Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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Un libro alla settimana (su Instagram e non solo)

What really knocks me out is a book that, when you’re all done reading it, you wish the author that wrote it was a terrific friend of yours and you could call him up on the phone whenever you felt like it. That doesn’t happen much, though.
JD Salinger, Catcher in the Rye
 
 

Sono ancora un’utente un po’ impacciata dei social media.
Uso Facebook dal mio Erasmus a Londra, e intrattengo con esso una relazione di amore-odio.
Mi piace molto Twitter, ma anche lì ho sempre l’imbarazzo della prima persona: retwitto volentieri, twitto spesso citazioni e frasi che amo..raramente qualcosa di veramente mio.
Ho da poco cambiato il mio onnipresente avatar col libro di Lolita per una mia foto (in bianco e nero, un po’ sfumata) e ancora mi dibatto nel dilemma senza tempo: meglio avere una propria foto come avatar, o un’immagine rappresentativa del sé, ma che al tempo stesso protegga e nasconda?
E arriviamo a Instagram. Mi piace, tanto. Seguo i profili delle università che avrei voluto frequentare, delle città che amo di più, Londra e Boston in testa. Inseguo sogni di Australia e Nuova Zelanda.
Seguo le mie blogger preferite (tra tutte, vi consiglio Mallarmeana di Parole senza rimedi, Alessandra di Una lettrice, Francesca di TegaminiCamilla di Zelda was a writer, Giulia di The Blooker, Valentina di Bellezza raraValentina di Travel upside down, Amrita di Audrey in Wonderland, Tamara Viola di Citazionisti avanguardisti, Marta di La McMusa).
Accarezzo con gli occhi e col cuore edizioni di libri bellissimi, chicche da Janeite, accessori che farebbero sospirare di desiderio qualsiasi lit-nerd (gli orecchini di Anna Karenina? la cover dell’I-phone di Pride and Prejudice? – ce l’ho! – il medaglione con la Ofelia di Millais? – ce l’ho! – taccuini di pelle ispirati alle tragedie shakesperiane? gioielli realizzati con pezzi ritagliati della dichiarazione d’amore di Darcy a Elisabeth?)
Avevo aperto il mio profilo Instagram con l’obiettivo principale di fotografare libri bellissimi. Come spesso capita, mi sono persa per strada, anche e soprattutto perché non ho spesso a portata di mano libri bellissimi, e sempre di più prediligo il mio fido Kindle pe le trasferte quotidiane e i viaggi.
Mi sono messa a fotografare altre cose che amo – prove teatrali, viaggi, mare, cielo, pezzi di carta, parole, il laghetto perfetto per l’Ofelia di Millais – e anche cose del tutto inutili, tipo la mia collezione di ballerine multicolori e collant stravaganti.
Ho deciso di tornare alle origini, e di pubblicare almeno una volta alla settimana un libro bellissimo. Che sia un’edizione bellissima, o che il contenuto sia bellissimo, o che ad esso sia legata un’emozione.
Sono una fedele frequentatrice di mercatini dell’usato e compro almeno un libro quando vado in una città per la prima volta. Posseggo sei edizioni di Orgoglio e Pregiudizio, tre di Anna Karenina, tre di Piccole Donne e svariate edizioni dei poeti che amo di più.
Il mio sogno è vivere dentro la Paris Review (si, proprio dentro, tipo dormire anche in redazione), vivere in un loft tutto bianco arredato da piramidi di libri e collezionare prime edizioni, partecipando alle aste e tutto il resto.
Questi sogni sono lontani galassie e anni luce, ma nel frattempo continuerò ad inseguire libri. Seguite queste mirabolanti, rocambolesche libresche con gli hashtag #unlibroallasettimana e #bookoftheweek. E, se vi va, contribuite e continuate a diffondere nella galassia virtuale foto deliranti di libri immensamente belli, immagini che portano con sé storie e notti insonni, parole e pomeriggi di sole e di mare, lacrime e l’erba verde del parco, sorrisi e le domeniche di cuscini e piumoni.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

Alice Munro, e la bellezza che salverà il mondo

I would really hope this would make people see the short story as an important art, not just something you played around with until you got a novel
(Alice Munro dopo l’annuncio del Premio Nobel)
Sarà che stanotte non ho dormito e sono rientrata in ufficio con crisi da carenza di caffeina/teina dopo la mia lezione di Portoghese nella pausa pranzo, arrabbiata per l’ennesima discussione su come i numeri, la statistica, l’economia dominino il mondo, terminata nell’adagio “non di Anna Karenina vivrà l’uomo, ma di numeri”.
Sarà che sto vivendo in apnea, boccheggiando alla ricerca d’aria, messa all’angolo da una decisione da prendere, da un cambiamento che mi terrorizza ma al quale al tempo stesso non mi sento di riunciare..
Sarà che stamattina pioveva e c’era la nebbia, e sono rientrata in ufficio intirizzita e triste, grigia fuori e dentro. Sarà. Ma, appena tornata in ufficio, uno sguardo alle news, e sono scattata su a saltellare come una forsennata, lanciando gridolini di gioia tra gli sguardi attoniti dei miei colleghi (sono la pecora nera italiana in un ufficio di nordici….)
Alice Munro ha vinto il Nobel per la letteratura (!). Nobel del tutto meritato, e, fortunatamente, assegnato per una volta non sulla base di considerazioni politiche, ma lasciandosi guidare dal puro e semplice amore per la letteratura, dalla passione per le parole. dalla ricerca delle bellezza.
La prosa della Munro è avvolgente, penetrante come un profumo muschiato. Le sue pagine sono da leggere e rileggere. Il suo Inglese è elegante e raffinato senza essere pretenzioso, e riesce ad essere al tempo stesso straordinariamente schietto e diretto.
Le sue storie rimangono tatuate nel cuore, catturando il lettore attraverso un piccolo particolare: un haiku, un messaggio in bottiglia, un incubo della Alice bambina, le foglie d’acero rosse e dorate, la luce brumosa delle mattine invernali candesi.
Il Canada è il vero Bildungsroman della Alice bambina, della Alice donna, che la aiuta a raccontare, e a raccontarsi, paesaggio dopo paesaggio, foglia dopo foglia, impronta dopo impronta (fangosa, per lo piu’).
Il racconto è un genere piuttosto trascurato nell’ambito della letteratura italiana. La Munro, in questo campo, ha talento da vendere, e lezioni da insegnare. E’ senza dubbio alcuno la regina del racconto , a metà strada tra realismo e surrealismo, realtà e poesia.
Forse di letteratura non si vive, e non si muore. Tuttavia, io rimango fermamente convinta del fatto che sarà la bellezza a salvare il mondo. E allora forse vale la pena di saltellare sulla moquette grigia di un ufficio grigio per un premio assegnato ad una sconosciuta che, per misteriose e poetiche ragioni, mi sembra di conoscere intimamente…
 
Vi lascio con un bellissimo articolo del canadese The Globe and The Mail, 10 reasons why Alice Munro is a genius
 



Buona immersione nel fantastico mondo di Alice Munro.

Consigli di lettura: iniziate da Dear life, il testamento letterario della Munro, con le prime (ed uniche) quattro storie biografiche che abbia mai scritto.

LibriInValigia#3: Dear Life, Alice Munro

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Se l’estate scorsa è stata l’estate in cui ho scoperto John Fante e Harper Lee, questa è stata l’estate in cui ho scoperto – e amato alla follia, l’unico modo di amare che mi è consono – Alice Munro.
La Munro è un’autrice che aspettavo di “incontrare” da tempo, per motivi diversi, in parte legati alla mia smisurata curiosità nei confronti del racconto – bisogna essere davvero bravi per riuscire a concentrare una storia, per far affezionare il lettore a personaggi e paesaggi e situazioni e far scattare reti di celesti corrispondenze ed empatie astrali in uno spazio fisico ristretto. Dear life mi è capitato tra le mani in uno di quegli istanti di serendipità grazie ai quali la vita riesce ancora a cogliermi di sorpresa, regalandomi larghi sorrisi, ed è stato la coperta di Linus della mia breve estate, trascinato da una spiaggia calabrese all’altra, con la sua incantevole copertina di foglie d’acero rosse ed autunnali, così canadese, così semplice, così rassicurante.
Il Canada è uno dei protagonisti indiscussi dei racconti della Munro: i paesaggi della sua infanzia, scavati dal ricordo, ricostruiti attraverso sensazioni tattili ed olfattive, acquarelli sporchi di fango e foglie autunnali.

La Munro è senza dubbio la regina del racconto. Commovente, sorprendente, mai monotona, la sua scrittura palpita di una vitalità intrinseca che lascia il lettore col fiato sospeso fino all’ultima riga. Le sue parole vivono di vita propria, indulgono in descrizioni lente e raffinate di paesaggi e personaggi a dir poco singolari, esplodono in epitaffi che offrono chiavi di lettura della personalità della sempre schiva Munro, sfuggente anche nei suoi racconti autobiografici.
L’atmosfera delle storie di Dear life è sempre sospesa tra storia e mistero, sogno e realtà, passato e presente, ricordo e immaginazione. Tra i temi cari all’autrice, la malattia mentale, l’alienazione, la solitudine, la condizione del poeta (specie nel caso delle donne), che porta con sé quasi un atavico senso di colpa nei confronti della sua condizione, con echi che richiamano Gozzano e il suo “io mi vergogno d’essere un poeta”.
Gli ultimi quattro racconti – The eye, Night, Voices, Dear life – affrontano temi autobiografici da prospettive mai scontate: ad esempio, nell’ultimo racconto (che dà il nome alla raccolta) la Munro rivive il suo legame di odio-amore con la madre, prematuramente ammalatasi di Alzheimer, partendo da un episodio apparentemente irrilevante: la storia, raccontatale dalla madre stessa, del giorno in cui la loro vicina, un’anziana signora malata di mente, aveva cercato di fare irruzione in casa Munro, dove una spaventatissima signora si era barricata con la piccola Alice dietro il montavivande, after my mother ha grabbed me up, as she said, for dear life, dopo averla afferrata, dopo essersi disperatamente attaccata a lei, sopraffatta dal terrore, dall’imprevedibilità della situazione.
Anni dopo la Munro avrebbe scoperto che casa sua era appartenuta in passato alla famiglia dell’anziana signora – i Netterfield – e probabilmente, nella confusione della sua mente avvolta dalla nebbia dell’infermità, la vicina stava pensando di fare ritorno a casa sua, anzichè fare incursione in casa d’altri. La persona alla quale Alice avrebbe davvero voluto raccontare la sua scoperta sarebbe stata proprio lei, sua madre, portata via dalla malattia. In chiusura, la Munro ricorda con una sorta di distante e rassegnata tristezza di non aver fatto ritorno a casa nell’ultima fase della malattia della madre, nemmeno per il suo funerale. I soldi erano pochi, i bambini erano piccoli. E conclude in modo magistrale:

We say of some things that they can’t be forgiven, or that we will never forgive ourselves. But we do – we do it all the time.

(Diciamo che alcune cose non potranno mai essere perdonate, o che non riusciremo mai a perdonare noi stessi. Eppure lo facciamo – lo facciamo tutto il tempo).

Il racconto che ho amato di più è il primo della raccolta, To reach Japan, la storia di una giovane poetessa, Greta, invitata per la prima volta ad una soirée letteraria, nel corso della quale si sente un’aliena e si ubriaca, finchè un editor non corre in suo aiuto, riaccompagnandola a casa in macchina e confessandole semplicemente: Excuse me for sounding how I did. I was thinking whether I would or wouldn’t kiss you and decided I wouldn’t.
Quel bacio sospeso brucia sulle labbra di Greta nel fluire sempre uguale della sua quotidianità, fatta del marito, di sua figlia Kathy e del suo lavoro.
Quando una coppia di amici le propone di occuparsi della loro casa a Toronto durante una loro assenza, Greta accetta col cuore in tumulto. Peter, suo marito, è fuori per lavoro; a Toronto vive lui, lui dal bacio mai dato, lui dalla moglie pazza rinchiusa in una casa di cura, lui a cui Greta non può esimersi di inviare un messaggio in bottiglia

Writing this letter is like putting a note in a bottle – 
And hoping
It will reach Japan.

Nient’altro, a parte il giorno di arrivo e l’orario del suo treno.
Dopo un viaggio tumultuoso, marcato da un’avventuretta dai pentimenti facili a causa della quale Greta perde sua figlia Kathy per alcune ore, fino a ritrovarla, in pigiama e spaventata, seduta nel passaggio da un vagone all’altro, Greta arriva a Toronto. E, surrealmente, mentre scende dal treno sulla piattaforma, qualcuno le prende le valigie. E la bacia, per la prima volta, in modo deciso e celebratorio.
She didn’t try to escape. She just stood waiting for whatever had to come next.

Come Greta dalle poesie alate e dal cuore in tempesta aspetta sulla piattaforma, guardando con distratta curiosità il sentiero contorto che si è improvvisamente aperto davanti ai suoi piedi in un’esistenza di strade larghe e ben pavimentate, io aspetto con impazienza di leggere una seconda raccolta di racconti della Munro, New Selected stories. E di innamorarmene, magari.