Quando Nabokov incontrò la sua Vera

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È l’otto maggio 1923. Lui è un giovane poeta ventiquattrenne in cerca di affermazione e successo, lei una ventunenne pronta a sfidare il suo destino. Lo sfondo è quello di una festa di beneficenza a uso e consumo degli émigrés di Berlino.

La ragazza si materializza davanti al poeta. Indossando una maschera da Arlecchino, che si rifiuta di togliere, inizia a declamare i versi di una delle poesie di Nabokov, ritagliata dal giornale russo liberale Rul’ qualche mese prima e imparata a memoria. È un incontro quasi shakesperiano, che richiama il destino di altre  coppie letteraria – Pessoa si dichiara a Ofelinha usando i versi dell’Amleto; Olga Ivanskaja (eternata come Lara in Dottor Zhivago – anche se il suo ruolo di musa ispiratrice è tuttora contestato) si innamora di Pasternak attraverso le poesie di lui, dopo averlo conosciuto confessa a un’amica di aver ‘parlato con Dio’ e lo incontra ogni giorno sotto la statua di Pushkin a Mosca.

Nabokov esce da un periodo di dolore ovattato, in cui la fine del suo primo amore si fonde con la morte del padre. Svetlana Siewert, sua promessa sposa, ha infatti rotto il fidanzamento col giovane poeta, cedendo alle pressioni della sua famiglia, dubbiosa sul futuro e sulle possibilità economiche di Nabokov come marito; il padre dello scrittore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, avvocato, statista e giornalista, viene ucciso dal monarchico Pavel Milyukov, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Vladimir, e un’eco tragica e profonda nella sua poetica.

L’incontro con Vera fende la nebbia della sua sofferenza e della sua confusione e regala a Nabokov una nuova, luminosa speranza: quella di poter essere amato, di poter essere compreso, di essere riuscito a trovare qualcuno in cui rispecchiarsi (my mirror twin, my next of kin, scriveva Leonard Cohen: mio specchio, sangue del mio sangue). Grazie a Vera, Nabokov riscopre una rinnovata fiducia nella vita e nella possibilità di essere felice. Vera diventerà non solo sua moglie e madre di suo figlio, ma sua partner in crime, sua compagna in senso più simbiotico del termine: assistente, amministratrice, autista (Nabokov ha paura di guidare), archivista, stenografa in quattro lingue diverse, bodyguard (inizia a portare una pistola nella borsetta dopo la pubblicazione di Lolita, paventando la possibilità di attentati a seguito delle tematiche scottanti presenti nel romanzo). Vera salverà anche il destino della stessa Lolita, eterna, ribelle, ineffabile ninfetta, sottraendo il romanzo dalle fiamme in cui Vladimir l’ha gettato.

A luglio 1923, appena due mesi dopo il fatale incontro, Vladimir scrive a Vera:

I won’t hide it: I’m so unused to being — well, understood, perhaps, — so unused to it, that in the very first minutes of our meeting I thought: this is a joke… But then… You are lovely…

(Non posso nasconderlo: non sono abituato a essere – beh, compreso, probabilmente. Sono così poco avvezzo a questa sensazione che già durante i primi minuti del nostro incontro ho pensato: è uno scherzo. E invece… Sei adorabile…)

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Nabokov eterna la magia dell’incontro con Vera nella poesia The encounter, un trionfo di immagini ricche di suggestioni: la notte vellutata, il profilo da lupo di Vera, le sue labbra tenere, la seduzione dei castagni. Forse una sorta di romantica pietà commuove l’innominata seduttrice, facendole intravedere il suo destino: Vera è colei che Nabokov ha tanto atteso. Il fato ha scoccato i suoi inesorabili strali, e la possibilità di soffrire aleggia come uno spettro sulla giovane coppia: il cuore del poeta esplode allora in una supplica accorata, pregando Vera che non lo lasci viaggiare da solo, ma condivida gioie e fardelli di questo nuovo, inevitabile, meraviglioso destino condiviso.

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The Encounter (enchanted by this strange proximity)

Longing, and mystery, and delight…
as if from the swaying blackness
of some slow-motion masquerade
onto the dim bridge you came.

And night flowed, and silent there floated
into its satin streams
that black mask’s wolf-like profile
and those tender lips of yours.

And under the chestnuts, along the canal
you passed, luring me askance.
What did my heart discern in you,
how did you move me so?

In your momentary tenderness,
or in the changing contour of your shoulders,
did I experience a dim sketch
of other — irrevocable — encounters?

Perhaps romantic pity
led you to understand
what had set trembling that arrow
now piercing through my verse?

I know nothing. Strangely
the verse vibrates, and in it, an arrow…
Perhaps you, still nameless, were
the genuine, the awaited one?

But sorrow not yet quite cried out
perturbed our starry hour.
Into the night returned the double fissure
of your eyes, eyes not yet illumed.

For long? For ever? Far off
I wander, and strain to hear
the movement of the stars above our encounter
and what if you are to be my fate…

Longing, and mystery, and delight,
and like a distant supplication….
My heart must travel on.
But if you are to be my fate…

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Gli svantaggi di un’educazione (molto) bovaristica

La colpa è tutta di mia madre.

Mi ha iniziato alla lettura di Prévert, Jimenez, Pablo Neruda quando ero ancora all’asilo e avrebbe dovuto nutrirmi di Fiabe sonore (ve le ricordate?)

Mi ha regalato la sua vecchia copia di Love Story, ingiallita, consumata dall’uso (e dalle lacrime).

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Ero giovane e naïve. Avrei dovuto rendermi conto di quello che stava succedendo e fermarmi in tempo, ma non sono stata in grado di farlo.

Non c’è dunque da sorprendersi se ho sviluppato un’irrefrenabile dipendenza dalle eroine letterarie, sintomo di quella pericolosa infermità letteraria meglio nota col nome di bovarismo (grazie, Flaubert), trasmissibile per via testuale, praticamente impossibile da curare.

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Questa pericolosa malattia, che ha continuato a mietere vittime a partire dall’incostante, capricciosa Emma Bovary, può essere descritta come una sorta di insopportabile irrequietezza causata dal divario (enorme) tra aspirazioni eroiche e monotono tran-tran della vita quotidiana. I soggetti più a rischio sono le aspiranti eroine con un debole per le complicazioni amorose, le situazioni difficili, quegli intrichi sentimentali pari solo a puzzle monocromi da 15000 pezzi.

Questo post vuole essere una riflessione sulle tappe letterarie che mi hanno portato a soffrire cronicamente di quest’incurabile condizione, nella speranza che incaute lettrici possano identificarne i sintomi e curarsi per tempo. A buon intenditor, eccetera, insomma.

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Cime Tempestose, Emily Brontë

Grazie a Emily Brontë, ho passeggiato per le desolate brughiere dello Yorkshire con Cathy e Heathcliff, rifugiandomi in cucina nelle chiacchiere rassicuranti di Nellie e convincendomi del fatto che sì, volevo quello che aveva Cathy: volevo innamorarmi di qualcuno che fosse me più di me stessa, la cui anima fosse fatta delle stessa sostanza della mia. Ho odiato Cathy per aver sposato Linton; ho pianto fino al mal di testa, trovando consolazione solo nella Nutella, quando Cathy è morta e Heathcliff ha iniziato a sbattere la testa contro un albero, urlando al vento di non poter vivere né morire senza la sua anima.

Per il mio inesperto cuoricino, Cime Tempestose era l’apoteosi del romanticismo, unendo in sé fuoco, passione, amori impossibili, dannazione. Da Cime tempestose in poi, la tragedia è diventata per me l’unità di misura del romanticismo, mentre mi convincevo del fatto che un amore dovesse essere ostacolato o addirittura impossibile per essere degno di essere vissuto (a mia discolpa, ero giovane e molto, molto ingenua. Quanti crepacuori avrai evitato, negli anni, se non fossi stata ciecamente invaghita di un’idea contorta e impossibile dell’amore!)

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Emma Bovary, Gustave Flaubert

Non ho mai sopportato le lagne di Emma Bovary, che ho sempre trovato vanitosa, indecisa, illusa, noiosa e francamente antipatica. Nonostante ciò, ero convinta di capire come si dovesse sentire, di riuscire a indentificarmi in quel suo lancinante bisogno di avere qualcosa di più, senza sapere bene cosa. Emma voleva sentirsi mancare la terra sotto i piedi; voleva qualcuno che la facesse sentire bella, unica ed insostituibile, che le mandasse lettere d’amore così appassionate da toglierle il respiro, che le dicesse di non essere in grado di vivere senza di lei. Voleva essere costantemente sorpresa, senza doversi arrendere alla vuota banalità di un’esistenza sempre uguale (l’unica esistenza che il prevedibile marito Charles sembrava in grado di assicurarle). Emma aveva semplicemente bisogno di sentirsi innamorata, ma aveva il pessimo vizio di scegliere sempre l’uomo sbagliato, incapace di donarle quella felicità così astratta alla quale ambiva un po’ alla cieca. Sapete tutti com’è andata a finire, no?

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Doctor Zivago, Boris Pasternak

Se non ho mai sopportato Emma Bovary e le sue manie di protagonismo, ho amato Lara, l’intrepida eroina de Il dottor Zivago. La Antipova è un’eroina coi piedi ben saldi per terra e sa quello che vuole – Yuri Zivago. Non è passiva, non aspetta che qualcuno la salvi: cerca di prendersi quello che vuole e di costruire una vita per lei e Yuri, nonostante siano entrambi sposati – lei col freddo, cinico Antipov/Strelnikov, che si è dimostrato privo di scrupoli e capace di efferate crudeltà; lui con Tonia, la sua migliore amica e madre dei suoi figli. Certo, Lara compie un errore imperdonabile: lasciare Varikino col crudele Komarovsky, che l’ha sedotta quando era ancora una ragazzina. Lara si lascia irretire dalle promesse di Yuri, che si impegna a raggiungerla; vuole disperatamente credergli, ben sapendo, dentro di sé, che Yuri non accetterebbe mai l’aiuto di un uomo che odia e disprezza. La sua decisione di partire senza di lui è ingenua anche un po’ stupida, considerando che aspetta la sua bambina: mi fa pensare sempre alla Ilse di Casablanca, che si reca in aeroporto convinta di partire con Rick (mentre in fondo sa bene che Rick è un uomo d’onore e non lascerebbe mai il partigiano Laszlo in mano ai tedeschi. A proposito, sono l’unica che quando guarda il film si mette a strillare non partire Ilse, non farlo? Effetti collaterali del bovarismo…)

Anche la fine del film su Zivago di David Len mi spezza il cuore ogni volta: Yuri crede di aver visto Lara, scende dal tram e la rincorre. Mentre corre, ha un infarto e muore, senza essere mai riuscito a rivederla. E niente, sarebbe stato bello se si fossero incontrati prima, anche solo di un giorno. E qui scappa ancora la lacrimuccia.

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Anna Karenina, Lev Tolstoj

Con Anna Karenina la situazione è precipitata.

Avevo quindici anni ed ero stata appena lasciata dal mio primo ragazzo. Avevo deciso di affrontare la situazione come una vera eroina letteraria: marinando scuola per la prima volta, tagliandomi i capelli, fumando la mia prima sigaretta, che doveva farmi sembrare tragica quanto basta e incredibilmente sofisticata, ma in realtà mi ha solo causato una nausea insopportabile.  Dopo il fallimento di questi primi rimedi, ho deciso di affrontare lacrime e insonnia leggendo per la prima volta il romanzone di Tolstoj. Anna mi è subito sembrata l’eroina per eccellenza: intelligente, colta e bellissima, madre affettuosa, moglie frustrata e annoiata. Mi è sembrato inevitabile che si prendesse una cotta per l’affasciante Vronskj, nonostante lui non mi sembrasse altro che un borioso damerino pieno di sé, del tutto indegno dell’amore e delle attenzioni di Anna.

Mi sembrava di riuscire a vederla, bellissima nel suo vestito nero, illuminata dalle candele della sala da ballo, le braccia bianchissime e i ricci neri, capace di eclissare senza sforzo alcuno la giovane Kitty e di sfidare coraggiosamente i pregiudizi dell’ammuffita aristocrazia russa. L’ho seguita nel tragitto da casa sua a quel treno che avrebbe spezzato la sua vita: era bella ed elegante come sempre, ma stroncata dalla delusione, da un amore tossico, dalla nostalgia per il figlio. Mi sono indignata tantissimo per le parole della madre di Vronskj, che si permette di dire che Anna ha avuto la fine che si merita, brutta come la vita che ha condotto.

Quello che ho capito, dopo diversi anni, una rilettura del romanzo e varie delusioni sentimentali, è che Vronskj rende Anna infelice per quasi tutta la durata della loro storia, e che il vero amore di Anna è il figlio Serioza, che le manca terribilmente.  Quello che ho capito è che il vero cattivo della storia è il finto, ipocrita perbenismo dell’aristocrazia russa, pronta a condonare le scappatelle maschili con un sorrisetto compiaciuto e una pacca sulla spalla, ma inesorabile nella condanna delle donne.

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Nel corso di varie riletture, mi sono anche resa conto che Cathy è infantile, viziata e capricciosa e Heathcliff ossessionato da lei (un po’ stile stalker, per intenderci) ed estremamente vendicativo; che Emma Bovary è una sciocca che si sarebbe dovuta dare una bella svegliata; che Lara e Yuri sarebbero dovuti scappare insieme, senza se e senza ma; che la mia amata Anna avrebbe dovuto abbandonare sia marito che amante e iniziare una nuova vita coi figli lontana dal clima gelido (in tutti i sensi) della società russa, magari in Spagna o in Portogallo.

Sì, sono cresciuta, ho riletto i miei amati classici, li ho guardati con occhi nuovi e più maturi: eppure, sotto sotto, rimango un’inguaribile romantica vecchio stile. Anche questo è uno di quegli antipatici effetti collaterali del bovarismo per il quale non è stata ancora trovata una cura adeguata.

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Soundtrack: Wicked game, Chris Isaak

PS: per gli anglofoni/anglofili, qui la versione inglese dell’articolo

My to-read list (libri che vorrei leggere nel prossimo futuro)

Le vacanze sono trascorse in un lampo, e sono riuscita a leggere a malapena la metà dei libri che avevo portato con me (anche se ho letto libri davvero bellissimi, come Stoner di John Williams e The book thief di Markus Zusak, e ho riletto un po’ di classici).
Il ritorno a Greyville è stato traumatico, esasperato ancora di più dai 12 gradi/pioggia perenne/montagna di lavoro arretrato/montagna di noiosissima roba amministrativa da sbrigare.
Mi sento sempre un po’ come la cicala della celebre favola, che non ha approfittato del tempo libero per leggere di più e meglio/scrivere/mandare più curricula/rivolgere qualche pensiero più costruttivo alla strada da intraprendere nell’immediato futuro anziché farmi assalire dall’ansia fino alle quattro del mattino e poi dormire fino all’una.
Comunque, le vacanze sono finite, Greyville è più grigia e aliena che mai e sono assalita dalla sindrome “dove troverò il tempo per leggere quei libri che continuo ad ammucchiare da mesi?”.
Dato che credo nel potere catartico delle liste (basta leggere qui, qui e qu) iecco la mia bella lista di libri da leggere nel futuro prossimo venturo, più o meno immediato.
Aspetto consigli e input di lettura, e anche consigli di reinserimento post-trauma vacanze che non comprendano elaborare contorti piani di fuga alla Jack Kerouac con la mia amica greca Eirini davati a troppi bicchieri di vinho verde in un locale portoghese 🙂

My to-read list:

The grapes of Wrath (Furore), John Steinbeck
Long Halftime Walk (E’ il tuo giorno, Billy Lynn!), Ben Fountain
Infinite Jest di Foster Wallace (con l’ausilio delle istruzioni per l’uso di Tegamini)
Barney’s version (La versione di Barney), Mordecai Richler
The Bell Jar, Sylvia Plath
The Zhivago Affair: The Kremlin, the CIA, and the Battle Over a Forbidden Book (non credo sia stato ancora tradotto in Italiano), Peter Finn e Petra Cuvee
Extremely loud and incredibly close (Molto forte, incredibilmente vicino), Jonathan Safran Foer
Someday this pain will be useful to you (Un giorno questo dolore ti sara’ utile), Peter Cameron
The lonely girl (La ragazza sola), Edna O’Brien
Girls in their married bliss (Ragazze nella felicita’ coniugale) Edna O’Brien (sto leggendo il primo libro della trilogia, The country girls, e lo adoro)
The perks of being a wallflower (Noi siamo infinito), Stephen Chbosky
Churchill: a life (disponibile anche in traduzione italiana), Martin Gilbert
Manuale per ragazze di successo, Paolo Cognetti
The hours (Le ore), Michael Cunningham
The fault in our stars (Tutta colpa delle stelle) John Greene

Ho bisogno di leggere un po’ in spagnolo, quindi se qualcuno mi consigliasse qualche buon romanzo contemporaneo (che non sia di Javier Marias!) gliene sarei davvero grata.

Buona ripresa, e buone letture quasi autunnali….

Soundtrack: Edith Piaf, Autumn leaves (les feuilles mortes)

 

 

LibriInValigia#2: Once again to Zelda , Wagman-Geller

Once again to Zelda: The Stories Behind Literature’s Most Intriguing Dedications di Marlene Wagman-Geller

Questo libro da solo meriterebbe un post a parte, anzi una serie di post. Non credo che esista un’edizione italiana, ma vi consiglio caldamente di leggerlo, perché è davvero un piccolo gioiello, uno scrigno di “storie dietro la storia”, un regalo scovato in una piccola libreria indipendente di Islington, a Londra.
Si tratta di cinquanta storie “dietro le quinte”, in cui l’autrice ricerca motivazioni e retroscena delle dediche di cinquanta tra i libri più belli e più letti di tutti i tempi, da Pasternak a F.S. Fitzgerald, da Sylvia Plath a Mary Shelley.
Vi ricordate il dibattito tra le due Lare che si contendono il titolo di musa ipiratrice della bellissima ed immortale eroina di Pasternak, sua moglie Zinaida e la sua amante Olga Ivinskaya?
Secondo la Gellers, Lara è Olga. Perché questa è la dedica de Il Dottor Zivago: 

To Olga Ivanskaya
“You guided my hand and stood behind me,
and all of it I owe to you”.

Inoltre, la bella Olga condivide la stessa sorte dell’infelice Lara, come constateremo a breve.
La Ivinskaya conosce Pasternak mentre lavora come editrice presso il giornale Novy Mir. L’amicizia tra la fervente e appassionata Olga, amante della poesia di Pasternak, e lo stesso Boris nasce sui versi e sulle discussioni incentrate su Il Dottor Zivago, allora in corso di redazione, e presto diventa qualcosa di più. In una lettera del 1947, Pasternak le dichiara amore eterno ed imperituro, definendola my love..my angel. Ciononostante, non è disposto a lasciare la sua famiglia, alla quale si dichiara legato dal dovere e dal senso della responsabilità.  La sua storia con Olga forma parte integrante della trama de Il Dottor Zivago, traducendosi nella relazione tra Jurij e Lara.
Come Lara, Olga scopre di aspettare un bambino da Boris, ma durante la sua prigionia in un campo di lavoro, durante la quale viene sottoposta a violenze fisiche e psicologiche: ad esempio, le viene mostrata una bara e viene invitata ad aprirla per convincerla che Boris fosse morto e forzarla a svelare quanti più dettagli possibili sull’impegno anticomunista di Pasternak. Ma il prezzo da pagare per Olga non si riduce alla prigionia, non si riduce all’inevitabile destino di “altra donna”, di amante: dopo la morte di Pasternak nel 1960, viene processata e condannata ad otto anni in un gulag, come Lara, uscita un giorno di casa per non farvi più ritorno, prigioniera, morta o sparita da qualche parte, una delle centinaia di desaparecidas rese ancora più invisibili dal fatto di essere donne.
Le torture, le sofferenze e le privazioni patite da Olga durante questi anni sono state da lei rese pubbliche nelle sue memorie, Prigioniero del tempo. La mia vita con Boris.
Non soprenderà il fatto che il memoir sia dedicato al suo amato Pasternak:

La maggior parte della mia vita è stata dedicata a te – e quello che ne resta lo sarà altrettanto.

Margaret Mitchell dedica il suo celeberrimo Gone With The Wind (Via col vento) ad un certo J.R.M.
Questa dedica così criptica racchiude la storia della stessa Mitchell e del suo romanzo.
Margaret, affettuosamente chiamata Peggy, è una vera figlia del Sud. Dopo che sua nonna, l’influente Annie F. Stevens, colonna portante dell’Atlanta bene, la fa ammettere nel prestigioso club della debuttanti, Peggy se ne fa rapidamente espellere, presentandosi ad un ballo come l’antitesi della dama del Sud, vestita in maniera provocante, con calze nere e rossetto carminio, e danzando in maniera così disinibita da scandalizzare gli astanti.
Nel 1922, la Mitchell incontra il suo Rhett, Berrien Red Upshaw, del quale si innamora follemente, nonostante lui la prenda in giro per le sue gambe corte e sua nonna disapprovi di tutto cuore l’affascinante bad boy  che ha stregato la nipote. Nello stesso periodo, Margaret conosce il suo compagno di stanza, John Robert Marsh, tutt’altro che bello, ma folle di amore per lei.
Margaret sceglie l’affascinate Red e lo sposa nel corso dello stesso anno, mentre John, che fa loro da testimone, è costretto a nascondere il suo cuore spezzato.
Il matrimonio della Mitchell ha comunque breve durata, a causa del carattere violento e dell’alcolismo di Red. Quando arriva il momento del divorzio, Peggy si rivolge a John per amicizia, sostegno e affetto. I due si sposano poco tempo dopo il divorzio di Margaret da Red.
Quando una malattia la costringe a letto per diverso tempo, per farla distrarre John porta alla moglie alcuni libri di storia dalla biblioteca pubblica. Quando l’interesse della moglie per la storia americana diventa sempre più incalzante, John le suggerisce di scrivere un libro. Di qui nasce Via Col Vento, e di qui la dedica della Mitchell al marito, all’amico, a colui che l’ha esortata e spronata a scrivere. A colui che ha creduto in lei.

Potrei continuare a scrivere per ore su questo libro. Per ora vi lascio con un’ultima storia, un’ultima dedica. Sylvia Plath, la bella poetessa americana sposata con Ted Hughes, sorprendenemente non dedica The Bell Jar all’amatissimo marito, ma ad “Elizabeth e David”.
Per capire perchè, bisogna fare un salto indietro. Sylvia incontra Ted a Cambridge, durante il suo soggiorno in Gran Bretagna grazie ad una borsa Fulbright. È amore a prima vista: lui si fa avanti tra la folla e si mette a recitarle i suoi versi; lei è talmente attratta da lui e confusa che, mentre bevono e ballano, gli morde l’interno della bocca tanto da farlo sanguinare. Ted le confisca la fascia per capelli per essere sicuro di rivederla. Si sposano quattro mesi dopo, e si trasferiscono a Court Green nel Devon, dove fanno amicizia con i loro nuovi vicini di casa, David ed Elizabeth Sigmund (i David e Elizabeth della dedica).
Dopo la nascita dei loro due figli, un serpente si introduce nella loro serenità coniugale sotto le mentite spoglie di Assia, la bellissima moglie del poeta londinese che aveva affittato loro il cottage dove abitavano. Ted ne diviene l’amante; Sylvia lo caccia di casa e precipita in una profonda depressione, trovando aiuto e amicizia presso i suoi vicini di casa, ai quali dichiara “Ted lies to me all the time.He has become a little man…I have given my heart away and I can’t take it back – it is like living without a heart”.
Quando Sylvia decide di andare a vivere a Londra con i suoi due bambini per voltare pagina, Elizabeth e David cercano di farle cambiare idea, preoccupati a causa della sua fragilità e della sua depressione. Le loro previsioni si rivelano, purtroppo, lungimiranti: a soli trent’anni, Sylvia constata con disperazione che il suo appartamento londinese e la sua vita stessa sono diventati una campana di vetro dentro la quale si sente soffocare. Prepara latte e pane sul comodino dei bambini, sigilla la porta della cucina con degli asciugamani, e sceglie di morire, di soffocare velocemente, con la testa dentro il forno, anzichè lasciarsi soffocare lentamente dentro la sua campana di vetro.
Sei anni dopo la morte di Sylvia, Assia, in una macabra emulazione della morte di quella rivale di cui non si era mai riuscita davvero a liberare, si sarebbe lasciata morire allo stesso modo con la figlioletta Shura, dopo aver inghiottito dei sonniferi.
Hughes, stravolto dalla triplice tragedia, avrebbe dichiarato ad Elizabeth: “My creativity presented me with a demon. If I get close to people, I destroy them”.
Nell’ambito di queste tragiche vicende, appare evidente il desiderio di Sylvia di esprimere la sua riconoscenza ai coniugi Sigmund dedicando loro il suo unico romanzo.

Addio Lara, mio amore, mia eterna gioia infinita

Lara, Giancarlo Ferruggia

‘Oh, che amore era stato il loro, libero, straordinario, a nulla somigliante! Pensavano, come altri cantano: non si erano amati perché era inevitabile, non erano stati «bruciati dalla passione», come si suol dire. Si erano amati, perché così voleva quel che li circondava: la terra sotto di loro, il cielo sopra le loro teste, le nuvole e gli alberi. Il loro amore piaceva a ogni cosa intorno, forse anche più che a loro stessi. […] Questo, questo era stato ciò che li aveva avvicinati e uniti! Mai, mai, nemmeno nei momenti di più sovrana immemore felicità li aveva abbandonati quanto vi è di più alto e di appassionante: il godimento dinnanzi all’armonia dell’universo, il senso del rapporto tra loro e tutto il suo quadro, la sensazione di appartenere alla bellezza dell’intero spettacolo, a tutto il cosmo.’

                                                    Il dottor Zivago

Il post di oggi ha come portagonisti tre donne: una fittizia, Lara, e due reali, Olga e Zinaida, rispettivamente moglie e amante – nonché entrambe Muse – di Boris Pasternak; Pasternak stesso; il suo dottor Zivago; una lettera, scritta da Boris alla sua amante, che lui chiamava affettuosamente Olja.

Per arrivare alla lettera, partiamo da un punto ben noto del celeberrimo romanzo (per una sinossi del romanzo si legga qui): Lara e Zivago sono a Varykino, circondati dai lupi, fuori dal mondo, in una sorta di dimensione spazio-temporale tutta loro, in procinto di una separazione che sarebbe diventata definitiva.
Lara, prima di addormentarsi, chiede a Jurij di mettere per iscritto i versi che le aveva recitato tante volte:

Varykino The house in the movie ” Doctor Zhivago” watercolor, Brent Berry

Era l’una di notte, quando Lara, che fino a quel momento aveva finto di dormire, si assopì realmente. La biancheria fresca, ricamata, splendeva pulita, stirata, su lei, su Katen’ka e nel letto. Anche in quegli anni lei trovava il modo di inamidarla.

Un silenzio beato, colmo di felicità, che alitava dolcemente di vita, circondava Jurij Andreevic. La luce della lampada cadeva con un giallo pacato sul biancore dei fogli e con un riflesso dorato galleggiava sulla superficie dell’inchiostro, all’interno del calamaio. Fuori dalla finestra stava l’azzurra notte invernale, di gelo. Jurij Andreevic passò nella stanza accanto, fredda e non illuminata, da cui si vedeva meglio l’esterno, e guardò dalla finestra. La luce della luna piena fasciava la radura nevosa con una vischiosità tattile d’albume o di biacca. La sontuosità della notte di gelo era indescrivibile. La pace era scesa nel suo animo. Tornò nella stanza illuminata e calda, e si mise a scrivere”.

Viene interrotto dall’ululato dei lupi nella radura. La poesia, intitolata Il Vento, probabilmente composta quella notte, viene riportata da Pasternak alla fine del romanzo:
Io sono già morto e tu vivi ancora.
E il vento, con gemiti e pianto,
fa oscillare il bosco e la dacia.
E non per proprio conto ogni pino,
ma tutti insieme gli alberi
nella loro distesa sconfinata,
come armature di velieri
sulla superficie d’una baia.
E non per tracotanza
o per vano furore,
ma per trovare nell’angoscia le parole
d’un canto di culla per te.
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Ma chi è Lara? Chi è l’ispiratrice dell’eroina senza tempo, bella e coraggiosa, del romanzo di Pasternak? Due donne reclamano l’esclusiva, le due donne della vita di Pasternak: la seconda moglie, Zinaida, e Olga Ivinskaja, la sua amante, destinataria della lettera di oggi, che vi propongo di seguito:

 Bambina dorata quasi cado e piango

Olga, mia bambina dorata, ti mando tanti tanti baci. Sono legato a te dalla vita, dal sole che brilla alla finestra, da un sentimento di commiserazione e di tristezza, dalla coscienza della mia colpa (oh, non di fronte a te, naturalmente), ma di fronte a tutti, dalla coscienza della mia debolezza e dell’ insufficienza di ciò che ho fatto finora, dalla convinzione che bisogna fare uno sforzo enorme e spostare montagne per non ingannare gli amici e non risultare un impostore. E quanto migliori di noi sono tutti gli altri intorno a me e con quanta più premura li tratto e quanto più cari mi sono, tanto più e tanto più profondamente ti amo, in modo tanto più colpevole e triste. Ti abbraccio forte forte, e quasi cado per la tenerezza e quasi piango.

Boris, 28 febbraio ‘ 59

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Olga Ivinskaja, legata a Pasternak non solo dall’amore, ma anche dalla partecipazione a tutta l’avventurosa e dolorosa vicenda del Dottor Zivago, mandata dalle autorità sovietiche due volte in un gulag (nel 1949 e nel 1960), ha fatto riparlare, nella stampa mondiale, di tutta la sua storia, da lei stessa raccontata in un libro di memorie uscito a Parigi nel 1978, e, in particolare, della sua affinità con Lara, l’eroina del Dottor Zivago, della quale lei stessa sarebbe stata il prototipo. Olga è morta a 84 anni, nel 1995, Dopo la sua morte, Evgheni, figlio di Pasternak, racconta che il padre aveva l’abitudine di riferirsi a lei come  “la Lara del mio romanzo”.
La stessa Olga, in una commovente testimonianza in un articolo uscito sul settimanale “Ogonjok” nel 1988, racconta “Il nostro amore fiorì nel 1946, all’inizio della stesura del Dottor Zivago e continuò a crescere con il numero delle pagine che Boris scriveva”.
Anche Olga avrebbe potuto avere un figlio da Boris, come Lara aveva avuto una figlia da Zivago: incinta dello scrittore, la Musa viene arrestata dal Kgb, che voleva costringerla a piegarsi e a dichiarare che Boris stava scrivendo un romanzo antisovietico. Perde il bambino.
Quali sono gli altri punti di somiglianza con l’affascinante eroina del romanzo? Olga è forse meno bella, ma come Lara ha una lunga treccia bionda, è intrepida e coraggiosa.
Olga
Zinaida, la seconda moglie del poeta, scrive invece nelle sue memorie: “Qualcuno si stupì del fatto che Lara fosse una bionda dagli occhi chiari (alludendo così alla sua somiglianza con l’ Ivinskaja). Ma io ero sicura che di quella signora egli aveva preso soltanto l’aspetto esteriore, mentre il destino e il carattere erano la copia dei miei letteralmente fino ai più minuti particolari. Komarovskij è il mio primo amore. Boris ha descritto Komarovskij con grande malanimo. Nikolaj Militinskij era molto più elevato e nobile e non aveva qualità così animalesche. Ne parlai più volte con Boris. Ma lui non aveva alcuna intenzione di mutare qualcosa in questa figura, dopo che se ne era fatta una simile immagine, voleva rinunciare a questo personaggio”.
Facciamo un passo indietro. Lara, all’inizio del romanzo, ha una relazione col bieco Komarovskij, in precedenza amante di sua madre, Madame Guichard. Lara, fondamentalmente pura, prova repulsione per Komarovskij, che ha fondamentalmente abusato di lei, giovanissima; al tempo stesso, una particella segreta del suo essere la costringe ad essere succube dell’uomo, e oggetto del suo piacere.
Forse proprio questo rende Lara una “mescolanza di timidezza virginale e grazia ardita”.
Per vendicarsi di Komarovskij e liberarsi dallo strano ascendente che esercita su di lei, Lara, elegantemente vestita, si introduce ad una festa elegante nella Mosca natalizia e gli spara, ferendolo.
Zinaida

Un altro elemento che avvicinerebbe Lara a Olga è lo spirito ribelle e rivoluzionario di entrambe. Personalmente, preferisco attenermi a quanto dichiarato dallo stesso Pasternak durante una conversazione con la moglie: “Lara è una figura collettiva, e in essa c’è molto che proviene da te (Zinaida) e da altre donne”.

E voi, che ne pensate? Chi è Lara, davvero? O forse è solo l’eterna Lara che vive nelle pagine dell’immortale romanzo, portata sullo schermo da Julie Christie nel famosissimo film di David Lear?

Ultima piccola curiosità, nonché punto a favore di Olja: la stessa Christie ha dichiarato

“Se lo rifacessi oggi, il Dottor Zivago, reciterei quella parte in modo del tutto diverso. La farei più intelligente, più intensa, questa povera Lara. Lui, Pasternak, dev’ essere stato sublime, bello, intelligente, come ci si aspetta da un poeta. S’ innamoravano tutti di lui…Allora sapevo ben poco di tutto questo, della Russia sovietica, di Stalin, eccetera; sapevo poco di qualsiasi cosa e quando David mi propose la parte era lui – e non io – a vedere nella mia persona qualche cosa di Olga/Lara che io non sapevo di avere. Certo che mi piacerebbe rifarlo quel film: ma ci penserà certamente qualcuno un giorno, e Zivago e Lara verranno interpretati in modo diverso e forse più vicini alla forza dei personaggi reali raccontati dal grande Boris Pasternak. Credo che se Olga lo avesse visto, quel film, non le sarebbe piaciuto. Alla gente non piace mai come viene interpretata”.

Per saperne di più:

Il dottor Zivago, Boris Pasternak

dall’archivio storico del Corriere della Sera:

In compagnia di Lara e Zivago per ritrovare il silenzio dell’anima
Pasternak. Due donne per una Lara.
Olga e Boris. Una relazione pericolosa.
Lara, Zivago e l’eternità. La rivincita di Pasternak
Il dottor Zivago, cinquant’anni dopo

La seduzione innocente di Connie, Emma e Lara, l’intrigo di Casanova nella pittura di Giancarlo Ferruggia

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