Il Calendario dell’Avvento letterario 19: elogio della gentilezza

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Questa casella è scritta e aperta da Celeste di Una stanza tutta per me

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Forse uno degli spot più famosi d’Italia, quello della Bauli per il pandoro natalizio, è rimasto in testa un po’ a tutti quelli che hanno acceso la televisione nell’ultimo decennio: “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai […]è Natale e a Natale si può dare di più”, così canta un coro di adorabili bambini.

Ora: giusto e sbagliato che sia, io ho sempre avuto un debole per questa patetica opera di marketing, ed il motivo credo sia proprio il richiamo subdolo ad essere di più. Per me questo dare di più era sintomo di altruismo e gentilezza, in un momento dell’anno in cui si può regalare pochi attimi di gioia e un tanto di tempo e affetto alle persone a cui vogliamo bene, la Bauli ti dice che si può dare di più, e lo si può fare proprio a Natale.

E, cara Bauli, mi tocca darti ragione. Mi avvalgo dell’aiuto di due maestri americani, David Foster Wallace e George Saunders, che rispettivamente nel 2005 e 2013 hanno trasformato un discorso per i laureati di due diversi college in piccoli trattati di filosofia, che hanno poi trovato la loro edizione cartacea: “Questa è l’acqua” per Foster Wallace e “L’egoismo è inutile” quella di Saunders.

È incredibile e potenzialmente magico che entrambi gli scrittori abbiano reputato importante concentrarsi sulla gentilezza, recitando prima di tutto un mea culpa. Il fatto è che essere gentili e altruisti tutti i giorni non è facile, è anzi quasi impossibile. La vita è piena di fastidi, grandi o piccoli, e di ostacoli che sommati insieme ci sembrano insopportabili; abbiamo l’innata tendenza all’egocentrismo che non si scrolla di dosso nemmeno piangendo.

In Questa è l’acqua, David Foster Wallace la descrive così: “Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa formadi naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se,sotto sotto, ci accomuna tutti.”

George Saunders, in L’egoismo è inutile, rincara la dose: “Ognuno di noi viene al mondo con una serie di equivoci congeniti che probabilmente sono di origine darwiniana. Ovvero (1) noi siamo al centro dell’universo (cioè, la nostra storia personale è la più importante e la più interessante, anzi, l’unica che conti) […] campiamo di queste cose, che ci spingono ad anteporre i bisogni personali ai bisogni degli altri, anche se ciò che vogliamo davvero […] è essere meno egoisti.”

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Diciamolo, liberiamoci di questo peso: sì, siamo egoisti. Siamo noi stessi, e nessun’altro può aver idea di cosa significhi vivere nei nostri panni. Abbiamo problemi che affrontiamo in prima persona, subiamo perdite, momenti stressanti e periodi bui; per noi è importante star bene e far di tutto per assicurarci di non dover soffrire.

Vogliamo essere ancora più onesti? Alle volte l’egoismo è necessario, può essere la condizione che ci permette di abbandonare situazioni distruttive per il nostro bene; l’egoismo, a volte, è positivo.

L’egoismo – e la gentilezza, di conseguenza – di cui sto parlando, però, è di una natura più subdola, è quella quotidiana, quella che ormai passa in sordina. Ovviamente Foster Wallace la descrive meglio di quanto mai potrei fare io:

“Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti […] il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giú di corda ogni volta […], perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo […] Certo che è proprio un’ingiustizia […] se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv,[…] che bloccano la corsia bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti.”

E adesso, in tutta onestà, non siamo forse tutti noi, questi descritti? Il mattino adesso è freddo, a volte piove, tutti vanno a lavoro. Se nevica, le strade si bloccano. I trasporti non funzionano, gli scioperi ci sono sempre quando proprio non ce lo meritiamo. E suoniamo i clacson, camminiamo battendo i piedi con forza per mostrare disappunto, sbuffiamo abbassandoci sotto l’ombrello altrui borbottando come una pentola a pressione. In più, i centri storici sono impraticabili: tutti a fare i regali, i turisti, il ponte dell’Immacolata. Ma tutti all’ultimo, questi regali? Beh:

“Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale.” ammette Foster Wallace.

Adesso mi spiego meglio: nella vita cerco di essere gentile, ma a Natale un po’ di più. E’ un’occasione per ricordare e ricordarci quanto renda felice essere altruisti, senza indugiare in “malinconie inessenziali”, come le chiamava Calvino. Diciamo che sarebbe bello sfruttare questo momento propizio per impegnarsi a uscire dal proprio mondo individualistico e pensare.

Cosa pensare, dunque? “Posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia.” suggerisce sempre Foster Wallace. Se scegliete di riflettere, allora “Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla.”

Da quando ho letto questi passaggi, sono rare le volte in cui mi trovo ingrovigliata nel traffico e non penso a David Foster Wallace. D’altronde, quella mentalità predefinita cosa mi porta? Stress e nervosismo, che non fa altro che aggiungersi a quello già accumulato dal mondo.

Quello che è vero, d’altra parte, è che siamo tutti ingrovigliati nel traffico, al freddo, sotto Natale; che da una parte se ci pensate, è veramente quasi poetico.

Vi voglio augurare qualcosa, per questo periodo dell’anno forse più stressante che gentile: un Natale pateticamente felice e gentile, adornato da momenti in cui il nostro egocentrismo riesce a mettersi da parte. Ma vi auguro soprattutto di tornare con il pensiero a Foster Wallace quando sarete in coda al supermercato.

“Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi […], ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.”

 

#uominichenonsapevanoamare

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Disclaimer: quest’iniziativa non rappresenta assolutamente un manifesto neofemminista. Si tratta semplicemente di un gioco letterario, da prendere con tanta ironia, o, come direbbero gli Inglesi, with a pinch of salt.

Buona lettura, e buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat o, più probabilmente, lo ignoriate.

no more

#uominichenonsapevanoamare è nato nel corso di un’allegra e goliardica pausa pranzo di un paio di mesi fa. Ero appena uscita dal tunnel della #franzethon, la mia maratona letteraria dei capolavori di Franzen prima di incontrarlo dal vivo, e avevo scritto su Twitter che, grazie a lui o per colpa sua, ormai vedevo uomini disfunzionali ovunque, nelle pagine dei libri come nella vita vera. Ne è sorta una vivace e scoppiettante discussione privata con un paio di fanciulle che, come scoprirete a breve, mi hanno aiutato a scrivere il post di oggi, condividendo uno dei loro uomini letterari disfunzionali. Pronti a sfogliare il nostro bestiario letterario?

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1. L’uomo che rovina tutto e rimane a leccarsi le ferite (scelto da me medesima)

Chi è? Barney Panofsky, protagonista de La versione di Barney, Mordecai Richler

Ci ho messo un bel po’ a scegliere il mio personaggio letterario disfunzionale. Fresca di #franzethon, avevo pensato a Walter Berglund di Libertà, o Andreas Wolf di Purity; nel corso dei mesi, tra una casella del calendario letterario e un curriculum, ho soppesato cattivoni classici, tipo Gilbert Osmond di Ritratto di signora di Henry James o Francis Troy di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy; ci ho riflettuto, e mi sono fatta una domanda: qual è stato il personaggio letterario maschile che mi ha fatto arrabbiare di più?

E la risposta è stata quasi immediata (e sorprendente): Barney Panofsky, il protagonista de La versione di Barney di Mordecai Richler.

Perché proprio Barney? Perché, grazie alla sua pertinace ostinazione, riesce ad ottenere tutto quello che ha sempre desiderato – la sua Miriam, his heart’s desire – e a rovinare tutto. Perché, dopo una serie di scelte sentimentali a dir poco infelici, la vita gli concede non una seconda, ma una terza chance, e lui riesce comunque a mostrarsi ingrato e a non apprezzare l’enorme fortuna che gli è capitata: innamorarsi a prima vista, totalmente, irreversibilmente, e avere la fortuna di essere ricambiato nello stesso modo.

Perché ha un tempismo da schifo (si innamora di Miriam durante il rinfresco per il suo secondo matrimonio) e la insegue, cercando di convincerla a scappare con lui. Ora, per quanto io trovi la cosa assurdamente romantica, aver mollato neo-moglie e invitati per inseguire una sconosciuta è un atto di egoismo, così com’è egoismo quel suo non lasciarsi andare mai completamente, nemmeno con la sua Miriam: quella continua necessità di provare a se stesso che è ancora burbero, ancora orso, che le sue esigenze vengono prima di quelle di Miriam e dei loro figli. Barney è inoltre incapace di accettare che Miriam voglia svilupparsi anche come persona al di fuori della loro coppia: quando lei torna a lavorare, la gelosia di Barney e la sua incapacità di accettare il cambiamento la allontanano sempre di più. Per completare l’opera, Barney tradisce Miriam: è un’avventura senza importanza, ma suggella di fatto la fine del loro matrimonio. Miriam va avanti, Barney continua ad amarla per tutta la vita, a bere whiskey e piangere quando sente la voce di Miriam alla radio (lavora per un’emittente radiofonica) o quando ascolta Dance me to the end of love di Leonard Cohen. È questa la cosa che mi fa più arrabbiare di lui: ha tantissimo amore da dare, ha un cuore grande, non è burbero e scostante come potrebbe sembrare, ma ha paura di lasciarsi andare completamente, e perde l’unica cosa per lui davvero importante.

Che serva di monito a tutti quegli uomini, letterari e non, che hanno così paura di amare da rinchiudersi nella loro caverna e non accorgersi che, là fuori, c’è tutto un mondo di infinite possibilità, di coincidenze e di prenotazioni per coloro che hanno il coraggio di inseguirle.

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2. Il Sick Boy (scelto da Valentina di Peek A Book)

Chi è? Uno dei personaggi di Trainspotting o qualsiasi altro romanzo di Irvine Welsh

Avete nostalgia degli anni ’90 e siete tipe tutte rave, musica gabber, droghe e sballo? Questi tipi fanno per voi. In tutti gli altri casi: scappate. Sono bellocci e, nei rari momenti di lucidità, sapranno farvi sentire il centro dei loro pensieri, ma, attenzione, solo fino alla prossima crisi di astinenza. Dopo, ogni loro pensiero sarà focalizzato al trovare la loro “dose” di felicità e voi non esisterete più. Patiti di calcio e alcol, fanno parte di quella working class anglosassone che, più che lavorare, aspetta in poltrona che arrivi il prossimo sussidio, ovviamente da spendere in calcio, alcol e droghe. Non lasciatevi ingannare dal bell’aspetto, dall’occhio languido o dall’idea di un amore borderline e non fidatevi di Irvine Welsh, che vi ci fa affezionare un libro dopo l’altro, o in un attimo vi ritroverete con loro, stesi su un binario, a fare “trainspotting”.

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3. L’uomo che non si accontenta mai (scelto da Giulia di La Cornacchia Sepolta)

Chi è? Il Professor Kepesh, protagonista de Il professore di desiderio e de L’animale morente di Philip Roth

“Too many fish in the sea”, cantavano The Marvelettes, “I said there’s short ones, tall ones, fine ones, kind ones, too manyfish in the sea”, e il  Kepesh, bramosa creatura nata dalla ancor più bramosa penna di Philip Roth, quei pesci li vuole tutti. Kepesh è il professore di desiderio, il tipo d’uomo che non riesce a smettere di desiderare e, per quante donne collezioni, non riesce mai ad essere appagato. Essendo estremamente colto ed affascinante, le donne faticano a non finire nelle sue reti. È il tipo di uomo che rifugge la quieta normalità per rincorrere il sempre più lontano Graal della spericolatezza erotica della sua gioventù. È inutile sperare di essere quella che finalmente riuscirà a cambiarlo e a fargli metter su casa: in bilico tra pesca a strascico ed esistenza convenzionale, il tipo Kepesh rifuggirà sempre e comunque la riva a causa del continuo rimpianto per tutte le pescioline che altrimenti non farebbero parte della sua paranza. È tanto fortunato da raggiungere più volte il traguardo della donna e dell’amore della vita, ma continua a superarlo e a girare intorno. In vecchiaia si trasforma in un animale morente, un Von Aschenbach che continua a preferire la perdizione ad una seppur minima scelta, e quello che ci guadagna è solo la morte.

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 4. L’opportunista (scelto da Marina di Interno storie)

Chi è? Nino Sarratore, personaggio de L’amica geniale di Elena Ferrante

Potrei risultare banale con la mia scelta sulla tetralogia di Elena Ferrante, L’amica geniale, ma da un anno a questa parte non ho incontrato alcun personaggio letterario che rientrasse in questa categoria o forse mi sono distratta così tanto da non accorgermene.

In America gli hanno dedicato uno spazio su tumblr, FuckingNino Sarratore, e di certo il protagonista maschile della Ferrante non gode di molti estimatori. Nino Sarratore, pur essendo una presenza quasi labile (almeno nei primi due libri), è quello rivela più di tutti gli altri la sua vera natura, un’evoluzione lenta e sorprendente. Oggetto del desiderio di Elena e Lila, affascinante e sfuggente, appartenente alla borghesia napoletana degli anni ’50, Nino ha, all’inizio, tutte le carte in regole per brillare ma il suo personaggio si compone libro dopo libro in un miscuglio di contraddizioni.

Attratto dall’irruenza e genialità di Lila, finirà poi nelle braccia dell’affermata Elena, dalla quale avrà una figlia, Imma. Ma non saranno le uniche conquiste. Con gli anni affina le sue tecniche seduttive: “amava le donne, certo, ma era soprattutto un cultore delle relazioni utili”. Quelle relazioni che gli permetteranno la grande ascesa politica.

Elena e Lila più volte comprometteranno la loro amicizia, abbagliate dall’amore si accorgeranno troppo tardi dell’inganno quando oramai i giochi sono finiti e le opportunità impossibili da riacciuffare. La sua ambizione divorerà quanto di buono ha creduto e combattuto in gioventù, soprattutto quel padre al quale ha finito per assomigliare nonostante il suo odio. Le medesime dinamiche private si riflettono davanti a tanti spettatori. Da comunista incallito segue il trasformismo della classe dirigente, finendo per abbracciare il socialismo e via via sempre più le correnti di destra: intuisce che il clima sta cambiando e velocemente si adatta alla nuova stagione. Nel 1994 si siede in Parlamento, inserito nell’elenco dei corrotti e corruttori.

Nino è magmatico, è l’attributo che meglio si addice, un vulcano che porta solo distruzione. Non bisogna sorprendersi se un uomo del genere: incapace di amare una o l’altra donna, incapace di amare la Cosa pubblica.

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5. Il vendicativo (scelto da Chiara di Librofilia)

Chi è? Jay Gatsby, protagonista dell’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald

Nessuno sa realmente chi sia Jay Gatsby, da dove provenga o che lavoro svolga, ma soprattutto, nessuno sa come e quando sia diventato così ricco, nonostante sulla sua persona circolino tanti pettegolezzi incapaci però di carpire la sua vera essenza o il suo vero nome. Di Jay Gatsby possiamo però dire con certezza che è un bellissimo trentenne raffinato, brillante ed elegante che ama vestire in modo impeccabile e parlare forbito, ma soprattutto che, da quando si è trasferito a West Egg – una zona falsamente elegante e ipocrita, governata dalle sue bizzarre dinamiche e dagli ambigui personaggi che la popolano – non fa altro che organizzare sfarzosissimi party pieni di gente – spesso imbucata – e inondati da fiumi di champagne e di whiskey che mandano letteralmente in visibilio gli ospiti e l’intera area.

Eppure, dietro quella maschera di affabilità e di sicurezza e dentro quel corpo muscoloso e abbronzato, Jay Gatsby nasconde un animo profondamente sentimentale e un cuore spezzato – ben cinque anni prima – dalla cinica e squilibrata Daisy che lo aveva respinto quando era ancora un giovane e povero ufficiale dell’esercito, incapace di garantirle un futuro e una solidità economica.E non a caso, Daisy – che nel frattempo ha sposato un uomo rozzo e bruto – è ora sua vicina di casa e Jay Gatsby fa davvero di tutto per farsi notare e per incontrarla poiché nonostante lo scorrere del tempo, Daisy continua ad essere la sua ossessione e farebbe davvero di tutto pur di riconquistarla.

Raccontata così, sembrerebbe una storia romantica seppur triste e infelice, contraddistinta da un amore impossibile mai del tutto sopito o spento. La verità però è che Jay Gatsby non è realmente Daisy che desidera poiché è dannatamente innamorato di se stesso e di ciò che è diventato nel corso degli anni – e dopo un passato losco e burrascoso – ma soprattutto è ossessionato dal suo sogno di gloria e dalla sua sete di successo e di ricchezza e letteralmente muore dal desiderio di dimostrarlo agli altri e in particolar modo a Daisy, semplicemente per farle capire cosa si è persa nel momento esatto in cui lo ha rifiutato, quasi come se fosse una sorta di romantica e cinica vendetta privata.

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6. L’uomo dal cuore di ghiaccio (scelto da Nellie di Just Another Point)

Chi è? Asterios Polyp, protagonista dell’omonimo graphicnovel di David Mazzucchelli

Asterios Polyp è un architetto che non scende a patti con niente e nessuno, nemmeno il suo destino, figuriamoci l’amore. Composto da linee azzurre, fredde e lineari, AsteriosPolyp è il protagonista dell’omonimo graphic novel di David Mazzucchelli che porta fra le sue tavole un personaggio cocciuto e testardo che si ritroverà, improvvisamente, ad affrontare un viaggio che il lettore può definire di formazione, anzi, di riformazione ritrovandosi Asterios ormai più che adulto. E non è solo questione di cambiare lavoro, casa e sostanzialmente vita, ma sta, soprattutto, nel rimuginare sulle proprie azioni, su ciò che si è perso e su cosa invece poteva cercare di tenere stretto a sé, vicino al cuore. Perché si sa: ci si accorge sempre troppo tardi del valore di chi incontriamo sulla nostra strada.

Asterios Polyp conosce Hana e la sua vita dovrebbe cambiare dopo questo scontro con linee curve e calde che la dolce donna di origini giapponesi porta con sé ma tutto ciò, invece, non accade. Asterios è un architetto, gioca con rette e angoli acuti: non può mica perdere tempo con ghirigori che lo distraggono dalle sue forme cubiche e ben delineate. Eppure Hana è così tenera, sensibile e soprattutto innamorata mentre il nostro esempio di uomo che non sa amare pare proprio non riuscire a cedere, sente qualcosa vibrare da qualche parte dentro di sé ma vuole fingere indifferenza, proprio non riesce a lasciarsi andare a quel battito accelerato che improvvisamente gli scombussola il cuore.

Asterios Polyp è un uomo tremendo, ferisce tantissimo con il suo comportamento che pare sminuire ciò che invece agita profondamente l’animo più delicato di Hana: il suo viaggio lungo le tavole del graphic novel sapranno insegnargli come amare?

heathcliff7. Il capricorno folle (scelto da Irene di LibrAngolo Acuto)

Chi è? Heathcliff, protagonista di Cime tempestose di Emily Brontë

Heathcliff è del Capricorno. Forse è una dichiarazione scioccante, ma sono sicura che sia così. Emily Brontë ha di certo avuto la sfortuna di imbattersi in un uomo del Capricorno e di provare dell’affetto per lui. Niente di più sbagliato e sconsigliato, non solo dalle donne che ci sono già passate, ma anche dall’ordine dei medici e degli psicoterapeuti. Nella parte dedicata ai disturbi di personalità presente sul DSM V, sono quasi certa ci sia un paragrafo sull’uomo del Capricorno. Ce lo dice la stessa Emily che Heathcliff è torvo, suscita brutti sentimenti nelle persone che lo circondano, è incline a non manifestare alcuna emozione (alle volte, se sei fortunata, ti degna di uno sguardo schifato) ed è molto vendicativo. Ebbene, ripensando a Heathcliff, mi è venuto in mente un ragazzo che conoscevo e che mi piaceva anche tanto, prima di scoprire che si trattasse di un caso da manicomio. Questo ragazzo, che chiamerò Marzio per comodità, proprio come il personaggio maschile creato da Emily Brontë, sembrava provasse piacere nel suscitare l’avversione negli altri e in me, nella fattispecie. Faceva di tutto per farsi odiare, oltre che soffocare qualunque emozione emergesse in superficie, cosicché non riuscivo mai a capire cosa provasse realmente. E ditemi o no se non lo è anche Heathcliff, che quando scopre che Cathy è innamorata di lui, sebbene sia intenzionata a sposare Linton per via della loro condizione economica, che fa? Al posto di battersi i pugni in petto e reclamare ciò che è suo – un po’ come avrebbe fatto il territoriale uomo del Leone – se ne va per tre lunghi anni senza neanche una parola. Ma dico, ma sei scemo? E magari c’hai anche il coraggio di incazzarti perché lei, nel frattempo, s’è rifatta una vita?! Arrogante, crudele e completamente folle, come lo era Marzio, per l’appunto.

D’accordo, Heathcliff quando torna – perché, donne all’ascolto, sappiate che non è semplice liberarsi di un Capricorno che non ha ottenuto ciò che vuole – è ricco e quindi potrebbe, secondo il suo ragionamento (che si bada bene dal rendere noto, è il lettore che lo intuisce), sposare Cathy e mantenersi senza problemi. Sì, Heathcliff, bravo, ma due parole alla donna che ami gliele vogliamo dire? Non tutti hanno la chiaroveggenza e la lettura del pensiero tra le proprie capacità.

Heathcliff, proprio perché appartenente alla squadra dei veri Capricorno, è il prototipo dell’uomo incapace di amare, troppo impegnato a cercare di convincerci che vi disprezza, ma potrebbe apprezzarvi qualora vi impegnaste a esaudire ogni suo desiderio.Ammetto che dalla sua ci sia il fascino dell’uomo maledetto… Però, ve lo dico per esperienza, non è abbastanza per sopportare la sua insana follia.

broken heart8. L’uomo zerbino (scelto da Fabrizia di Il mondo urla dietro la porta)

Chi è? Rick Vigorous (David Foster Wallace – La scopa del sistema)

Avete sempre desiderato un uomo che vi ami con tutto se stesso, che abbia occhi solo per voi e, probabilmente, se ne trovate uno l’amore sarà idilliaco (almeno all’inizio). Pensate che questo sia l’unico uomo che non nota le vostre gambe, ma adocchia, con un piacere al limite del feticismo, come le gambe e il vestitino che portate si intonino con le Converse ai vostri piedi o come i capelli si incurvino ai lati del mento facendo assomigliare la testa a quella di un granchio incorniciato da due chele. Insomma, un uomo che si lascia andare ai meccanismi amorosi, che inizia ad amare cose che per lui erano impensabili solo perché fanno parte di voi.

Lo stesso uomo che dopo aver fatto l’amore, vi racconta storie, storie pazzesche, riempiendo il vostro bisogno di verità nel mondo mettendo una parola dietro l’altra.

Il Rick Vigorous della situazione vive della vostra luce riflessa, scambia con voi fluidi vitali per farvi risplendere, mentre la sua autostima è tormentata da dubbi sui vostri possibili amanti e la vita sociale diventa un complotto alla vostra storia d’amore. Paradossalmente il problema del maschio Vigorous è amare troppo, è annullarsi nella vostra identità in quella particolare pratica riconosciuta come lo zerbino.

Non è molesto, né violento, la rabbia è incanalata in improbabili opere scritte e in sogni in cui un non ben identificato servizietto alla Regina Vittoria non va a buon fine.

Segnali di avvertimento potrebbero essere affermazioni come:

La Soglia dell’Unione mi è inaccessibile. Il massimo che mi è dato di fare è dimenarmi freneticamente all’esterno di te. Solo all’esterno di te. Non mi è dato di essere veramente dentro di te. Vicino abbastanza da metterti incinta sí, ma non da consentirti un vero appagamento. Il nostro essere insieme deve lasciarti terribilmente vuota. Nonché alquanto incasinata, ovviamente.”

(David Foster Wallace, La scopa del sistema, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Einaudi, 2010)

Il Rick Vigorous è facilmente influenzabile, non da voi, ma dalle eco immaginarie di chi lo circonda. L’unico nemico che dovrà affrontare sarà lui stesso.


9. Il Carveriano (scelto da Francesca de Il Club dei Libri)

Chi è? Uno dei personaggi dei racconti di Raymond Carver

Il Carveriano è il tipo d’uomo da camicia a quadri, rude, con la barba incolta e un bicchiere sempre in mano. Di alcool ovviamente.

Vede la vita a modo suo e di solito è un modo che non coincide con la visione comune, il che lo porta spesso a compiere scelte azzardate, ad esprimere opinioni che vanno controcorrente, molto contro corrente, al punto che tutti lo guardano di traverso. E come biasimarli. Il Carveriano è un tipo semplice, che ama la vita all’aria aperta e passa il suo tempo libero a pescare nei fiumi dell’Oregon, dell’Idaho o della British Columbia, oppure trascorre le ore libere (soprattutto quelle serali) davanti alla tv con una birra in mano (ricordate? Ama l’alcool) a guardare le partite di football o di baseball. Quando non è a casa e non è a pesca, potete stare certi che sia al bar con gli amici di sempre a fare due chiacchiere e a bere whiskey.

Con le donne il Carveriano non sa bene che pesci pigliare: si sposa perché è così che si fa, ma poi? Come si trattano questi essere complicati?

Eh, bella domanda.

Si prova a buttarla sempre sul sesso, che, si sa, quello aggiusta tutto, ma loro sono talmente diverse, sono talmente strane che non approvano per nulla. Il sesso non è la soluzione a tutto è la frase che le donne preferiscono e che il Carveriano proprio non capisce. E che dire di quelle insoddisfatte, a cui dai tutto ma che sembrano non accorgersi di tutti gli sforzi? Sono delle ingrate e delle egoiste che non vedono più in la del proprio naso. Possibile che non si rendano conto di tutti gli sforzi che quest’uomo fa per loro. Alcune hanno addirittura la pretesa di lamentarsi pensando a quello che hanno perduto quando hanno scelto il Carveriano. Pazzesco. Il Carveriano bambino cresce sperando di essere cambiare il corso del suo destino, di diventare un uomo diverso dal Carveriano standard, lo desidera con tutte le sue forze: qualcuno ce la fa, qualcuno segue le orme dei padri, qualcuno è una via di mezzo che tira fuori la parte migliore di se solo davanti alle tragedie.

Soundtrack: una playlist ad hoc dedicata agli #uominichenonsapevanoamare

Cocktail letterari, tra libri e bollicine

 

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Avvertenza: un numero considerevole di cocktail è stato consumato per scrivere questo post. Quali sacrifici non si fanno in nome della ricerca…

Image courtesy of http://bit.ly/1LIAEzc
Image courtesy of http://bit.ly/1LIAEzc

Siete tutti in vacanza? Siete tutti al mare, come sembrerebbe dal flusso di foto vacanziere su Instagram? Su, ditemi di no, per favore.

Da queste parti, purtroppo, le tanto agognate vacanze quest’anno non sembrano altro che un sogno lontano, difficilmente destinato a concretizzarsi. E per me estate è sinonimo di temperature tropicali, sale sulla pelle, capelli spettinati, quella sabbia bianchissima e ostinata che sembra resistere a ogni tentativo di lavaggio, acque verdazzurre, e un Mojito al tramonto.

In assenza di tutti  – o quasi – gli elementi citati, mi consolo con un paio di cocktail.. letterari. Ma andiamo con ordine.

La parola “cocktail” sembra aver fatto la sua comparsa per la prima volta nel 1798 nell’edizione del 20 marzo di un giornale satirico, l’ormai defunto The Morning Post and Gazetteer, nell’ambito di una curiosa vicenda: il proprietario della taverna Axe & Gate, tra Downing e Whitehall, vince la lotteria e, estatico, cancella tutti i debiti dei santi bevitori frequentatori della sua bettola. Quattro giorni dopo, il giornale rilascia un elenco di tutti i bevitori i cui debiti erano stati cancellati dalla fortuita vincita alla lotteria, e, sorpresa sorpresa, molti erano noti uomini politici, tra cui William Pitt, il più giovane primo ministro britannico, che avrebbe dovuto pagare due bicchierini di un bibitone chiamato “l’huile de Venus”, uno di “perfeit amour” e tre quarti del (molto meno francese) “cock-tail, volgarmente chiamato ginger”.

L’origine del “cock-tail” è in effetti molto poco romantica: il termine veniva usato per indicare quei cavalli la cui coda mozzata indicava che non erano purosangue, ma di razza mista. Un rimedio molto comune nei manuali di veterinaria dell’epoca era curare le coliche dei cavalli con un mix di acqua, avena, gin e zenzero; quindi, la prossima volta che la gastrite vi fa piegare in due, o la colite non vi lascia tregua, dimenticatevi Malox, Gaviscon&co: un G&T e passa la paura.

Il termine “cocktail” viene battezzato con la pubblicazione della prima guida per bartender, nel 1862, ad opera di Jerry Thomas, principal bar tender al Metropolitan Hotel di New York, che nell’introduzione si vanta di fornire chiare indicazioni su come preparare drink mischiando tutte le bevande conosciute negli Stati Uniti, insieme a quelle britanniche, francesi, tedesche, italiane, russe e spagnole, dal punch al julep (giulebbe), creando combinazioni infinite. Ambizioso, il nostro Mr Thomas! Se siete curiosi, trovate la sua guida integrale qui.

Agli inizi del XX secolo, i cocktail smettono di avere il ruolo di mere comparse e assurgono a protagonisti, anche grazie alla diffusione dei cocktail party negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale: c’è bisogno di dimenticare gli orrori della guerra, di leggerezza, di ricominciare a ridere e a celebrare la vita. Quindi via libera alle spalle scoperte, ai tagli di capelli à la gamine delle flapper, alla musica degli anni ruggenti, all’alcool che scorre a fiumi sfidando il Volstead Act, che introduce il proibizionismo negli States (dal 1919 al 1933).

Lentamente, ma inesorabilmente, i cocktail fanno la loro comparsa anche sulla scena letteraria, dominata in precedenza dal nettare di Bacco e qualche altro liquore. Negli scrittori russi – Tolstoy e Checkov in testa – i personaggi indulgono spesso e volentieri nei piaceri dell’alcool, bevendo vino – e vodka, da – come se non ci fosse un domani.

Gli scrittori americani si distinguono nella promozione di bollicine&co.: è difficile non associare Fitzgerald al gin, che sosteneva di preferire agli altri alcolici perché non faceva puzzare l’alito (Zelda avrà ringraziato). A Fitzgerald spetta anche l’invenzione del verbo “to cocktail”, coniugato per la prima volta in una lettera a Blanche Knopf, moglie dell’editore Alfred A. Knopf. E chi altri avrebbe potuto creare un tale neologismo, introducendo nel linguaggio un assaggio degli eccessi dei Roarin’Twenties, se non lo scrittore che ne è la perfetta incarnazione, dandy, playboy, brillante, ammirato e sregolato?

Present: I cocktail, thou cocktail, we cocktail, you cocktail, they cocktail.

Imperfect: I was cocktailing.

Perfect or past definite: I cocktailed.

Past perfect: I have cocktailed.

Conditional: I might have cocktailed.

Pluperfect: I had cocktailed.

Subjunctive: I would have cocktailed.

Voluntary subjunctive: I should have cocktailed.

Preterit: I did cocktail.

(Fonte: Open Culture)

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Faulkner, da uomo del Sud tutto d’un pezzo, aveva una marcata preferenza per il mint julep (menta, ghiaccio, zucchero e bourbon).

Il cocktail preferito di Hemingway era invece il mojito (anche il mio, Ernest, anche il mio. Vedi che sarei stata una perfetta quinta moglie?), un mix di zucchero di canna, rum e menta, che preferiva consumare a La Bodeguita del Medio, ormai iconico ristorante tipico cubano, arrivando da una lunga giornata di pesca al marlin, il bestione protagonista de Il vecchio e il mare. Ernest non disprezzava nemmeno il daiquiri (lime, rum bianco, sciroppo di zucchero, ghiaccio tritato); sulla parete de La Bodeguita campeggia una famosa frase di Hemingway, Mi mojito en la Bodeguita, mi daiquiri en La Floridita (storico ristorante di pesce e cocktail bar dell’Avana vecchia). Pare che il vecchio Ernest si cimentasse anche nella creazione di nuovi bibitoni, come il Papa doble (un daiquiri fatto col rum, succo di lime, maraschino e succo di pompelmo) e Morte nel pomeriggio (nome più che azzeccato per un mix letale di champagne e assenzio). Tuttavia, le abitudini alcoliche di Hemingway sono così leggendarie che è difficile delimitare dove finisca la realtà e inizi la mitologia: altre fonti sostengono che, essendo diabetico, lo scrittore preferisse drink senza zucchero e non disdegnasse un martini dry.

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Il Martini è uno dei protagonisti assoluti della scena letteraria, dalla sua comparsa in Casino Royale di Ian Fleming nel 1953: James Bond lo preferisce molto forte, e la sua ricetta personale prevede tre unità di Gordon’s, una di vodka, mezza di Kina Lillet, una scorzetta di limone, da consumare in un bicchiere da champagne ampio e profondo a sufficienza.

Tornando a Hemingway, i protagonisti della sua (alcolica) Fiesta consumano (in grande abbondanza) Martini, vino, grappa, assenzio, birra, brandy, Anis del Mono, Izzarra – un liquore basco – e il Jack Rose (applejack – un brandy invecchiato nel legno – granitina e succo di lime), che Jack Barnes ordina mentre aspetta l’affascinante e crudele Brett, ammiratrice di toreri e indossatrice di titoli nobiliari. Bung-o! (Ndrm: è il prosit utilizzato da Brett nelle sue libagioni).

All’irrequieta Dorothy Parker sono stati attribuiti questi celeberrimi versi

 I like to have a martini, Two at the very most. After three I’m under the table, After four I’m under my host.

(Apprezzo un martini/ due al massimo/ al terzo sono sotto il tavolo/ al quarto sotto il mio ospite).

L’ironica poesiola è quasi certamente spuria, nata a seguito di una sua dichiarazione dopo un cocktail party particolarmente riuscito:

Enjoyed it? One more drink and I’d have been under the host!

(Se mi è piaciuto? Un altro drink e sarei finita sotto il mio ospite!)

Il mito del martini di Miss Parker ha portato addirittura alla creazione di un bicchiere da martini che porta il suo nome; in realtà, si vocifera che Dottie preferisse lo scotch.

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Parker martini glass

Il martini fa la sua comparsa anche ne Il giovane Holden: Carl Luce, amico del protagonista, lo consuma molto secco e senza olive, mentre Holden preferisce dissetare le scapigliate nottate newyorkesi con scotch&soda.

L’indimenticabile Holly Golightly di Colazione da Tiffany ama il martini, i Manhattan, che consuma col suo “Fred baby”, i cocktail di champagne e il White Angel (vodka, gin, vermouth). E come dimenticare le orge alcoliche delle feste decadenti di Jay Gatsby? Tra tanti, il gin rickey, un mix di gin, succo di lime e acqua gassata), mentre la frivola Daisy Buchanan condivide con Faulkner la passione per il mint julep.

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Vi è venuta sete, di cocktail e di libri? Poco male: Tim Federle, attore, scrittore e giornalista, ha compilato una deliziosa guida alle gozzoviglie letterarie, Tequila Mockingbird: cocktails with a literary twist, in cui gioca con gli ingredienti dei cocktail, adattandoli a romanzi e ribatezzandoli. Tequila Mockingbird contiene anche una guida di base per i bartender in erba, drinking games letterari, abbinamenti drink-gruppi di lettura e una miniguida a spuntini da hangover, ovviamente letterari: ad esempio, Alice’s Adventures in Wonder Bread (pane bianco con formaggio svizzero e patè di funghi) o The Deviled Egg Wears Prada ( una variante un po’ esotica delle uova ripiene, con humus, paprika e limone).

Vi lascio con un paio di cocktail letterari suggeriti da Federle: consumate con moderazione!

Cocktail d’autore n.1: Rye and Prejudice (da Pride and Prejudice, Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen)

  • tre once* di succo di pompelmo
  • 1/3 di oncia di rye whiskey (whisky di segale)

Versate gli ingredienti su un bicchiere riempito a metà di ghiaccio, mescolando come se aveste a che fare con un cuore innamorato, pieno di complicazioni.

Cocktail d’autore n.2: Love in the time of Kahlua (da Love in the time of Cholera, L’amore ai tempi del colera, Gabriel Garcìa Marquez)

  • 1 oncia di rum
  • ½ oncia di liquore al caffè (tipo il Kalhua)
  • 2 once di panna
  • cannella o noce moscata a piacimento

Mescolate rum, liquore al caffè e ghiaccio, aggiungendo poi la panna e spezie a volontà, per un drink pieno di passioni non corrisposte ed esplosive.

Cocktail d’autore n.3: Romeo and Julep (da Romeo e Giulietta, William Shakespeare)

  • 6 rametti di menta fresco
  • un cucchiaino da tè di zucchero di canna
  • ½ oncia di schnapps alla pesca
  • ½ oncia di bourbon
  • una lattina di bevanda gassata al limone o al lime

Mescolate il tutto on the rocks finché lo zucchero si sarà sciolto, poi aggiungete la bevanda al limone/lime e preparatevi ad innamorarvi, velocemente, inesorabilmente.

Cocktail d’autore n.4: Huckleberry Sin (da Le avventure di Huckleberry Finn, Mark Twain)

  • 5 mirtilli, lavati
  • 2 once di vodka ai frutti di bosco
  • una lattina di gassosa

Pestate i mirtilli in un barattolo di vetro. Aggiungete ghiaccio a piacimento, la vodka e la gassosa. Sedetevi sui gradini del portico, e godetevi il tramonto (facendo attenzione alle zattere di banditi scalzi che risalgono il fiume).

Cocktail d’autore n.5: Infinite zest (da Infinite jest, David Foster Wallace)

  • 2 once di vodka
  • un’oncia di limoncello
  • ½ oncia di succo di limone

Shakerate per bene gli ingredienti e versateli in un bicchiere da cocktail, aggiungendo ghiaccio a piacimento, per un drink giallo come un pallina da tennis.

Cocktail d’autore n.6: Gone with the wine (da Gone with the Wind, Via col Vento, Margaret Mitchell)

Dosi per 6 drink (ideale per un gruppo di lettura, o quello che volete voi):

  • una bottiglia di vino rosso
  • 2 once di brandy alla pesca
  • 2 cucchiai di zucchero
  • una pesca, tagliata a pezzettini
  • un’arancia a spicchi
  • 2 bicchieri e mezzo di ginger ale (soft drink a base di estratto della radice di zenzero, bella fredda

Versate il vino e il brandy in una caraffa, insieme allo zucchero e ai pezzi di frutta. Lasciate a macerare in frigorifero per almeno un’ora. Quando qualcuno degli ospiti si riferirà ad Ashley come una ragazza (non avendo chiaramente letto il libro né – sacrilegio! – visto il film), togliete la caraffa dal frigo, aggiungete la ginger ale e fate sbollentare gli ardenti spiriti, ché domani è un altro giorno

Cocktail d’autore n.7: The Rye in the Catcher (da Catcher in the Rye, Il giovane Holden, JD Salinger)

Dosi per 6 drink (ideale per un gruppo di lettura, o quello che volete voi):

  • ½ bottiglia di rye whiskey (whisky di segale)
  • 4 once di succo d’ananas
  • 2 once di succo di limone
  • un litro di ginger beer (letteralmente birra allo zenzero, una bevanda composta da zenzero, zucchero, acqua, succo di limone e lievito)

Mescolate whisky e succhi di frutta, aggiungendo ghiaccio in abbondanza. Aggiungete gradualmente la ginger beer, shakerate e chiamate a raccolta i vostri amici: è tempo di scacciare quei fastidiosissimi mean reds, e andare avanti.

Cocktail d’autore n.8: The Portrait of a pink lady (da The Portrait of a Lady, Ritratto di signora, Henry James)

Dosi per 12 drink (ideale per un gruppo di lettura, o quello che volete voi):

  • un litro di gin
  • 3 tazze di limonata rosa (per il colore, si posso aggiungere alla limonata tradizionale fragole o succo di mirtillo q.b.)
  • 6 once di granitina (succo di melograno più zucchero granulato)
  • un litro di gassosa

Mescolate tutti gli ingredienti, tranne la gassosa, in una zuppiera da punch. Aggiungete giaccio a piacimento e la gassosa come tocco finale per un rimedio ideale per le pene d’amore, per il rimorso di aver scelto l’uomo sbagliato, di non aver capito se alla fine l’erba era più verde oltre l’Atlantico, o meno.

*Un’oncia equivale a circa 2,96 cl

Ancora assetati di cocktail e di libri? Poco male: The Reading Room offre una lista di quindici abbinamenti drink/romanzi (per citarne uno, Il grande Gatsby e il French 75, un mix di gin, champagne, sciroppo, limone e ghiaccio.) Nunc est bibendum!

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Soundtrack: A little party never killed nobody, Fergie (The Great Gatsby soundtrack)

Un’ora con…Pino Sabatelli de I fiori del peggio

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Ritratto dello #Stronkman da giovane

Signore e signori, fate largo all’instancabile censore della parola scritta, a colui davanti al quale la pagina impallidisce, a colui che ha scudisciato Pynchon e ha detto de Il cardellino di Donna Tartt, parafrasando DFW,

non posso dire che è scritto male, “ma richiede al lettore una quantità di fatica che è ridicolmente sproporzionata rispetto alla soddisfazione che ne trae”.

#Facciamolabreve: largo a Pino Sabatelli, a.k.a. Stronkman (e qui mi partirebbe una variante del tormentone di Frozen, Do you want to meet a Stronkman? Tuttavia, nel tentativo – vano – di mantenere accettabili i – bassissimi – livelli di serietà di questo spazio, mi limiterò a canticchiarla tra me e me, lasciando la parola al buon Pino).    

I fiori del peggio: come e perché?

Il blog nasce dal desiderio di parlare dei libri che leggo con chi condivide la mia passione. Quando ho iniziato ad usare Twitter, non avrei mai immaginato di imbattermi in un’accolita di bibliofili accaniti quanto me. In un primo momento ho provato a ridurre le recensioni in 140 caratteri: impossibile. La concisione del mezzo è più adatta ad esperimenti icastici e divertentissimi, anche se non banali, come #fallabreve, piuttosto che a recensire in maniera sensata un testo. A onor del vero, un altro motivo per cui ho iniziato il blog è rappresentato dalla volontà, donchisciottesca, di contrappormi alla melassa imperante con cui si parla di libri su Twitter. Ma qui si dovrebbe aprire una discussione piuttosto impegnativa, per cui glisso. Quanto al titolo, si tratta del nome del file su cui, da anni, annoto le frasi che più mi colpiscono in un libro. Poiché, nella gran parte dei casi, dei libri c’è ben poco da ricordare, il titolo mi è venuto spontaneo: un gioco di parole piuttosto scontato, in effetti.

Chi c’è dietro I fiori del peggio?

Solo un lettore appassionato, onnivoro e dai gusti difficili, dicono. Non ho alcun interesse professionale nel mondo dell’editoria e per vivere mi occupo di tutt’altro. Non so se questo sia un bene o un male. Probabilmente, se dovessi scrivere di libri per lavoro, non mi divertirei così tanto. E, quasi certamente, non sarei così libero.

Il tuo scaffale d’oro

È uno scaffale molto lungo! Difficile fare una classifica, perché il gusto si evolve e, non avendo mai riletto un libro, non so se nella maturità confermerei l’olimpo della mia gioventù. Per limitarmi agli scrittori con i quali sono cresciuto e di cui apprezzo pressoché tutta l’opera, direi: Mann, Dostoevskij e Proust. Da diversi anni ho sviluppato una predilezione per la letteratura americana, nel cui oceano, se devo scegliere cinque nomi, dico: McCarthy, Yates, Wallace, Philip Roth e Carver. Ma è un gioco molto crudele!

Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Per quanto sia un lettore che sospende immediatamente l’incredulità, quando il libro merita, non ricordo di aver mai provato questa sensazione. Facendo lo stesso gioco con i fumetti, penso che sarei Topolino: un personaggio saccente, pignolo e insopportabile (che però ha sempre ragione)!

Se il tuo blog fosse una canzone

Senza pensarci troppo dico: Paranoid Android.

Il tuo rapporto con la scrittura

Adoro scrivere, intendo proprio il gesto fisico di scrivere con una penna sul foglio bianco. Il blog ha esacerbato la mia ossessione per la cura formale del testo: per ogni post impiego anche cinque, sei ore per la prima stesura, cui seguono almeno altre due o tre riscritture, in cui mi capita anche di sovvertire completamente l’architettura iniziale del pezzo, e un numero imprecisato di riletture per limare, sottrarre, ripulire. Quando mi accorgo che mi sto annoiando a rileggere, pubblico. Qualcuno penserà: “Visto il risultato, facevi più bella figura a dire che scrivi di getto!”.

Progetti in cantiere

Quest’anno voglio leggere Infinite Jest. Inoltre, visto il discreto successo di quella che ho fatto per La cresta dell’onda di Pynchon, conto, entro l’anno, di pubblicare le guide alla lettura di Infinite Jest e, udite udite, L’arcobaleno della gravità. Riguardo al blog, dovrebbe esserci qualche novità sulla piattaforma e sul nome di dominio.

Essere prese sul serio.

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Ieri sera ho pianto. Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina, con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà: sull’egoismo di Henry, sulla smania di potere di June, sulla mia creatività insaziabile che deve sempre occuparsi degli altri e non sa bastare a se stessa. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso anche amare senza credere. Questo significa che amo umanamente. Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza. Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.

Anaïs Nin, Diari

Il femminile non è un errore. Tra tante, troppe polemiche  e piccole, grandi disfatte quotidiane, mi rendo conto che la Nin ha ragione: essere donna è un lavoro a tempo pieno di per sé  e non diventa facile, anzi.

Perché essere una donna significa, in ogni caso, fare il doppio della fatica per essere presa sul serio, in tutti gli ambiti.

Il mio blog ha uno sfondo rosa. E non solo perché questo colore – tanto bistrattato, patriarca di tutti gli stereotipi di genere, fortemente connotato – mi piaccia: anche – e soprattutto – perché vuole essere a modo suo un messaggio, una minuscola goccia nell’oceano. Si può amare il rosa senza per questo essere delle ochette svampite. Si può amare il rosa e parlare cinque lingue, aver affrontato molteplici traslochi internazionali, aver preso in mano le carte offerte dalla vita e averle giocate tutte, anche gli innumerevoli due di picche.

Mi dicono che ho la faccia da bambina. Mi dicono che sembro “troppo giovane”. Che poi non lo sono nemmeno, così giovane, almeno non più, e anche se indosso calze turchesi e cappotto giallo posso essere comunque dannatamente brava in quello che faccio – o quantomeno meritare una possibilità. Una cravatta gialla o turchese genererebbe le stesse perplessità? Ecco, appunto.

Mi piace Jane Austen, esponente – a quanto pare – di un tipo di letteratura “rosa” (ancora una volta), un brodo di giuggiole di fidanzamenti e matrimoni e tè del pomeriggio (dimentichiamoci pure il fatto che la Austen, insieme alle sorelle Brontë, abbia sdoganato un certo tipo di eroina, la protagonista femminile alla Cenerentola, oh-sono-cosi-carina-e-fragile-tu-maschio-vieni-a-salvarmi). Questo non significa che non mi piacciano altri autori: più testosteronici, più en vogue, più “giusti” (sempre secondo i canoni assurdi di cui si è già parlato). Questo non significa che stia lì a leggere spin-off di cattivo gusto invece di, che so io, Martin Amis, o delle lezioni americane di Nabokov. Allora perché sento il bisogno di stare qui a giustificarmi?

Una volta venivo qui a diluire i miei pensieri , accompagnati da pillole di letteratura. Ora cancello post, e mi nascondo dietro i libri (rimanendo sempre lì, perché la mia soggettività non riuscirà mai a diventare totalmente oggettiva). Perché ho paura di non essere presa sul serio, se svelo pezzi di me? E non stiamo mica parlando di vita quotidiana o vicissitudini sentimentali o altra roba esageratamente in prima persona, che farebbe a pugni con la mia natura riservata, da riccio: ma di impressioni, tout court. Scrivere mi ha sempre aiutato a “spurgarmi” l’anima: invece no, ultimamente scrivo coi guanti da chirurgo, attenta a non sporcare le pagine.

Non so cucinare. Se sapessi farlo, mi piacerebbe sperimentare ricette care agli scrittori che amo, perché continuo a pensare che quello tra cucina e letteratura sia un connubio bellissimo, e che dentro la letteratura non ci siano solo parole, ma tanta, tantissima vita.

Non mi so truccare. Pasticcio con correttore e fondotinta la mattina, per nascondere le occhiaie della mia perenne insonnia e i sempiterni brufoli (ho capito che la vita è quella sottile linea rossa tra brufoli e rughe). Se sapessi truccarmi farei i tutorial su YouTube? Probabilmente no, anche perché non so girare video decenti, e non li so caricare. Questo non significa che snobbi le persone che hanno voglia di farlo, o quelle che hanno voglia di guardarli.

Non vesto alla moda. Mischio fantasie e colori disparati, e sono sempre spettinata. Non potrei mai farmi fare servizi fotografici fashion, né tantomeno postarli in rete. Mi fa piacere che esistano persone che sappiano vestirsi bene, e riescano a farsi fotografare senza sembrare galline con l’itterizia e il triplo mento (io).

Non potrei mai essere una mommy blogger. Non riuscirei mai a parlare di maternità, che per me resta una delle esperienza più private, più intime che una donna possa sperimentare. Tuttavia, ci sono mamme che si raccontano, e magari aiutano, con le loro parole, frotte di neomamme che dormono troppo poco e hanno bisogno di boccate d’aria.

Tutto questo pippone per dire che si, una donna può essere bella e vestirsi bene e essere mamma e amare il rosa e viaggiare e leggere Joyce e Wallace e fare colloqui di lavoro in tre lingue diverse e sfornare crostate e meringhe. Una cosa non esclude l’altra, e sarebbe anche tempo che smettessimo di giustificarci.

Quindi si, faccio coming out: scrivo poesie d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona melensa (o, come qualcuno mi ha suggerito, una persona depressa?). Tant pis.

Scrivo racconti, spesso d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona meno seria, meno attendibile quando parlo di letteratura? Tant pis.

Non sarò mai la persona posata che mi ero prefissa di essere, non scriverò mai quanto e come avrei desiderato, non avrò mai la carriera stellare che la me tredicenne aveva promesso a se stessa, casa mia sarà sempre in disordine (alla faccia dei vari Instagram e Pinterest), continuerò  ad odiare Greyville e tutte le sfumature di grigio con tutto il cuore, brucerò torte, sarò sempre spettinata, non riuscirò mai a leggere tutti i libri che vorrei, i racconti di Wallace continueranno a non piacermi (!) e continuerò a mangiarmi le unghie, a leggere poesie, a scrivere poesie, a leggere biografie su Sylvia Plath. E, almeno qui, cercherò di essere me stessa.

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The Ophelinha Gazette#1 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Non so voi, ma io non riesco mai a leggere tutto quello che vorrei.

Non solo in termini di libri, ma in termini di post e articoli. A volte mi sento letteralmente annaspare in un oceano di informazioni, e mi metto a salvare link sul telefono, tra i preferiti del PC, sul reader come se non ci fosse un domani.

Di qui la – brillante, ça va sans dire – idea di raccogliere tutti gli articoli nerd letterari – e non –  su un bel foglio Word – qui siamo molto tecnologici –  e proporveli sotto forma di gazzettino.

Essendo però allergica alle scadenze – da queste parti ce ne sono fin troppe, a partire dalla sveglia che suona troppo presto – anche questa rubrica avrà un andamento altalenante e capriccioso. Ma tornerà, promesso (e io mantengo sempre le promesse)

Godetevi la – lunga – lettura, e buon weekend.

*******************

1) Vi ricordate il famoso To Zelda, once again di Fitzgerald? Beh, dimenticatevelo. Ecco sette dediche in cui gli autori si vendicano di torti subiti e rifiuti

7 Book Dedications that Basically Say “Screw You, Mental Floss, Anita Okrent

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2) Una bellissima definizione di amore del commediografo Tom Stoppard, da quella vera e propria miniera d’oro che è Brain Pickings di Maria Popova

The Greatest Definition of Love

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3) Un ritratto di DFW come popolare – sebbene irrequieto -professore aggiunto presso l’Emerson College a Boston, dal blog della celeberrima The Paris Review

When David Foster Wallace Taught Paul Thomas Anderson, Dan Piepenbring

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4) L’inaugurazione della mostra Klein/Fontana, curata da Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti, sul sito della Fondazione Fontana

5) Un post per conoscere meglio Fontana, dal blog Lettere a Theo – L’Arte nelle parole degli artisti

Fontana: “…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è la base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao…”

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6) Il post della sempre ottima Alessandra di Una Lettrice con la segnalazione della mostra

Klein Fontana, Milano Parigi, 1957-1962 Electa, 2014

7) Una curiosa galleria di Rai letteratura sulle fobie di alcuni tra I più grandi scrittori

Le vite segrete dei grandi scrittori

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8) Un vecchio post dal blog Sweet Mother, che vado a rileggere ogni volta che ho la tentazione di cancellare una buona metà dei post del mio blog o di chiuderlo per sempre. O ogni volta che pubblico qualcosa e poi mi alzo la notte a rileggerla, contemplando la possibilità di cancellarla/riscriverla tutta (si, succede ogno volta, a ogni post)

Did my post suck today?

9) Dieci citazioni motivazionali di Murakami, da leggere preferibilmente il lunedi’ mattina o quando si è in preda ai mean reds (sarebbero tipo le giornate no; vi ricordate la scena di Breakfast at Tiffany’s?)

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Carpe Diem: 10 Haruki Murakami Quotes to Make the Most of Today

10) Un articolo bello, ma veramente bello sulle difficoltà di Kubrick di adattare Lolita di Nabokov per gli schermi cinematografici (e sul perché ‘il remake del 1997 faccia schifo)

Nabokov and the Movies, John Colapinto

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11) Un’infografica interattiva di Open Culture sulla routine quotidiana di famosi geniacci creativi

The Daily Routines of Famous Creative People, Presented in an Interactive Infographic

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12) Houllebecq come se piovesse.

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– Una recensione molto esaustiva, segnalatami dall’ottimo Michele Orti Manara, per gli amici nepente

Sottomettiti e sarai felice, Vincenzo Latronico, su Rivista studio

– Un articolo un po’ controverso sul Telegraph

Michel Houellebecq’s Soumission: ‘More prescient than provocative’

– E un’apologia su The Paris Review

Scare Tactics: Michel Houellebecq Defends His Controversial New Book

Questo è tutto per la prima edizione. Se volete segnalarmi post/articoli/saggi nerd e interessanti, fatelo pure, non potrà che farmi piacere, a mezzo mail, social media, piccioni viaggiatori o Edwige, la mia civetta bianca di Hogwarts.

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