Un’ora con… Ilenia Zodiaco di Con amore e squallore

La blogger che ospito oggi è sagace come una Serpeverde, determinata come una Grifondoro, obiettiva come una Tassorosso e amante del sapere come una Corvonero.

Il cappello parlante di Hogwarts avrebbe insomma difficoltà ad assegnarla a una singola casa in maniera definitiva – vero, Ilenia?

Potete trovare Ilenia sul suo blog e sul suo canale You Tube. Buona lettura!

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1) Con amore e squallore: come e perché?

Mi rendo conto che “Con amore e squallore” è un nome che porta con sé delle aspettative, ma è semplicemente il titolo del mio racconto preferito di Salinger, contenuto nella raccolta Nove racconti. L’ho scelto perché la protagonista del racconto, Esmé, è una bambina atipica, dotata di una grande impertinenza ma anche di una grande sensibilità nell’intuire la sofferenza degli altri. Mi piace pensare che questo sia il mio approccio alle storie contenute nei libri e non solo. Almeno questa era l’idea nella mia testa, non so se sono riuscita a trasmetterla.

2) Chi c’è dietro Con amore e squallore?

Il mio volto e la mia identità non sono poi così misteriosi, avendo un canale YouTube in cui non solo imbastisco lunghi monologhi su tutto lo scibile umano, ma parlo spesso anche della mia vita da studentessa fuorisede. In poche parole: sono una siciliana trapiantata a Milano. Quante volte avete già sentito questa presentazione? Mi sono laureata prima in Lettere Moderne e poi in Comunicazione per le imprese e i media. Adesso mando curriculum e medito un Master in Editoria (che nel frattempo Ilenia ha iniziato, ndr), ovvero penso a fantasiosi modi per suicidare la mia carriera. Sono per natura curiosa e credo fermamente che i libri siano il mezzo migliore per imparare ciò che non conosci. Se non so fare qualcosa, di solito, è tra le pagine di un libro che cerco.

Guardo troppe serie tv, amo molto camminare e nuoto come un pesce (ma senza il fisico della Pellegrini). Tutti rimangono stupiti dal fatto che ascolto il rap. Non è tutto qui ma l’essenziale c’è. Ah, dimenticavo. Io dico arancino, non arancina.

3) Il tuo scaffale d’oro

Il grande Gatsby su tutto e tutti. Ad finem fidelis. Cosmopolis di Don DeLillo. L’isola di Arturo di Elsa Morante. Middlemarch di George Eliot. Colazione da Tiffany di Truman Capote. La macchia umana di Philip Roth. La boutique del mistero di Buzzati. Il giovane Holden. Ehi, aspetta ma quanti libri ci stanno su uno scaffale? Meglio fermarsi qui.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Ahimè, Madame Bovary. Sempre ad aspettarsi che il meglio sia altrove. Il bovarismo credo sia inevitabile, anche in percentuali minime, per qualunque lettore.

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Like a rolling stone. Sempre irrequieta, senza una direzione precisa, un po’ persa ma almeno non ci si annoia, il viaggio è parecchio eccitante.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Mi piace scrivere ma la mia idea della scrittura è ormai troppo alta perché possa immaginare di avvicinarmici seriamente, visto che le mie doti sono mediocri. E poi sono molto pigra ed incostante con le parole. Le amo, le odio, ne cerco sempre di nuove e per questo preferisco affidarmi spesso al parlato che allo scritto. La conversazione e il dialogo, in questo momento, mi appartengono di più.

So che può risultare confuso ciò che ho detto. Appunto. Per quanto riguarda la lettura, mi limito a dire che leggere ha cambiato la mia identità. Capisco che per molte persone non sia così ma lo è stato per me. Come penserei, cosa farei, chi sarei, se non avessi passato così tanto tempo dentro le menti di altri, è per me un’incognita.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #4: il panettone non bastò

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Questa casella è scritta e aperta da Claudia di Il giro del mondo attraverso i libri

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Sul Natale sono state dette fiumane di parole, scritti centinaia di libri, migliaia di racconti e poesie. A prima vista sembra che, per parlarne ancora, ci voglia una bella dose di coraggio. Ma non è vero. Non se ne parlerà mai abbastanza. Il Natale ritorna ogni dodici mesi, allo stesso giorno 25, con precisione matematica, non è quindi una cosa molto rara. Tutti sanno come è fatto, tutti potrebbero descrivere in anticipo nei minuti particolari quello che accadrà nelle case rispettive. Eppure se ne resta sempre sbalorditi.

[Dino Buzzati, dal racconto “Lo strano fenomeno che si chiama Natale”, Corriere d’informazione, 24-25 dicembre 1954]

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Tra gli autori italiani che apprezzo di più, sul podio compare il giornalista scrittore bellunese Dino Buzzati. Il nostro primo incontro avvenne sui banchi di scuola, quando io ero molto giovane e lui era già morto da un pezzo. Fu “Il segreto del Bosco Vecchio” il primo libro di Buzzati che lessi, e scoccò un colpo di fulmine; la penna dello scrittore veneto mi affascinò al punto di proseguire la scoperta dell’universo buzziatiano e, col tempo, mi portò a scoprire le piccole gemme letterarie della sua sterminata produzione.

Come il libro “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” (Mondadori, 162 pagine, 9.00 €), una raccolta perfetta da leggere e rileggere, accanto all’albero di Natale o al Presepe o per i più fortunati al caminetto acceso, nell’attesa che passi o che arrivi la notte più magica dell’anno.

In realtà, il nostro Dino il Natale non lo festeggiava volentieri, per lui il 25 dicembre era una giornata come un’altra. Se ci pensate, per molti Natale non è che una giornata come un’altra, soprattutto per chi lavora, magari nell’ambito medico o nella ristorazione o giornalistico: ci si ritrova a salvare vite o a cucinare o a scrivere un pezzo come un qualsiasi giorno dell’anno.

Eppure, Buzzati ha sempre scritto qualcosa a proposito del Natale, senza saltare mai un anno, dal 1934 (“Tecnica del Presepio”, Corriere della Sera, 19 novembre 1934) al 1971 (“Lo strano boxer sul comodino”, Arianna, dicembre 1971), anno in cui trascorse il 25 dicembre in un ospedale di Milano.

La penna di Dino Buzzati è così versatile che tra gli scritti della raccolta “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” anche il lettore più ghiotto trova qualcosa di appetibile: ci sono poesie, una fiaba disegnata da Buzzati stesso, racconti travestiti da fiabe dolceamare e pezzi che hanno un taglio prettamente giornalistico, dove vengono analizzati usi, costumi e mode bislacche.

“E per Natale tu, a casa, cosa fai?”

“Mah, pensavo di fare il solito albero, ma Giantomaso e Almachiara, i miei più piccoli, si sono messi a contestarlo, dicono che a Mao assolutamente non piace. Pensavo di fare un presepio, ma sembra che le punte più avanzate del Concilio lo abbiano messo in quarantena. Pensavo di mettere qualche ghirlanda d’argento, qualche palla di vetro, qualche candelina, e così via, almeno nell’angolo dove alla vigilia si ammucchiano i regali ma Pierfrancesco, il mio secondo, dice che è un rito schifosamente consumistico. Pensavo, sopra e intorno al caminetto, di mettere in mostra i “christmas card” ricevuti, ce ne sono di divertenti da morire, ma Giorgiopaolo, il mio grandicello, dice che Mancuse è contrario. Pensavo, sulla terrazza, fuori, di costruire un bel Babbo Natale con la neve, ma il colonnello Bernacca dice che per Natale la neve non verrà.”

“E allora?”

“Niente. Pulirò i vetri.”

[Dino Buzzati, Decorazioni natalizie, Corriere della Sera, 13 dicembre 1969]

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Il giornalista bellunese trova ogni anno qualcosa da raccontare ai suoi lettori, perché ogni 25 dicembre viene descritto con minuzia di particolari, analizzato a fondo indagato in tutte le sue complessità e punti di vista. In questo modo, è sempre possibile trovare qualcosa di originale e diverso da scrivere sul Natale. E poiché il Natale si ripresenta puntuale ogni anno, le storie di Buzzati sono piccoli ritratti dell’Italia che cambia: il Natale passa e va, magro durante la Seconda Guerra Mondiale e molto più ricco durante il boom economico degli Anni Sessanta.

(…) Caro Gesù bambino,

ti scrivo questa letterina per dirti che per Natale desidero queste cose: Una giostra dei cavallini, un telefono, una scatola da falegname, una fisarmonica, un cavallo che va, un treno, un aeroplano, una camionetta che va, un monopattino, tanti libri e infine dolci, caramelle, torroni, cioccolatini, cicche americane, mandarini e molte altre cose. Però non mi dispiacerebbe anche un sacco di carbone. Ora caro Gesù Bambino sia a te la scelta. Bacioni Mario Fiocchi abitante in viale Montenero 66 oppure via Monte di Pietà 17. Ti avverto che abitiamo all’ultimo piano e se vedi bombardato non spaventarti perché abitiamo lì. (…)

[Dino Buzzati, Montenero, 66 pressappoco una fiaba, Corriere Lombardo, 26 dicembre 1945]

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Natale si presenta puntuale assieme alle solite cose che si devono – quasi – per forza fare: le decorazioni, i regali agli amici e parenti, i pranzi luculliani, i buoni propositi. Tutte queste emozioni collegate al Natale che necessariamente si ripetono (anzi, viaggiano con il Natale stesso) mostrano quanto gli italiani cambino e Buzzati punta la sua lente d’ingrandimento sulla società dell’epoca e ne restituisce un fedele ritratto. E poi, a Natale si è sempre tutti più buoni, vero?

(…) Dopo cinque lunghi anni lo spirito del vecchio Natale sarà di nuovo tra noi, un po’ dappertutto, questa antica favola che non si consuma mai. Non soltanto nelle chiese, anche fuori a San Babila e alla Bovisa, all’ospedale e tra le macerie, sui marciapiedi di via Padova, nei cimiteri, nei tram e nelle guardine (…) Non bisognerà stringere i denti, domani, per essere buoni, perdonare non costerà più fatica, né sorridere ai molti difetti della nostra esistenza; perfino la miseria e il dolore, con minimo nostro sforzo, si circonderanno in qualche modo di luce. Tante cose difficilissime, come il sopportare la vista del prossimo, diventeranno un giochetto. Ora non vi domandiamo di impegnarvi. In seguito, se lo riterrete necessario – lo abbiamo già detto – tornerete pure alle solite carognate. Non vi chiediamo giuramenti o promesse. Più tardi, insomma, si vedrà. Ma, domani! (…)

[Dino Buzzati, Domani una grande occasione, Corriere Lombardo, 24 dicembre 1945]

 

Ma Buzzati sa bene che il Natale non è uguale per tutti: se ci sono persone che lo attendono con gioia e trepidazione, ce ne sono altrettante che vorrebbero che terminasse subito, o anzi che per magia si passasse dal 24 al 26 dicembre. A Natale sembra che ci siano degli obblighi, come essere sempre buoni e felici. Buzzati decide quindi di raccontare anche il Natale di chi soffre, di chi è triste, di chi alla vista delle luci natalizie e all’entusiasmo dei doni, reagisce permeandosi di malinconia, persino le vetrine, che consapevoli di essere state agghindate per le Festività si aspettano di essere ammirate e contemplate; e quando così non è, anche le vetrine dei negozi diventano tristi.

Io sono la vetrina di un piccolo negozio al numero 6 di via Gaspare Secondini. Sull’insegna c’è scritto: “Cornici – Oggetti d’arte”. La mia padrona è la signora Luisa Ambrogetti vedova Forni. Ha sessantacinque anni, credo. È grassa. È buona. Il signor Forni, che aveva ereditato il negozio del padre, è morto anni fa (…) Le 17.50. Chi entra adesso? (…) Ancora due ore, forse meno, e arriverà quel momento così difficile. La pulizia delle lampadine, le palle d’argento e d’oro, l’agrifoglio, le speranze, tutto è stato dunque inutile? Di minuto in minuto si direbbe che la gente, fuori, abbia sempre più fretta, tanto rapidamente galoppa via senza uno sguardo, quasi io nemmeno esistessi.

[Dino Buzzati, Lo stacco di Natale, Corriere della Sera, 24 dicembre 1967]

Ci sono poi Natali che restano nel cuore, vuoi per un dono speciale, per la visita di un amico lontano, perché l’ultimo trascorso con il nostro amato parente. Ogni anno dai cassetti tiriamo fuori nastri, palline di cristallo, statuine e preziosi ricordi, e con essi appulcriamo il nostro esclusivo Natale sul modello di quelli precedenti, eppure senza mai essere uguale a quello precedente. Perché siamo noi ad essere diversi ogni anno che passa – migliori o peggiori, chi lo sa? – e il Natale è una festività che brilla in rosso sul calendario per ricordarcelo.

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Potrei ancora citare molti altri racconti, passi, brani. Ma credo vi potrei rovinare la sorpresa di scoprire un Buzzati particolare, un po’ inedito forse, ma sempre molto originale. Per questo, nell’augurarvi un Buon Natale vi suggerisco di leggere e di regalare “Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie” di Dino Buzzati e di immergervi nel magico universo che il grande scrittore bellunese ha creato.

Buone Feste!

 

Un’ora con… Vittoria Baruffaldi di La filosofia secondo BabyP

Lei si chiama Vittoria Baruffaldi, insegna filosofia e sul suo blog, La filosofia secondo BabyP, si dedica ad esercitare la meraviglia insieme a una piccola aiutante dallo stupore ineguagliabile.

Ho scoperto il blog di Vittoria un pomeriggio brumoso di due anni fa, e ho passato ore a leggerlo, perdendomi nella sua capacità di infarcire di filosofia ogni momento del quotidiano, anche il più banale – almeno in apparenza.

Dal 2 febbraio, Vittoria continuerà a raccontarci storie nel suo Esercizi di meraviglia. Fare la mamma con filosofia, Einaudi editore, che in realtà è il libro di babyP, ma anche un po’ di Vittoria, in fondo.

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Photo credits: Elena Datrino

 

1) Come nasce La filosofia secondo BabyP?

Il blog è nato nel 2012 con un’ambizione alla “meraviglia”, ma senza una forma precisa. Via via che scrivevo, la storia che volevo raccontare ha trovato la sua chiave nella filosofia.

La storia è quella di una madre e una bambina che si fanno delle domande, e provano a illuminare il senso del loro rapporto, e delle cose che accadono intorno a loro. All’epoca leggevo parecchie cose sulle madri, ma trovavo solo risposte, consigli, informazioni: io, invece, avevo solo domande. Le ho messe a galleggiare nel blog: sono ancora lì.

Perché la meraviglia è il primo passo, piacevole, luminoso: la difficoltà arriva quando la lasciamo andare e iniziamo con le domande, i capovolgimenti, le incertezze.

 

 2) Chi c’è dietro la filosofia secondo BabyP?

Ci sono io, c’è lei. C’è il mondo che viviamo. Prendo spunto da questo mondo, ma non racconto la mia vita: c’è una forte componente d’immaginazione.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Lo scaffale d’oro è in continua costruzione, per fortuna. Ti dico i libri che sono stati importanti in una data fase della mia vita, e che continuano a esserlo per diversi motivi:

  • Calvino, Le fiabe italiane (il ricordo più affascinante e terribile della mia infanzia)
  • Cassola, Un cuore arido (il primo romanzo “da grandi” che ricordo di aver letto)
  • Cortázar, Rayuela; Barthes, Frammenti di un discorso amoroso; Queneau, Esercizi di stile (di quando sono rimasta a bocca aperta)
  • Everett, Glifo (un romanzo “filosofico”; tra i protagonisti: uno strano e divertente Barthes)
  • Morante, La storia (i personaggi più vicini alla “meraviglia”)
  • Ginzburg, Le piccole virtù (mi ha accompagnato, e sostenuto, mentre scrivevo)
  • Raboni, Tutte le poesie; Mari, Lettere d’amore a Ladyhawke; Pavese, Le poesie (la poesia, un amore tardivo; prima non ne ero capace)
  • Buzzati, Sessanta racconti (in particolare Sette piani e Inviti superflui; anche dei racconti mi sono innamorata solo in età adulta)

 

4) Il tuo rapporto con la scrittura

So che tipo di rapporto non è: non è urgente, non è terapeutico, non è smanioso.

Il blog mi ha obbligato a una certa disciplina: per la prima volta avevo osato farmi leggere, e piano piano ho cercato di dare credibilità a quello che scrivevo. Poi è arrivata la proposta di Einaudi, e scrivere è stato un lavoro faticoso e lieve al contempo.

Scrivo spesso, ma rimane poco: mi alleno a lasciarmi andare – a farmi visitare da immagini e parole -, ma dopo la revisione non rimangono che poche righe. Inoltre, ho bisogno di molto tempo per riuscire a mettere in fila le parole, e silenzio assoluto, il che non accade quasi mai.

Ciò che più mi interessa è lavorare sullo stile – è l’elemento che più mi affascina anche quando leggo – ed essere coerente con me stessa (niente trucchi da quattro soldi, insomma).

Ho, invece, un ottimo rapporto con la lettura, da sempre. Naturale, equilibrato e vario (a parte la letteratura di genere).

 5) Progetti in cantiere

Il 2 febbraio uscirà Esercizi di meraviglia, per Einaudi. È una cosa che non avevo messo in conto, invece è accaduta: vorrei semplicemente vivermela.

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