Il Calendario dell’Avvento letterario #7: gli universi natalizi di Elizabeth Gaskell

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Questa casella è scritta e aperta da Mara di Ipsa legit

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Elizabeth Gaskell (1810-1865), la cui opera è sempre più apprezzata anche in Italia grazie alle recenti prime traduzioni dei romanzi e ai lavori di studio e di curatela, oltre che un’eccellente letterata fu senza dubbio una vera e propria donna vittoriana, moglie e madre devota, sensibile ai conflitti etici della sua epoca e affezionatissima all’idea della casa[1] come contenitore poliforme di rifugio, nostalgia, speranze, gioia, paura e desideri.

La costante e infaticabile interrelazione con i suoi luoghi e con il suo tempo, che è un aspetto identitario fortissimo della sua produzione narrativa (si vedano, per esempio, la biografia di Charlotte Brontë e gli ultimi due romanzi lunghi della sua carriera, Gli innamorati di Sylvia e Mogli e figlie), assume anche la forma della descrizione di molteplici universi natalizi, che vorrei tentare di analizzare in questo post, ricordando, come premessa, che all’età vittoriana risale l’origine dei festeggiamenti del Natale come li intendiamo oggigiorno. Propongo due soli flash a sostegno di questa affermazione: l’albero di Natale (il primo in Inghilterra) allestito e decorato nel salotto della regina Vittoria grazie all’idea del marito; e la pubblicazione di A Christmas Carol di Charles Dickens, che da allora è definito “The Man Who Invented Christmas”[2] (l’uomo che inventò il Natale).

Se scorriamo l’interezza dell’opera gaskelliana, scopriamo che il Natale assume innanzitutto un aspetto squisitamente climatico. Ad esempio, nel primo romanzo pubblicato della scrittrice, Mary Barton, si legge che «la luce chiara delle sei contrastava in modo bizzarro con il freddo natalizio, e il vento feroce si insinuava dentro ogni interstizio»[3].

In Cranford, la raccolta di bozzetti che Gaskell scrisse in memoria del villaggio dove trascorse la propria infanzia e prima giovinezza (Knutsford, nel Cheshire), per celebrare la piccola società di donne d’età avanzata che riesce a sopravvivere nonostante tutto, con ironia e un forte senso morale, si cita proprio Il canto di Natale di Dickens, che Miss Matty lascia appoggiato sopra un tavolo. L’ironia di questo episodio è sottile eppure deliziosa: uno dei personaggi di Cranford muore nei primi capitoli perché investito da un treno mentre è distratto dalla lettura del Circolo Pickwick – Dickens, che all’epoca era l’editore di Gaskell (l’opera fu pubblicata a puntate sulla rivista da lui diretta, Household Words), chiese di modificare il titolo del libro letto dal personaggio, ma in fase di ripubblicazione di Cranford in volume, l’autrice ristabilì il titolo originale.

Considerata la grande importanza assegnata da Gaskell al valore della domesticità, è naturale che la nostra attenzione di lettori si concentri sulla presenza del focolare, che in molte stanze delle storie gaskelliane ha la funzione di magnetizzare intorno a sé i personaggi, i loro corpi e le loro meditazioni. Un fuoco natalizio è il catalizzatore dei pensieri del reverendo Benson in Ruth, che riflette sull’assennatezza delle proprie decisioni trascorrendo la serata davanti a un «Christmas fire» in compagnia della sorella Jemima.

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Gli innamorati di Sylvia, come accennavo sopra, è tra le opere gaskelliane il libro che maggiormente si configura come un dettagliatissimo ritratto storico, sociale e culturale: la presenza di personaggi quaccheri, inoltre, ci rivela come questa professione religiosa non rispettasse l’usanza della celebrazione natalizia. Gli anziani fratelli Forster, che possiedono l’emporio di Monkshaven e appartengono alla comunità quacchera della città, «non avrebbero mai e poi mai esposto alcuna decorazione natalizia e tenevano scrupolosamente aperto il negozio in quel giorno di festa». In questo romanzo, in cui si descrive una colorata festa di capodanno, il Natale assume piuttosto il valore di una delle tante scadenze dell’anno contadino: scrive Gaskell che «le brave massaie preparavano il loro pezzo di manzo per Natale, lasciandolo a macerare in salamoia, prima che fosse passato San Martino». Il Natale segna anche il limite temporale della malattia della signora Robson, la madre della protagonista: un episodio che ingenera importanti conseguenze per l’evoluzione dei sentimenti di Sylvia.

Il Natale è citato in Mogli e figlie come periodo dell’anno in cui l’aristocratica Lady Cumnor gradirebbe si celebrassero le nozze tra la sua governante di un tempo, Mrs. Kirkpatrick, e il dottor Gibson: e la ragione che adduce per questa preferenza è che i propri nipotini, in quella settimana, si ritrovano a casa per le vacanze scolastiche. Di maggiore importanza per lo sviluppo della trama è il Natale in La casa nella brughiera, perché in occasione della festività torna a casa da Parigi Erminia, un personaggio che avrà forti ripercussioni sull’esistenza della protagonista Maggie.

In Mr. Harrison’s Confessions, che si mostra come una sorta di “anticipazione” dei temi di Cranford, assistiamo a una piccola festa di Natale organizzata da Miss Tomkinson il giorno 23 dicembre alle cinque, per il tè. Per l’occasione, la non più giovane Mrs. Rose si diletta in inediti preparativi che ci riempiono di sorrisi. Il salotto della padrona di casa si presenta poi così ai suoi ospiti: «Le sedie, le tende e i divani di Miss Tomkinson furono liberati dalle loro coperture; e un enorme vaso pieno di fiori artificiali fu posizionato al centro della tavola – cosa che, mi confidò Miss Caroline, era stata tutta opera sua, perché lei adorava vedere nella vita il bello e l’artistico. Dritta come un granatiere, Miss Tomkinson stava vicina alla porta per accogliere i suoi amici, e stringeva loro le mani con calore mentre questi facevano il loro ingresso; diceva che era veramente contenta di vederli. E lo era sul serio». La festività è così importante in questo graziosissimo romanzo breve da segnare anche la sua conclusione.

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La scrittura gaskelliana, come sappiamo, si discosta difficilmente dalla trattazione della realtà, per quanto fredda e cruda essa possa apparire; il racconto “Lizzie Leigh”, infatti, si apre sulla descrizione di un lutto nel periodo natalizio, e così recita: «Quando la Morte si presenta in famiglia il giorno di Natale, il contrasto tra la giornata con il ricordo di ciò che è stata in passato aggiunge strazio alla sofferenza – alla desolazione, un tremendo senso di abbandono. James Leigh morì proprio mentre le campane distanti della chiesa di Rochdale chiamavano alla funzione del mattino, il giorno di Natale del 1836».

My Lady Ludlow ci fornisce invece interessanti dettagli sul cibo legato alla festività natalizia, citando una cena a base di roast beef, le «mince-pies» e il «plum-porridge», mentre il Natale è menzionato in Delitto di una notte buia come appuntamento immancabile di riunione familiare, così come avviene, con sublime delicatezza, in Mia cugina Phillis: è in quella occasione che Paul, il narratore, si ritrova a cospetto del cambiamento intervenuto sull’espressione e sul corpo di Phillis a causa delle sue pene d’amore.

Un racconto che porta la traccia della festa già nel titolo è “Christmas Storms and Sunshine”, nel quale si narra di una vigilia battuta da un aspro vento dell’est, sotto un cielo color dell’inchiostro, e che si chiude con un messaggio di tolleranza di valore universale: «Se hai avuto un litigio, o un’incomprensione […] con un’altra persona, fate la pace prima di Natale; così sarete tanto più felici!»

Un’ultima annotazione non può che provenire dal ricchissimo epistolario di Elizabeth Gaskell, così denso di sentimenti, di amicizie e di pensieri rivolti alle figlie, spesso lontane da casa. Il giorno della vigilia del 1852, l’autrice scrisse alla primogenita: «Mia carissima Marianne, un buon Natale a te, e che ne vengano tanti, mia cara. Vorrei che fossi a casa, anche se qui sarà tutto molto tranquillo. Non verrà nessuno e noi non andremo da nessuna parte se non alla Cappella. Flossy e Julia ti mandano tanto tanto tanto affetto». Interessante e curiosa dal punto di vista della carriera letteraria è invece la lettera spedita tra la vigilia e il Natale del 1854 alla carissima amica Tottie Fox, alla quale Gaskell scrisse: «Nel complesso tutto sembra molto triste, questo Natale. Sono quasi ammattita a furia di lavorare su quella dannatissima storia… che vada in malora! Sono arcistufa di scrivere […] per me è stato un peso tale che ho avuto uno dei mal di testa più invalidanti della mia vita».

A quale storia faceva riferimento la nostra Elizabeth? Nientemeno che al suo romanzo più conosciuto e forse più amato, l’ormai celebre Nord e Sud.

[1] Si veda, in proposito, il mio saggio Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana (flower-ed 2016).

[2] Del 30 novembre è l’uscita nelle sale cinematografiche di un film che porta esattamente questo titolo, in cui l’attore britannico Dan Stevens interpreta Dickens.

[3] Qui e in seguito, le traduzioni dall’inglese sono di chi scrive.

Il Calendario Dell’Avvento Letterario #10: miniguida al racconto di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta

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Il racconto di Natale è un racconto di fede. E “fede” ha subito un’usura semantica tale da perdere il suo significato generale. Accettare l’invisibile: ecco cos’è, prima di tutto, la fede, una fiducia nella verità di ciò che non è. Forse è per questo che su di me il Natale ha esercitato un fascino incredibile, senza essere macchiato dalla consapevolezza del tempo, un resoconto costante alla fine dell’anno.

Questo fantasma ha la forma di un suono, la mia voce estranea di bambina, impressa su una cassetta perduta, che chiede dove sono finite le scarpine rosse; o ha la forma di un abete spelacchiato, unico superstite alla moda degli alberi di plastica; o ha l’odore di un muschio invisibile tra le decorazioni di Natale.

Ma se volessi pensare a una voce del Natale non riuscirei a farlo e dovrei affidarmi ai molti che l’hanno raccontato. Il racconto di Natale non è un vero e proprio genere, ma è un tipo di storia che si discosta dalla luce emanata dagli addobbi ed è più incline alla riflessione.

“Chi di voi è senza peccati scagli la prima tavoletta di torrone” gridò Carlinetto, che stava appunto intaccando il suo torrone col coltello.

Vecchi giovinastri di Emilio De Marchi potrebbe essere un racconto anonimo, se non fosse per l’unicità dei personaggi che lo animano. Gli anziani si riuniscono nel locale del paese e condividono bevute e racconti. Ma quando uno di loro avrà l’impegno della famiglia –  e delle donne – subentreranno sospetto e pettegolezzi da parte degli amici. Tutto si risolve nel potere conviviale del cibo durante la vigilia di Natale. La frase sopra riportata è pronunciata da Carlinetto, colui che gode dei piaceri terreni senza condannarli a prescindere. L’umiltà della sua sincerità si nota dall’ospitalità incontrollata e dal non lasciarsi andare a facili ipocrisie. Paradossalmente sono proprio i modi ingessati del prete, sempre contenuti in un’aura dogmatica, a rendere meno vera la festa.

Il peccato e il misticismo della notte di Natale, il non appartenere in apparenza a nessuna religione in particolare, predilige l’introspezione con una sorta di ricerca da parte di chi scrive. Don Balanguer è il protagonista di una leggenda raccontata nel racconto Le Messe di Natale di Manuel Gutiérrez Nájera:

Sono uscito a passeggiare un po’ per la strada, e in ogni angolo il fresco odore del muschio, l’animazione e il brusio delle piazze e l’eterna gazzarra dei pifferi hanno riportato i miei pensieri alla Vigilia. È impossibile parlare d’altro. Stasera le baracche miseramente sparse nella piazza principale sono state più animate che mai.

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Dopo la traversata in una città addobbata a festa il narratore racconta di un prete, tentato dal diavolo in persona che gli racconta le meraviglie del banchetto che lo attende.  Una messa frettolosa varrà al religioso l’entrata nel limbo: tenere in eterno una messa di fantasmi.

Il racconto di Natale è un racconto di congiuntura, lì dove si incontra l’imago di un tempo che fu, confuso tra ricordi e spettri. Tra i due c’è una differenza tutta particolare che è decisa da chi racconta o rivive alcuni avvenimenti.

Capita che Dickens, lontano dal canonico Christmas Carol, scriva Un albero di Natale facendo rivivere davanti ai suoi e ai nostri occhi i ricordi d’infanzia. Così come sono abbelliti dal reimmaginare un racconto. Anche se i colori non sempre compaiono e difficilmente particolari così dettagliati coincidano con la nostra esperienza, tutto è avvolto dalle voci di personaggi e storie che si rincorrono tra i diversi piani dell’albero:

Ebbene sì, su ogni oggetto che riconosco tra i rami più alti dell’albero di Natale vedo brillare questa luce magica! Nelle fredde e buie mattinate invernali, quando mi sveglio all’alba e intravedo il biancore della neve attraverso il gelo delle finestre, odo la voce di Dinarzad che esclama: «Sorella mia, se siete già sveglia, vi supplico di terminare il racconto del giovane re delle Isole Nere». Al che Sherazad risponde: «Se il Sultano mio signore mi concederà di vivere un altro giorno, o sorella, vi prometto che non soltanto porterò a termine la storia, ma che ve ne racconterò un’altra ancor più meravigliosa». E il benevolo Sultano si allontana senza dare ordine di metterla a morte, e tutti e tre tiriamo un sospiro di sollievo. A quest’altezza dell’albero comincio a presagire, nascosto tra le foglie, un incubo spaventoso – forse provocato dal tacchino, dal pudding o dal mince pie, oppure da tutta la cena combinata con Robinson Crusoe sull’isola deserta, Philip Quarll 1 tra le scimmie, Sandford e Merton con Mr Barlow, Mother Bunch e la Maschera.

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Dal piano incorporeo può capitare che le storie prendano il sopravvento e si trasformino in una presenza indifferente, come quella del gioco Sonì nel racconto omonimo di Alfred McClelland Burrage. Si spengono le luci su un gruppo di amici nella notte di Natale, chi ha preso il biglietto con scritto Sonì dovrà nascondersi e, quando trovato, non risponderà alla chiamata degli altri giocatori. Ogni volta che i giocatori si riuniscono c’è sempre una persona in più.

Il bello dell’atmosfera dei racconti di Natale di questo tipo è che l’orrore viene sfiorato senza avere l’intenzione di incutere timore.

A volte  a raccontare sono anime contemplative, imbevute di una malinconia suscitata dai reietti. Uno di questi è il protagonista di The Burglar’s Christmas di Willa Cather. Nell’ora più fredda di una fangosa Chicago il protagonista ne percorre le strade ricordando dolcemente i natali passati e i fallimenti venuti in seguito.

The unyielding conviction was upon him that he had failed in everything, had outlived everything. It had been near him for a long time, that Pale Spectre. He had caught its shadow at the bottom of his glass many a time, at the head of his bed when he was sleepless at night, in the twilight shadows when some great sunset broke upon him. It had made life hateful to him when he awoke in the morning before now. But now it settled slowly over him, like night, the endless Northern nights that bid the sun a long farewell.

(La ferma convinzione che lo affliggeva era che aveva fallito in tutto ed era sopravvissuto a tutto. Quel Pallido Spettro era vicino a lui da tempo. Molte volte aveva intravisto la sua ombra sul fondo del bicchiere, alla testa del letto quando la notte non riusciva a dormire, l’aveva visto nelle ombre del crepuscolo che si schiudeva davanti a lui. Gli aveva reso la vita odiosa quando si svegliava la mattina. Ma ora si era stabilito lentamente in lui, come la notte, come le notti senza fine del Nord che offrivano al sole un lungo addio.)

Il racconto di Natale è tradizione. Una tradizione forte, una tradizione scontata più per il ripetersi ciclico che per l’anno appena passato. Le usanze mantenute negli anni sono però dei riti, alle stregua di riti religiosi, che normalizzano l’anno e lo stabilizzano con un lieto ricordo. Potrà capitare di perdere di vista lo scopo e di farsi prendere dalla foga di cose in realtà inutili, come la scelta della carta da regalo che verrà stracciata in ogni caso, la scelta di regali originali nel timore di non ricambiare il valore di quelli ricevuti. Insomma c’è uno scambio inconscio tra il valore del Natale in sé e il valore delle cose che compongono il Natale.

“Intanto l’industria e il commercio hanno scatenato sulla città l’incantesimo pianificato del Natale, velivoli di notte hanno seminato sulla città la polverina dell’anticongiuntura, radio e televisione hanno bombardato il pubblico di messaggi motivazionalizzanti, nei ristoranti e nei caffè, sui cibi e nelle bevande, sono state versate dosi di elisir promozionale, uomini e donne sono stati quindi presi da una irrefrenabile smania, entrano ed escono dai negozi, comprano, ordinano, spediscono, scrivono, telefonano, firmano assegni e cambiali, giganteschi furgoni carichi di strenne intasano le strade della città, cataratte di Christmas cards, bigliettini, buste, calendarietti, immagini ingorgano le sedi postali e quindi traboccano all’esterno.

[…]

Riuscite ancora a distinguerla, la vostra città nella piena notte di Natale? Sommersa interamente da una coltre di inutili assurdi costosissimi regali, da uno strato spesso tre metri di telegrammi bigliettini cartoncini auguri auguri auguri.”

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In Una torta e una carezza di Dino Buzzati una tata trascorre il Natale con la famiglia di cui ha cresciuto i bambini. Lei è l’unica a ricordare l’imperfezione e la semplicità della torta che preparava per l’occasione e vi si dedicherà ad ogni costo. Attorno a lei si anima la foga della presentazione e nell’ossessione delle apparenze della cucina della cuoca di casa e della marea di biglietti e pacchetti ricevuti dalla famiglia. Qui Buzzati è fin troppo chiaro nel messaggio: se il Natale non è un giorno come un altro allora perché ostentare le psicosi collettive invece di dedicarsi a quello che si ha proprio davanti agli occhi? Rendere speciale un giorno che speciale non è, tra le cose più semplici da dire e difficilissime da fare.

La miniguida ai racconti di Natale ha selezionato solo una piccola parte nello sterminato panorama di storie che ci sono attorno alla festività. E questa incompletezza rincuora perché vuol dire che il Natale, nonostante tutto, è ancora in grado di originare un tentativo di renderlo memorabile anno per anno. I lettori troveranno diversi natali, dai generi più disparati, dagli autori più disparati mossi semplicemente dalla voglia di raccontare. Alla fine sono i lettori a scegliere il Natale che desiderano, a leggerlo e raccontarlo insieme agli autori preferiti.

Vecchi giovinastri, Un albero di Natale, Sonì e Le Messe di Natale sono tratti da Racconti sotto l’albero, Edizioni Lindau, 2016

Una torta e una carezza tratto da Aspettando il Natale. 25 racconti per la vigilia, a cura di Fabiano Massimi, Einaudi, 2009

Il racconto di Willa Cather in lingua

Il Calendario dell’Avvento Letterario#2: alberi di Natale letterari

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Questa casella è scritta e aperta da Giulia de La Cornacchia Sepolta 

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L’albero di Natale è un’istituzione, diciamo la verità. Come tanti simboli del Natale ormai è slegato dalle sue origini, e ognuno lo vede e lo fa un po’ come gli pare. Anche gli scrittori hanno la loro opinione e le loro preferenze in merito all’abete più importante di tutti. James Joyce, ad esempio, ne regalò uno piccolo, di plastica e con la neve finta al nipote: nulla di più triste. Niente in confronto a quello di Dickens in Un albero di Natale, ornato con frutti magici e oggetti strani, una vera “materializzazione delle fantasie dell’infanzia”. Eh sì, Dickens col Natale ci sapeva fare, ma non fu lui ad introdurre l’albero di Natale in letteratura. Il primo autore importante a citarlo in una delle sue opere fu Goethe ne I dolori del giovane Werther. Tra i tanti dolori, infatti, Werther riesce (ebbene sì) a provare anche una gioiosa estasi quando, visitando Lotte, vede un albero decorato con candele, mele e dolcetti. Evidentemente i tedeschi non sono bravi solo con i mercatini, perché in diversi ne hanno elogiato gli alberi di Natale. Coleridge e Dickens, ad esempio, lodarono la meraviglia degli abeti tedeschi decorati con delle candele accese. Come non gli prendessero fuoco io non lo so, comunque l’albero di Natale, cari miei, non è solo un oggetto gioioso.
Ora mi dispiace rovinarvi l’atmosfera, ma vorrei parlarvi di uno degli alberi di Natale che io preferisco, che è quello che si trova in Casa di bambola di Ibsen, e non è che sia proprio il simbolo dell’armonia e della pace, anzi. L’opera teatrale racconta l’evoluzione della bambolina/allodola Nora, che, più che donna, sembra una bambina capricciosa, che dovrà fare i conti con ritorsioni e sconvolgimenti del proprio mondo. L’albero di Natale è presente in tutto il testo e simboleggia la natura decorativa della protagonista, che con l’albero condivide il ruolo di ornamento della casa.  L’albero, inoltre, registra i cambiamenti e quindi i diversi stati d’animo di Nora. All’inizio dell’opera l’albero è al centro della stanza, ha un posto di rilievo come Nora che si prepara a strabiliare tutti con la sua tarantella. All’inizio del secondo atto, invece, viene descritto come “saccheggiato e scarmigliato, con le candeline consumate”, e infatti Nora ha appena ricevuto brutte notizie ed è scarmigliata e consumata tanto quanto l’albero. È quindi anche il simbolo della progressiva distruzione di Nora. Come l’albero è tradizionalmente associato alla gioia del Natale, così l’idea della famiglia di solito è associata al calore e alla felicità. Chi meglio di Ibsen avrebbe saputo sgretolare queste vostre convinzioni?

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Lo so, lo so, Ibsen e il suo pessimismo scandinavo non sono proprio il massimo per festeggiare con gioia l’arrivo del Natale, ma non siete contenti ora che ogni volta che vedrete il vostro bell’alberello tutto decorato e illuminato penserete a  quella povera donna-albero intrappolata in un matrimonio senza amore ad abbellire un salotto che è più una camera delle torture?

E se Purity non l’avesse scritto Franzen? (Impressioni di lettura alternative)

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Avete intenzione di leggere Purity, l’ultima fatica letteraria del tanto discusso Jonathan Franzen (per gli amici Franzie)?

Vi darò lo stesso consiglio che vi ho dato quest’estate per l’altrettanto dibattuto Go Set A Watchman di Harper Lee: spegnete il computer, disattivate il 4G, mantenetevi lontani da Twitter, evitate come la peste Goodreads. Rifuggite dal flusso apocalittico di recensioni che stanno infestando il web, e, se ne avete letta qualcuna, dimenticatevela. Insomma, sospendete il giudizio, onde evitare di corrompere la vostra lettura con visioni preconcette e distorte.

Già che ci siete, mettete anche un attimo da parte l’annosa questione dell’Internet e dei social media: ci ritorniamo, eh. Nel frattempo, mettetevi comodi e godetevi quello che Purity è veramente: un romanzo meravigliosamente scritto. Non rischiate che l’autore diventi più grande dell’opera: immaginate che lo scrittore sia un anonimo esordiente, un Pinco Pallo qualunque.

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Il segnalibro è un regalo di Peekabook.it

Se mi seguite su Twitter, saprete che da settembre mi sono imbarcata in un personalissimo triathlon letterario (ribattezzato #franzethon): Le correzioni, Purity e Freedom (si, in quest’ordine). I motivi sono due: avevo solo letto estratti e articoli di Franzie, e già da tempo volevo rimediare; la tempistica era poi particolarmente opportuna, dato che il 18 ottobre Franzie sarà qui a parlare di Purity (e io, ovviamente, sarò tra le prime file, pronta a lanciargli il mio bigliettino da visita e a dichiarargli la mia infatuazione per lui). Sì, perché durante il mio franzethon (ho da poco cominciato Freedom) mi sono innamorata di Franzie, e della sua incredibile abilità di tratteggiare i suoi personaggi, di scavare dentro di essi ed estrapolarne i segreti più reconditi e impensabili, per far arrivare il lettore, in maniera quasi maieutica, a capire le ragioni dietro comportamenti anaffettivi, irrazionali, apparentemente privi di fondamento o di logica.

Tanto per cominciare, Purity è questo: una collezione di umanità spezzata, sofferente, esacerbata dalla ricerca di onestà, dall’ambizione alla purezza, e dalla frustrante impossibilità di raggiungere entrambe le condizioni.

C’è Purity (Pip) Tyler: una ragazza mediamente carina, mediamente intelligente, mediamente interessante, cresciuta in California con una madre misteriosa e iperprotettiva, innamorata di un uomo sposato, più grande di lei, col quale vive in una squallida casa condivisa di proprietà dell’instabile Dreyfuss. Pip ha sulla coscienza $130,000 di debiti studenteschi e il desiderio irrinunciabile di scoprire l’identità di suo padre. Si lascia così convincere da Annagret, un’affascinante tedesca, a partire per la Bolivia e fare uno stage per il Sunlight Project, una fosca organizzazione dedicata alla trasparenza dell’informazione che potrebbe aiutarla a ritrovare suo padre. Conosce così Lui, l’uomo del momento, il carismatico leader del Sunlight, l’uomo più onesto del mondo che lotta per la verità e solo per la verità, uno degli esseri più puri mai esistiti: Andreas Wolf. Anche se allo stesso Andreas e al suo esercito di groupie, rigorosamente donne, fa comodo credere all’irreprensibile reputazione di questo cavaliere senza macchia e senza paura, la realtà non è (quasi) mai quella che si vede: Andreas è un uomo tormentato, che ha costruito la sua carriera di dissidente e la sua fama mediatica quasi per caso, nel tentativo di liberarsi del legame semi-incestuoso con sua madre, che l’ha legato per bene alle sue gonne grazie a una fitta rete di menzogne, nascondendogli la sua infermità mentale e la vera identità di suo padre. Andreas diventa un adolescente arrabbiato, ossessionato dalla masturbazione e dai suoi disegni di donne bellissime e sensuali che elimina subito dopo l’atto, nel tentativo di esorcizzare sua madre e al tempo stesso di mantenerne intatta la purezza genitoriale.

Ai suoi primi tentativi di ribellione, Andreas, il cui padre/patrigno è una personalità di spicco nella Repubblica Democratica Tedesca, viene allontanato da casa e, dopo la pubblicazione di un paio di poesie pornografiche e un’intervista davanti agli archivi segreti della Stasi, presi d’assalto da un gruppo di dissidenti, viene etichettato come loro leader e raggiunge un’improvvisa – e indesiderata – fama mediatica. Il suo sopralluogo negli archivi della Stasi, la sua determinata ostinazione a far venire fuori la verità, nasce dalla necessità di proteggersi, di proteggere il suo segreto: ha ucciso un uomo, apparentemente per proteggere la bella Annagret, di cui è infatuato, ma di cui si stufa ben presto, perché incapace di amare; la verità è che la sua sete di uccidere risponde al desiderio di sangue del suo alter ego, The Killer, un concentrato di rabbia ancestrale e di desideri incontrollabili che a tratti si impossessa di Andreas, condannandolo a un’eterna lotta col desiderio di morte, con la voglia di uccidere sua madre, le donne che gli stanno intorno, la stessa Purity. Andreas è l’incarnazione di questo rapporto di amore-odio con Internet e i social media di cui si è tanto parlato: si avvicina al web per la pornografia, ma poi scopre che la sua persona pubblica – e social – è migliore del suo se stesso tridimensionale; quello che è un labirinto di dolore, sofferenza, rabbia, bugie e follia diventa, nei social e nella rete, il filo d’Arianna che lo conduce a un Andreas Wolf leader carismatico, paladino della verità tutta la verità nient’altro che la verità, fondatore del Sunlight project, che gli procura anche un bel po’ di denaro e svariate ammiratrici/finanziatrici con cui andare a letto.

Fino all’arrivo di Pip, l’unica che sembra capace di redimerlo attraverso un legame di sottomissione assoluta a lui; ma Pip, che pure si rivela misteriosamente attratta dalla parte più torbida di Andreas, dalle sue mani di assassino, alla fine scappa, e diventa solo una pedina per disinnescare un’altra di quelle bombe ad orologeria che rischiano di profanare la santità di Andreas.

franzie 2Tom Aberant (il cui cognome è tutto un programma) è un giornalista vecchio stampo dall’etica professionale integerrima. Crede nei reportage fatti sul campo, nel giornalismo vecchio stile, nelle nottate insonni passate a scrivere pezzi per essere certi che diventino scoop; non crede invece che i social e i vari WikiLeaks e i blogger e gli influencer possano del tutto sostituire questo tipo di giornalismo. Anche l’incorrotto e incorruttibile Tom nasconde un paio di segreti: ha aiutato Andreas ad occultare le prove del suo omicidio. Non ha mai smesso di amare, o meglio, di essere ossessionato dall’ex moglie, l’eccentrica, instabile Anabel, scomparsa da più di vent’anni senza lasciare traccia. Ha una figlia che non conosce, ma che è molto più vicina a lui di quanto potrebbe immaginare. Il pilastro della sua vita, la sua collega e compagna Leila, è sposata con un alcolizzato disabile che non ha il coraggio di abbandonare, anche perché abbandonarlo significherebbe rassegnarsi a essere la seconda donna nella vita di Tom dopo l’eterna, eterea Anabel.

C’è la madre di Pip, che afferma di chiamarsi Penelope Tyler ed essere povera in canna. O forse è una ricca ereditiera, e la vita che si è costruita è una gigantesca menzogna? In ogni caso, la madre di Pip è uno dei personaggi più affascinanti del romanzo. Si rifiuta ostinatamente di riconoscere (e di vivere) la realtà e vive nel suo mondo di finzioni, una bambina intrappolata in un corpo da grande, che concepisce Purity con un unico scopo: creare un essere perfettamente puro (da qui il nome) da amare in maniera perfetta, assoluta e continua, e da cui essere amata allo stesso modo. Cosa che Pip fa, fino a un certo punto, come viene fuori da uno dei pezzi più belli del romanzo:

The cabin was dark. Inside it was the sound of her childhood, the patter of rain on a roof that consisted only of shingle and bare boards, no insulation or ceiling. She associated the sound with her mother’s love, which had been as reliable as the rain in its season. Waking up in the night and hearing the rain still pattering the same way it had when she’d fallen asleep, hearing it night after night, had felt so much like being loved that the rain might have been love itself.

(Il bungalow era buio. Dentro c’erano i suoni della sua infanzia, il picchiettio della pioggia su un tetto fatto solo di tegole e travi nude, senza isolamento o soffitto. Associava quel suono all’amore di sua madre, affidabile come la pioggia durante la sua stagione, Svegliarsi nel corso della notte e ascoltare quel ticchettio continuo, identico al suono che l’aveva fatta addormentare, notte dopo notte, le faceva sentire così tanto di essere amata che la pioggia avrebbe potuto identificarsi con l’amore stesso).

A un certo punto, tuttavia, le bambine crescono e giunge il momento di affrontare la realtà. Pip chiede alla madre di demolire la loro vita di finzioni e bugie e di ricominciare da zero, costruendo un rapporto paritario; Franzen la ricompensa con un finale degno di Grandi speranze, un trust fund e un ragazzo -James – che per una volta non ha il doppio dei suoi anni, con cui camminare verso il tramonto (o sotto le torrenziali piogge californiane, in questo caso).

Avete capito allora qual è il fascino di Purity? Ogni parte è dedicata a un personaggio, e sta al lettore mettere insieme i pezzi del puzzle. Ogni parte è uno straordinario affresco di umanità deforme e sconsolata, destina all’annullamento del sé finché costretta a vivere nella negazione del sé.

La geografia si sposta dalla Germania dell’Est alla Berlino pre e post caduta muro, dalla California a Denver, dal Belize alla Bolivia. Franzen abbraccia un’incredibile varietà di tematiche, dalla doppia faccia dei social media all’onestà intellettuale, dalla persona virtuale alla persona reale, dal sottilissimo confine tra verità e menzogna alla pazzia, dal suicidio agli istinti più brutali nascosti nella parte oscura di ognuno di noi, dalla famiglia all’amore, dal sesso alla morte, dall’ossessione alla fama. Da questo punto di vista, credo possa dirsi il suo romanzo più compiuto, che spazia dalla storia del crollo dell’ex-URSS a WikiLeaks e Assange, filtrando il vissuto storico e i cambiamenti sociali attraverso gli occhi di un’incredibile, variegatissima galleria di personaggi.

Durante la lettura mi sono creata una playlist di accompagnamento: la condivido con voi, e aspetto i vostri suggerimenti per migliorarla ed arricchirla.

Ve l’ho già detto che mi sono innamorata di Franzen, vero?

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Consiglio di lettura: un buon Pouilly-Fumé

We are all haunted houses.

Non siamo villette unifamiliari stile Mulino Bianco, con le pareti imbiancate di fresco e i vasi di fiori al balcone. Siamo vecchi castelli, magioni abbandonate, e tutti abbiamo i nostri scheletri negli armadi, le ragnatele in soffitta, il salone chiuso con la torta nuziale mai mangiata popolata dai topi, l’orologio fermo e una Miss Havisham perennemente vestita nel suo abito nuziale che aspetta chi non arriverà mai. E soprattutto, tutti noi abbiamo i nostri fantasmi.
Quelli che tengono svegli in piena notte. Quelli che fanno più paura, perchè non si possono vedere, nè sentire: quelli che opprimono il petto e non ti lasciano respirare, quelli che ti serrano la gola e la bocca dello stomaco. Quelli che ti lasciano ad annaspare, boccheggiante, alla ricerca di un po’ d’ossigeno.
Quelli che ti fanno temere quelle notti eterne, e tirare un sospiro di sollievo solo alle prime luci dell’alba. Quelli che ti fanno bramare l’oscurità, quel buio dolce e buono che scende come una coperta a proteggerti da quello che non vuoi vedere.
Quei fantasmi che sono strascici di sentimenti che non riesci a buttare via, le ultime scintille di incendi che non riesci a sedare del tutto, mai. Quei fantasmi che sono ombre di persone che ci sono state e non ci sono più. Dettagli. Barlumi di visi. Scorci di sguardi. Pezzi di sorrisi che si riflettono in uno specchio scheggiato.
Fantasmi di parole mai dette, di cose mai fatte, di lettere mai scritte. Di addii alla stazione. Fantasmi di persone che abbiamo lasciato andare via e ora sono solo ombre, gocce di memoria, lacrime distillate di rimpianto.
Tuttavia, credo che i peggiori siano quelli che ci portiamo dietro dall’infanzia. Quelli che vivono dentro di noi ma che cerchiamo di ignorare anzichè affrontarli a colpi di kick-boxing.
Quei compartimenti stagni che non permettiamo a nessuno di aprire. Quelle vicende che ci hanno segnati rendendoci inesorabilmente quello che siamo. Anche se non vogliamo, anche se non possiamo accettarlo, questi fantasmi sono parte di noi. La mattina, allo specchio, si possono intravedere, nel grigiore della pelle, nel nero delle occhiaie, in quel guizzo di vitalità in meno nello sguardo.
Noi siamo i nostri fantasmi. E non vogliamo ammetterlo perchè è scomodo, davanti a noi stessi prima che agli altri. Non vogliamo ammetterlo perchè abbiamo paura di giudicarci e di essere giudicati.
Ma solo vivendole, quelle paure, solo affrontandole nei corridoi e nei labirinti intricati dei nostri castelli infestati, saremo forse in grado di capirci qualcosa. Qualcosa di quel grande mistero che siamo noi stessi.
Per quanto ci costi ammetterlo, per quanto possiamo vergognarcene, siamo fatti di luce ed ombra, di leggerezza e pesantezza, per quanto quest’ultima spesso abbia la meglio, come nel mio caso.
Forse solo ammettendo questa tensione, questa dicotomia costante, e vivendola fino a fondo si può trasformarla in qualcosa di…positivo. In una turbolenza creativa. In un vortice di pensieri e parole, sogni e insonnia in cui cercare di rivederci per quei bambini che eravamo, spaventati dal buio o dal lupo o dall’uomo nero o dall’abbandono di un genitore. O traumatizzati da quest’abbandono.
Forse quello che facciamo, giorno dopo giorno, è comprimere, senza mai decomprimere. E’ cercare di soffocare quel bambino che continua a vivere dentro di noi, senza mai dargli voce, anche se richiede le nostre cure, la nostra attenzione, e, soprattutto, quello che gli abbiamo sempre negato: il nostro amore incondizionato. La nostra accettazione.

Siamo tutti vecchi castelli infestati da fantasmi. E no, non possiamo venderci come dimore storiche di lusso finchè non riusciamo ad esorcizzarne almeno un paio.
E non si può smettere di frequentare il passato se non si scende a patti con lui. Almeno in parte.

Melancholia di Jon Fosse, Cime tempestose di Emily Brontë

 

Things We Forget: #301: vivocity, singapore
Things We Forget: #301: vivocity, singapore

“Ho preso la sua mano nella mia, e siamo andati fuori del luogo in rovina…e non ho visto l’ombra di un altro distacco da lei”. (Charles Dickens, Great Expectations – Grandi speranze)

Bernard Shaw su Grandi Speranze: “The novel is too serious a book to be a trivially happy one. Its beginning is unhappy; its middle is unhappy; and the conventional happy ending is an outrage on it.”

Non potevo non iniziare il post di oggi se non ricordando che duecento anni fa nasceva un genio della letteratura, inglese e non solo: Charles Dickens (per A Christmas Carol leggere qui)

 

Great Expectations, Penguin Popular Classics


Dall’amore felice, all’amore contrastato, all’amore dannato, all’amore come ossessione. Vi propongo qui di seguito alcuni estratti di un libro che mi ha molto colpito, Melancholia di Jon Fosse, una sorta di lunga lettera – sfogo – introspezione del pittore Lars Hertevig. Prendete Jon Fosse, il massimo scrittore norvegese vivente. Prendete Lars Hertevig, uno dei più grandi paesaggisti norvegesi dell’Ottocento, le cui malattie nervose gli valsero l’internamento in manicomio. Metteteci dentro pure la bella quindicenne Helene, nipote del proprietario della pensione presso la quale Lars alloggiava, e shakerate bene. Il risultato? Un fiume di colori e parole, una tensione costante, tra amore e ossessione, tra sprazzi di lucidità e follia, del pittore verso la sua bella. Il tutto è narrato dal punto di vista psicotico e visionario del pittore norvegese, che dà vita a pagine davvero intense, e davvero belle. Leggere per credere.

“Lui, Lars da Hattarvagen sta abbracciando Helene Winckelmann ed è così
tranquillo, colmo di qualcosa che non sa cosa sia. Lars Hertervig è con
Helene Winckelmann.E non è più se stesso, è con lei. Si trova dentro
qualcosa che non sa cosa sia. È con lei. La cinge con le braccia e ora
lei lo abbraccia.
Lui preme il suo viso nei suoi capelli, sulle sue spalle.Si trova
dentro qualcosa che non ha mai conosciuto prima, qualcosa che non sa
cosa sia e lui, il paesaggista Lars Hertevig, non ha idea di cosa sia,
ma all’improvviso se ne rende conto, ed è in quel momento che capisce, è proprio in quel momento che sa di trovarsi dentro qualcosa verso cui il suo quadro tende, qualcosa che è nel suo quadro, quando sta
dipingendo al meglio, è lì che si trova lui ora, lo sa, perchè ci è
già stato prima nelle vicinanze di questo qualcosa all’interno del
quale ora si trova, mai ci era entrato prima, mai come adesso, lì dove
il pittore Lars Hertevig respira attraverso i capelli di Helene
Winckelmann. E non fa altro che restare nella sua luce, in qualcosa
che lo colma.

E ora, sdraiato sul letto, non riesce a ricordare quanto tempo è
rimasto abbracciato a lei, alla sua cara, carissima Helene, ma certo
deve essere stato parecchio, magari quasi un’ora era stato ad
abbracciarla, mentre adesso se ne stava seduto sul letto con il suo
abito malva ad ascoltare una bellissima musica”.

 

“Ed è la mia amata Helene che sta suonando. E io, Lars de Hattarvagen,
ho visto Helene sciogliersi i suoi bei capelli, l’ho vista in piedi
davanti alla finestra della mia stanza e ho visto i suoi capelli
biondi caderle ondeggianti lungo le spalle.E ho visto la luce dei suoi
occhi. E sono stato dentro la sua luce. Sono entrato dentro la sua
luce.Mi sono alzato dalla sedia, sono andato verso di lei e davanti
alla sua luce…
Tu sei come cielo e luce in me. Mi manchi così tanto, Helene. e adesso
tu mi hai chiesto di venire da te. E io vado via dal Malkasten, mi
avvicino alla via dove abiti tu, insieme a tua madre, con i tuoi
fratellini.Vengo da te, mia cara Helene.Perchè tu sei in me. Tu sei in me. Io vengo da te. E tu sei in me.Tu sei me. Senza di te io sono solo un movimento, senza di te sono solamente un movimento vuoto, una curva. Una svolta verso di te. Un movimento verso di te, Helene. Verso di te, verso di te. Helene.
Da quando mi sveglio a quando mi corico, sempre sono un movimento
verso di te. Sono rivolto verso di te,sono un movimento verso di te.Ti
vengo incontro perché mi hai chiesto di venire da te, e ora magari non
vuoi vedermi, non vuoi che io venga, magari vuoi solo che io sparisca
e non venga mai da te, forse non mi vuoi più vedere, magari i tuoi
occhioni, così azzurri, così luminosi, non mi vogliono più vedere,
magari tu non vuoi più avere niente a che fare con me, magari non mi
vuoi più vedere, perché tua madre mi ha detto che non puoi più
vedermi, un paesaggista norvegese, uno studente di belle arti, un uomo
strano, appena un uomo.
Cammino lungo la strada. Vado verso al casa dove tu abiti, verso il
tuo volto alla finestra.
I tuoi capelli biondi, ondeggianti.
I tuoi occhi così azzurri, così chiari.
E il tuo vestito bianco.
E la tua voce che pronuncia il mio nome.
Da quando mi sveglio fino a sera, posso sentire la tua voce.
Posso vedere i tuoi occhi.
Dentro di me, sei tu”.

Melancholia 1, Jon Fosse, Fandango Libri

Come può questo delirio amoroso non richiamare il destino turbolento di Cathy e Heathcliff, i protagonisti di Wuthering Heights, Cime tempestose, di Emily Brontë?
L’amore come dannazione. L’amore oltre la vita. L’amore oltre la morte.
L’amore che non ha il coraggio di sfidare le convenzioni sociali, ma finisce per sfidare addirittura il concetto di mortalità umana. La storia è ben nota: il padre di Cathy prende con sé il trovatello Heathcliff e lo alleva in seno alla sua famiglia; tuttavia, una volta morto il suo benefattore, Heathcliff viene degradato al rango di servo. Già dall’inzio è connotato come incarnazione stessa del male: la pelle scura, sporco, gli occhi come carboni, le marachelle più o meno ingenue combinate insieme alla sua compagna di giochi, Cathy.
Tuttavia, pur amando Heathcliff, Cathy sposa il vicino di casa, il mite ed agiato Linton.
Ecco come Cathy descrive il suo amore per Heathcliff:

Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state quelle di Heathcliff, e le ho viste e vissute tutte fin dal principio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto morisse, e lui rimanesse, io continuerei ad esistere; e se tutto il resto continuasse ad esistere e lui fosse annientato, l’universo si trasformerebbe in un completo estraneo: non ne sembrei parte. – Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io SONO Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.” (cap. IX)

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Ma i due si separano: dopo aver sentito le prime parole di Cathy, Heathcliff scappa, senza dare alcuna notizia di sé, deciso a riscattarsi e a diventare degno dell’orgoglio di classe e dell’amore di Cathy. La sua vendetta è lunga e dolorosa: sposa la sorella di Linton, Isabella, solo per rendere Cathy gelosa, spezzando il cuore a Linton e rendendo la vita impossibile alla moglie, che finisce con lo scappare; gode della sua nuova condizione di ricco asservendo Hindley, fratello di Cathy, dedico all’alcool e al gioco dopo la morte della moglie, e il di lui figlio, Hareton, che costringe ad abbruttirsi. Cathy, malata e infelice, muore dando alla luce una figlia. Tuttavia, prima della sua morte, i due riescono a dichiararsi eterno ed imperituro amore:

 

Cathy:
– Vorrei tornare a essere una ragazza, quasi una selvaggia, e aspra e libera, che ride delle offese e non ne impazzisce! Perché sono tanto mutata? perché il mio sangue si agita tumultuosamente per poche parole? (cap. XII)
– Ma, Heathcliff, se io ora ti sfidassi a farlo, ne avresti il coraggio? Se lo avrai ti terrò con me. Non giacerò là da sola. Possono seppellirmi dodici piedi sotto terra, e gettarmi sopra la chiesa intera; ma non riposerò fino a quando tu non starai con me. Mai! (cap. XII)

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Heathcliff:
– Ora dimmi come hai potuto essere così crudele con me, crudele e falsa. Perché mi disprezzasti? Perché ingannasti il tuo stesso cuore, Cathy? Non mi viene una sola parola di conforto. Tu meriti questo. Ti sei uccisa da sola. Sì, puoi baciarmi, e piangere; e strapparmi baci e lacrime; essi saranno la tua rovina… la tua dannazione. Tu mi amavi; che diritto avevi di lasciarmi? Che diritto? Rispondimi. Lasciarmi per quel misero capriccio che ti prese per Linton? Giacché né la miseria, né la degradazione, o la morte, né qualunque pena che Dio o Satana potessero infliggere, avrebbero potuto separarci, tu lo facesti di tua volontà. Non ho infranto il tuo cuore, tu l’hai infranto; e nell’infrangerlo, hai spezzato il mio. Tanto peggio per me che sono forte. Se voglio vivere? Che vita sarà quando tu… oh, Dio! Piacerebbe a te vivere con la tua anima nella tomba? (cap. XV)
– È duro perdonare, e guardare codesti occhi, e toccare codeste mani consunte. Baciami ancora; e non farmi vedere i tuoi occhi! Ti perdono per quello che mi hai fatto. Io amo la mia assassina; ma il tuo assassino, come potrei perdonarlo? (cap. XV)
– Ha mentito fino alla fine! Dov’è ora? Non è là, non in paradiso, non fra i morti, dov’è? Oh dicesti che non ti importava delle mie sofferenze! E io elevo una sola preghiera, la ripeterò fino a che la lingua non si sia seccata – Catherine Earnshaw, possa tu non trovare pace finché io avrò vita; dicesti che io ti avevo uccisa; perseguitami allora! Gli assassinati PERSEGUITANO i loro assassini, credo. So che dei fantasmi hanno vagato sulla terra. Sii sempre con me, assumi qualsiasi forma, fammi impazzire! Solo non lasciarmi in questo abisso dove non riesco a trovarti! Oh Dio! Non ci sono parole per dirlo! NON POSSO vivere senza la mia vita! NON POSSO vivere senza la mia anima! (cap. XVI)

I propositi di vendetta del disperato Heathcliff non si attuano: alla fine del libro, Hareton e Cathy, figlia della sua amatissima Catherine, si innamorano, mettendo così fine alla faida e riportando risate e colori a Wuthering Heights.
Si racconta che, dopo la morte di Heathcliff, due spiriti siano stati visti aggirarsi tra le brughiere innebbiate e desolate. D’altro canto, come scrisse la Brontë:
 

 

There is not room for Death,
Nor atom that his might could render void:
Thou -Thou art Being and Breath,
And what Thou art may never be destroyed.

 

(No coward soul is mine)

 

Non c’è spazio per la Morte,
Non c’è atomo che la sua volontà
 possa annullare:
Tu – Tu sei Vita e Respiro,
Possa quello che sei mai essere distrutto!

“What do they know of heaven or hell, Cathy, who know nothing of life ?”

da Wuthering Heights (1939) regia di William Wyler con Merle Oberon (Cathy Linton), Laurence Olivier (Heathcliff), David Niven (Edgar Linton)

 


“Ora mi degraderebbe sposare Heathcliff, così non saprà mai quanto io lo ami: e non perché sia bello, Nelly, ma perché lui è più me stessa di quanto non lo sia io. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono la medesima cosa; e quella di Linton è diversa quanto un raggio di luna da un lampo, o il gelo dal fuoco”. (cap. IX)