disabilità.

All’inizio dell’estate del 1919, quando Ernest alla fine era tornato a casa dopo la guerra, i genitori erano ormai morti e la loro casa era stata venduta. Port William si era abituata alla sua assenza e lui era tornato a casa diverso.

Aveva subito una grave ferita complicata fin all’inizio da un’infezione, e la guarigione era stata lenta e dolorosa. Dopo il congedo aveva passato quasi un anno intero in ospedale. Alla fine, gli avevano riaggiustato il piede alla meglio e quella era stata la cosa più difficile da accettare, una volta guarito: per lui essere curato significava soltanto che sarebbe rimasto storpio. Le ossa e i tendini sbriciolati erano stati rimessi insieme in una mutilazione irreparabile per consentirgli di guarire e vivere. Non c’era ragione, gli dissero, perché non potesse condurre una vita normale. Naturalmente sarebbero stati necessari alcuni aggiustamenti.

Eppure, quando si era apprestato a lasciare l’ospedale, mentre cercava di recuperare la perdita servendosi delle stampelle come in un impossibile problema di meccanica, era consapevole di aver subito una sconfitta. E sapeva che si trattava di una sconfitta evidente e definitiva che non ammetteva guarigione o rivincita, che non contemplava illusioni che ne mitigassero l’immutabilità. E più che da qualsiasi altro luogo in cui era stato, aveva fatto ritorno a Port William soprattutto da quella sconfitta”.

Mentre Ernest lavora a casa di Ida Crop, coinvolto nella rete assistenziale stesa da Mat, si innamora di lei, anelando ossessivamente ogni giorno di più alla vicinanza della bella, dignitosa, riservata Ida. Tuttavia, Ernest si rende presto conto del fatto che la sua dirompente, assoluta passione non può essere ricambiata: Ida non ha occhi che per il marito, di cui attende il ritorno con una fede incrollabile. Quando Gideon le scrive di essere pronto a tornare a casa, Ernest non riesce a tollerare il pensiero di quella rinnovata prossimità e si toglie la vita.

I coniugi Feltner riescono a superare il vuoto immenso di una perdita continua, come un’emorragia grazie al loro reciproco esserci l’uno per l’altra, quel noi che hanno costruito e cementato nei decenni, con fatica e con amore.

Le parole di Margaret gocciolano su di lui come acqua e luce. Dolente e illuminato, ora si sente pronto a riavvicinarsi a lei. Scuote la testa.

Adesso lei lo invita chiaramente e lui si alza e si siede al suo fianco. Le posa il braccio sulle spalle.

‘E Mat – aggiunge lei – noi ci apparteniamo. Dopo tutti questi anni, non pensi che significhi qualcosa?’

(….) ‘Che cosa significhi non lo so’, risponde alla fine. ‘Ma so quanto vale’.

Mat Feltner, la voce narrante più forte di questa collezione di vite, riesce a superare il buio che minaccia di inghiottirlo dopo la perdita di Virgil, allontanandolo inesorabilmente dalla paziente Margaret, grazie alla sua simbiosi con la Terra, moglie e amante, confidente e nemica.

Solo rispettando l’inestimabile valore della terra su cui poggia i piedi e dalla quale trae nutrimento e vita, Port William può continuare a esistere come comunità, più forte di guerre, inondazioni e siccità, piantando i semi di quelle che sarà la sua eredità: la comunità di domani.

Mentre osserva le cataste di pietre e cerca di indovinare quel poco che è possibile intuire, Mat avverte la consapevolezza di un passato perduto e morto, di un passato remoto privo persino della forza della memoria. E se prima ha resistito a quel pensiero temendo di esserne addolorato, ora non prova nessuna tristezza. Là, in presenza del bosco, nei suoni dell’acqua e delle foglie che piovono, ora non avverte la perdita del passato.

Avverte invece la sovrumana quiete del luogo, il suo perfetto ordine fortuito. La quiete di un luogo dove l’evento più semplice o improbabile diviene necessità e parte di un disegno, dove la morte può soltanto cedere il passo alla vita. E avverte la distanza tra quell’ordine quieto e la sua costante battaglia personale per conservare e tenere liberi i propri terreni. Anche se dentro di sé il significato di quei terreni e la sua devozione verso di loro restano saldi, capisce senza dispiacere che un giorno spariranno, che l’ordine che ha creato e mantenuto in essi sarà infine travolto dall’ordine istintivo della natura.

Attorniato dalle foglie scintillanti che gli cadono intorno, Mat si ritrova infine al cospetto del luogo che si stende chiaro e nitido di fronte a lui, radioso come di una luce che emana dal terreno e diventa di colpo visibile. Entra in uno stato di veglia sereno come un sonno”.

Un posto al mondo, Wendell Berry, Edizioni Lindau, trad. a cura di Vincenzo Perna

Soundtrack: Mellon Collie and the Infinite Sadness, Smashing Pumpkins

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Wendell Berry, be my Valentine!

Si, siamo tutti d’accordo: San Valentino è un’operazione commerciale bella e buona  (Bridget Jones docet).
Ma il mondo non sarebbe un posto più bello se ad augurarci un buon San Valentino fosse uno dei nostri scrittori preferiti, tipo…la butto lì, Wendell Berry? (E non perché sia uno degli scrittori più amati dalla sottoscritta, eh).
Grazie al poliedrico genio creativo degli amici di Edizioni Lindau, yes, you can!

Preparatevi dunque a celebrare l’amore (o quello che vi pare, fate voi) con le cartoline scaricabili di Wendell Berry. Festeggiate la buona letteratura, i libri che rimangono dentro e cambiano il lettore per sempre, le storie ben raccontate, l’incanto delle parole, tasselli di un mosaico perfetto, con una selezione di frasi tratte da Hannah Coulter e Jayber Crow (e, dato che ci siete, fatevi anche un regalo: leggeteli. Ve ne innamorerete).

Dato che siamo in vena di regali, ve ne faccio uno anch’io, piccolo piccolo: la traduzione di una poesia di Wendell Berry, Come l’acqua (Like the water). Una poesia che parla, appunto, d’amore. Da leggere mentre ascoltate Ovunque proteggi di Vinicio Capossela, magari.

E un grazie sonoro e corale a Edizioni Lindau per la bellissima e originale iniziativa.

Come l’acqua
di un torrente profondo,
l’amore è troppo, sempre.
Non ce l’abbiamo fatta.
Ne abbiamo bevuto fino a scoppiare,
ma non possiamo averlo tutto
o volerlo nella sua interezza.
Nella sua prodigalità
sopravvive alla nostra sete.
La sera scendiamo verso la riva
per bere fino a riempirci,
e dormire
mentre l’acqua scorre
attraverso regioni oscure.
Non ci trattiene,
ma continuiamo a ritornare alle sue acque fragranti
assetati.
Entriamo
nel regno della sua gioia,
pronti a morirne.

Like the water
of a deep stream,
love is always too much.
We did not make it.
Though we drink till we burst,
we cannot have it all,
or want it all.
In its abundance
it survives our thirst.
In the evening we come down to the shore
to drink our fill,
and sleep,
while it flows
through the regions of the dark.
It does not hold us,
except we keep returning to its rich waters
thirsty.

We enter,
willing to die,
into the commonwealth of its joy.

JCAV

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