Il Calendario dell’Avvento Letterario #5: Natale a Grimmauld Place

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Questa casella è scritta e aperta da Ilenia di Ilenia Zodiaco

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Nella mia immaginazione – e scommetto, anche nella vostra – il Natale perfetto è ambientato ad Hogwarts. I dodici alberi imponenti che decorano la Sala Grande, il banchetto sontuoso, il cielo stellato al posto del tetto, la neve e qualche fantasma a burlarsi di voi. Ma non fatico a credere che abbiate bene in mente anche la scena in cui Harry e Ron, undici anni a stento, la mattina di Natale, si salutano e si scambiano i regali davanti al camino della Sala Comune di Grifondoro. La scena acquista un significato particolare perché sappiamo che è il primo vero Natale felice di Harry (che ha trascorso degli anni infernali dai Dursley), ma è anche una celebrazione di quello che sappiamo fin da piccoli: a Natale ci si può sentire felici e appagati per le cose più semplici, grati che coloro che ci stanno intorno si facciano “contagiare” dal clima di festa. Il Natale ha il potere di diffondersi e di superare il malumore individuale.

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Le immagini che compongono il nostro sogno di Natale sono inevitabilmente classiche perché, molto banalmente, il Natale è tradizionale. Forse una delle poche tradizioni che si mantiene da secoli, pressoché inalterata nei suoi tratti fondamentali. Quando ero una bambina ricordo di essere rimasta molto colpita dal fatto che persino nei libri di Harry Potter questa festività di stampo cristiano venisse celebrata anche in un mondo magico e quindi “eretico”. Il Natale esiste persino in Harry Potter. Perché? Può essere snervante ritrovarsi con i nostri parenti, specialmente se abbiamo una famiglia disfunzionale e infelice (chi non ce l’ha?). Può essere impegnativo, fino ai limiti della commiserazione, il non riuscire a trovare idee o tempo per fare regali per tutti o l’impossibilità di comprarli per problemi economici. Può essere mortificante dover ricevere continuamente domande sulla propria immobile vita professionale o sentimentale. E poi certo, il Natale può essere molto più che un’esperienza imbarazzante. Può rappresentare l’occasione di sentirsi ancora più soli, di avere paura, provare dolore. Eppure persino in un mondo parallelo, fatto di bacchette e incantesimi, sembra proprio un appuntamento irrinunciabile.

Particolarmente significativo sono i festeggiamenti natalizi presenti ne L’Ordine della Fenice. Sebbene sia forse il Natale più affollato della storia dei libri di Harry Potter (si celebra nel quartier generale dell’Ordine quindi c’è un via vai continuo), è anche uno dei più precari. Siamo sull’orlo della guerra contro Voldemort, la segretezza e la clandestinità rovinano in qualche modo l’atmosfera di festa. In più, Arthur Weasley si trova in pessime condizioni di salute perché morso da Nagini.
Il Natale a Grimmauld Place è atipico anche perché c’è l’idea di una famiglia “allargata” che assomiglia più ad un’accozzaglia di disperati (MUGUNDUS FLETCHER!). La casa poi non è di certo La Tana ma una polverosa dimora di purosangue con idee piuttosto ristrette e ottuse di come dovrebbe comportarsi un mago.
I personaggi quindi sono trapiantati in un contesto quasi ostile, Sirius è addirittura segregato in una casa che ha sempre odiato e in cui ha trascorso gli anni più infelici della sua vita (e chissà quanti Natali neri!).

Eppure, tutti ritengono importante dare una parvenza festiva per il Natale: dalla disinfestazione domestica, alla preparazione della cena fino allo scambio di regali (potevamo mica farci mancare i maglioni di Molly per i gemelli?). Uniti nel malumore, si cerca di stare insieme perché, come dicevamo all’inizio, sono i momenti più semplici che ci ricorderemo e che proveremo sempre a ricreare, anche “negli attimi più bui”.

Sirius dirà: “Quando tutto questo sarà finito, saremo una vera famiglia”. Sappiamo che non succederà ma quel momento, il fatto che lui l’abbia detto, sarà un ricordo importante per Harry. E i ricordi sono l’unica vera magia a noi accessibile in questo mondo. Almeno, la più potente. Il Natale ci ricorda di costruirli insieme. Melenso? Forse. Ma chiediamoci allora perché continuiamo a festeggiarlo.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#8: Natale a casa Franzen

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Questa casella è scritta e aperta da Ilenia di Con amore e con squallore.

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“Un ultimo Natale” è l’ultimo capitolo de “Le correzioni”. Quel romanzo di Jonathan Franzen che tutti sembravano aver letto tranne me.

Adesso che conosco anch’io gioie e dolori della famiglia Lambert, mi trovo nella condizione di non poter evitare di parlare proprio del loro Natale, se mi si chiede un intervento a tema, in attesa del fatidico giorno.

Sì, anche a costo di rovinare la festa a tutti. So che non ci sono regole, ma immagino che un calendario dell’Avvento letterario dovrebbe circondarsi di certe atmosfere, magari che si associno bene all’immagine rassicurante di un focolare, di pacchi dalla carta sgargiante e cesti di deliziose noci, giusto? Ora invece arriva la guastafeste che ci racconta della disfunzionale famiglia del Midwest e del loro Natale atroce.

Sbagliato. Perché, rifletteteci, anche i Natali hanno i loro momenti d’agonia. E io dirò, audacemente, soprattutto i Natali.

L’ultimo Natale della famiglia Lambert (che già così non suona proprio benissimo, no?) è l’Evento attorno a cui ruota tutto il romanzo, non a caso si trova in chiusura. È il canto del cigno di un romanzo ambizioso. In particolare, l’epicentro è Enid, la madre, ossessionata dall’idea di riunire tutta la famiglia (tutti e tre i figli ormai adulti, che fanno i conti con le loro vite a pezzi) per un ultimo Natale, prima che tutto crolli.

Questo momento perfetto, a cui tendono tutti gli sforzi di Enid (e dei figli che cercano di realizzare questo suo desiderio), non è che un autoinganno, un ultimo, inutile riparo contro una grande verità: niente potrà essere più come prima. Nessun Natale potrà essere uguale ad un altro.

“Ecco una tortura che i Greci, inventori dei supplizi del Banchetto e del Masso, avevano dimenticato di inserire nell’Ade: il Mantello dell’Illusione. Un bel mantello caldo che copriva l’anima afflitta, senza però riuscire a coprirla del tutto. E ora le notti stavano diventando fredde”.

Per dimostrarvi come il Natale nasconda subdole soprese, devo per forza introdurvi il concetto di“momenti alla Franzen”. Il nostro caro Autore è un maestro nel creare momenti di estremo disagio (spesso mascherati da una feroce ironia) che riescono benissimo ad illuminarci su quanto distanti siamo gli uni dagli altri. La regola principe di ogni “momento alla Franzen” è: il disagio non è mai abbastanza. Qualche esempio?

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Quando ti parlano di affari al supermercato mentre hai un salmone viscido che ti scivola giù per la gamba. Ma i momenti si moltiplicano all’infinito, così come la frustrazione dei personaggi: sopportare la stupidità e l’ottusità altrui annuendo, facendo finta di nulla; ignorare l’egoismo del partner, i figli tirannici, mentre tenti di ascoltare tua madre (che non ascolta te, invece) che ripete fino alla nausea le stesse insignificanti raccomandazioni sulla tua vita.

Queste sono le tribolazioni dei Lambert; ma, in realtà, tutti noi ci prepariamo a scendere in battaglia quando partecipiamo ad un Evento che riunisce tutta la famiglia. E ogni anno nasconde maggiori insidie dei precedenti e molti, moltissimi “momenti alla Franzen”.

Quello zio con cui non avete mai scambiato più di sei parole tutte di fila e che con tutta probabilità potrebbe non conoscere nemmeno la vostra età, figuriamoci intavolare una discussione fluida, che tenta goffamente di capire da che assurdo pianeta proveniate. Rassegnatevi. Per un’altra decina d’anni ancora sarete identificati come “figlio/a di x”. Poi tutta quella valanga di domande :“E il fidanzato? E la laurea? E a Capodanno? Ma quei capelli? La barba quando la tagli?”.

Nel frattempo nel vostro cervello compaiono immagini amorevoli di banchetti familiari alla Shirley Jackson (per chi non ha mai conosciuto questa magnifica donna, chiarisco: sonnifero nello zucchero).

Non so voi, magari siete più fortunati di me, ma a Natale sento sempre (tra le molte, moltissime altre cose belle) una distanza tra me e gli altri. E, più divento grande, più sento aumentare questo divario. E più ti senti diverso, più aumentano i momenti-farsa in cui fingi di ascoltare, seppellisci la tua vita, i tuoi segreti sotto strati e strati di cortese convenzionalità e chiacchiere frivole.

Però c’è un altro tipo di “momento alla Franzen”. Un momento che rende necessario e prezioso qualsiasi Natale. I momenti in cui riesci a vedere attraverso.

I componenti della famiglia Lambert sono davvero insopportabili, irrimediabilmente infelici. E cercano continuamente di correggersi senza successo. Non si accettano perché non si capiscono, non si parlano. Si odiano perché cercano di essere migliori senza mai riuscirci. Franzen è bravissimo nel relegare i loro singolari dolori, le loro delusioni segrete (come in ogni famiglia letteraria che si rispetti, non si parla mai di ciò che è importante ma si finisce sempre a parlare di soldi, cibo e sgabelli per la doccia) ciascuno in ogni capitolo, con il suo punto di vista, la sua prospettiva, per farci capire quanto siano appunto distanti gli uni dagli altri.

Però c’è un passaggio in più. Il Natale. Per un giorno (per poche ore, in realtà), finalmente, sono tutti insieme. E arrivano sia “i momenti alla Franzen” pieni sia di imbarazzi e farse, sia dei nuovi momenti di rivelazione.

“Ma come tanti fenomeni che apparivano belli da lontano – nubi temporalesche, eruzioni vulcaniche, stelle e pianeti – quel dolore seducente si rivelò, a distanza ravvicinata, di proporzioni disumane”.

Sono attimi di autentica comprensione dell’Altro. Certo, durano poco e nascono spesso da un’insopportabile vergogna (non sarebbe Franzen senza una bella dose di imbarazzo). Trovarti davanti alla malattia di un padre (con tutto il corredo di orribili conseguenze che ne derivano, conseguenze piene di viscida, disgustosa, incontrollabile materia organica), ad esempio. Sono momenti rari che ci fanno capire che, se solo smettessimo di volerci correggere, forse, potremmo, anche solo per qualche ora, accettarci. Molte incertezze ci tengono, forse per coincidenza, sotto lo stesso tetto, almeno una volta l’anno.

Ho deciso per questo Natale di lanciarmi due importanti sfide (prendendo ispirazione da questo bel libro):

1) “Se non posso avere la cosa vera, non voglio niente”.

2) Cercare di capire che, come per Alfred Lambert, a volte “l’amore non è questione di avvicinarsi ma di tenersi a distanza”.

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(Le citazioni usate nel post sono tratte da Le correzioni, Jonathan Franzen, trad. a cura di Silvia Pareschi, Einaudi super ET, 2003)