Il Calendario dell’Avvento Letterario#7: felice Jólabókaflóð

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Questa casella è scritta e aperta da Marina di Interno storie

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Il Nord Europa mi sorprende sempre. L’immagine algida, nonostante la latitudine, non gli si addice per nulla, specie nel caso  dell’Islanda, la nazione dei primati negli ambiti letterario ed editoriale con il più alto tasso di lettura al mondo. Gli Islandesi non si risparmiano in quanto a biblioteche e librerie.

In una città come Reykjavík, insignita del titolo di Città della Letteratura dall’UNESCO, i prestiti alla biblioteca comunale superano il milione, considerando che ha una popolazione di circa 200 mila persone.

In questi giorni l’Islanda si trasforma nella patria dei libri, dove ogni amante della letteratura vorrebbe trasferirsi: è un tripudio di pagine scritte, o meglio ancora, un diluvio. Ora capirete meglio.

È il periodo del Jólabókaflóð, un termine impronunciabile. In inglese si dice Christmas Book Flood. E, se proprio vogliamo essere meticolosi con le traduzioni, in italiano è il Diluvio del libro di Natale. Un evento che salta fuori dal nulla, ma affonda le radici nella prima metà del secolo scorso. Durante il secondo conflitto mondiale, le importazioni erano state ridotte al minimo, così come gli acquisti da parte della popolazione. Tuttavia, nei riguardi della carta stampata le autorità sono state indulgenti e nei Natali della guerra si è estesa l’abitudine di regalare un libro come bene prezioso. Ne è nata una tradizione duratura, speciale.

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Tra novembre e dicembre arrivano sugli scaffali delle librerie circa 800 titoli di autori, per lo più islandesi. Si registrano le più alte vendite proprio in vista del Natale, circa l’80­-90%. Un diluvio, appunto. Persino la televisione non lesina in spot pubblicitari e, a quanto pare, è il maggiore argomento di conversazione tra gli adulti.

Gli editori recapitano alle famiglie il bókatíðindi, un catalogo di tutti i libri acquistabili per se stessi o come regalo. Come consuetudine ogni islandese riceverà e donerà almeno un libro per Natale. I libri si scambiano il 24 dicembre, dopo il tradizionale pranzo, così da poter scegliere le proprie letture tra quelle ricevute e dedicarvisi fino a tardi.

«E poi arrivava la notte quando tutte le candele erano consumate e tutti gli incendi spenti e tutti i nastri e le carte ripiegati per il prossimo Natale. Io avevo i miei regali con me nel letto», scrive Tove Jansson ne Il libro dell’inverno, che islandese non è, ma conosce bene il momento magico in cui si trova rifugio nella gioia dei doni – se sono libri ancora di più.

Lo scambio dei libri è un’usanza consolidata che non accenna a perdere smalto, anzi ogni anno l’attesa si fa spasmodica, tanto che gli islandesi intasano i telefoni degli editori per l’impazienza di avere il catalogo nel più breve tempo possibile.

“Ad ganga med bok io maganum” è un detto islandese, pressapoco dovrebbe suonare come “ogni islandese ha un libro nel suo stomaco”, inteso sia come divoratore di storie e sia come “ciascuno ha una storia da raccontare”. Infatti, un islandese su dieci si cimenta nella scrittura.

I numeri relativi alla lettura sono molto alti, non voglio annoiarvi elencandoveli; sicuramente è una situazione diametralmente opposta alla nostra per mirate politiche culturali e solidità dell’editoria.

Questa terra ha una ricca tradizione letteraria fin dal Medioevo – quando nei villaggi le storie venivano narrate oralmente durante i rigidi inverni e le scarse ore di luce – che ha assunto nel tempo un ruolo importante, un costante punto di riferimento per la società civile.

Pensavate che solo gli italiani fossero un popolo di scrittori? L’Islanda è anche il paese della lettura. Un esempio da tenere a mente.

Felice Jólabókaflóð!

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Il Calendario dell’Avvento Letterario#4: Natale con Piccole donne

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Questa casella è scritta e aperta da me medesima.

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“Natale non sarà Natale senza nemmeno un regalo” brontolò Jo sdraiata sul tappeto.
“È terribile essere poveri” sospirò Meg guardando il suo vecchio vestito.
Non mi sembra giusto che tante ragazze abbiano un mucchio di belle cose ed altre proprio niente” aggiunse la piccola Amy tirando su il naso, imbronciata.
“Abbiamo però la mamma, il papà e tutte noi” disse Beth, soddisfatta, dal suo cantuccio.
I quattro giovani visi illuminati dai bagliori si rasserenarono a quelle liete parole, ma si rabbuiarono di nuovo quando Jo disse tristemente:
“Non lo abbiamo, il papà, e chissà per quanto tempo non lo avremo!”
 Non disse: forse mai più, ma ciascuna lo aggiunse tacitamente pensando al padre tanto lontano sul campo di battaglia.
Tutte tacquero per un poco; poi Meg ricominciò d’un tono mesto:
“Voi sapete che la ragione per cui la mamma ha proposto di non farci regali a Natale è perché l’inverno sarà duro per tutti; e così lei pensa che non abbiamo il diritto di spendere denaro in divertimenti, quando i nostri uomini soffrono in guerra. Non possiamo far gran cosa noi, ma i nostri piccoli sacrifici dobbiamo farli e dovremmo anche farli volentieri. Ma io ho paura che non potrò – e Meg scosse il capo pensando tristemente a tutte le belle cose che desiderava.
“Ma io non credo che il poco che abbiamo da spendere servirebbe a qualcosa. Abbiamo ciascuna un dollaro…e cos’è un dollaro per l’esercito, se glielo dessimo? Io sono d’accordo per non aspettare nulla dalla mamma e da voialtre, però vorrei comprarmi Undine e Sintram, lo desidero da tanto tempo!” disse Jo, che aveva una gran passione per i libri.
“E io avevo pensato di comperarmi un po’ di nuova musica” disse Beth con un sospiro tanto lieve che nessuno lo udì, o forse soltanto la scopina del caminetto e la presina del bricco.
“E io vorrei una bella scatola di matite colarate Faber, ne ho proprio bisogno” disse Amy risolutamente.
“La mamma non ha parlato del nostro denaro e non credo che desideri che noi si riununci a tutto. Comperiamo allora quel che vogliamo e divertiamoci un po’! Mi sembra che lavoriamo abbastanza per meritarcelo!” gridò Jo guardandosi i tacchi delle scarpe nel suo modo maschile.
(Giunti Editore, trad. Fausta Cialente)

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Inizia così uno dei classici più amati di tutti i tempi. Uno di quei libri che, insieme ad alcuni film – Harry ti presento Sally, C’è posta per te, Love actually, Miracolo sulla 34esima strada, Casablanca, Tutti insieme appassionatamente, My fair lady e quasi tutto con Audrey Hepburn – per me fa subito Natale: Piccole donne di Louisa May Alcott, un vero e proprio Bildungsroman per centinaia di ragazze nel corso dei decenni (che dico, dei secoli). Per me è un libro particolarmente significativo, perchè sono cresciuta insieme a Meg, Jo, Beth e Amy, e ho trascorso innumerevoli Natali insieme a loro.
Piccole donne è il libro che mi ha insegnato ad amare la lettura, ed è rimasto una sorta di copertina di Linus, un libro che ho voglia di rileggere quando sono giù di morale, ho l’influenza, ho nostalgia di casa o intravedo per strada le prime luci e le prime decorazioni natalizie.
La storia di Meg, Jo, Beth e Amy inizia proprio nel periodo natalizio: un Natale che si preannuncia particolarmente grigio e triste, con papà March in guerra e mamma March che, insieme alle figlie più grandi e alla fedele cuoca Hannah, cerca di far quadrare il magro bilancio familiare.
Meg e Jo, le sorelle più grandi, cercano di aiutare come possono: Meg, giovane, carina e desiderosa di far parte della “bella società” e innamorarsi, fa la governante, mentre Jo, un maschiaccio indipendente che ama leggere e scrivere e non sopporta di tirarsi su i capelli, fa la dama di compagnia all’arcigna, noiosa zia March. Tutte loro desiderano comprarsi un regalo di Natale col loro dollaro: Meg desidera un vestito, Jo un libro, Beth della musica, Amy dei colori.

Alla fine, in pieno spirito natalizio, osservando le pantofole logore di mamma March, che rientra stanca e bagnata dalla pioggia dopo una lunga giornata di lavoro, decidono di rinunciare ai loro doni e comprare qualcosa per la mamma: delle pantofole, dei fazzoletti ricamati a mano, un paio di guanti, una bottiglia di colonia.
La loro generosità non finisce qui: spinte dall’esempio materno, le quattro sorelle regalano la loro colazione di Natale a una famiglia povera, gli Hummel, e vengono ricompensate da un lauto pasto offerto dall’eccentrico, scorbutico vicino di casa, Mr Laurence, corredato da gelato e fiori freschi (qui trovate un pudding natalizio creato dal blog Romeo e&Julienne in onore di Jo March).
Tutto ciò può suonare buonista fino a sfociare nel melenso; ma è Natale, e dopo le settimane terribili che hanno assistito allo scempio di un’Europa dilaniata questa semplice storia, queste parole, scritte nella seconda metà del XIX secolo, fanno bene al cuore. D’altronde, a riscattare l’atmosfera ci pensa Jo, la figura nella quale la Alcott ha riversato tanto di se stessa: irrequieta, ribelle, anticonformista, innamorata della lettura e della scrittura, Jo non vuole adattarsi a ricoprire il ruolo che la società vuole assegnare alla donna a tutti i costi. Perde i guanti, brucia il vestito buono (e i capelli di Meg, tentando di arricciarli), si sdraia sul tappeto, fischietta, impreca. Vorrebbe essere un uomo, per raggiungere il padre al fronte e combattere. Non si rassegna ad aspettare che gli eventi seguano il loro corso, che qualcosa succeda: vuole fare qualcosa, dare il suo contributo alla Storia. Per questo taglia e vende i suoi lunghi, bellissimi capelli castani, la sua unica vanità, per mandare il ricavato al padre malato.
La Alcott, seconda di quattro figlie, è una femminista indipendente, aiuta la sua famiglia col suo lavoro, si batte per il diritto al voto per le donne ed è la prima donna che si registra per votare a Concord, MA.
Per questa casellina del calendario ho scovato una chicca che piacerà a tutte le estimatrici di Piccole donne: A Little Women Christmas, curato da Heather Vogel Frederick e illustrato da Bagram Ibatoulline, un omaggio al celebre romanzo che racconta il Natale delle sorelle March con l’ausilio di splendide, delicate illustrazioni che faranno la gioia anche delle lettrici più giovani, rappresentando così un’originale strenna natalizia.

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Jo, la “pecorella tosata” che si è tagliata i capelli per mandare i soldi al fronte, è determinata a salvare il Natale per le sue sorelle. Convince così l’amico Laurie (e quante di noi facevano il tifo perchè si sposassero?) a fare una bambola di neve per la sorellina Beth, gravemente malata, e a fare in modo che ognuna delle sue sorelle riceva una sorpresina. La sorpresa più grande sarà il ritorno di papà March in tempo per la cena di Natale, restituendo così alla festività quell’aura di magia, quella speranza che la guerra sembrava essersi portata via con sé, al fronte.

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Soundtrack: Auld Lang Syne, poesia scozzese composta da Robert Burns nel 1788 e cantata con l’accompagnamento di una tradizionale melodia folk. Non so a voi, ma a me Auld Lang Syne fa pensare ogni volta al – bellissimo – finale di Harry ti presento Sally.

Bonus extra: una selezione di calendari dell’avvento letterari che faranno la gioia di ogni bookworm (il mio preferito è questo del Bodleian Libraries Bookshop, che potete sbirciare anche nel mio Instagram)

Un’ora con…Marina Grillo di interno storie

La blogger di oggi, calabrese come me, si autodefinisce piccola come un libriccino, ma il suo blog è una vera e propria biblioteca di recensioni che spaziano dalla narrativa italiana a quella straniera, dai libri di viaggio a quelli per bambini, per non dimenticarmi che soffro della sindrome di Peter Pan, sostiene Marina, sostiene.

Inoltre, Marina è anche molto attiva su Instagram con i suoi #bookin(gram)mi: per segnalarle le vostre letture preferite, basta usare l’hashtag motivando la vostra scelta, per dare alle foto dei vostri libri del cuore la possibilità di essere condivise sul suo account.

Che aspettate a scoprirla?

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1) interno storie: come e perché?

In origine avrebbe dovuto essere Miss Little Book, poi, per questioni di chi tardi arriva male alloggia, mi sono accontenta di invertire i termini. La scelta non ha un significato particolare, ci ho pensato molto, ho dato un forte senso personale. Ero ancora legata al vecchio blog (non letterario). Con ogni probabilità, ci saranno sono cambiamenti in vista, combattuta se mantenere questo nome o dare una svolta più matura. È il Little che mi sta stretto, sento l’esigenza di essere altro (Nota di Ophelinha: il blog di Marina ora si chiama interno storie).

2) Chi c’è dietro interno storie?

Una trentunenne (oddio!) introversa e curiosa, appassionata di libri e di lettura, che avrebbe voluto occuparsi di editoria. Parlo già al passato, ci ho messo una pietra sopra. Tuttavia, per un periodo ho avuto una brevissima esperienza in una casa editrice indipendente, sono stata delusa dalle modalità di lavoro (molti collaboratori non pagati) e dall’aurea snob che ruota intorno ai libri. Non voglio essere complice di questo sistema che considera la cultura per pochi.

Vorrei essere e avere altro, nel frattempo il blog mi assorbe completamente, per me è un lavoro anche se non guadagno, non è una perdita di tempo, è il mio biglietto da visita. Che si sappia in giro.

3) Il tuo scaffale d’oro

Tra i preferiti: Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, tutta la Ferrante, I racconti di Pietroburgo di Gogol, Il mare non bagna Napoli della Ortese, Microcosmi di Magris, Virginia Woolf, Dalla parte delle bambine di Gianini Belotti, Schnitzler, Cognetti. Gli ipotetici: la restante bibliografia della Ortese, le autrici italiane del Dopoguerra, la letteratura nordica che ultimamente mi sta appassionando, la letteratura marina e isolana, i contemporanei americani. Quest’ultimi li devo inquadrare meglio.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Non ho un personaggio preferito, faccio più attenzione al contesto e alla storia: attraverso i libri ritrovo in questo o in quello un qualcosa di me, una specifica situazione. Ultimamente mi sono ritrovata nei racconti di Francesca Marciano, Isola grande isola piccola.

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Pur essendo una fan quasi della prima ora dei Subsonica, nessuno dei loro testi si adatta al mio spazio. A giorni alterni potrebbe essere: New soul di Yael Naim, quando sono sopraffatta dall’euforia; qualsiasi brano della colonna sonora del Favoloso mondo di Amelié, troppo incline a sbalzi umorali ma non ho un pessimo carattere, anzi; Amongst the waves dei Pearl Jam per la spensieratezza dei giorni marini.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Odi et amo. La bulimia di lettura non mi fa per nulla bene, odio quando mi spingo oltre il limite. Quando leggo troppo avidamente, sento di perdere il senso di questo gesto fino a diventare nauseante. Allora, devo prendermi una pausa e ricominciare a piccoli passi. Non sono una lettrice accanita. Diffido di quelli “tutto libri e null’altro”, mi sembrano dei reclusi. I libri mi hanno aiutata in momenti burrascosi, concentrarmi sulla scrittura e lettura significa accantonare un po’ i problemi.

Le parole mi incantano, soprattutto certe costruzioni immaginarie. Spesso sono ispirata e quando decido di buttare su un foglio due righe, le parole volano via. Ho una memoria labile. Cerco di riafferrarle ma le suggestioni non sono più le stesse.

7) Progetti in cantiere

Nuove rubriche, nuovi ispirazioni anche molto frivole, nuovo abito e forse un nuovo indirizzo (vedi risposta 1).

I #BookBreakfast di Petunia Ollister

PO1Di Instagram come strumento da utilizzare per diffondere libri belli si era già parlato un po’ di tempo fa, in occasione dell’iniziativa #unlibroallasettimana (un hashtag ci seppellirà, lo sento. Lo so.)

Facezie a parte, mi servo spesso e volentieri di Instagram per cercare belle edizioni dei libri che colleziono (Anna Karenina, Lolita, Orgoglio e Pregiudizio, tutto di Sylvia Plath: se vi va di suggerirmi qualche edizione bella e/o rara, non potrà che farmi piacere). Nelle mie scorribande mattutine, tra un occhio ancora chiuso e una tazza extra-large di caffè, ho intravisto qualcosa che mi è piaciuto molto: i libri a colazione di Petunia Ollister* (potete seguirla su Twitter e su Instagram, appunto).

Lascio la parola a Petunia, che vi racconterà come sono nate le sue colazioni letterarie.

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I #BookBreakfast sono nati una mattina mentre sfogliavo il libro dei graphic designers di Daily Dishonestly. Quando ho osservato che la tazza da cui stavo sorseggiando il caffè era esattamente dello stesso colore della copertina, in un secondo ho preso la scala, ci sono salita e ho scattato una foto perfettamente dall’altro. Il format è nato e non ho più cambiato lo schema. Da quel giorno ho iniziato a pensare a quale libro avrei fotografato la mattina successiva, al colore delle grafiche di copertina, alla frase da scegliere e allo styling della composizione.

I criteri sono variabili ma sempre governati dalle mie ossessioni per gli accostamenti cromatici, il rigore per le disposizioni simmetriche e la compulsione allo scatto dall’alto hanno fatto il resto.

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Ho sempre letto molto fin da bambina, l’escamotage per vivere infinite storie e emanciparmi dalla realtà piatta e monotona della provincia lombarda. I libri che fotografo vengono per la maggior parte dalla mia libreria, piuttosto ben fornita, complici gli studi umanistici e vari lavori nel mondo editoriale, e da amici che hanno deciso di darmi i loro libri più cari da immortalare”.

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Lo scaffale d’oro di Petunia:

– Franzen, Le correzioni

– Eugenides, Middlesex

– Fenoglio, Una questione privata

– Mann, I Buddenbrook

– Coe, La banda dei brocchi

– Hornby, Alta fedeltà

– DeLillo, Underworld

– Wolf, Casandra

– Richler, La versione di Barney

– Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

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*Bio: Petunia Ollister è uno pseudonimo nato cinque anni fa dall’involontaria collaborazione tra le menti – brillanti – di alcuni amici che progressivamente ha soppiantato la sua persona anagrafica. Chi la incontra non si ricorda nemmeno il suo vero nome ma conosce molto bene Petunia, i suoi difetti e le sue passioni, tra cui l’ossessione per i libri.

Soundtrack: 500 miles, The Proclaimers

(Ndrm – nota della redazione mia: vi dedico la mia canzone del risveglio, fatene buon uso…)

Un’ora con…Tamara Viola di Citazionisti avanguardisti

Avete presente la Fata turchina?

Non è mai stato uno dei miei personaggi preferiti, ma sono sempre stata affascinata dai suoi capelli. Basta con le principesse e le fate bionde! Largo a personaggi avant-garde e dai colori anticonformisti, capaci di riscrivere i dettami estetici del mondo delle favole.

Tutta questa premessa per dirvi che l’ho incontrata veramente, la fata turchina. Anzi, ho fatto di più: ho bevuto con lei uno Spritz nell’unico bar del mondo sprovvisto di menù, ma dotato del cameriere più lento della storia (credo rientri nel Guinness dei primati). Abbiamo chiacchierato di libri e social media, famiglie meridionali e progetti per il futuro.

La fanciulla in questione è lei, Tamara Viola, spacciatrice di poesia e buone letture, cantastorie di Casal Bruciato, collaboratrice della rivista Inutile. In un articolo sul blog The Blooker (ciao, Giulia!) la nostra eroina si descrive così:

Pur essendo dotata di una bellezza folgorante, continuo a puntare sul fascino della mente. Leggo più di quanto scrivo, ma meno di quanto parlo. Una volta ho visto la Madonna, ma l’ho scambiata per David Bowie. Sono segretamente fidanzata con uno scrittore morto.

 A questo punto sarei curiosissima di scoprire chi sia, il misterioso scrittore morto di Tamara (il mio è Fernando Pessoa, ma questo lo sapevate già). Sono ancora in tempo ad aggiungere una domanda fuori programma?)

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1) Come nasce Citazionisti avanguardisti?

Ho sempre avuto un blog, almeno da quando mi sono avvicinata a internet. Ci sono arrivata tardi, nel 2006, quando ho aperto il mio primo live space, che se ci penso adesso mi viene da ridere. Ne ho un ricordo bellissimo: mi ha permesso di conoscere l’amore della mia vita. Non sono una persona costante: ne ho aperti diversi su varie piattaforme, poi chiusi o abbandonati. Citazionisti Avanguardisti è arrivato nel 2011: sentivo di nuovo l’esigenza di avere un “contenitore” per tutto ciò che mi passava per la testa. Il mio blog non ha un target preciso, non segue un filo logico, esattamente come i miei pensieri: ci puoi trovare recensioni di libri, cose di moda, di cinema ma sopratutto un sacco di fatti miei.

2) Chi c’è dietro Citazionisti avanguardisti?

Dietro a Citazionisti Avanguardisti c’è poca preparazione, molta improvvisazione e un sacco di sigarette. Non seguo un piano editoriale, non posto negli orari giusti, vado un po’ a ruota libera. Il nome? Un inno alla cialtroneria: i Citazionisti Avanguardisti sono coloro che citano Baudelaire ma che allo stesso tempo conoscono tutte le battute dei Simpson. Dei cialtroni colti, insomma.

3) Il tuo scaffale d’oro

Qualche tempo fa ho realizzato un post con il mio scaffale d’oro su The Blooker, il blog di Giulia Depentor. Il dramma è che probabilmente adesso cambierei tutto. Ci sono dei libri ai quali sono affezionata da sempre, ad esempio Lolita di Nabokov oppure L’amore è un cane che viene dall’inferno di Bukowski. Non scelgo un libro solo per il suo valore letterario: molti dei testi ai quali sono legata si collegano a momenti importanti della mia vita. Se posso, preferisco consigliarti i miei tre libri “del cuore” per il momento: Gli anni al contrario di Nadia Terranova, Lacci di Domenico Starnone e Stanno tutti bene tranne me di Luisa Brancaccio. (Giuro che Einaudi non mi paga la stecca!).

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Un personaggio in cui mi immedesimo particolarmente? Non saprei. Io mi immagino sempre come un Mini Pony che galoppa felice nei prati sfoggiando una criniera dai mille riflessi colorati. Se invece ti riferisci ad un personaggio della letteratura (mi sa di si, eh?) allora dico Zia Mame. Credo che sarò così da vecchia.

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Se il mio blog fosse una canzone probabilmente sarebbe Summertime nella versione cantata da Janis Joplin, su vinile, che poi a un certo punto salta perché è graffiato e la voce si sente strana.

6) Il tuo rapporto con la scrittura

Questa è proprio una domanda difficile. Non riesco a definirlo al meglio: passo momenti in cui non vorrei fare altro che scrivere; momenti in cui vedere la quantità mastodontica di quaderni, agendine e moleskine che accumulo compulsivamente (più o meno come faccio con le scarpe) mi disgusta e mi annienta. Un sacco di pagine bianche e nemmeno un pensiero: aiuto! È altalenante, come tutte le cose della mia vita.

7) Progetti in cantiere

Progetti in cantiere: ok, panico! Penso a tantissime cose che vorrei fare, ogni giorno mi viene in mente un’idea nuova. Allora la appunto su un foglio. Il giorno dopo leggo, cancello e ne scrivo un’altra. Ecco, se ne avessi la possibilità, mi piacerebbe aprire una libreria per bambini. Magari un giorno succederà, chissà.

(Io faccio il tifo per te).

The Ophelinha Gazette#5 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Edizione straordinariamente….rapida, dato che la redazione si prepara a (letteralmente) scappare nell’amatissima  Albione, alla volta di afternoon tea e decadenti librerie dell’usato (tipo questa a Charing Cross).
Buona lettura, e buon weekend a tutti!

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1) Raccontarsi l’amore. L’amore quotidiano, quello che lotta per resistere alla noia e alle incurie del tempo, in un bellissimo articolo di Silvia Avallone. E, dato che siamo in vena di amore&altri disastri, scoprite con questo test di The Reading Room qual è la perfetta lettura per quando siete in the mood for love (la mia sembra essere Via col Vento di Margaret Mitchell, e domani è un altro giorno. A patto che mi ricordi di andare a riprendermi Rhett…)

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2) Quale libro si adatta di più alla vostra personalità di lettore? Scopritelo con questo test su Book Browser.

3) Dato che un po’ ovunque si parla di 50 sfumature di grigio, voi invece beccatevi le stranezze sessuali dei nostri amici scrittori. Mr Joyce will see you know (con un paio di mutandine da bambola in tasca, magari).

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4) La lettera d’amore più bella (secondo un opinabile articolo del Telegraph) sarebbe stata scritta da Johnny Cash a June Carter (per rinfrescarvi la memoria, guardate Walk the Line).
Io rimango perplessa, voi fatemi sapere.

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5) Ecco a voi la fanciulla che disegna pasti luculliani anziché fotografarli e pubblicarli su Instagram (si, dalla regia mi dicono che persone simili esistono ancora, anche se sono purtroppo una specie in via d’estinzione).

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6) Le lettere di Abelardo ad Eloisa raccontate da Vittoria Baruffaldi, la blogger innamorata di filosofia.

7) Pubblicità libridinose.

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 8) Ieri Victor Hugo avrebbe compiuto 213 anni. Dopo avergli cantato tutti in coro joyeux anniversaire, andate a scoprire come gli piaceva scrivere quando gli mancava l’ispirazione (spoiler alert: in costume adamitico.)

Ma dico, ce lo vedete? Io no. (Per dirla tutta, in questa foto mi fa un po’ paura.)

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The Ophelinha Gazette#3 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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È  stata una delle settimane più lunghe della storia (credo di non dormire da 48 ore). Ma non si può saltare un numero della Gazzetta quando Harper Lee decide (di sua spontanea volontà?) di fare un graditissimo quanto inaspettato (e leggermente sospetto) ritorno.

Che poi la cosa strana è che abbiamo parlato de Il buio oltre la siepe appena una settimana fa a casa di Holden (probabilmente il suo The Quoted American ha qualche potere evocativo che sfugge all’umana comprensione).

Bando alle ciance, che lo Chablis è quasi finito e i link da spulciare sono tanti. Buon fine settimana di palle di neve (leggo che anche il Bel Paese ha ricevuto una spolverata: così capirete cosa significa vivere Su Al Nord).

1. Il ritorno di Harper Lee, annunciato dalla Associated Press, ha risvegliato l’entusiasmo di orde di fan di Atticus Finch e della giovane Scout Louise. Quante volte capita che una scrittrice del calibro della Lee torni alla carica, 55 anni dopo la pubblicazione di un classico senza tempo come Il buio oltre la siepe, con un romanzo scritto prima del suo best seller? Il titolo, Go set a Watchman, è di per sé evocativo: potrebbe alludere alla celeberrima scena in cui Atticus passa la notte sotto la cella di Tom, l’uomo di colore che ha deciso di difendere in tribunale, per evitare che venga linciato dalla folla inferocita; o potrebbe alludere a Boo Radley, il taciturno, invisibile vicino di casa (oltre la siepe, appunto) che salva la vita a Scout. Tuttavia, qualche ora dopo gli entusiasmi vengono smorzati da articoli allarmisti che gridano al complotto: l’editor della Lee, in un’intervista rilasciata a Vulture, dichiara di non aver mai avuto tra le mani questa sorta di prequel, che vedrebbe come protagonista Scout adulta; inoltre, la Lee sarebbe praticamente cieca e sorda e soffrirebbe di frequenti vuoti di memoria, e il manoscritto sarebbe stato ritrovato dalla sua legale, Tonja Carter, appena tre mesi dopo la morte della sorella Alice (su Jezebel), strenua paladina della privacy di casa Lee (anche a causa del carattere semi-autobiografico de Il buio oltre la siepe). BuzzFeed Books raccoglie in un articolo gli elementi più controversi del ritorno della Lee. Non so voi, ma io sarò tra quelli che pre-ordineranno il libro e attenderanno con ansia il 14 Luglio (data annunciata dalla Harper Collins per la sua pubblicazione).

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2. Siete veri book nerd? Scopritelo grazie a questo test.

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3. Dato che l’11 Febbraio ricorre l’anniversario della scomparsa della mia amatissima Sylvia (Plath: trovate un estratto dei suoi diari qui e un po’ di cenni biografici qui), vi propongo una riflessione sui “nessi infami” tra genialità e suicidio in chiave femminile (su Oubliette magazine).

sylvia-plath14.  Angolo Joan Didion:

– un articolo di Ho un libro in testa su Joan Didion e i social media;
– Joan Didion sulla nostra beneamata The Paris Review;
– una magistrale recensione di Prendila così dell’ottima McMusa;
– L’anno del pensiero magico secondo Tegamini.

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5. Si, San Valentino è solo un’operazione commerciale, come direbbe Bridget Jones, e, diciamocela tutta,  pure abbastanza fastidiosa. Ma, se potessimo regalare/ricevere tre copie vintage de The Paris Review sarebbe un po’ meglio, no? (Purtroppo consegnano solo ai fortunati che vivono negli USA…)

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6. Una bellissima lettera d’amore vintage indirizzata..ai libri. Su Brain Pickings, ovviamente

A Vintage Illustrated Love Letter to Books: What They Are, How They’re Made, and Why They Matter to Us, Maria Popova

Che sia un fine settimana di vin chaud e parole leggere.

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La libreria che vorrei

post4La libreria che vorrei è grande e luminosa. Ha il parquet o la moquette, perché spesso c’è bisogno di guardarli dal basso, i libri, o di sedersi e accarezzarli.

Nella libreria che vorrei il tempo si ferma. Non ci sono orologi, se non quello del Bianconiglio, che tanto è sempre in ritardo. Nessuno ha fretta: tanto i commessi quanto i clienti si prendono il tempo di accarezzarli con lo sguardo, i libri, confrontare le edizioni, sdilinquirsi davanti allo scaffale delle edizioni rare e costose. Sentire l’odore della pelle, della carta, del cartone. Quando qualcuno urta un lettore distratto non si arrabbia: ci si scambia uno sguardo di intesa, che in fondo si è complici in questo mondo parallelo.

Nella libreria che vorrei il cliente/lettore ha tempo di sedersi per terra/sulla poltrona/ su una panca e sfogliarlo, un libro. Questione di feeling, a volte. Conoscerlo, capire se si tratta dell’accoppiamento giusto. In fondo è un po’ come l’amore, no? Si vuole essere sicuri che ci piaccia, quella persona (in questo caso, libro) che ci portiamo a casa. E questa serendipità non può accadere se commessi sgradevoli e sgarbati ti fulminano con lo sguardo o ti invitano dopo due minuti con pochissima cortesia a riporlo, il libro (è un bene di consumo! Non si può sbirciarlo prima di comprarlo!)

Nella libreria che vorrei ci sono i gruppi di lettura. Ma non fatti all’acqua di rose, eh. Tematici, e in lingue diverse, che ormai il multilinguismo è una realtà assodata, quantomeno nelle capitali, vero?

E ci sono corsi di letteratura strepitosi, come quelli dell’amica Marta di LaMcMusa. E ci sono reading di poesia, ché non mi fido di coloro che non amano la poesia, o la ripudiano come forma d’arte elitaria o “difficile da comprendere”. La poesia è democratica e appartiene a tutti. Tutti siamo poeti, in fondo, ma non tutti siamo in grado di accendere quella luce che poi sfocia nei versi: una grande, grandissima, eccentrica poetessa, Emily Dickinson, scriveva che la funzione dei poeti è accendere lampade, e scriveva che

Vedere il Cielo d’Estate
È Poesia, anche se mai in un Libro costretta –
Le vere Poesie fuggono –

(Traduzione a cura di Giuseppe Ierolli)

Ma ve la ricordate, la bellissima scena de Il Postino in cui il postino – Troisi e Neruda – Noiret discutono di metafore?

Neruda: La metafora…come dirti…è quando parli di una cosa paragonandola a un’altra…per esempio quando dici “Il cielo piange” che cosa vuol dire?”
Troisi: “Che…che sta piovendo?
Neruda: “Sì, bravo. Questa è una metafora.”
Troisi: “Allora è semplice…ebbè perché ci ha questo nome così complicato?”
Neruda: “Gli uomini non hanno niente a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose.”

(A proposito, se non avete ancora mai letto il bellissimo libro di Antonio Skármeta da cui è stato tratto il film, correte al più presto ai ripari!)

Credo sia inevitabile interrogarsi sull’ “utilità” della poesia, specie in un’epoca in cui le cose per esistere devono essere fruibili, vendibili, pubblicizzabili; tuttavia – l’ho già detto e lo ripeto – è proprio per questo che abbiamo bisogno di poesia, oggi più che mai. Perché si ha bisogno di essere consolati. Si ha bisogno di essere compresi, e di comprendere se stessi. Soprattutto, si ha bisogno di trovare un po’ di bellezza, anche quando sembra che non ce ne sia proprio più a disposizione. Si avrà bisogno di poesia finché l’ultimo cuore umano batterà. Ma divago.

Nella libreria che vorrei la sezione dedicata alla poesia non è un misero scaffale tra la X e la Y della narrativa, e non comprende solo raccolte dai titoli obbrobriosi, tipo Poesie per i matrimoni o Poesie per la tua amata, né striminzite antologie di Whitman, di Cummings, di Lee Masters (per striminzite intendo una trentina di pagine). No, la mia libreria ideale avrebbe scaffali e scaffali di edizioni bellissime, con tutti i poeti (intendo tutti, non solo i soliti sospetti: l’onnipresente Alda Merini, Neruda, Bukowski, la mia amata Szymborska, e poco altro) religiosamente catalogati in ordine alfabetico. Se la mia libreria ideale esistesse, non avrei dovuto cercare Mark Strand in tre capitali europee diverse, farmi portare un’edizione decente di Puskin direttamente dalla Russia e essere guardata in tralice quando chiedo raccolte della Manguso, della Achmatova, di Blok o del mio ultimo coup de foudre, Svetlana Kekova.

Nella libreria che vorrei c’è una sezione dedicata ai giovani lettori, che non devono annoiarsi mentre i genitori li trascinano di scaffale in scaffale; una sezione colorata, piena di giocattoli per i più piccoli, con elfi e fate gentili che leggono storie e aiutano a scegliere un libro da portare a casa. Perché non è mai troppo presto per diventare lettori, e qual è la cosa che i bambini amano di più, se non le storie?

Infine, nella libreria che vorrei c’è un caffè spazioso dove i lettori infreddoliti (o accaldati, a seconda delle stagioni) possono sedersi, bere qualcosa come una cioccolata calda con i marshmallows (o un bicchiere di Chablis)  e iniziare a leggere. Un caffè silenzioso, con musica classica o jazz in sottofondo. Un caffè in cui i tavolini non sono attaccati e le sedie non fanno quell’odiosissimo rumore che fa accapponare la pelle quando vengono spostate. Sui tavolini ci sono lampade che diffondono una luce morbida, soffusa.

Un caffè in cui le sedie sono poltrone , magari tutte diverse tra di loro, e c’è qualche vecchio gioco di società negli scaffali, come nei pub inglesi vecchio stile. E no, non c’è il WiFi, perché in alcuni momenti bisognerà pure staccare, no?

Se una libreria così esiste davvero, vi prego di segnalarmela. Io non l’ho ancora trovata.

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PS: le immagini del post sono ovviamente tutte tratte dal (bellissimo) film con Meg Ryan e Tom Hanks, C’è posta per te

What we talk about when we talk about books

BS

Non sono una persona polemica. Chi mi conosce sa che odio i contrasti, i conflitti, il πόλεμος fine a se stesso.

La vita è già troppo greve, e il mio motto è choose your battles, scegli attentamente le battaglie che vuoi combattere. Conosci il tuo nemico e affrontalo ad armi pari. Non sprecare energie inutili quando sai che il duello è fine a se stesso, il gioco non vale la candela, vincere è questione di orgoglio e vanità.

Ma. C’è un ma. Durante le vacanze di Natale, ho letto tanto, di tutto (si, my life rocks , all’insegna del #partyhard): articoli, post, liste, decaloghi, ultimatum, to do list, i 100 libri da leggere prima di morire, i 100 libri da non leggere mai, gli autori di serie A e gli autori di serie C, i lettori meritevoli e quelli che leggono spazzatura.

Ne è venuto fuori un breve elenco (numerato, non puntato) di cosa che mi fanno davvero uscire dai gangheri. Dopo essermi sfogata, posso tornare nel mio mondo di rime baciate, lettere mai spedite, ninfe lacustri ed eteronimi.

1) Ho letto recentemente un articolo di Giovanni Turi, Perché nessuno stronca i libri brutti?, che si interroga sulle ragioni per cui sul web pullulino recensioni positive, mentre quelle negative siano mosche bianche. Chiedo scusa, io sono totalmente avulsa dal mercato dell’editoria, e gravito intorno alla galassia dei book blogger e dei lit-blogger con un misto di distacco e curiosità, quindi non posso commentare molto su ipotesi  che vanno dai contatti con le case editrici ai tentativi/speranze di pubblicazione presso le medesime – cose di cui io non so un bel nulla, perché scribacchio per me stessa e per i miei quindici lettori* di manzoniana memoria, che, dopo la migrazione da blogger a wordpress, si sono peraltro – inspiegabilmente? – dimezzati, e l’unica cosa gratuita che io abbia mai ricevuto sono un paio di PDF da parte di amici compassionevoli, che NON LAVORANO per case editrici, preoccupati più che altro per lo stato del mio portafoglio ogni volta che accendo il mio Kindle/entro in una libreria. Stessa cosa dicasi nel caso della fidelizzazione del lettore: mi piace pensare di avere lettori infedeli, pronti a girarmi le spalle nel caso in cui ciò che scrivo non andasse più a genio; ergo, continuo a fare di questo spazio il mio mondo, e a riempirlo solo di cose che mi piacciono e mi fanno stare bene.

Ciò detto, sono totalmente d’accordo con l’articolo di risposta dell’ottima Alessandra di Una lettrice. Alessandra si rivolge a un pubblico di nicchia (lettori versus compratori di libri). Il punto è: siamo circondati di bruttezza, perché non mettere in circolo un po’ di bellezza (un po’ di quella che Muriel Barbery definirebbe un sempre nei mai?)

Un #Librobello fa bene al cuore, illumina la fantasia, accende sogni, attenua il grigiore della routine quotidiana. E fa evadere, conoscendo altri mondi, altre realtà, altri cuori (ci sono tanti ingegni quante teste, ci sono tanti generi d’amore quanti cuori, scriveva Tolstoj in Anna Karenina).

Inoltre, se leggo un libro brutto (e i libri li finisco, sempre, perché non credo al decalogo del lettore di Pennac) preferisco farlo finire nel dimenticatoio il prima possibile. Un #Librobello mi fa venire voglia di raccontare le mie impressioni; un libro brutto mi lascia poco e niente, e quel poco non ho voglia di raccontarlo. E questo è quanto.

2) È possibile che io sia la sola ad essere piena di dubbi, piena di incertezze, piena di voglia di imparare da tutti, nessuno escluso (perché tutti hanno qualcosa da insegnare)?

Molti di coloro che scrivono e parlano di libri su testate, webzine, blog, social media e quant’altro mi sembrano a volte troppo pieni delle (loro) certezze, poco aperti al dialogo. Troppo infervorati, troppo arrabbiati, troppo pronti ad abbaiare e, se necessario, a mordere.Quella che troppo spesso mi sembra una corrida potrebbe diventare un sano, armonioso simposio, con un po’ di apertura in più, con un po’ di voglia di ascoltare in più, con un po’ di voglia di scambiarsi idee, opinioni, impressioni.

3) Chi decide quali siano i libri “giusti” da leggere? (E qui vi rimando ai post della mitica McMusa sul Poptimism e sulla pop revolution).Intendiamoci, anch’io ho i miei gusti: ma credo che – specie quando si parli di lettori in erba che si avvicinano ai libri per le prime volte, o di non lettori che tentano di diventare tali – un libro sia un successo già se riesce a far spegnere PC, tablet, smartphone, PSP e quant’altro, e riesce a far incollare gli occhi alla pagina, o al reader. Per me, un libro è bello nella misura in cui rende felice un lettore. Sarà una visione buonista alla Pollyanna, ma è la mia, e Pollyanna peraltro mi è sempre risultata alquanto antipatica. Non entro invece nel merito di tutto quello che viene pubblicato/auto pubblicato, la cui qualità è (spesso?) dubbia. Credo però che esistano case editrici che compiono scelte coraggiose e scelgono il sentiero meno battuto, per dirla con Frost.

Ad esempio, ultimamente ho avuto il piacere di innamorarmi della collana Senza frontiere di Edizioni Lindau, casa editrice indipendente nata a Torino nel 1989 con un catalogo che spazia dalla saggistica cinematografica alla storia, dall’attualità alla narrativa. Allo stesso modo, emergono librerie indipendenti come la Modus Vivendi di Palermo. Cito dalla loro pagina Facebook:

La libreria Modusvivendi nasce nel giugno del 1997 da un progetto, non solo professionale, di Marcella e Salvo Spiteri. Non casuale infatti la sua denominazione. Un modo nuovo e moderno di “fare libreria” dando spazio alla piccola e media editoria di qualità. Libreria indipendente fuori dalle logiche di mercato. Siamo librai attenti al nuovo e al “catalogo”. Leggiamo i libri che proponiamo creando un rapporto di fiducia e scambio con il cliente. Organizziamo laboratori, eventi e presentazioni.

Vivo all’estero da tanti anni che ho perso un po’ il contatto con quello che succede in Italia a livello di libri&affini: vi prego dunque di segnalarmi case editrici indipendenti, librerie che lancino idee originali, collane che sicuramente mi sono sfuggite.

4) Un libro non è solo un bene di consumo. Non è carta, inchiostro, copertina, brossura, o un file mobi o epub.

I libri raccontano storie. Sono contenitori di sogni e di emozioni. Insegnano. Fanno viaggiare quando non si può farlo effettivamente, ma non si vorrebbe fare altro che scappare (chi non è felice si muove, o ci prova, quantomeno). I libri cambiano il lettore e cambiano con la lettura. I libri sono saturi di contenuti affettivi – basta andare a rileggersi l’articolo di Helen Rosner su quanto si possa amare un libro perché ci è stato consigliato, o, meglio ancora, prestato, da una persona cara, una persona che ha rappresentato una larga fetta della nostra vita – di lettori e non.

E quello che vedete qui sotto è il mio scaffale felice, in cui mi rifugio quando ho bisogno di indicazioni, di indizi, di risposte, di spunti, di storie. O, semplicemente, di ritrovarmi.

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PS: ovviamente il titolo del post è un omaggio al celeberrimo racconto di Carver, What we talk about when we talk about love.

*si, i lettori di Manzoni erano 25. Ma, quando ho iniziato a scrivere sul blog, i miei erano effettivamente 15 😉

Hannah Coulter di Wendell Berry, un libro che fa bene al cuore

9c6516019e4ce00a50ae1f305ec49496Ho letto molti libri quest’anno. Non tutti mi sono piaciuti. Pochi mi sono rimasti dentro (Stoner, per esempio, o La Versione di Barney,  The Bell Jar). Uno in particolare mi ha toccato l’anima, e mi fatto bene al cuore. Quindi quest’anno niente liste, specie dei buoni propositi, anche perchè, riguardando quelle degli anni scorsi (qui, qui, e una affidata a quel simpaticone di Mark Twain qui)  mi sono resa conto di non averne attuato nemmeno uno; solo un libro, questo libro, Hannah Coulter di Wendell Berry. Hannah Coulter è un brodo di pollo per l’anima; è una coperta morbida e calda che avvolge quando fuori fa freddo e tutto è – o sembra – grigio, e si cerca di uniformarsi a un’atmosfera forzatamente, artificialmente festiva, ignorando la manciata di pezzi di vetro conficcati nel cuore. Leggendo Hannah Coulter tante cose diventano più chiare. L’io di oggi – quello che legge Wendell Berry sul divano, con tanto di coperta, brodo di pollo e quant’altro – convive, più o meno pacificamente, con l’io di ieri. L’io di oggi è il risultato di tutti gli io che si sono avvicendati negli anni, la cui somma – o, in qualche caso, sottrazione – costituisce un’identità singola. L’accettazione o il rifiuto di questa confederazione di anime di tabucchiana memoria (sostiene Pereira, sostiene) è il presupposto di una vita più o meno serena, più o meno in pace con se stessi. Tutto questo Hannah, la protagonista del romanzo di Berry, l’ha capito da subito, e l’ha accettato, con quella semplice, candida rassegnazione che è parte del suo carattere.

La storia di Hannah è una storia di ringraziamenti. La racconta quando è ormai anziana e sola, ma ancora piena di vita e di amore, abitata dai ricordi, circondata dall’affetto di coloro che ha amato. La racconta per ringraziare la vita di tutti questi ricordi, di tutti questi affetti. Una vita che, anche nei momenti più difficili, anche nelle perdite più ottenebranti, le ha regalato persone speciali, che continuano a vivere accanto a lei, in lei. Attraverso lei.

Hannah perde sua madre a dodici anni, e perde in sostanza anche suo padre, che si sposa con una donna fredda, completamente presa dall’educazione dei suoi due (insopportabili) figli maschi. L’epicentro della vita di Hannah è sua nonna, memoria storica della sua infanzia, cuore pulsante della sua adolescenza e prima giovinezza. Una donna forte e saggia, che non ha tempo per le lacrime e il dolore, né per le frivolezze o le cose superflue: ha un cappotto vecchio quasi quanto lei, un paio di grosse scarpe deformate appartenenti al marito defunto, un vestito della domenica e un cappello schiacciato con un mazzo di violette di carta (quanta poesia nella memoria del cuore, che si perde nella descrizione di piccoli particolari apparentemente irrilevanti, che tuttavia parlano un muto linguaggio d’amore). La nonna di Hannah è una forza della natura: non si ferma mai, non si guarda mai indietro, e decide il destino della nipote, nel suo modo schivo, schietto, risoluto, senza orpelli né inutili sentimentalismi. L’amore per Hannah lo dimostra in piccoli, umili gesti nascosti: quel poco zucchero a disposizione della famiglia messo solo nella tazza della ragazza; le ore silenziosa passate a rammendare vicino ad Hannah, per assicurarsi che facesse i compiti; l’amorevole, costante insegnamento dell’etica del lavoro e del risparmio. La nonna crea per Hannah un microcosmo, un ecosistema in cui la ragazzina cresce protetta dall’indifferenza e dalla gelosia della matrigna, dallo scherno dei fratellastri, dalla colpevole, rassegnata assenza del padre. Dopo il diploma, la nonna decide che per Hannah è giunto il tempo di andare avanti, cercare un lavoro, lasciare la casa paterna, andare a vivere da sola, prepararsi per quel futuro che l’attende e che lei le stende innanzi come un lenzuolo da sposa finemente ricamato, inamidato con cura. Nel lasciare la casa paterna, la ragazza osserva

And it came to me at the same time, as it never had before, how much she had done for me, and how much I loved her and would miss her.

(Allo stesso tempo capii, come mai mi era successo prima, quanto lei avesse fatto per me, quanto l’amassi, quanto mi sarebbe mancata).

Hannah va a vivere a pensione da un’amica della nonna; trova lavoro come segretaria in uno studio legale e conosce lui, Virgil, un omone sempre di buon umore e dal cuore grande.

Virgil immagina una vita, per lui e Hannah. Analizza la sua, di vita, ne esamina la forma e le imperfezioni, per allargarla e adattarla fino a includervi anche lei, Hannah, e la loro vita insieme. La vita che verrà.

Virgil spoke of that as something old in the world that caused an ancient happiness in him. He was trying to show me the shape of his life, and what might become the shape of it. He was seeing the time to come as a possibility, as a life that he loved. And though maybe neither of us fully understood what he was doing, he made me love it. It wasn’t as though i was being swept away by some irresistible emotion. The thought of resistance never entered my mind. When I imagined him entering the life he saw, I imagined myself entering it too. It was becoming a possibility that belonged to us both.

(Virgil ne parlava come qualcosa di antico, che gli risvegliava un’arcaica felicità. Cercava di descrivermi i contorni della sua vita, come sarebbe potuta diventare. Vedeva il tempo come una possibilità, come una vita che amava. E, nonostante forse nessuno dei sue comprendesse a pieno quello che stava succedendo, Virgil mi insegnava ad amarlo. Non ero spazzata via da un’emozione irresistibile. L’idea di opporre resistenza non mi aveva mai sfiorato la mente. Quando immaginavo Virgil entrare nella vita che descriveva, immaginavo di entrarvi insieme a lui. Stava diventando una possibilità condivisa).

I due entrano quindi in questo nuovo sentimento condiviso, in questa nuova vita immaginata, dolcemente, semplicemente, inesorabilmente, tenendosi per mano, perchè una volta che si è scelto di costruire una vita insieme non ha senso stare lontani l’uno dall’altra. Si sposano, e Virgil promette di costruirle una casa. Poi arriva la guerra, e Virgil parte.

Time doesn’t stop. Your life doesn’t stop and wait until you get ready to start living it.

(Il tempo non si ferma. La vita non si ferma, non aspetta che tu sia pronta a viverla).

Ma il tempo diventa un’eterna attesa, e ogni piccola gioia inattesa regalata dal quotidiano viene vissuta come una colpa. La vita diventa l’intervallo tra la scrittura di una lettera e la lettura di una missiva dal fronte, in un silenzio complice, pieno di sottintesi e parole non dette, anche quando le si vorrebbe urlare.

Anche quando Virgil torna a casa per due settimane, prima di essere mandato al fronte in Europa, il tempo diventa un tempo sospeso, un non-tempo, un muoversi in cerchi concentrici, camminando in punta di piedi sul filo di quella separazione così vicina, così inesorabile, facendo silenzio per non svegliare l’infelicità, inebriati dallo stato di esaltazione temporanea. Prima di partire per il fronte, Virgil porta Hannah a fare un picnic, e costruisce per lei la casa che le aveva promesso: una casa immaginaria, pietre a delimitare i confini delle stanze, un piccolo falò come promessa di focolare domestico. È una scena così poetica e struggente che non si può non rileggerla più volte e non desiderare di essere Hannah, la ragazza per la quale Virgil inventa vite e mondi e case immaginarie nelle quali entrare in punta di piedi e incontrarsi, la cui chiave è l’amore, e l’amore soltanto.

We lived the dearest minute of our marriage in that dream house, in the real firelight, under the real stars. And when Virgil went away that time I had something of him with me that I would keep.

(Abbiamo vissuto il momento più bello del nostro matrimonio in quella casa immaginata, alla luce di un vero fuoco, sotto le stelle. E, quando Virgil se n’è andato, mi ha lasciato un pezzo di sé che avrei tenuto con me).

Virgil viene dato per disperso al fronte, e lascia ad Hannah una bambina – la piccola Margaret – e una voragine nel cuore, sanata in parte dall’amore e dalla gentilezza dei genitori di Virgil, che accolgono la ragazza come una figlia.

By kindness I was coming to understand what it meant to be in love with Virgil. He and I had been, we were, we are – for there is no escape – in love together. I went into love with Virgil, and of course we were not the only ones there. To be in love with Virgil was to be there, in love, with his parents, his family, his place, his baby.

(Grazie alla gentilezza iniziavo a capire cosa significasse essere innamorata di Virgil. Io e lui eravamo stati, eravamo, siamo – perchè non c’è via di fuga – innamorati l’uno dell’altra. Mi sono innamorata di Virgil, ma non eravamo soli, ovviamente. Amare Virgil significava essere lì, e amare i suoi genitori, la sua famiglia, il suo posto nel mondo, il suo bambino).

Per Hannah, amare Virgil significa amare tutto di lui: lui prima di lei, la sua casa, la sua famiglia, i luoghi che l’hanno visto bambino, la loro breve vita insieme, la vita che avevano immaginato in due, la piccola Margaret. E Hannah inizia a capire che la sua vita sarà una vita di assenze, di vuoti a perdere, di voragini profonde lasciate dalle persone che se ne vanno. Vorrebbe cedere alla tentazione di vedere il dolore come unico trait d’union; ma capisce che l’unico, il vero elemento che tiene le cose insieme, il motore che azione gli ingranaggi, è l’amore. Nient’altro.

Sometimes too I could see that love is a great room with a lot of doors, where we are invited to knock and come in. Though it contains all the world, the sun, moon, and stars, it is so small as to be also in our hearts. It is in the hearts of those who choose to come in. Some do not come in. Some may stay out forever. Some come in together and leave separately. Some come in and stay, until they die, and after.

(A volte riuscivo a rendermi conto che l’amore è una grande stanza, con tante porte, e siamo invitati a bussare e a entrare. Nonostante contenga tutto il mondo, il sole, la luna e le stelle, è così piccola da poter essere contenuta nei nostri cuori. È nei cuori di coloro che scelgono di entrare. Qualcuno non lo fa. Qualcuno resta fuori, per sempre. Alcuni entrano insieme e se ne vanno separatamente. Altri ancora entrano e si fermano fino alla morte, e oltre).

Il cuore di Hannah va in ibernazione e si nutre di ricordi delle cose che sono state e delle cose che avrebbero potuto essere. È in lutto per quell’amore inconsapevole, appena abbozzato, una fiammella che non ha avuto il tempo di bruciare e di estinguersi. Quell’amore che era una speranza, andata persa, per sempre. Quell’amore che non può sfociare in rabbia sorda ed accecante, perchè non si può ricordare con rabbia qualcuno che ha inventato una vita per due, o sognato una casa, un destino, tratteggiandolo con la punta delle dita.

Nevica, nel cuore di Hannah. Finchè arriva Nathan, e la guarda.

When he began to look at me with purpose, I felt myself beginning to change. It was not a look a woman would want to look back at unless she was ready to take off her clothes.I was aware of that look a long time before I was ready to look back. I knew that when I did I would be a goner. We would both be. (….)When I finally did look back at him, it was lovely beyond the telling of this world, and it was almost terrible.

(Quando ha iniziato a guardarmi intenzionalmente, ho avvertito l’inizio di un cambiamento, in me. Non era uno sguardo che una donna avrebbe dovuto ricambiare, a meno che non fosse stata pronta a togliersi i vestiti. Ero consapevole del significato di quello sguardo molto prima di essere in grado di ricambiarlo. Sapevo che, quando l’avrei fatto, sarei stata perduta. Lo saremmo stati entrambi.(….) Quando finalmente ho ricambiato il suo sguardo è stato bellissimo, al di là di ogni parola o definizione, e quasi terribile).

Si apre davanti a Hannah e a Nathan una voragine nera, un’altra: ma lei non aspetta altro che abbandonarsi al vortice, con lui. E Nathan le regala una vita: una vita vera, non soltanto immaginata. Un matrimonio a tutti gli effetti, e due figli maschi. Una vita fatta anche di routine, di quotidianità, che riescono a logorare anche il più forte del sentimenti, come un canovaccio lasciato troppo a lungo a macerare nella candeggina. Una vita di lavoro duro, dall’alba al tramonto. Una vita di silenzi, perchè Nathan è stato in guerra, ha perso il fratello, ha assistito a dolori inenarrabili che l’hanno fatto chiudere in se stesso. Una vita di silenziosi gesti d’affetto. Una casa, costruita da Nathan e Hannah, dove ogni singola pietra racconta una muta storia d’amore. Le casa che Hannah e Nathan costruiscono insieme sulle rovine di una vecchia fattoria è la perfetta incarnazione della loro vita insieme, del loro essersi scelti: un amore consapevole, un destino scelto con cura, un percorso a due intrapreso con conscia decisione, dedizione, vocazione. Due singolari complicati (feriti, mutilati dagli orrori della guerra e della perdita) che diventano un plurale, perfetto nella sua imperfezione. E, quando Nathan si lascia andare al cancro che lo sta corrodendo, abbandonandosi ad esso silenziosamente, senza far rumore, senza disturbare, Hannah si lega ancora di più alla loro casa, a quello che simboleggia. Non vuole che diventi preda di speculatori immobiliari o un punto d’appoggio temporaneo per qualche pendolare che non può permettersi di vivere in città: dal momento stesso in cui Hannah chiude la porta alle sue spalle dopo il funerale del marito, la casa si riempie di ricordi, di affetti, dei visi di tutti coloro che Hannah ha amato e che adesso la circondano, chiedendo di essere ricordati. Chiedendo che Hannah racconti la loro storia, e li faccia vivere, ancora, nelle parole, nel ricordo.

Ho letto gli ultimi capitoli di Hannah Coulter ascoltando una bellissima canzone di Joni Mitchell, Both sides now, che si adatta perfettamente alla sensibilità e alla disposizione d’animo della protagonista:

I’ve looked at love

from both sides now

From give and take and still somehow

It’s love’s illusions I recall

I really don’t know love at all

Tears and fears and feeling proud,

To say “I love you” right out loud

Dreams and schemes and circus crowds,

I’ve looked at life that way.

Ho immaginato Hannah seduta al tavolo di legno della sua cucina, un bicchiere di vino di produzione propria (un bel vino color rubino) e, perchè no, una sigaretta, a tirare le somme. A ricordare entrambe le facce dell’amore, come canta Joni Mitchell: il primo amore, la vita sognata, la casa inventata, la risata franca e aperta di Virgil; l’amore timido, inconsapevole, l’amore che strappa i capelli, brucia i sogni e squarcia il cuore. E l’amore maturo, consapevole, la vita vera vissuta insieme a Nathan; la costruzione di un amore vero, duraturo, quell’amore che è come un velo sugli occhi, nel cuore. Appartenersi. Continuare a vivere per raccontarlo, lui, Nathan. Raccontare la loro storia, la loro casa, la loro pluralità.

Hannah Coulter ha capito una grande verità: non si può continuare a vivere se non si accettano tutte le parti di sé. Quello che si è stati, quello che si poteva essere, quello che si voleva essere. Quello che si vorrebbe portare con sé in valigia per proseguire il viaggio, quello che si vorrebbe ricordare sempre, quello che si vorrebbe dimenticare ogni giorno. Non si può andare avanti se non si accetta il proprio passato, anche quando è un vissuto fatto di perdite, di dolore, di occasioni perse, di strade sbagliate imboccate ad incroci cruciali. Solo permettendo ad antiche ferite di sanguinare apertamente potranno cicatrizzarsi, e guarire, e smettere di bruciare. Solo permettendo alla confederazione di anime di tabucchiana memoria (sostiene Pereira, sostiene) si può essere interi, come scrive Mark Strand in una poesia incredibilmente bella.

Solo aprendosi all’accettazione del dolore, respirando a pieni polmoni quell’aria ghiacciata e buona, ci si può aprire al ricordo dei sorrisi, delle risate, dei viaggi, delle carezze, dei primi incontri, degli ultimi incontri, delle coincidenze e delle prenotazioni. Perchè poi nessuno se ne va via veramente.

Sometimes it fills to the brim with sorrow, which signifies the joy that has been there and the love. It is entirely a gift. There is a silence here now that is the absence of many voices. (…) I read books, whose voices don’t disturb the silence.

(A volte si riempie fino all’orlo di dolore, che implica che un tempo c’è stata gioia, c’è stato amore. Ed è un dono, in tutto e per tutto. Ora c’è un silenzio che è l’assenza di tante voci. (…) Leggo libri, le cui voci non disturbano il silenzio.

Buon 2015 di parole, di storie, di vecchi ricordi e di nuovi ricordi.   91Wfg+RD3oL._SL1500_