Il Calendario dell’Avvento letterario #21: Nero Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Fabrizia de Il mondo urla dietro la porta

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Su cosa sia un racconto non si spenderanno mai abbastanza parole. Narrazione in prosa dalla durata fulminea, che è in grado di riverberare nella mente del lettore per molto tempo donando alla storia una completezza temporale e vitale. Su cosa sia un ricordo sarà impossibile pronunciarsi perché il suo racconto è avvolto da un fascino tutto personale.

Entrambi, però, condividono una correlazione complementare quando si tratta di affiancarli al Natale. Quando il racconto si fa ricordo assume la consistenza di un sogno (o di un incubo) e rischia di perdersi nei nuovi dettagli aggiunti dall’oralità: ricordi quando hai scoperto che Babbo Natale non esisteva? Ti sei sentito grando e maturo conservando per te la malinconia della sorpresa. Quando il ricordo si fa racconto diventa una pietra da incastonare nella memoria degli anni successivi, una commemorazione segreta e personale richiamata dalla ricorrenza della festa. C’è chi ricorda la dolcezza degli addobbi di Natale, uguali tutti gli anni e rassicuranti proprio per questo. C’è chi ricorda una mancanza e non ha intenzione di festeggiare. C’è chi vuole essere un’assenza e non festeggerà mai. Dal candore delle luci e dal calore della tavola esala un sentimento contrastante che ha l’occasione di rigenerarsi anno per anno. Non esistono natali definitivi perché ognuno è diverso dall’altro.

Sicuramente il racconto di Natale ha in sé sfumature infinite, ognuna caratterizzata dal tratto distintivo dell’autore che l’ha scritto. Ma, se volessimo riconoscere una caratteristica generale che fa eco proprio dal Canto di Natale di Dickens, potremmo riconoscere il mistero del racconto. Prescindendo dal riferimento religioso, il Natale è una pausa di festa in cui è probabile che si debba convivere l’impegno collettivo a rimpinzarsi insieme, amati e odiati, felici e tristi. Proprio per sondare i misteriosi accadimenti dell’animo umano e del soprannaturale, esulando dai festeggiamenti veri e propri, viene in soccorso Nero Natale. Nove racconti da brivido, raccolta di racconti pubblicata da Einaudi e curata da Luca Scarlini.

Quando non ti restano che i ricordi, li custodisci e li rispolveri con particolare cura.

Così la governante dai nobili natali rimane fedele alla sua missione portando il nome, la tradizione e il ricordo al di là del ceto sociale. È la baronessa ne I lupi di Cernogratz, racconto fulmineo di Saki che qui dimostra l’abilità del misticismo andando oltre i suoi racconti di humor nero. La tradizione del clima conviviale però si fa cupa per Hawthorne nelle storia Il banchetto di Natale, perché un nobile investe parte della sua ricchezza per riunire al tavolo una serie di figure tragiche e mai realmente felici nella vita. Il Natale risulta essere un periodo ben più funesto del resto dell’anno, ma non si ha intenzione di risollevare gli animi degli astanti perché uno scheletro è a capotavola, sempre pronto a ricordare loro la sofferenza.

Parte dei racconti della raccolta è attraversata da un imperativo inevitabile: la celebrazione di una tradizione a tutti i costi, che assume i contorni delle persone che la festeggiano. Il Natale di un visitatore sperduto nella sua terra natia seguirà la commemorazione degli avi. Un’atmosfera putrescente e mefitica s’innalza dai sotterranei di una città fantasma nel racconto di Lovecraft, La ricorrenza: affresco gotico perfetto che smorza il romanticismo di un periodo che ha più a che fare con una sacralità sinistra.

L’unicità del Natale è in grado di travolgere l’andamento tipico della fiaba andando su sfumature che conosciamo grazie a Nightmare Before Christmas. Frank L.  Baum compone Il rapimento di Babbo Natale, un’avventura dei demoni dell’Invidia, dell’Odio, dell’Egoismo, della Malizia e del Pentimento alle prese con sentimenti che alla fine non si riveleranno del tutto malvagi.

E, infine, il Natale dei detective. Sherlock Holmes con il racconto L’avventura del carbonchio azzurro e di Hercule Poirot con L’avventura del dolce di Natale: due viaggi deduttivi che solo nell’apparenza si svolgono nel clima natalizio.

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Di certo una raccolta non esaustiva sui racconti di genere per il Natale, ma di sicuro un buon modo per conoscere un’atmosfera inedita. È proprio in questo modo che i racconti portano a compimento la loro missione: mostrare un lato diverso e creare una duplice percezione tra il brivido e la sorpresa.

 

 

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Il Calendario dell’Avvento letterario #20: ritorno a Christmasland

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di LibrAngolo Acuto

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Che cosa saresti disposto a fare per passare la vita in un posto in cui ogni mattina è la mattina di Natale?

Non so cosa sarebbe disposta a fare la gente normale per vivere over and over la mattina di Natale. Io so che, dopo qualche giorno, sarei colta da un’ansia non indifferente e cercherei in tutti i modi di scappare via, colta da un attacco di panico e un principio di follia omicida. Mi rincuora sapere che non sono l’unica sulla faccia della Terra, perché come me, lo stesso deve pensare la famigerata famiglia King. Sì, sì, proprio quei King, avete capito bene.

 L’odore di cannella, un buon bicchiere di vin brulé, il dolce scoppiettio della legna che arde felice nel camino, le luci intermittenti dell’albero di Natale e la musichetta forzatamente allegra devono costituire uno dei peggiori incubi della famiglia King, o perlomeno dei suoi figli. Ok, va bene, va bene, di un solo: Joe Hill.

Dietro i cinnamon rolls, i simpatici pupazzi di neve, le lucette led colorate, le ghirlande profumate, gli ettolitri di eggnog, gente, non si nasconde un mondo ideale ma il male più assoluto.

Scommetto che l’idea più romantica che Joe Hill ha del periodo natalizio è quella in cui non esiste il classico Babbo Natale, ma il protagonista di tutto è Babbo Nachele, che spaventa i bambini a bordo della sua mostruosa slitta, guidata dal fantasma di un cane e dagli scheletri di tre renne.

Crescere con un padre come Stephen King, che riesce a rendere mostruose anche le vicende più normali – e mi riferisco ad esempio a Misery, che mi ha scosse non poco quando lo lessi da giovane lettrice, dove una semplice fan viene trasformata dal Re in una pazza senza scrupoli che, raga, smetto di pensarci altrimenti non dormo stanotte –, non deve essere affatto cosa semplice. Certo è che la propensione all’orrore del proprio padre deve, necessariamente, far scattare qualcosa anche in te, figlio ignaro.

Perché dico questo? Dico questo perché solo qualcuno che possiede gli stessi geni del Re poteva anche solo pensare di immaginare un romanzo come NOS4A2 (e perché solo io, che ho un rapporto strano con il Natale, potevo trovarlo il libro giusto da leggere in questo periodo).

Se Stephen King mi chiedesse cosa sarei disposta a fare per vivere ogni giorno la mattina di Natale, avrei paura. Voi no? Considerando che Joe Hill è decisamente il figlio del Re, la domanda assume tutto un altro significato, per niente rassicurante.

Nel mondo magistralmente creato in NOS4A2, Christmasland è un parco giochi a tema natalizio dedicato, secondo Charlie Manx – un personaggio abbastanza inquietante dai denti marroni che guida una Rolls Royce –, a quei bambini che, se non vengono salvati dalle grinfie delle loro disastrate e malvagie famiglie, perderanno la loro innocenza, vivendo una vita misera e terribile. Grazie a lui, invece, vivrebbero per sempre, felici e spensierati, in un mondo parallelo, circondati da fontane di cioccolato, piogge di candy cane, caramelle e marshmallow, alberi di zucchero filato perennemente addobbati e cascate di coloratissimi doni.

Un parco giochi che io, con un po’ di ansia e paura – lo ammetto -, ho immaginato come una versione 2.0 de La Fabbrica di Cioccolato, con i folletti e le renne al posto degli Umpa Lumpa e un uomo a bordo di un’auto nera al posto di Willy Wonka.

Manco a dirlo, Christmasland non si avvicina neanche lontanamente a tutto questo, altrimenti non sarebbe un libro scritto da un parente prossimo di Stephen King.

Di fatto, Charlie Manx non salva proprio nessuno, come potevate immaginare, ma rapisce i bambini mentendo a loro e anche ai pochi adulti che, nel corso della sua lunghissima vita, lo hanno servito fedelmente, diventando i lacchè che si occupano delle sporche questioni burocratiche, passatemi il termine. Convinti di salvare povere creature in difficoltà, di fatto contribuivano a popolare un parco giochi che di sereno e spensierato non aveva proprio nulla.

Un romanzo a tratti disturbante, ma che trasmette un messaggio che è bene tenere sempre presente: non è tutto oro quello che luccica. E voi, amanti sfegatati del Natale che sareste disposti a tutto pur di giocare a tombola tutto l’anno sgranocchiando torrone e piccoli panettoni, state bene attenti: mai fidarsi di un estraneo che vi ci avvicina in macchina e vi promette un mondo dove tutti i giorni è la mattina di Natale, potreste pentirvene amaramente.

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Il Calendario dell’Avvento letterario 19: elogio della gentilezza

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Questa casella è scritta e aperta da Celeste di Una stanza tutta per me

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Forse uno degli spot più famosi d’Italia, quello della Bauli per il pandoro natalizio, è rimasto in testa un po’ a tutti quelli che hanno acceso la televisione nell’ultimo decennio: “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai […]è Natale e a Natale si può dare di più”, così canta un coro di adorabili bambini.

Ora: giusto e sbagliato che sia, io ho sempre avuto un debole per questa patetica opera di marketing, ed il motivo credo sia proprio il richiamo subdolo ad essere di più. Per me questo dare di più era sintomo di altruismo e gentilezza, in un momento dell’anno in cui si può regalare pochi attimi di gioia e un tanto di tempo e affetto alle persone a cui vogliamo bene, la Bauli ti dice che si può dare di più, e lo si può fare proprio a Natale.

E, cara Bauli, mi tocca darti ragione. Mi avvalgo dell’aiuto di due maestri americani, David Foster Wallace e George Saunders, che rispettivamente nel 2005 e 2013 hanno trasformato un discorso per i laureati di due diversi college in piccoli trattati di filosofia, che hanno poi trovato la loro edizione cartacea: “Questa è l’acqua” per Foster Wallace e “L’egoismo è inutile” quella di Saunders.

È incredibile e potenzialmente magico che entrambi gli scrittori abbiano reputato importante concentrarsi sulla gentilezza, recitando prima di tutto un mea culpa. Il fatto è che essere gentili e altruisti tutti i giorni non è facile, è anzi quasi impossibile. La vita è piena di fastidi, grandi o piccoli, e di ostacoli che sommati insieme ci sembrano insopportabili; abbiamo l’innata tendenza all’egocentrismo che non si scrolla di dosso nemmeno piangendo.

In Questa è l’acqua, David Foster Wallace la descrive così: “Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa formadi naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se,sotto sotto, ci accomuna tutti.”

George Saunders, in L’egoismo è inutile, rincara la dose: “Ognuno di noi viene al mondo con una serie di equivoci congeniti che probabilmente sono di origine darwiniana. Ovvero (1) noi siamo al centro dell’universo (cioè, la nostra storia personale è la più importante e la più interessante, anzi, l’unica che conti) […] campiamo di queste cose, che ci spingono ad anteporre i bisogni personali ai bisogni degli altri, anche se ciò che vogliamo davvero […] è essere meno egoisti.”

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Diciamolo, liberiamoci di questo peso: sì, siamo egoisti. Siamo noi stessi, e nessun’altro può aver idea di cosa significhi vivere nei nostri panni. Abbiamo problemi che affrontiamo in prima persona, subiamo perdite, momenti stressanti e periodi bui; per noi è importante star bene e far di tutto per assicurarci di non dover soffrire.

Vogliamo essere ancora più onesti? Alle volte l’egoismo è necessario, può essere la condizione che ci permette di abbandonare situazioni distruttive per il nostro bene; l’egoismo, a volte, è positivo.

L’egoismo – e la gentilezza, di conseguenza – di cui sto parlando, però, è di una natura più subdola, è quella quotidiana, quella che ormai passa in sordina. Ovviamente Foster Wallace la descrive meglio di quanto mai potrei fare io:

“Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti […] il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giú di corda ogni volta […], perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo […] Certo che è proprio un’ingiustizia […] se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv,[…] che bloccano la corsia bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti.”

E adesso, in tutta onestà, non siamo forse tutti noi, questi descritti? Il mattino adesso è freddo, a volte piove, tutti vanno a lavoro. Se nevica, le strade si bloccano. I trasporti non funzionano, gli scioperi ci sono sempre quando proprio non ce lo meritiamo. E suoniamo i clacson, camminiamo battendo i piedi con forza per mostrare disappunto, sbuffiamo abbassandoci sotto l’ombrello altrui borbottando come una pentola a pressione. In più, i centri storici sono impraticabili: tutti a fare i regali, i turisti, il ponte dell’Immacolata. Ma tutti all’ultimo, questi regali? Beh:

“Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale.” ammette Foster Wallace.

Adesso mi spiego meglio: nella vita cerco di essere gentile, ma a Natale un po’ di più. E’ un’occasione per ricordare e ricordarci quanto renda felice essere altruisti, senza indugiare in “malinconie inessenziali”, come le chiamava Calvino. Diciamo che sarebbe bello sfruttare questo momento propizio per impegnarsi a uscire dal proprio mondo individualistico e pensare.

Cosa pensare, dunque? “Posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia.” suggerisce sempre Foster Wallace. Se scegliete di riflettere, allora “Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla.”

Da quando ho letto questi passaggi, sono rare le volte in cui mi trovo ingrovigliata nel traffico e non penso a David Foster Wallace. D’altronde, quella mentalità predefinita cosa mi porta? Stress e nervosismo, che non fa altro che aggiungersi a quello già accumulato dal mondo.

Quello che è vero, d’altra parte, è che siamo tutti ingrovigliati nel traffico, al freddo, sotto Natale; che da una parte se ci pensate, è veramente quasi poetico.

Vi voglio augurare qualcosa, per questo periodo dell’anno forse più stressante che gentile: un Natale pateticamente felice e gentile, adornato da momenti in cui il nostro egocentrismo riesce a mettersi da parte. Ma vi auguro soprattutto di tornare con il pensiero a Foster Wallace quando sarete in coda al supermercato.

“Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi […], ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.”

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #18: il Natale è una spina

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi

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(Riflessioni sparse sul Natale nelle poesie di Valerio Magrelli e Vivian Lamarque.)

Si avvicina il Natale, di nuovo. E con lui, spesso, oltre alle luci e ai regali, il carico di un anno difficile, abbastanza pesante, gonfio di cambiamenti e di ricordi da archiviare.

Di scadenze che, spesso, non si possono evitare.

Nonostante, di solito, si aspettino con gioia i giorni delle feste, penso altresì che questi siano il luogo in cui, con frequenza, emergono le ansie per i progetti da portare a termine, per quelli ormai da abbandonare e si facciano sentire in modo più forte le assenze.

Ecco, la pars destruens del calendario dell’avvento letterario è arrivata, anche quest’anno.

Probabilmente sto invecchiando, o il mio spirito da guastafeste natalizia si fa sentire come un campanello al cui appuntamento non posso sottrarmi.

Quest’anno avrei voluto trovare una poesia, qualche cosa che potesse riassumere che cosa è per me il Natale. Ho trovato molti spunti, soprattutto in due autori che amo, Valerio Magrelli e Vivian Lamarque, molto diversi tra di loro, che interpretano il senso del Natale in modo per me molto significativo.

L’altro giorno, mentre cercavo tra i miei libri un foglio irrimediabilmente perduto, mi è venuta tra le mani una raccolta di poesie di Valerio Magrelli a cui sono molto affezionata, dal titolo “Il sangue amaro”, in cui c’è un componimento dedicato, appunto, al Natale e alle scadenze, all’emergere del tragico quotidiano proprio in vista delle feste imminenti.

“Natale, credo, scada il bollino blu

del motorino, il canone URAR TV,

poi l’ IMU e in più il secondo

acconto IRPEF – o era INRI?

La password, il codice utente, PIN e PUK

sono le nostre dolcissime metastasi.

Ciò è bene, perché io amo i contributi,

l’anestesia, l’anagrafe telematica,

ma sento che qualcosa è andato perso

e insieme che il dolore mi è rimasto

mentre mi prende acuta nostalgia

per una forma di vita estinta: la mia.”

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In questa poesia, l’autore, con ironia tagliente, ricorda quanto le scadenze e i codici caratterizzino la nostra vita contemporanea, la chiudano in un orizzonte spesso cieco e alienante, quanto siano ancora più sentiti quando il Natale si avvicina.

La festa è lo scenario di una fitta rete di incombenze, in un tempo che scorre veloce.

Un’attesa e una scadenza, più dolci, ma con un fondo quasi amaro, sono rappresentate anche in una poesia di Vivian Lamarque, in cui la ricorrenza si trasforma in una speranza d’amore che potrebbe rivelarsi illusoria. Il Natale, in questo caso, è il limite temporale dell’esperienza di cura e conservazione dell’amata da parte dell’uomo che ama.

“Tienimi ancora un po’ preziosa

mangiami

a Natale.”

Questo “mangiami | a Natale” racchiude una tenerezza che, nella semplicità tipica della poetessa, risulta quasi struggente, come i desideri più elementari. Un’attesa e un’offerta di sé che sembrano rivelare una probabile assenza.

La stessa Lamarque affronterà il tema delle feste natalizie in altri componimenti, in cui emergerà il senso di pungente malinconia, lieve come neve. In “Camposanto”, infatti, si legge:

“[…] la neve imbianchina

medicava il cuore

e la sua spina.

(fa rima Natale

anche con male?)”

La “spina”, ecco, appare una sorta di pungente malessere, un tormento, relativo ai conti con l’esistenza che sembrano non tornare, nel giro di boa delle feste e del nuovo anno che arriva, insolente. Forse solo la neve la può curare, regalando lo stupore ad un Natale che, tuttavia, fa sempre rima con “male”.

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Se per Magrelli il Natale rappresenta soprattutto la scadenza del bollino blu, del Canone Rai e altre incombenze burocratiche, in un capovolgimento radicale della sacralità della festa – ricordiamo anche un’altra poesia dal titolo emblematico “Babbo Natale gnostico”, in cui Dio è debole e impotente di fronte alle tragedie della vita umana “Quest’anno il bambinello non ha portato doni, | ma ci ha portato via un ragazzo dolce, appena di vent’anni | ucciso da un pirata della strada.”- per Vivian Lamarque nella festa si legge sempre lo scacco di una realtà dolce e amara, in cui la sconfitta assume, però, la semplicità della filastrocca.

In “Inverno” si legge:

”- Le provviste sono già finite!

– Hai calcolato male il giorno di Natale”.

(dialogo tra due formiche)

In “Regali di Natale”, inoltre, emerge prepotente il senso della distanza di un amore lontano, proibito, con ironica consapevolezza e l’ennesimo riferimento all’amata che si offre come cibo all’amante, irrimediabilmente, volutamente, distante.

“Per Natale ti faccio i seguenti regali due punti

caramelle svizzere per quando hai la tosse forte da far paura

che non mangerai mai

filtri per quando fumi che butterai dalla finestra

un bicchiere piccolo per bere di meno figuriamoci

dei gettoni per telefonarmi una sera da un bar

una bugia di terracotta per quando avremo buio

una piccola spada perchè sei il mio amore pericoloso

e poi anche un pezzetto di me quale vuoi?”

In tutti e due gli autori il Natale è il luogo in cui non è possibile trovare soluzioni definitive, rimedi assoluti, alla propria nostalgia e al senso di smarrimento.

Tuttavia, in entrambi i casi, proprio il senso della fragilità dell’uomo è la scintilla che genera il canto.

Ancora Magrelli in “Babbo Natale gnostico”, con una struggente disillusione, quasi cinica, spegne la speranza di un Natale salvifico:

“Sta’ nella mangiatoia, accùcciati su un fianco,

rimettiti a dormire, lascia perdere,

tanto lo sanno tutti, che ti aspetta la croce,

vittima, tu medesimo, di questa creazione malvagia

di cui sei lo smarrito spettatore, la preda

abbandonata sul ciglio di una curva.”

Lamarque, in “letterina di Natale”, immagina, invece, il capovolgimento dei ruoli, con Babbo Natale che scrive una letterina a tutti i bambini del mondo:

“[…] Cari bambini sono stato buono

proprio buono tutto l’anno

ecco l’elenco

l’elenco dei doni

grazie mille anticipate

ecco l’elenco

incominciate:

Uno sciroppo

in damigiana

ho tanta tosse

e le renne idem

cento litri di latte

e cento chili di fieno

e uno scatolone di medicine

per quando ho la febbre

a trentanove

e non posso uscire

che nevica o piove.

Degli stivali

mi raccomando rossi

e un berretto nuovo

e… ccì! eccì!

e un chilometro di fazzoletti

e anche un nuovo dvd.

Ma come?

E niente a noi?

«Per quest’anno

faremo il contrario

siete d’accordo?

Non c’è avere senza dare

per un anno si può fare…»”

L’esistenza non è un luogo sicuro e le feste, spesso, ne illuminano crepe e imperfezioni. Ma lasciano anche la scia di parole meravigliose che si fanno poesia e che vi regalo, per questo Natale.

Tenetele strette.

Tanti auguri a tutti.

Bibliografia:

Valerio Magrelli, Il sangue amaro, Einaudi, Torino, 2014.

Vivian Lamarque, Poesie 1972-2002, Mondadori, Milano, 2002.

Vivian Lamarque, Poesie di dicembre, con illustrazioni di Alessandro Sanna, Emme Edizioni, 2010

 

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #17: indovina chi viene a cena per Natale?

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Questa casella è scritta e aperta da Simona di Letture sconclusionate

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È stata LibrAngoloAcuto a ricordarmi il perché io ami tanto Perrotta, che, in un calendario che di solito contempla grandi classici, stona un po’. Ma quando si è ventilata l’idea di un nuovo calendario dell’avvento, mi sono detta “E quest’anno di chi parlo?” poi la domanda è stata cambiata all’occorrenza con “Chi invito a cena quest’anno?”. Tre erano i papabili: Henrietta Lacks, Ira Levin e Tom Perrotta e, dopo aver lungamente pensato e provato ad invitarne due, con Perrotta che continua a ronzarmi attorno, ho deciso per quest’ultimo. Ma chi è Perrotta? Perrotta è uno scrittore e anche uno sceneggiatore per la rinomata HBO e nel 2003 veniva citato nella rubrica mensile del The Believer da Hornby, che per la prima volta si avvicinava a quella che è diventata a tutti gli effetti l’opera più conosciuta di questo autore: “L’insegnante di astinenza sessuale” ( Edizioni E/O, 2009, 4,90€). Qualche anno più tardi, poco prima che arrivasse anche qui, intorno al 2006 nella stessa rubrica, Hornby che già scriveva saltuariamente rispetto a prima a causa dei frequenti viaggi per le presentazioni dei suoi libri, scriveva di sentirsi molto stupito ma anche orgoglioso che Perrotta, arrivato al grande pubblico per tre opere riconosciute come capolavori – che comprendono il già citato romanzo, “Intrigo scolastico“(Edizioni E/O, 2009, 16,50) e “Bravi bambini” (BUR, 2007, 5,90€)-, venisse definito in patria “il Nick Hornby americano. Fantasioso, umano. Divertente e profondo”(NewsWeek).

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Eppure, come nel caso di Hornby, capire il senso del lavoro di Perrotta pare essere complicato per il pubblico italiano e, probabilmente, è dato dal fatto che molti che vi si avvicinano non trovano quello che pensano ci debba essere in un romanzo. Nel tempo sono decisamente convinta che per autori come questi bisognerebbe coniare un genere diverso e più consono visto che, a conti fatti, non sono romanzi ma nemmeno saggi ma sono di certo analisi di un vissuto, passato o recente che permettono di delimitare una società attraverso i singoli che la compongono. L’arte e il talento si esprimono nel racchiudere queste osservazioni all’interno di una storia, il limite di questo metodo espressivo è che la storia è e diventa un brogliaccio di situazioni, luoghi e avvenimenti in cui muovere i personaggi e quindi non necessariamente ha un inizio e una fine, ma parte da un punto qualsiasi che demarca l’evento scatenante e finisce quando le scelte che hanno operato i personaggi in questo anomalo tavolo da gioco non sono più possibili o non rappresentano più l’espressione di un comportamento derivante dalla cultura in cui si cresce ma diventano parte stessa del personaggio che le vive, divenendo abitudini. È un concetto complesso e articolato, ne convengo, ma ogni opera di Perrotta che sia arrivata all’altare dell’apprezzamento di critica e lettori si può sintetizzare così. Avviene anche per il suo lavoro “The leftovers. Svaniti nel nulla”(Edizioni E/O, 2015, 11,64€), conosciuto più per la sua trasposizione in serie TV che per il libro stesso che ha giudizi non totalmente entusiastici perchè i lettori, in mancanza di una introduzione che li guidi, si trovano spaesati senza un finale certo e, alcuni, marcano come noiosa la prosa perrottiana non vedendo un fine cui puntare. Eppure la grande metafora di un romanzo che è nato intorno ai primi anni del 2000 diventa la nemesi di questa narrativa: il punto più alto di espressione di una società e un’opera unica che difficilmente potrà presto essere superata da un’altra ancora più particolare e incisiva.

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In “The leftovers”, infatti, l’elemento scatenante è la scomparsa di migliaia di persone diverse. Non c’è un nesso fra una sparizione e l’altra: spariscono adulti e bambini, neri e bianchi, spariscono persone alte e basse, buone e cattive. Quindi non c’è una logica. Però in un anno qualunque, ognuno può essersi ritrovato a scrivere davanti al pc con l’amico del cuore e ad un certo punto, girandosi, può essersi accorto che l’amico che commentava ora è improvvisamente sparito, come vaporizzato. Non iniziamo da quel momento, ma un anno dopo, quando l’America e questo paese di provincia non fa eccezione, si ritrova a dover fare i conti con le commemorazioni e con i sopravvissuti. È un termine strano quello dei “Sopravvissuti” in particolare nel caso di questo strano evento; chi è sparito non è morto, ma non c’è nemmeno, non ci sono indizi che sia da un’altra parte, ma nemmeno che non ci sia più su questa terra. Vi ricorda qualcosa? Ebbene sì, l’11 settembre 2001.

Con la caduta delle torri gemelle, usiamo dire che sono morte migliaia di persone, ma contempliamo in queste migliaia, quelli che si sono trovati e quelli che non abbiamo trovato più, ma che si sapeva che fossero in quei luoghi. La riflessione perrottiana segue due vie: l’accettazione di un evento inspiegabile e le soluzioni per trovare una via per trovare una pace che ci aiuti ad andare avanti. L’accettazione è forse la questione che più rappresenta la complessità della natura dell’uomo: accettare le vittime di un evento come quello dell’undici settembre è di per se un evento complesso, perché è l’evento che era inconcepibile fino ad allora per tutti. Accettare che in un evento così inconcepibile un tuo caro sia “morto ufficialmente” anche se non hai nemmeno il bordo di un vestito da riconoscere e seppellire fa sì che non comprendiamo mentalmente che lo status del congiunto è che non tornerà più ma al contempo ci fa domandare “E se non fosse stato lì? se si fosse salvato e non si ricorda chi è?”. La vita di colui che in questo caso, davvero sopravvive non a qualcuno ma nonostante un evento, genera una seconda osservazione sulla società americana: la ricerca di una vita di sopravvivenza accettabile. E in questo caso, in particolare quando si parla di America, a sorpresa ne viene fuori che la società si riorganizza diventando uguale a prima anche se la composizione cambia. Detta in maniera più facile da capire per chi non conosca questo lavoro: la società in questione ha una base di partenza che prevede che il singolo è artefice del suo destino. In un mondo che dall’esterno sembra correre verso l’affermazione individuale però il singolo cerca sempre un contatto e, in America, spesso si ritrova nei gruppi di ascolto e supporto per qualsiasi motivo: alcol, solitudine, famiglia, figli, disordini alimentari, e chi più ne metta. Persino per i buoni sconto o per le passioni di hobbistica esistono gruppi di confronto o anche associazioni che organizzano eventi in cui i soci possano trovare e coltivare un obiettivo comune. Cosa avviene quindi in Leftovers, quindi? In risposta ad un evento destabilizzante perché impensabile, la risposta della società diventa inizialmente diversa da quella che ci sia aspetterebbe: il singolo, invece di stringersi al gruppo di appartenenza (di ascolto, associazionario o familiare) prende spesso le distanze isolandosi nel suo dolore. C’è chi riesce a convivere con il dubbio, ma più spesso, cerca di associarsi con chi individua vivere la stessa sofferenza o cerca nuovi gruppi religiosi che possano fornire una qualsiasi risposta, là dove risposta, ovviamente, non c’è. La società che chiude la storia è sostanzialmente simile a quella di partenza, ma è comunque differente, perché sono cambiati i riferimenti.

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È affascinante seguire questo aspetto della narrazione perrottiana perché apre una miriade di finestre in ambiti, spesso, decisamente ristretti; permette di notare le differenze culturali fra nazioni completamente diverse e anche fra razze completamente differenti, come succede nella serie TV dove, nella seconda stagione, il fulcro è una società completamente diversa anche se non è molto distante “fisicamente” da quella della prima e del libro, ovvero la comunità latino-americana. La differenza fra i due mondi, e qui credo sinceramente che solo Perrotta possa riuscire in questo frangente a sottolineare le sottigliezze,  la differenza è propriamente dei riferimenti culturali dei singoli: mentre il classico americano non ha un pesante retaggio religioso che si insinui nelle scelte di ogni giorno, ma tende a rendere il “credo” parte della sua esistenza e quindi sceglie cosa e chi credere, nella società latino-americana, il cristianesimo e le sue derivazioni pesano come un macigno sulle scelte dei singoli che, nel momento di massima perdizione, tornano a lui per cercare risposte. Quindi questo aprirebbe a nuove riflessioni e in particolare se la diversità non sia nazionale ma solo culturale. Se un musulmano ortodosso, o un ebreo, o un cristiano di origine italiana, anche se americani, avrebbero avuto una risposta simile a quella che vediamo nella seconda stagione di The Leftovers oppure no. Alla lunga, e dopo queste riflessioni, mi sono sempre risposta di sì, la differenza è data dal peso del retaggio e non dalla nazionalità anche se, per alcuni atteggiamenti, anche la nazionalità ha decisamente il suo peso.

Perché invitare quindi Tom Perrotta alla cena di Natale? Dopo tutto questo discorso potrebbe sembrare una scelta alquanto bislacca ed è invece decisamente sensata. A 16 anni dall’evento inspiegabile, reale o narrato, mi pacerebbe sapere quali sono le nuove osservazioni in materia di risposta della società ad eventi terroristici e capire, attraverso una sua storia se siamo diventati insensibili oppure no. In particolare quello che mi ha colpito è l’attentato, non di grandi dimensioni, avvenuto a New York poche ore prima della sfilata di Halloween. Strano ma vero, un evento che avrebbe gelato il sangue non ha impedito alla città, poche ore dopo di vedere la sfilata. Potremmo vederla come la risposta di una società che non si piega più all’orrore del terrorismo e che decide di ignorarlo nella speranza che chi usa questi mezzi per protestare rinunci a favore di vie più umane o, per contro, che, dopo tanti eventi simili, ci siamo abituati e quindi, come nelle migliori tradizioni perrottiane, la storia si chiude qui e non dopo. Allora non rimarrebbe che trovare un nuovo elemento che destabilizzi la società per ricrearne un’altra. una novella distopia insomma. Me lo ha fatto venire in mente Librangolo acuto proprio perché lo ha letto di recente e ne abbiamo parlato (la grande fortuna è quella di avere tante amiche lettrici che hanno molta voglia di confrontarsi). Per cui questo è il mio invito a cena di quest’anno, che Henrietta non me ne abbia, ma Tom, con tutti i pregi e difetti -che sicuramente ci saranno, ma sono meno visibili rispetto alle qualità sin qui citate-, per quest’anno ha scalzato tutti. Ognuno, in fondo, il Natale lo passa un po’ come gli pare e, a me, le discussioni letterarie e sociologiche piacciono da morire.

Buone letture e buone feste,

Simona

Bibliografia:

Una vita da lettore“, Nick Hornby, Guanda, 2008, 12,00€

Shakespeare scriveva per soldi“, Nick Hornby, Guanda, 2010, 8,00€

Il Calendario dell’Avvento letterario #16: il Natale delle eroine di Jane Austen

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Questa casella è scritta e aperta da me medesima

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Vi siete mai chiesti come le eroine di Jane Austen (di cui oggi ricorre il duecentoquarantaduesimo compleanno) festeggiassero il Natale?

Il Natale regency non è certamente il Natale vittoriano: manca l’abete decorato, i regali, gran parte di quei Christmas carol che entreranno a far parte della tradizione inglese nel corso dei decenni successivi. È però la stagione dello Yule log, il ceppo di Natale che scoppietta nel camino; delle case decorate di agrifoglio, alloro, edera e rosmarino, profumate di arance, mele e limoni; delle mince pies e del punch; delle sciarade e dei balli.  Ogni famiglia si prepara a ricevere un flusso costante di ospiti: in particolare, giovani in età da matrimonio – o quantomeno da fidanzamento – di ritorno da università, rettorati, reggimenti, navi della marina inglese. Inutile dire che le fanciulle inglesi attendono questo periodo dell’anno con ansia, impazienza e farfalle nello stomaco.

In Emma, l’ostinata, irresistibile protagonista eponima trascorre il Natale con famiglia e amici. Sua sorella Isabella e suo cognato John sono ospiti a Hartfield con i loro cinque bambini; l’intera famiglia si reca a trascorrere la vigilia di Natale dagli amici Weston, insieme al loro vicino di casa, Knightley, e al curato del paese, Elton. Il cibo è abbondante (nonostante la Austen non citi nessuna delle pietanze consumate, a parte un accenno all’agnello), e il vino scorre a fiumi. Dopo cena Elton, la cui baldanza viene amplificata dal nettare di Bacco, riesce a rimanere solo nella carrozza insieme ad Emma e prorompe in un’appassionata dichiarazione d’amore. Considerando che Emma ha cercato in precedenza di fare match making tra Elton e la sua amica Harriet – e che Elton ha consumato una dose considerevole del buon vino di Weston – la situazione in carrozza è decisamente scomoda.

Il giorno di Natale, la neve è così abbondante che andare in chiesa è pressoché impossibile; Emma cerca allora rifugio per il suo orgoglio di match maker ferito a casa della signora Weston, sua ex governante e amica di sempre, che col suo senso pratico infonde calma e ragionevolezza nella ragazza, costretta a respingere le avances invadenti del ridicolo, pomposo curato.

In Orgoglio e pregiudizio, il Natale delle ragazze Bennet è rallegrato dalla presenza degli amati zii Gardiner. Le due famiglie sono poi invitate a trascorrere la serata a casa della zia Phillip (la sorella della signora Bennet). A casa di lei, Elizabeth ha il piacere e l’onore (o forse no?) di presentare alla sua carissima zia Gardiner Wickam, il soldato per cui si è presa proprio una bella cotta. Nel frattempo, sua sorella Jane riceve una lettera dall’odiosa Caroline Bingley, sorella del suo amato Bingley, che le augura di trascorrere un Natale sereno – che non sarà mai così felice e perfetto come quello che Caroline trascorrerà a Londra.  Jane ha il cuore spezzato: il suo Bingley è ormai lontano da lei, dai suoi occhi e dal suo cuore, e sembra non nutrire più nessun interesse o affetto nei suoi confronti. Dal canto suo, anche Elizabeth presto capisce che Wickam non è l’uomo che aveva atteso e sognato, e inizia ad albergare nel cuore un sentimento silenzioso e segreto nei confronti di Darcy, scontroso e gentiluomo.

Il Natale successivo porta con sé un bel po’ di cambiamenti per le due sorelle e un lieto fine da condividere, inventare e reinventare: un paio di mesi prima di Natale, Elizabeth – ormai la signora Darcy – scrive una lettera alla sua famiglia, trasmettendo i saluti e l’affetto di Darcy e invitandola a trascorrere il prossimo Natale a Pemberley. Sì, il secondo (e ultimo) Natale a cui si fa cenno in Orgoglio e pregiudizio è davvero un bel Natale per i Bennet, i Darcy e i Bingley: l’amore ha trionfato, le bugie sono state smascherate, i segreti sono stati condivisi. Non resta che festeggiare a cuor leggero.

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In Ragione e sentimento, c’è un accenno al Natale precedente al trasferimento delle Dashwood – la vedova Dashwood e le tre sorelle Elinor, Marianne e Margaret – a Barton cottage, dove la romantica, sognatrice Marianne viene soccorsa dopo una caduta dall’affascinante e (apparentemente) sensibile Willoughby. L’aneddoto natalizio, raccontato dal loro nuovo vicino di casa, Sir John Middleton, riguarda il ballo che Sir John ha organizzato l’anno precedente nella sua dimora di Barton Park. Durante il ballo, Willoughby si è distinto in maniera particolare per aver danzato dalle otto di sera alle quattro del mattino senza mai fermarsi, con eleganza, allegria e foga. Si tratta di un giovane uomo dalla salute di ferro, dal carattere aperto e socievole, ben disposto nei confronti dei piaceri della vita: Marianne è sempre più intrigata da lui ma, diciamocela tutta, se sembra troppo bello per essere vero probabilmente non è vero…

In Northanger Abbey, mentre la protagonista Catherine Morland trascorre un Natale all’insegna della famiglia e degli affetti a Fullerton, James, il suo fratello maggiore, in vacanza dal college, va a visitare l’amico Thorpe per le vacanze di Natale. Dai Thorpe, James perde completamente la testa per Isabella, la sorella dell’amico, bellissima nel suo vestito giallo in cui James l’ha vista per la prima volta. È chiaro che il Natale regency, oltre ad essere la stagione della gioia, dei balli e dell’agrifoglio, diventa la stagione del match-making: è il momento di sistemare quelle fanciulle in età da marito che rischiano di vedersi condannate a una vita solitaria di zitelle dai mezzi limitati.

In Mansfield Park, la protagonista Fanny Price riceve, in prossimità del Natale, la visita dell’amatissimo fratello William. Il burbero zio Betram sorprende i due fratelli organizzando un ballo in loro onore, rendendo la visita di William ancora più speciale per Fanny. Tuttavia, William parte il giorno prima della vigilia di Natale diretto a Portsmouth, per trascorrere le feste con i genitori e gli altri fratelli (i Price vivono in ristrettezze economiche piuttosto severe: per questo Fanny è stata adottata dagli zii Bertram, molto più abbienti, ma poco generosi quando si tratta di elargire affetto alla ragazza e farla sentire come una di loro).  Anche il cugino Edmund, di cui Fanny è silenziosamente innamorata, parte per trascorrere il Natale con una famiglia di amici a Peterborough e per prendere i voti nel corso delle settimana di Natale.

Per Fanny, eroina atipica per la Austen – timida, silenziosa, virtuosa, senza la verve di Elizabeth, la dignità di Anne o la bellezza di Marianne – si prospetta un Natale solitario, lontano dalle due persone che ama di più al mondo.

Persuasione (che ha appena compiuto 200 anni) occupa per me un posto speciale nel mio scaffale riservato alla Austen. Quando l’ho letto per la prima volta, ancora ragazzina, non sono stata capace di apprezzarlo come merita, o di affezionarmi alla sua eroina, la silenziosa Anne, ostinata nel suo amore per il capitano Wentworth, la cui proposta di matrimonio ha rifiutato su consiglio di famiglia e amici, che non ritenevano fosse un partito abbastanza prestigioso per la ragazza.

Anne e Wentworth si incontrano di nuovo, anni dopo il sofferto rifiuto. Anne ha ormai ventisette anni: per gli standard dell’epoca, ha superato l’età per il matrimonio. Lei non ha mai smesso di amarlo; lui non l’ha mai perdonata. In questo stato d’animo, la ragazza trascorre il Natale con Lady Russell, che si è sempre presa cura di lei dopo la morte della madre ed è stata la persona che più di tutte l’ha convinta a non sposare Wentworth. Il giorno di Natale, le due si recano a fare visita ai Musgrove, una famiglia di amici.

L’atmosfera a casa Musgrove è festosa e chiassosa – anche troppo, per i nervi della povera Anne: le bambine chiacchierano allegramente mentre ritagliano stelle di carta dorata, i bambini giocano rumorosamente; il tavolo è pieno di vassoi, che sembrano sul punto di cedere per il peso della carne, delle gelatine e delle torte; il quadretto è completato dal ceppo di Natale che arde nel caminetto, i cui allegri scoppiettii riescono addirittura a superare il rumore nella stanza.

È un quadretto familiare che riscalda il cuore, ma l’infelice Anne è lontana anni luce dalla gioia che lo pervade: il rimorso per la decisione presa tanti anni prima e il suo amore ormai non più corrisposto (almeno apparentemente) le fanno desiderare silenzio e solitudine.

Chiude la carrellata natalizia la stessa Jane Austen, che, in una lettera alla sorella Cassandra datata 2 dicembre 1815, accenna al Natale, lamentando la malattia della madre, che impedisce a quest’ultima di godere di un dicembre estremamente mite. Jane invece si sta godendo allegramente il bel tempo,

da destra a sinistra, longitudinalmente, perpendicolarmente, diagonalmente; e non posso fare a meno di augurarmi egoisticamente che duri fino a Natale, questo tempo deliziosamente insalubre, fuori stagione, umido e soffocante, ma al tempo stesso rilassante.

(I am sorry my mother has been suffering, and am afraid this exquisite weather is too good to agree with her. I enjoy it all over me, from top to toe, from right to left, longitudinally, perpendicularly, diagonally; and I cannot but selfishly hope we are to have it last till Christmas — nice, unwholesome, unseasonable, relaxing, close, muggy weather).

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Bonus extra: immaginando Jane intenta a scrivere lettere a Cassandra, china sul suo minuscolo tavolino, ecco il bonus di questa casella: un buono sconto da utilizzare nella bellissima cartoleria online Lily&Sage Design, per bigliettini e carte da lettere degne delle eroine austeniane. Potete attivarlo seguendo questo link o inserendo questo buono sconto al momento del pagamento: JANE1775. Vi invito inoltre a sbirciare nel Calendario dell’avvento di Lily&Sage, dedicato alle più belle tradizioni del Natale.

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Buone letture, e buona scrittura epistolare!

Per saperne di più:

Il Calendario dell’Avvento letterario #15: un Natale da brivido con Shirley Jackson

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Questa casella è scritta e aperta da Veronica de Il cassetto dei calzini spaiati

Manca poco più di una settimana a Natale, quel momento dell’anno che, per me che non ho mai smesso di essere una fuori sede, significa soltanto una cosa: tornare a casa. Questo implica ore di coccole estreme, annegamenti nella cioccolata e frequenti attacchi di narcolessia sul divano – e anche esperienze di viaggio ai confini del narrabile, abbuffate senza senso e crisi esistenziali che si ripresentano tra un’ora di ozio e l’altra – ma soprattutto poter andare a letto mentre c’è qualcuno ancora sveglio in casa.

Da che ero una bambina, ho sempre avuto il vizio di prendere sonno più facilmente con almeno un altro paio di occhi aperti nella stanza accanto. E questo ha a che fare anche con i libri che leggo prima di dormire, perché sono una fifona e tendo a concedermi il piacere di letture da avere paura solo quando sono sicura che mamma, papà o il gatto non siano ancora addormentati.

È così che è iniziata, un Natale di un paio di anni fa, la storia del mio innamoramento per Shirley Jackson, grande maestra americana del terrore, ingiustamente meno nota – perlomeno in Italia – rispetto al suo celeberrimo discepolo Stephen King.

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La riscoperta di questa autrice nel nostro paese è avvenuta grazie alla pubblicazione per Adelphi – a partire dai primi anni duemila – di L’incubo di Hill House (apparso in America nel 1959), cui sono seguiti La lotteria (raccolta che trae il titolo dal suo racconto d’esordio sul “New Yorker” nel 1949), Abbiamo sempre vissuto nel castello (dall’edizione del 1962) e Lizzie (del 1954).

Le opere di Shirley Jackson vibrano di un’ironia sinistra che attinge alla materia di cui sono fatte le allucinazioni, senza mai ricorrere a immagini truculente per avvinghiare il lettore alla pagina. Sono storie in cui una ingannevole tranquillità viene scossa dall’elemento paranormale che attraversa la scrittura come una corrente d’aria gelida, sottilmente perturbante. Nessun cedimento allo splatter né a situazioni violente in senso fisico, e persino il ricorso ai più triti cliché del genere horror – la casa infestata dai fantasmi – è ribaltato da un’acutissima, e per questo tanto più terrificante, esplorazione della psiche umana.

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Shirley Jackson dimostra di sapere bene che «nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà» e pone al centro delle sue narrazioni quasi sempre una giovane donna che non ricorda «di esser mai stata davvero felice nel corso della sua vita» (come Eleanor Vance in L’incubo di Hill House). Sono personaggi alienati dal proprio mondo, in preda a un conflitto con se stessi che porta la loro identità a sgretolarsi (come le personalità multiple che tormentano Elizabeth Richmond in Lizzie) e che appaiono tanto più veri quanto più sono ossessionati da piccoli rituali paranoici (come fa Merricat in Abbiamo sempre vissuto nel castello, quando stabilisce tre parole magiche che non devono mai essere pronunciate per continuare a sentirsi al sicuro).

Anche gli spazi non sono mai semplicemente delle scenografie, ma sono animati da una percezione disturbata, perché tutto ciò che accade è restituito attraverso gli occhi di queste donne i cui disordini mentali agiscono sulle cose come una lente deformante.

Sono storie che si svolgono come incubi a occhi aperti che ci attirano nelle loro spire senza offrirci possibilità di soluzione; non si tratta di letture che fanno perdere il sonno, ma che sicuramente possono indurre a guardare le cose di tutti i giorni da una prospettiva obliqua.

Ripercorrendo in ordine di pubblicazione in lingua originale le opere di Shirley Jackson, vi invito a incontrare questa scrittrice attraverso l’unico strumento infallibile che conosco per scegliere una lettura: lasciare che sia la prima pagina a catturarmi, facendomi venire la curiosità di andare avanti.

La mattina del 27 giugno era limpida e assolata, con un bel caldo da piena estate; i fiori sbocciavano a profusione e l’erba era di un verde smagliante. La gente del paese cominciò a radunarsi in piazza, tra l’ufficio postale e la banca, verso le dieci. In certe città, dato il gran numero di abitanti, la lotteria durava due giorni, e bisognava iniziarla il 26 giugno; ma in questo paese, di sole trecento anime all’incirca, bastavano meno di due ore, sicché si poteva cominciare alle dieci del mattino e finire in tempo perché i paesani fossero a casa per il pranzo di mezzogiorno.»

Shirley Jackson, La lotteria (Adelphi, 2007)

 

«Anche se il museo godeva di notevole fama in quanto sede di un sapere immenso, le sue fondamenta avevano cominciato a cedere. Così si era prodotta nell’edificio un’inclinazione verso ovest, bizzarra e fastidiosamente vistosa, e nelle giovani donne della città, le cui energiche questue avevano sostentato il museo, una sconfinata vergogna e la tendenza a incolparsi a vicenda.»

Shirley Jackson, Lizzie (Adelphi, 2014)

«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva da sola.»

Shirley Jackson, L’incubo di Hill House (Adelphi, 2004)

«Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.»

Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi, 2009)

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #14: uno stupido angelo

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Questa casella è scritta e aperta da Alessandra di Una lettrice

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Quando avevo otto anni fui allontanata dal coro perché cantavo, a squarciagola, due toni più alti “Tu scendi dalle stelle, coi pattini a rotelle”. Le insegnanti trovavano blasfemo scherzare su Gesù. Ho imparato che gli scherzi e l’ironia su alcuni argomenti – il sesso, la religione, la politica – non sono apprezzati da tutti. Esistono poi delle persone che detestano il linguaggio gergale e non lo trovano divertente: a me, invece, una parolaccia, inserita nel contesto giusto, fa ridere.

Se siete tra coloro che pensano che non si può scherzare di tutti gli argomenti e se siete tra coloro che pensano che le parolacce siano espressioni infantili prive di ironia, smettete di leggere. Il libro di cui sto per parlarvi non vi piacerà.

A rafforzare ciò che ho scritto sopra aggiungo l’avvertenza dell’autore, stampata a pagina nove: “Se state comprando questo libro come regalo per vostra nonna o per un ragazzino, sappiate che contiene parolacce, gustose descrizioni di cannibalismo e quarantenni che fanno sesso. Poi non date la colpa a me. Io vi ho avvisato”. Ecco, come immagino il Natale 2017.

Uno stupido angelo – Storia commovente di un Natale di terrore è scritto da Christopher Moore e pubblicato in Italia da Elliot Editore. Il romanzo, non il migliore di Mooore, ve lo dico subito, è nato dalla domanda di Mike Spradlin, un amico dello scrittore.

“Sai, dovresti proprio scrivere un libro sul Natale”

“Che genere di libro?”

Ha replicato “Non lo so. Forse il Natale a Pine Cove o qualcosa del genere”

Al che ho risposto “Okay”.

Uno stupido angelo è il terzo romanzo di Moore ambientato a Pine Cove, una cittadina inventata della California, non è il posto natalizio per eccellenza. Intanto a dicembre ci sono venti gradi e poi le palme, gli uragani, i surfisti e le bionde californiane in bikini non fanno atmosfera classica. All’inizio di questo romanzo, però, la cittadina di Pine Cove e i suoi abitanti sono ugualmente impegnati nelle decorazioni natalizie. In particolare, un’ex moglie decide di rubare un pino dal bosco di pini del suo ex marito, ma, tagliando l’albero con la motosega, provoca un incidente: uccide Babbo Natale. Ad assistere a questa scena è Josh, un bambino molto preoccupato dell’omicidio e di saltare il Natale.

Josh prega per chiedere un aiuto dal cielo. La sua preghiera purtroppo viene ascoltata da Raziel, l’angelo più stupido del Paradiso, inviato sulla terra per la missione del Natale.

Raziel (già apparso nel romanzo Il Vangelo secondo Biff) deve trovare un bambino ed esaudire il suo desiderio. Raziel fa irruzione a casa di Josh e si fa spiegare per filo e per segno cosa è successo. L’unico problema è che il bambino non sa indicare bene dove è sepolto il corpo e si limita a tracciare un’area che comprende anche la cappella dove si svolgerà la festa degli scompagnati e il cimitero locale.

Il resto è un delirio di massa che comprende un pilota di elicotteri dell’antidroga e il suo pipistrello della frutta (Roberto, il mio personaggio preferito), la psichiatra locale, il suo fidanzato, un biologo del comportamento, e tutti i residenti del cimitero di Pine Cove. Insomma: ci sono gli zombie che si svegliano e cosa fanno? Vanno all’IKEA.

Personaggi grotteschi, fuori di testa, mai banali mettono in scena una parodia della vita quotidiana. Moore ama mostrare il lato sordido: dietro a ogni perfetta storia d’amore c’è uno psicofarmaco che tiene insieme le persone, dietro ad un successo professionale c’è anche una botta di culo, dietro ad amicizie lunghe una vita c’è una bella dose di ipocrisia… La festa di Pine Cove finisce con un po’ di droga aggiunta nel punch, e la città, allucinata, dovrà fare i conti con gli Zombie risvegliati dallo stupido angelo Raziel, che, ansioso di fare del bene, combina un casino inenarrabile.

È Natale, piantatela di voler fare del bene. Fatevi gli affari vostri.

Buon Natale, lettori. E che Dio ce la mandi buona.

Il Calendario dell’Avvento letterario #13: il Natale di Effi Briest

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Questa casella è scritta e aperta da Caterina di Letture in viaggio

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Un altro Natale a casa Innstetten. Un Natale come gli altri, si direbbe, se non fosse per la malcelata inquietudine di Effi. Le lettere e i regali dai genitori, i versi augurali del caro Gieshübler, una cartolina dal cugino che vive a Berlino e le piccole gioie della vita familiare: la bambina vestita a festa che tende le mani verso le luci dell’albero di Natale, un marito “lieto e di buon umore”, un ambiente tranquillo. Un quadro rassicurante.

Effi, però, si sente oppressa. Ride e parla, ma il suo animo non è sereno. Il barone Innstetten se ne accorge e le chiede il motivo dell’inquietudine. La moglie, che non sa bene con chi prendersela, se con sé stessa o con il marito, risponde di non meritare la bontà di chi le è affezionato. Lui la invita a non farsi tali crucci perché “non si riceve che quello che ci si è meritato”.

Che l’abbia detto apposta? Fatto sta che l’unico a non averle mandato gli auguri è il maggiore Crampas: i complimenti di quell’uomo, noto Don Giovanni, la intimoriscono, ma la sua indifferenza la mette di cattivo umore. A Kessin c’è la neve e per il giorno seguente è stata organizzata una gita in slitta a Uvagla, a casa dei Ring. Effi sa che, oltre al pastore Lindequist, Gieshübler, il signor Hannemann e Papenhagen, anche Crampas sarà dei loro.

L’inevitabile è ormai vicino.

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Effi Briest è la storia di un adulterio dalle conseguenze tragiche.

Quando ripenso a questo romanzo, la mia mente va subito a quell’ingenuo ed eloquente “Effi, vieni!” pronunciato da una delle amiche di Effi poco prima dell’inaspettato fidanzamento con il barone Innstetten, di vent’anni più grande di lei.

“Effi, vieni!” è il richiamo della spensieratezza e della giovinezza, di uno stato di grazia che sta per abbandonare la protagonista, e non fa presagire nulla di buono. Fontane, con grande maestria, ci prepara agli eventi, lasciando fra le pagine del romanzo segnali inequivocabili.

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Nel (poco) rassicurante quadretto natalizio vedo una sorta di spartiacque. Da lì in poi gli eventi precipitano. L’inquietudine di Effi ha raggiunto l’apice. Le sue ultime resistenze stanno per sciogliersi come neve al sole. Forse aveva ragione Gieshübler nell’affermare che “il maggiore ha in sé qualcosa di violento, che toglie alle persone la loro forza di volontà”.

Pubblicato a puntate tra il 1894 e il 1895 sulla rivista Deutsche Rundschau, Effi Briest è un ritratto preciso e veritiero della società prussiana di fine ‘800 e riscosse subito un grande successo.

Fontane non inventò tutto di sana pianta, ma si ispirò alla vicenda di una donna berlinese conosciuta nel salotto di Emma Lessing, moglie del proprietario della rivista Vossische Zeitung.

Il suo nome era Else von Ardenne, moglie del barone Armand von Ardenne. Proprio come Effi ebbe una relazione con un altro uomo, Emil Hartwich, un giudice di Düsseldorf; proprio come Innstetten il marito della donna scoprì le lettere dei due amanti, sfidò a duello Emil Hartwich, uccidendolo, e ripudiò la moglie.

Il 25 dicembre 1919, sul Berliner Tageblatt, compare un articolo dello scrittore tedesco Thomas Mann. L’occasione è il centenario della nascita di Theodor Fontane (30 dicembre 1819-20 settembre 1898). Mann è un grande ammiratore di Fontane, e di Effi Briest scrive: “una biblioteca della letteratura romanzesca basata sulla scelta più rigorosa — e dovesse anche restringersi a una dozzina di volumi, a dieci, a sei — non potrebbe essere priva di Effi Briest. Non si usa forse dire che nessuna costruzione prodotta dalla mano dell’uomo è perfetta? E invece, per quanto si possa essere propensi ad esortare gli uomini alla modestia, l’affermazione è sbagliata, la cosa perfetta esiste: sognando, l’uomo che è artista ogni tanto la produce”. E Fontane, secondo Thomas Mann, l’aveva prodotta.

Curiosità

Una chicca per gli appassionati di viaggi letterari: sapete che Fontane visse a Berlino per molti anni? E sapete anche che prima di diventare scrittore a tempo pieno era anche un farmacista? Bene: a Mariannenplatz 2, nel distretto di Kreuzberg, c’è l’edificio che un tempo ospitava l’ospedale Bethanien.

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Oggi si chiama Kunstraum Kreuzberg ed è un centro per l’arte contemporanea, aperto tutti i giorni dalle 11 alle 20 e visitabile gratuitamente. Al suo interno, al piano terra, c’è un luogo speciale: la farmacia dove, tra il 1848 e il 1849, prestò servizio Theodor Fontane. È stata restaurata ed è aperta dal martedì al giovedì, dalle 14 alle 17. L’ingresso è gratuito e le visite guidate sono possibili su prenotazione.

Da me, Berlino, Effi e Fontane per quest’avvento letterario è tutto. Cari lettori, vi auguro un Natale supercaliragilistichespiralibroso.

Il Calendario dell’Avvento letterario #12: “La Casa Sfitta” di Dickens, Collins, Gaskell, Procter

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Questa casella è scritta e aperta da Michela di Appuntario

“[…] Avevo visto tutto questo durante la mia prima visita, e avevo fatto notare a Trottle che al cartello nero con i termini dell’affitto era caduto da un pezzo, che il resto era diventato illeggibile, e che perfino la pietra degli scalini d’ingresso era spaccata. Ciononostante, sedetti a fare colazione in quella mattina del cinque novembre, fissando la casa attraverso i miei occhiali, come se non l’avessi mai vista prima.”

Cosa succederebbe se alcuni dei più grandi scrittori si riunissero sotto le festività natalizie per scrivere ognuno un racconto?

Oggi accade che alcuni scrittori del momento vengano chiamati da una casa editrice per pubblicare una raccolta di racconti incentrata sul tema del Natale, ma nell’anno 1858 una tale pubblicazione divenne un clamoroso successo di pubblico; non soltanto per l’originalità e bellezza delle novelle, ma soprattutto per la celebrità dei suoi autori.

Il sette dicembre di quell’anno, uscirono come supplemento per il periodico settimanale inglese “Household Words”, gestito dal romanziere Charles Dickens ( 1812-1870 ), quattro racconti di quattro dei più conosciuti esponenti letterari dell’epoca vittoriana : Elizabeth Gaskell ( 1810-1865 ), Wilkie Collins ( 1824-1889 ), Adelaide Anne Procter ( 1825-1864 ) e Dickens stesso.

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La popolarità dell’opera suscitò gran fervore nella grigia Londra di metà Ottocento, soprattutto nella cosiddetta middle class, visto che questa sapeva unire il genere mistery, allora molto in voga, all’ happy ending che ci si doveva aspettare da una pubblicazione natalizia.

L’idea di una collaborazione letteraria balenò nella mente del già apprezzato Dickens ( “Il Circolo Pickwick” 1836-37, “Le Avventure di Oliver Twist” 1837-38 ), insieme al suo protetto Collins, maestro del genere poliziesco e del sensational novel ( “La Donna in Bianco” 1859 ), l’opera doveva risultare di grande ambizioni : essi crearono l’ambientazione e la cornice di una storia che doveva essere formata ed ampliata dalle penne della Gaskell ( “Cranford” 1853, “Nord e Sud” 1855 ), e della Procter, giovanissima poetessa molto apprezzata dalla regina.

Un’anziana signora zitella della vecchia aristocrazia inglese, Sophonisba, trascorre qualche mese nella capitale inglese per dare più brio e vivacità alla sua monotona vita secondo i consigli del suo medico. Acquista per questo una casa comoda e accogliente che come unico inconveniente presenta il fatto di essere adiacente ad una casa sfitta, malmessa e fatiscente da anni che cozza esteticamente con la graziosa strada. Sophonisba rimane turbata da quello scheletro di casa e insieme attratta, tutt’al più quando crede di vederne da un buco della persiana un occhio nascosto.

Incuriosita dalla vicenda, le viene in soccorso un suo antico spasimante Jabez Jarber che si presta come investigatore. Di buona voglia indaga anche il maggiordomo di Sophonisba, Trottle, iniziando con Jarber una vera sfida su chi riuscirà a scoprirne il segreto di tanto abbandono.

Jarber attraverso ricerche e consultazioni arriva a svelare alcuni dei precedenti inquilini che vi abitarono: iniziano qui i racconti.

Il Matrimonio di Manchester. La casa originariamente apparteneva ad una ricca famiglia di Manchester, gli Openshaw. Di mano della Gaskell, questo racconto ci mostra la difficile storia della signora Openshaw, Alice, orfana di padre e madre che tra mille tormenti, dalla morte del marito alla malattia della figlia, riuscirà a condurre finalmente una esistenza tranquilla e serena accanto ad un uomo che la protegge. Forse il più bello e completo dei racconti, colpisce soprattutto per la profondità del personaggio femminile insieme ad una analisi introspettiva e psicologica e il sempre presente studio dell’ambiente provinciale inglese.

Ingresso in Società. In seguito la casa venne occupata da un direttore di circo. Questo aveva tra i suoi dipendenti un nano, conosciuto col soprannome di Chops, che dopo una vittoria ad una lotteria, sentendosi inadeguato al suo stile di vita, tenta la scalata sociale entrando nell’ élite londinese. Deluso dalla tanta corruzione e dall’ipocrisia degli alti ceti, ritorna nel suo circo affermando quanto la società sia ben peggiore di un circo.

“Quando ero fuori dalla Società, ero pagato poco per essere guardato. Quando sono entrato in Società, ho pagato caro per essere guardato.”

Non è difficile in quest’ultimo racconto riconoscere la firma di Charles Dickens, da sempre acuto esaminatore della società contemporanea mediante la focalizzazione sulla povertà e sulle discriminazioni sociali, qui presentate con l’aggiunta del grottesco e del surreale, rendono la complessa genialità dell’autore evidente e confermata.

Nella terza “fonte”, Tre Sere nella Casa, Adelaide Procter da forma ad un lungo poema dove la protagonista Bertha dopo aver dato la sua vita per la cura e le attenzioni al fratello, trascurando la sua giovinezza, si vede sostituita da una giovane moglie. Alla morte di quest’ultimo deve subire anche il dolore di vedere la cognata sposare l’uomo che ha sempre amato.

Uno struggimento ritmico che evidenzia il fervente cattolicesimo simbolico della poetessa.

Nel risolutivo racconto Il Rapporto di Trottle, troviamo il fido e audace maggiordomo di Sophonisba, scoprire ciò che veramente si nasconde nella casa sfitta, lasciando il lettore sopraffatto dalla sorpresa, ma non sorpreso dalla firma che porta l’autore della narrazione : Wilkie Collins. Collins si distingueva nel suo stile con storie di mistero, melodrammatiche, con elementi di suspense e composte con minuzioso realismo e dagli intrecci complessi, comunque non molto evidenti qui, data la brevità del racconto.

Nel conclusivo capitolo, scritto a quattro mani dalla coppia Dickens-Collins (ma con più tracce del primo), l’anziana Sophonisba dal cuore e dalla mente rischiarati dalla gioia, trova il giusto finale di questi misteriosi avvenimenti.

La collaborazione, dato il successo, si ripeté l’anno dopo, questa volta in una nuova rivista “All the Year Round” con il titolo “La Casa dei Fantasmi”.

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Il carattere filantropico ed edificante dell’opera rimane il vero motivo della sua nascita, come era insito nella letteratura vittoriana.

Il finale pecca sicuramente di mielosità e di una vena fin troppo sentimentale e patetica, ma per il giorno di Natale è una colpa che si può ben facilmente dimenticare.