Eroine letterarie disfunzionali

Dopo gli uomini che non sapevano amare, torna il nostro Valentine’s Day disfunzionale, stavolta con una carrellata di crudeli eroine letterarie: algide, fredde, calcolatrici e senza cuore, riescono a farla in barba a stupid Cupid e ai suoi strali sempre scagliati un po’ a caso.

Buona lettura, godetevi le nostre crudeli eroine e le gif del buon Michele (che ha realizzato anche il banner della nostra romantico-sarcastica iniziativa).

Ah, buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat, vi dedichiate a fare gli stalker dei vostri ex sui social media (non lo fate, vi prego) piangendo sulle note di All By Myself, o lo ignoriate completamente.

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Irene Forsyte di La saga dei Forsyte di John Galsworthy, scelta da me

Irene Forsyte è un personaggio per cui il lettore dovrebbe provare simpatia e compassione. Bellissima, algida, fragile, infelice, in grado di ammaliare e affascinare chiunque. Tranne me.

Irene sposa Soames Forsyte per i suoi soldi, pur odiandolo e disprezzandolo; dopo un paio di anni di matrimonio, decide di non ammetterlo più nella sua alcova, lasciando il povero Soames a torturarsi, cercando di capire come mai sua moglie non solo non lo ami, ma non riesca nemmeno a tollerare di stare nella stessa stanza con lui. Irene infatti non sopporta nemmeno di rivolgergli la parola o di guardarlo negli occhi, e non si lascia scappare l’occasione di ricordare al marito e ai parenti di lui quanto Soames le sia inviso.

Dopo il tragico epilogo di un’avventura col fidanzato della cugina di Soames, June, Irene lascia il marito, che rimane ossessionato da lei per tutta la vita, commettendo di conseguenza errori di ogni sorta, anche imperdonabili. Dopo una breve parentesi romantica con lo zio di Soames, che le lascia un bel po’ di quattrini, Irene si sposa col cugino dell’ex marito,  Jolyon Forsyte.

La domanda sorge spontanea: in tutta Londra, in tutta l’Inghilterra, in tutta la Francia (dove vive per un periodo) Irene non è stata capace di innamorarsi di un uomo che non facesse parte della famiglia dei Forsyte, che pure professa di odiare? Tutto il suo personaggio puzza di falso, di costruito, di artificioso: Irene non vede che se stessa e rimane egoista fino alla fine, impedendo al figlio Jon di coronare il suo sogno d’amore con Fleur Forsyte, che, udite udite, è la figlia dell’odiatissimo Soames. L’amore tra I due piccioncini potrebbe chiudere un circolo vizioso, mettendo fine alla faida tra Irene e Soames e riportando la pace tra i vari Forsyte; ma Irene, dopo la morte del marito Jolyon, ha troppa paura di perdere il figlio, “consegnandolo” alla famiglia di Soames, e di rimanere sola.

Soames non è certo il più amabile dei personaggi letterari: è un uomo che non sa amare, ma suo malgrado, e non riesce a rendersene conto. La capacità di Irene di amare (e di essere amata) è invece alla base del suo personaggio: questo dettaglio rende il suo cieco egoismo e il suo estenuante vittimismo ancora più insopportabili.

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La Marchese di Merteuil di Le relazioni pericolose di Laclos, scelta da Valentina di Peek a Book

Baudelaire la definì la personificazione dell’ “Eva satanica”: quale altra eroina letteraria è più bad girl della Marchesa di Merteuil, colei che tira davvero le fila di tutte le 175 lettere che compongono il leggendario romanzo epistolare Le relazioni pericolose? La più grande libertina della letteratura dell’epoca, vera Don Giovanni del romanzo (Valmont è nulla a confronto) e villain per eccellenza, la Marchesa, rispettabile e stimata agli occhi di tutti, è in realtà una gelida e spietata calcolatrice, dedita solo a tramare per nuocere chiunque si metta sulla sua strada. Dietro un muro di finta pudicizia e intoccabilità, si nasconde la più fine conoscitrice della strategia amorosa, la più diabolica cospiratrice del romanzo libertino, una donna che fa della seduzione dell’altro sesso una ragione di vita. In realtà, noi che la Marchesa la conosciamo bene sappiamo che non è veramente malvagia e glaciale; la sua è “solo” una ribellione al ruolo di contorno a cui era relegato il genere femminile all’epoca, alla secondaria importanza che la donna aveva su tutto.

Moderna eroina o astuta mistificatrice, la Marchesa di Merteuil si trascina fino a dove la porteranno la sua spregiudicata disinvoltura e la sua mancanza di empatia verso il prossimo con una sola idea in mente: “Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio”.

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Elyria di Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, scelta da Chiara di Librofilia

Giovane moglie newyorchese che, alle prese con un passato difficile, con un perenne senso di disorientamento causato dalla morte della sorella e con un matrimonio sbagliato – contratto con il professore della sorella morta suicida – avverte un senso di inadeguatezza nei confronti della vita, nonché l’incapacità di dare un nome al suo malessere interiore e per questo motivo, decide improvvisamente di abbandonare suo marito e la loro casa, per fuggire solo con uno zaino in spalla e con pochi soldi in tasca, per dirigersi in Nuova Zelanda, dove spera di ricominciare tutto da capo. Durante il viaggio, Elyria non dovrà difendersi solo dai pericoli e dai possibili stupratori, ma dovrà lottare soprattutto contro se stessa e contro la sua mente contorta e piena di contraddizioni. Elyria, è infatti l’emblema vivente della donna intelligente e consapevole del fatto che la natura umana è incapace di raggiungere un totale appagamento e, pertanto, tutti i sentimenti che smuovono l’animo sono molto spesso ingiusti e complessi; di conseguenza, tutte le decisioni che vengono prese non sempre sono il frutto di meccanismi interiori lucidi e prevedibili anzi, spesso è tutto l’opposto.

E nemmeno l’amore sembra far rinsavire Elyria, poiché preferisce fare e disfare tutto, fuggire in preda all’indecisione e comportarsi come una bambina capricciosa e incapace di affrontare le difficoltà, piuttosto che preservare l’unica cosa bella che la vita le aveva riservato ovvero il matrimonio con quell’uomo devoto, totalmente e follemente innamorato di lei.

Marie di Carne viva di Merrit Tierce, scelta da Mariateresa di Casa di ringhiera

Marie è una giovane donna, troppo giovane per comprendere cosa voglia dire impegnarsi. Fare la cameriera non richiede uno sforzo tale da lasciarle il tempo, mentale e materiale, per potersi occupare della sua carne. Marie non cerca una soddisfazione interiore, ma ne esige una fisica e metafisica.

Ciò di cui Marie ha bisogno è lo stordimento necessario per potersi concedere a chi voglia approfittare della sua libertà. Qualsiasi genere di uomo Marie si trovi di fronte, per lei non è mai abbastanza. Quello che la mia eroina disfunzionale teme più di ogni altra cosa è di non riuscire a sentire alcun tipo di dolore, perché è l’unica cosa che le da la certezza di non essere un cadavere in putrefazione.

Quello che mi viene in mente pensando a Marie è Betty, quarto brano presente nell’ultimo album dei Baustelle, L’amore e la violenza. Perché effettivamente Marie e Betty si somigliano molto in questa instancabile ed estenuante ricerca del dolore come fonte continua di vita.

Oltre all’amore materno, quello nei confronti di una figlia che in tutta probabilità sarà esposta allo stesso problema, non è in grado di sentire alcun tipo di sentimento verso altri esseri umani. Questo perché la carne viva è la sua, non quella altrui. Che invece equivale al putrido desiderio sessuale. Il resto è storia.

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Cheryl di Wilddi Cheryl Strayed, scelta da Nellie di Just Another Point

Cheryl è forte ma non troppo. Cheryl vorrebbe amare ma preferisce prendere uno zaino enorme, infilarci lo stretto necessario per sopravvivere durante la sua fuga nell’America più selvaggia con il desiderio di mettere più chilometri possibile fra se stessa e il problema. Perché per Cheryl la risposta è semplice: quando qualsiasi soluzione temporanea pare impossibile tanto vale andarsene nella natura, mettere alla prova il proprio fisico, la propria mente e il proprio coraggio, neanche fosse una sorta di auto elogio per dimostrare che anche da soli ce la si può fare, che non è necessario essere un duo per essere forti. Lo scopo di Cheryl è svuotarsi di qualsiasi pensiero, veder svanire ogni piccolo ripensamento per poi purificarsi lasciando spazio solo all’istinto di sopravvivenza che solo un viaggio come quello lungo il Pacific Crest Trail può richiedere. L’amore, di qualsiasi tipo, rimane l’unico peso che le spalle di Cheryl non possono portare.

Lily Bart di La casa della gioia di Edith Wharton, scelta da Irene di LibrAngolo Acuto

Lily Bart è attraente, molto attraente. È giovane e viziata. A 29 anni è ancora single, ama la vita e le sue gioie, desidera un’esistenza felice e agiata e non le importa se l’uomo che è disposto a darle tutto questo sia un bell’uomo o no. Non le importa nemmeno che quest’uomo la ami e le importa ancor meno che sia lei ad amare lui.

Lily non cerca l’amore, cerca la ricchezza; cerca un uomo che possa tenere in vita la sua passione per gli abiti e i cappelli di ottima fattura, cerca un uomo che le possa garantire le sue tanto amate partitine a carte, che possa farla sentire una regina in casa sua. Ciò che Lily non sa, e di cui si accorgerà a sue carissime spese, è che non si può vivere una storia d’amore come se fosse una partita a canasta. Con i sentimenti, sia tuoi che degli altri, non puoi fare una scala di colore, proprio no. Non puoi pensare che sposarsi con un uomo debba per forza equivalere a un Bingo finanziario, né pensare che accontentarsi di Selden –avvocato solo “normalmente” benestante – sia come accontentarsi del gratta e vinci di tre euro quando si ambisce al primo premio del Mega Miliardario. Lily non pesa i gesti e non pesa le parole, agisce d’impulso e sempre per preservare una certa immagine di sé: quella della donna tutta d’un pezzo, sempre elegante, di buone maniere, sempre pronta a divertirsi e a partecipare a questa o a quell’altra crociera.

Lily è tanto bella e intelligente quanto veniale e superficiale. Una donna dalla quale stare alla larga se, sopravvissuti ai suoi giochetti, non si è interessati ad accompagnare ogni gesto d’amore con un prezioso collier di perle rosa.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #9: il valore delle piccole cose

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Questa casella è scritta e aperta da Mariateresa di Casa di Ringhiera

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Quand’ero piccola – si parla di tutta la durata degli anni Novanta –, dal primo di novembre tutti cominciavano a pensare al Natale. Che disdetta, pensavo, non sanno che questo mese si conclude ogni anno dal 1989 col mio compleanno. Allora mentre tutti fracassavano il cervello a mamma e papà su ciò che avrebbero scritto nella lettera per Babbo Natale, io cominciavo il mio conto alla rovescia per diversi rituali che dopo ventinove giorni mi conducevano al giorno del mio compleanno.

Tra tutti, due erano quelli fondamentali: Lo Zecchino d’oro e Canto di Natale di Topolino. Entrambi avevano a che fare con la musica, una di quelle costanti fondamentali nella mia vita. Intorno alla fine del mese la Rai trasmette in Eurovisione il programma televisivo che da piccola adoravo. La leggenda narra che quando avevo circa cinque anni mi arrivò la lettera di partecipazione ai provini per lo Zecchino, ma nessuno pensò che avessi la possibilità di sfondare come cantante. Le mie performance si tenevano nel soggiorno di casa, usando come microfono la mascherina dell’aerosol tra i fumi dell’acqua fisiologica, interpretando i successi dello Zecchino d’oro a squarciagola per sovrastare il fastidioso ed assordante rumore del generatore.

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Durante le pause tra le viarie esibizioni, gli sketch di Mago Zurlì con Topo Gigio e le votazioni, c’erano le pubblicità di giocattoli. Le ricordo natalizie, scintillanti e piene di quelle musicassette che ti mandano in visibilio. C’erano le bambole più belle, i giochi più in voga e tutti sorridevano super carichi di quell’energia che solo il Natale ti da. Strattonavo mia madre ogni anno per mostrarle il regalo che desideravo per il mio compleanno. Quando quegli spot terminavano ero così piena di aspettative che nella mia mente stilavo una lista di possibili regali da scegliere per la richiesta che mi era concessa soltanto una volta all’anno.

Quando il Festival dello Zecchino d’oro era passato, così come lo era il mio compleanno, quel che mi gasava di più dei regali che avrei ricevuto a Natale era Canto di Natale di Topolino, il film d’animazione basato sul racconto di Charles Dickens. Sin da subito, ovvero tra i titoli di testa, passava la scritta: “tratto da Canto di Natale di Charles Dickens”. E mentre leggevo quel pezzetto mi chiedevo chi fosse tale Charles Dickens. Inutile dirvi che ne sono venuta a conoscenza anni dopo, al liceo, attraverso l’adeguata conoscenza della letteratura inglese.

Da bambina però mi importava molto di quella storia così strappacuore e ogni volta che vedevo morire Tiny Tim piangevo a dirotto perché era così ingiusto che al mondo ci fosse gente che aveva troppo e non voleva donare nulla. L’empatia è sempre stata una parte importante del mio temperamento, ma il mio giudizio nei confronti di Scrooge, impersonato impeccabilmente da Zio Paperone, non riservava sconti. Per non parlare del terrore che provavo all’apparizione del fantasma di Jacob Marley e dello spirito del Natale futuro. Molto probabilmente è anche questa la ragione per cui quella fetta di letteratura romantica di stampo gotico non mi ha mai attirato. Tutta la costruzione del cartone animato era basata su un saliscendi di emozioni perlopiù negative. Ed era ciò che permetteva a noi bambini di godere del nostro meritato happy ending, nonostante l’angoscia per la presenza di miseria, avarizia e spettri.

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Quando compresi chi era Dickens avevo ormai rimosso dalla memoria Canto di Natale di Topolino. Ricordo bene il giorno in cui il nostro professore d’inglese entrò in classe per cominciare a spiegare il nuovo autore di letteratura. Avevamo appena concluso col compito in classe su Emily Bronte e le sue Wuthering Heights che ad essere sincera avevo mal sopportato.

– Cosa sapete di Charles Dickens?

Alle sue lezioni non era necessario alzare la mano per rispondere, soprattutto perché nel 90% dei casi esigeva che si rispondesse in lingua; va da sé che la maggior parte della 5ˆG non avesse il coraggio di cominciare un dialogo, a maggior ragione su un argomento praticamente sconosciuto ai più. Mi piacevano le sue lezioni, sopratutto il modo in cui interpretava i brani selezionati dalle opere maggiori sul nostro libro di testo. Bene o male, nonostante la mia perenne timidezza e la tendenza ad arrossire molto facilmente, cercavo sempre di farmi coraggio e superare quel maledetto imbarazzo provocato dal parlare in pubblico. Quel giorno quando ci chiese se sapevamo chi fosse Dickens non solo risposi quasi immediatamente, ma trovai la forza di spiegare che da piccola guardavo spesso un cartone animato della Disney basato su Canto di Natale. Mi sbloccai a tal punto da confessare la paura per i fantasmi e i pianti disperati per la sfortuna di Timmy e la sua famiglia, strappando un sorriso a quell’insegnate spesso impassibile e pronto a storcere il naso per gli strafalcioni in lingua.

Propose a tutti di leggere il racconto nelle vacanze di Natale, dicendoci che avrebbe leggermente smorzato la felicità natalizia perché «Dickens is a bit sad», disse annuendo incessantemente e col fare di chi sa quello che dice. Ci rassicurò però che questa lettura ci avrebbe permesso di ricacciare nei meandri della nostra stupidità adolescenziale la parte materialista insita nel Natale, rendendoci più compassionevoli.

Mentre le mie amiche cercavano il racconto in ogni libreria nel raggio di 50 km (IBS e Amazon erano ancora poco usati), io non dovetti fare alcuno sforzo impensabile. Mia zia, laureata da circa dieci anni in Lingue straniere, aveva la sua copia di racconti in cui era inserito proprio Canto di Natale. Glielo chiesi in prestito e, nonostante avessi preso due libri dalla biblioteca scolastica, nel pomeriggio mi accomodai sul divano accanto all’albero di Natale addobbato e illuminato e cominciai a leggere.

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La storia la conoscevo bene, avendo guardato decine di volte il film d’animazione e per questo motivo l’Ebenezer Scrooge che immaginavo parlava con la stessa voce del doppiatore italiano di Zio Paperone. La lacrimosa sensazione di cui conservavo il ricordo in qualche disperso meandro della mia mente tornava a farmi visita prepotentemente in tutta la Strofa dello Spirito dei Natali passati. Se nella parte introduttiva Scrooge appare come un uomo avido e senza scrupoli, Dickens, rivolgendosi direttamente al lettore e utilizzando l’espediente dello spettro di Jacob, cerca di portarlo ad osservare con attenzione il passato dell’uomo. Quello che lo scrittore cerca di smuovere nel lettore è la reazione che si ha ogni volta che si cerca di oltrepassare la superficie delle apparenze.

In definitiva Scrooge è l’uomo dal cuore arido a causa delle sconfitte affrontate sin da bambino, quando in collegio veniva emarginato dai suoi compagni, cercando continuo conforto nel mondo dei libri. Quando lo spirito gli mostra sua sorella Fan, venuta in suo soccorso per portarlo via da quel luogo così triste, a Scrooge torna in mente che le persone a cui teneva di più sono andate via, lasciandolo a marcire in una solitudine immensa.

Sua sorella era morta, lasciandogli un nipote che per i suoi gusti era troppo entusiasta del Natale. Che sciocchezze, continuava ad asserire il vecchio dal cuore di pietra. Ad ogni ricordo, ogni sensazione di quei momenti che l’avevano reso l’uomo che era, Scrooge si scioglie in pianti di dispiacere per se stesso. La gente intorno non può comprendere perché lui non vuol lasciarsi attraversare dagli altri, mostrandosi così vulnerabile e umano.

Anche osservando il Natale attraverso lo spirito del Presente si può realizzare quanto le vicende passate abbiano influito sugli atteggiamenti di Scorge, il cui modo di fare si riflette sui Cratchit. Quello che in definitiva rappresenta Canto di Natale è il viaggio di un uomo attraverso il tempo vissuto. L’occasione di sentirsi deluso dal comportamento che si manifesta con l’apparizione prima di Jacob e poi degli spiriti, equivale alla seconda chance di cui Scrooge può usufruire per riscattarsi nei confronti del mondo. È un modo per dimostrare che il Natale è solo un momento dell’anno che però ci rende meno aridi e, se siamo fortunati come Scrooge, avremo l’occasione di godere di una felicità raggiunta con poco.

Dopo aver letto le ultime parole del racconto, ho fatto quello che faccio sempre quando termino una lettura. Ho riletto le frasi che mi conducevano alla chiusura, come se stessi temporeggiando in attesa di un’illuminazione. Poi ho poggiato il libro sul divano ed ho deciso di farmi carico dell’insegnamento di Dickens. Mi sono stesa sotto l’albero di Natale e mi sono lasciata ipnotizzare dalle luci che si accendevano in modo scoordinato. Non erano perfette, qualcuna era anche fulminata, ma l’aria sapeva di cartellate* e tutto ciò per me aveva un gran valore, quello delle piccole cose.

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*cartellate: tipici dolci originari della Puglia preparati soprattutto a Natale. Nella tradizione cristiana rappresenterebbero l’aureola o le fasce che avvolsero il Gesù nella mangiatoia.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #7: il Natale degli altri

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Questa casella è scritta e aperta da Michele di Casa di Ringhiera

Tra le tante cose che mi affascinano della letteratura, pur odiando ogni tipo di etichetta, c’è quel genere da molti definito come realismo sporco. I tre scrittori che più rappresentano questa corrente sono Raymond Carver, Richard Ford e Richard Yates. Questi magnifici tre sono anche annoverati tra coloro che hanno dato un notevole impatto alla narrativa attraverso la forma breve. I loro racconti, soprattutto quelli di Carver, hanno segnato un certo modo di intendere la short story americana – spetterebbe una menzione d’onore al buon vecchio Hemingway, ma lui è impegnato a distribuire regali nel cuore dell’Avana. Pur riconoscendo ad ognuno i propri e dovuti meriti, al realismo sporco sono particolarmente affezionato. Tutto iniziò con Cattedrale, il resto è ormai attualità.

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Era primavera quando mi sono ritrovato a leggere i racconti di Yates contenuti nella raccolta Undici solitudini (Minimum Fax, traduzione di Maria Lucioni). Per la strada faceva abbastanza caldo, circostanza inusuale per quei giorni. Evidentemente era un chiaro segnale di quella che sarebbe stata la stagione estiva. Quelli di Yates sono racconti che prendono i loro protagonisti e li spremono fino al limite della soglia di sopportazione a cui si aggrappa la vita. Adoro rispecchiarmi in qualsiasi genere di antieroe si presenti.  Per questo motivo mi è sembrato doveroso procedere con una calma tale da mettermi dei paletti per non sforare la quantità di racconti da leggere. Non più di due al giorno, queste pagine vanno digerite con estrema attenzione.

Il dottor Geco e Tutto il bene possibile sono scivolati giù con un colpo secco. Questa è roba forte, mi sono detto. Stessa cosa per Jodi ha il coltello dalla parte del manico. Insomma, tutto filava secondo i miei piani. Un passo per volta fino ad arrivare su in cima. Poi è arrivato il turno del racconto che mi ha spinto a scrivere questo post. Nel bel mezzo della fine della primavera compare davanti ai miei occhi una storia dall’evidentissimo sapore natalizio: Nessun dolore.

La protagonista Myra, accompagnata da una coppia di amici e il suo amante, si reca a far visita al marito ricoverato in ospedale per tubercolosi. Eccovi servito il quadro generale. Quelli di Yates sono racconti che lanciano il loro sguardo sugli anni pre e post secondo conflitto mondiale, e quello della tubercolosi è un fantasma non ancora estirpato del tutto. Harry viene trasferito da un reparto e l’altro da quattro anni. Myra, con un’occupazione presso un ufficio in città, resta al suo fianco nonostante lo scorrere del tempo sia riuscito ad elevare una barriera invisibile tra i due. Quando si vedono non fanno altro che parlare dei soliti convenevoli. In quattro anni le vite di ognuno di loro sono state protagoniste di mutamenti che hanno riguardato la loro stessa genesi, ma affrontare questo ostacolo vuol dire molto per entrambi. Magari Harry neanche ci pensa più al suo matrimonio.

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Il dramma di questo racconto non è tanto nella vicenda in sé, quanto nei simboli che compongono il quadro generale della narrazione. Myra scende dall’auto dei suoi amici ferma in direzione di un grosso albero di Natale sistemato nei pressi dell’ospedale. L’aria positiva della festa la si respira a tratti. È assai difficile raccogliere l’atmosfera in un respiro a pieni polmoni. Yates ha messo sullo stesso piano il disincanto della realtà stessa che celebra il ritorno ufficiale al dolore. Harry giace nella sua malattia senza reagire minimamente. Il male fisico che lo attanaglia lo mantiene fermo nella condizione precaria del corpo. Tutto diviene essenziale metafora dell’uomo obbligato ad assistere al suo estremo disastro. Ambientato in una corsia di ospedale, quello di Yates sembrerebbe più il Natale degli ultimi, quelli dimenticati ai lati della strada, che dei propri personaggi.

Il filo sottile che mantiene unita la trama di questo racconto risiede in una bolla pronta ad esplodere da un momento all’altro. Questo è uno dei maggiori esempi di dirty realism che si possa mai riscontrare. Ma cosa diavolo vuol trasmettere Yates con queste pagine? C’è sempre chi se la passa peggio di noi? Oppure vuole semplicemente spostare la lente d’ingrandimento sulla realtà che persiste nelle stanze degli ospedali anche quando fuori tutto sembra essere una magica scultura di rose e fiori? Tanti possono essere i punti di domanda che si innalzano dal pavimento durante la lettura, e a queste domande Yates sembra porre un unico rimedio: l’amore.

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Quello di Myra è un amore vissuto a doppia mandata. Tra lei e suo marito Harry non c’è alcun segno evidente di cedimento. Per loro il tempo si è fermato ai momenti precedenti al ricovero. L’ospedale ricopre il ruolo di un coperchio a chiusura ermetica. Nei brevi quanto forzati dialoghi tra i due coniugi traspare ancora la scintilla che ha dato fuoco alla loro unione, lo stesso fuoco che ha saldato il loro rapporto in un tempo ormai estraneo. Arrivati ad un certo punto del racconto, mentre Myra sta per andare via, arriva un coro che intona Jingle bells con l’intenzione di farsi sentire in tutto il reparto. In questo preciso momento la narrazione di Yates sembra rallentare per dare maggiore espressione all’instante unico ed irripetibile in cui il dolore e la felicità ostentate a tutti i costi si incontrano per un’eclissi di emozioni.

Se quello tra Harry e Myra è un rapporto in cui il tempo si è fermato, quello tra Myra e Jack – il suo amante – è l’esatto contrario. Lascia che il dolore riposi nei letti degli ammalati, così quando è fuori dalla struttura può finalmente riprendere quella che è la sua vera vita, quella che avanza di pari passo con il tempo che si è fatto finalmente presente. L’immobilità da un lato si scontra con l’azione mutevole dell’altro. Harry è ormai divenuta una figura intangibile che giace inerme nei loro rispettivi ricordi fermi a quattro anni prima. Jack è invece il presente che abbaia, morde e insegue la passione senza esclusione di colpi. Lui è l’unico in grado di palpare il desiderio. Il corpo caldo di Myra che si nasconde sotto il cappotto è il mezzo attraverso cui la loro storia d’amore può definirsi, senza l’ausilio di grossi giri di parole, reale.

Leggevo i racconti pensando sempre alla solita scena. Il petto rinsecchito di Harry e il massimo vigore del volto di Myra davanti al coro che cercava di infondere gioia e sollievo in quello che dovrebbe essere un periodo diverso – con tanto di declinazione positiva – rispetto al resto dei giorni dell’anno. Quando prima di rimettersi in viaggio i quattro amici scelgono di fermarsi a bere in un locale in città, ho visto nascere una sorta base su cui poter vivere il Natale, nonostante tutto il deperimento emotivo. Il racconto si conclude con questa immagine che lascia spazio a mille finali possibili, con bicchieri pronti ad essere riempiti. In fondo gli undici racconti racchiusi in questa raccolta sono per davvero undici solitudini come esprime il titolo. Richard Yates ha usato Nessun dolore come se volesse sbattere un pugno sulla tavola imbandita a festa per riportare tutti a contatto con la realtà messa in disparte in un giorno che dovrebbe essere come tutti gli altri. L’eco del boato che ne è scaturito l’ho avvertito lungo tutta la colonna vertebrale. Era primavera quando ho letto questo racconto, e rileggerlo adesso, in questo periodo, equivale ad impegnarsi in uno di quegli sforzi insopportabilmente odiosi, che una volta realizzati permettono di comprendere che si trattava di gesti da compiere senza fare altre domande.

Per questo, quando Yates & Co. sono seduti al vostro stesso tavolo, beh, siate pronti ad aspettarvi di tutto.

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Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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