Un’ora con…Selene&Serena di The Sisters’ Room

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Nelle mie giornate sempre più frenetiche amo ritagliarmi dei momenti tutti per me, rifugiarmi in oasi di bellezza che abbiano poco o nulla a che vedere con le trappole e gli scorni del quotidiano. Il blog di Selene e Serena, The Sisters’ Room, è uno dei miei antidoti preferiti: basta un click per ritrovarsi nella Haworth del 1800, in mezzo alle sudate carte di Charlotte, Emily, Anne e Branwell Brontë, illustri esponenti di una delle più famose famiglie letterarie di tutti i tempi che ci ha regalato classici immortali come Jane Eyre e Cime tempestose.

Che abbiate voglia di approfondire gli scritti delle Brontë, di scoprire maggiori dettagli biografici sulla loro famiglia o anche semplicemente di fare una passeggiata virtuale per le brumose lande di Cathy e Heathcliff, scoprirete che The Sisters’ Room è un posto incantato, fuori dal tempo. Pronte a indossare crinoline e cuffiette e a scoprirlo?

 

1) The Sisters’ Room: come e perché?

Selene e Serena: La passione per la vita e le opere delle sorelle Brontë ci unisce dall’inizio della nostra amicizia, durante gli anni universitari. Quando ci siamo rese conto che questo amore immenso ci portava sempre più a studiare e viaggiare abbiamo deciso di provare a condividerlo. La prima volta che siamo state in viaggio a Haworth e abbiamo visitato il Brontë Parsonage Museum, il posto che fu la casa di queste splendide autrici, per noi è stata un’emozione fortissima. In una di quelle stanze sono stati scritti i romanzi che amiamo di più, e così ci siamo lasciate ispirare: anche noi avremmo costruito una stanza, virtuale in questo caso, nostra ma anche di tutti, in cui fosse possibile leggere, studiare e scambiarsi idee e passioni su queste sorelle straordinarie che ci hanno dato, e continuano a darci, tantissimo.

 

2) Chi c’è dietro The Sisters’ room?

Selene: Amo viaggiare, il freddo e l’Inghilterra. Vivo la mia vita a metà tra il presente e il passato, tra due Paesi e due lingue, nutrendomi di letteratura inglese sotto ogni sua forma, serie televisive, e caffè.

Serena: La mia anima è nata in un mondo più antico di quello in cui vive il mio corpo, probabilmente questo è il motivo per cui sono una blogger ma scrivo ancora lettere a mano. Sono fatta di cose che ho imparato dai libri, grandi sogni, e venti forti che mi spostano sempre. Compenso la mia naturale tendenza al buio con una sfrenata passione per il trash, ma solo di qualità!

 

3) Il vostro scaffale d’oro

Selene: Sul mio scaffale d’oro ci sono i tre libri che più mi rappresentano: Wuthering Heights (Emily Brontë), Villette (Charlotte Brontë), Una stanza tutta per sé (Virginia Woolf).

Serena: Direi Wuthering Heights (Emily Brontë), Jane Eyre (Charlotte Brontë), Harry Potter (J.K.Rowling), To Kill A Mockingbird (Harper Lee). Sono i libri dai quali ho imparato le cose più importanti.

 

4) Un personaggio in cui vi immedesimate particolarmente

Selene: Lucy Snowe, la protagonista di Villette. Il suo coraggio e la sua forza nonostante le difficoltà sono di grande ispirazione.

Serena: Hermione Granger probabilmente. Mi piace imparare, credo profondamente nella lealtà e nell’amicizia. Combatto tutti i giorni contro i miei capelli crespi.

 

5) Se il vostro blog fosse una canzone

Selene e Serena: beh se non fosse Wuthering Heights di Kate Bush probabilmente sarebbe Scarborough Fair di Simon & Garfunkel, non tanto per le connessioni bronteane quanto perché spesso e volentieri ci ha fatto da colonna sonora durante la creazione del blog.

 

6)Il vostro rapporto con la scrittura/con la lettura

Selene e Serena: da laureate in lingue abbiamo sempre dato un valore importante alle parole. Lettura e scrittura sono elementi fondamentali nelle nostre vite. Siamo lettrici appassionate sin da bambine, e i libri ci accompagnano da sempre nel nostro percorso di crescita individuale aiutandoci a conoscere il mondo, gli altri e noi stesse.

 

7) Progetti in cantiere

I progetti sono tanti e diversi, e mirano tutti a portare la letteratura fuori dalle pagine dei libri trasformandola in esperienze, viaggi, incontri e condivisione. Proprio in questi giorni abbiamo inaugurato il nostro nuovissimo sito ufficiale, www.thesistersroom.com: una “stanza” più grande e solida in cui speriamo di accogliere sempre più amici e lettori. Stiamo anche pensando a un modo per festeggiare i primi due anni di The Sisters’ Room con tutti i nostri lettori per il compleanno del blog il 22 luglio. Inoltre all’orizzonte ci sono anche nuovi viaggi, collaborazioni con diverse case editrici… e non solo! Ma non possiamo svelarvi tutto, perché come direbbe Charlotte Brontë: The human heart has hidden treasures- In secret kept, in silence sealed; – The thoughts, the hopes, the dreams, the pleasures- Whose charms were broken if revealed.

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Un’ora con…Michele Nenna di Casa di ringhiera

Protagonista della puntata di oggi è una penna versatile e generosa, pronta a scrivere di fotografia, serie tv e letteratura, se americana ancora meglio. Michele anima una casa di ringhiera affollata e poliedrica, un esperimento collettivo spontaneo e coraggioso, foriero di spunti e contenuti interessanti che spaziano dai libri alle arti visive.

Pronti a conoscerlo meglio?

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1) Casa di ringhiera: come e perché?

Prima di dar vita a questo magazine, avevo in mente un blog che riuscisse a raccogliere tutta una serie di cose che amo leggere in giro. Sembra una di quelle risposte buttate lì, magari studiate a tavolino, eppure è stata proprio questa la forza motrice che ha portato alla nascita di Casa di Ringhiera. Venivo da una prima esperienza con un altro blog collettivo, si chiamava La magia di un libro. Scrivevo le recensioni dei libri che leggevo, poi nel 2013 chiuse i battenti. In quel periodo avevo respirato un’aria molto stimolante, così dopo qualche anno ho proposto a Mariateresa Pazienza di avviare insieme un nuovo progetto, ed eccoci giunti agli inizi del 2015 con questo umilissimo blog. Per quanto riguarda il nome, la storia è un po’ goffa. Stando ai racconti di uno zio emigrato a Milano dal sud per esigenze lavorative, con la sua famiglia si ritrovò in una delle famosissime case di ringhiera di Corso Italia. Quando scoprirono che i bagni erano in condivisione con il resto degli altri appartamenti del pianerottolo, rimasero di sasso. Ecco, dietro Casa di Ringhiera c’è proprio questo, la voglia di condividere approfondimenti che vanno dalla letteratura alla fotografia, dalla musica al cinema, comprese le serie tv, proprio come è capitato a questo mio zio di condividere il cesso nella fine degli anni sessanta. Il tutto è unito da quel fil rouge che sono le storie di ogni genere, croce e delizia di noi lettori.

2) Chi c’è dietro Casa di ringhiera?

Dietro Casa di Ringhiera ci sono io, povero ventisettenne con la fissa per la letteratura americana e per i racconti, e Mariateresa Pazienza, che col cognome che si ritrova ricopre perfettamente il ruolo del coach che motiva i suoi ragazzi. Noi due siamo le due presenze fisse, nonostante abbiamo i nostri fedelissimi collaboratori che ci fanno visita secondo le loro esigenze. Da noi vige la filosofia del fai-quel-che-ti-pare-quando-ti-pare, e credo sia la migliore. Non ci sono forzature e gli articoli che pubblichiamo sono davvero sentiti. Inoltre non abbiamo alcun argomento fisso. Se Mariateresa vuole scrivere di letteratura, o di fotografia, può farlo tranquillamente. Stessa cosa vale per me e per tutti gli altri.

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3) Il tuo scaffale d’oro

Nel mio personalissimo scaffale d’oro, stando a quel che sono oggi, non devono mai mancare Philip Roth, Raymond Carver e Paolo Cognetti. Se mai vorrai farmi un regalo, non dimenticare che insieme alle chiavi della baita che si affaccia su uno di quei laghi dove l’acqua è verde per via del riflesso degli alberi che la circondano, dovrai farmi trovare Lamento di Portnoy, Principianti e Manuale per ragazze di successo, in quest’ordine preciso – c’è un valido motivo, non ridere!

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Questa è una questione spinosa, dato che i personaggi sono molteplici come la vastissima serie di eventi improbabili con cui possiamo ritrovarci a fare i conti. Potrebbe sembrare banale, ma se guardo al passato direi sicuramente di essermi trovato a mio agio nell’immedesimarmi con Alexander Portnoy. L’uragano adolescenziale e post adolescenziale, tutte le vicende che segnano un punto di svolta della propria vita insomma. Il trambusto provocato da quell’energia vitale che ti scaraventa da un lasso di tempo all’altro senza nemmeno lasciarti lo spazio necessario per renderti conto delle cose che ti sono passate davanti. A mio avviso quelli sono gli anni in cui si corre senza nemmeno avere in programma il raggiungimento di una meta ben predefinita. Come se quello a cui aspiriamo fosse il frutto di un’illusione talmente gigante da passare inosservata. Se invece guardo al presente, sono pronto a immedesimarmi in uno dei qualsiasi personaggi carveriani. Escludendo la caratteristica negativa – che a me non smette di affascinare – di persone sconfitte dalla loro stessa vita, adoro riscoprirmi nelle loro riflessioni, nei loro silenzi, quasi come se fosse questo il momento giusto per decomprimere il proprio fisico dopo uno sforzo immane. Carver mi ha trasmesso molto e per questo lo tratto come se fosse un amico da cui poter apprendere il posto giusto dove poter sistemare la Legna da ardere durante l’inverno.

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5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Senza alcuna ombra di dubbio Holy shit di Father John Misty – Mariateresa sarà sicuramente d’accordo con la mia scelta. È un po’ la riproduzione fedele dei tempi che la società di oggi sta vivendo, il tutto confezionato da una melodia struggente e malinconica.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Devo molto alla lettura come mezzo attraverso cui allargare i confini della propria conoscenza. Sarei un matto a sorvolare su una cosa del genere. Apri un libro e ti ritrovi catapultato da tutt’altra parte e magari in quel posto riesci anche a ritrovarti. La letteratura è l’agenzia viaggi più precisa in assoluto, anche se a volte sa deluderti come tutte le altre – a chi non e mai capitato di provare la sensazione di voler lanciare un brutto libro fuori dalla finestra? Ho iniziato a scrivere recensioni e articoli perché volevo dare una forma a quello che provavo ogni volta che chiudevo un romanzo, un racconto. È la lettura che col tempo mi ha portato a sperimentare le prime forme di scrittura, racconti in primis – tranquilli, sono tutti rinchiusi nelle quattro mura di casa, anzi, nell’hard disk del laptop, dato che non uso stampare quello che scrivo. Sono due pratiche legate indissolubilmente l’una all’altra. Si parte dapprima con l’emulazione dello scrittore preferito per poi trovare la propria strada. Una scrittura che nella maggior parte dei casi ti svuota perché riesce a farti sentire bene, che sia essa fiction o non fiction. Dentro la pagina c’è sempre qualcosa di tuo, anche se cerchi di camuffarla a tutti i costi. Naturalmente scrivo quando ho la spinta giusta, odio le forzature – per fortuna non ho contatti con gli uffici stampa.

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7) Progetti in cantiere

Attendere la consegna dell’ultimo ordine che i corrieri si stanno lanciando da una parte all’altra dell’Italia. Scherzi a parte, andare avanti con Casa di Ringhiera, continuare la bellissima e inaspettata collaborazione con L’indiependente e attendere con ansia il coinvolgimento nelle tue iniziative – tipo quella del Calendario dell’avvento letterario. Ultimamente escogito cose che puntualmente rimangono chiuse nel celebre cassetto, quindi sono pronto per fare tutto e niente. E poi c’è Medium che bussa continuamente alla porta – magari un giorno, chissà.

UPDATE 21 febbraio 2017: Casa di Ringhiera è diventato un magazine a tutti gli effetti, sopratutto da quando lo scorso ottobre è riuscito ad ottenere – dopo numerose imprecazioni – l’hosting su Medium. Insomma, alla fine qualcosa è riuscita ad uscire da quel cassetto.

Ps. Dimenticavo, oggi comunico tranquillamente con tutti gli uffici stampa che hanno il piacere di scrivere una email al nostro indirizzo.

Un’ora con… Irene Daino di LibrAngolo Acuto

Irene – che molti di voi conosceranno come Nereia, crudele e irresistibile stroncatrice di copertine brutte su LibrAngolo Acuto – ha risposto alle mie domande esordendo con “scusa se è tipo l’intervista più lunga che tu abbia mai fatto. My fault, sono logorroica seriamente”, cosa che me l’ha resa ancora più simpatica, perché le sue risposte sono tutto tranne che logorroiche: sono brillanti, sincere, spontanee. E questa è la cosa bella del conoscersi, no? Parlarsi senza troppi artifici, senza preoccuparsi di sembrare una cosa o quell’altra: essere se stessi, nella scrittura come nella vita di tutti i giorni. Da quello che leggo, mi sembra che Irene riesca a farlo egregiamente.

Potete leggerla anche su Agenda Geek (www.agendageek.it), dove scrive sempre di libri ed editoria.

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 1) LibrAngolo Acuto: come e perché

Una delle cose che mi dicono più spesso è che io sia brava a scrivere, anche se non ci ho mai creduto realmente. Non perché non mi fidi della gente, ma perché il concetto di “ben scritto” è variabile. Nel 2011, quando ho pensato di metter su un blog, ne seguivo già diversi, di belli e di brutti, sempre a tema letterario – passami il termine.

Seguivo più intensamente quelli di blogger che recensiscono libri che io non apprezzo particolarmente. Il motivo era semplice: possibile che loro, che leggevano libri spesso oggettivamente brutti, potessero farlo e io no? Potessero parlarne tranquillamente con altre persone? In fondo anche io ero stata, seppur per poco tempo, una utente di My Space. In quello spazio scrivevo racconti, romanzando la mia vita privata. Non avevo mai scritto di libri, ma non poteva essere più difficile che rendere migliore la propria vita agli occhi miei – che la inventavo – e degli altri. E in fondo, a detta degli stessi altri, ero anche brava a scrivere. Così l’ho pensato e creato, senza renderlo pubblico. Non aveva niente, neanche un nome. Aveva la struttura e la pagina fissa che spiega chi sono. È stato un embrione per qualche mese, volevo che fosse fatto bene, che avesse un nome e una struttura sensati. E poi non lo so come mi è venuto in mente di chiamarlo LibrAngolo Acuto, non ricordo il frangente esatto. Ricordo solo che, dentro di me, questo nome aveva perfettamente senso. L’angolo dei libri, per cui LibrAngolo, ma anche Acuto. In fondo l’angolo può essere anche acuto, no? Ed essere acuti vuol dire essere perspicaci. L’angolo acuto dei libri. Mi sembrava – e mi sembra tutt’ora – completamente sensato. Qualcuno mi ha confessato che non è esattamente intuitivo ma che importa. In fondo ha senso per me.

2) Chi c’è dietro LibrAngolo

Oddio, ho il terrore delle presentazioni. Mi sento sempre a una roba che è un perfetto mix tra un focus group e Ok, il prezzo è giusto. E poi non so mai che dire, ti ritrovi a elencare delle cose di cui in effetti non frega niente a nessuno. Che gli frega, a quello che manda avanti il focus o, nella peggiore delle ipotesi, ai telespettatori di dove passi il tuo sabato sera e di come ti smangiucchi le pellicine quando sei nervosa? Ma supererò questo scoglio. Ho 30 anni, mi tingo i capelli perché il mio colore naturale mi mette tristezza, mi piace l’autunno, mi piace il mare d’inverno. Sto bene con gli altri, ma anche sola con me stessa, sto meglio in compagnia degli animali. Sono aracnofobica e mi innamoro sempre della persona sbagliata. Sono spesso quella che ama, molto meno spesso quella amata. Mi piacciono i film tristi, adoro i romanzi lunghi. Sono logorroica, soprattutto quando scrivo. Mi commuovo troppo spesso, adoro i ninnoli e i fiorellini e i vestitini con il pizzo. Mi piacciono i fiocchi, ho tre tatuaggi e prima di abbracciare il dolce far niente facevo la copywriter.

3) Il tuo scaffale d’oro

Che domandone. Difficile rispondere. Non dirò libri a caso, anche se spesso molti di quelli che inserisco tra gli “irrinunciabili” mi rendo conto, a posteriori, che erano irrinunciabili solo riferiti a quel preciso momento. Uno che non cambierà mai è C’era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell’isola di San Giulio di Gianni Rodari. Non so elencare le volte che l’ho letto ma, credimi, sono davvero tantissime. Il secondo irrinunciabile è Jane Eyre, seguito da Cime tempestose. E poi Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, Lucky di Alice Sebold, Chiedi alla polvere di John Fante. E mi fermo qui perché altrimenti ne nomino a migliaia e non diventa più uno scaffale ma una cantina d’oro.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Amélie Poulain, un po’ disadattata nel suo essere così naïve e gentile in un mondo abitato da persone che, spesso, non meritano alcun atto di gentilezza. Mi piace Amélie perché ci crede ancora nel genere umano, perché si emoziona ancora per le piccole cose, perché è una pura di cuore.

5) Se il tuo blog fosse una canzone…

Sarebbe Occhi bassi dei Tre allegri ragazzi morti. Anche se, forse, è più la canzone di Nereia che quella del suo blog. Forse questa domanda è più difficile di quella sullo scaffale d’oro. Sì, perché sto cominciando a parlare di me e Nereia come fossimo due cose distinte e non è un buon segno. (Irene, lo faccio anch’io con Ophelinha, se ti consola)

6) Il tuo rapporto con la scrittura/lettura

Con la scrittura ho sempre avuto un rapporto difficile, fatto di alti e bassi. Fare la copywriter è stato più difficile di quanto immaginassi. Perché, per chi non scrive, non è possibile immaginare che cosa significhi scrivere quando non sei dell’umore adatto o, peggio, quando devi trattare un argomento che non ti piace. Mi occupavo di automobili – cosa di cui, non mi vergogno a dirlo, non me ne può fregare di meno – e quando dovevo star lì e cercare di rendere accattivante qualcosa che riguardava un veicolo commerciale – immagina l’entusiasmo – mi stressavo non poco. Avevo certi mal di testa a fine giornata che non hai idea. Per il blog funziona allo stesso modo che con le automobili, più o meno, con la differenza che l’argomento mi interessa. È l’umore che non è sempre dei migliori.

Con la lettura, invece, va decisamente meglio. Perché cambio libro a seconda dell’umore. Ciofeca quando sto male, libro intenso quando sono triste, romanzo normale quando ho il mio umore di sempre. E quando la testa è annebbiata da troppi pensieri, spazio agli young adult che se sono ridicoli è anche meglio. E pensare che un tempo ero una persona seria, leggevo molta meno spazzatura.

7) Progetti in cantiere

Progetti tanti, tantissimi. Mi vengono sempre in mente delle cose che potrei fare, ma poi mi mancano i mezzi oppure, spesso, vince la pigrizia e la tendenza a fare le cose alla cazzo di cane. Posso dire cazzo, vero? (Si, Irene, puoi dire quello che vuoi).

Tra tutti c’è quello di incrementare le rubriche sul blog, non solo dedicate ai libri brutti – anche se la tentazione di specializzarmi in quel settore è forte.

Allo stesso tempo, però, mi piacerebbe che il blog fosse leggermente più professionale, senza che questo significhi annullare del tutto l’ironia con la quale affronto il brutto e la sciatteria editoriale. Però, ecco, vorrei migliorarlo anche nell’aspetto grafico per renderlo meno chiassoso. Per l’aspetto grafico, però, devo aspettare un po’: non sono ancora pronta ad abbandonare il mio adorato ET e forse non lo sarò mai.

E adesso che si fa, normalmente ci si saluta? Ma sì, vieni qua ragazza, fatti abbracciare! È stato un piacere 🙂

(Anche per me, darling)

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Un’ora con…Marina Grillo di interno storie

La blogger di oggi, calabrese come me, si autodefinisce piccola come un libriccino, ma il suo blog è una vera e propria biblioteca di recensioni che spaziano dalla narrativa italiana a quella straniera, dai libri di viaggio a quelli per bambini, per non dimenticarmi che soffro della sindrome di Peter Pan, sostiene Marina, sostiene.

Inoltre, Marina è anche molto attiva su Instagram con i suoi #bookin(gram)mi: per segnalarle le vostre letture preferite, basta usare l’hashtag motivando la vostra scelta, per dare alle foto dei vostri libri del cuore la possibilità di essere condivise sul suo account.

Che aspettate a scoprirla?

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1) interno storie: come e perché?

In origine avrebbe dovuto essere Miss Little Book, poi, per questioni di chi tardi arriva male alloggia, mi sono accontenta di invertire i termini. La scelta non ha un significato particolare, ci ho pensato molto, ho dato un forte senso personale. Ero ancora legata al vecchio blog (non letterario). Con ogni probabilità, ci saranno sono cambiamenti in vista, combattuta se mantenere questo nome o dare una svolta più matura. È il Little che mi sta stretto, sento l’esigenza di essere altro (Nota di Ophelinha: il blog di Marina ora si chiama interno storie).

2) Chi c’è dietro interno storie?

Una trentunenne (oddio!) introversa e curiosa, appassionata di libri e di lettura, che avrebbe voluto occuparsi di editoria. Parlo già al passato, ci ho messo una pietra sopra. Tuttavia, per un periodo ho avuto una brevissima esperienza in una casa editrice indipendente, sono stata delusa dalle modalità di lavoro (molti collaboratori non pagati) e dall’aurea snob che ruota intorno ai libri. Non voglio essere complice di questo sistema che considera la cultura per pochi.

Vorrei essere e avere altro, nel frattempo il blog mi assorbe completamente, per me è un lavoro anche se non guadagno, non è una perdita di tempo, è il mio biglietto da visita. Che si sappia in giro.

3) Il tuo scaffale d’oro

Tra i preferiti: Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, tutta la Ferrante, I racconti di Pietroburgo di Gogol, Il mare non bagna Napoli della Ortese, Microcosmi di Magris, Virginia Woolf, Dalla parte delle bambine di Gianini Belotti, Schnitzler, Cognetti. Gli ipotetici: la restante bibliografia della Ortese, le autrici italiane del Dopoguerra, la letteratura nordica che ultimamente mi sta appassionando, la letteratura marina e isolana, i contemporanei americani. Quest’ultimi li devo inquadrare meglio.

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Non ho un personaggio preferito, faccio più attenzione al contesto e alla storia: attraverso i libri ritrovo in questo o in quello un qualcosa di me, una specifica situazione. Ultimamente mi sono ritrovata nei racconti di Francesca Marciano, Isola grande isola piccola.

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Pur essendo una fan quasi della prima ora dei Subsonica, nessuno dei loro testi si adatta al mio spazio. A giorni alterni potrebbe essere: New soul di Yael Naim, quando sono sopraffatta dall’euforia; qualsiasi brano della colonna sonora del Favoloso mondo di Amelié, troppo incline a sbalzi umorali ma non ho un pessimo carattere, anzi; Amongst the waves dei Pearl Jam per la spensieratezza dei giorni marini.

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Odi et amo. La bulimia di lettura non mi fa per nulla bene, odio quando mi spingo oltre il limite. Quando leggo troppo avidamente, sento di perdere il senso di questo gesto fino a diventare nauseante. Allora, devo prendermi una pausa e ricominciare a piccoli passi. Non sono una lettrice accanita. Diffido di quelli “tutto libri e null’altro”, mi sembrano dei reclusi. I libri mi hanno aiutata in momenti burrascosi, concentrarmi sulla scrittura e lettura significa accantonare un po’ i problemi.

Le parole mi incantano, soprattutto certe costruzioni immaginarie. Spesso sono ispirata e quando decido di buttare su un foglio due righe, le parole volano via. Ho una memoria labile. Cerco di riafferrarle ma le suggestioni non sono più le stesse.

7) Progetti in cantiere

Nuove rubriche, nuovi ispirazioni anche molto frivole, nuovo abito e forse un nuovo indirizzo (vedi risposta 1).

Un’ora con…Noemi Cuffia di Tazzina di caffè

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Oggi è la volta di una blogger a cui tengo in modo particolare, per tutta una serie di motivi.

È la prima book blogger che ho iniziato a leggere e a seguire anni fa, quando ho scoperto il magico mondo dei blog, sul suo delizioso Tazzina di caffè, nel quale Noemi continua a tenerci svegli a colpi di caffeina e libri belli. Noemi fa anche la cantastorie sul suo Acqua Naturale, un contenitore di impressioni, instanti, immagini, ricordi  che scivolano tra le dita.

Noemi ha inoltre portato a compimento il suo sogno di scrivere, pubblicando con LibrerAria Il metodo della bomba atomica nel 2013 e, da pochi mesi, il frizzante Ricette per ragazze che vivono da sole, realizzato insieme a Ilaria Urbinati e pubblicato da Zandegù editore.

Se non la conoscete già, se non la leggete già (cosa che dubito fortemente) vi invito a scoprirla, e a fermarvi a bere una tazzina di caffè con lei.

 

 

1) Tazzina di caffè: come e perché?

Il come è semplice: un blog in cui pubblico le foto dei libri che leggo con accanto (o più spesso sopra…) una tazzina di caffè. L’idea è nata così, semplicemente. Sul perché invece ci sarebbe da raccontare per ore, e al tempo stesso non si arriverebbe forse a una spiegazione sensata (e breve!). Credo che, in poche parole, il perché sia questo: perché mi piace scrivere e raccontare agli altri ciò che mi accade.

 

2) Chi c’è dietro Tazzina?

Dietro Tazzina c’è un’indefessa squadra di piccoli aiutanti di Babbo Natale! Scherzo, ci sono solo io, una persona sola. Anzi, solitaria ma non troppo… Una persona che vuole tenere accesa e viva la fiamma della sua passione per la scrittura: non sempre è facile ma non riesco proprio ad arrendermi.

 

3) Il tuo scaffale d’oro

Calvino, Melville e Szymborska.

 

4) Un personaggio in cui ti immedesimi particolarmente

Oggi come oggi non saprei, ma la prima identificazione della mia storia di lettrice è stata con L’Idiota di Dostoevskji. E ricordo che fu una sensazione sconvolgente, che mi portò a capire il potere vero della letteratura.

 

5) Se il tuo blog fosse una canzone..

Bellissima domanda. Sarebbe una canzone dei Beatles: Across the Universe, cantata da Fiona Apple.

 

6) Il tuo rapporto con la scrittura/con la lettura

Per me è una questione di vita o di morte: è una citazione, che ho anche letto di recente, ma non ricordo più dove!

 

7) Progetti in cantiere

Scrivere altri romanzi (dopo Il metodo della bomba atomica, uscito ormai due anni fa per LiberAria editrice). E credere sempre che sia possibile intrattenere le persone tramite la scrittura.

Essere prese sul serio.

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Ieri sera ho pianto. Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina, con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà: sull’egoismo di Henry, sulla smania di potere di June, sulla mia creatività insaziabile che deve sempre occuparsi degli altri e non sa bastare a se stessa. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso anche amare senza credere. Questo significa che amo umanamente. Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza. Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.

Anaïs Nin, Diari

Il femminile non è un errore. Tra tante, troppe polemiche  e piccole, grandi disfatte quotidiane, mi rendo conto che la Nin ha ragione: essere donna è un lavoro a tempo pieno di per sé  e non diventa facile, anzi.

Perché essere una donna significa, in ogni caso, fare il doppio della fatica per essere presa sul serio, in tutti gli ambiti.

Il mio blog ha uno sfondo rosa. E non solo perché questo colore – tanto bistrattato, patriarca di tutti gli stereotipi di genere, fortemente connotato – mi piaccia: anche – e soprattutto – perché vuole essere a modo suo un messaggio, una minuscola goccia nell’oceano. Si può amare il rosa senza per questo essere delle ochette svampite. Si può amare il rosa e parlare cinque lingue, aver affrontato molteplici traslochi internazionali, aver preso in mano le carte offerte dalla vita e averle giocate tutte, anche gli innumerevoli due di picche.

Mi dicono che ho la faccia da bambina. Mi dicono che sembro “troppo giovane”. Che poi non lo sono nemmeno, così giovane, almeno non più, e anche se indosso calze turchesi e cappotto giallo posso essere comunque dannatamente brava in quello che faccio – o quantomeno meritare una possibilità. Una cravatta gialla o turchese genererebbe le stesse perplessità? Ecco, appunto.

Mi piace Jane Austen, esponente – a quanto pare – di un tipo di letteratura “rosa” (ancora una volta), un brodo di giuggiole di fidanzamenti e matrimoni e tè del pomeriggio (dimentichiamoci pure il fatto che la Austen, insieme alle sorelle Brontë, abbia sdoganato un certo tipo di eroina, la protagonista femminile alla Cenerentola, oh-sono-cosi-carina-e-fragile-tu-maschio-vieni-a-salvarmi). Questo non significa che non mi piacciano altri autori: più testosteronici, più en vogue, più “giusti” (sempre secondo i canoni assurdi di cui si è già parlato). Questo non significa che stia lì a leggere spin-off di cattivo gusto invece di, che so io, Martin Amis, o delle lezioni americane di Nabokov. Allora perché sento il bisogno di stare qui a giustificarmi?

Una volta venivo qui a diluire i miei pensieri , accompagnati da pillole di letteratura. Ora cancello post, e mi nascondo dietro i libri (rimanendo sempre lì, perché la mia soggettività non riuscirà mai a diventare totalmente oggettiva). Perché ho paura di non essere presa sul serio, se svelo pezzi di me? E non stiamo mica parlando di vita quotidiana o vicissitudini sentimentali o altra roba esageratamente in prima persona, che farebbe a pugni con la mia natura riservata, da riccio: ma di impressioni, tout court. Scrivere mi ha sempre aiutato a “spurgarmi” l’anima: invece no, ultimamente scrivo coi guanti da chirurgo, attenta a non sporcare le pagine.

Non so cucinare. Se sapessi farlo, mi piacerebbe sperimentare ricette care agli scrittori che amo, perché continuo a pensare che quello tra cucina e letteratura sia un connubio bellissimo, e che dentro la letteratura non ci siano solo parole, ma tanta, tantissima vita.

Non mi so truccare. Pasticcio con correttore e fondotinta la mattina, per nascondere le occhiaie della mia perenne insonnia e i sempiterni brufoli (ho capito che la vita è quella sottile linea rossa tra brufoli e rughe). Se sapessi truccarmi farei i tutorial su YouTube? Probabilmente no, anche perché non so girare video decenti, e non li so caricare. Questo non significa che snobbi le persone che hanno voglia di farlo, o quelle che hanno voglia di guardarli.

Non vesto alla moda. Mischio fantasie e colori disparati, e sono sempre spettinata. Non potrei mai farmi fare servizi fotografici fashion, né tantomeno postarli in rete. Mi fa piacere che esistano persone che sappiano vestirsi bene, e riescano a farsi fotografare senza sembrare galline con l’itterizia e il triplo mento (io).

Non potrei mai essere una mommy blogger. Non riuscirei mai a parlare di maternità, che per me resta una delle esperienza più private, più intime che una donna possa sperimentare. Tuttavia, ci sono mamme che si raccontano, e magari aiutano, con le loro parole, frotte di neomamme che dormono troppo poco e hanno bisogno di boccate d’aria.

Tutto questo pippone per dire che si, una donna può essere bella e vestirsi bene e essere mamma e amare il rosa e viaggiare e leggere Joyce e Wallace e fare colloqui di lavoro in tre lingue diverse e sfornare crostate e meringhe. Una cosa non esclude l’altra, e sarebbe anche tempo che smettessimo di giustificarci.

Quindi si, faccio coming out: scrivo poesie d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona melensa (o, come qualcuno mi ha suggerito, una persona depressa?). Tant pis.

Scrivo racconti, spesso d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona meno seria, meno attendibile quando parlo di letteratura? Tant pis.

Non sarò mai la persona posata che mi ero prefissa di essere, non scriverò mai quanto e come avrei desiderato, non avrò mai la carriera stellare che la me tredicenne aveva promesso a se stessa, casa mia sarà sempre in disordine (alla faccia dei vari Instagram e Pinterest), continuerò  ad odiare Greyville e tutte le sfumature di grigio con tutto il cuore, brucerò torte, sarò sempre spettinata, non riuscirò mai a leggere tutti i libri che vorrei, i racconti di Wallace continueranno a non piacermi (!) e continuerò a mangiarmi le unghie, a leggere poesie, a scrivere poesie, a leggere biografie su Sylvia Plath. E, almeno qui, cercherò di essere me stessa.

andrea teatro

annnnnnn

Un’ora con…Manuela Bosio di Parole senza rimedi

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Sono passati già sei mesi dalla prima puntata di Un’ora con, rubrica di interviste spuntata fuori un po’ come un fungo dopo un acquazzone a seguito di una lunga chiacchierata transoceanica con Giulia di The Blooker, che all’epoca viveva ancora in Nuova Zelanda, scrivendo e esportando Bookstee a tutti noi poveri book nerd.

Ci ho preso gusto, a parlare di persone che mi piacciono. Persone belle, persone da cui imparare, persone che, pur attraverso conversazioni esclusivamente virtuali (email, Skype, chat, whatsapp) mi hanno toccato, mi hanno arricchito, mi hanno lasciato qualcosa.

Ho chiacchierato quindi con Alessandra di Una lettrice, con Valentina Stella di Bellezza rara, con Valentina Meloni di Travel Upside Down e con Marta Ciccolari Micaldi de LaMcMusa, tanto per farvi il riassunto delle puntate precedenti.

E sono felice di inaugurare il 2015 con una blogger che riempie le sue pagine virtuali di poesia, perché ultimamente mi sono interrogata un bel po’, sul valore, sullo status e sul ruolo (apparentemente inesistente) della poesia nella nostra società: Manuela Bosio di Parole senza rimedi.

Il blog di Manuela è un posto bello. È un posto in cui rifugiarsi quando si ha bisogno di cercare quella bellezza, quel sempre nei mai di cui parla la Barbery ne L’eleganza del riccio.

Parole senza rimedi è la prova che la poesia è più necessaria che mai, oggi. Perché si ha bisogno di pensieri di bellezza per contrastare tutta la bruttezza che ci circonda. E Manuela la rende accessibile, la poesia, distillandola, alternandola a pillole di pensieri e vissuto. Grazie a lei ho scoperto – o riscoperto, a seconda dei casi – Luzi, Manganelli, Raboni, la Valduga.

E mi sono persa nella sue parole – che fossero parole che non avrebbe dovuto scrivere, riflessioni sulla memoria nate in una sala d’aspetto, bilanci di fine anno apparentemente casuali, altri e bassi della vita da prof.

E mi sono tuffata nelle sue recensioni, mai asettiche, sempre partecipate, quasi come se in realtà si stesse parlando davanti a una tazza di tè e la Mallarmeana fosse lì a raccontarti Giusi Marchetta, o Paolo Cognetti .

Ultima cosa, giuro: Manuela è una persona spontanea e lunare, trasparente come i pensieri e i frammenti di sè che riversa nei suoi post. È una persona che si mette in discussione e si pone domande, cosa che riscontro sempre di meno nell’esercito di tuttologi imperanti. E questa è una delle qualità che apprezzo di più in una persona.

Quindi, che aspettate a perdervi nelle sue parole senza rimedi?

Manuela Bosio

1) Come nasce Parole senza rimedi, e cosa rappresenta per te?

Come e quando, soprattutto. Il blog nasce in un gennaio particolarmente freddo di un anno molto importante per la mia vita, il 2012, a cui devo molto del mio essere attuale.

Non parlo soltanto di fatti, parlo soprattutto di sensazioni. È stato un crescere e un regredire contemporaneamente, il punto di avvio di una stagione stabile e inquieta allo stesso tempo.

Tutta questa necessità di dire aveva bisogno di uno spazio che la contenesse.

Così, il blog, che parte prima come luogo di commento poetico, o di libri letti e amati, di parole nascoste nelle pieghe delle pagine, poi si trasforma – e questo non so se sia un bene o un male – in parentesi di impressioni sulla realtà che mi circonda, di stati interiori che spesso galleggiano tra il detto e il non detto.

Nasce parallelamente alla mia esperienza come Professoressa di Italiano alla Scuola Secondaria, alla paura matta che avevo della mia vita in rapido cambiamento, a una visione nuova di alcune cose.

Provare a crescere a trent’anni senza rete di sicurezza è più difficile di quanto si creda.

Tra i primissimi post, quello a cui sono più affezionata è quello che riguarda Le notti difficili e il mio incontro con la lettura di Buzzati, autore che amo da sempre, che risulta ancora oggi uno dei più letti.

2) Chi c’è dietro Parole senza rimedi?

Bella domanda. Ci sono soprattutto io, penso si percepisca, ma anche chi mi sta intorno, la mia casa, il mio lavoro. E c’è anche chi è distante, soprattutto temporalmente, i personaggi dei libri che leggo, la loro vita pensata e immaginata, o fisicamente, ma presente attraverso le parole, dei libri, delle poesie, dei discorsi persi nella memoria.

C’è la provincia, facile e difficile, il mondo della scuola, i ragazzi con cui passo la maggior parte del tempo e ci sono i piccoli alunni con cui lavoro oggi.

Ci sono i ricordi, tanti, e i desideri. C’è la mente ma anche il corpo, le sue ferite, i suoi segni. Tutto condito con un po’ di malinconia, che non penso sia il mio tratto caratteriale predominante, ma esce spesso quando scrivo, chissà perché.

3) Il tuo scaffale d’oro

Premetto, non amo le liste. Chi mi conosce sa che rifuggo ogni idea di progetto che preveda elenchi di cose da dire o da fare. Per te farò un’eccezione.

Nel mio scaffale d’oro non può mancare la poesia, che compro e leggo da quando ero piccolissima, e tutti dicevano “Che schifo la poesia”, mentre io rimanevo affascinata da quei versi che sembravano dire ciò che io non sarei mai riuscita.

lo scaffale d’oro è un luogo che non contemplo, sarebbe infinito, ma ti posso dire ciò che occupa alcuni spazi importanti

Tutte le poesie di Giovanni Raboni

I sessanta racconti di Dino Buzzati

Il Maestro e Margherita di Bulgakov

Poesie 1972-2002 di V. Lamarque

L’isola di Arturo di Elsa Morante

Tutte le poesie di e. e. cummings

per dirti dei nomi, così, i primi che mi sovvengono.

4) Se Parole senza rimedi fosse una canzone (o una colonna sonora)….

Anche questa domanda è difficile, forse sarebbe una di quelle musiche brasiliane che sanno di tormento e abbandono e che, nel passaggio dopo esplodono di allegria, come un lampo, guardando con nostalgia al passato, all’infanzia e con gioia al presente e illusione al futuro, magari.

Una nenia che culla come un’onda, che annoia un po’, che poi, però, lascia qualcosa di dolce.

Ascolto musica di quasi tutti i generi, mi piace variare, dipende dai periodi, spesso dall’umore.

5) Cos’è per te la poesia, e una poesia che ti rappresenta, che senti tua (o più di una se vuoi)

Per me la poesia è molto importante, un fatto quasi naturale (lo so, è patetico, lo so.)

Devo premettere che non vengo da una famiglia di grandi lettori, a parte mia madre.

Quando ero piccola, mi accostavo alla lettura soprattutto su testi scolastici e, guarda caso, i testi più accattivanti risultavano sempre quelli poetici.

È un linguaggio che riesce a toccarmi nel profondo, che parla con le parole che vorrei sentirmi dire. Il passato ha visto anche un periodo di sventurata produzione poetica adolescenziale che ho dato in pasto alla polvere e all’umidità della cantina.

Ci sono molte poesie che sento mie, sarebbe impossibile elencarle tutte.

Mi piace molto una poesia di Giorgio Manganelli, il cui primo verso recita:

Desideravo vederti, desidero la fantasia dei tuoi capelli.

È un componimento che esprime un tormento d’amore e che mi piace soprattutto perché dice fantasia dei tuoi capelli, che considero da sempre una bellissima immagine.

Un’altra poesia che amo è quella, bellissima, di cummings

Mi piace il mio corpo

quando è con il tuo / corpo. È una cosa tanto nuova…

perché è l’idea che ho dell’amore.

Ultima, una poesia di Giovanni Raboni che mi è rimasta nel cuore per la malinconica familiarità che accomuna le nostre vite:

Vivi, io e te, per quanto?

contenuta nei Barlumi di storia.

Amo molto Patrizia Valduga e Vivian Lamarque, donne di poesia molto diverse tra di loro, ma capaci di appassionare le diverse parti di me.

Ce ne sarebbero molte altre, ma temo che non ci sia lo spazio sufficiente.

6) Il tuo rapporto con la scrittura

Premetto che nutro parecchi dubbi su ciò che sia realmente la scrittura e sul fatto che ciò che lascio sul blog possa essere definito tale.In generale, posso dire che il mio rapporto con la scrittura è abbastanza conflittuale.

Ci sono momenti in cui sento il bisogno compulsivo di scrivere, una sorta di “fame” che mi spinge a tracciare segni e raccontare le mie storie, lasciando andare impressioni emozioni anche molto intime e profonde.

Ci sono altri periodi in cui non mi è possibile nemmeno il pensiero della scrittura, e spesso ciò accade nei giorni in cui sto poco bene, o sono molto felice.

La scrittura resta comunque una passione che non mi lascia, che mi accompagna da anni e mi aiuta a liberarmi di certi fantasmi, a lasciarli andare, o a creare loro uno spazio confortevole..

Importante il legame con la lettura, infatti, più leggo cose che mi stimolano e mi coinvolgono, più riesco a vedere ciò che mi circonda con occhi nuovi, e magari a scriverne un frammento, un’immagine.

7) Progetti in cantiere

Progetti nuovi, no, oltre a quello di vivere tutto, forte. Ultimamente scrivo poco, un po’ perché ho meno tempo, a volte perché mi sembra di avere meno cose da dire. Spero di continuare a scrivere ancora per un po’ su Parole senza rimedi senza annoiare troppo chi mi legge, raccontando storie a chi le vuole sentire, consigliando i libri e le poesie che amo e ho amato di più. Regalando parole. Senza rimedi, naturalmente.

verde