Il Calendario dell’Avvento Letterario #23: i dodici giorni di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Francesca di Lo sto quasendo

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Per me il Natale è sinonimo di belle storie e buon cibo. Christmas Days: 12 Stories and 12 Feasts for 12 Days di Jeanette Winterson soddisfa entrambe le richieste. La scrittrice inglese, autrice del celeberrimo Non ci sono solo le arance, ha infatti appena pubblicato per la Jonathan Cape una raccolta di dodici storie e dodici ricette per accompagnarci nel periodo più bello dell’anno.

Si comincia con un’introduzione sulla nascita del Natale come lo conosciamo noi oggi, sulle tradizioni pagane che il cristianesimo ha adottato e fatto sue, sui puritani e il loro divieto di festeggiare il Natale, fino ai canti popolari, la Coca Cola e chi più ne ha, più ne metta. La Winterson ci mette anche in guardia fin da subito: il Natale è spesso associato ad un consumismo spietato, ad una corsa ai regali fatti solo perché si deve, ma non dovrebbe essere così. Il Natale, ci ricorda, è quello che noi ne facciamo, e non era certo nato per girare intorno ai soldi, né ai piatti cucinati in fretta mentre si cercano di fare altre mille cose.

“I know Christmas has become a cynical retail hijack but it is up to us all, individually and collectively, to object to that. Christmas is celebrated across the world by people of all religions and none. It is a joining together, a putting aside differences. In pagan and Roman times it was a celebration of the power of light and the co-operation  of nature in human life. […] Whatever we make of Christmas, it should be ours, not something we buy off the shelf”

Ecco quindi che le dodici storie possono accompagnarci nel nostro tram tram quotidiano (magari non necessariamente mentre siamo sul water, come suggerisce scherzando l’autrice) e riportarci indietro nel tempo, pur essendo quasi tutte ambientate ai giorni nostri.

Fra i racconti ce n’è davvero per tutti i gusti: dalle storie di fantasmi dal sapore vittoriano ai racconti per bambini, dalle ambientazioni cittadine a quelle sperdute nel mezzo del nulla. C’è il lieto fine, ma ci sono anche alcuni finali un po’ agrodolci.

Ogni storia è alternata ad una ricetta, per cui la Winterson ha attinto al suo ricettario personale e ai consigli di sue amiche scrittrici, fra cui anche la moglie Susie Orbach. Il tocco dell’autrice, che conosce a fondo l’arte del raccontare, si fa notare anche nelle ricette, tutte corredate da aneddoti e introduzioni che anche quando sembrano non avere nulla a che fare con il piatto descritto in realtà arrivano dritte al punto.

Questo libro si presta ad essere letto tutto d’un fiato, anche se non ha un vero e proprio ordine di lettura: nulla ci vieta di saltare da un racconto all’altro seguendo l’ispirazione dei titoli, di leggere un capitolo al giorno, o di provare ricette dell’ultimo dell’anno prima del loro momento.

Sotto tanti punti di vista è il classico libro natalizio, perché ci sono i buoni sentimenti, il cibo e un pizzico di magia e paura, ma andando un po’ più a fondo si trova anche un ritratto onesto della nostra società e riflessioni sui valori che ci contraddistinguono.

Anche la letteratura trova ampio spazio nella raccolta, non solo per i riferimenti letterari di cui sono disseminati i racconti, ma anche per le storie attorno alle storie: gli aneddoti, le conversazioni con autori e librai che infondono stupore nel lettore, ma che per l’autrice sono avvenimenti di tutti i giorni, con gli amici di una vita.

Il Natale, in fin dei conti, è un modo per ricordarsi quali sono le cose davvero importanti nella vita e per ritornare in contatto con quello che ci rende umani. Con buona pace dei cinici che potrebbero darmi della sentimentale, io credo che libri come questo racchiudano in sé il significato del Natale senza essere pretenziosi, ma riuscendo comunque a entrare nel vivo. E se anche dovesse essere solo attraverso un libro, l’esercizio alla bontà, ai buoni sentimenti e al trovare serenità nelle cose semplici non è mai sprecato.

“We hear a lot about disruptive start-ups, like Uber, or Airbnb, challenging the existing order. We’re told this is creative and necessary. Maybe it is.

My feeling is that we could do with more stability in our outward-facing lives so that we could risk disruption to our inner lives; our thinking, feeling, imaginative lives.

When we’re just like the animals, concentrating on food, territory, survival, mating, being the leader of the pack, then what is the point of being human?”

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*Stando al sito dell’agenzia letteraria che ne detiene i diritti, Christmas Days verrà pubblicato anche in italiano. Purtroppo non sono riuscita a trovare quando verrà pubblicato, né tantomeno il traduttore e la casa editrice, ma in caso qualcuno fosse più informato di me lo prego di diffondere la buona novella nei commenti*

Il Calendario dell’Avvento Letterario #22: il dono dei Magi

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Questa casella è scritta e aperta da Tamara di Citazionisti avanguardisti

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Era il 1995 e avevo undici anni. La peluria si diffondeva uniformemente sul mio labbro superiore così come qualche timido pelo sotto le ascelle. Un accenno di tette che in pochi mesi sarebbe esploso e una strana attrazione per un compagno di classe dotato di orecchie elefantiache completavano il quadro.

Era il 1995 e io credevo nell’esistenza di Babbo Natale. Non che mi mancassero prove del contrario, solo che non volevo rinunciare, un po’ come la faccenda dello spirito santo.

Era il 1995 dicevo, l’anno in cui l’amica del cuore mi forniva un maligno indizio, indizio che avrebbe fatto crollare la fede nel bianco natal.

“Io so cosa ti hanno comprato i tuoi per il 25, cerca in casa e capirai che non dico fandonie”.

La curiosità è stata più forte di tutto e un pomeriggio mi sono messa ad aprire armadi, cassetti, ripostigli alla ricerca di qualcosa che la smentisse. Come si permetteva lei di distruggere la mia idea di Natale? Come si permetteva lei che già indossava assorbenti tutti i mesi?

Lo trovai alla fine. Era un pacchetto discretamente grande, avvolto da una carta rossa e bianca, con dei piccoli pupazzi di neve. Sollevai delicatamente una delle linguette superiori, stando ben attenta a non modificarne in alcun modo la consistenza. Lessi l’etichetta: una Barbie. Non una bambola qualunque ma proprio quella, quella con l’usignolo e il vestito azzurro pieno di fiori, quella che sembrava una nuvoletta di zucchero filato, quella di cui avevo scritto nella mia lettera. Crollai sul letto, travolta dalla rabbia. Era tutto vero allora! Babbo Natale non esisteva! Quell’uomo grasso a cui avevo lasciato latte e biscotti per anni durante la notte della vigilia non era altro che una rubiconda bugia. Mi avevano lasciato crederci! Non mi avevano dissuaso dal farlo! Avevano continuato a farmi passare per una babbasona!

Cosa fare allora? Meritavano una lezione, meritavano che finalmente sfoderassi tutta la mia cattiveria, quella che avevo sempre tenuto buona a suon di preghiere e guance offerte.

Accoglierli con in mano la bambola decapitata? Infilargliela nel letto come la testa del cavallo che avevo visto in quel film? Distruggere a caso qualche giocattolo di mio fratello, così, a sfregio? No, avrei dovuto ragionare a mente fredda, pianificare lucidamente ma ero troppo ingenua per farlo, ero ben lontana dall’avere quella saggezza lieve dei protagonisti di Il dono dei magi di O. Henry, edito da Orecchio Acerbo.

Della e Jim sono una giovane coppia di sposi che vive in un appartamento modesto. Il Natale si avvicina e con esso anche la preoccupazione di non poter donare all’amato un regalo speciale. Un dollaro e ottantasette centesimi è tutto ciò che hanno risparmiato.

Che fare allora? Entrambi pensano a quello che più di prezioso posseggono: per Della sono i suoi splendidi capelli; per Jim l’orologio d’oro appartenuto a suo nonno.

Della decide così di vendere la sua folta chioma a un negozio di parrucche, ricavandone il necessario per comprare una catenina da abbinare all’orologio tanto caro al suo sposo. Jim invece si disfa del suo prezioso ricordo per comprarle degli adorabili pettinini, che Della ha sempre desiderato.

Si ritrovano così in cucina, con la cena sul fuoco durante la vigilia: i loro regali di Natale sono inservibili ma hanno qualcosa di più prezioso, il loro amore e il loro spirito di sacrificio. Sono saggi Della e Jim, come i re magi.

Diversamente da me, che nemmeno quella volta ho imparato qualcosa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #21: l’inverno inglese e altri animali

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Questa casella è scritta e aperta da Marina di Interno storie

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Che il Natale sia argomento principe della letteratura per l’infanzia, soprattutto quella inglese, è cosa nota. E non così complicato lasciare incantare dai racconti che lo scandagliano in lungo e in largo.

Kenneth Grahame, Beatrix Potter e Jill Barklem, autori conosciuti, con toni differenti affrontano il tema natalizio o lo sfiorano in qualche modo.

Kenneth Grahame in Il vento nei salici dedica una storia alle festività, Giorni di Natale.

Topo e Talpa rincasano dopo una giornata di esplorazioni attraversano un villaggio. Il timore che possano essere scoperti dagli uomini è alto, ma a quell’ora tra le strade innevate

“non si vedeva più quasi nulla, se non i foschi riquadri arancioni delle finestre ai due lati della strada, da dove si riversava nel buio di fuori la luce dei caminetti o delle lampade.

I due spettatori, così lontani dalla propria casa, guardavano con occhi pieni di nostalgia un gatto che veniva accarezzato, un bambino addormentato preso in braccio e messo a letto, un uomo stanco che si stiracchiava e vuotava la pipa battendola su un ceppo.”

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Tale è la tristezza che Talpa, durante il cammino, sente il richiamo della sua vecchia dimora, che ha lasciato da molto tempo. Tenta di seguire l’istinto ma Topo continua sui suoi passi. Finché preso dallo sconforto non singhiozza, solo allora Topo acconsente di esaudire il desiderio dell’amico.

La casa è polverosa, modesta e in batter d’occhio il calore del camino la rende accogliente.

In cortile i topolini di campagna intonano canzoni natalizie

“che i loro antenati avevano composto nei campi campi stretti dalla morsa del gelo o mentre la neve li costringeva a stare intorno al fuoco; canzoni tramandate per essere cantate lungo le strade fangose, alle finestre illuminate dalla lampade, nel periodo natalizio.”

Bisogna festeggiare il ritorno a casa.

Con Beatrix Potter (quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita) invece, ci spostiamo in città e più precisamente in Westgate Street, a Gloucester. Un sarto deve terminare una giacca e un panciotto per il sindaco, in occasione dell’imminente matrimonio che si svolgerà il giorno di Natale. A corto di filo di seta color ciliegia per le asole, delega l’acquisto del materiale, insieme alla cena, al suo gatto Simpkin. Nel frattempo la neve imbianca la città.

Mentre il gatto è in giro per le commissioni, nella stanza si solleva un tramestio via via sempre più intenso: sotto ciascuna tazza è nascosto un topolino in elegantissimi abiti. Saranno la ricompensa per Simpkin, dice il sarto.

Al ritorno il gatto nasconde sotto una tazza la matassina perché troppo impegnato alla ricerca della sua cena. Il vecchio stanco e deluso, ignoro del dispetto, cade in uno stato di torpore. Durante la notte la febbre aumenta e in preda agli incubi riecheggia nella sua testa «Non ho più filo». Il 25 dicembre è alle porte.

Così nel laboratorio i topolini mossi da tanta pietà si mettono al lavoro per aiutare il poveruomo.

Qui il Natale, menzionato nella sua festività, ha una connotazione precisa come aiuto al prossimo in difficoltà, ha un suo contesto il Gloucestershire. A quanto pare storia in qualche modo vera, come afferma la Potter nella dedica iniziale all’amica Freda.

A differenza della Potter, Jill Barklem ha una profonda devozione per i dettagli che si consumano nelle tonalità vive, negli oggetti. Tutto è ben definito. La Potter scrive e dipinge in punta di matita, il racconto e le illustrazioni si sfumano nella delicatezza.

Nella realtà incantata di Jill Barklem si festeggia il Mezzinverno, ossia il solstizio, un brindisi alla lontana estate e alla primavera. A ridosso del Natale. E lo richiamano gli agrifogli che decorano Palazzo della Vecchia Quercia insieme all’edera e al vischio.

Primulina e Peverino hanno in serbo per la serata un breve inframmezzo teatrale, ma è impossibile concentrarsi in mezzo al baccano per i preparativi. Così la signora Margherita de Topis, la madre di Primulina, intenta a sfornare biscotti e altre prelibatezze, gli indica la soffitta come luogo ideale, che si rivelerà una vera distrazione per giochi, lettere,vecchie memorie.

Durante l’esplorazione, Peverino ha scoperto una porta chiusa ma solo con la chiave trovata da Primulina in un cassetto riescono ad aprirla.

Si perdono in un cunicolo che apre su un’enorme scalinata. Timorosi e incuriositi raggiungono una sala dismessa, riccamente decorata in cui la polvere fa da padrona. Qui scoprono un luogo per i prossimi giochi e i costumi antichi per inscenare la loro sorpresa agli ospiti.

I festeggiamenti riecheggiano nei lustrini, il calore del fuoco scalda l’ambiente e la musica allieta i partecipanti. Come nel racconto successivo, Storia d’inverno. Un’abbondante nevicata sorprende gli abitanti del bosco che si risvegliano completamente sommersi: «Ce n’è abbastanza per un Ballo della Neve, che dice?» gridò il signor Dal Pruno alla signora Pomelli.

Solo la signora Smeraldina ha un ricordo vivo di questa tradizione interrotta. E così per riprendere la vecchia consuetudine, si allestisce una sala da ghiaccio degna delle grandi occasioni.

“Quando la neve cade lenta lenta

a poco a poco tutto si addormenta,

quando si gela all’usignolo il canto

e scende l’inverno il suo manto,

al Ballo della Neve

dalla sera al mattino

danza e si diverte l’allegro topolino.”

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È un mondo in miniatura quello portato sulle pagine dai tre scrittori – Potter, Graheme, Barklem -, gli animali sono i protagonisti assoluti e in questi casi assumono caratterizzazioni antropomorfe, espediente per analizzare la natura umana. La caratteristica più evidente è la facoltà di parola:

“Ma la leggenda vuole che tutti gli animali possano parlare nella notte tra la vigilia e il mattino di Natale (benché siano pochi quelli che riescono a sentirli o a capire quel che dicono).

[…]

Da tutti i tetti e gli spioventi e le vecchie case di legno di Gloucester giunse il suono di mille voci liete che intonavano gli antichi canti di Natale, quelli che tutti conosciamo, e altri mai sentiti.”

Attraverso la piccola lente si riesce a restituire un quadro più vicino alla realtà, molto evidente in Beatrix Potter e in Grahame. Quest’ultimo sottolinea la disparità nella società inglese rurale.

L’elemento fantastico si accompagna a una sottile vena ironica in grado di sottolineare la durezza della vita, il divario sociale, nonché pregi e difetti dell’animo umano. Insomma, una narrazione in grado di educare gli animi.

Il più emblematico è il gatto Simpkin che dimostra di essere egoista e scaltro, qualità o meglio difetti che gli sono stati attribuiti dalla notte dei tempi e che la storia di Beatrix Potter non scalfisce.

I topolini, la grande comunità del sottosuolo della Potter e della Barklem, sono animati da un forte spirito collaborativo, si aiutano e aiutano. Il Sarto di Gloucester è l’unico racconto in cui mondo animale e umano si incrociano: il vecchio è ignaro del soccorso che i topi daranno al suo lavoro, li nota nascosti sotto il servizio di porcellana e pensa al suo gatto. Nel Vento nei salici, Topo e Talpa contemplano di soppiatto le scene familiari intorno al fuoco mentre fuori nevica ma sollevare il morale dell’amico quando rientrerà nella vecchia tana.

Proiettare la storia in un scenario accogliente come il Natale è motivo per enfatizzare il significato profondo. Niente è lasciato al caso.

Nei racconti della Barklem, a Boscodirovo l’idillio è in ogni pagina, anche la neve è un’occasione per rinsaldare il legame comunitario attraversano i ricordi di un tempo. Ancor di più alcuni valori quali l’amicizia, il rispetto verso gli altri, l’amore per i doni della terra, la gentilezza e soprattutto la meraviglia. Meravigliarsi sempre e fare di un problema una virtù. Come narra Storia d’inverno.

È stato Charles Dickens ad aprire una finestra sul Natale celebrandolo nei suoi scritti e inaugurando una fortuna tradizione di libri e raccolte sul giorno più bello dell’anno; poi la regina Vittoria e Alberto di Sassonia hanno corredato il Natale dei suoi elementi e riti caratteristici. Beatrix Potter e Kenneth Grahame scrivono nei primi anni del 900, Jill Barklem erediterà quel mondo nascosto.

Il vento nei salici, Kenneth Grahame, PescaMela Edizioni, 2001

Il sarto di Gloucester, Beatrix Potter, Sperling & Kupfer, 1988

La scala segreta. I racconti di Boscodirovo, Jill Barklem, EL, 2001

Storia d’inverno, Jill Barklem, EL, 1980

Il Calendario dell’Avvento Letterario #20: il Natale di Giacomo Leopardi

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Questa casella è scritta e aperta da Francesca de Il Club dei Libri

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Giacomo Leopardi è uno dei poeti italiani più conosciuti e più amati del suo tempo.

Nacque a Recanati nel 1798 da una coppia di nobili cugini e, probabilmente per questo e per le infinite ore di immobilità dovute allo studio matto e disperatissimo, il poeta non godrà mai di buona salute. È questa sua condizione, che più volte gli fa credere di essere vicino alla morte, che scatena in lui il pessimismo cosmico per il quale è tanto conosciuto.

È sempre la sua condizione fisica che lo porta ad allontanarsi da Recanati per climi più favorevoli, come scrive nelle lettere che invia al padre:

Ma le confesso che con questa stagione il viaggiare mi è insopportabile, ed Ella sa bene come la mia complessione è sensibile e nemica del freddo.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 Dicembre 1825)

 

Il primo Natale che il Leopardi passa fuori casa è quello del 1822: nel novembre di quell’anno, infatti, si reca, ospite di uno zio materno, a Roma e vi rimane fino all’aprile dell’anno successivo.

Le feste per il nostro poeta sono ulteriore fonte di tristezza, passate così lontano dalla famiglia, ma egli si tiene costantemente in contatto epistolare con il padre, i fratelli e gli amici e questo gli procura un po’ di leggerezza in cuore.

In una lettera al padre, discute del tipo di regalo adatto da fare ai suoi ospiti:

[…] io dubito assai che, valendo molto il quadro (come pare anche a me), il dono non sia gettato; […] credo anch’io che il dono d’un quadro sarebbe forse il più a proposito.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 20 Dicembre 1822)

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Dopo aver fatto ritorno a casa nell’aprile del 1823, rimane in terra natia fino al 1825 anno in cui si reca a Milano, invitato dall’editore Stella. L’ambiente culturale però non gli è congeniale e anche il clima è dannoso alla sua salute e così, nel dicembre di quello stesso anno, lo ritroviamo a Bologna dove si mantiene dando lezioni private.

Il Natale del 1825 porta tristi notizie in quel di Bologna:

Carissimo Signor Padre.

Ella può figurarsi con quanto dolore leggo la carissima sua dell’altro ieri che ricevo in questo momento. La bontà del povero Zio e l’amore che mi portava mi fanno dolore della sua perdita fino all’anima.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 dicembre 1825)

 

Il Natale del 1827 il poeta lo passa a Pisa, dove il clima mite dell’inverno toscano è un toccasana per la sua salute:

Qui non v’è mai vento, mai nebbia; v’è sempre ombra, come in tutte le città grandi. […] qui per tutto Dicembre abbiamo avuto ed abbiamo una temperatura tale, che io mi debbo difendere dal caldo più che dal freddo.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 24 Dicembre 1827)

 

Se però Giacomo è felice per il clima di quel Natale, non lo è altrettanto per quello che la missiva di suo padre gli scrive: il conte, infatti, si aspettava che il figlio passasse a Recanati le festività natalizie e gli scrive una missiva piena di amorosi rimproveri:

Ella mi riprende dell’aridità delle mie parole, la quale deriva da mancanza di materia, ed è comune a tutte le mie lettere, perché la mia vita e monotona e senza novità. Ella desidererebbe che io vedessi il suo cuore per un solo momento, e a questo proposito mi permetta che io le faccia una protesta e una dichiarazione, la quale da ora innanzi per sempre le possa servir di lume sul mio modo di sentire verso di Lei. Le dico dunque e lo protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io l’amo tanto teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno amare il suo padre.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 dicembre 1825)

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L’ultimo Natale della sua vita il nostro amato poeta lo passa in una Napoli colpita dal colera che, con la morte di tre impiegati alla posta, causa la mancata consegna delle amate lettere paterne.  Solo l’11 dicembre ne riceve sette, tutte arretrate, insieme a 41 colonnati. Leopardi non se la passa bene, sono sette anni ch’io ho passati fra i giunchi marini e non tra le rose come credono i genitori; vive alla giornata, spesso gli manca il pane e, altrettanto spesso, si è ritrovato in angustie della terribile natura. Inoltre pareva che il colera, a Napoli, fosse passato invece

 

[…] la mortalità è rialzata di nuovo. Io ho notabilmente sofferto nella salute dell’umidità di questo casino nella cattiva stagione.

[…] Mio caro Papà, Iddio mi conceda di rivederla, Ella e la Mamma e i fratelli conosceranno che in questi sette anni io non ho demeritata una menoma particella del bene che mi hanno voluto innanzi, salvo se le infelicità non iscemano l’amore nei genitori e nei fratelli, come l’estinguono in tutti gli uomini. Se morrò prima, la mia giustificazione sarà affidata alla Provvidenza.

Iddio conceda a tutti loro nelle prossime feste quell’allegrezza che io difficilmente proverò. […]

(Lettera a Monaldo Leopardi, 11 dicembre 1836)

 

Al colera napoletano del 1836 Giacomo sopravvivrà, ma morirà nel giugno dell’anno dopo a causa dell’aggravarsi delle sue già precarie condizioni di salute.

È stata una tragedia la sua morte, ma ci sono rimaste, oltre alla corrispondenza che intratteneva con i suoi cari e gli amici, anche le poesie, le Operette Morali e lo Zibaldone.

E non mancò nemmeno di scrivere, in tenera età, un componimento sul Natale.

Per il Santo Natale

 

Tacciano i venti tutti,

Del mar si arrestin l’acque,

Gesù, Gesù già nacque,

Già nacque il Redentor.

 

Il Sommo Nume eterno

Scese dall’alto cielo,

Il misterioso velo

Già ruppe il Salvator.

 

Nascesti alfin nascesti,

Pacifico Signore,

Al mondo apportatore

D’alma felicità.

 

L’empia, funesta colpa

Giacque da te fiaccata,

Gioisci, o avventurata,

Felice umanità.

 

Sorgi, e solleva il capo

Dal sonno tuo profondo;

Il Redentor del mondo

Omai ti liberò.

No più non senti il giogo

Di servitù pesante,

Son le catene infrante

Da lui che ti salvò.

 

Gloria sia dunque al sommo

Onnipossente Iddio,

Guerra per sempre al rio

D’Averno abitator.

 

Dia lode e cielo, e terra, 

Al Redentor Divino,

Al sommo Re Bambino

Di pace alto Signor. 

 

Le lettere e la poesia finale sono tratte da Scrivimi se mi vuoi bene. Lettere e pagine fra Natale e anno nuovo, Interlinea edizioni.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #19: è sempre la vigilia di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Simona di Letture Sconclusionate

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“Era la Vigilia di Natale. Inizio così, perché questo è il modo corretto, ortodosso e rispettabile di cominciare, e io sono stato educato in modo corretto, ortodosso e rispettabile e mi è stato insegnato a fare sempre la cosa più corretta, ortodossa e rispettabile; e resto fedele all’abitudine.

Naturalmente, a titolo puramente informativo, non c’è nessun bisogno di nominare la data. Il lettore esperto sa che era la Vigilia di Natale, senza che io glielo dica. È sempre la Vigilia di Natale, nelle storie di fantasmi.”

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Ho scoperto questo libercolo del grande Jerome K. Jerome a ridosso di una vigilia di Natale di qualche anno fa. Per me il Natale non dovrebbe essere uno sfoggio inutile di cibarie, di ovvietà di parenti che vedi poco e via dicendo, ma è un momento di silenzio e di chiacchiere soffuse, di odor di mela e cannella, di risate in cui ognuno regala agli altri l’opportunità di chiacchiere allegre e poco impegnative – se ci si conosce poco, sarebbe d’obbligo! – e nel quale, fra una bevanda calda e un buon liquore, potersi ritrovare, riconoscere e apprezzare.

In realtà, invece, è una corsa agli armamenti: supermercati svuotati, negozi presi d’assalto -manco si fosse prossimi allo scoppio della guerra! – e ansia da prestazione per i regali. Il risultato è che arrivi alla notte del 24 dicembre che non vedi l’ora di andare a letto!

In generale molti libri raccontano storie di Natale che ci riportano verso i buoni propositi mentre, per ora, fra i classici, solo Jerome con il suo umorismo tagliente riesce fra una risata e l’altra a portarci in una casa dove si sta “elegantemente” festeggiando con una bella cena e subito dopo ci ritroviamo seduti, non sotto l’albero e nemmeno a scartare regali in maniera chiassosa, bensì a sorseggiare del ponce, davanti un bel fuoco, con una compagnia di composti gentiluomini che fanno a gara a chi ha la storia di fantasmi più spettacolare.

In quest’assetto così tranquillo si inseriscono un sacco di fattori che caratterizzano ancora oggi le nostre vigilie di Natale. Ci sono le chiacchiere vuote, fatte per compiacere l’ospite che ci ha invitato, c’è il parente che ha sempre qualcosa da insegnare agli altri ma che cade rovinosamente alla prima domanda competente, c’è anche una canzone e ci sono storie sempre più mirabolanti per stupire l’uditorio e c’è quello che, alla fine, è l’alticcio della situazione. E, come in ogni vigilia che si rispetti, ci sono le chiacchiere post-cena che son sempre pettegolezzi. Il tutto, però assume una connotazione ironica grazie proprio alla costruzione della storia di Jerome.

I personaggi che popolano questa storia sono il narratore con suo zio John, signore anziano e composto, il vecchio dottor Scrubbles – il curato-, Mr Samuel Coombes e il membro di consiglio di contea Teddy Biffles: l’anziano curato è quello che ha da insegnare, Coombes è il competente, Teddy Biffles è insieme allo zio John quello che partecipa senza farsi coinvolgere più di tanto e il nostro narratore è l’alticcio dopo che per metà serata, a detta sua per far onore a quello che gli proponeva, ha bevuto un ponce dietro l’altro.

Ma fermi tutti! Scatta l’ora in cui si comincia a diventare un po’ stanchi, i temi di cui chiacchierare cominciano a scarseggiare e si comincia a parlare di fantasmi! Ecco, i fantasmi di Jerome non sono fantasmi di coloro che nella vita precedente hanno fatto chissà che cosa e che ritornano per terrorizzare chi li incontra; sono invece fantasmi ingenui, a volte burloni e, perché no, anche fantasmi che tengono all’etichetta anche nell’aldilà. Anzi per dirla tutta, i fantasmi di Jerome sono carenti di “ghigni demoniaci” come quelli di cui si parla nell’introduzione e sono decisamente tontoloni come quello descritto nella storia di Teddy Biffles, in cui il fantasma “innamorato” compare tutte le sere per piangere la sua amata che non lo ha aspettato mentre cercava di far fortuna per poterla sposare; c’è anche quello burlone e c’è quello che invece ci tiene all’etichetta e ad essere ricordato per i suoi efferati delitti, magari con la compiacenza di vossignoria, in ordine cronologico e nel numero corretto! Delitti che per la precisione, ancora oggi, verrebbe condannato ma anche un po’ capito…

Non c’è omogeneità nelle storie, proprio perché sono raccontate per stupire, ma questo non sembra rovinare l’insieme proprio perché la storia è costruita come un divertissement per il quale l’autore parte dai comportamenti usuali amplificandoli con ironia, interponendo fra una storia e l’altra particolari divertenti come il curato che ad un certo punto cerca di costruire anche lui una storia a braccio creando non poca confusione, e costruendo un crescendo che ci accompagna fino quasi all’ultima parola prima della fine del racconto. Come in ogni gara che si rispetti, a chi ha una storia più strana delle altre, anche qui si crea una specie di crescendo che porta alla storia finale che riguarda il narratore stesso che, sul finire della serata, decide di dormire nella camera infestata per incontrare i fantasmi dell’assassino e degli assassinati nella casa di zio John. Questa è l’unica storia che è realmente contemporanea allo svolgimento dei fatti rispetto alle precedenti. È in questo momento che la parabola si inarca in maniera decisa verso un finale che uno non si aspetterebbe e che alla fine ci fa rimanere come degli allocchi.

Questo racconto mi è sempre piaciuto moltissimo: un po’ perché Massimo D’Onofrio, che è il lettore dell’audiobook che me l’ha raccontato la prima volta, è decisamente bravo a tenere, con la sua voce, l’attenzione del suo uditorio e un po’ perché, alla fine della fiera , Jerome ci svela il segreto del perché ha scritto veramente quel racconto: farci vedere come possiamo essere creduloni, soprattutto alla vigilia di Natale. Ecco, essere presa in giro così mi ha sempre, stranamente, dato soddisfazione e, nonostante abbia letto il libro, gli preferisco sempre la trasposizione in audiobook, peraltro l’unico – insieme a Jane Eyre (letto da Silvia Cecchini) -, tra i più ascoltati fra quelli che ho.

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Se infatti bisogna trovare un difetto a questa storia è che, per essere compresa nel suo essere goliardica rappresentazione dell’umana natura, andrebbe letta con il tono giusto e, quindi, al lettore poco avvezzo all’humor nero inglese potrebbe sembrare senza né capo e né coda.

Quindi, se alla vigilia di Natale, sarete stanchi, messi lì a cucinare manicaretti per gente che vi invaderà casa, e magari vi sarà passato un po’ d’entusiasmo fate come me che, ogni anno, alla vigilia di Natale mi ritaglio un paio d’ore -anche meno forse- per ascoltare il libro di Jerome e sorprendermi a riderci su, anche se lo conosco oramai a memoria, perché , credetemi, non c’è giorno più adatto. Dopotutto… “È sempre la Vigilia di Natale, nelle storie di fantasmi.”


Buone letture e buon Natale!

I riferimenti del libro e dell’audiobook sono:

Storie di fantasmi per il dopocena

Jerome K. Jerome

Mattioli 1885, ed. 2007

Traduzione a cura di Paolo Cioni

Collana “Experience Light”

Prezzo 9,00€

Storie di fantasmi per il dopocena

Edizione integrale letta da Massimo D’Onofrio

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Il Narratore audiolibri, ed. 2012

Collana “Narrativa straniera”

Prezzo: 3,90€ (Prezzo riferito allo store apple)

Il Calendario dell’Avvento Letterario #18: ultime strenne e Giorgio Caproni

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi

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Più passa il tempo, più mi sembra che sul Natale si sia già detto tutto. C’è chi lo ama, chi lo detesta, chi lo attende per mesi, chi ci crede fermamente, chi lo depreca. Resta il fatto che nessuno riesce a sfuggire a questa parentesi di luce al neon e vetrine, cibo e regali.

Non mi piace atteggiarmi a cinica di turno, ma credo da sempre che nel Natale vi sia una vena malinconica, sarà per l’imminente passaggio verso il nuovo anno, per le lucine che ci ricordano come eravamo, entusiasti e leggeri, o per qualche strano arcano che non riesco a spiegare.

Il Natale risveglia in me quel nodo in gola invisibile che fa riaffiorare ricordi e riattiva una sorta di noia, simile a quella domenicale, elevata a potenza, implacabile e vischiosa.

A proposito di nodi e ricordi, c’è un racconto, credo di D’Annunzio, di cui avrei voluto discutere diffusamente in questa sede ma che, per una strana coincidenza – magia del Natale? – non ho più trovato, in cui un uomo, follemente innamorato di una donna che non lo ama, seppur malato, finge allegria e sistema fino all’ultima delle strenne natalizie dell’amata, per poi scomparire, del tutto, in silenzio, con discrezione. “Era uno di quegli uomini che preferiscono morire in piedi”, si dice a un certo punto. Lo lessi prima di un Natale di un po’ di anni fa, e pensai, con rabbia tipicamente giovanile, a questi pacchi ricolmi di fiocchi senza significato.

In quel periodo ero una studentessa universitaria pendolare, amante della poesia e senza un soldo per acquistare regali.

In un giorno più malinconico di altri, poco prima delle feste, con il grigio sulla testa e dentro, mi trovavo alla stazione di Porta Nuova, a Torino. Stavo contemporaneamente preparando un esame di letteratura – il programma prevedeva quel racconto sulle “ultime strenne” – e la tesi sulla poesia di Giorgio Caproni, autore che amo. Piena di libri, e di ansia, aspettavo.

Gli alberi di Natale, accesi in pieno giorno, ammiccavano dall’atrio, quando arrivò il treno.

Ero così presa dal panico e da un piccolo dolore, affilato, da non accorgermi che io e una mia cara amica eravamo salite sul convoglio sbagliato. Destinazione: “Livorno”. (Livorno, caso vuole città fondamentale per Giorgio Caproni, luogo natìo della madre Anna Picchi).

Guardando il cielo plumbeo dal finestrino, solo dopo alcune fermate mi resi conto che ci stavamo pericolosamente allontanando da casa.

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Raccolsi i miei libri in fretta e cercammo il controllore, per scendere alla prima fermata utile.

Nel viaggio di ritorno mi sedetti vicino a una donna e ai suoi pacchi giganti, colorati, eccessivi. Non riuscivo a muovermi con disinvoltura.

La forza ingombrante delle feste.

Sfilai il libro di poesie di Caproni su cui stavo lavorando, ricordandomi vagamente alcuni versi dedicati al Natale.

Li cercai.

Nella mia mente risuonavano due o tre parole: “Gesù, portami via…bugia”. Cercavo e ricercavo, dubitando persino della reale esistenza di quelle frasi.

Ad un certo punto, la rivelazione. Trovata.

La poesia è “Petit Noël”.

“S’avvicina il Natale.

Gesù, portami via.

La tua è la più bella bugia

che possa allettare un mortale”.[1]

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Portami via, sì, pensai in quel momento, porta via me da questo Natale, da questo treno e porta via anche l’uomo delle ulltime strenne, liberalo dal suo amore funesto, dal suo orgoglio e soprattutto dai pacchi natalizi.

Il treno dondolava piano, i doni della signora rischiavano di cadermi addosso da un minuto all’altro.

In quei quattro versi c’era tutto.

Chi conosce la poesia di Caproni sa che il suo agnosticismo lo porta a ragionamenti estremi e spesso tautologici sull’esistenza/inesistenza di Dio e questa poesia, con qualche eco gozzaniana, non fa che ribadire la sua posizione, ricamata qui con la musicalità tipica dei suoi componimenti.

Caproni affronta il tema Natalizio anche in un altro testo, in cui è insita una critica sociale forte all’emarginazione degli ultimi da parte della società consumistica: “Nel gelo del disamore… / senza asinello bue… / quanti, con le stesse Sue / fragili membra, quanti / Suoi simili, in tremore, / nascono ogni giorno in questa / Terra guasta!… […]” anche se è in Petit Noël che sembra riassumere meglio i miei sentimenti rispetto a questi giorni gonfi e così distanti da tutto il resto dell’anno.

Così, “la bella bugia”, allora, fu un tuffo istantaneo nell’infanzia, nel calore di quei giorni lontani a casa da scuola attesi per mesi, di pigiami felpati e mattini luminosi.

L’ansia si era allentata, rimaneva la malinconia.

Quando scesi dal treno, il sapore di quei giorni era tutto nella poesia che danzava nella mia testa, come un ritmo impazzito.

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S’avvicina il Natale, di nuovo. Sono passati anni, ma a volte mi torna in mente quel giorno, i pacchi, il treno sbagliato, l’uomo delle ultime strenne e l’illusione di quel “Petit Noël” che mi fa sempre un po’ sorridere.

E, per dirla ancora con una poesia di Caproni :“Rullano lontani tamburi. / Auguri Auguri Auguri.”

(Leggete questo splendido poeta, fatevi un regalo, davvero.)

E buona “bella bugia” a tutti.

[1] L’opera in versi, Mondadori, Milano, 1998, p. 859.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #17:Natale con Charles Dickens

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Questa casella è scritta e aperta da Noemi di Tazzina di caffè

“Di nessun altro scrittore del suo secolo si potrà dire che ha aumentato la gioia del mondo. Alla lettura dei suoi libri, milioni di occhi brillarono di lacrime: migliaia di persone, il cui riso era sfiorito e spento, lo ritrovarono in lui”

(Stefan Zweig)

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Mi sono fatta un’idea, dopo tanto leggere libri e storie. Idea che sicuramente potrà cambiare nel tempo, ma che ora come ora sento tanto autentica quanto semplice. Ed è questa: la scrittura può essere una grande consolazione dalle difficoltà della vita.

Chi ad esempio se l’è vista brutta durante la prima parte dell’esistenza, come è il caso di Charles Dickens, può diventare un geniale consolatore, uno scrittore capace, con le sue storie e il suo stile, di restituire qualche scintilla di gioia perduta.

Di lui si sono dette e scritte infinite cose e il suo Canto di Natale resta a mio parere il più grande e indiscusso capolavoro del genere scrittura-natalizia. Perché nessuno come lui ha saputo toccare le corde più profonde di adulti e bambini allo stesso modo, andando al cuore autentico della faccenda, ovvero quale sia il senso, oltre a quello religioso, di una festa millenaria che torna ogni anno a coinvolgerci e a porci alcune domande su chi siamo stati, siamo oggi e saremo un domani.

Ma Dickens non ha scritto solo quel racconto sul Natale, ne compose altri tra il 1843 e il 1848 che sono confluiti in questa raccolta (che merita senz’altro di finire sotto i nostri alberi!).

La mia copia di Racconti di Natale fa parte di una collana dell’Istituto Geografico De Agostini di tanti anni fa – nello specifico la mia è del 1981 –  che usciva in edicola: i famosi libri “grigi” che conferiscono, ritrovati oggi, una veste poeticamente vintage alle opere. Questa raccolta contiene cinque storie di Natale una più commovente dell’altra.

C’è la Ballata di Natale, che apre le danze con le storie dei fantasmi e il temibile Mister Scrooge. Ma ci sono anche altre storie surreali in cui non mancano personaggi strani e fantastici, come un bizzarro grillo pieno di ironia o certe campane che suonano messaggi e visioni del futuro, o atmosfere che portano sempre il lettore a domandarsi come sia il proprio di Natale.

Dickens, come è tipico di chi ha sofferto abbandono e solitudine, aveva un gran bisogno di calore umano, di famiglia e di festa e provò a trasformare questa necessità in letterature. Da vivo, sappiamo che coinvolgeva moltissimi lettori nelle sue performance e durante i suoi innumerevoli viaggi; letture che oggi chiameremmo reading. E ancora adesso, attraverso le pagine scritte, è in grado di toccare in profondità il cuore umano, la sua unicità è inconfondibile così come lo è la sua capacità di esplorare i drammi della società inglese – e per estensione la condizione umana sbilanciata di chi vive in città  – balzandovi però con la leggerezza di fate e folletti che si avvicendano insieme ai fantasmi. Mai come in Dickens la realtà e la fantasia si compenetrano in modo tanto naturale e con ampio respiro.

Tutte e cinque queste storie ruotano attorno al “focolare” domestico e hanno un lieto fine: non vuole essere uno spoiler ma una rassicurazione. Quel che disperatamente – ma forte di un talento fuori dal comune – volle trasmetterci il nostro adorato autore inglese – alla fine – non è altro che questo: nonostante le sciagure e la cupezza della vita, per chi sa vederla, esiste sempre una scintilla, magari piccola come una lucina di Natale, eppure preziosa e calorosa come una raggio di sole. Ecco infine un esempio di semplicità e luminosità dickensiane: un incipit di un capitolo qualsiasi di uno dei racconti della raccolta:

“Da quella notte del ritorno il mondo era di sei anni più vecchio. Era un caldo pomeriggio autunnale ed era piovuto molto. A un tratto il sole venne fuori improvvisamente tra le nubi e il vecchio campo di battaglia, nel vederlo, si trasformò brillantemente e allegramente in una distesa verde, porgendogli un’impressionante benvenuto, che si stese su tutto il paese, come se fosse stato acceso un fuoco di gioia al quale rispondessero mille stazioni”

Ed è proprio così, la lettura di queste storie di Natale. Un accendersi di emozioni positive, simile a gioie e scintille, che si credevano dimenticate.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #16: i buoni propositi di Jane Austen

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Questa casella è scritta e aperta da Erica di La Leggivendola

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Quando Manuela mi ha chiesto se avessi voglia di prendere parte al Calendario dell’Avvento Letterario, ero contenta come una Pasqua – che detto così sembra tipo “qual è il colmo per una blogger a Natale?”, ma tralasciamo. Ero entusiasta perché è una rubrica che ho adorato la scorsa edizione, e poi perché Manuela mi ha riservato con estrema premura la casella di oggi, quella del 16 dicembre. Per i non iniziati – o non fanatici, vedete voi – il compleanno di Jane Austen.

Ora, io adoro zia Jane, ma a lungo ho tentennato sul tema. Avevo pensato a un lungo post sul rapporto tra i suoi romanzi e i regali, e stavo spulciando il meraviglioso sestetto in cerca di doni, quando mi è balenata in testa un’idea ben più adeguata e succosa.

I buoni propositi.

A Natale siamo tutti più buoni – in teoria – e a fine anno a molti viene da mettersi metaforicamente una mano sull’anima per fare un rendiconto delle azioni e delle malefatte compiute nell’anno che volge al termine. Cosa si può migliorare, cosa si dovrebbe cambiare? Chi abbiamo ferito e come? C’è rimedio?

Ammetto – e sarò in minoranza – che per me non tutti i difetti sono da rimuovere; certi sono carini e ci rendono quelli che siamo. Ma ci sono anche i cambiamenti importanti, quelli che è vitale fare. La cosiddetta crescita, se vogliamo.

E trovo che sia uno degli aspetti che Jane Austen aveva più cari quando componeva le sue opere, anche se sicuramente non era al Natale e ai conseguenti buoni propositi che pensava. Ma ci penso io, mia è la casella e mio è il collegamento.

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Premetto che da qui in avanti saranno presenti numerosi spoiler sui romanzi di Jane Austen; se ancora non li avete letti – male – vi sconsiglio caldamente di leggere innanzi. Piuttosto, correte in biblioteca e abbrancate il primo che vi passa tra le mani.

Prendiamo i buoni propositi di Elizabeth Bennett e di Fitzwilliam Darcy, anche se già col titolo Orgoglio e Pregiudizio le magagne dei protagonisti sono già abbastanza esplicite. Lizzie evolve enormemente nel corso del romanzo. Fin dalle prime pagine, dai suoi dialoghi con la sorella Jane e l’amica Miss Lucas, è chiaro quanto le venga facile affibbiare giudizi su chiunque capiti a tiro del suo intelletto, basandosi talvolta su fattori ben poco oggettivi, quali la gentilezza dimostrata a lei e alle persone cui tiene. Le è bastata una frase per sancire la sua idea di Mr Darcy, e da quella ha rifiutato di discostarsi a lungo, nonostante i ripetuti tentativi di lui di farsi conoscere e di farle una buona impressione. Lizzie non smuove il proprio pregiudizio, antepone i propri valori alle scelte altrui – come fa col matrimonio di Miss Lucas – e sbaglia, sbaglia terribilmente.

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D’altro canto, Mr Darcy a inizio romanzo è di una presunzione insopportabile, e non c’è da meravigliarsi se la prima impressione che suscita, non soltanto a Lizzie, sia di pura antipatia. Mr Darcy è stato fortunato a incontrare Lizzie; se non fosse stato così fermamente umiliato dopo la prima dichiarazione – che comunque è un capolavoro di faccia tosta – difficilmente avrebbe avuto la possibilità di guardarsi dentro e di trovare qualcosa che, dopotutto, non gli piaceva. Lo stesso si può dire di Lizzie, comunque. In Orgoglio e Pregiudizio i due eroi cambiano in seguito a un errore madornale e alla conseguente vergogna.

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Il loro è un cambiamento cosciente, una crescita dovuta che li avvicina alle loro rispettive controparti, alle loro coscienze: la sorella Jane e l’amico Bingley. In una lettera alla nipote Fanny Jane Austen decretava la superiorità del buon carattere rispetto all’intelletto, nel valutare una persona. E ripensando a questa sua personalissima visione dell’umanità, mi viene da pensare che in Orgoglio e Pregiudizio i veri esempi da seguire non siano Elizabeth e Darcy, ma Jane e Bingley. Sono loro i buoni, quelli che fin dall’inizio non fanno danno, ma che finiscono per soffrire per le altrui intromissioni, nonostante facciano un po’ la figura dei manovrabili bonaccioni.

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Un altro romanzo della sestina in cui l’evoluzione della protagonista riveste una parte fondamentale è Emma, e si tratta anche del titolo austeniano che prediligo. Forse proprio perché la protagonista, all’inizio, è così piena di difetti che non sarebbe strano, rimaneggiando la trama per raccontarla dal punto di vista di Jane Fairfax o di Harriet Smith, vederla come un personaggio negativo. È presuntuosa, calcolatrice, indifferente agli altrui sentimenti, snob. Gioca con la vita delle persone per puro orgoglio; ha deciso di essere un’ottima combinatrice di matrimoni, seppure il caso abbia avuto una parte assai preminente rispetto alle sue azioni nel procurare marito alla sua istitutrice, e dunque si fa portatrice del compito di accoppiare le sue conoscenze. Gioca con la vita di Harriet, già orfana sfortunata, che le solletica l’ego e che tratta alla stregua di un animaletto da compagnia e rischia letteralmente di rovinarle la vita, precludendole un avvenire di gioia e prosperità con un fattore soltanto per la sua classe sociale. Ah, Emma.

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Emma ha diverse occasioni per cambiare; prima fra tutte la ferita che infligge a Miss Bates durante il picnic, che le procurerà un immediato senso di colpa e una terribile vergogna. Emma non è crudele, ma manca di tatto. L’offesa a Miss Bates colpisce anche lei, e cercherà a suo modo di fare ammenda. L’avrebbe fatto anche senza l’intervento di Mr Knightley, che a fine giornata la mette di fronte alla sua sfacciataggine a agli effetti provocati.

Emma si rende conto delle mancanze della propria persona anche quando viene a conoscenza della vera storia di Jane Fairfax, che fin dall’inizio ha giudicato malissimo, e quando realizza il danno che ha rischiato di provocare ad Harriet Smith. Sono tutte occasioni di crescita personale, ma vedo qui un punto di somma differenza tra la crescita di Emma e quella di Lizzie e di Mr Darcy.

Emma viene messa di fronte ai suoi difetti dall’eloquenza di Mr Knightley, l’eroe del romanzo – che un tempo era il mio preferito, ora mi rendo conto che con la protagonista ha instaurato un rapporto non molto paritario di mentore/allieva, e questo mi disturba non poco – mentre Lizzie e Darcy sono soli con la loro vergogna, è qualcosa che non possono scegliere di provare, ma che potrebbero decidere di accantonare, perché nessun altro ne è a conoscenza. Emma ha una coscienza in Mr Knightley e non ci è dato di sapere se sarebbero bastati i suoi errori a farla crescere, in assenza di lui.

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Persuasione è un romanzo fortemente malinconico; forse non più di Mansfield Park , che ho trovato particolarmente cupo, ma comunque ben lontano dalle atmosfere casalinghe e scherzose di Orgoglio e Pregiudizio e Ragione e Sentimento. Anne Elliot ha ventisette anni – a quanto corrisponderebbero ai giorni nostri? – e ha perso l’amore della sua vita – possiamo credere o meno al concetto in sé, ma è quello che zia Jane intende raccontarci, quindi prendiamolo per buono – per via della propria debolezza. La famiglia era contraria al suo legame con il giovane Wentworth, e lei non era riuscita a imporsi né a insistere. Il fidanzamento è stato sciolto, l’amato è andato per mare, e Anne è rimasta sola ad affliggersi per anni, rinchiusa in una bolla di rimpianto e desolazione che l’ha separata dal resto del mondo, rendendola anzitempo una zitella senza speranza. E nel romanzo, ovviamente, cambia, cresce, si rafforza poco a poco. Anche lei prosegue per gradi: c’è la sua decisione di fare visita a una vecchia compagna di scuola nonostante il parere contrario della famiglia; c’è la sua volontà di dire la propria in difesa di sentimenti delle donne che durano a lungo, durante una discussione col Capitano Harville a casa dei Musgrove; e infine, ovviamente, la decisione di accettare la proposta del Capitano Wentworth.

La crescita di Anne non ricalca esattamente quella compiuta da Emma o da Lizzie; se loro erano motivate al cambiamento dalla vergogna e dall’imbarazzo, Anne è spinta soltanto dal dolore che la propria debolezza le ha provocato. Certo, anche quella debolezza l’avrà fatta vergognare, ma identifico nella sofferenza e nel rimorso la causa della sua rivoluzione interiore.

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E poi? Poi ci sono Marianne ed Elinor di Ragione e sentimento , che devono imparare l’una dall’altra. L’una impara a carissimo prezzo a non farsi trascinare dalle fantasie e dai sentimenti, l’altra capisce che deve esporsi e rischiare per essere felice. E Fanny di Mansfield Park cosa impara, se non a imporsi, ad anteporre un “no” ai desideri altrui quando cozzano coi propri? E la mia adorata Catherine Morland de L’abbazia di Northanger che scopre la differenza tra i romanzi e la realtà, che non sempre un castello cela un mistero.

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Non la faccio lunga su questi casi, però. Si tratta sempre di eroine che cambiano nel corso dei rispettivi romanzi, ma non vedo in loro caratteristiche tali da annotare come difetti da risolvere, dunque mi parrebbe poco sensato disquisirne a lungo in un post che vorrebbe trattare le magagne personali e i cambiamenti dettati dai buoni propositi.

La trattazione è finita – era ora, eh? – e spero di non avervi annoiato. Sicuramente dovrei imparare ad essere un attimo meno prolissa; ma se ben ricordate, all’inizio dicevo che non sempre guardo ai difetti come aspetti da ripulire e risolvere.

Buone feste, e grazie mille a Manuela per avermi ospitata qui – e per non avermi defenestrata. Lei sa perché. (Risposta di Manuela: ami troppo Jane Austen per essere defenestrata, nel giorno del suo compleanno poi <3)

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #15: la festa del ritorno a casa

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Questa casella è scritta e aperta da Alessandra di Una lettrice

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Natale è vicino, ormai. E cosa facciamo noi, gli italiani, a Natale? Torniamo a casa. Qualcuno parte dal nord Europa e scende. Altri partono dal centro e scendono. Alcuni partono da Milano e scendono. Alcuni tornando a casa, salgono. Altri si diramano a est, a ovest. A Natale, torniamo a casa. Cerchiamo di condensare in pochi giorni il desiderio di semplicità, la ricerca della quotidianità, le tradizioni ritrovate, gli echi delle nostre memorie di bambini. Il Natale, in Italia, è la festa del ritorno a casa.

“Seduti di fronte ad un grande falò acceso nella notte di Natale, sul sagrato della chiesa di un paesino italo-albanese della Calabria, un padre e un figlio, ormai pronto a bere la sua prima birra, rievocano le storie della loro famiglia. Sembra che tutto nasca da quel fuoco crepitante e dallo sciame di scintille sollevate dal vento notturno” scrive il critico Alfonso Berardinelli a proposito de La festa del ritorno, romanzo di Carmine Abate, vincitore del Premio Campiello nel 2004.  La festa e il suo enorme falò rosso fuoco sono solo una cornice, un pretesto per raccontare le vicende di una famiglia come tante.

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Il padre racconta a Marco della vecchia e nuova famiglia, del primo e secondo lavoro in Francia, della sofferta condizione di emigrante; Marco dice al padre della sua vita,  giunta fino a tredici anni senza la presenza del genitore tranne che per brevi periodi, della festa che i ritorni a casa del padre dalla Francia avevano rappresentato per lui, dei suoi studi, delle loro escursioni nel bosco vicino al paese, delle battute di caccia. È un ritorno reale, che lo scrittore ha vissuto mille volte nella sua vita. In una vecchia intervista, Carmine Abate racconta:

“L’origine di questa storia è fortemente autobiografica. Il padre emigrato de «La festa del ritorno» è mio padre emigrato. Da bambino ho vissuto il ritorno di mio padre a casa come un evento straordinario; mi ricordo che i suoi ritorni mi riempivano di gioia, sentivo di avere finalmente un padre in carne ed ossa e non un padre di carta e matita, quello delle lettere che arrivavano continuamente a casa. E cambiavo radicalmente quando tornava mio padre. Diventavo sicuro di me accanto a questo padre che, in qualche modo, proteggeva la famiglia e che ti insegnava tante cose, piccole e belle, come per esempio giocare a carte oppure i nomi delle piante quando andavamo in campagna o a sparare con il fucile da caccia. Eppure sapevo dentro di me che prima o poi mio padre sarebbe ripartito. Mi ricordo, e me lo hanno confermato i miei parenti, che quando mio padre ripartiva diventavo feroce. Non lo lasciavo partire, mi aggrappavo alle sue gambe e mi dovevano prendere di forza perché non riuscivano a staccarmi da lui. Il ritorno di mio padre di allora fa il paio con i miei ritorni di oggi al mio paese d’origine, ritorni gioiosi, felici, in cui coinvolgo la famiglie e, da qualche anno, l’intera comunità perché con un gruppo di amici organizziamo ogni anno una festa del ritorno, nel mese di luglio o agosto, quando c’è il maggior numero di emigrati di ritorno dalla Germania”

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“Se c’è una cosa che mi manca lassù, a parte la mia famiglia, è questa caloria gorgogliante dal fuoco e dalla gente: te la senti fuori e dentro, ti riscalda la vita.” (p.37)

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Il libro è scritto mescolando italiano e arbëreshe, in un lessico famigliare che arriva al cuore anche di chi non conosce l’albanese antico, parlato in Italia fin dalla fine del 400 da quasi centomila persone che vivono nei paesi arroccati intorno a Piana degli Albanesi, in Calabria.  Raccontando una storia dove i protagonisti provengono da una terra che ha una connotazione linguistica e culturale molto forte (quella degli arbëreshe), Carmine Abate offre una voce a uno dei popoli che compongono l’Italia. E ci rimanda l’eco di un canto corale, non ancora scritto, con la storia di un’Italia, formata da mille popoli, ognuno minoranza a suo modo, legati ognuno alle proprie tradizioni, al proprio lessico famigliare, che emigrano, dal sud a nord del mondo, e che sono tutti accomunati dalla lontananza dagli affetti, dalla famiglia spezzata dalla necessità, dalla festa del ritorno a casa.

È quasi Natale. E con chi stanno, gli italiani, a Natale? Con la famiglia. Nel romanzo, padre e figlio custodiscono un segreto e poiché nessuno osa confidarlo questo rimarrà tale per molta parte della conversazione. Si tratta di Elisa, figlia per uno e sorella per l’altro.  La vicenda di Elisa, che si scopre nelle ultime pagine, con il suo strano comportamento in casa, avevano per molto tempo turbato i pensieri dei genitori, guastato l’atmosfera famigliare, comportato gravi disagi e pericoli per il padre, coinvolto il fratello; erano divenuti prima il problema della casa ora il ricordo che più d’ogni altro univa i narratori.  Le feste di Natale sono spesso un momento triste e malinconico dove in famiglia si ricorda chi non c’è più e la solitudine e la nostalgia pesano più del solito. Si tende l’orecchio e non si sente più la voce così nota, si indugia con lo sguardo intorno al tavolo, alla ricerca delle assenze, dei vuoti del cuore. Ma alla fine del romanzo e dei loro discorsi padre e figlio si accorgono che è scoccata la mezzanotte, che la festa si è animata maggiormente. Festeggiano con la gioia di chi ha superato un pericolo e spera in un futuro migliore. È Natale.

Il Calendario dell’Avvento Letterario #14: omicidi natalizi

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di Librangolo Acuto

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La Nereia del 2010 mentre vive l’ultimo Natale da lovely person

Ciao! Sono Nereia, ho 31 anni, da qualche mese vivo a Barcellona e non mi piace il Natale. E non è che non mi piace e basta, è che proprio non lo posso soffrire. Dico sul serio.

Non era così, un tempo.

Quando ero solo una bambina mi piaceva un sacco il Natale, mi piaceva perché lo vedevo con gli occhi innocenti e spensierati di una piccola Nereia, sana portatrice di un amore verso il prossimo a dir poco smisurato. Mi piaceva ricevere regali, scartarli con la tachicardia e le mani tremanti, mi piaceva l’attesa, mi piaceva fare il presepe – aggiungendo sempre personaggi improbabili in veste di pastorelli, mi piaceva mettermi a letto e vedere la luce dell’albero di Natale filtrare da sotto la porta della mia camera.

La cosa che mi piaceva di più, però, era vedere lo sguardo delle persone quando scartavano il regalo che io avevo fatto loro: vedere la gioia nei loro occhi, il sorriso sulle loro labbra; mi piaceva più farli i regali che riceverli.

Ho sempre vissuto in funzione della felicità altrui. Quando qualcuno che amo profondamente è felice, io sono felice che sia felice. Impossibile spiegare razionalmente qualcosa di questo tipo, impossibile spiegare la gioia che provo quando, la mattina, porto il caffè alla mia capa, aggiungendo un cornetto al cioccolato quando so che ne ha più bisogno. Impossibile. Impossibile anche perché questo atteggiamento, questo modo di essere, non ha un nome. Qualcuno, un paio di giorni fa, ci ha provato a dargli, anzi a darmi, un nome, un aggettivo, e l’unica cosa che, alla fine, è riuscito a dire è “lovely person”. Non particolarmente innovativo, forse anche un po’ scontato, ma rende abbastanza l’idea, credo.

Forse, un tempo, ero ancor di più una lovely person e questo rappresentava il momento dell’anno in cui potevo esprimere me stessa. Poi, un giorno, s’è materializzata la vita vera, sono arrivate le persone che mi hanno profondamente delusa e ferita, sono giunti i problemi in famiglia, le amicizie perdute, le menzogne, e il Natale, poco a poco, ha smesso di piacermi.

Adesso mi mette tristezza perché mi ricorda – sbattendomele in faccia – tutte le cose che ho fatto per chi non se lo meritava, tutti i momenti di gioia che ho donato a chi non ha apprezzato, ricevendo in cambio menzogne, insulti o, peggio ancora, spavaldo disinteresse.

Nei giorni precedenti al Natale che si avvicina, non posso non pensare al Natale precedente e, anche quest’anno, non faccio eccezione. Il Natale del 2015 è stato brutto e pesante. Perché? Perché le persone sembra aspettino proprio questi giorni per rivelarsi quello che sono nella realtà. E non vale mica il messaggio molto bello di Dickens nel suo Canto di Natale, con Ebenezer Scrooge che da avaro ed egoista si trasforma in amabile, buono e altruista. Nossignori. Non vale neanche la regola del “a Natale siamo tutti più buoni”. Perché? Semplice: perché è una regola che hanno stabilito i cattivi e la usano non solo per non farsi mandare a quel paese dai buoni, ma anche per ricavare qualche altro favore e poi sparire dalla faccia della Terra.

Tuttavia, ci sono ancora persone innamorate di questo periodo dell’anno, alle quali piace riunirsi con i parenti lontani di cui a stento ricordano il nome, abbuffarsi di Pandoro al mascarpone, giocare a improbabili tornei di Baccarà con puntate da un euro, partecipare alle partite di tombola più lunghe della storia, dove la cinquina è composta da una teglia di pasticcio di patate di zia Peppina avanzata dalla sera prima.

Io, invece, proprio perché lo spirito natalizio non mi piace e mi infastidisce (in un certo senso), cerco sempre di circondarmi di cose e persone che la pensino come me. Per anni, infatti, ho partecipato o ho organizzato tombolate alternative, altrimenti dette “schifitombole” o “tombole a eliminazione diretta”, dove la parte veramente eccitante di tutto era la preparazione delle cartelle – che, ovviamente, non presentavano i classici numeri ma parole o oggetti ripugnanti – e l’acquisto o il riciclaggio selvaggio di premi terrificanti.

Quest’anno, invece, poiché passerò il Natale qui a Barcellona, senza i miei amici e senza la mia famiglia, sentivo il bisogno di qualcuno che potesse bilanciare l’eccessiva presenza di buonismo che pervade l’aria e, poiché non potevo usufruire delle famose schifitombole, ho deciso di farmi tenere compagnia dall’unica altra persona che sentivo avrebbe potuto davvero capirmi: Hercule Poirot ne Il Natale di Poirot.

«A Natale impera lo spirito di buona volontà. Vecchi litigi vengono dimenticati, coloro che si trovano in disaccordo fanno la pace… Sia pure provvisoriamente le famiglie che sono state separate per tutto l’anno si raccolgono ancora una volta… In queste condizioni, amico mio, deve ammettere che i nervi possono venir sottoposti a dura prova. Persone che non hanno alcuna voglia di essere amabili fanno uno sforzo per apparirlo… C’è in loro molta ipocrisia, a Natale, onorevole ipocrisia, senza dubbio, ipocrisia “pour le bon motif”, ma sempre ipocrisia. […] e che sostengo come lo sforzo per essere buoni e amabili crea un malessere che può riuscire in definitiva pericoloso. Chiudete le valvole di sicurezza del vostro contegno e presto o tardi la caldaia scoppierà provocando un disastro».

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Sebbene Hercule, qualche riga dopo, confesserà di star scherzando, non credo proprio sia così perché sì, queste sono le parole di Poirot, ma sono soprattutto le parole – e probabilmente le convinzioni – di Agatha Christie. Perché, in fondo, diciamolo chiaramente: il Natale è il periodo ideale per commettere un omicidio. E non lo dico solo io, lo dicono i fatti, lo spiegano le circostanze, lo afferma sicuramente anche la psicologia.

A pensarci bene, infatti, è pura logica: a Natale si è costretti a stare tutti insieme in uno spazio più o meno ristretto, i vecchi rancori e le vecchie scaramucce tornano a galla e sono alimentati da quel bicchierino di mirto di troppo o da una brutta indigestione – ci suggerisce Poirot – che causano irritabilità. E in un attimo, un attimo davvero, ecco che l’irritabilità si trasforma in un omicidio.

Non dimentichiamo, inoltre, che le riunioni di famiglia – soprattutto quando includono parenti lontani – offrono una miriade di sospettati poiché, si sa, i rancori all’interno di una famiglia possono davvero essere numerosi e variegati.

Questi giorni dell’anno, con il loro forte significato religioso e la tipica connotazione di periodo felice e colmo generosità, non rappresentavano lo sfondo ideale per un giallo solo per la penna di Agatha Christie, anzi. Prima di lei, già Arthur Conan Doyle ed Ellery Queen avevano ambientato – in tempi storici differenti – almeno una delle loro storie durante il periodo natalizio (successivamente, intorno agli anni ’50 lo farà anche Georges Simenon con Un Natale di Maigret).

Zia Agatha, però, fa di più perché, chiaro, sei Agatha Christie, mica pizza e fichi. E così, probabilmente spinta dall’enorme e spietata concorrenza dell’epoca (parliamo della fine degli anni ’30, la cosiddetta età dell’oro del giallo), decide di inserire ne Il Natale di Poirot un elemento che affascina sempre il lettore e che fa di me l’amante per eccellenza del giallo classico: un efferato omicidio commesso in una camera chiusa a chiave dall’interno.

Non un elemento innovativo – perché sappiamo bene che ci aveva già pensato il maestro Edgar Allan Poe nel 1841 nel suo racconto I delitti della rue Morgue – ma certamente difficile da sviluppare e rendere credibile fino alla fine.

Inutile dire che, proprio perché si tratta della Christie, è impossibile che non sia così.

Mi tocca ammettere che il Natale di quest’anno qualcosa di buono, in fondo, lo ha portato anche a me. Grazie al 2016 ho inaugurato una tradizione: leggere di efferati omicidi durante la settimana più felice dell’anno. Secondo gli altri, almeno. Io, invece, per ora rimango d’accordo con Hercule.