Chi ha rubato il Natale?

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Chi ha rubato il Natale?

Forse è stata quella persona che ha sparato sulla folla a Strasburgo, città simbolo di pace che ospita uno dei mercatini di Natale più magici e suggestivi del mondo. Forse quel capo di stato col parrucchino arancione, che ragiona in termini di gabbie e confini.

Forse la malattia che consuma un nostro caro. Forse l’ansia di arrivare a fino mese, lo stress, andare sempre di corsa, in un mondo sempre più ostile alla fantasia, alla creatività, all’improvvisazione.

Ci sono tanti motivi per non essere felici nemmeno a Natale, quando il mondo intorno a noi sembra impazzire.

Eppure, forse per questo occorre fermarsi e fare del nostro meglio per restituire, nel nostro piccolo, per quanto possibile, un pezzetto di Natale a noi stessi e alle persone che amiamo.

Vi ricordate il Grinch? È l’unico abitante di Whoville a non amare il Natale: forse ha le scarpe troppo strette, forse ha il cuore troppo piccolo, forse è troppo solo e non ha nessuno con cui condividerlo.

Invidioso delle famiglie di Whoville, decide di rubare tutti i regali e le leccornie preparate dalle famiglie. Tuttavia, quando gli abitanti di Whoville si svegliano la mattina di Natale, il Grinch non li sente lamentarsi. I bambini non piangono di disappunto e delusione. I golosi non rimpiangono il tacchino e il pudding perduto. No: gli abitanti di Whoville si mettono a cantare, tutti insieme, esorcizzando la cattiveria e dando il benvenuto a un giorno di tregua, in cui i problemi sembrano lontanissimi e la felicità sembra a portata di mano.

Il Grinch li osserva, attonito, con i piedi congelati, e ha un’illuminazione da novello Scrooge: forse il Natale non si può comprare in negozio, forse non è (solo) l’invenzione di un apparato commerciale e consumistico che sembra non fermarsi mai e schiacciare tutti sotto i suoi ingranaggi. Forse è anche e soprattutto qualcosa di più:

 

And the Grinch, with his grinch-feet ice-cold in the snow,

Stood puzzling and puzzling: “How could it be so?”

“It came without ribbons! It came without tags!”

“It came without packages, boxes or bags!”

And he puzzled three hours, till his puzzler was sore.

Then the Grinch thought of something he hadn’t before!

“Maybe Christmas,” he thought, “doesn’t come from a store.”

“Maybe Christmas…perhaps…means a little bit more!”

Sediamoci allora col Grinch a tagliare il tacchino e a riflettere un po’su cosa questo giorno significhi davvero, su cosa potrebbe significare.

Buon Natale e tutti voi, e grazie di averci fatto compagnia anche quest’anno col nostro calendario dell’Avvento letterario. Ad maiora!

Soundtrack: Have yourself a merry little Christmas

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Il Calendario dell’Avvento letterario #22: più ci parliamo, più siamo vicini

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Questa casella è scritta e aperta da Marianna di Cose che non esistono

Pier-Vittorio-Tondelli

Ragazzi a Natale venne pubblicato nel dicembre 1985 su Per lui, mensile del gruppo Vogue. Oggi possiamo leggere questo raccontino di Pier Vittorio Tondelli in L’abbandono, una raccolta di testi di vario genere che avrebbe dovuto rappresentare nelle intenzioni dell’autore (che riuscì a curarne solo l’indice, prima di morire) la naturale prosecuzione del lavoro iniziato con Weekend postmoderno. Se quest’ultimo era stato un viaggio negli anni ‘80, quasi un reportage tra le stranezze, le euforie, gli scenari, le ossessioni di un decennio, L’abbandono ha preso forma come dialogo dell’autore con se stesso e riflessione sul suo ruolo culturale tra scritti d’occasione, lezioni, relazioni per convegni e interviste.
Troviamo anche una sezione dedicata ai racconti e qui Ragazzi a Natale che ha una struttura molto semplice: tre voci in prima persona raccontano il proprio Natale, uno a Roma, uno a Berlino e uno a Corvara.
(Spoiler: leggete bene il racconto e poi contate di nuovo le voci.)

Un ventiquattrenne italiano è a Berlino da poche settimane e si aggira da solo per le strade fredde e innevate. La scena è ostile su più livelli. La Gedächtniskirche, la chiesa della memoria, domina la Kurfürstendamm, la via dello shopping, con il suo cupo memento alla follia della guerra. Le difficoltà linguistiche creano una condizione di incomunicabilità e di isolamento quasi completo: per il giovane protagonista non c’è possibilità di contatto umano. Tutti si augurano Buon Natale e lui ancora non padroneggia bene la lingua. Ancora: dalla strada sbircia nelle case, dove la gente festeggia e le ombre danzano davanti alle finestre. La vicinanza, il contatto, il calore sono altrove e gli sono preclusi.
Queste immagini finiscono per sovrapporsi e concretizzarsi in condanna:  «[…]la vera guerra è questa, non l’odio che getta le persone l’una contro l’altra, ma soltanto la distanza che separa le persone che si amano […]. Per questo, in un certo senso, io sono in guerra.»

A Roma un ragazzo in servizio militare cerca disperatamente di farsi convalidare il permesso di trentasei ore grazie a cui potrà uscire a festeggiare. Ma non si riesce a trovare il colonnello responsabile, così il ragazzo è costretto a rimanere in caserma, rinunciando alla festa di Clara e allo smoking che già pregustava di indossare al posto della divisa. Da solo, steso sulla branda, la rabbia inizia a montare: prende forma anche qui un ostacolo linguistico. Gli altri ragazzi in caserma festeggiano spensierati col cibo del magazzino: sono tutti del sud e il protagonista è completamente escluso: «I siciliani, i napoletani, gli abruzzesi, i casertani, i sardi, i calabresi e i pugliesi fanno un casino della madonna. Hanno acceso la radio e cantano come indemoniati. Bevono e mangiano, ballano e brindano. Li odio! […] Si abbracciano e gridano e cantano, guardando le foto delle ragazze. Di questa ciurmaglia non capisco né le parole né i gesti: per me, sono arabi. È ormai mezzanotte: piangerei dalla rabbia».

Al contrario, il natale di Corvara fila proprio come il giovanissimo protagonista ha preventivato. Dopo aver sciato tutto il giorno con Marisa, una ragazza «veramente fuori dall’ordinario», cena velocemente in famiglia e poi di nuovo con Marisa a una festa in casa di lei, senza genitori, solo tanto cibo e spumante «benché siamo tutti minorenni». Il suo sogno romantico si realizza con tutti i cliché del caso: le mani si stringono, un bacio sulla guancia, i fuochi d’artificio a mezzanotte e la fiaccolata che scende a valle sullo sfondo. Non ci sono dubbi per il protagonista: «È Natale, e tutti sono felici».
Non c’è un’immagine che possa dirsi negativa o situazione che rappresenti una minaccia.
L’incomunicabilità non ha luogo e dunque non genera bolle di solitudine da scalfire. Al contrario: «[…] abbiamo sciato tutto il giorno a Pralongià: piste facilotte, sia ben chiaro, però ottime per conoscersi e fare conversazione, non essendo troppo impegnati nelle discese». Non ci sono barriere tra i personaggi: comunicare con un altro essere umano è la cosa più facile del mondo.

Ma si spera che almeno a Natale le storie abbiano un lieto fine, no? Non sarà merito della musica o del cibo o di qualche evento miracoloso che concederà ai protagonisti proprio quello che desideravano. La possibilità di essere felici si darà grazie alla comunicazione.

Al ragazzo di Roma si avvicina un commilitone con un bicchiere di vino. Qualcosa si scioglie: «E tutto strano, così strano. Mi sembra di non aver aspettato altro […]. È subito una gran festa, una povera festa per ragazzi in divisa».
Il ragazzo di Berlino prende un autobus e l’autista gli rivolge la parola: gli fa gli auguri e lo invita a una festa. Ammette allora di non sentirsi più in guerra e finisce per riferirsi alla capitale tedesca (che all’inizio lo allontanava e lo isolava) come a «la mia metropoli»: ritrovare una dimensione comunicativa, riappropriarsi  investe di strascischi positivi ogni altro aspetto dell’esistenza.

I personaggi più intensi di Tondelli sono spinti proprio da questo tipo di tensione: un bisogno di vicinanza, di affondare a piene mani in rapporti umani più sinceri possibile, più veri, più coinvolgenti. Soddisfare questo bisogno, o almeno agire nel tentativo di, li avvicina a qualcosa che può dirsi felicità.

Laddove hanno luogo difficoltà di comunicazione e comprensione l’epilogo non può essere che tragico, come accade per i protagonisti di Camere separate.

Invece, la storia di ognuno deve mescolarsi a quella degli altri. È quello che sta dietro alle scorribande notturne dei personaggi di Altri libertini e alla frenetica ricerca di sempre nuovi alleati sentimentali nel territorio nemico della caserma raccontata in Pao Pao. È proprio in Pao Pao che questa tensione trova formulazione come il destino dell’umanità intera: “[…] Noi siamo cariche affettive che vanno e girano e s’attaccano dove s’attaccano senza possibilità di spiegazione, insomma quel che sta succedendo o ci succederà non puoi né spiegarlo né prevederlo, tutto meno che la morte.”
E, ancora in Pao Pao, quella che inizia come una constatazione assolutamente privata, legata a fatti personali, tira poi in mezzo la voce, l’aspetto della comunicazione più carico di elementi sentimentali e sensoriali fino a tirare in mezzo, sul finire, addirittura la salvezza. Se consideriamo che viene pronunciata dal protagonista durante il periodo romano della sua leva militare, il più difficile, lontano dalle amicizie che era riuscito a crearsi nei mesi precedenti, questa brano sembra quasi prendere l’andamento di una preghiera: […] di loro non mi mancavano tanto i ricordi dei visi o i sorrisi che avevo stampati bene in mente, ma soprattutto la voce, le loro cantilene, le loro inflessioni […] io stavo lì a Piazza Farnese completamente rapito dalla mia babele di affetti vocali, espandendo le mie leggere disgrazie in quel profondo blu notte e bevendomi litri e litri  di disastratissima birra in lattina e cantandomi qualche accordo di quelli buoni per sentirmi meno solo, ma era tutta una bugia, mi guardavo e mi accorgevo che non c’era niente da fare: finivo dove finivano le mie mani, le mie labbra inaridivano una sull’altra […] Non so se il mio destino sarà rifiorire e trapiantarmi come sempre su altre storie e altri incroci e di là di nuovo ripartire e splendere e mischiarmi e intrecciarmi, oppure seccarmi e morire […] in fondo basta che abbia qualcuno da amare, basta un territorio di diffusione d’affetto e sarò per sempre salvo».

Dunque è arrivato il momento: Buon Natale, di cuore. Dove siete in questo momento? A Roma, a Berlino, a Corvara? Nell’affollato pranzo di famiglia chi occupa la sedia alla vostra destra e alla vostra sinistra? Quanto si stanno intrecciando le vostre storie? Quanto è grande il vostro territorio di diffusione d’affetto?

Il Calendario dell’Avvento letterario #21: se la neve è radioattiva. L’eternauta di Oesterheld

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Questa casella è scritta e aperta da Valeria di Chi legge trova

Natale: tempo di neve. I bambini la desiderano, i grandi la guardano con occhi sognanti, ricordando di battaglie epiche e di scuole chiuse. Eppure, la neve non è sempre ben accolta – e non sto parlando dei disagi causati al traffico. No, sto parlando di una neve più pericolosa, diciamo “radioattiva” o fosforescente: che fare se il semplice contatto con una neve arrivata dallo spazio, una neve aliena, uccide?

Sono le premesse de L’Eternauta, fumetto di fantascienza scritto da Héctor Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López, pubblicato dal 1957 in Argentina – oggi in un fantastico cartonato, con copertina di LRNZ.

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In Argentina il fumetto in questione ha raggiunto un notevole successo; oggi è considerato – a ragione – un capolavoro del fumetto mondiale. La saga, pur essendo puramente fantascientifica, fa riferimento alla situazione geopolitica del Sudamerica del periodo. La trama – un’invasione aliena violenta e improvvisa – è spesso considerata una sorta di anticipazione del golpe argentino del 1976 di Jorge Videla, del quale rimarrà vittima lo stesso Oesterheld, scomparso nel 1977, insieme alle sue quattro figlie e rispettivi mariti.

L’autore rimane vittima della profezia contenuta nella sua opera. Scrive la moglie Elsa a proposito di suo marito, uno dei tanti desaparecidos: “Ciò che nessuno poteva immaginare è che quella storia si sarebbe trasformata in una premonizione. La nevicata mortale cadde effettivamente sull’Argentina, facendo ‘sparire’ tutti coloro che credevano di poter aspirare a vivere in un paese più giusto: lo stesso Héctor ne rimase vittima, assieme alle nostre quattro figlie, ai mariti delle due più grandi e ai due nipoti che dovevano nascere”.

L’eternauta racconta una storia inquietante, tanto più inquietante perché il lettore sa che l’orrore è uscito dalle pagine di carta, ed è finito nel mondo reale.

La storia comincia e finisce nella stanza di uno sceneggiatore di fumetti nella Buenos Aires del 1957, e ha come protagonista Juan Galvez, uno strano personaggio che appare dal nulla e racconta di una misteriosa nevicata che, in una sera come quella, è entrata nella vita borghese in una grande città dell’America Latina (una Buenos Aires non ancora distrutta dalla dittatura e dalle crisi economiche). La nevicata è l’inizio di un’invasione aliena.

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Il racconto è lucido, cupo, freddo, ed è una premonizione della tragica situazione economica dell’America Latina e dell’Argentina, prossima alla fine temporanea della democrazia. Tutto in bianco e nero, L’eternauta ci ricorda che è importante diffidare di qualunque tipo di oppressione e di dittatura, che è importante combattere per la propria libertà.

Come un sergente nella neve, il nostro protagonista si batte per se stesso e per la propria famiglia, ma, sembra senza successo. Proprio come nella realtà, a vincere è la sopraffazione. Raccontare tutto, sotto forma di fumetto, è l’unico modo che ha l’autore e il protagonista della storia per dare un monito ai posteri.

Che fare? Che fare per evitare così tanto orrore? Sarà possibile evitarlo pubblicando tutto ciò che l’Eternauta mi ha raccontato? Sarà possibile?

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Il Calendario dell’Avvento letterario #20: un elfo da Macy’s

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Peek A Book!

Babbo Natale e bambini
credits: timeout.com

David Sedaris non è sempre stato il famosissimo ed esilarante autore statunitense che il mondo conosce. Il successo per lui è arrivato a quasi quarant’anni, quando si è fatto conoscere ai più leggendo in radio “Santaland Diares” resoconto della sua esperienza nei panni di elfo per i grandi magazzini Macy’s di New York. Sommiamo un lavoro così fuori dall’ordinario a una mente ironica e tagliente come quella di Sedaris ed ecco che il successo radiofonico, e non solo, è assicurato.

Non vi aspettate solo buoni sentimenti, zuccherosità e spirito natalizio: i Santaland Diares sono invece l’ideale anche per chi il Natale non lo sopporta, perché Sedaris non fa altro che sbatterci davanti agli occhi la cruda realtà del consumismo natalizio e di come le persone (soprattutto i genitori in fila per una foto dei propri bambini con Babbo Natale) si trasformino.

Ecco l’incipit:

“Ero al bar che scorrevo le proposte di lavoro sul giornale quando leggo: “Macy’s Herald Square, il supermercato più grande del mondo offre magnifiche opportunità per gente di ogni forma e misura, estroversa e amante del divertimento, che cerca qualcosa in più di un semplice lavoro per le vacanze! Un lavoro come elfo nel Paese di Babbo Natale di Macy’s significa essere al centro della festa…”.

Sedaris si candida e ottiene il posto “mi hanno preso lo stesso perché sono basso: uno e sessantacinque. Quasi tutti quelli che hanno preso sono bassi. Uno è un nano. […] In una giornata intensa possono venire da Babbo Natale anche ventiduemila persone e mi hanno spiegato che un elfo è tenuto a preservare il buonumore anche nel tormento e nelle avversità. Ho promesso che l’avrei tenuto a mente”.
E ancora: “Il mio costume è verde. Indosso dei calzoncini verdi di velluto, un dolcevita giallo, un grembiule verde oliva e un berretto di lana a cono con pompon tempestato di lustrini. Questa è la mia tenuta da lavoro. Il mio nome da elfo è Focaccina”.

Elfo
credits: http://www.charlestoncitypapaer.com

Segue un intenso addestramento per tutti i Babbo Natale e gli elfi: una delle cose più importanti è imparare ad usare i registratori di cassa, perché nel Paese di Babbo Natale il vero e unico fine è vendere foto.

La gente si siede in grembo a Babbo Natale e si mette in posa. L’elfo Fotografo gli porge una strisciolina di carta con su scritto un numero. Un altro elfo compila il modulo e la foto arriva per posta qualche settimana dopo. Perciò l’unica cosa che vendiamo, in realtà, è l’idea di una foto. Un’idea costa nove dollari, tre idee diciotto”.

Quello che ho trovato più esilarante in questo racconto (ma anche quello su cui ho più riflettuto) è l’atteggiamento dei genitori quando arriva il turno dei propri bambini di salire sulle ginocchia di Babbo Natale: “I più piccini, quelli dai due ai quattro anni, tendono ad avere paura di Babbo Natale. A loro non frega nulla di farsi fare la foto, perché non sanno cos’è. Non sono vanitosi, sono bambini. […] Ho visto una donna dare uno schiaffo alla sua bambina che piangeva e sbatacchiarla gridando: “Cristo santo, Rachel, adesso tu salti in braccio a Babbo Natale e fai un bel sorriso, altrimenti te lo do io un buon motivo per piangere!Spesso scatto foto a bambini che piangono. Ancora più grottesco è fotografare un bambino in lacrime con un falso ghigno stampato in faccia”.

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Ci sono poi le immancabili richieste a sfondo razzista delle persone in fila per la foto: “Vorremmo un Babbo Natale tradizionale. Sono sicura che capisce di cosa sto parlando”. Oppure: “L’anno scorso ci avete dato un Babbo Natale color cioccolato. Fate in modo che non accada di nuovo”. O ancora: “Fate in modo che quest’anno ce ne capiti uno bianco. L’anno scorso ci hanno rifilato un nero. […] Bianco. Bianco come noi”.

Il Paese di Babbo Natale di Macy’s raccontato da Sedaris è quindi più un girone infernale del luogo fatato che, invece, ci si aspetterebbe ed è abitato dalle peggiori versioni di noi, disposti a fare una fila di due ore, pur di ottenere una foto dei nostri bambini in grembo ad uno sconosciuto, foto che ci arriverà a casa dopo settimane, magari a feste terminate.

Ovviamente il racconto è dolce-amaro, perché Sedaris bilancia bene questi aspetti negativi dell’umanità tutta con la sua ironia dissacrante e adorabile, ormai marchio di fabbrica dei suoi racconti, che sono sempre a sfondo autobiografico.

Il Natale ci rende – forse – più buoni ma, perlomeno nei grandi magazzini Macy’s di New York, è anche assolutamente capace di tirare fuori il peggio di noi.

David Sedaris “I diari del Paese di Babbo Natale” nella raccolta “Ciclopi” Mondadori, trad. Matteo Colombo (titolo originale “Santaland Diares”).

Qui i Santaland Diaries letti da Sedaris stesso nella versione radiofonica del 1992 che gli ha dato il successo.

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #19: i figli di Babbo Natale, l’ultima profezia di Marcovaldo

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Questa casella è scritta e aperta da Cristina di Athenae Noctua 

I figli di Babbo Natale

Quando le città iniziano a punteggiarsi di lucine e lucette, quando nelle vetrine appaiono alberelli, festoni, angioletti e stelline, quando nel calore della casa si diffonde l’aroma del cioccolato, della cannella e del burro, anche nell’animo cambia qualcosa: che si avverta o meno il significato religioso del Natale, per la gran parte delle persone i giorni delle feste rappresentano un momento di tranquillità, l’affacciarsi di un sentimento che rompe la consuetudine. C’è però anche una grande insidia in questa atmosfera affascinante: è facile confondere l’opportunità di serenità e condivisione che essa offre con una sfrenata corsa al consumismo, con gli sprechi alimentari, con i regali di facciata, con le chincaglierie che offrono solo l’ennesimo apparato esteriore.

Siamo ormai assuefatti al delirio dell’acquisto natalizio (che, poi, non si limita a questo periodo dell’anno), ma è singolare e anche un tantino inquietante notare che esso era già stato profetizzato nella nostra letteratura: è del 1990 il racconto Ce n’è troppo di Natale di Dino Buzzati, incluso nella raccolta Lo strano Natale di Mr. Scrooge e altri racconti, ma già nel 1963 Italo Calvino raccontava, nella singolare antologia Marcovaldo ovvero le stagioni in città, di inverni dominati dalla corsa agli acquisti.

Dalla frenesia commerciale delle feste scaturisce l’ultimo racconto, I figli di Babbo Natale, nel quale l’autore, attraverso il suo tipico registro umoristico, mette a nudo le contraddizioni insite nelle feste, occasione per le aziende di farsi pubblicità e di innescare nella gente il desiderio di elargire buoni sentimenti e contanti. Contanti, soprattutto. Lo si capisce fin dalla sintetica affermazione iniziale:

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti.

Le aziende della città fanno a gara nel distribuire doni e gadget, comprando le une i prodotti delle altre e selezionando ciascuna il proprio Babbo Natale, da spedire nelle case dei clienti e dei partner e nei negozi a consegnare le strenne. Naturalmente alla S.B.A.V. il compito spetta a Marcovaldo, l’unico che presenta i requisiti adeguati, ché non ci sarebbe gusto a scegliere un dipendente anziano, perdendosi il piacere di agghindarlo per bene.

Fu comprata un’acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.

Marcovaldo si assume volentieri l’incarico, pregustando l’avvicinarsi del pagamento dello stipendio, della tredicesima mensilità e dello straordinario.

Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio.

Entusiasta del compito ricevuto, Marcovaldo decide di passare da casa prima di iniziare il suo giro di distribuzione dei regali aziendali, pregustando la reazione stupita dei suoi bambini. Questi, però, smontano subito la sua euforia: lo hanno riconosciuto, proprio come hanno fatto con tutti gli altri Babbo Natale, molti dei quali truccati anche meglio di lui. Il primo passo verso il crollo delle fantasie natalizie è compiuto: l’illusione dei fanciulli è stata sovraccaricata e soppiantata da una deludente realtà iperpopolata di vecchi barbuti vestiti di rosso.

Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po’ ci avevano fatto l’abitudine e non ci badavano più.

Deluso a sua volta, Marcovaldo si interessa di ciò che sta catturando l’attenzione dei suoi figli, che hanno individuato sul libro di lettura una missione importante da compiere in occasione del Natale, quella di fare un regalo ad un bambino povero. Lo scenario diventa grottesco:

Marcovaldo stava per dire: “Siete voi i bambini poveri!”, ma durante quella settimana s’era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: – Bambini poveri non ne esistono più!

Marcovaldo mette a tacere l’obiezione che gli sorgerebbe spontanea, considerando i mille sacrifici che è costretto a fare per mantenere la famiglia: è talmente invischiato nella frenesia natalizia e abbagliato dal proprio costume rosso, che perfino le stringenti necessità del resto dell’anno cedono e vengono minimizzate. Perfino di fronte alla domanda di Filippetto e Michelino, che gli chiedono perché, in quanto Babbo Natale, non abbia portato dei regali anche a loro, Marcovaldo risponde con un paradosso: non è il Babbo Natale delle Risorse Umane, ma quello delle Relazioni Pubbliche, ergo, per potersi permettere i regali, i dipendenti devono prestarsi a straordinari come quello che sta svolgendo lui stesso.

Ormai pronto ad iniziare le consegne, Marcovaldo decide di portare con sé Michelino nel suo giro, tuttavia la città pullula di Babbi Natale e ormai la gente è stufa di aprire la porta all’ennesimo fattorino rossovestito.

Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all’automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un’aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell’enorme macchinario delle Feste.

[…] Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.

Ad un certo punto Marcovaldo e Michelino bussano alla porta di una casa lussuosa. Neanche il tempo di esibire la formula di augurio rituale a nome della S.B.A.V., che Marcovaldo si sente dire che il suo è il trecentododicesimo regalo che viene recapitato. Il pacco è destinato Gianfranco, un bambino annoiato e apatico che siede nel mezzo di una stanza addobbata come un salone da ricevimento.

Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell’abete s’impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c’era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un’aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era lì intorno non lo riguardasse.

Marcovaldo recapita il suo regalo, ma Michelino scompare e solo una volta rientrato a casa il padre riesce a scoprire dove sia andato. Michelino ha scambiato Gianfranco per un bambino povero, infelice come gli era apparso, così lui e i fratellini hanno provveduto a consegnargli dei regali, che erano poi tutto ciò che avevano potuto trovare in casa: un martello, un tirasassi e dei fiammiferi. Felicissimo dei doni ricevuti, Gianfranco li ha messi in opera, utilizzandoli per distruggere prima i giocattoli e gli addobbi dell’albero, poi i lampadari e i mobili, fino ad incendiare l’intera abitazione.

Marcovaldo è allibito e non si aspetta altro che il licenziamento, eppure il giorno seguente, al lavoro, di quella che per lui è stata una catastrofe si sta parlando con un’eccitazione senza limiti.

– Presto! Bisogna sostituire i pacchi! – dissero i Capiufficio. – L’Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!

– Cosi tutt’a un tratto… – commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima…

– È stata una scoperta improvvisa del presidente, – spiegò un altro. – Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi…

– Quel che più conta, – aggiunse il terzo, – è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato… Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d’un bambino… Il presidente dell’Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell’entusiasmo…

Marcovaldo è disorientato, ammutolito dalla logica perversa del consumismo: il regalo che distrugge il regalo, la gioia di un bambino che gode nell’eliminare quello che doveva rappresentare un gesto di condivisione, l’ingenuità dei figli che, nel compiere un disinteressato atto d’amore verso un coetaneo viziato, hanno invece suggerito una grottesca strategia di maketing.

A Marcovaldo non resta che uscire dalla città illuminata a giorno, a cercare ai margini del bosco gli ultimi segni di un ciclo vitale che ha ancora il suo senso, laddove la neve ricopre le tane dei conigli e il lupo attende invano la preda.

C’è ironia nelle poche pagine che compongono il racconto I figli di Babbo Natale, un umorismo amaro, che, tuttavia, proprio nel ridicolizzare la follia consumistica delle feste, ricorda quali sono i veri gesti che danno valore al Natale: Michelino e i suoi fratelli, con la loro purezza, non pretendono nulla, non danno per scontata la felicità di Gianfranco per il solo fatto che è immerso in una reggia sfavillante, perché la sua espressione triste lo rende la vittima stessa della sovrabbondanza in cui vive. Michelino ha notato l’espressione infelice di Gianfranco e, ignaro delle conseguenze del suo gesto, ha compiuto un autentico gesto di affetto.

E il compito è nostro: sta a ciascuno di noi dare valore alle piccole cose, a noi far sì che una manifestazione di affetto non si trasformi in un vuoto rituale finalizzato ad oliare la macchina dei consumi ma possa innescare un circolo virtuoso di condivisione, calore e gioia.

Il Calendario dell’Avvento letterario #18: versi “quasi” natalizi di Giovanni Raboni

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi

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Me l’ero ripromessa. Dài, quest’anno un post felice sul Natale, da regalare al bellissimo calendario dell’avvento letterario di Manuela. Su, coraggio. Ci ho provato. Ho provato a essere allegra e lieta, ma qui sopra, per tradizione, sono la guastafeste del Natale, Manuela lo sa e spero mi perdonerà.

Che poi sarebbe un errore dire che odi il Natale, solo la festa delle luci e della gioia spesso fa nascere in me qualcosa simile alla malinconia, forse un po’ più tenue.

Ed eccomi qui, ancora. Come si poteva prevedere, poi, la mia casellina parlerà di poesia.

Ho tentato di trasgredire e cercare racconti natalizi, romanzi, opere bizzarre che stuzzicassero la mia ispirazione, un po’ di colore e di allegria, e proprio mentre pensavo di averlo trovato… Ho notato che era già stato scritto!

Allora, mentre mi arrovellavo per trovare una nuova idea, ecco, tra libri e ricordi, ho fatto un tuffo nell’universo poetico, scavando nei versi e pensando al Natale.

Ho aperto una raccolta di Giovanni Raboni. Poeta milanese, classe 1932 (morto, troppo presto, nel 2004) amatissimo. “Non credo sia adatto”, ho pensato.

Ma ho continuato a leggere e ho respirato i versi che sento forti, mi sono addentrata nelle pieghe di una vita d’artista al limite tra la gioia e il dolore, in continuo viaggio, lento, tra i giorni e la passione.

Sfogliando le pagine di questo autore, tra passaggi poetici adorati e disperati, freschi a ogni lettura, anche lontana nel tempo, mi sono ricordata di qualche parola, un frammento, dedicato a dicembre e alle sue feste. Ho cercato nella memoria, nelle raccolte che avevo a disposizione. Non lo trovavo. Il testo in questione, scritto dall’autore in occasione del Natale 1997, era infatti apparso sulle pagine del “Corriere della sera” e i lacerti di testo si erano depositati nella mia mente come una traccia, un ricordo forse delle letture degli anni universitari.

In “Versi di Natale”, Raboni rivive e reinventa nella sua mente la notte della Vigilia, immaginando l’arrivo di pastori, che riconosce a uno a uno, carne della sua carne e ossa, e spirito, in cui rispecchiarsi.

L’ottica di tale poesia, certamente, non è quella serena del fanciullo che attende regali o s’incanta di fronte alle decorazioni, ma con lo stesso incanto si vede, tra i versi, il pensiero di un uomo e di un artista che cerca nello scorrere degli anni – il Natale inteso quasi come “confine” – la sua verità e una fonte di speranza possibile, spesso delusa.

 

Versi di Natale

Il mattino del mondo è nella notte

che lo precede, nello zampettìo

dei messaggeri di frodo sulla neve.

Niente, si sa, succede quando deve,

ogni cosa s’adempie in un momento

che non è il suo. Dentro la carovana

che s’avvicina immobile alla grotta

vi riconosco uno per uno, spiriti

benedicenti, mia carne, mie ossa: e

imploro di restarvi prigioniero

nell’amen che separa il ventiquattro

dicembre dal venticinque dicembre.

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“Il mattino del mondo”, l’inizio di tutto, è già racchiuso in una vigilia vissuta “di frodo”, quasi la visita dei pastori alla grotta fosse un atto di “contrabbando”, non consentito, in una vita in cui spesso l’uomo è esule dalla sua stessa esistenza. La vigilia di Natale, che si compie ogni anno come rito sempre uguale, diviene il luogo di un atto non consentito, perché “niente, si sa, succede quando deve, / ogni cosa s’adempie in un momento / che non è il suo.” E il poeta – spettatore di questa notte – sembra riconoscere ad uno ad uno i pastori, nella comunanza dell’umanità che si ritrova, nuova e uguale, ogni Natale. Li riconosce nella carne, nelle ossa, nello spirito e sogna di rimanere loro prigioniero (incantato, forse, nell’immobile e irreale magia della notte di Natale) in questo “amen” (e così sia, si va verso la fine di un altro anno e l’inizio di una nuova avventura) che separa il ventiquattro dicembre dal venticinque dicembre.

In punta di piedi, in una notte gelata, tra lo zampettio dei messaggeri, ogni uomo può percepire i propri fantasmi e desiderare di rimanere immobile sulla loro carovana.

Raboni non è il classico poeta da Natale, come dicevo in precedenza, e lo scrive anche in un’altra poesia: “Ma adesso, adesso – e Cesare che vuole / una poesia di Natale, da me! con l’aria che tira / di peste, tersa, meravigliosa […]” ma proprio nella festività ritrova quella febbricitante eccitazione che è forse lo specchio dell’uomo di fronte al passare inevitabile del tempo, o solo la consapevolezza di non poterlo fermare e di poter solo constatare che l’aria di Natale è un’aria “di peste”, ma anche “tersa e meravigliosa”.

Tale atmosfera nartalizia c’è anche in un altro componimento dell’autore, intitolato appunto “Mattino di Natale”.

 

“Gli sguatteri del principe, amico dei miei amici,

escono di buonora nella piazza

già coperta di neve

battendo i denti per il freddo nei loro bianchi grembiali

e chiamano con grida e casseruole

gli sparuti passanti: un venditore

di castagne, un soldato, un suonatore

di cornamusa, due spazzacamini…

che s’infilino presto nell’umido portone

del palazzo e poi giù nelle cucine soffocanti – li aiutino a servire

nella piccola cappella indicibilmente profana

un’anatra arrosto sul pavimento.”

C’è sempre il freddo, la neve già presente nei “Versi di Natale”, e il senso di spaesamento, in un’atmosfera che si fa più profana che sacra, ma anche di forte collaborazione e solidarietà in un Natale povero ma molto umano.

Così, il Natale di Raboni è una festa di gelo, sì, ma anche di comune fratellanza tra simili in carne, ossa e spirito.

In questi versi, come possiamo notare, il Natale diventa il pretesto per una riflessione più ampia sulla vita e sulla morte, che non cambiano le tradizioni ma ci trasformano in esse.

Un incantesimo che ci lascia sempre a bocca aperta, nella notte del mistero in cui forse, anche noi, vorremmo essere prigionieri dell’incanto dei pastori.

E, per parafrasare i versi precedenti “E Manuela che vuole / un post di Natale, da me! con l’aria che tira” anche quest’anno si dovrà accontentare di un post su chi, il Natale, lo scrive sempre un po’ da lontano e con gli occhi chiusi.

Ma non ne rimane mai indifferente.

Tanti auguri a tutti.

Il Calendario dell’Avvento letterario 2018 #6: partita a tombola con Erri de Luca

Questa casella è scritta e aperta da Francesca de Gli amabili libri

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Un fratello e una sorella, la notte della vigilia di Natale in una Napoli che si prepara alla mezzanotte sparando i fuochi d’artificio in grande stile. Ne La doppia vita dei numeri di Erri De Luca, Feltrinelli, una partita a tombola tra i due con l’aggiunta di due invitati speciali, i genitori che non sono più in vita da un po’, ma che riusciranno ad esser presenti e ogni numero estratto sarà il pretesto per ricordare un aneddoto.

Il Natale a Napoli si sa, è ricco di tradizioni che si tramandano di famiglia in famiglia. Il cenone da infinite portate con le donne che gelosamente conservano i trucchi per le proprie ricette, l’arte del presepe che vuoi mettere con l’albero di Natale? Ma non scherziamo proprio, e i giochi da fare per arrivare allo scoccare della mezzanotte delle due vigilie per poi andare tutti insieme in chiesa. E proprio per quanto riguarda i giochi quello della tombola è il più caratteristico del Natale. Probabilmente al nord preferiscono il mercante in fiera (che per averlo proposto un anno a momenti mi sbattevano educatamente fuori), ma qui al sud si gioca a tombola e non provate a proporre altro. Quando ero più piccola si iniziava a giocare dal giorno dell’Immacolata (8 dicembre) per finire il giorno della befana, quando ormai di natalizio è rimasto bene poco e la nostalgia per le feste già passate si inizia a sentire. Lo sapevate che questo gioco tipicamente napoletano è nato a Genova?

Ebbene sì, nacque nella città ligure nel 1539 per arrivare a Napoli un secolo e mezzo dopo. Nel 1734 Carlo III di Borbone voleva a tutti i costi ufficializzare il gioco del lotto in quanto essendo molto proficuo faceva bene alle casse del regno. Il frate domenicano Gregorio Maria Rocco non poteva tollerare un gioco del genere per i suoi fedeli. Il re ebbe la meglio nella disputa promettendo che nella settimana di Natale il gioco si sarebbe fermato per fare in modo che i cittadini non si distraessero e continuassero a volgere i loro pensieri unicamente nelle preghiere. I napoletani però, si sa, sono conosciuti per la loro famosa arte d’arrangiarsi e pensarono che se non potevano andare loro a giocare al lotto sarebbe stato il lotto ad andare nelle loro case, mettendo a punto un sistema di gioco che è quello che tutt’oggi conosciamo. I novanta numeri vennero messi nei panarielli di vimini e furono creati dei fogli con sopra i numeri. Il nome tombola deriva proprio dalla forma cilindrica del pezzo di legno dove è impresso il numero.

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LEI: Allora, lo facciamo uscire questo primo estratto? Li stai consumando i numeri là dentro.

LUI: 31! Il padrone di casa. 

Ogni numero corrisponde ad un evento, una persona, un oggetto e da qui la Smorfia, chiamata anche Cabala. L’origine del termine smorfia è la collegare al dio greco Morfeo (non a caso si utilizza per interpretare i sogni e trovare i numeri da giocare al lotto).

 

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #3: un Natale tra i Brat Pack

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Questa casella è scritta e aperta da Chiara di Librofilia

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Meno di zero è il romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis, pubblicato per la prima volta nel 1985 ed è uno dei pochi libri che, già durante la lettura, lascia avvertire una sorta di battito – o di beat, se preferite – costante nella testa poiché è pieno di musica e di riferimenti musicali, dalla prima all’ultima pagina.

Bret Easton Ellis era all’epoca un giovane scrittore appena uscito da un corso di scrittura creativa nel Vermont. Con il passare del tempo, è diventato sempre meno scrittore e più testimonial pubblicitario ma soprattutto troll sul web – a tal punto da aver perso più volte la pazienza, la motivazione e l’ispirazione necessaria per rimettersi a scrivere, anche se è prevista per aprile 2019 l’uscita del suo nuovo libro negli Stati Uniti, a ben dieci anni di distanza da quell’Imperial bedrooms nato come sequel proprio di Meno di zero ma che sembra fare un po’ acqua da tutte le parti. In Meno di zero, Ellis racconta di una generazione dedita solo ed esclusivamente allo sbando più totale e ben presto diventa una vera e propria epopea giovanilistica di vita metropolitana che racchiude in sé un malessere generalizzato e un costante desiderio di devastazione interiore.

Il romanzo narra le vicende del diciottenne Clay, che lascia il college del New Hampshire, dove studia, per ritornare a Los Angeles in occasione delle festività natalizie. Qui rivede i suoi amici – quasi tutti figli di produttori cinematografici o di artisti – e la sua ex ragazza Blair, tutti appartenenti ad una classe sociale materialista, affettivamente incapace e pericolosamente propensa alle esperienze estreme, interessata solo a sballarsi, a fare sesso, a dare festini e a correre frenetiche corse in auto.

La vacuità dei personaggi, la totale assenza di autorevoli figure genitoriali e la ricerca continua dello sballo rappresenta ovviamente il riflesso dell’ambiente circostante: la California e nello specifico Los Angeles, intesa come città senza un’anima e senza un’identità precisa, insomma un paradiso di lusso, di divertimento e di perdizione che però nasconde al suo interno immagini di un disastro sempre più imminente e inevitabile anche in prossimità del Natale.

Let's fuck Christmas together friday my house

La bellezza e l’importanza di questo romanzo è racchiusa quasi certamente nel talento e nella bravura di Bret Easton Ellis nel ricorrere ad una tecnica narrativa che affonda le sue radici nel minimalismo e che fa sì che lo stato delle cose sia descritto nel modo più oggettivo possibile, consentendo all’autore di sparire o di mostrare tutta la sua indifferenza nei confronti di una generazione di cui egli stesso fa parte, ma soprattutto perché contrappone l’alcool, il sesso, la droga e le scorribande cittadine al candore e alla purezza del Natale.

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Il Calendario dell’Avvento letterario 2018 #2: Neve, strenne e storie di Natale

Questa casella è scritta e aperta da Mara di Ipsa legit

 

Dicembre è appena cominciato, ma il profumo del Natale è già nell’aria, soprattutto in questa piccola cittadina di montagna dove mi sono trasferita l’anno scorso per lavorare come insegnante. Il profumo del Natale è fatto dell’odore inconfondibile dell’aria che aspetta la neve, l’aroma della cioccolata calda, il sentore dei focolari accesi oltre le finestre chiuse delle case, la fragranza del plaid in tartan appena lavato e stirato e steso sul divano, in attesa della sera. 

Il profumo del Natale è anche quello della carta delle pagine di un libro; a maggior ragione se il libro è una raccolta di racconti seasonal, come si dice in inglese: una collezione di storie di epoche, lingue e mondi diversi che narrano o celebrano la festività, esplorandone i significati antropologici e psicologici, storici e letterari. Non è un caso se, in questo periodo, gli scaffali delle librerie ce ne offrono una scelta amplissima, e ogni anno io non posso esimermi dal leggere questa o quella raccolta, di antica o nuova pubblicazione, firmata da uno solo o da tanti autori, di era vittoriana o contemporanea, condita di ironia o di mistero, per bambini o per i lettori di tutte le età. 

Lo scorso anno, però, è stato speciale. Nel 2017, infatti, è uscita in libreria la “mia” personale raccolta di racconti natalizi, che Edizioni Croce mi ha invitata a scegliere, a compilare, a tradurre (con la collaborazione di altri due valenti traduttori) e soprattutto a introdurre, regalandomi così la possibilità di mettere su carta tutto ciò che il Natale letterario ha significato e significa per me.

Questa raccolta si chiama Neve, strenne e storie di Natale e vi si possono trovare delle vere e proprie gemme di narrativa natalizia, alcune delle quali inedite in italiano e scovate dopo lunghissime ricerche fra gli archivi.

Thurlow e il racconto di Natale di John K. Bangs è una storia di fantasmi, scritta con sapienza, avvincente e con un colpo di scena davvero ben riuscito. Pat Hobby e il suo desiderio di Natale di Francis Scott Fitzgerald è una testimonianza in prima persona della classica Hollywood, nella quale il grande scrittore americano tentò più di una volta di trovare il successo. L’ideale infranto di Maria Messina è un delizioso racconto della provincia italiana, nel quale si mescolano nostalgia, realismo e buon senso. Jesusa di Emilia Pardo Bazán è denso della religiosità misteriosa del Natale. Tilly di Louisa May Alcott smuove la forza dei nostri ricordi infantili. Neanche per idea di Anthony Trollope è il tipico racconto vittoriano, impreziosito da una morale che non passa mai di moda. College Santa Claus di Ralph Henry Barbour è forse “il” racconto di Natale per eccellenza, colmo del senso di condivisione e di amicizia che ogni Natale dovrebbe portare con sé. Il mio primo Natale felice di Mary Elizabeth Braddon è un altro racconto vittoriano, che da buon rappresentante della sua epoca ci regala cascate di luce, di cibo e di allegria (con velati riferimenti, tuttavia, al dark side della scrittura del tempo, di cui Braddon fu un’eccelsa portavoce). Il sarto di Gloucester di Beatrix Potter è una perla potteriana, che non tradisce le attese. Infine, Discesa dalle nuvole di Grazia Deledda ci regala un bellissimo quadretto di vita femminile italiana, in preparazione delle feste e dell’inevitabile carico di meditazioni che risvegliano dentro di noi.

Per scrivere la mia introduzione, Sotto lo stesso albero. Racconti natalizi fra tradizione popolare, idealità e iconografia, mi sono immersa in un mondo caldo e sfavillante, ma anche profumato di cibo e tradizione, scoprendo aneddoti e storie che non conoscevo, e che spero contribuiranno a rendere il vostro prossimo Natale ancora più speciale. In questo libro troverete racconti di famiglie, di ragazzi, di giochi nella neve, di amicizia, di feste più o meno riuscite, di carità, di ricordi e di malinconia. Queste pagine dense di sentimento e di riflessione, se lo vorrete, potranno incamminarsi con voi verso il Natale oppure farvi compagnia proprio durante le feste, nella quiete di un salotto illuminato da un camino acceso e nell’eco delle carole; una nota di particolare bellezza è la quarta di copertina del volumetto, che si trasforma, nella magia di un attimo, in un biglietto d’auguri colmo di sorrisi.

 Buon Avvento e Buon Natale a tutti voi! 

 

 SCHEDA DEL LIBRO

 Neve, strenne e storie di Natale

 A cura di Mara Barbuni

 Traduzioni di S. Asaro, M. Barbuni, V. Visaggio

 Edizioni Croce, Roma 2017

 Prezzo: 16€

Il Calendario dell’Avvento letterario #24: buon Natale, Raymond

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Questa casella è scritta e aperta da Mariateresa di Casa di ringhiera

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Ricordo benissimo la prima volta che ti ho incontrato. Te ne stavi lì, con le tue parole troppo semplici e risolutive. Io ti guardavo, ma non capivo. Forse non ero pronta. Poi ricordo ancora meglio quella sera. Tu eri sempre lo stesso, semplice e risolutivo, solo che nel frattempo io ero cambiata. Mi sentivo tanto sola, anche se al di là della parete si teneva una partita a carte molto affollata e molto alcolica. Sentivo solo il bisogno di essere compresa.

Mi ero sdraiata sul letto, la luce della lampada da tavolo accesa e una sigaretta nella mano sinistra. Poi ho pensato a te. Vedi Ray, io ti avevo sottovalutato completamente.

Pensavo che quel tuo essere così semplice e risolutivo fosse solo mancanza di parole. Pensavo che nella notte di Natale non ci si dovrebbe sentire mai così tristi e inadeguati. Pensavo che “che cazzo avranno questi da ridere così di gusto?” Pensavo che io a carte non ci so neanche giocare. Pensavo che in fin dei conti al mio dolore nessuno ci stesse facendo davvero caso.

Così ti ho visto entrare nella mia testa, nei miei occhi, nel mio cuore temporaneamente pietrificato dall’ennesima delusione. Era come se ti avessi lì, di fronte a me, pronta finalmente a farti tutte quelle domande che mi tormentavano da una quantità indefinibile di mesi, giorni, minuti. Ti lessi tutto d’un fiato, chiusi il libro e lo abbracciai così forte da farmi salire due lacrimoni spaventosamente reali. Non credevo fosse possibile, dopo essermi costruita l’ultima corazza di ghiaccio e pietra, sentirmi di nuovo vulnerabile.

Dopo credo di essermi addormentata, ti ho sognato mentre mi leggevi Da dove sto chiamando ed io ridevo e ti dicevo che prima dovevi chiamare tua moglie, anche se quello avrebbe significato correre il rischio di non ricevere risposta. Che la vita è tutta lì Ray, nel rischio di una non risposta.

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