Il Calendario dell’Avvento letterario #24: buon Natale, Raymond

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Questa casella è scritta e aperta da Mariateresa di Casa di ringhiera

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Ricordo benissimo la prima volta che ti ho incontrato. Te ne stavi lì, con le tue parole troppo semplici e risolutive. Io ti guardavo, ma non capivo. Forse non ero pronta. Poi ricordo ancora meglio quella sera. Tu eri sempre lo stesso, semplice e risolutivo, solo che nel frattempo io ero cambiata. Mi sentivo tanto sola, anche se al di là della parete si teneva una partita a carte molto affollata e molto alcolica. Sentivo solo il bisogno di essere compresa.

Mi ero sdraiata sul letto, la luce della lampada da tavolo accesa e una sigaretta nella mano sinistra. Poi ho pensato a te. Vedi Ray, io ti avevo sottovalutato completamente.

Pensavo che quel tuo essere così semplice e risolutivo fosse solo mancanza di parole. Pensavo che nella notte di Natale non ci si dovrebbe sentire mai così tristi e inadeguati. Pensavo che “che cazzo avranno questi da ridere così di gusto?” Pensavo che io a carte non ci so neanche giocare. Pensavo che in fin dei conti al mio dolore nessuno ci stesse facendo davvero caso.

Così ti ho visto entrare nella mia testa, nei miei occhi, nel mio cuore temporaneamente pietrificato dall’ennesima delusione. Era come se ti avessi lì, di fronte a me, pronta finalmente a farti tutte quelle domande che mi tormentavano da una quantità indefinibile di mesi, giorni, minuti. Ti lessi tutto d’un fiato, chiusi il libro e lo abbracciai così forte da farmi salire due lacrimoni spaventosamente reali. Non credevo fosse possibile, dopo essermi costruita l’ultima corazza di ghiaccio e pietra, sentirmi di nuovo vulnerabile.

Dopo credo di essermi addormentata, ti ho sognato mentre mi leggevi Da dove sto chiamando ed io ridevo e ti dicevo che prima dovevi chiamare tua moglie, anche se quello avrebbe significato correre il rischio di non ricevere risposta. Che la vita è tutta lì Ray, nel rischio di una non risposta.

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Il Calendario dell’Avvento letterario #10: il Natale svedese before it was cool

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Questa casella è scritta e aperta da Valeria di Gynepraio

Io amo follemente Astrid Lindgren per l’impegno profuso nel narrare l’infanzia in un modo originale e diverso da quello cui ci hanno abituati la letteratura italiana e anglosassone, dominate dall’onnipresente figura dell’orfano. In mezzo a fiammiferaie, mendicanti e bambine ricche trasformatesi in umili serve, converrete che i personaggi di Astrid Lindgren sono una boccata di fresca aria svedese: si può essere orfani senza essere vessati dalla sorte (Pippi e la sua allegria) e udite udite, si può anche non essere orfani. È il caso di Martina, protagonista di un romanzo e di un telefilm omonimi. Io ho avuto la fortuna di leggere un’edizione anni ’80 del glorioso Euroclub, cui mia madre e mia zia erano entrambe abbonate, e sulla cui cover verde brossurata c’era una scandinavissima bambina bionda. Ho riletto Martina più volte e ho avuto occasione, con l’aiuto di Google Translate, di scoprire molto su questo romanzo: la versione svedese originale si chiamava “Madicken på Junibacken”, dove Madicken è proprio il nome svedese di Martina (che starebbe per Margherita, credo che in italiano sia stato cambiato per esigenze di traduzione) e Junibacken (tradotto come Poggio di Giugno) è il nome della sua casa dal tetto rosso. In Svezia Madicken è un’istituzione: il suo grembiulino con le maniche a sbuffo è noto come “Madicken apron” ed è, insieme a Pippi Calzelunghe, un tipico travestimento carnevalesco (a riprova del fatto che Astrid non ha creato personaggi, ma vere icone).

 

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Martina ha una famiglia tradizionale: un papà che fa il giornalista e che è “socialista”, una mamma che fa la mamma, una tata-governante e una sorellina di nome Lisa. Vivono nella Svezia rurale ai tempi della prima guerra mondiale: sono benestanti, non ci sono drammi ma solo le esperienze di due bambine normali in età prescolare. Come Pippi Calzelunghe (altro mio grande amore), il romanzo si compone di episodi giustapposti che avvengono in un periodo di 4 stagioni: il format ideale non solo per una trasposizione televisiva ma anche per lo span di attenzione di un bambino, il quale apprezza maggiormente degli episodi dotati di inizio-svolgimento-fine rispetto alle trame lunghe e articolate (non è un caso che Pippi Calzelunghe sia la trascrizione di una fiabe a episodi che la Lindgren stessa inventò per sua figlia).

 

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Perché Martina è speciale? A differenza della sua biondissima e mansueta sorella Lisa, Martina ha i capelli castani ed è “agile come un gattino“. Martina è una peste: per dirvene una, decide di emulare i soldati della prima guerra mondiale che si calano con un paracadute buttandosi dal tetto di casa con l’ausilio di un ombrello. Spoiler: si salva e se la cava con una commozione cerebrale coi fiocchi. Ma è soprattutto buona: dopo un anno scolastico passato ad azzuffarsi con Mia, una bambina povera e da tutti derisa perché aveva i pidocchi, Martina se li prende a sua volta. Ma con l’aiuto della mamma e della loro governante Alva, Mia e suo fratello vengono invitati allo spidocchiamento che si tramuta in un’occasione di riconciliazione. Un pidocchio-party diciamo.

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Ma grazie a Martina, tanti anni prima che Ikea approdasse nello stivale, ho imparato che cos’è il Natale svedese. Il capitolo più bello, e antropologicamente interessante, è quello in cui la famiglia Engström si prepara ad accogliere il Natale. Capirete che, per una nazione che ha fondato tutta la sua fortuna e la sua iconografia sull’inverno, il Natale è centrale come la Pasqua a Gerusalemme, anzi come il Ferragosto a Milano Marittima.

Il Natale svedese prevede una serie di lunghe e complesse pulizie, che nel romanzo vengono descritte con dovizia di particolari: si lavano le tende e i centrini, si sbattono tappeti e coperte, si sfregano le assi in legno del pavimento, si lucidano gli argenti. Immagino che quegli interventi straordinari che in Italia vanno ricompresi sotto il nome di “pulizie di primavera”, in Svezia si chiamino pulizie di Natale. Poi c’è la decorazione: vengono accese candele, appese ghirlande e decorazioni alle finestre e infornate montagne di biscotti al burro che verranno mangiati durante le vacanze e ovviamente somministrati a Babbo Natale e ai suoi aiutanti insieme un po’ di latte. I regali sono importanti, ma non importantissimi: Martina e Lisa, la notte di Natale, avranno in regalo una sorellina urlante e nuova di zecca.

È stato allora, prima che apparissero i Santa Klaus aggrappati alle ringhiere, che l’Ikea ci insegnasse a infilare lo zenzero in polvere ovunque e a disporre artisticamente cuscini con le renne rosse, prima che uscissero i libri su Hygge e Lagöm, prima che tutti cominciassimo a pinnare furiosamente foto di corone di eucalipto e catene di lucine Led, dicevo, è stato allora che ho deciso che a casa mia si sarebbe atteso e accolto il Natale come un vecchio amico infreddolito, come qualcosa di bello che, costi quel che costi, va difeso e onorato.

Quando si accorge che è mezzanotte passata e che dovrà attendere un altro anno prima che sia di nuovo Natale, Martina si mette improvvisamente a piangere dicendo “Oh no, è già finito tutto”. Non ci crederete, ma a me succede la stessa cosa ogni 25 dicembre.

NOTA Attualmente il romanzo Martina, con il titolo “Martina di Poggio di Giugno” è edito da Salani

Rileggendo i classici #4: i capricci di Rossella O’Hara

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Quando ero una ragazzina, Via col ventoera uno dei miei film preferiti. Ho visto una decina di volte la prima metà, dato che a una certa ora ero rigorosamente mandata a dormire: per me il film finiva, grosso modo, quando Rossella tornava ad Atlanta e sposava il vecchio Frank Kennedy, sottraendolo con l’inganno a quell’antipatica di Suellen.

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Fortunatamente, ero riuscita a scovare nella libreria di mia madre una vecchia copia del capolavoro della Mitchell, che mi aveva definitivamente conquistato. Ero riuscita non solo a scoprire cosa succedesse a Rossella, ma anche a capire molto meglio quale fosse stato il vero costo della guerra di Secessione, quali lacerazioni e rivoluzioni sociali avesse portato con sé, quanto avesse modificato la vita tranquilla e sonnolenta dei proprietari delle piantagioni di cotone del Sud, delle loro famiglie e dei loro schiavi.

Ho riletto il romanzo un paio di volte, prima di riprenderlo in mano alla fine dell’estate scorsa. Negli anni, sono riuscita ad apprezzarlo sempre di più, scoprendo e approfondendo alcuni aspetti che avevo sempre sottovalutato, soffermandomi sull’ossessione amorosa dell’ostinata Rossella per il biondo, etereo, astratto Ashley, sulla passione insaziabile e disperata dell’affascinante Rhett per la nostra impassibile, volubile eroina.

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In realtà, la tensione amorosa tra i tre personaggi nasconde ben altri temi e spunti di riflessione, che vi propongo qui di seguito.

Il femminismo di Rossella
Alle fanciulle del Sud viene chiesto di essere fragili, graziose, delicate, timide. La loro pelle bianca deve essere sempre protetta dal sole, le mani preservate dai guanti. Alle feste devono mangiare poco, perché essere di buona forchetta non è una caratteristica femminile, e comunque quei vitini da vespa vanno preservati con cura. Accalappiarsi un marito è la loro occupazione principale: per raggiungere questo scopo, devono farsi vedere modeste e riservate, parlare poco e assentire molto, sbattere le lunghe ciglia e pendere dalle labbra dei loro spasimanti. Sopra ogni altra cosa, le ragazze del Sud devono mascherare con cura la loro intelligenza: la loro missione è quella di attrarre un gentiluomo che possegga una piantagione, sappia cavalcare abilmente, abbia un’alta soglia di tolleranza al whisky e pensi al posto loro.

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Rossella ha una mente acuta, un’intelligenza vivace, una naturale propensione per i numeri: se la cultura generale non è il suo forte e la storia, la politica, l’attualità non le interessano, perché le sembra che non la tocchino e non la riguardino, ha un senso per gli affari che poco ha da invidiare agli egregi signori di Atlanta. Dopo la caduta della Georgia, la morte della madre e la pazzia del padre, Rossella non permette alla sua adorata Tara di andare in malora: lavora alacremente, raccogliendo il cotone, prendendosi cura dello scarso bestiame rimasto, difendendo la sua famiglia dagli Scalawag, Sudisti dai pochi scrupoli che sostengono la ricostruzione scendendo a patti con i Nordisti. Rossella rifiuta di farsi sconfiggere: stanca e affamata, dopo aver aiutato Melania, la moglie del suo amato Ashley, a partorire, dopo essere scappata con Melania ammalata e un neonato da un’infernale Atlanta in fiamme, promette a se stessa di sconfiggere la fame e la povertà.

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Per salvare Tara, la sua famiglia e gli ex-schiavi rimasti, Rossella non esita ad uccidere, o a sposare un uomo che non ama con l’inganno per avere i soldi per pagare le tasse sulla sua piantagione. Stabilitasi ad Atlanta, si dedica anima e corpo al commercio del legname, facendo vergognare il marito Frank Kennedy della sua facilità a fare i calcoli, del suo senso per il commercio, della spietatezza con cui riscuote i debiti, della velocità con cui calcola i tassi d’interesse. La società che la circonda la condanna perché a una donna è chiesto di essere decorativa: se la povertà la costringe a lavorare, deve dedicarsi comunque ad attività prettamente femminili, come la pasticceria o il cucito.

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Soprattutto, una donna non può, non deve avere più successo del marito e degli uomini che la circondano: la sua indipendenza, la sua intelligenza, la sua abilità negli affari, la sua determinazione e il suo coraggio sono difetti che provocano la sua rovina sociale. Mentre il Sud va in malora e gentiluomini come Ashley non possono fare altro che contemplare le sue rovine e piangere sugli splendori dell’epoca d’oro della Georgia, ormai passata per sempre, Rossella si rifiuta di pensare al passato e costruisce coraggiosamente il suo futuro e quello dei suoi figli, rifiutandosi di rifugiarsi nei ricordi e nei rimpianti e di arrendersi dignitosamente alla povertà.

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L’amicizia tra Rossella e Melania
Melania Wilkes è uno dei personaggi meglio riusciti della storia della letteratura. Da brava donna del Sud, è di buona famiglia, timida, modesta, riservata, di buona famiglia e di poche parole: come nella tradizione dei Wilkes, sposa il cugino Ashley e spezza il cuore a Rossella.

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Rossella la odia, ma promette a Ashley di prendersene cura: resta con lei in un’Atalanta assediata, la aiuta a partorire, la salva da morte sicura e la porta con sé a Tara, dove si prende cura della sua guarigione e del benessere di suo figlio. Melania ama Rossella di un amore cieco: la difende a spada tratta e non permette a nessuno di criticarla e isolarla, anche quando si sposa la prima volta per ripicca, la seconda con l’inganno e la terza senza amore; anche e soprattutto quando viene fuori che Rossella e Ashley se la sono sempre intesa alle sue spalle.

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La dolce Melly è l’unica a rendersi conto del fatto che il selvaggio, indomabile Rhett ama Rossella di un amore silenzioso, solitario e profondo. Quando Melania muore, Rossella capisce di aver perso la sua vera anima gemella, una persona che l’ha amata tutta la vita senza chiederle niente in cambio, che è stata sempre al suo fianco come un’ombra protettrice e silenziosa. Quando Melandia muore, i castelli di sabbia di Rossella precipitano, e lei si rende conto di aver amato tutta la vita un’illusione.
Capisce di aver sognato un uomo ideale – un gentiluomo di bell’aspetto, di buona educazione, che incarni l’onore e i valori del Sud; un gentiluomo che sua madre, l’eterea gentildonna Elena de Robillard, avrebbe senza dubbio approvato. Capisce di aver cercato con tutta se stessa di far aderire questo suo ideale al biondo, mansueto Ashley, chiudendo un occhio (o anche tutti e due) davanti alla sue continue mancanze, alla sua passività, alla sua incapacità a vivere una vita reale, con le sue infinite gamme di passioni, dolori e delusioni. Melania è l’unica ad aver capito Rossella, ad averla amata anche nei suoi momenti peggiori, anche quando tutto il resto del mondo le ha girato le spalle.

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Imparare a vivere con i propri errori
Non tutte le eroine possono avere lunghi capelli biondi e vivere felici e contente per tutta la vita.
Mi sono sempre immedesimata in Rossella: testarda, appassionata, visceralmente leale alle cose (Tara) e alle persone (Ashley) che ama – o crede di amare.

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Rossella non si vergogna di quello che è, non cede alle pressioni delle società che la circonda, fa orecchie da mercante davanti a pettegolezzi e maldicenze: quando le sue illusioni crollano e si rende conto che se avesse capito Ashley non l’avrebbe mai amato, quando Rhett la lascia e si ritrova sola a lottare contro il mondo, Rossella non si arrende, ma si ripromette di continuare a provare, anche col rischio di sbagliare. Dopotutto, domani è un altro giorno.

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Il canto del cigno del Sud
L’epopea della Mitchell è un omaggio al crepuscolo degli dei sudisti, alla fine di un’epoca aurea, fatta di pomeriggi sonnolenti di terra rossa, di eleganza e di armonia, di un ritmo di vita lento e misurato, scandito dal tempi del cotone e dagli eventi mondani: balli e barbecue, visite ai vicini e passeggiate a cavallo. I due protagonisti maschili che si contendono il cuore di Rossella incarnano il passato e il presente: l’elegante, pacato Ashley rappresenta il vecchio Sud dei coltivatori benestanti, il gentiluomo d’altri tempi che non è capace di adattarsi al cambiamento e lottare per la sopravvivenza, ma preferisce svanire insieme al sogno di una vita che non tornerà più.

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Rhett invece è il cambiamento stesso, coi suoi pochi scrupoli che gli permettono di arricchirsi grazie alla guerra e alla sua camaleontica capacità di adattarsi e compagnie, contesti e situazioni diverse. Francamente, Rhett se ne infischia, tranne quando si tratta della volitiva, inafferrabile Rossella e di quell’onore scomodo che non gli permette di dimenticare di essere un figlio del Sud, dopotutto, inesorabilmente ammalato di una nostalgia che ha radici nel profondo: nella terra rossa, nei pomeriggi afosi, nella pelle bianchissima delle belle del ballo, nell’aver fatto parte di un mondo che non esiste più.

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Quando ero ragazzina e sognavo di volare via col vento (lontano, lontanissimo dal mio Sud, da quella Calabria di terra rossa e cieli blu da fare male, da quel paesino che mi stava così stretto), avevo chiamato la mia gatta Tara e sognavo la mia versione di Ashley, senza poter prevedere che, una volta cresciuta, sarebbero stati i Rhett del mondo a togliermi il respiro.
Quando ero ragazzina e leggevo Via col vento, mio nonno comprava Famiglia Cristiana e mi lasciava sempre gli inserti letterari. Una domenica è successo che l’inserto fosse intitolato I capricci di Rossella e fosse dedicato all’immortale Katie Scarlett, la ragazza di Tara, la belle du bal, la civetta smorfiosa che accalappiava più beaux delle altre ragazze, che per questo non le erano amiche.

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L’articolo era accompagnato da una bellissima illustrazione – se chiudo gli occhi la rivedo come devo averla vista in quella domenica assolata: Rossella col celeberrimo vestito bianco a fiorellini verdi che indossa al barbecue a casa Wilkes, il giorno in cui scopre che Ashley non sarà mai suo; Rossella con gli occhi verdissimi e un sopracciglio innalzato in segno di sdegno. Fiddle-dee-dee!
Mia madre mi aveva allungato l’editoriale dicendomi: Tieni, è la tua eroina; sei capricciosa proprio come lei’. Lì per lì ci ero rimasta male, ma, anni dopo, ho capito.

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Non erano capricci i tuoi, Rossella: erano un misto di scontentezza, irrequietezza, ansia spasmodica di capire chi fossi e quale fosse il tuo posto nel mondo. Non eri una volubile coquette: volevi amare, ma non ti eri mai interrogata sui sentimenti (i tuoi e quegli degli altri). Sopra ogni altra cosa, volevi essere amata: volevi essere reputata degna d’amore, nonostante i tuoi errori, nonostante quelle scelte di vita che ti avevano fatto dimenticare gli insegnamenti di tua madre Ellen – e fatto perdere di vista te stessa. Dopo la guerra, dopo la fuga da Atlanta, dopo la morte di tua madre, dopo aver lavorato tanto per fare in modo che tu e la tua famiglia non aveste mai più fame, avresti tanto voluto qualcuno che ti prendesse tra le braccia e ti dicesse che tutto andava bene, che tu andavi ancora bene, nonostante le scelte infelici e le bruttezze imposte da una guerra di cui non condividi il cieco idealismo.
No, Rossella, i nostri non erano capricci. Fiddle-dee-dee!

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Soundtrack: la colonna sonora di Via col vento, ovviamente

Il Calendario dell’Avvento Letterario #23: i dodici giorni di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Francesca di Lo sto quasendo

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Per me il Natale è sinonimo di belle storie e buon cibo. Christmas Days: 12 Stories and 12 Feasts for 12 Days di Jeanette Winterson soddisfa entrambe le richieste. La scrittrice inglese, autrice del celeberrimo Non ci sono solo le arance, ha infatti appena pubblicato per la Jonathan Cape una raccolta di dodici storie e dodici ricette per accompagnarci nel periodo più bello dell’anno.

Si comincia con un’introduzione sulla nascita del Natale come lo conosciamo noi oggi, sulle tradizioni pagane che il cristianesimo ha adottato e fatto sue, sui puritani e il loro divieto di festeggiare il Natale, fino ai canti popolari, la Coca Cola e chi più ne ha, più ne metta. La Winterson ci mette anche in guardia fin da subito: il Natale è spesso associato ad un consumismo spietato, ad una corsa ai regali fatti solo perché si deve, ma non dovrebbe essere così. Il Natale, ci ricorda, è quello che noi ne facciamo, e non era certo nato per girare intorno ai soldi, né ai piatti cucinati in fretta mentre si cercano di fare altre mille cose.

“I know Christmas has become a cynical retail hijack but it is up to us all, individually and collectively, to object to that. Christmas is celebrated across the world by people of all religions and none. It is a joining together, a putting aside differences. In pagan and Roman times it was a celebration of the power of light and the co-operation  of nature in human life. […] Whatever we make of Christmas, it should be ours, not something we buy off the shelf”

Ecco quindi che le dodici storie possono accompagnarci nel nostro tram tram quotidiano (magari non necessariamente mentre siamo sul water, come suggerisce scherzando l’autrice) e riportarci indietro nel tempo, pur essendo quasi tutte ambientate ai giorni nostri.

Fra i racconti ce n’è davvero per tutti i gusti: dalle storie di fantasmi dal sapore vittoriano ai racconti per bambini, dalle ambientazioni cittadine a quelle sperdute nel mezzo del nulla. C’è il lieto fine, ma ci sono anche alcuni finali un po’ agrodolci.

Ogni storia è alternata ad una ricetta, per cui la Winterson ha attinto al suo ricettario personale e ai consigli di sue amiche scrittrici, fra cui anche la moglie Susie Orbach. Il tocco dell’autrice, che conosce a fondo l’arte del raccontare, si fa notare anche nelle ricette, tutte corredate da aneddoti e introduzioni che anche quando sembrano non avere nulla a che fare con il piatto descritto in realtà arrivano dritte al punto.

Questo libro si presta ad essere letto tutto d’un fiato, anche se non ha un vero e proprio ordine di lettura: nulla ci vieta di saltare da un racconto all’altro seguendo l’ispirazione dei titoli, di leggere un capitolo al giorno, o di provare ricette dell’ultimo dell’anno prima del loro momento.

Sotto tanti punti di vista è il classico libro natalizio, perché ci sono i buoni sentimenti, il cibo e un pizzico di magia e paura, ma andando un po’ più a fondo si trova anche un ritratto onesto della nostra società e riflessioni sui valori che ci contraddistinguono.

Anche la letteratura trova ampio spazio nella raccolta, non solo per i riferimenti letterari di cui sono disseminati i racconti, ma anche per le storie attorno alle storie: gli aneddoti, le conversazioni con autori e librai che infondono stupore nel lettore, ma che per l’autrice sono avvenimenti di tutti i giorni, con gli amici di una vita.

Il Natale, in fin dei conti, è un modo per ricordarsi quali sono le cose davvero importanti nella vita e per ritornare in contatto con quello che ci rende umani. Con buona pace dei cinici che potrebbero darmi della sentimentale, io credo che libri come questo racchiudano in sé il significato del Natale senza essere pretenziosi, ma riuscendo comunque a entrare nel vivo. E se anche dovesse essere solo attraverso un libro, l’esercizio alla bontà, ai buoni sentimenti e al trovare serenità nelle cose semplici non è mai sprecato.

“We hear a lot about disruptive start-ups, like Uber, or Airbnb, challenging the existing order. We’re told this is creative and necessary. Maybe it is.

My feeling is that we could do with more stability in our outward-facing lives so that we could risk disruption to our inner lives; our thinking, feeling, imaginative lives.

When we’re just like the animals, concentrating on food, territory, survival, mating, being the leader of the pack, then what is the point of being human?”

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*Stando al sito dell’agenzia letteraria che ne detiene i diritti, Christmas Days verrà pubblicato anche in italiano. Purtroppo non sono riuscita a trovare quando verrà pubblicato, né tantomeno il traduttore e la casa editrice, ma in caso qualcuno fosse più informato di me lo prego di diffondere la buona novella nei commenti*

La saga dei Cazalet

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Prima di scrivere questo post, ho preferito finire tutti i capitoli per avere un’idea più completa della saga familiare creata dalla penna (brillante e inglese to the core) di Elizabeth Jane Howard.

In realtà, devo ammettere che, semplicemente, non sono riuscita a fermarmi. Non mi capitava da tempo (specie perché da mesi sono assorbita da preoccupazioni poco letterarie) di perdermi totalmente in una storia, divisa tra due desideri contrastanti: che il capitolo in lettura finisse presto, per passare al successivo e inseguire le sorti dei miei amati Cazalet, e che i capitoli della saga non finissero mai.

Ho appena chiuso l’ultimo (All Change, per il momento disponibile solo in inglese – io ho quest’edizione) e non ho potuto fare a meno di versare qualche lacrimuccia, perché so che i Cazalet mi mancheranno, terribilmente. Con loro si chiude un’intera epoca della storia inglese: quella dominata dalla gentry, da uno stile di vita lento, armonico e raffinato, da ville in campagna per le vacanze e appartamenti a Londra per la season e i balli delle debuttanti, dalla – pressoché – totale incapacità di questa classe sociale di guardare al di fuori della sua propria bolla – e delle convinzioni Tory ereditate dai padri e dai nonni – e di rendersi conto dei problemi, delle sfide, della povertà del resto della nazione.

Perdonatemi: presa dalla foga, sto iniziando dalla fine, il che non ha molto senso. Facciamo quindi un (bel) passo indietro.

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Quella dei Cazalet è una saga familiare in cinque volumi, pubblicati tra il 1990 e il 2013 (l’anno prima della morte della Howard). Fazi ha avuto l’ottima idea di portare i Cazalet in Italia, pubblicando i primi tre volumi del ciclo nella traduzione di Manuela Francescon: Gli anni della leggerezza (The light years, 1990); Il tempo dell’attesa (Marking time, 1991); Confusione (Confusion, 1993). Seguono altri due volumi, che Fazi pubblicherà prossimamente: Casting off (1995) e All Change (2013).

Le vicende narrate vanno dal 1937 al 1958: un ventennio che vede le generazioni di Cazalet succedersi, l’avvento di Hitler, un sanguinoso conflitto mondiale, la disfatta dei Tory e l’affermarsi dei labouristi e un’infinità di cambiamenti economici e, soprattutto, sociali che colpiscono in modo particolare i protagonisti, ricchi imprenditori dediti da decenni al commercio di legname raro e pregiato.

Per evitare che vi perdiate nella trama familiare dei Cazalet, cercherò di presentarvi i personaggi principali:

–           il Generale e la Duchessa, capostipiti della famiglia, eredi della rigida morale vittoriana, ostinatamente contrari a ogni tipo di cambiamento;

–           Hugh, Edward, Rupert e Rachel, figli del Generale e della Duchessa, tutti molto diversi tra loro: Edward è affascinante, ama le belle donne, il buon vino, il buon cibo e la caccia; Hugh, rimasto duramente segnato dalla prima guerra mondiale, nel corso della quale ha perso una mano e a causa della quale soffre di feroci mal di testa, ha ereditato dal padre un rigido senso del dovere e un’inflessibile resistenza al cambiamento, attenuati dall’amore per sua moglie Sybil; Rupert, eternamente indeciso, dal temperamento artistico, ha perso la prima moglie Isobel, morta di parto, e si è risposato con la bellissima Zoë, frivola, vanesia e capricciosa, che fatica a mettersi nei panni di matrigna dei figli di Rupert, Clary e Neville; Rachel, tutta compresa dal suo ruolo di unica figlia femmina che deve prendersi cura dei genitori – un po’ di tutti, in realtà – che nasconde accuratamente il suo amore per l’amica Sid;

–           Villy (la prima moglie di Edward); Diana, l’amante e poi (insopportabile) seconda moglie di Edward; Sybil, la prima moglie di Hugh, morta di cancro; Jemima, la (dolcissima e minuta) seconda moglie di Hugh; Isobel, la prima moglie di Rupert, morta nel dare alla luce Neville; Zoë, la seconda moglie di Rupert; Sid, l’amica, innamorata e poi amante di Rachel;

–           Louise, Teddy, Lydia e Roly, i figli di Edward e Villy; Polly, Simon e Wills, i figli di Hugh e Sybil; Laura, la figlia di Hugh e Jemima; Clary e Neville, i figli di Rupert e Isobel; Juliet e Georgie, i figli di Rupert e Zoë.

Vi risparmio i nomi dei Cazalet di quarta generazione (che trovate principalmente nel quinto e ultimo capitolo della saga) perché vi immagino già persi tra figli di primo e secondo letto; accludo però questo comodo albero genealogico, made in Fazi, per facilitarvi la navigazione.

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Dopo questo (lunghissimo) preambolo, giungiamo al punto: perché leggere (e amare) la saga dei Cazalet? Perché, come spiegavo prima, non si può fare a meno di amarli. Perché la Howard ha una penna magica, capace di far perdere al lettore la cognizione dello spazio e del tempo. Perché offre un affresco storico interessantissimo: la calma prima della tempesta, la vita tranquilla e ordinata prima dello scoppio della guerra, fatta di weekend in campagna, battute di caccia, ricami e acquarelli, piccole e grandi rivalità familiari, amori contrastati, tè del pomeriggio (a proposito, questo libro è una vera e propria miniera di spunti in materia di ricette letterarie); lo scoppio della guerra, la vita con gli uomini al fronte, l’ansia per i propri cari lontani, la paziente disperazione di chi aspetta un padre, un marito disperso, i coupon per il cibo e per i vestiti; crescere durante la guerra, diventare adolescenti e poi donne quando nessuno ha tempo di spiegare la difficile transizione, vivere isolati in campagna, annoiarsi e sognare le mille luci di Londra; innamorarsi per la prima volta, sperimentare sulla pelle (come un taglio profondo, come un’ustione) l’incommensurabile dolore del rifiuto; essere donna in un mondo di uomini, poi di uomini al fronte, in una società che consegna ancora il destino delle ragazze al matrimonio e alla maternità, e trovare il coraggio di inseguire le proprie ambizioni artistiche e letterarie, di sposarsi solo per amore, di divorziare, di seguire il proprio cuore.

Nel corso dei cinque capitoli ho sviluppato le (inevitabili) simpatie e antipatie per i vari personaggi: se non ho sopportato Edward e Diana, ho amato Polly, Clary, Zoë e Archie, paziente amico di famiglia dell’intero clan (almeno fino all’ultimo libro, quand’è successo qualcosa che ha distrutto un po’ l’immagine di cavaliere senza macchia e senza paura che avevo di lui e l’ha relegato – parzialmente – nella categoria degli #uominichenonsapevanoamare).

Polly è bellissima, ma non ha una grande considerazione di sé: è afflitta dall’ansia di non avere una vocazione precisa, di non reputarsi particolarmente intelligente o brillante, di non sapere cosa fare della sua vita. Un grande amore non corrisposto – il primo, il più devastante – la allontana da Clary, sua compagna di avventure da sempre, e, se la fa chiudere un po’ in se’, non le fa perdere quella dolcezza e quell’ottimismo che le garantiranno il suo lieto fine, se pur molto diverso da quello che si aspettava.

Zoë, all’inizio del primo libro della saga, è un personaggio francamente insopportabile: innamorata di se stessa, sgarbata con la madre, petulante col marito Rupert, di cui vuole l’attenzione continua ed esclusiva, insofferente nei confronti di Clary e Neville, ai quali non riesce assolutamente a fare da matrigna. Tuttavia, nel corso della saga, è uno dei personaggi che cresce, cambia e matura di più: attraverso la perdita, il dolore, un grande amore terminato in tragedia, un tradimento dalle conseguenze devastanti, la maternità portata avanti da sola, con Rupert disperso in Francia, Zoë impara l’arte della pazienza, dell’empatia e della comprensione. Smette di guardarsi continuamente allo specchio e inizia invece a guardare (e a vedere) gli altri. Accetta finalmente di essere diventata una Cazalet e si integra perfettamente nel tessuto sociale della famiglia, sviluppando un’inaspettata amicizia con la Duchessa. Cosa più importante di tutte, Zoë impara ad amare; impara anche ad essere umile, a contare solo su se stessa, ad affrontare gli ostacoli, a domare l’arte di perdere. È questo che la rende davvero bella.

Clary è il mio personaggio preferito in assoluto: è una ragazzina solitaria, che ha perso la madre da piccolissima e poi è costretta ad affrontare anni di angoscia per l’assenza del padre Rupert, disperso in Francia. Non è particolarmente bella, è sempre spettinata, piena di macchie e di cicatrici: ma ha un cuore d’oro, un’anima bella e generosa, un’indole creativa e una fede incrollabile. Aspetta il padre per anni, quando tutti lo credono ormai morto; scrive per anni un diario da consegnargli al suo ritorno e si consola inventando storie fantasiose sulle sue vicissitudini in Francia. Clary non conosce le mezze misure: ama o odia, e si butta a capofitto nelle cose. Si butta a capofitto anche nel primo amore, uscendone ammaccata e depressa; tuttavia, grazie all’aiuto di Archie, che le sta vicino tutta la vita, si rifiuta di farsi sopraffare dal cinismo e si dedica invece al suo primo romanzo. La sua vita non sarà mai perfetta: caotica, disordinata, squattrinata, ma sempre piena d’amore, di generosità e di fiducia nell’altro, anche nei momenti più cupi della sua esistenza.

I Cazalet mi hanno fatto innamorare, sorridere e piangere insieme a loro, e mi mancano già terribilmente, tanto che il mio fine settimana, tra una zucca e l’altra (sì, adoro Halloween), sarà quasi interamente dedicato alla miniserie che la BBC ha fortunatamente dedicato alla saga familiare (fan di Downton Abbey, c’è anche Hugh Bonneville, nei panni di Hugh Cazalet).

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Soundtrack: Leaving the table, dall’ultimo (bellissimo) disco del mio amato Leonard Cohen, You Want It Darker)

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All Change (The Cazalet Chronicle)

Come rifiutare uno spasimante indesiderato secondo Charlotte Brontë


Charlotte Brontë, la signora indiscussa delle lande desolate e delle brughiere tempestose dello Yorkshire, l’autrice di classici senza tempo come Jane Eyre, Shirley, Villette e Il professore, nasceva esattamente duecento anni fa a Thornton. Il Brontë parsonage, casa-museo dedicata alle sorelle scrittici (che vorrei visitare tantissimo, tra l’altro, anche perché conosco poco lo Yorkshire, e mi aspetto di incontrare un Rochester a ogni incrocio), ha sede invece a Haworth, sempre nello Yorkshire, dove la famiglia si era trasferita nel 1820.


In occasione del compleanno di Charlotte, sono andata a scovare una lettera (che vi propongo nella mia traduzione; potete trovare l’originale qui) in cui la scrittrice inglese scarica, con aplomb ed ironia, un certo Henry Nussey, parroco di Donnington (nel Sussex), che le chiede di sposarlo il 28 febbraio 1839. Charlotte, decisa e indipendente, nella lettera spiega di non aver paura della condizione di zitella, se il contrario significa sposarsi con un uomo troppo diverso da lei, spianando la strada all’infelicità.

Charlotte cerca di spiegare le sue motivazioni alla sorella dello stesso Henry, Ellen, in una lettera del 12 marzo 1839:
(…) I asked myself two questions: Do I love him as much as a woman ought to love the man she marries? Am I the person best qualified to make him happy? Alas! Ellen, my conscience answered no to both these questions.
(Mi sono chiesta due cose: lo amo tanto quanto una donna dovrebbe amare il suo futuro marito? Sono la persona più adatta a renderlo felice? Ahimé, Ellen, la mia coscienza ha risposto in maniera negativa a entrambe le domande).

Charlotte, come la sua eroina Jane Eyre, brilla e si contraddistingue per l’intelligenza arguta, per il rigore morale, per l’indipendenza di spirito. Ed è così che vogliamo ricordarla oggi, in mezzo alle sue eroine.
La lettera che vi propongo di seguito è tratta dalla bellissima antologia Hell Hath No Fury: Women’s letter from the end of the affair, a cura di Anna Holmes e Francine Prose. Le illustrazioni che corredano il post sono invece tratte da The Brontës, Children of the Moors, di Mick Manning e Brita Granström.

Auguri, Charlotte!

Gentile signore,
Prima di rispondere alla sua lettera, ho pensato a lungo al suo contenuto; tuttavia, dal momento che il mio corso d’azione mi è stato chiaro fin dal primo momento della sua ricezione e lettura, considero ulteriori ritardi del tutto superflui.
Sa bene che nutro una profonda gratitudine nei confronti della sua famiglia, che nutro un affetto particolare per almeno una delle sue sorelle, e che la stimo moltissimo. Di conseguenza, non mi imputi motivazioni mendaci quando le comunico che la mia risposta alla sua proposta è decisamente no. Nel prendere questa decisione, sono fiduciosa del fatto di aver ascoltato i dettami della mia coscienza più di quelli dell’inclinazione; non rifuggo dall’idea di una nostra unione – tuttavia, sono persuasa che il mio carattere non potrebbe rendere felice un uomo come lei.
Ho sempre avuto l’abitudine di studiare il carattere delle persone con cui mi capita di entrare in contatto, e credo di conoscere il suo e di riuscire a immaginare di che tipo di donna avrebbe bisogno come moglie. La sua indole non dovrebbe essere troppo intensa, appassionata e originale – dovrebbe essere mite, senza dubbio devota, allegra e non soggetta a sbalzi d’umore; il suo aspetto dovrebbe essere tale da compiacere il suo sguardo e gratificare il suo orgoglio. Per quel che mi riguarda, lei non mi conosce: non sono la persona seria, algida, distaccata che lei si immagina – mi troverebbe romantica, e [eccentrica] direbbe che sono ironica e [severa]. [Tuttavia, disdegno] l’inganno e mai, per raggiungere la distinzione che deriva dal matrimonio e sfuggire al marchio di vecchia zitella, accetterei la mano di un brav’uomo che non potrei, in coscienza, rendere felice.
Arrivederci! Sarò sempre lieta, come amica, di ricevere sue notizie.

Sua,
C Brontë

The Ophelinha Gazette#8 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie – speciale rentrée

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A furor di popolo (!) torna la Ophelinha Gazette, la rubrica più volubile, squinternata, incostante e capricciosa che sia mai esistita!

Dopo lo shock di aver utilizzato due punti esclamativi nella stessa frase (!), passiamo alla hot potato, come dicono quei simpaticoni degli Inglesi, all’elefante nella stanza: vi ricordate quando, appena due settimane fa, eravamo tutti (o quasi) sparati sulla spiaggia, a fare le nostre belle foto di libri sulla spiaggia tra un tramonto e un Mojito?

Incredibile come pochi giorni possano introdurre cambiamenti colossali: eppure, qui a Greyville ci sono attualmente 10 gradi (!), piove ininterrottamente da due giorni e l’ufficio mi sembra più cupo e asfissiante che mai. Ecco perché ho pensato di riportarvi tutti in spiaggia con uno speciale rentrée: un post di quiz e test letterari, per distrarvi durante i 112 giorni (!) che ci separano dalle vacanze di Natale. Pronti? Via!

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1) In quale personaggio di Alice nel paese delle meraviglie vi rispecchiate maggiormente? Attenzione ai risultati: potreste essere molto sorpresi. A me, ovviamente, è capitato il cappellaio matto…

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2) Qual è il vostro Heimat nel mondo letterario? Che sia l’Hampshire di Jane Austen o la New York del grande Gatsby, scopritelo qui.

3) Ah, l’ammmore, gioia e dolore, causa principale della consumazione di infiniti vasetti di Haagen-dazs (per me Strawberry cheesecake, grazie) e infiniti fazzoletti. Scoprite qui a quale coppia letteraria la vostra assomiglia maggiormente, o fate un giro da queste parti per scoprire se siete degli irresistibili rubacuori o quelli che finiscono sempre col cuore spezzato (e qui parte Bridget Jones che canta All by myself). Io apparentemente sono una Cathy Earnshaw, destinata a vagare tra le lande e le brughiere dello Yorkshire mentre Heathcliff sbatte la testa contro un albero e Linton mi aspetta inutilmente davanti al fuoco (capita anche ai migliori).

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4) Sempre in tema di amore&altri disastri, scoprite qui chi è il vostro tipo (o la vostra tipa) letterario ideale (Mr Darcy, aspetto sempre quel famoso invito a cena).

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5) A proposito di Janeite&co: a quale sorella Bennet assomigliate maggiormente? Indipendente, testarda, orgogliosa, senza peli sulla lingua: non potevo non essere una Lizzie. Passando a Piccole donne, per quale sorella March facevate il tifo? Scoprite qui se siete una Meg, una Jo, una Beth o una Amy.

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6) La grammatica, questa sconosciuta. Quali sono gli errori che vi danno maggiormente fastidio? Da uno a dieci, quanto siete nerd? Scopritelo qui.

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7) Nerd di tutto il mondo, uniamoci! Quali di questi incipit vi ricordate, e quali di questi finali?

8) Infine, le dolenti note: riveliamo tutti la nostra età in base ai nostri gusti e alle nostre abitudini di lettori. E, per riprenderci dallo shock, riscopriamo il bambino che è in noi, oppure scopriamo di quale storia dovremmo essere i protagonisti. Senza dimenticare, come ci ricorda Samantha Ellis in How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, siamo tutti protagonisti della nostra storia, che scriviamo e riscriviamo giorno per giorno, tra migliaia di errori, rimpianti e correzioni di franzeniana memoria.

Buon weekend, e fatemi sapere nei commenti o sui social i vostri risultati (o mandatemi la solita civetta di Hogwarts).

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Soundtrack: Nat King Cole, Those Lazy Crazy-Hazy-Days Of Summer

 

Le cose che ho imparato dalle eroine di Jane Austen

jane-austen-quotesNel mio percorso di lettrice quasi onnivora e blogger incostante e disordinata, mi sono resa conto  – con sorpresa e non senza una certa amarezza – che i lettori si dividono in due grandi fazioni: i Janeite (aka fan di Jane Austen: qui spiego l’origine del termine) e coloro che nel tempo ho deciso di definire Austenskeptics.

Chi sono gli Austenskeptics?

La fascia demografica maggiormente interessata da questo scetticismo, non scevro di molti, moltissimi pregiudizi, è rappresentata da uomini, solitamente tra i 20 e i 40 anni. Nella maggior parte dei casi l’Austenskeptic non ha nemmeno aperto un libro di Jane Austen, o ha visto uno degli adattamenti cinematografici (magari uno dei peggiori, tipo Bride and Prejudice, ovvero: Jane Austen meets Bollywood), o è stato costretto a studiare Orgoglio e pregiudizio da una cattivissima professoressa di letteratura inglese, che non ha mai perdonato.

Nella maggior parte dei casi, l’Austenskeptic ha solo una vaghissima idea di chi sia Jane Austen (che chiama Jane AustIn, scrivendolo proprio in questo modo) e rimane convinto del fatto che i suoi romanzi siano una specie di Dinasty in salsa Regency, abitati da inconsistenti fanciulle, le cui vite si diramano tra discussioni su pizzi, merletti e mussoline e complotti matrimoniali. Insomma, Becky Bloomwood, la shopaholic di Sophie Kinsella, incontra una triade composta da Gramellini, Moccia e Paulo Coelho. WRONG.

Nella categoria degli Austenskeptics rientra anche un discreto numero di donne, tra i 20 e i 30 anni, convinte del fatto che leggere la Austen intacchi un po’ il loro status di lettrici di romanzi “forti”, e che quindi verrebbero prese meno sul serio  – come dire a un carnivoro accanito: mangi troppa carne, sicuramente il pesce non fa per te. WRONG.

Da anglofila accanita che sogna di trasferirsi (presto) a Londra e per la pensione (che non arriverà mai, lo so, lo so) un buen retiro epicureo in un cottage nel Derbyshire o simili (magari dalle parti di Chatsworth House) ho letto e riletto i libri della Austen, apprezzandone il sarcasmo, la critica della società inglese dell’epoca, l’intelligenza e l’indipendenza delle sue eroine, lo stile, unico ed inimitabile. E, come spesso succede con quelle letture giovanili che ci si porta dietro – e dentro – da ogni vicenda, da ogni eroina ho estrapolato alcune delle lezioni di Aunt Jane.

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Credere nelle seconde possibilità

Anne Elliot, la timida ma decisa protagonista di Persuasione, soccombe alla pressione sociale, che la vorrebbe destinata a un buon matrimonio, e rompe il fidanzamento con l’amore della sua vita, Frederick Wentworth. Quando, anni dopo, lo incontra nuovamente, capisce di non aver mai smesso di amarlo, di aver sbagliato a lasciare che stantie convenzioni sociali diventassero causa della sua infelicità e solitudine. Wentworth non ha mai perdonato ad Anne di averlo lasciato ed è freddo e ostile con lei. Le rimprovera di aver ceduto alla persuasione esercitata alla sua famiglia, di non essere forte e decisa, di non averlo voluto abbastanza.

Davanti alla dolcezza e alla pazienza di Anne, Wentworth abbassa le sue difese e mette da parte il suo orgoglio, concedendole una seconda chance con una delle dichiarazioni più belle che io abbia mai letto:

Non posso più ascoltare in silenzio. Devo parlarvi con i mezzi che ho a disposizione. Mi straziate l’anima. Sono metà in agonia e metà pieno di speranza. Ditemi che non è troppo tardi, che quei preziosi sentimenti non sono svaniti per sempre. Mi offro di nuovo a voi con un cuore ancora più vostro di quando lo avete quasi spezzato la prima volta otto anni e mezzo fa. Non osate dire che un uomo dimentica più presto di una donna, che il suo amore ha una fine più prematura. Non ho amato altri che voi. Posso essere stato ingiusto, debole e pieno di risentimento, ma mai incostante.

(trad. Giuseppe Ierolli)

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L’arte di avere pazienza

Quando Jane Bennet (la bellissima sorella di Lizzie Bennet in Orgoglio e pregiudizio) crede aver di improvvisamente – e senza apparente ragione – perduto l’amore di Bingley, convinto di esserle indifferente, non inizia immediatamente ad odiarlo, non passa al prossimo spasimante, non si accontenta. Aspetta. Coltiva il suo cuore spezzato, lo nutre, lo rimette insieme. E torna a sorridere, ancora prima che Bingley torni da lei.

Detto da me, la persona più ansiosa e impaziente del mondo, può sembrare poco coerente; tuttavia, in un mondo troppo veloce, piegato alla filosofia del tutto e subito, ammiro l’ardente, coraggiosa, per nulla rassegnata pazienza delle eroine austeniane, la loro arte dell’attesa.

In Ragione e sentimento, Elinor aspetta Edward, intrappolato in un imprudente – e infelice – fidanzamento segreto. In Persuasione, Wentworth e Anne si aspettano, e tornano insieme dopo sette anni. La Austen instilla nelle sue eroine la necessità di fare le scelte più giuste per la loro felicità, senza accontentarsi, senza aver paura di rimanere sole – lei stessa non si è mai sposata, e, in una lettera alla nipote Fanny, le suggerisce di aspettare, non avere fretta: l’uomo giusto arriva, prima o poi. E, anche se non arrivasse, non sarebbe una tragedia.

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L’arte di non prendersi troppo sul serio

Lizzie Bennet, la volitiva protagonista di Orgoglio e pregiudizio, ama ridere di se stessa e degli altri, vedere il ridicolo nascosto in ogni situazione, anche imbarazzante o spiacevole – ad esempio, nella proposta di matrimonio del cugino, il pomposo Mr Collins, adulatore di professione. Benché ferita nell’orgoglio, riesce a farsi una risata anche sul rifiuto di Mr Darcy di ballare con lei, perché non abbastanza bella per tentarlo.

Se Lizzie è il sole, Mr Darcy è la luna, serio, composito, tendente al cupo. Quando, per stuzzicarlo, Elizabeth suggerisce alla sorella di Bingley di ridere di lui e lei si rifiuta, scandalizzata, la nostra eroina protesta con veemenza:

Non si può ridere di Mr. Darcy! È un vantaggio non comune, e spero che continuerà a essere non comune, perché per me sarebbe una grossa perdita avere molte conoscenze del genere. Mi piace così tanto una bella risata. (…)Spero di non mettere mai in ridicolo ciò che è saggio e buono. Stravaganze e sciocchezze, capricci e assurdità mi divertono, lo ammetto, e ne rido ogni volta che posso.

(trad. Giuseppe Ierolli)

 

La stessa Jane Austen, in una lettera alla sorella Cassandra, definisce Elizabeth “la creatura più incantevole che sia mai apparsa sulla carta stampata, e non so proprio come farò a sopportare quelli a cui non piace…”. Forse nessuna eroina le assomiglia tanto: praticamente coetanee (Elizabeth dichiara di non aver ancora compiuto 21 anni, l’età della Austen quando scrive Orgoglio&Pregiudizio) le due condividono la stessa vivacità intellettuale, la stessa curiosità per la natura umana, un senso dell’umorismo molto simile.

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Svenire è da mammolette

Dimenticatevi sali e fiori di Bach: Jane Austen, nel suo Amore e amicizia, parodia in forma epistolare dei racconti romantici scritta a quattordici anni e mezzo, insegna che è accettabile dar di matto e correre a perdifiato, a patto di non svenire. Io, che ho la pressione perennemente bassa e sono una vera e propria drama queen, lo abbino ad un altro suggerimento di Aunt Jane: le lunghe passeggiate all’aria aperta fanno miracoli per l’incarnato e conferiscono alle guance quell’adorabile rossore che nessun blush può eguagliare. Poco male se gonna e sottoveste subiscono gli agguati del fango: eravamo giovani, e avevamo gli occhi troppo belli. Come quelli scuri di Elizabeth, splendenti nel viso arrossato dalla lunga camminata fatta per andare a trovare la sorella innamorata, mentre l’algido, inarrivabile Darcy inizia, suo malgrado, a innamorarsi di lei.

Soundtrack: Angels in the room, Delta Goodrem

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The Ophelinha Gazette#7 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie – speciale Jane Austen

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Latito.

Faccio, disfo, inizio, lascio a metà, procrastino. E latito.

Il gazzettino doveva avere una cadenza settimanale bisettimanale mensile. Poi mi sono ricordata che la cosa che mi angoscia di più è la sveglia che suona al mattino, e che le scadenze mi fanno venire l’orticaria.

Quindi via libera al disordine discreto, all’anarchia colorata, all’improvvisazione che ha sempre regnato sovrana in questo spazio. E, dato che ho da poco scoperto Pocket e sto letteralmente esplodendo di articoli interessanti, beccatevi uno speciale sulla mia amata Jane Austen, insieme a un weekend soleggiato e pieno di promesse recondite, latenti – quelle promesse contenute nell’arrivo di ogni estate.

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– State vivendo in un romanzo di Jane Austen? Poco male: c’è bisogno di bellezza in questo mondo di bruti. Recatevi in pellegrinaggio presso i luoghi di zia Jane, alla ricerca di un Mr Darcy, il cui invidiabile aplomb – un misto tra snobismo e generosità, orgoglio e altruismo – nessun mortale riuscirà mai ad imitare.

– Vorreste vivere in un romanzo di Jane Austen? Mangiate come lei. Potete iniziare dalla colazione dei campioni proposta dal Guardian, con tanto di pound cake, o dal sacro rituale del tè (just high tea for me, please).

Breakfast: Jane Austen's pound cake

Illustration: Zoe More O’Ferrall for the Guardian

– Piccole Janeite crescono: c’è una quantità di roba meravigliosa per le wannabe damine Regency in erba, da libri splendidamente illustrati a cofanetti pop-up che diventano sale da ballo, popolate da figurine che rappresentano i personaggi più amati creati dalla mente geniale di zia Jane. Sono seriamente tentata di comprarli anch’io…

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– Per i nostalgici e le romantiche démodé, l’anatomia di una lettera Regency, tra fogli di carta ingiallita e fiori appassiti. Grossi sospiri.

– La vostra vita sentimentale fa acqua da tutte le parti? Rifatevi con i (pochi) baci rubati alle pagine austeniane, e ascoltate i consigli della saggia zia Jane: correte quanto volete, ma attente a non svenire, e non abbiate fretta, ché l’uomo giusto arriva, prima o poi (dicono).

– Signore e signori, il trofeo Grumpy cat per l’estate 2015 va a…Stephen King, il nuovo Mark Twain, che non solo non ha mai letto Jane Austen, ma non ha nemmeno le idee molto chiare su cosa abbia scritto! Ah Stephen, Stephen, non si tratta di un 50 sfumature di grigio tra merletti e crinoline, te lo possiamo assicurare. Provare per credere.

– Per finire, per chi pensasse ancora che zia Jane parlasse solo di come abbindolare un marito ricco senza dote, ecco un elenco di lezioni di femminismo da lei impartite nei suoi romanzi. La mia preferita? Non giudicare le altre donne per le loro scelte di vita (leggi alla voce Lizzie Bennet – Charlotte Lucas, quando quest’ultima decide di sposare il ridicolo Mr Collins).

Donne in ascolto, imparate da Jane Austen!

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Essere prese sul serio.

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Ieri sera ho pianto. Ho pianto perché il processo grazie al quale sono divenuta donna è stato doloroso. Ho pianto perché non sono più una bambina, con la fede cieca di una bambina. Ho pianto perché i miei occhi sono aperti sulla realtà: sull’egoismo di Henry, sulla smania di potere di June, sulla mia creatività insaziabile che deve sempre occuparsi degli altri e non sa bastare a se stessa. Ho pianto perché non posso più credere e io amo credere. Posso anche amare senza credere. Questo significa che amo umanamente. Ho pianto perché ho perso il mio dolore e non sono ancora abituata alla sua assenza. Ho pianto perché d’ora in avanti piangerò meno.

Anaïs Nin, Diari

Il femminile non è un errore. Tra tante, troppe polemiche  e piccole, grandi disfatte quotidiane, mi rendo conto che la Nin ha ragione: essere donna è un lavoro a tempo pieno di per sé  e non diventa facile, anzi.

Perché essere una donna significa, in ogni caso, fare il doppio della fatica per essere presa sul serio, in tutti gli ambiti.

Il mio blog ha uno sfondo rosa. E non solo perché questo colore – tanto bistrattato, patriarca di tutti gli stereotipi di genere, fortemente connotato – mi piaccia: anche – e soprattutto – perché vuole essere a modo suo un messaggio, una minuscola goccia nell’oceano. Si può amare il rosa senza per questo essere delle ochette svampite. Si può amare il rosa e parlare cinque lingue, aver affrontato molteplici traslochi internazionali, aver preso in mano le carte offerte dalla vita e averle giocate tutte, anche gli innumerevoli due di picche.

Mi dicono che ho la faccia da bambina. Mi dicono che sembro “troppo giovane”. Che poi non lo sono nemmeno, così giovane, almeno non più, e anche se indosso calze turchesi e cappotto giallo posso essere comunque dannatamente brava in quello che faccio – o quantomeno meritare una possibilità. Una cravatta gialla o turchese genererebbe le stesse perplessità? Ecco, appunto.

Mi piace Jane Austen, esponente – a quanto pare – di un tipo di letteratura “rosa” (ancora una volta), un brodo di giuggiole di fidanzamenti e matrimoni e tè del pomeriggio (dimentichiamoci pure il fatto che la Austen, insieme alle sorelle Brontë, abbia sdoganato un certo tipo di eroina, la protagonista femminile alla Cenerentola, oh-sono-cosi-carina-e-fragile-tu-maschio-vieni-a-salvarmi). Questo non significa che non mi piacciano altri autori: più testosteronici, più en vogue, più “giusti” (sempre secondo i canoni assurdi di cui si è già parlato). Questo non significa che stia lì a leggere spin-off di cattivo gusto invece di, che so io, Martin Amis, o delle lezioni americane di Nabokov. Allora perché sento il bisogno di stare qui a giustificarmi?

Una volta venivo qui a diluire i miei pensieri , accompagnati da pillole di letteratura. Ora cancello post, e mi nascondo dietro i libri (rimanendo sempre lì, perché la mia soggettività non riuscirà mai a diventare totalmente oggettiva). Perché ho paura di non essere presa sul serio, se svelo pezzi di me? E non stiamo mica parlando di vita quotidiana o vicissitudini sentimentali o altra roba esageratamente in prima persona, che farebbe a pugni con la mia natura riservata, da riccio: ma di impressioni, tout court. Scrivere mi ha sempre aiutato a “spurgarmi” l’anima: invece no, ultimamente scrivo coi guanti da chirurgo, attenta a non sporcare le pagine.

Non so cucinare. Se sapessi farlo, mi piacerebbe sperimentare ricette care agli scrittori che amo, perché continuo a pensare che quello tra cucina e letteratura sia un connubio bellissimo, e che dentro la letteratura non ci siano solo parole, ma tanta, tantissima vita.

Non mi so truccare. Pasticcio con correttore e fondotinta la mattina, per nascondere le occhiaie della mia perenne insonnia e i sempiterni brufoli (ho capito che la vita è quella sottile linea rossa tra brufoli e rughe). Se sapessi truccarmi farei i tutorial su YouTube? Probabilmente no, anche perché non so girare video decenti, e non li so caricare. Questo non significa che snobbi le persone che hanno voglia di farlo, o quelle che hanno voglia di guardarli.

Non vesto alla moda. Mischio fantasie e colori disparati, e sono sempre spettinata. Non potrei mai farmi fare servizi fotografici fashion, né tantomeno postarli in rete. Mi fa piacere che esistano persone che sappiano vestirsi bene, e riescano a farsi fotografare senza sembrare galline con l’itterizia e il triplo mento (io).

Non potrei mai essere una mommy blogger. Non riuscirei mai a parlare di maternità, che per me resta una delle esperienza più private, più intime che una donna possa sperimentare. Tuttavia, ci sono mamme che si raccontano, e magari aiutano, con le loro parole, frotte di neomamme che dormono troppo poco e hanno bisogno di boccate d’aria.

Tutto questo pippone per dire che si, una donna può essere bella e vestirsi bene e essere mamma e amare il rosa e viaggiare e leggere Joyce e Wallace e fare colloqui di lavoro in tre lingue diverse e sfornare crostate e meringhe. Una cosa non esclude l’altra, e sarebbe anche tempo che smettessimo di giustificarci.

Quindi si, faccio coming out: scrivo poesie d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona melensa (o, come qualcuno mi ha suggerito, una persona depressa?). Tant pis.

Scrivo racconti, spesso d’amore, spesso tristi. Questo fa di me una persona meno seria, meno attendibile quando parlo di letteratura? Tant pis.

Non sarò mai la persona posata che mi ero prefissa di essere, non scriverò mai quanto e come avrei desiderato, non avrò mai la carriera stellare che la me tredicenne aveva promesso a se stessa, casa mia sarà sempre in disordine (alla faccia dei vari Instagram e Pinterest), continuerò  ad odiare Greyville e tutte le sfumature di grigio con tutto il cuore, brucerò torte, sarò sempre spettinata, non riuscirò mai a leggere tutti i libri che vorrei, i racconti di Wallace continueranno a non piacermi (!) e continuerò a mangiarmi le unghie, a leggere poesie, a scrivere poesie, a leggere biografie su Sylvia Plath. E, almeno qui, cercherò di essere me stessa.

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