Strade

21ac5608c6edd2db06839f72b582901d Non ho senso dell’orientamento. Mi perdo in continuazione. Le mie peggiori nemiche sono le fermate della metropolitana con mille uscite su strade diverse: perdo l’uscita, non riconosco i dintorni, mi perdo. Imparo a memoria il percorso, per essere libera di leggere, ascoltare musica, sognare a occhi aperti, giocare a Ruzzle, pensare.

È un esercizio di ripetizione, un allenamento di vuoti a perdere, un balletto, una coreografia da ripetere pedissequamente, minuziosamente: casa – fermata della metro – un’occhiata al pannello della direzione – sei fermate – scorciatoie – ufficio. Oggi è bastata un’uscita della metro chiusa per lavori a distruggere tutto il processo. Senza nemmeno rendermene conto, sono uscita dalla parte opposta e ho continuato a camminare, Bruce Springsteen nelle cuffiette, il sole, la giornata fredda ma straordinariamente limpida, pulita. Ho camminato finché mi sono resa conto che sarei arrivata in ritardo alla mia lezione di portoghese; allora mi sono affidata a Google maps, che mi ha trascinata per un dedalo di stradine secondarie, nascoste. Sapevo che stavo allungando inutilmente il percorso, ma ho continuato a camminare – destra, sinistra, alla rotonda la seconda a destra,The river, Hungry heart, Thurder Road, I’m on fire.

E ho pensato che questo camminare è un po’ come vivere (a orecchio, improvvisando) e che non c’è Google maps che possa interpretare le ragioni del cuore (sostiene Pereira), dirimere i desideri più reconditi, separare i pro dai contro, fare una raccolta differenziata dei propositi (raggiungibili, utili, auspicabili, pericolosi, distruttivi), studiare l’anatomia di una passione, spegnere la ragione e accendere l’istinto. E ho pensato che ci muove al buio, a tentoni, alla cieca, e che l’intrico di stradine altro non è che il labirinto delle ore, dei giorni, delle settimane: percorsi spazio-temporali che spesso appaiono come vicoli chiusi.

E mi sono venuti in mente questi versi di Raymond Carver:

The nights are very unclear here.

But if the moon is full, we know it.

We feel one thing one minute, something else the next.

(Qui le notti sono molto offuscate/Ma se c’è la luna piena, ce ne accorgiamo. /Proviamo qualcosa per un attimo, l’attimo dopo è qualcosa di diverso).

E ho pensato che qui le notti sono veramente buie, e che è difficile vedere la luna o le stelle; ma quando non si sa dove andare, i giorni non sono poi tanto diversi, avvolti da una nebbia fitta, imperscrutabile. Una nebbia che spesso impedisce di riconoscere quello che si prova, lo rende liquido, confuso, cangiante.

E in questo andare si incontrano passanti. Alcuni ci sfiorano appena la spalla, frettolosi. Altri toccano la nostra vita per un attimo o per sempre, in modi misteriosi e insondabili, e lasciano il ricordo delle loro spalle mentre si allontanano, la loro ombra, le loro orme, il loro profumo, un desiderio, un rimpianto. E si continua a camminare, con o senza navigatore, senza un’idea chiara del percorso, o della destinazione. E si spera nel meglio. Soundtrack: Strade, Subsonica

Pezzi di vetro

Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai….però stai bene dove stai…

 
 
 
 
 
Quando era molto triste, o molto arrabbiata, o molto persa, o molto, molto lontana – infinitamente lontana – andava a buttare il vetro.

 

Niente di poetico in tutto ciò: raccoglieva bottiglie e vasetti vari e partiva alla volta del cassonetto della differenziata, solitamente di sera, solitamente in pigiama.

 

L’azione di suddividere i colori del vetro, di sollevare la bottiglia, di lanciarla nel cassonetto, di sentirla infrangersi aveva in sé qualcosa di rassicurante e catartico al tempo stesso. Ecco infrangersi in mille pezzi la bottiglia di Chablis della cena in cui si era bevuto qualche bicchiere di troppo, la bottiglia dello sciroppo al timo per la tosse avanzata dall’ultimo raffreddore, il vasetto di marmellata di fragole bio finita durante una puntata di House of Cards, quella sera in cui sarebbe stato meglio tacere, o forse poi sarebbe stato meglio parlarsi….


Ecco la bottiglia di latte, dopo quella notte insonne di un giugno straordinariamente freddo, dopo quella mattina in cui nemmeno un caffelatte bollente riusciva a regalare un po’ di calore. Dopo quella mattina in cui era diventato chiaro che un po’ del freddo di quel giugno straordinariamente freddo sarebbe rimasto, per sempre.
Un giugno fatto di piumoni, di collant 30 denari e di parka verde bottiglia (il vetro, ancora una volta), in cui il mare, il sole, il profumo del sale, la sabbia bianca calda tra le dita, le orecchiette delle pagine del libro bagnate da dita impazienti, tutto sembrava lontanissimo, quasi irraggiungibile, freddo fuori freddo dentro e pezzi di vetro dove fa più male, pezzi di vetro opachi, fondi di bottiglia, biglie scheggiate e bicchieri rotti.

 

Era il giugno della disillusione, era il giugno di quell’estate lungamente attesa che non voleva arrivare, era il giugno della rabbia e del perdono, del rancore e dell’oblio, delle bugie e delle mezze verità.

 

Era il giugno delle strade mai prese e dei giardini dai sentieri che si biforcano, il giugno delle insonnie e delle rinunce, il giugno degli errori e dei rumori, il giugno dei gelati troppo freddi e delle tazze di te’ caldo.

 
Era il giugno delle lettere di motivazione e delle lettere di rifiuto, dei raffreddori e delle felpe, delle mani gelate e delle ambizioni spezzate.

 
Erano i giorni sbagliati di un mese sbagliato di una stagione sbagliata, il giugno dei raffreddori e dei crepacuori, il giugno degli incubi e degli errori. Il giugno dei rimorsi e dei timori. Giugno come sigillo ai primi sei mesi dell’anno, un semestre da archiviare, in attesa di un’estate più dolce, un frutto più maturo, da mordere coi denti, assaporare, il succo che scivola dagli angoli della bocca lungo il collo.
Giugno come un cassetto chiuso a chiave, una lezione dura da imparare, un boccone amaro da mandare giù. Giugno come un messaggio in bottiglia mai mandato.
 
 

 

Questo giugno autunnale si chiude oggi, con una folata di vento fresco a far cadere le foglie, con un ultimo acquazzone a smorzare gli ardori più resistenti. Si chiude insieme con una promessa e un avvertimento: una promessa, l’estate che sicuramente arriverà, con i colori prepotenti, impertinenti del cielo blu e della terra rossa – la mia terra; un avvertimento, a scapito di aspettative troppo alte, campanelli d’allarme messi a tacere, quel termometro del cuore al quale non si presta attenzione. Proprio mai. Cose che si dimenticano.

 

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?».

Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati (Nietzsche)

 

 

Caro 2014, così non va bene.

 

Sei iniziato davvero male, giocando tiri mancini, sferrando altri colpi che si vanno ad aggiungere a quelli del tuo degno compare, il 2013, che mi ha lasciato come eredità una riga profonda che solca il viso e mi fa sentire ancora più stanca, e avvilita.

 

 

 

Caro 2014, mi sto disamorando. Delle cose che mi circondano, del quotidiano, e di me stessa.

 

 

 

Mi sto disamorando dei miei sogni ad occhi aperti e occhi chiusi, perché tanto la realtà ci pensa sempre a sporcarli, a corromperli, a rovinarli. E allora, ne vale la pena? Sono fiori delicati, rari e inebrianti, che non possono fiorire in mezzo alla spazzatura.

 

 

 

Caro 2014, quest’anno per me si conclude un altro decennio, e si sta facendo sempre più tardi, eccetera eccetera. E io ho bisogno di innamorarmi di tutto, ho bisogno di sentirmi viva ogni giorno, ho bisogno di passioni vaste e sconfinate, di colori sgargianti, di parole semplici, leggiadre, leggere, che siano poco pretenziose ma aprano il cuore. Ho bisogno di vivere col cuore in gola.

 

 

 

 

 

C’è una frase di Nietzsche che da giorni mi frulla in testa, Bisogna prendere congedo dalla vita come Odisseo da Nausicaa – benedicendola, più che restandone innamorati.

 

 

 

Non so, caro 2014. Spero solo di essere in grado di prendere congedo dalla vita benedicendola per tutte le cose che mi ha regalato e restandone fedelmente, malinconicamente innamorata, non di liquidarla con un freddo cenno del capo, uno svolazzo di mani di cera, oppressa dal peso dei rimpianti e delle cose che non avrò fatto e delle cose che avrei voluto fare diversamente.

 

 

 

Caro 2014, voglio liberarmi di tutto questo grigiume che è come una seconda pelle, un profumo stantio, un sapore amaro di noia e rassegnazione.

 

 

 

Voglio fermarmi in mezzo alla strada a guardare incantata un tramonto o un bambino paffuto che ride e mi fa ciao. Voglio svegliarmi di notte perché ho interrotto la lettura in un punto interessantissimo e devo assolutamente riprenderla. Voglio fermarmi in ogni angolo a buttare giù scarabocchi di pensieri. Voglio trovate il coraggio di raccontare le storie che mi abitano. Voglio bagnarmi di poesia.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di trovare il mio posto nel mondo, non continuare a nascondermi, con codarda rassegnazione.

 

 

 

Voglio trovare il coraggio di cambiare quelle cose che proprio non mi vanno giù e che si sono insediate sulla bocca dello stomaco, impedendomi di respirare.

 

 

 

Voglio tornare a casa, in Italia, senza averlo tanto pianificato, e trovare mia nonna al suo posto vicino al fuoco, che mi sorride e mi prepara i perperoni sotto la brace e mi racconta per l’ennesima volta la storia di come ha incontrato mio nonno, quella storia magica e bellissima che non cessa mai di incantarmi.

 

 

 

Soprattutto, voglio trovare il coraggio di essere me stessa.

 

 

 

Ti ho chiesto un segno, e finora mi hai solo depistato. E so bene che sono passati sono 13 giorni, ma cosa ci vuoi fare? È l’entusiasmo, la rabbia, la fretta della mia ultima ondata di giovinezza a parlare.

 

 

 

Allora sai cosa faccio, caro 2014? Esco da questo ufficio grigio e stantio e vado a comprarmi un vestito bellissimo e costoso in modo ridicolo e spropositato, che non posso assolutamente permettermi.

 

 

 

Sarò la ragazza col rossetto rosso più intenso che tu abbia mai visto e col vestito senza maniche, che beve champagne rigorosamente all’aperto, anche se qui a Greyville è tempo di montoni e vacche grasse.

 

 

PS: sì, l’ombrelllo rosso fa parte del piano.

Quello che mia madre non mi ha mai detto

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare…
Ivano Fossati

Una volta – frequentavo il quarto o il quinto ginnasio – mia madre mi sorprese a piangere su un compito andato male – forse una versione di Greco, non ricordo esattamente.

Mi guardò con fare tra il preoccupato e il canzonatorio e mi disse “non si piange per queste cose; quando piangerai, sarà per amore”.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che avrei avuto tante volte il cuore spezzato, che avrebbe fatto un male cane. Che sarei sopravvissuta.

Quello che mia madre non mi ha mai detto è che l’amore è un sentimento liquido, che si dilata e si espande nel cuore, nella mente, nella memoria.

Che i cuori non sono infrangibili ma sono pur sempre di gomma: rimbalzano e rotolano, possono espandersi fino a contenere tutto l’amore del mondo, fino a contenere tutto il dolore del mondo, fino a scoppiare, ma continuano sempre a battere, anche quando sembra non ne sia rimasto nemmeno un pezzetto intero.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che le lacrime più amare sono quelle che versi per te stessa. Per tutte le volte che ti guardi allo specchio e non ti riconosci.

Per tutte le volte in cui provi a fare del tuo meglio, ma non è mai abbastanza, e fallisci miseramente.

Quello che nessuno mi ha mai detto è che l’aurea mediocritas – il giusto mezzo, l’ottimale moderazione – è un concetto sopravvalutato, che sul lago stagnante della mediocrità si galleggia a fatica, cercando sempre un appiglio. Una conferma del fatto che valiamo qualcosa, che possiamo cambiare, che le cose intorno a noi possono cambiare. Che possiamo essere noi a cambiarle, quelle cose.

Che quello che facciamo ogni giorno possa essere in qualche modo diretta emanazione della parte migliore, più luminosa, più brillante di noi stessi.

 

Quello che nessuno mi ha mai detto è che la vita è una tensione costante verso il tentativo di essere migliori, nei nostri ruoli di genitori figli amici amanti mariti mogli professionisti.

 

Siamo coloro che amiamo e coloro dai quali siamo amati, ma non solo.

Siamo bauli pieni di gente.

Siamo le cose che facciamo e quelle che non facciamo.

Siamo le parole che diciamo e quelle che ci teniamo dentro.

Siamo i libri che leggiamo, la musica che ascoltiamo e che parla alla nostra anima, le storie che scriviamo e quelle che viviamo.

Siamo i nostri sogni – quelli notturni e quelli diurni, con la testa tra le nuvole, popolati da personaggi immaginari e persone del nostro passato, pieni di speranza e tensione verso quello che potrebbe essere e che desideriamo con tutti noi stessi.

 

A volte capita di perdere la strada, e di non riconoscersi.

A volte ci sentiamo soli. Abbiamo paura, e abbiamo bisogno dell’abbraccio confortante di uno sconosciuto, della sua sconcertante tenerezza.

Abbiamo bisogno di un’abbacinante promessa, di qualcuno che ci faccia credere in qualcosa di buono che verrà.

Abbiamo bisogno di una conferma – anche piccola piccola – del fatto che riusciremo a riparare ai nostri errori, che ci saranno terze e quarte possibilità, che anche se abbiamo fallito e continuiamo a fallire si tratta di piccole eccezioni, non di regole inconfutabili e introvertibili, che il fail again, fail better di Beckett non è solo uno slogan. Abbiamo bisogno di sapere che, come canta Fossati, c’ètempo c’è tempo c’è tempo per questo mare infinito di gente.

Un tempo elastico, che si allarga fino a contenere tutto quel passato che vogliamo lasciarci alle spalle (how can I begin anything new with all of yesterday in me? Leonard Cohen docet..) e tutto quel futuro che vogliamo immaginare, costruire, sognare.

Un tempo comprensivo, che ci permetta di riparare toppe e falle, di dimenticare, di ricordare. Di avere ancora vent’anni, di reinventarci, di credere che possiamo ancora diventare reporter di guerra, o astrologi, o pasticceri provetti. Perché c’è tempo.

Un tempo compassionevole, che ci perdoni gli errori del passato, che ci sia amico, consigliere, insegnante.

Un tempo in cui l’occasione che abbiamo perduto non sia l’ultima, un tempo in cui la strada chiusa che abbiamo imboccato a quell’incrocio tanti anni fa ci riveli una via d’uscita, un sentiero magico, una scappatoia tra i boschi.

 

Abbiamo bisogno di tempo.

Abbiamo bisogno di un segno.

 

Ho bisogno di un segno.

 

The moment of change is the only poem

Jean-Michel Folon

C’è una frase di Adrienne Rich, poetessa statunitense che ho scoperto recentemente, che continua a tormentarmi da quest’estate, quasi fosse una sveglia, o un campanello d’allarme: the moment of change is the only poem, il momento del cambiamento è l’unica poesia.
Continuo a ripeterla tra me e me anche quando non mi fa comodo, anche quando non vorrei, perchè è una sorta di passe-partout che potrebbe aprire quel vaso di Pandora che ho nascosto in soffitta e nelle voragini del cuore.
L’autunno è la stagione dei cambiamenti. Dopo un fine settimana trascorso ad osservare le gradazioni dorate e ruggine delle foglie e cieli decadenti che si rispecchiano su laghetti che tanto avrebbero attratto l’Ofelia di Millais continuo a nascondermi.
Mi rendo conto che tutto intorno a me cambia costantemente, e il pazzo cielo nordeuropeo mi ha regalato qualche giorno di sole per farmi contemplare la natura che si prepara ad accogliere il brevissimo autunno e il lungo, lunghissimo, statico inverno.

Mi rendo conto che tutti intorno a me cambiano: c’è chi arriva e c’è chi parte, c’è chi se ne va per non tornare più, c’è chi scrive un romanzo e c’è chi accoglie una nuova vita, c’è chi si mette in gioco e chi si ritira a riflettere per qualche tempo.
La gente evolve, cresce, migliora, peggiora. Rivoluziona la sua vita, si trasferisce in una nuova città, in un nuovo paese, in un nuovo continente. Taglia i capelli e ne cambia il colore come se niente fosse, si innamora e smette di amare, cambia casa e cambia partner, fa e disfa, cade e si rialza. Io sto ferma.

Se la mia immobilità derivava da mancanza di occasioni, la domanda fatidica è: perchè, ora che ho ricevuto la possibilità di cambiare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il luogo fisico e il ritmo di una quotidianità fin troppo rutinaria, non la abbraccio con fiducia, speranza, intraprendenza ed eccitazione, ma mi richiudo in se stessa e mi rifugio nei miei silenzi, paralizzata dalla paura, congelata dall’incapacità di prendere una decisione?

Cosa succede quando it doesn’t feel quite right, ma l’alternativa, dall’altra parte del fiume, è un minestrone stantio riscaldato fin troppe volte?
Come si fa a capire quando un cambiamento è IL cambiamento che abbiamo lungamente atteso, quando un’occasione è LA NOSTRA occasione, quella per cui ci siamo certosinamente preparati nel corso di lunghe notti insonni e di giornate senza requie?
Cosa succede se, semplicemente, sono troppo codarda per decidere e ho perso la capacità di cambiare pelle, di darmi un’altra chance, di cercare di diventare farfalla? Sarò destinata a rimanere per sempre bruco?

Per dirla sempre con Adrienne Rich, tonight no poetry will serve.


Saw you walking barefoot
taking a long look
at the new moon’s eyelid
later spread
sleep-fallen, naked in your dark hair
asleep but not oblivious
of the unslept unsleeping
elsewhere
Tonight I think
no poetry
will serve
Syntax of rendition:
verb pilots the plane
adverb modifies action
verb force-feeds noun
submerges the subject
noun is choking
verb    disgraced    goes on doing
now diagram the sentence

Ti ho vista camminare a piedi nudi
mentre lanciavi una lunga occhiata
alla palpebra della luna nuova
poi distesa
tra le braccia di Morfeo, nuda nei tuoi capelli scuri
addormentata e tuttavia consapevole
del sonno non dormito degli insonni
altrove
Stanotte penso
che nessuna poesia
potrà servire
Sintassi dell’esecuzione:
il verbo pilota l’aereo
l’avverbio modifica l’azione
il verbo costringe i verbi a mangiare
sommerge il soggetto
il nome si sta strozzando
il verbo caduto in disgrazia insiste
adesso illustra la frase con un diagramma

Jean-Michel Folon

30 going on 13

Slow down, you crazy child
You’re so ambitious for a juvenile
But then if you’re so smart, tell me
Why are you still so afraid?

Where’s the fire, what’s the hurry about?
You’d better cool it off before you burn it out
You got so much to do and
Only so many hours in a day

But you know that when the truth is told…
That you can get what you want or you can just get old
You’re gonna kick off before you even
Get halfway through

Vienna, Billy Joel
 
 

Ci sono compleanni che segnano la fine di un’era – se un’era può essere definita come un periodo reso significativo da un’infinità di personalissimi eventi e ricordi.
Ci sono compleanni che sono come giri di boa: la prima volta che si segna la propria età a due cifre, l’ingresso negli -enti. E poi arriva il fatidico passaggio dagli -enti agli -enta.
Mancano alcuni mesi, ma non sono mai stata una grande fan dell’avanzare repentino e improvviso del tempo, e, semplicemente, non sono pronta. Non sono dove vorrei essere – dove avevo immaginato che sarei stata – chi vorrei essere.
Non ho raggiunto nessuno degli obiettivi che mi ero prefissa, e ho paura che per alcuni di essi si stia facendo sempre più tardi..

La protagonista del film 13 going on 30, la giovanissima Jenna, è stanca di essere una pre-adolescente piatta e poco popolare. Ha voglia di avere 30 anni (!), età che identifica con l’apoteosi della bellezza, del successo, dell’indipendenza, dell’amore. Il suo desiderio si avvera: dopo il compleanno dei suoi 13 anni – complice una polverina dei desideri regalatale dal migliore amico Matty – si ritrova nel corpo – e nella vita – di una trentenne, solo per rendersi conto di non essere diventata quella che voleva, di aver sempre dato troppo peso alle apparenze e alle opinioni altrui. Avere 30 anni non è poi questo granchè, e si desidera sempre tornare indietro, per rimediare qualcosa, per trattenere qualcuno che abbiamo lasciato andare via, per essere più o meno egoisti, per cancellare una lacrima, una ruga, un rimpianto.
Il suo migliore amico, Matt, suggerisce alla Jenna tredicenne che è più importante essere originale che essere popolare; Jenna risponde, imperterrita, capricciosa, assetata di vita e di foto da prom queen “I don’t want to be original, I want to be cool!”.

Quando si hanno 13 anni si crede che con l’età, col passare del tempo si impareranno tantissime cose su se stessi e sugli altri, si riuscirà a trovare il proprio posto nel mondo, si riuscirà a passare dalla poesia alla prosa con l’abilità di un funambolo, e tante questioni spinose, la vita la morte l’amore l’amicizia i confini la definizione di se stessi perderanno via via il loro alone di mistero. Tutto diventarà più chiaro, e we’ll know better, older and wiser.

Ho poco in comune con la me stessa tredicenne, a parte uno smodato amore per la lettura e la scrittura, i brufoli, qualche chilo di troppo e i capelli ingestibili – ah, dimenticavo: entrambe abbiamo seri problemi con la matematica. Una cosa la so: la me stessa tredicenne ne sapeva molto di più di me.
Non era bella nè popolare, e, nonostante,ne soffrisse, era comunque a suo agio nei suoi panni di nerd con gli occhialoni spessi stile fondi di bottiglia, la testa tra le nuvole e una timidezza così tagliente da far male.
La mia me tredicenne sognava. Sky was the limit.
Aveva grandi speranze, grandi aspettative, grandi ideali.
Sognava a fasi alterne di fare la scrittrice o l’attrice di teatro, il diplomatico o il reporter di guerra, ma di una cosa era matematicamente – nonostante i numeri non volessero proprio entrarle in testa – certa: poteva diventare qualunque cosa avesse voluto essere.
La mia me tredicenne scriveva. Poesie, pensieri, frammenti di storie su tovaglioli, fazzolettini, quaderni, diari. Scriveva quando avrebbe dovuto studiare e scriveva quando avrebbe dovuto ascoltare – e perdeva tutto quello che scriveva, perchè non le interessava conservarlo, men che meno farlo leggere a qualcuno. Era libera.
E quegli stessi ragazzi che non la vedevano nemmeno, facendola sentire invisibile, un giorno si sarebbero innamorati di lei, e quella vita finora soltanto immaginata si sarebbe trasformata in un caleidoscopio di viaggi e colori, un carosello di persone, sapori, musica e profumi, e si vedeva grande e bella e sicura di sè in un campus del New England, sotto le stesse foglie autunnali che avevano visto crescere Sylvia Plath e Emily Dickinson.
Tutto era possibile: bastava desiderarlo, ed impegnarsi per ottenerlo.
Per il momento, si poteva continuare a leggere Piccole Donne e a sognare di diventare scrittrice come Jo. E c’era tutto il tempo del mondo per vestirsi da grande, investire in un anticrespo e un lucidalabbra. C’era tutta la vita davanti per diventare “normale”.

Si, la mia me tredicenne aveva le idee molto più chiare su chi era e su ciò che voleva, mentre a quasi trent’anni I still haven’t got a clue. Spero che, il giorno del mio trentesimo compleanno, una polverina magica – o qualcosa di simile – mi ridia quella fiducia in me stessa e nel potere dei sogni.

 
 
 
 
 
 
 

Sountrack: Vienna, Billy Joel
                  If only I could turn back time, Aqua
                  Only time, Enya

C’è chi sbaglia per troppo amore.

And they’re handing down my sentence now
And I know what I must do
Another mile of silence while i’m
Coming back to you….
Leonard Cohen
 
 

Ci sono persone che sono per natura portate a sbagliare. Ce l’hanno nel DNA e non c’è niente che possano fare per correggersi: ogni volta che cercano di rimediare ad un errore non fanno altro che amplificarlo, moltiplicarlo all’ennesima potenza. Come se gettassero una pietra sull’acqua e i cerchi concentrici creati dall’impatto si allargassero sempre di più.

C’è chi sbaglia per troppo amore. C’è chi sbaglia per troppo dolore, chi sbaglia sapendo di sbagliare, chi sbaglia, ossimoricamente, cercando di fare la cosa giusta.

C’è chi sbaglia mentendo a se stesso, convincendosi di poter cambiare. Dicendo a se stesso che è l’ultima volta, che c’è ancora tempo pe reinventarsi, per fare tabula rasa, cancellare tutto e ricominciare da zero. Avere un’amnesia temporanea, fare ammenda, invertire la rotta.
No: coloro che commettono sbagli seriali sono peccatori incalliti che non possono fare a meno di essere quello che sono. Che non riescono a rinnegare se stessi. Che sono troppo stanchi per scegliere the road less travelled.

Sbagliano per esausta e vuota abitudine, come fossero giocatori d’azzardo. Sbagliano per inerzia, perchè, una volta che si inizia a sbagliare, lo sbaglio diventa una specie di vizio, un circolo vizioso dal quale si ha paura di uscire, una deformità dell’anima, una lente distorta attraverso la quale la realtà arriva filtrata, opaca. Distorta.

O, più semplicemente, si sbaglia perchè quando si commette un grande errore ci si spaventa di se stessi, e rettificarlo sembra troppo difficile, fino a divenire impossibile. Allora si commette uno sbaglio puù grande, cercando di anestetizzare quello precedente, soffocarne il ricordo, annegarlo nell’oblio.

Perchè, se errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur, correggersi ed essere corretti, perdonarsi ed essere perdonati sono voci riflessive e passive che sembrano appartenere a coniugazioni dell’irrealtà e trascendono la volontà umana.

Qual è dunque il refugium peccatorum di chi sbaglia e non riesce a tirare il freno a mano? Is there no way out of the mind?

Vorrei essere leggera.

And you want to travel with her
And you want to travel blind
And you know that she will trust you
For you’ve touched her perfect body with your mind…
Suzanne, Leonard Cohen
 
 
 
 

Vorrei essere leggera, come quella ragazza che oggi andava davanti a me in bicicletta, top rosa e capelli biondi al vento, mentre io in bicicletta non so più se so ancora andarci.
Vorrei essere leggera, lasciarmi trasportare dal vento frizzante dei miei anni, di un’età anagrafica ancora – relativamente – fresca ma strozzata dall’insostenibile pesantezza del mio essere.
Vorrei essere leggera, fare tabula rasa di tanti troppi momenti da dimenticare, di quei pensieri negativi che si annidano come erbacce nel mio giardino e impediscono ai fiori di sbocciare, liberarmi di questa cappa soffocante di Greyville, dalle convenzioni, dai lunedì avvilenti, dai se e dai forse. Dal pensiero di non potercela fare, di non essere abbastanza, di dover cercare di essere quella che tutti pensano dovrei essere anche se io proprio non ci riesco. E recitare, recitare una parte gravosa, portare una maschera pesante, alterare la voce in un falsetto che non mi appartiene.
Vorrei essere leggera, smettere di dover essere e semplicemente esistere, una farfalla, un fiore, una coccinella, un pensiero di bellezza, un’impressione che si esaurisce in un attimo ma esiste, semplicemente, in quel momento, nel momento. E tutta la sua esistenza è tesa soltanto verso quell’istante.
Vorrei essere leggera, fermarmi a pescare nel mio baule pieno di gente un eteronimo leggiadro e soave, una ninfa, una ballerina, una piccola Ofelia dei boschi innocente dagli occhi pieni di meraviglia, una gitana un saltimbanco una piccola signorina Felicita come nelle poesia di Gozzano, semplice e priva di affascinanti complicazioni.
Vorrei essere leggera e non avere paura di fermarmi a dare una vita una voce e un cuore a quel baule di personaggi che mi popolano, senza lasciarmi inibire da decaloghi sullo scrivere, da ansie di prestazione, dalla paura di non saper fare nemmeno questo, la cantastorie, un ibrido tra don Chisciotte e Cyrano de Bergerac.
Vorrei essere leggera e non aver paura di andare sulle montagne russe o saltare col paracadute o tuffarmi da punti troppo alti, perchè tanto la vita è troppo breve per covare queste paure, queste preoccupazioni, che altro non mascherano se non l’ansia del domani, quel domani incerto che arriva come ospite indesiderato di incubi che strozzano il respiro.
Vorrei essere leggera, vestirmi a colori, dipingermi le labbra e le unghie del rosso più intenso e scendere per strada a ballare, senza paura di essere goffa e rendermi ridicola, come se non ci fosse un domani, perchè alla fine forse è proprio questo che manca, un domani da inventare e reiventare e modellare e ampliare ogni giorno e colorare con le sfumature di infinite possibilità.
Vorrei essere leggera e intravedere una possibilità ad ogni angolo, un nuovo incontro in ogni viso, una nuova storia in ogni conversazione, una sfida in ogni ostacolo.
Vorrei essere leggera e non aver paura di ammettere la mia pesantezza e il mio pessimismo, ma guardarli in faccia e sfidarli ad armi pari. E non aver paura di innamorarmi della vita, ogni giorno, correndo il rischio di restare col cuore spezzato.

L’ (anti)eroina

I’m good at love, I’m good at hate
It’s in between I freeze
I’d work it out but it’s too late
It’s been too late for years
But you look good, you really do
They love you on the street
If you were here I’d kneel for you
A thousand kisses deep
A thousan kisses deep, a poem (Leonard Cohen)

 

Se un giorno trovassi il coraggio di farlo – e fossi ancora in tempo.
Se un giorno mi convincessi di poterlo fare. Di poterci riuscire. Di trovare le parole giuste, quelle che smuovono corde nascoste, invisibili all’occhio umano.
In quel caso, non scriverei di moderne eroine indipendenti, che usano i loro lunghi capelli da spot Pantene per salvare se stesse, che fanno della loro forza e della loro indipendenza un’arma, in contrapposizione alle eroine della tradizione classica, che avevano invece bisogno di un principe. Oh, no.
Se un giorno riuscissi a farlo, scriverei della ragazza della porta accanto, dell’antieroina dei nostri giorni, che si arrampica tra appuntamenti sbagliati e contratti precari, maternità arrivate troppo presto o troppo tardi o non arrivate.
Quelle ragazza che affianca brufoli adolescenziali alle prime rughe, i cui capelli sono crespi come un cespo di lattuga.
Quella ragazza che ha perso se stessa e il suo posto nel mondo. Che insegue un sogno – o più sogni – da quando era piccola, ma, al momento giusto, è mancata l’opportunità, la possibilità, il coraggio di seguirli. È intervenuta la vita, e ha scombinato tutte le carte in tavola.
Una ragazza che vive in una città che non sente sua e che odia il suo lavoro (temporaneo, ovviamente) tanto da non riuscire a dormire la domenica, in previsione di quei lunedì così odiati.
Una ragazza che brucia d’ambizione, ma non riesce ad accenderne lo stoppino.
Una ragazza che si guarda allo specchio e non si piace, che si guarda allo specchio e non si riconosce.
Una ragazza come tante, ammalata d’insonnia e di delusione, dannatamente fragile, emotivamente immatura, umorale, poco disposta ad indossare una maschera in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia la sua bandiera.

Una ragazza che si allena ad essere ottimista e si vergogna del suo pessimismo cronico – storico – cosmico, senza tuttavia cedere alla tentazione di fingersi diversa da quello che è, senza scivolare in giochi della felicità al sapore di Prozac e di Pollyanna.
Una ragazza che raccoglie decaloghi e si dimentica puntualmente di rispettarli, che compra agende e quaderni nel tentativo di rendere la sua caotica e precaria esistenza quotidiana quanto più possibile simile a quella di altre ragazze, dai capelli ordinati e dai pensieri ordinati e colorati di rosa – e li perde, puntualmente.

Una ragazza che spesso si sveglia col piede storto, che non riesce mai a domare i suoi capelli, che dimentica sempre l’ombrello quando diluvia, che arriva sempre in ritardo, che non riesce ad abbinare i colori. Che si inerpica su sentieri desolati di bovaristica memoria, alimentando timidamente quelle illusioni romantiche che non riescono proprio a spegnersi, malgrado i reality check imposti dalla vita quotidiana.

Una ragazza che trascina valigie pesanti, piene non di abiti griffati ma di ricordi e di fantasmi, persa tra le piattaforme e i binari di una stazione labirintica, avvolta dalla foschia, incerta sulla direzione da prendere. Ferma lì, ad osservare, ad immaginare, a cercare di raccontare. Di dare voce a ogni batticuore. A ogni cuore pulsante perso nella nebbia più fitta, che non riesce più ad orientarsi. A tutti coloro persi nel tentativo di risolvere gli algoritmi della ragione del cuore.
A tutti coloro che aspettano treni che non arrivano mai, a chi ha perso le coincidenze, ha dimenticato le prenotazioni. A quei treni che partono vuoti.

La ragazza sta lì, ferma, ad aspettare.

E, nonostante tutto, nonostante la nebbia che le impedisce di vedere e la pioggia che la fa rabbrividire di freddo e l’ansia e la paura, non riesce proprio a smettere di sperare. Proprio non ci riesce.

Soundtrack: Hero, Regina Spektor

Confessioni del triste e solitario scrittore Telemaco Storti (un breve, brevissimo racconto)

A tutte le cose che potevano essere, e non sono state

Una vita sola non è sufficiente a contenere tutte le vite che vorremmo vivere, tutte le persone che vorremmo essere.
Una vita sola è un tempo così lungo che pare tendere all’infinito, un labirinto di scelte obbligate una volta intrapreso il cammino in una direzione, un contenitore troppo piccolo che si riempie troppo in fretta di delusioni e di rimpianti, non lasciando spazio a sufficienza a sogni, speranze, illusioni, che soffocano per mancanza d’aria.
Quand’ero piccolo il mio gioco preferito era farmi portare in macchina per ore attraverso l’intrico di strade della città – oh, se mi sembrava immensa – e osservare la gente, studiare le persone, cercare di abbinare ad ogni volto un nome, una storia, immaginare se assomigliasse di più al padre o se avesse il naso e gli occhi della madre. Guardare dentro le finestre e cercare di immaginare come vivessero quelle persone, quelle famiglie, immaginare di far parte della loro vita, di essere loro, tutti loro, sul divano di pelle bianca a guardare la televisione, in balcone a mangiare anguria su un tavolo di plastica bianco coperto da una tovaglia a scacchi, nella finestra dell’appartamento di universitari a cantare accompagnati da una chitarra, in una piccola stanza dalle pareti verde oliva a studiare di notte, o a scrivere lettere d’amore, sospirando.
Mi chiedo cosa sarei stato – cosa avrei scelto di essere – se non fossi divenuto quello che sono, uno scrittore scorbutico e solitario – nemmeno tanto di successo, eh.
Un uomo chiuso e orgoglioso che dorme di giorno e sogna ad occhi aperti di notte. Un inetto, così spaventato di aver scelto la strada sbagliata da accontentarsi di vivere attraverso le vite degli altri, personaggi fittizi attraverso i cui occhi filtro il mondo.
Mi chiedo cosa sarebbe stato di me se fossi riuscito ad evadere da quell’oscurità, da quello schermo, da quei mugugni e avessi invece abitato il mondo, vestendomi a festa, adobbandomi di un sorriso. Per te.
Ma non posso fare altro che nascondermi tra le poltroncine dell’ultima fila e guardarti danzare.
Nella danza si svolge la vera essenza di te: quella bellezza algida e fredda come un diamante, quella maniacale tendenza al perfezionismo, quell’ossessiva attenzione alla forma, quell’instancabile cura dei particolari.
Un occhio estraneo e poco allenato si soffermerebbe ad osservare soltanto la linea elegante del tuo collo di cigno, quell’incavo tra spalla e attaccatura del collo suddetto su cui fermarsi a sospirare fino a morirne.
Si lascerebbe trascinare dall’indescrivibile grazia del tuo corpo allungato, annegando le pene dell’anima nell’armonia fluida dei tuoi movimenti liquidi. Quando danzi non sei della terra: sei d’aria e d’acqua, eterea, divina, eterna. Il tuo corpo non ha contorni nè confini: è infinita poesia di pennellate di colore, sfumate.
Solo questo osserverebbe l’occhio acerbo e distratto, la rosea, ingenua conchiglia da bimba delle tue orecchie, la tenera attaccatura dei tuoi capelli di miele scuro raccolti nel perfetto ed impassibile chignon di rito. E si perderebbe la luce incredibile dei tuoi occhi, quella luce così chiara, quasi trasparente, che si infiamma di un entusiasmo quasi infantile quando parli delle cose che ami, che splende di un’estasi ebbra quando danzi.
Eri un mistero troppo semplice, una poesia troppo piena di prosa per un orso come me. Incarnavi ed impersonavi paure ataviche, le stesse che vengono a stanarmi nelle mie notti da vampiro, che scaricano velate minacce nelle mie orecchie stanche, che stendono l’ennesima pennellata di grigiore, disegnano l’ennesima ruga, marcano i contorni delle borse sotto i miei occhi vitrei.
E, quando alla tua perentoria  richiesta, in contrasto col tono di voce timido, sussurrato – portami a ballare – ho grugnito no, io non ballo mai, i tuoi occhi grigiazzurri hanno riassunto in un istante quel freddo distacco, frutto di un’antica abitudine, e mi hanno licenziato con un impercettibile ma imperioso scrollare delle tue spalle sottili, con un’ombra di sorriso tirato.
Così ora non posso che eternarti a musa, cercarti in ogni personaggio, rincorrerti tra le parole, farti malinconica eroina di tutti i miei racconti, alla ricerca di un altro finale. Cantarti in ogni poesia, celebrarti in ogni verso, accarezzarti i capelli sottili in ogni rima, cercare di raggiungerti tra un enjambement e l’altro.
Così ora non posso che nascondermi tra le poltrone dell’ultima fila, mentre interpreti una Giselle o un’Aurora o un’Odile o un’Odette o una Clara dagli occhi incredibilmente, straordinariamente luminosi, ed essere il primo a lasciare la scena, quando le luci si accendono ad illuminare questa perenne ed imperitura imitazione di vita, sempre uguale a se stessa.

Photo credits: le fotografie che accompagnano il racconto sono opera della talentuosa Chiara Maria Lenzini, ballerina, fotografa, lettrice e molto di più. Grazie 🙂