The fault, dear Brutus, is not in our stars.

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The fault, dear Brutus, is not in our stars,
But in ourselves, that we are underlings.

(William Shakespeare, Julius Caesar, Act 1 – Scene 2)

(La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni.- trad. Goffredo Raponi)

No, John Green non c’entra niente. C’entra invece il concetto di responsabilità individuale, il nesso hubris-ate, colpa-responsabilità, che troppo    spesso ignoro.

È da un (bel) po’ di tempo che non scrivo un post personale. Non lo faccio perché ho sempre più paura di essere giudicata, per il mio stile, che spesso  sfocia nel retorico; per le mie insicurezze; per la mia confusione, in un mondo in cui tutti sembrano così sicuri di sé che fa quasi male.

Ma la paura è stata la forza che ha prepotentemente guidato questi ultimi mesi. La paura dell’eterno ritorno dell’identico. La paura della routine, che niente possa mai cambiare, che ogni giorno diventi uguale agli altri, in un caleidoscopio liquido in cui il tempo diventa mera alternanza di ore, giorno e notte, stagioni. Mesi. Anni.

La paura -spasmodica -di cambiare. La fortissima tensione che mi spinge a corteggiare il cambiamento, a inseguire il cambiamento, a sospirare per esso, come se io avessi di nuovo quindici anni e lui fosse quel ragazzo troppo grande e troppo bello che non mi ha mai degnato di uno sguardo.

La stessa paura che mi ha fatto programmare un trasferimento internazionale e poi me l’ha fatto cancellare. La stessa paura che mi ha fatto arrivare quasi dove volevo – così vicino – potevo quasi toccare quella nuova me, in quel nuovo Paese, quella nuova città, quel nuovo ufficio, quella nuova casa, quella nuova vita. Ho detto no, e quella nuova me non esisterà mai.

E potrei elencare tutte le ragioni per cui non esisterà – tempismo, congiuntura economica, geografie e congiunzioni astrali – che obiettivamente esistono, e sussistono. Tuttavia, se mi guardassi davvero allo specchio, dovrei ammettere che la vera ragione per la quale non sono scesa da quel treno – letterale e metaforico – e sono rimasta ad osservare il paesaggio senza avere il coraggio di scendere, col naso schiacciato contro il finestrino sporco, sono io.

Nella tragedia che Shakespeare ha dedicato a Giulio Cesare, Bruto lamenta il suo destino di uomo comune, che preferirebbe la morte a un destino invisibile, costretto a vivere nell’ombra immensa di Cesare, un gigante, un Colosso, un dio, colui che tutto può.

Cassio gli ricorda che, se vivono da codardi, se si comportano da schiavi, se si condannano a un destino da inetti, la colpa non è degli astri o del fato o delle circostanze o di Cesare: la colpa è loro. Bruto e Cassio sono artefici e responsabili del proprio destino: potrebbero essere Cesare, ma non lo sono.

Sono giorni, mesi che inseguo giustificazioni: le cose non vanno mai come dovrebbero andare, la tempistica è quasi sempre sfortunata, la vita da  expat raddoppia problemi e responsabilità, tutto nella mia vita è successo d’un colpo, troppo di fretta, quando non ero ancora pronta. Ma è successo, e per quanto possa essere così arrabbiata con me stessa e con il mondo, il risultato finale non cambia: è successo. Deal with it.

E tutti i passi falsi, tutte le decisioni sbagliate, tutta la fiducia accordata a persone che probabilmente non se la meritavano, tutti gli errori di valutazione, tutta l’infelicità degli ultimi mesi, tutta quella ribellione che mi porto dietro da una vita si riassume nei versi immortali del Bardo: volevo essere Cesare, sono Bruto e Cassio.

Sono qualcuno che pensavo di conoscere, ma che, semplicemente, non conosco più.

Soundtrack: Somebody That I Used To Know, Gotye

Dev’esserci un posto.

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William Eggleston

 

In questo periodo non ho molta voglia di scrivere.

Prima bugia del caso: ne ho, e molta, anche. Ma, se iniziassi, non scriverei di libri, o di letteratura: darei libero sfogo al turbinio di pensieri e impressioni che mi abita, rendendomi sempre più simile a una casa infestata dagli spiriti. Una di quelle case tristi, che non fanno nemmeno paura; semplicemente, una di quelle case vecchie, trascurate, abbandonate, il cui destino è poi essere dimenticate.

Se dovessi scrivere, scriverei di paura. Quella paura che prima o poi capita a tutti di incontrare, e che precede solitamente un cambiamento, un tuffo nell’ignoto. Quella paura che si presenta al cospetto delle grandi decisioni, e si siede e resta lì, tra una pioggia fredda di punti interrogativi ed esclamativi.

Quella paura che paralizza proprio quando ci sarebbe bisogno di agire, di andare, di muoversi per tenere le cose insieme, come ci ricorda Mark Strand. Quella paura che è come una domanda, e si interroga incessantemente – e senza risposte- sulla possibilità che esista un limite al numero di volte per reinventarsi, al numero di case in cui abitare, al numero di lingue da imparare, al numero di persone da amare.

Per fortuna ci sono persone che l’hanno scritto infinitamente meglio di quanto potrei mai fare io, tipo Bukowski, che, in questa poesia – che vi propongo in traduzione; potete leggere il testo originale qui – cerca disperatamente un posto dove rifugiarsi per scappare da se stesso, al di là della possibilità della morte e dell’insostenibile leggerezza dell’amore.

 

un finale plausibile

 

Dev’esserci un posto dove andare

quando non riesci a dormire

o non ne puoi più di ubriacarti

e l’erba non funziona più,

e non parlo di passare

all’hashish o alla cocaina,

parlo di un posto dove andare

al di là della morte che ci aspetta

e un amore che non funziona più

 

dev’esserci un posto dove andare

quando non riesci a dormire

che non sia la televisione o un film

o un giornale

o un romanzo su una donna

col clitoride in gola

 

è non avere un posto come quello

che fa finire la gente al manicomio

e causa i suicidi.

Credo che la maggior parte delle persone

in mancanza di un posto dove andare

si rifugi in luoghi o cose

che soddisfano a malapena,

e questo rituale tende a consumare

riducendo a uno stato apatico

in cui rilassarsi senza speranza

 

quelle facce che vedi ogni giorno per strada

non sono venute fuori

totalmente a caso:

sii gentile con loro:

sono riuscite a scappare

 

Soundtrack: Sink to the bottom, Fountains of wayne

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William Eggleston

 

 

 

Effetti collaterali e istruzioni per l’uso

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Alfred Gockel Series

 

Niente buoni propositi per questo 2015, come si è già detto più volte.

Solo un libro bello bello, che mi ha accarezzato l’anima e mi ha aiutato a salutare un 2014 greve, pesante, pieno di disordini indiscreti.

E un monito, affinché per questo anno nuovo non ci si dimentichi che i cuori non saranno una cosa pratica finché non ne faranno di infrangibili, e che, come cantava De Andrè

 

c’è un termometro del cuore
che non rispettiamo mai
un avviso di dolore
un sentiero in mezzo ai guai

cose che dimentico
sono cose che dimentico

 

Quindi una poesia, per ricordare che sognare costa poco, anche pochissimo, ma il risveglio può fare male, molto male (oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti! Allora io e voi, e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi! lamentava Antonio sul corpo esangue di Giulio Cesare nell’omonima tragedia shakesperiana).

Una poesia per ricordare che bisognerebbe vaccinarsi dalle delusioni come ci si vaccina per l’influenza. Che bisognerebbe misurare con cura lo spettro dei cambiamenti possibili, disegnare un perimetro accurato, e cercare di restarci dentro.

Una poesia per ricordare che, se Mark Strand scrive di muoversi per tenere le cose insieme, quando non si sa dove andare e si è persa ogni direzione, bisognerebbe fermarsi per un attimo e ascoltare il rumore dell’acqua che scorre, del vento che spazzola via le ultime foglie ruggine e oro e porta eco di storie lontane.

E sì, una poesia in Inglese, perché nella mia confederazione di anime l’Inglese è la lingua del vino e della poesia.

Buon anno dispari, e non trascurate la profilassi di cuore e anima.

 

Side effects (istruzioni per l’uso)

Be frozen

my heart.

Be still

as a star.

Stay algid

don’t beat

forget

the rise and the fall.

 

Stay gone,

my heart.

Be remorseful

and forgetful

and never come back.

Shine

– albeit modestly

without trying too hard.

 

Stay put,

my heart.

Never let go

of what’s holding you behind.

Don’t fret.

Those are just memories

of rails,

tales of pale blades.

 

Be quiet

my heart.

Bite your tongue

forget that haunting tune

rewrite the lyrics

– no reason, nor rhyme.

 

Stay strong,

my heart

for the tide is too high

the chains are too heavy

the moon shies away.

The wind will blow you off.

 

Stay cold,

my heart.

Don’t let the warmth

melt you down

for too much tenderness,

too much longing,

too much desire.

 

Be a stranger,

my heart.

Lock yourself in a tower

far away as a nightmare

cold as clean cut glass.

Toss the keys away

and hire an unemployed dragon.

 

Be frozen

Be quiet

Be a stranger.

 

Stay gone

Stay put

Stay strong

Stay cold

 

like a mirror

like a stone

like a sharp blade

 

just as ice would

 

or else

you’ll be broken

 

or else

you’ll melt away

 

or else

you’ll beat yourself to exhaustion

 

or else

you’ll be smashed – yet again.

Pezzi di vetro

Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai….però stai bene dove stai…

 
 
 
 
 
Quando era molto triste, o molto arrabbiata, o molto persa, o molto, molto lontana – infinitamente lontana – andava a buttare il vetro.

 

Niente di poetico in tutto ciò: raccoglieva bottiglie e vasetti vari e partiva alla volta del cassonetto della differenziata, solitamente di sera, solitamente in pigiama.

 

L’azione di suddividere i colori del vetro, di sollevare la bottiglia, di lanciarla nel cassonetto, di sentirla infrangersi aveva in sé qualcosa di rassicurante e catartico al tempo stesso. Ecco infrangersi in mille pezzi la bottiglia di Chablis della cena in cui si era bevuto qualche bicchiere di troppo, la bottiglia dello sciroppo al timo per la tosse avanzata dall’ultimo raffreddore, il vasetto di marmellata di fragole bio finita durante una puntata di House of Cards, quella sera in cui sarebbe stato meglio tacere, o forse poi sarebbe stato meglio parlarsi….


Ecco la bottiglia di latte, dopo quella notte insonne di un giugno straordinariamente freddo, dopo quella mattina in cui nemmeno un caffelatte bollente riusciva a regalare un po’ di calore. Dopo quella mattina in cui era diventato chiaro che un po’ del freddo di quel giugno straordinariamente freddo sarebbe rimasto, per sempre.
Un giugno fatto di piumoni, di collant 30 denari e di parka verde bottiglia (il vetro, ancora una volta), in cui il mare, il sole, il profumo del sale, la sabbia bianca calda tra le dita, le orecchiette delle pagine del libro bagnate da dita impazienti, tutto sembrava lontanissimo, quasi irraggiungibile, freddo fuori freddo dentro e pezzi di vetro dove fa più male, pezzi di vetro opachi, fondi di bottiglia, biglie scheggiate e bicchieri rotti.

 

Era il giugno della disillusione, era il giugno di quell’estate lungamente attesa che non voleva arrivare, era il giugno della rabbia e del perdono, del rancore e dell’oblio, delle bugie e delle mezze verità.

 

Era il giugno delle strade mai prese e dei giardini dai sentieri che si biforcano, il giugno delle insonnie e delle rinunce, il giugno degli errori e dei rumori, il giugno dei gelati troppo freddi e delle tazze di te’ caldo.

 
Era il giugno delle lettere di motivazione e delle lettere di rifiuto, dei raffreddori e delle felpe, delle mani gelate e delle ambizioni spezzate.

 
Erano i giorni sbagliati di un mese sbagliato di una stagione sbagliata, il giugno dei raffreddori e dei crepacuori, il giugno degli incubi e degli errori. Il giugno dei rimorsi e dei timori. Giugno come sigillo ai primi sei mesi dell’anno, un semestre da archiviare, in attesa di un’estate più dolce, un frutto più maturo, da mordere coi denti, assaporare, il succo che scivola dagli angoli della bocca lungo il collo.
Giugno come un cassetto chiuso a chiave, una lezione dura da imparare, un boccone amaro da mandare giù. Giugno come un messaggio in bottiglia mai mandato.
 
 

 

Questo giugno autunnale si chiude oggi, con una folata di vento fresco a far cadere le foglie, con un ultimo acquazzone a smorzare gli ardori più resistenti. Si chiude insieme con una promessa e un avvertimento: una promessa, l’estate che sicuramente arriverà, con i colori prepotenti, impertinenti del cielo blu e della terra rossa – la mia terra; un avvertimento, a scapito di aspettative troppo alte, campanelli d’allarme messi a tacere, quel termometro del cuore al quale non si presta attenzione. Proprio mai. Cose che si dimenticano.

 

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?».

Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

If you are not ready for love, how can you be ready for life?

I don’t want to judge
What’s in your heart
But if you’re not ready for love
How can you be ready for life?
How can you be ready for life?
 
 

Ieri parlavo con un’adorabile bambina anglo-spagnola di quasi sei anni. Si chiama Emma, e già il nome te la rende simpatica (Emma Woodhouse docet).
Era nervosa perché il giorno successivo si sarebbe esibita nel suo primo spettacolo di danza, e aveva paura di dimenticarsi i passi.
Io le ho raccontato del mio spettacolo teatrale la settimana precedente, di quanto sia divertente stare sul palcoscenico, di quanto tutto il resto smetta di esistere.
Non era convinta.
Le ho fatto vedere le foto dei costumi, che le sono piaciute tantissimo, perché per lei eravamo tutte principesse.
Ha voluto che le raccontassi la storia di Ofelia e Amleto. L’ho fatto, per grandi linee.
Mi ha guardato ancora più perplessa. Mi ha chiesto se adesso mi chiamassi Ofelia, e perché fossi diventata pazza, e perché “quel tizio”, Amleto, non mi amasse più.
Poi, guardandomi con i suoi occhioni azzurri, mi ha chiesto: “ma com’è possibile che un ragazzo ti ami e poi non ti ami più?”
E io lì sono rimasta basita. Ho invocato tutti gli articoli di Brain Pickings sulla scienza dell’innamoramento, Alberoni, La verità è che non gli piaci abbastanza. Niente.
La verità vera è solo una: non lo so. Non so perché ci si innamora. Non so perché si smette di amare.
Non so perché non si viene ricambiati. Non so perché qualcuno smette di amarci.
Non so quando cominciano e quando smettono le farfalle nello stomaco. Non so quando il cuore in gola smette di essere semplicemente una metafora, e quando riprende ad essere una mera figura allegorica.
Conosco, come tutti o quasi, il profumo nauseante delle mandorle amare, emissarie di un amore non ricambiato.
La risposta, cara Emma, è: non lo so. Non ne ho nessuna idea. Alla fine ha ragione Carver, in What we talk about when we talk about love: dovremmo avere l’umiltà di ammettere di non sapere di cosa stiamo parlando, quando parliamo d’amore. Nel racconto di Carver, il protagonista – Mel, un chirurgo – racconta una storia: due anziani hanno avuto un incidente automobilistico e, contro ogni aspettativa, se la sono cavati entrambi. Eppure, lui è triste, deperisce a vista d’occhio, si rifiuta di mangiare; questo perché il collare di gesso gli impedisce di girarsi e guardare la moglie, accertarsi che stia bene. Sapere che c’è, anche solo intravedendola con la coda dell’occhio.

La verità, cara Emma, è che io non ci ho mai capito niente, ma una cosa ti auguro: ti auguro di non crescere come me, esposta troppo precocemente a Jane Austen, alle sorelle Bronte, a Love Story di Erich Segal.
Non crescere in mezzo alle principesse. Non crescere coltivando la convinzione che l’amore sia insieme la più grande domanda e la risposta ultima, l’ultimo pezzo del puzzle, il bandolo della matassa, una forza risolutiva e salvifica, il faro verso il quale navigare.
Non cullarti nella certezza che un amore possa salvarti.
Impara a salvarti, da sola. Impara ad amarti, prima che amare. Maya Angelou, gigante della letteratura scomparso ieri, affermava di non fidarsi di chi diceva di amarla ma non amava se stesso, e che bisogna fare attenzione a una persona nuda che ti offre una camicia.
Impara ad essere indipendente, a cercare il tuo posto nel mondo. Coltiva la tua curiosità, la tua sete di conoscere, il tuo desiderio di viaggiare, di esplorare, di ridere, di buttarti a capofitto in nuove esperienze.
Impara ad abbracciare il nuovo come se fosse un amico benevolo, non un nemico dal quale diffidare.
Solo così potrai essere pronta all’amore, senza bruciare nessuna tappa, senza rimpianti. Solo così potrai cercare di imparare ad amare.
Solo così potrai innamorarti dell’amore.

Prima di andarsene con la mamma, Emma si è girata e mi ha detto: “io comunque non ce l’ho un fidanzato, e nemmeno mi interessa”.

Way to go, girl.

Le piaceva scrivere.

“I write because you exist.” – Michael Faudet”

Le piaceva scrivere.

Non è del tutto esatto: scrivere per lei era un imperativo categorico, un diktat morale, un appuntamento ineluttabile con la sua coscienza, un tête-à-tête col suo introverso e bizzarro mondo interiore.

Scriveva storie tenui, dai colori sfumati – spiagge bianche da lungo tempo dimenticate, occasioni perdute, momenti spezzati.

Scriveva del panico che spesso l’attanagliava, dell’insonnia che la teneva sveglia a combattere coi suoi demoni, delle persone che aveva perduto, della se stessa che aveva dimenticato.

Scriveva perché in fondo non era capace di viverla, la vita, e allora preferiva osservarla da fuori, da dietro il finestrino polveroso di un treno senza nessuna destinazione. Scriveva perché in fondo non era capace di viverlo, l’amore, un concetto astratto e intellettuale troppo elevato e ideale per potersi far sfiorare dalla prosa della quotidianità. E allora lo ritrovava nei romanzi russi, e lo relegava nelle poesie e nelle storie senza lieto fine.

Si sentiva in colpa quando non scriveva, perché evitava di guardarsi allo specchio, e quando lo faceva, perché non aveva il coraggio di scrivere tutta la verità. Perché la verità faceva male, spesso, e metteva a nudo, sempre, lasciandola inerme e indifesa come un pulcino bagnato.

Scriveva per raccontare storie.

Scriveva per raccontarsi storie (a volte, le proprie).

Scriveva per immaginare finali diversi.

Scriveva perchè mettere pensieri, emozioni, eventi nero su bianco svolgeva una funzione catartica, e la aiutava a mettere ordine.

D’altro canto, mettere le cose nero su bianco le faceva paura. Perchè diventavano reali. Perchè cominciavano a vivere di vita propria. Perché non si potevano piu’ ignorare: per quanto facessero male erano lì, indesiderate, incontrovertibili. Ineluttabili.

Non era facile scrivere di sè (c’era sempre l’imbarazzo delle prime persone) e scrivere di quelle poche, pochissime cose che le stavano veramente a cuore.

Non era facile scrivere di persone che l’avevano toccata fino a marchiarla, di eventi che la trascinavano verso il passato anzichè proiettarla verso il futuro (So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past: così Fitzgerald conclude il suo Gatsby).

Sempre Fitzgerald aveva scritto: what people are ashamed of usually makes a good story. Le cose di cui si vergognava, di cui non riusciva a parlare, né tantomeno a scrivere, erano solitamente le storie più interessanti, più sofferte. Più autentiche. Più oneste. Più sincere. Più vere.

Scriveva senza perché e senza però, senza aspettarsi che qualcuno fosse interessato alle sue parole, ne’che le leggesse mai. Scriveva messaggi in bottiglia, affidandoli a maree nascoste, invisibili, misteriose.

Sperando qualcuno li trovasse, prima o poi.

 

#nevadofiero anch’io, in fondo

“Even if we don’t have the power to choose where we come from, we can still choose where we go from there. We can still do things. And we can try to feel okay about them.”
― Stephen Chbosky, The Perks of Being a Wallflower

Confesso che parlare di cose di cui vado fiera mi mette profondamente in crisi.
Se avessi dovuto scrivere un post sulle cose di cui NON vado fiera, ne sarebbe venuto fuori un romanzo. Ma non potevo resistere all’invito della dolce Valentina, un puntino colorato che dissemina bellezza nel suo blog Travel upside down (se non l’avete ancora fatto, correte a perdervi nelle foto e nei racconti di viaggio di Valentina).
Stefania, del blog Di qua& di là, ha proposto di raccontarsi attraverso tre cose di cui si cui si va particolarmente fieri. Per un’iniezione di ottimismo e autostima, per combattere la banale ovvietà della quotidianità, per volersi un po’ più bene.
Allora:

1) ero una control-freak. Avevo tutta la mia vita pianificata, o quasi. A 13 anni collezionavo volantini e brochure di università all’estero. Volevo vivere, viaggiare, scoprire, cambiare il mondo nel mio piccolo, essere il meglio di quello che potevo essere.
E invece.
E’ intervenuta la vita, con qualcosa di totalmente inaspettato che ha stravolto il corso degli eventi, lasciandomi senza piani B o C.
Ho da poco superato la soglia dei tre decenni, occasione che ha richiesto quantità considerevoli di champagne rosa, ma ha avuto come sgraditi effetti collaterali i tanto odiati bilanci.
Vivo in un Paese in cui non mi sarei mai aspettata di finire, faccio un lavoro che odio e che non mi rappresenta minimamente, sogno uno zaino e un anno di backpacking in Australia e Nuova Zelanda.
Sono lontanissima da dove vorrei essere, da dove pensavo sarei stata al tramonto degli -enti: ma non smetto mai di sognare, specie ad occhi aperti, e di sperare di trovare il mio posticino nel mondo. Non smetto mai di credere, di cercare segni, di allenarmi alla fede.
In sostanza: sono caduta, continuo a cadere, ma cado in piedi. Con qualche livido e qualche scottatura in più, ma cado in piedi. E ne vado fiera, in qualche modo.

2) Sono riuscita – almeno in parte – a superare la mia timidezza cronica. Da bambina, uno dei miei peggiori incubi era essere mandata a fare la spesa, perché avrei dovuto parlare davanti a gente che non conoscevo, che mi avrebbe osservato, e la mia voce sarebbe uscita fuori a stento, gracile, esile, gracchiante, estranea. Fare teatro mi ha aiutato, tanto che ora mi affaccio addirittura da questa finestra virtuale dove a volte racconto anche di me – anche se resta sempre l’imbarazzo della prima persona. Ci stiamo lavorando, e ne andiamo fieri.

3) Credo con tutta me stessa nel potere delle parole (il mio mantra è le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire) e, anche dopo la più triste e grigia delle giornate, mi perdo in una poesia, in un libro, in una storia, o mi abbandono a carta e penna, e il mondo torna ad essere un bel posto – kind of.
Credo che la bellezza salverà il mondo, e cercarla – la bellezza, quel sempre nei mai, per dirla con Muriel Barbery – è la sfida che mi prepongo – e mi propongo – ogni giorno. Fotografare fiori rosa, foglie, erba e nuvole nelle rare giornate di sole qui a Greyville, cercare la bellezza, credere nel potere e nella legittimità dei propri sogni, cercare di essere la versione migliore di me stessa, inventarmi e reinventarmi ogni giorno, non smettere mai di commuovermi, di stupirmi, di essere curiosa, di aver voglia di imparare, sperimentare, leggere, studiare nuove lingue, scribacchiare in metro o nel cuore della notte su un pezzetto di carta, fantasticare ad occhi aperti, riempire le giornate più grigie di parole e di colore: queste sono le cose che mi rendono fiera di me stessa, perché voglio essere in grado di dire, quando sarà il momento

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità
e succhiare tutto il midollo della vita,
per sbaragliare tutto ciò che non era vita
e per non accorgermi in punto di morte che non ero mai vissuto…
Henry David Thoreau

Invito a scrivere i loro #nevadofiero Amrita di Audrey in Wonderland, Sabina di Una fragola al giorno e la camaleontica Francesca di Tegamini. Ad maiora!

 

 

 
 

And will never be any more perfection than there is now/ Nor any more heaven or hell than there is now (Walt Whitman)

I know it doesn’t seem that way
But maybe it’s the perfect day
Even though the bills are piling
And maybe Lady Luck ain’t smiling

But if we’d only open our eyes
We’d see the blessings in disguise
That all the rain clouds are fountains
Though our troubles seem like mountains

There’s gold in them hills
There’s gold in them hills
So don’t lose heart
Give the day a chance to start

(Ron Sexsmith, Gold in Them Hills)
Prendo ogni giorni, da ottobre 2012 a questa parte, la stessa metro, alla stessa fermata, dallo stesso lato.
Eppure, per un motivo o per l’altro – la fretta, il sonno, il ritardo, la testa tra le nuvole, la corsa dal tornello per prendere al volo la metro solo per poi vedersela passare davanti – non ho mai alzato gli occhi dalle scale mobili, sempre persa nella nebbia mattutina dei miei pensieri ancora assonnati, nel mio Kindle, in un libro, nei miei sogno ad occhi aperti.
Stamattina – non so perchè – cullata dalla voce del mio Leonard, ho alzato gli occhi. E l’ho visto.
Una specie di murales di vetro, del genere un po’ ambiguo che caratterizza la bellezza/bruttezza di Greyville  -un gruppo un po’ retrò di persone, uomini da una parte, donne dall’altra, una sorta di esplosione nel mezzo, una scritta un po’ ambigua  -Aequus nox.
Non riuscivo a capacitarmi del fatto di non averlo mai visto, enorme, sbrilluccicante, sospeso sopra la mia testa.
Aprire gli occhi, alzare lo sguardo è una mera questione di esercizio ed attenzione: così per la prima volta ho notato l’omino in grembiule che puliva le macchinette del caffè all’interno del bar del palazzo di specchi prima del mio ufficio; la bellezza dei rampicanti rossicci sulla palazzina della stradina interna per la quale corro ogni mattina per ridurre il mio percorso. Perché ogni minuto è prezioso. La cosa che ci si dimentica, però, è che ogni minuto passa in fretta, e in ogni minuto sono contenuti piccoli particolari che diventano ricordi subito dopo, o svaniscono nella nebbia dell’oblio, se non vi prestiamo attenzione.
Come allontanarmi di soli dieci minuti dal mio ufficio e trovarmi in un bosco. In un bosco vero, con tanto di nebbiolina e scarpe che sprofondano nel fango e panchine fatte di tronchi di albero. Togliermi sciarpa e cappello e farmi scompigliare i capelli dal vento, circondata dal silenzio e da alberi centenari, dagli occasionali jogger, da due signore anziane in tuta di ciniglia coi loro barboncini. E poi vedere loro, una coppia di ragazzi, lui alto e allampanato, lei bassina e con le guance rosee, persi l’uno nell’altra, del tutto incuranti del vento freddo, degli sguardi delle due signore in ciniglia, del fango, di tutto. Vedere lei sorridere, lui perdersi tra i suoi capelli.
E pensare a quanto sia difficile parlare d’amore, raccontare l’amore, senza risultare banali, senza scadere nel melenso. A quanto sia difficile far capire che ogni singola storia, ogni singolo istante, è speciale e unico. Trovare le parole giuste per raccontare uno sguardo, un sorriso, un sospiro, una lacrima, un bacio, un addio. Il cuore in gola. La stretta alla bocca dello stomaco.
Le nostre giornate sono fatte di momenti. Ogni momento è un contenitore di immagini, di persone, di parole. Ogni istante è un contenitore di tutte quelle parole che non riusciamo a dire, di tutte le volte che vorremmo trovare il coraggio di dire qualcosa ma non ci riusciamo, di tutte quelle volte che cerchiamo le parole giuste e non le troviamo, di tutte quelle volte che cerchiamo il momento giusto. E, intanto, un altro momento è finito, un altro momento è passato.
Ogni istante contiene qualcosa di speciale, che sul momento sembra banale, che spesso si perde perché siamo presi a rincorrere le ore, i giorni, le settimana, a gareggiare nella maratona di una vita sempre più veloce, sempre più distratta.
Basterebbe fermarsi, un attimo, e alzare gli occhi.

 

Soundtrack: Gold in Them Hills, Ron Sexton (About Time soundtrack)

I know it doesn’t seem that way
But maybe it’s the perfect day
Even though the bills are piling
Maybe Lady Luck ain’t smiling

But if we only open our eyes
We’d see the blessings in disguise
That all the rain clouds are fountains
Though our troubles seem like mountains

There’s gold in them hills
There’s gold in them hills
So don’t lose heart
Give the day a chance to start
Every now and then life says:
Where do you think you’re going so fast?
We’re apt to think it’s cruel, but sometimes
It’s a case of cruel to be kind

And if we get up off our knees
Why then we’d see the forest for the trees
and we’d see the new sun rising
Over the hills and horizon

There’s gold in them hills
There’s gold in them hills
So don’t lose faith
Give the world a chance to say:

A word or two, my friend
There’s no telling how the day might end
We’ll never know until we see
That there’s gold in them hills
There’s gold in them hills
So don’t lose heart
Give the day a chance to start

There’s gold in them hills
There’s gold in them hills

Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati (Nietzsche)

 

 

Caro 2014, così non va bene.

 

Sei iniziato davvero male, giocando tiri mancini, sferrando altri colpi che si vanno ad aggiungere a quelli del tuo degno compare, il 2013, che mi ha lasciato come eredità una riga profonda che solca il viso e mi fa sentire ancora più stanca, e avvilita.

 

 

 

Caro 2014, mi sto disamorando. Delle cose che mi circondano, del quotidiano, e di me stessa.

 

 

 

Mi sto disamorando dei miei sogni ad occhi aperti e occhi chiusi, perché tanto la realtà ci pensa sempre a sporcarli, a corromperli, a rovinarli. E allora, ne vale la pena? Sono fiori delicati, rari e inebrianti, che non possono fiorire in mezzo alla spazzatura.

 

 

 

Caro 2014, quest’anno per me si conclude un altro decennio, e si sta facendo sempre più tardi, eccetera eccetera. E io ho bisogno di innamorarmi di tutto, ho bisogno di sentirmi viva ogni giorno, ho bisogno di passioni vaste e sconfinate, di colori sgargianti, di parole semplici, leggiadre, leggere, che siano poco pretenziose ma aprano il cuore. Ho bisogno di vivere col cuore in gola.

 

 

 

 

 

C’è una frase di Nietzsche che da giorni mi frulla in testa, Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati.

 

 

 

Non so, caro 2014. Spero solo di essere in grado di prendere congedo dalla vita benedicendola per tutte le cose che mi ha regalato e restandone fedelmente, malinconicamente innamorata, non di liquidarla con un freddo cenno del capo, uno svolazzo di mani di cera, oppressa dal peso dei rimpianti e delle cose che non avrò fatto e delle cose che avrei voluto fare diversamente.

 

 

 

Caro 2014, voglio liberarmi di tutto questo grigiume che è come una seconda pelle, un profumo stantio, un sapore amaro di noia e rassegnazione.

 

 

 

Voglio fermarmi in mezzo alla strada a guardare incantata un tramonto o un bambino paffuto che ride e mi fa ciao. Voglio svegliarmi di notte perché ho interrotto la lettura in un punto interessantissimo e devo assolutamente riprenderla. Voglio fermarmi in ogni angolo a buttare giù scarabocchi di pensieri. Voglio trovate il coraggio di raccontare le storie che mi abitano. Voglio bagnarmi di poesia.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di trovare il mio posto nel mondo, non continuare a nascondermi, con codarda rassegnazione.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di cambiare quelle cose che proprio non mi vanno giù e che si sono insediate sulla bocca dello stomaco, impedendomi di respirare.

 

 

 

Voglio tornare a casa, in Italia, senza averlo tanto pianificato, e trovare mia nonna al suo posto vicino al fuoco, che mi sorride e mi prepara i perperoni sotto la brace e mi racconta per l’ennesima volta la storia di come ha incontrato mio nonno, quella storia magica e bellissima che non cessa mai di incantarmi.

 

 

 

Soprattutto, voglio trovare il coraggio di essere me stessa.

 

 

 

Ti ho chiesto un segno, e finora mi hai solo depistato. E so bene che sono passati sono 13 giorni, ma cosa ci vuoi fare? È l’entusiasmo, la rabbia, la fretta della mia ultima ondata di giovinezza a parlare.

 

 

 

Allora sai cosa faccio, caro 2014? Esco da questo ufficio grigio e stantio e vado a comprarmi un vestito bellissimo e costoso in modo ridicolo e spropositato, che non posso assolutamente permettermi.

 

 

 

Sarò la ragazza col rossetto rosso più intenso che tu abbia mai visto e col vestito senza maniche, che beve champagne rigorosamente all’aperto, anche se qui a Greyville è tempo di montoni e vacche grasse.

 

 

PS: sì, l’ombrelllo rosso fa parte del piano.

Il rumore di un fiocco di neve

Una risata fa rumore.

Può essere la risata di un bambino, campanellini d’argento che fanno bene al cuore; può essere una risata di cuore, una risata isterica, una risata forzata. A prescindere dalla qualità, farà comunque rumore. Una risata si fa sentire, sempre. Non a caso, TS Eliot ha scritto April is the cruellest month, aprile è il più crudele dei mesi: la primavera riscalda il sangue, risveglia istinti ancestrali, trascina fuori dalle tane, incita a vivere, anche quando non si è (ancora) pronti. La primavera fa rumore. Fa rumore come la felicità, come il Natale di rosso vestito, che condanna al platone d’esecuzione tutti gli Scrooge davanti a una giuria di Babbi Natale che intonano I’ll be home for Christman, if only in my dreams…

 

Ci sono invece rumori che non si percepiscono: sono troppo tenui, quasi inesistenti, ai quali non siamo più abituati, nell’epoca del rumore assoluto.

Una lacrima che cade su un foglio di carta non fa rumore.

Un cuore che batte forte – di paura, di ansia, di aspettativa, di incertezza – non fa rumore.

Un cuore che si spezza non fa rumore.

La fine di una storia, un’esperienza, un’avventura, una fase importante della propria vita, un’amicizia, un contratto di lavoro, non fa rumore.

La solitudine non fa rumore.

La confusione di chi si è perso, di chi è fermo ad un incrocio, paralizzato dalla paura di decidere, di sbagliare di nuovo, non fa rumore.

La paura non fa rumore.

Il silenzio non fa rumore (e non è poi così ovvio come potrebbe sembrare)

Il dolore non fa rumore. E’ silenzioso come un fiocco di neve. Cerca di nascondersi, di mimetizzarsi. E’ la nebbia dei sentimenti.

E’ facile percepire, sentire, ascoltare la felicità, l’allegria, la forza, la vitalità.

E’ facile non accorgersi di chi si nasconde, dei sorrisi tirati, della sensazione di essere intrappolati in un pantano. Del bisogno di aiuto, di amore, di amicizia.

 

Poi ci sono rumori che si percepiscono amplificati: il rumore di quei passi che se ne vanno, il saluto biascicato da quella voce che rimane lì, a mezz’aria, a infestare sogni e pensieri. Il suo bacio che iniziava, il suo bacio che moriva, canta Vecchioni. Quel tramonto.

 

Bisognerebbe dotarsi di orecchie nuove, di un sistema di pensiero nuovo, di una sensibilità nuova. Per essere  grado di percepire le percussioni come le gocce di pioggia, il tuono come il fiocco di neve.

 

Fare silenzio nella propria mente e nel proprio cuore.
 
Soundtrack: Roberto Vecchioni, Le rose blu