I diari di Sylvia Plath

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“Luglio 1950. Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più…”

Scritti tra il 1950 e il 1962 e pubblicati in Italia da Adelphi nella traduzione di Simona Fefè, i diari di Sylvia Plath sono una testimonianza nuda e diretta della difficile coesistenza della poetessa con se stessa e con le sue molteplici identità, nonché dell’evoluzione del suo rapporto con la scrittura come catartico antidoto al dolore e ricerca di una perfezione che possa penetrare il tempo.

“La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una persona, a una filosofia, a una religione, a un fiore: può piacergli o meno. Può aiutarli o meno. La scrittura prova delle emozioni per dare intensità alla vita: offri di più, indaghi, chiedi, guardi, impari e modelli: ottieni di più: mostri, risposte, colore, forma e sapere. All’inizio è un atto gratuito. Se ti fa guadagnare tanto meglio. […] La cosa peggiore, peggiore di tutte, sarebbe vivere senza scrittura. E allora, come vivere con i mali minori e sminuirli ancora?”

Vita e letteratura si intrecciano quasi fino a confondersi, in una precoce ricerca di immortalità: Sylvia ha infatti sempre registrato minuziosamente la sua vita, tanto nelle sue lettere (la cui pubblicazione è stata supervisionata dall’amata-odiata madre-vampiro Aurelia) quanto nei diari, la cui redazione inizia quando Sylvia ha solo undici anni. I diari della maturità vanno dal suo primo anno al prestigioso Smith College (1950) fino alla sua morte.

Sylvia scriveva sempre come se si rivolgesse a un pubblico ben più vasto del suo diario, di sua madre o degli altri destinatari delle sue lettere: era infatti convinta di essere destinata al successo e che quindi tutti i suoi scritti fossero potenzialmente pubblicabili. Era abituata a essere la prima della classe, a vedere le sue storie pubblicate, a vincere premi e riconoscimenti, non ultimo il prestigioso stage presso la rivista più à la mode del momento, Mademoiselle.

“Invidio quelle che hanno pensieri più profondi dei miei, che scrivono meglio, che disegnano meglio, che sciano meglio, che amano meglio, che vivono meglio, che sono più belle di me.”

Non a caso il suo primo episodio di grave depressione (e il suo primo tentativo di suicidio) coincidono con la delusione e il senso di vuoto lasciatole da New York, e dalla mancata accettazione ad una scuola estiva di scrittura creativa ad Harvard (di tutto questo la Plath parla diffusamente nel suo unico romanzo pubblicato, The Bell Jar, La campana di vetro).

“Oggi molto depressa. Incapace di scrivere. Gli dei sono minacciosi. Mi sento esiliata su una stella fredda, in grado solo di provare uno spaventoso torpore vulnerabile. Guardo giù nel caldo mondo terrestre. Nel groviglio di letti di amanti, culle di bambini, tavole apparecchiate, tutto il solito viavai vitale di questa terra, e mi sento estromessa, chiusa dietro una parete di vetro.” (…)

Sylvia era una ragazza bella e vitale, ansiosa di sperimentare tutte le esperienze che la vita potesse offrirle; amava le persone, adorava essere corteggiata, era consapevole del suo fascino pur vivendo un rapporto conflittuale col suo corpo (si chiedeva spesso se non sarebbe stato meglio per lei nascere uomo, per potersi avvicinare al sesso senza tutte le limitazioni, le inibizioni, i vincoli imposti alle ragazze ancora non sposate).

The Haunted Reader and Sylvia Plath COVER FINAL

Tutta la vita di Sylvia, come traspare anche dalle sue poesie (potete leggerne alcune qui, qui, qui) è una lotta per la ricerca di un equilibrio tra l’amore per la vita, per la conoscenza, per la scrittura e la paura di non essere mai abbastanza, la depressione, la malinconia, la mancanza del padre (Otto, venuto a mancare quando Sylvia era ancora piccola, celebrato nella poesia Daddy) e il rapporto conflittuale con la madre, che aveva altissime aspettative e non avrebbe mai – fino alla fine – accettato la fragilità di Sylvia, le sue paure, la sua depressione.

Sylvia era davvero una ragazza di vetro, andata alla fine a pezzi per il fallimento del matrimonio con Ted (che l’aveva abbandonata per la poetessa Assia), per non essere riuscita a emergere in vita come grande poetessa, ma aver vissuto sempre all’ombra dell’ingombrante marito, per averla abitata veramente, quella campana di vetro (il piccolo appartamento londinese in cui Sylvia avrebbe poi messo fine ai suoi giorni).

“Frustrata? Sì. Perché non posso essere Dio – o la donna-uomo universale – o una qualsiasi cosa che conti. Io sono quello che provo, penso e faccio. Voglio esprimere il mio essere con tuttala pienezza possibile perché da qualche parte ho scovato l’idea di poter dare un senso alla mia esistenza in questo modo. Ma se devo esprimere ciò che sono ho bisogno di avere un certo livello di vita, un punto di partenza, una tecnica: cioè di organizzare arbitrariamente e provvisoriamente il mio caos personale, minuscolo e patetico. Comincio ad accorgermi di quanto dovrà essere falso e provinciale questo livello, questo trampolino di lancio. È questo che mi è tanto difficile da affrontare.”


Spesso sento associare la Plath unicamente al suicidio e alla depressione (a tal proposito, vi consiglio la lettura del magistrale articolo di Katie Crouch che trovate in traduzione qui), ma non è affatto così: Sylvia era una ragazza sana e vitale, che amava la natura e il mare, amava sentire il sole sulla pelle, amava piacere e uscire con diversi beaux.

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Il suo diario è il diario di una ragazza che ha lottato tutta la vita per essere felice, ma ha dovuto soccombere al peso del suo stesso genio. La ragazza di vetro, la ragazza che voleva essere Dio e controllare la morte, sorgendo dalla cenere con i suoi capelli rossi e divorando gli uomini come se fossero aria, la poetessa appassionata, la studentessa ammalata di perfezionismo, la moglie innamorata, la madre combattuta, la Sylvia bionda e la Sylvia bruna: tutte queste identità non riescono a convivere pacificamente e implodono tragicamente.

“Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire.”

ps

Bibliografia:

Diari, Sylvia Plath, Adelphi edizioni, traduzione di Simona Fefè

Pain, Parties, Work: Sylvia Plath in New York, Summer 1953, Elizabeth Winder, Harper

La grande estate: Sylvia Plath a New York, 1953,  Elizabeth Winder, trad. a cura di Elisa Banfi, Guanda

Letters Home: Correspondence, Sylvia Plath, Faber&Faber

Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre, Sylvia Plath, trad. Di M. Fabiani, Guanda

Per saperne di più:

Immensamente Sylvia Plath

Sylvia Plath, la donna senza voce

Sylvia Plath, solitudini e moltitudini

Sylvia Plath tra poesia e mito

The Bell Jar. Dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch

Soundtrack: Clem Snide – No One’s More Happy Than You

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #22: io che in settimana bianca non ci sono mai stata, ma con Carrère sì

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Questa casella è stata scritta e aperta da Federica de Il lunedì dei libri

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Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza. Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza, ma da qualche anno a questa parte non amo tanto il Natale. Sono nata in inverno e il freddo mi piace abbastanza, ma da qualche anno a questa parte non amo tanto il Natale e, cosa importante per la storia che sto per raccontarvi, non sono mai stata in settimana bianca con la scuola.

Non ho mai imparato a sciare, a dire il vero. Avrei avuto più di qualche problema a restare in equilibrio, dicono. Poco male, già mi vedevo rotolare giù dal pendio, diventando una piccola e man mano sempre più grande palla di neve umana. Eppure ricordo che alle medie una professoressa insistentemente provò a convincermi. Per andare in settimana bianca, dico. Chissà per quale motivo avrei dovuto far spendere dei soldi ai miei per andare sulla neve, se proprio non posso mettermi un paio di sci ai piedi. La neve, per fortuna, l’ho vista in altri contesti, anzi: scendeva proprio a fiocchi qualche giorno fa mentre pensavo a che forma dare a quest’articolo.

Quindi io di settimane bianche ne so meno di niente. Mi pare di capire che intorno a queste esperienze compiute spesso e volentieri massimo in età adolescenziale aleggino sempre misteri, quei segreti non detti che però sanno tutti e sguardi d’intesa. Volevo scoprirne di più e farlo grazie a una buona (buonissima) penna, così sono andata in libreria e ho preso La settimana bianca di Emmanuel Carrère, nell’edizione Adelphi con la traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

Com’è stato per me leggere La settimana bianca? In una parola: esaltante. Un romanzo breve, poco più di centotrentapagine. Pieno di neve, di bianco, di freddo, ma anche di mistero, di nero, di quel calore che però non rassicura. Sconvolge. Un noir che è una storia ben raccontata e che diventa anche quasi un romanzo di formazione, di crescita e di crudo impatto con le difficoltà. Protagonista è Nicolas, ragazzino che in quella settimana bianca sembra quasi un pesce fuor d’acqua e che proprio in questa situazione capirà molto di più sulla propria vita e sulle persone che ne fanno parte.

La settimana bianca è stato il mio primo Carrère. Adesso non vedo l’ora di recuperare tutta la sua produzione letteraria. Un romanzo che vi consiglio se volete trascorrere una di queste sere natalizie a colpi di camino, divano, copertina e voglia di scoprire cosa sta succedendo sulla neve.

Ma loro non sarebbero usciti. Sarebbero rimasti tutta la notte stretti nel loro rifugio, trincerati nel cuore del carnaio, con le guance bagnate da un liquido caldo, forse il sangue di una ferita o le lacrime dell’altro. Sarebbero rimasti lì, tremanti. Nella notte senza fine. Magari per non uscirne mai più.

 

ll Calendario dell’Avvento Letterario#17: Manganelli e l’infelicità del Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi, che il 20 dicembre inaugura la sua prima mostra fotografica al Castello di Monasterolo di Savigliano: in bocca al lupo!

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Quando ero piccola attendevo il Natale con ansia, come ogni bambino del mondo. Ero eccitata, felice, nell’attesa di quel giorno misterioso e elettrizzante che avrebbe portato – la questione era soprattutto quella – i regali che durante l’anno potevo solo sognare.
Le mie sorelle e mia madre facevano l’albero di Natale fuori, in giardino, o sul balcone, con quelle luci che, da un anno all’altro, non si riaccendevano mai – ricordo quella volta che rischiammo quasi il cortocircuito, per esserci affidate incautamente a un elettricista adolescente che forse, sicuramente, voleva far colpo su una delle mie sorelle. Le lampadine colorate iniziarono a fumare, una esplose.
Derivò da lì, forse, l’idea che, nonostante le grandi aspettative, nonostante l’ansia per i regali, il Natale non fosse cosa per noi, così disorganizzati e incauti.
Una delle mie sorelle, poi, alla mia gioia per l’arrivo del Natale, rispondeva sempre, con atteggiamento sprezzante: “il Natale è la festa più malinconica che esista.”
Lo imparai con gli anni, e mi fermai spesso a riflettere su quanto solo l’attesa fosse scintillante e quanto questi giorni di festa, in realtà, non facessero che amplificare un senso di inquietudine che, pur in forme sempre differenti, torna a visitarmi quasi ogni anno.
Una specie di solitudine che non saprei spiegare, ma che ho ritrovato, per caso, qualche anno fa nelle pagine di quel libro di Giorgio Manganelli, intitolato “Il presepio”, edito postumo, nel 1992.
Il primo capitolo del libro, in modo che trovo adorabile nella sua filosofica esagerazione, tratta in modo quasi catastrofico di quella “infelicità natalizia” che, a parole, non sono mai riuscita a dire:

“Nella città in cui vivo, anzi in tutte le città in cui potrei vivere, sta arrivando il Natale. Alcuni dicono, il Santo Natale. Sebbene la mia vita sia distratta e disorientata, da molti segni, come gli animali, mi accorgo dell’imminenza del Natale. L’irrequietezza agita i miei simili; una sorta di inedita tristezza che si accompagna ad una smania, una torbida cupezza, una litigiosità capziosa, non di rado violenta, ma soprattutto aspramente angosciosa. Quando il Natale si approssima, l’infelicità si scatena su tutta la terra, invade gli interstizi, ci si sveglia il mattino con quel sentimento, discontinuo durante tutto l’anno, che vivere a questo modo pare intollerabile, forse disonesto, una bestemmia. Strano che abbia scelto questa parola, sostanzialmente pia, per descrivere l’infelicità natalizia. E infatti questo avverto, che a differenza della desolazione che direi privata, attraverso la quale passiamo in vari momenti dell’anno, questa è una tetraggine che ha dell’astronomico, come a dire che gli astri sono coinvolti, e forse la tristezza che suppongo mia in realtà è un affetto che tocca gli estremi dell’universo, e oltre, se si dà un oltre.”

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A casa mia, in quegli anni, non c’era posto per il presepe. Non ho mai capito se fosse per questioni di spazio o perché non interessasse a nessuno, il fatto è che per anni ho guardato con misterioso sospetto e malcelato interesse a questa rappresentazione casalinga di un momento immobile, così artefatta e meravigliosamente fasulla.
Giorgio Manganelli scrive ‘Il presepio’; lo inizia e lo termina, senza farne parola con nessuno e, nel viaggio letterario e filosofico nella “macchinazione cosmica” che è il presepe, si fa narratore e quasi teologo, custode e indagatore di quel sentimento di vuoto che proprio nel Natale sprigiona la sua forza invasiva.
La provocatoria affermazione per cui “Al Natale non si dà fuga, in nessun modo” accompagna un discorso sul presepe e nel Presepe, inteso come teatro del reale ai confini col nulla.
Manganelli non si limita a osservare il Presepe, vuole entrarci dentro.
“Io sto macchinando per entrare nel Presepe […] se io entro, io diverrò parte del Natale, capite?”

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Nessuno si salva dalla lente analitica manganelliana, né la Madre, né tantomeno il figlio, bambino per l’eternità. Si salva, e Manganelli ha per lui uno sguardo quasi pietoso, il padre putativo, “vittima” della macchinazione divina.
“Ti sei trovato nel centro di una storia che non poteva fare a meno di te, che tuttavia non ti si poteva disvelare del tutto. Per questo te stai come chi tenga d’occhio, ma insieme consapevole che chiunque potrebbe sgridarlo mandare in un angolo a mangiare un pane umile e privo di interesse. […] Ti hanno ringiovanito i tecnici delle immagini, ma in realtà non mi dispiace vedere quanto sei vecchio, deciduo, un po’ malinconico.”

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Tutti i personaggi, che lo vogliano o no, fanno parte della commedia – o tragedia- dell’inesplicabilità dell’esistere.

“Già ora mi chiedo, per entrare nel mondo del presepe, mi toccherà staccarmi dal mondo?”

E si parla anche della cosiddetta “felicità Natalizia”, contraltare di tutta la dissertazione e che, per l’autore non è altro che “una finta e artata letizia”, a coprire con un telo una “smaniosa disperazione”.
Manganelli trascina il lettore in questo ragionamento e stravolge la tradizione, andando a solleticare quella spina che nient’altro è quel senso appiccicoso di malinconia che invade molti, nell’animo, in questi ultimi giorni dell’anno.

Lo so, forse esagero. Ma, leggendo questa prosa così ragionata, arguta, perfetta nel suo smascherare errori e orrori della farsa, in effetti, ci si lascia coinvolgere in questa “burla teologica”, per camminare sull’orlo del baratro e dimenticarci un po’ di noi, delle malinconie che, soprattutto in certi anni, pesano un po’ di più sulla bilancia.
La fine di un lungo periodo, con tutto il suo peso di giorni, gioie e piccoli e grandi dolori; l’inizio di qualcosa di nuovo che non si sa mai.

Quand’ero piccola attendevo il Natale con ansia. Ora, che sono grande veramente, lo vivo con un sentimento, addosso, come un vestito, che presenta sempre qualche piega, qualche nota stonata. Amo le luci e il freddo che mi gela il naso, riesco a percepire la bellezza in alcuni gesti ma no, io, scusate, quest’anno passo.
Buona lettura e Buon Natale. A tutti.