Il Calendario dell’Avvento letterario #3: se il Natale durasse un mese

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Questa casella è scritta e aperta da Nellie di Just Another Point

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Se Natale non fosse un giorno ma un intero mese saremmo tutti più felici e meno stressati. Avete dubbi? Stento a crederlo.

Se Natale durasse un mese non ci sarebbe l’ansia del regalo, tanto prima o dopo che differenza farebbe? Natale arriverebbe e sarebbe bello svegliarsi ogni giorno per un mese aspettando un regalo fin quando una mattina, a nostra insaputa, quel dono arriva davvero. Sarebbe un po’ come un mese di Non Compleanno e Alice ne sarebbe felicissima (sì, quell’Alice che sta persa nel mondo delle meraviglie).

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Se Natale durasse un mese, dicevo, non ci sarebbe l’ansia del regalo e quindi si sceglierebbe con calma, si valuterebbero i pro e i contro di ciascuna scelta. Taccuino o agenda? C’è tutto il tempo per indagare. Ma, soprattutto, classico o ultima uscita? Libro nuovo o di seconda mano? Chissà quanti giri in librerie per poter trovare pagine perfette. Perché si sa, Natale è soprattutto lettura. Fra un pranzo e l’altro, fra la visita di un parente e quella di amici che non si vedono da tempo; fra l’arrosto di tacchino e il pandoro con la crema di mascarpone; fra il bicchiere di vino e l’amaro che verrà seguito da un altro bicchierino e poi un altro ancora: a Natale, di tempo per leggere due pagine e molte altre in più, ce n’è in abbondanza.

Perché Natale è soprattutto quel periodo dell’anno in cui si decide quale dei libri composti da tanti volumi e da tante pagine leggere. Epopea americana di Joyce Carol Oates o rilettura di Queste oscure materie di Philip Pullman? Che poi sarebbe come dire, scelgo la realtà o la fantasia? Scelgo parole dirette pronte a conficcarsi nel cuore o un filtro che mi faccia vedere quello che voglio? Se Natale durasse un mese non si creerebbero questi problemi, anzi, ci sarebbe pure tempo per un’autobiografia, qualche fumetto e una storia da divorare in fretta furia. Avete dubbi? Giorni selvaggi di William Finnegan sarebbe lì ad aspettarvi, Amy & Isabelle morirebbero dalla voglia di farvi immergere nel loro mondo, quello descritto divinamente da Elizabeth Strout, mentre Flavia Biondi vi prenderebbe per mano per portarvi a Bologna (e non solo!) fra le tavole de La Giusta Mezura.

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E poi ci sarebbero i libri di fotografia, la voglia di tornare nel mondo dell’arte così bella da ammirare dal vivo e ancora di più da sognare ad occhi aperti davanti ai libri. Dalle meravigliose foto di Sebastião Salgado raccolte in Dalla mia terra alla Terra alle Lettere appassionate di Frida Kahlo, è un continuo viaggio fra passato e presente con romanzi, come La vedova Van Gogh di Camilo Sánchez, che raccontano storie vere con quel tocco di magia in più.

Caro Babbo Natale, che ne dici se il mio regalo quest’anno è un mese intero di letture davanti al fuocherello di un camino, seduta su una poltrona con biscotti e latte caldo vicini?

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Cartoline dallo Hampshire, tra i luoghi di Jane Austen

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Ci sono viaggi e altri viaggi.

Ci sono viaggi che si aspettano una vita, che maturano dentro di noi prima ancora che ci avventuriamo effettivamente a percorrerne i sentieri, accarezzandone con lo sguardo ogni dettaglio.
Nel mio caso specifico, il viaggio/pellegrinaggio nei luoghi austeniani è nato come desiderio quand’ero una ragazzina introversa innamorata dei libri di zia Jane, e, tra un partita di pallone e l’altra con i miei due fratelli – che mi obbligavano a fare da portiere – leggevo e desideravo con tutta me stessa di scappare dal paesello calabrese e ritrovarmi improvvisamente nella campagna inglese.
Ci sono voluti un paio di anni, ma finalmente ho preso un treno e sono arrivata a Alton, lussureggiante paesino in mezzo al nulla, e ho macinato tre chilometri a piedi, con tanto di valigia e piumone in una giornata inaspettatamente mite e soleggiata, per arrivare a Chawton, sede del The Jane Austen’s House Museum, l’unica dimora presso la quale la Austen ha soggiornato attualmente aperta al pubblico.

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La passeggiata in mezzo al verde e alla natura, tra case residenziali e qualche sparuto ciclista, mi ha fatto pensare alle centinaia di passeggiate che Jane deve avere fatto negli stessi luoghi insieme alla sorella Cassandra, amica e confidente, magari discutendo nuovi personaggi, raccontando storie, condividendo impressioni, sorridendo delle stramberie di qualche eccentrico vicino.

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Jane Austen nasce il 16 dicembre 1775, settima di otto fratelli, figlia di un pastore anglicano, George Austen, e di Cassandra Leigh, discendente di una famiglia bene della gentry inglese. La famiglia Austen è basata a Steventon, nello Hampshire. Jane e sua sorella Cassandra Elizabeth vengono mandate a studiare ad Oxford e poi a Southampton. Dopo una terribile epidemia di tifo, che quasi costa loro la vita, le due sorelle si spostano a Reading, dove frequentano la Abbey school (oggi una scuola indipendente solo femminile).
Jane viene ritirata da scuola a soli undici anni; inizia la sua carriera di lettrice avida e curiosa, indirizzata dal padre George e dai fratelli James e Henry.
All’età di vent’anni conosce l’amore, fulcro di quelli che sarebbero diventati i suoi romanzi: Tom Lefroy, nipote dei vicini e povero in canna. I due non si sposano molto probabilmente a causa delle loro difficoltà economiche: d’altro canto, se nei suoi romanzi Jane è contraria ai matrimoni d’interesse (ad esempio, in Mansfield Park, Maria Bertram sposa il ricco Mr Rushworth per i suoi soldi, e il matrimonio finisce presto e disastrosamente), è anche consapevole delle difficoltà di mettere su casa quando i mezzi sono limitati (in Ragione e sentimento, Willoughby – che resta comunque un essere spregevole – benchè invaghito della bella Marianne, la pianta senza apparente motivo per sposare una ricca ereditiera; la sorella Elinor riesce a sposare Edward Ferrars solo dopo che l’intercessione del Colonnello Brandon, eternamente innamorato di Marianne, gli consente di iniziare a esercitare la professione di pastore). La Austen riceve una proposta di matrimonio a ventisette anni da Harris Bigg-Wither: la accetta, per pentirsene la mattina dopo e annullare il fidanzamento. In sostanza, la Austen – un po’ come le sorelle Brontë, un po’ come Emily Dickinson – ha poca esperienza diretta con l’amore: nonostante ciò, lo osserva e lo studia minuziosamente per tutta la vita, con una vivacità, una passione e un calore che mi fanno pensare che la cara vecchia Jane  riunisse in sè l’indipendenza di giudizio e la lingua tagliente di Elizabeth Bennet, l’esuberante passionalità di Marianne Dashwood, la tenace costanza e la dolcezza di Anne Elliot.

Nel 1800, il pastore Austen decide di andare in pensione e spostare la famiglia a Bath. Jane è estremamente rattristata da questo cambiamento: le manca il verde del suo Hampshire, in mezzo al quale, appena ventenne, è riuscita a scrivere la prima bozza di Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio.
A Bath Jane smette di scrivere; per questo motivo, a posteriori, sono soddisfatta della mia scelta di iniziare il pellegrinaggio austeniano da Chawton e non da Bath, seppure quest’ultima resti la città simbolo di Jane Austen e ospiti ogni anno il festival a lei dedicato. Gli anni a Bath le servono tuttavia a osservare, a effettuare uno studio profondo di una società più ampia e diversificata di quella con la quale doveva essere a contatto a Steventon: l’eco dei suoi anni a Bath risuona forte e chiaro in Northanger Abbey, ironica revisitazione della devozione al romanzo gotico tanto à la mode tra le fanciulle dell’epoca, tra cui l’ingenua Catherine Morland, che troppo spesso confonde I pettegolezzi delle terme e della Pump room coi misteri di Udolpho. Anche Anne Elliot, la timida, sensibile protagonista di Persuasione, si fa portavoce dell’insofferenza della Austen nei confronti di Bath e della sua società.
La morte del pastore Austen lascia le sue donne in gravi difficoltà finanziarie: nell’impossibilità di mantenersi a Bath, si trasferiscono a Southampton, città nella quale Jane non riesce ad essere felice.
Le cose cambiano quando il fratello Henry, per complicate questioni di eredità (e i fan di Downton Abbey riconosceranno facilmente quanto sia complicato rintracciare cugini di terzo grado mai visti in vita propria per assicurarsi un erede), si ritrova improvvisamente benestante e in grado di assicurare alla madre e alle sorelle un cottage a Chawton, non lontano dal paese natale della Austen. È facile immaginare la gioia di Jane nel tornare nel suo amatissimo Hampshire, insieme alla madre, alla sorella e alla fida amica Martha Lloyd (grazie alla quale ci rimane una raccolta di ricette usate a Chawton, che sono poi state pubblicate da Peggy Hickman nel suo A Jane Austen Household Book e da Maggie Black e Deirdre Le Faye in The Jane Austen Cookbook).
Gli anni di Chawton sono anni felici per Jane, e Martha e Cassandra le permettono di dedicare le mattinate alla sua scrittura. Jane scrive con una penna d’oca (ci ho provato io e credetemi, non è per niente facile), china su un minuscolo tavolino.

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Essere nella stessa stanza in cui Jane ha scritto Emma, Northanger Abbey e The Elliots (poi Persuasion), immaginandola avvolta in uno scialle per difendersi dal freddo, una cuffietta in testa, piegata su se stessa, intenta a dar voce a un mondo a lungo osservato con avida e vivace curiosità negli anni a Steventon e poi a Bath, dipingendo un’intricata ragnatela di delicati, fragilissimi sentimenti appena conosciuti in prima persona, probabilmente soffocati sul nascere, ha gettato una luce diversa, più intima e più profonda, sulla mia fantasia di lettrice popolata dai vari Mr Darcy e Knightley, Emma e Elizabeth Bennet, Anne Elliot e Mr Collins, Wenthworth e Marianne Dashwood.

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Admiral’s room
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Stola ricamata da Jane Austen
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Vestito probabilmente appartenuto a Jane Austen

Il cottage delle Austen a Chawton è una casa semplice, costituita da un dining parlour (sala da pranzo), dove si consumavano i pasti e si preparavano direttamente caffè e tè, tenuto sotto chiave in quanto molto costoso; una drawing room (salotto), dove le donne di casa Austen si riunivano dopo cena per leggere, chiacchierare, cucire o ricamare (Jane eccelleva anche nel ricamo; una delle sue creazioni, una stola bianca, è esposta a Chawton); l’Admiral room, destinata agli ospiti e alle visite dei fratelli; la stanza da letto della madre; la cameretta che Jane divideva con Cassandra, anche questa piccola e semplice, dove attualmente troneggia una replica del letto usato dalle due sorelle; una dressing room, una sorta di spogliatoio probabilmente adibito anche a camera da letto per bambini in visita/servitori; una cucina e una bakeroom esterna, destinata alla produzione di pane e torte.

Stanza da letto di Jane e Cassandra
Stanza da letto di Jane e Cassandra
Dining room
Dining room

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Cucina
Scrivania del padre di Jane Austen
Scrivania del padre di Jane Austen

La casa museo ospita attualmente una mostra dei costumi usati per l’adattamento di Emma a cura della BBC (2009).

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L’intero cottage trasmette l’idea di una vita semplice, intima e raccolta, condivisa da Jane con poche persone, in mezzo al verde della campagna inglese. Una vita che spesso doveva essere anche solitaria e priva di stimoli esterni, cosa che rende ancora più incredibile la capacità della Austen di descrivere e rappresentare quadri di una società ampia e variegata, che non sfuggivano al vaglio del suo spirito critico e della sua ineguagliabile, arguta, elegante ironia. Forse lo stile di vita che più si avvicina a quello della Austen è quello descritto in Emma: l’omonima protagonista, benchè indubbiamente più benestante di Jane, vive una vita alquanto chiusa e raccolta per soddisfare I capricci dell’anziano padre, irritabile e ipocondriaco.

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Parlando di malattia, la salute non arride a lungo alla Austen: debole e malaticcia, nel maggio 1817 lascia il suo amatissimo cottage a Chawton e si trasferisce a Winchester, per essere più vicina al suo dottore, stabilendosi al numero 8 di College Street. Si spegne il 18 luglio dello stesso anno, sul grembo della sorella Cassandra, lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Sanditon.
Le sue ultime parole sono state God grant me patience. Pray for me. Oh pray for me (che il Signore mi conceda di essere paziente. Pregate per me, pregate per me).
Viene sepolta nella cattedrale di Winchester, che tanto ammirava. Ben pochi, a parte I familiari più stretti, sono consapevoli di aver detto addio ad una grande scrittrice: la sua stessa lapide all’interno della Cattedrale non ne fa cenno, sottolineando invece le numerose virtù di Jane, la sua dolcezza, la sua pazienza, la sua benevolenza, la sua fede. Solo quattro persone assistono al funerale della Austen: tre dei suoi fratelli e il nipote Edward. Se ne va in silenzio, così come ha vissuto, lasciando un’eredità di sei romanzi, destinati ad occupare un posto di rilievo nella letteratura mondiale.

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Tuttavia, mano a mano, la sua fama inizia a crescere; sempre più persone visitano la sua tomba, tanto che nel 1850 un sagrestano si domanda cos’abbia di speciale quella semplice lapide, cosa ci sia di speciale nel nome inciso sul marmo.
Nel 1870 il nipote Edward scrive un memoir dedicato alla zia; grazie ai proventi, fa istallare accanto alla lapide una targa commemorativa d’ottone, che la celebra come la grande scrittrice che è stata: Jane Austen, known to many by her writings, da molti conosciuta per I suoi scritti.
L’iscrizione sulla lapide termina con un proverbio biblico (31:26): She openeth her mouth with wisdom; and in her tongue is the law of kindness (Parlava con saggezza, e la sua lingua era governata dalla gentilezza).

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Winchester, oltre ad ospitare le spoglie di Jane Austen, è una cittadina deliziosa, piena di storia: colonizzata dai Romani, è stata capitale dell’Inghilterra dall’871 al XIII secolo circa. Oltre alla bellissima cattedrale (XI secolo), ospita le spoglie di un castello medievale, all’interno delle quali si trova quella che, secondo la leggenda, è la tavola rotonda di Re Artù.

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Dopo un giro nello Hampshire, una sosta a Londra è d’obbligo: io ho usato la mia per visitare la British Library e innamorarmi della libreria al suo interno, fornitissima e piena di curiosità capaci di soddisfare ogni lit-nerd che si rispetti. Se passate dalla British Library, fate una sosta anche al negozio temporaneo dedicato all’anniversario di Alice nel Paese delle Meraviglie: la mostra dedicata al capolavoro di Carroll inizierà il 20 novembre e durerà fino ad aprile 2016.

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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop
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The British Library Bookshop

Non ne avete ancora abbastanza? Vi lascio con una ricettina rinfrescante: la ginger beer (birra allo zenzero) di Martha Lloyd (tratta da Dinner with Mr Darcy, a cura di Pen Vogler).

Ingredienti:
1.75 l di acqua naturale
225 g di zollette di zucchero
40 g di radice di zenzero, pulita e grattuggiata
1 limone a fette
1 cucchiaino di cremor tartaro
2 cucchiani di zenzero in polvere (facoltativo)
1 cucchiaino di lievito di birra

Procedimento:
Bollite lo zucchero nell’acqua fino allo scioglimento. Lasciate raffreddare, aggiungete lo zenzero, il limone e il cremor tartaro (e lo zenzero in polvere, se preferite usarlo). Mescolate e lasciate raffreddare. Aggiungete il lievito, coprite il tutto e lasciate riposare per una notte.
Soundtrack: Kathy’s song, Simon and Garfunkel (to England, where my heart lies)

The Ophelinha Gazette#8 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie – speciale rentrée

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A furor di popolo (!) torna la Ophelinha Gazette, la rubrica più volubile, squinternata, incostante e capricciosa che sia mai esistita!

Dopo lo shock di aver utilizzato due punti esclamativi nella stessa frase (!), passiamo alla hot potato, come dicono quei simpaticoni degli Inglesi, all’elefante nella stanza: vi ricordate quando, appena due settimane fa, eravamo tutti (o quasi) sparati sulla spiaggia, a fare le nostre belle foto di libri sulla spiaggia tra un tramonto e un Mojito?

Incredibile come pochi giorni possano introdurre cambiamenti colossali: eppure, qui a Greyville ci sono attualmente 10 gradi (!), piove ininterrottamente da due giorni e l’ufficio mi sembra più cupo e asfissiante che mai. Ecco perché ho pensato di riportarvi tutti in spiaggia con uno speciale rentrée: un post di quiz e test letterari, per distrarvi durante i 112 giorni (!) che ci separano dalle vacanze di Natale. Pronti? Via!

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1) In quale personaggio di Alice nel paese delle meraviglie vi rispecchiate maggiormente? Attenzione ai risultati: potreste essere molto sorpresi. A me, ovviamente, è capitato il cappellaio matto…

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2) Qual è il vostro Heimat nel mondo letterario? Che sia l’Hampshire di Jane Austen o la New York del grande Gatsby, scopritelo qui.

3) Ah, l’ammmore, gioia e dolore, causa principale della consumazione di infiniti vasetti di Haagen-dazs (per me Strawberry cheesecake, grazie) e infiniti fazzoletti. Scoprite qui a quale coppia letteraria la vostra assomiglia maggiormente, o fate un giro da queste parti per scoprire se siete degli irresistibili rubacuori o quelli che finiscono sempre col cuore spezzato (e qui parte Bridget Jones che canta All by myself). Io apparentemente sono una Cathy Earnshaw, destinata a vagare tra le lande e le brughiere dello Yorkshire mentre Heathcliff sbatte la testa contro un albero e Linton mi aspetta inutilmente davanti al fuoco (capita anche ai migliori).

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4) Sempre in tema di amore&altri disastri, scoprite qui chi è il vostro tipo (o la vostra tipa) letterario ideale (Mr Darcy, aspetto sempre quel famoso invito a cena).

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5) A proposito di Janeite&co: a quale sorella Bennet assomigliate maggiormente? Indipendente, testarda, orgogliosa, senza peli sulla lingua: non potevo non essere una Lizzie. Passando a Piccole donne, per quale sorella March facevate il tifo? Scoprite qui se siete una Meg, una Jo, una Beth o una Amy.

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6) La grammatica, questa sconosciuta. Quali sono gli errori che vi danno maggiormente fastidio? Da uno a dieci, quanto siete nerd? Scopritelo qui.

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7) Nerd di tutto il mondo, uniamoci! Quali di questi incipit vi ricordate, e quali di questi finali?

8) Infine, le dolenti note: riveliamo tutti la nostra età in base ai nostri gusti e alle nostre abitudini di lettori. E, per riprenderci dallo shock, riscopriamo il bambino che è in noi, oppure scopriamo di quale storia dovremmo essere i protagonisti. Senza dimenticare, come ci ricorda Samantha Ellis in How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, siamo tutti protagonisti della nostra storia, che scriviamo e riscriviamo giorno per giorno, tra migliaia di errori, rimpianti e correzioni di franzeniana memoria.

Buon weekend, e fatemi sapere nei commenti o sui social i vostri risultati (o mandatemi la solita civetta di Hogwarts).

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Soundtrack: Nat King Cole, Those Lazy Crazy-Hazy-Days Of Summer