Rileggendo i classici #3: la saga dei Forsyte

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La saga dei Fosyte,  capolavoro del premio Nobel  John Galsworthy, abbraccia tre generazioni e una generosa fetta di storia inglese: l’epoca vittoriana, il suo achmé e il suo declino, foriero di un futuro sconosciuto e misterioso, fatto di Labourismo, ascesa della piccola borghesia e altre diavolerie moderne, che mettono a repentaglio uno stile di vita dai confini tracciati col righello, senza mai uscire dai margini.
Quella dei Forsyte è una famiglia numerosa, i cui personaggi principali emergono però con caparbia determinazione: il vecchio Jolyon, orgoglioso e sentimentale; suo figlio, il giovane Jolyon, dalla natura artistica e dal passato sentimentale tormentato; sua nipote June, una ragazza minuta con un’aureola di capelli biondo rame, testarda come tutti i Forsyte.

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Su tutti spicca Soames Forsyte, il possidente, “l’uomo di proprietà”, un personaggio facile da odiare, ma che ispira anche un’involontaria pietà. Soames incarna perfettamente lo spirito del tempo, quell’irresistibile necessità di trattenere il passato e il presente senza far spazio a un futuro confuso: un futuro che vede l’Impero a repentaglio,  tra le guerre anglo-boere e la morte dell’immensa regina Vittoria. Un futuro che vede l’alta borghesia dei Forsyte, priva di titoli nobiliari e ancorata nelle proprietà, minacciata dalla piccola borghesia e dalle sue pretese.

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Quello dei Forsyte è un circolo chiuso, disturbato dagli estranei che entrano a far parte della famiglia senza condividerne l’essenza, lo spirito; fra tutti, la più estranea è la bellissima Irene, che ha sposato Soames per i suoi soldi e lo disprezza con tutto il cuore. Irene non parla mai per se stessa: arriva al lettore filtrata dalle descrizioni e percezioni altrui. Prima che come personaggio o come donna, arriva come zaffata di bellezza: quella stessa bellezza, eterna ed evanescente, che i Forsyte, nonostante le loro ricchezze, non riescono a comprendere, né a possedere, essendo la loro dimensione spirituale soffocata da quella materiale.
La giovane donna dall’eleganza innata, il portamento eretto e orgoglioso, i capelli dorati e gli occhi di velluto, rimane un mistero per Soames; non lo guarda se non con freddezza e con disprezzo, non gli rivolge la parola se non per rispondere in sussurri forzati.

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La sua algida indifferenza viene messa a dura prova da Bosinney, affascinante architetto fidanzato con June, cugina aquisita e amica più cara di Irene; I due diventano amanti, e la faccenda fa venire alla luce gli istinti più bassi di Soames, per il quale amare significa possedere.
Soames non riesce a capire come sia possibile che la bellissima moglie, tutta pizzi e spalle bianche e capelli dorati, possa non appartenergli, di fatto come di diritto; passa notti insonni alla ricerca della chiave che gli permetta di aprire la porta della camera di Irene, sempre chiusa per lui; arriva a usarle violenza, a pretendere con la forza quello che dovrebbe essere suo, perché non c’è niente che un Forsyte non possa comprare.

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Eppure, Soames è condannato a una vita di solitudine: Irene se ne va e si risposa col cugino, il ribelle Jolyon Jr; la sua seconda moglie, la giovane Annette, adempie al dovere di dargli un figlio e rimane distante e sfocata; perfino l’amatissima figlia, Fleur, finisce per innamorarsi del figlio di Irene e Jolyon, Jon, infilandosi nel cul de sac di una faida familiare che ha poco da invidiare a quello dei Montecchi e dei Capuleti.
Il triangolo amoroso tra Irene, Soames e Jolyon riflette la vicenda autobiografica dell’autore: Galsworthy brucia infatti di passione amorosa per Ada, moglie di suo cugino Arthur. I due sono amanti per quasi dieci anni, fino alla morte del padre dello scrittore; dopo la sua dipartita, Ada chiede il divorzio e i due possono finalmente sposarsi, allontanandosi però da una società bigotta che guarda di mal grado ai matrimoni finiti.

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Nonostante tutto, è difficile, nell’arco dei tre romanzi della saga – Il possidente (A man of property);  Nella ragnatela – In chancery, pubblicato anche col titolo Alla Sbarra da Mondadori nel 1939, nella traduzione di Elio Vittorini;  Affittasi (To let) – non provare pietà per Soames, erede dell’abbacinante filosofia dei Forsyte, secondo la quale essere è possedere, amare è possedere, e possedere equivale a non morire. I Forsyte si sentono immortali: provano shock e indignazione quando qualcuno di loro tira le cuoia, ma si consolano pensando al suo ricco testamento, sempre escogitato in modo che i beni siano vincolati ai Forsyte di sangue.

Tra di loro, Soames si muove con una sorta di ottundimento: non è brutto, non è illetterato, non è zoppo, non è sfigurato, ma non riesce a farsi amare. È ricco, in salute, ha una ricca collezione di opere d’arte, ma non possiede quell’altruistica devozione capace di ammetterlo al cospetto della Bellezza. Perfino la sua devozione per Irene, per Fleur lo condanna alla solitudine: devozione che confonde l’amore col possesso, senza volerlo, senza esserne consapevole.

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Il mondo solido, robusto, apparentemente intoccabile di Soames si sgretola poco alla volta: con la fuga di Irene e il successivo, lungamente ritardato divorzio; col matrimonio di Irene con Jolyon; con la morte dell’eterna regina Vittoria, il cui funerale segna il tramonto dell’epoca a lei intitolata, che ha sancito le libertà del possidente e ha canonizzato l’ipocrisia di un’intera società; col matrimonio della figlia Fleur, autocondannatasi ad un’unione senza amore dopo aver perso Jon, il figlio di Jolyon e Irene, per colpa di una faida che nessuno riesce a dimenticare.
Se non sono riuscita a provare simpatia per Irene, arroccata nel suo odio per Soames – non totalmente giustificato – e nell’autocommiserazione, ne ho provata tanta per Soames, l’infelice prodotto di un’epoca ormai al tramonto, il rampollo di una società che ha occultato I suoi valori sotto un velo di ipocrisia e di cupidigia. La sua costante tensione verso l’amore, nell’incapacità di capirlo, e verso la bellezza, nell’impossibilità di avvicinarsi ad essa, lo assolvono dal suo ruolo di cattivo, rendendolo un personaggio straordinariamente vulnerabile ed umano;  a mio parere, uno dei personaggi più belli e meglio riusciti della storia della letteratura.

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La saga dei Forsyte è completata da due racconti che Galsworthy definisce interludi: L’estate di San Martino, contenuto nella raccolta Cinque racconti (Five Tales) e Risveglio (Awakening), che però non ho letto.
Ho letto i tre romanzi della saga in inglese; in italiano sono disponibili nella traduzione di Gian Daùli e in quella di Lucio Angelini per Newton Compton (che, a una prima ricerca, sembrerebbe fuori catalogo).
Le immagini che ho usato per il post sono tratte dalla serie omonima della PBS.

Soundtrack: Death of a ladies’ man, Leonard Cohen

Rileggendo i classici#2: la solitudine di Jane Eyre

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Rileggendo Jane Eyre, non ho potuto fare a meno di pensare alla sua solitudine.

La sua è una storia di mancanze: dei genitori; di una persona che la faccia sentire protetta, sicura e amata; di un tetto sopra la testa, di un posto da chiamare casa.

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Da un certo punto di vista, Jane è un’antesignana del precariato 2.0: orfana, cresce a Gateshead, casa della perfida zia Reed, che non fa niente per soddisfare il bisogno di accettazione e di amore della bambina. Viene poi mandata a studiare in una scuola così rigida che, tra freddo, privazioni, acqua sporca e cibo insufficiente, diverse ragazze perdono la salute o addirittura la vita, come nel caso di Helen, la migliore amica di Jane. Jane riesce a sopravvivere e a diventare insegnante nella stessa scuola, diventata più moderna e rispettabile: ma la sua vita inizia a starle stretta. La ragazza vuole vedere quel mondo che, dalle sue quattro mura, sembra così immenso, così lontano. Da brava ragazza moderna e indipendente, Jane decide di pubblicare un annuncio per trovare un posto da tutrice: finisce così a Thornfield, dove si imbatte per la prima volta nell’amore.

Un amore intenso, tanto da sconfinare quasi nell’amore tossico.

Un amore così totalizzante da diventare idolatra: nell’immaginario di Jane, l’oggetto del suo amore – Rochester – diventa simile a una divinità da adorare.

Vorrei soffermarmi un attimo su quest’aspetto, comune sia ad Emily – immortale autrice di Cime tempestose – sia a Charlotte Brontë: l’amore come religione.

In Cime tempestose, l’amore tra Cathy e Heathcliff trascende l’umano e il divino comprendonio, sfidando le leggi della terra e del cielo: Cathy sostiene che la sua anima e quella di Heathcliff siano fatte della stessa sostanza, e che solo insieme i due riescano a essere completi (lui è me più di me stessa!). Quando Cathy muore, Heathcliff esclama disperato di non essere in grado di vivere senza la sua vita e la sua anima, dileguatesi con Cathy. A sua volta, l’intensa, capricciosa, incostante Cathy, più e più volte evocata da Heathcliff, torna a manifestarsi anche dopo la sua dipartita; dopo la morte di Heathcliff, i passanti sono pronti a giurare che i due fantasmi passeggino insieme nelle notti brumose delle brughiere dello Yorkshire.

L’amore come religione è presente anche in Jane Eyre, mitigato dalla rettitudine e dai valori morali dalla protagonista, che le impediscono di cedere a un abbandono assoluto. Quando St John, cugino ritrovato dopo rocambolesche vicissitudini in un improvviso e inaspettato twist of fate, le propone di soffocare l’amore per Rochester – un amore che non può realizzarsi – e dedicarsi totalmente alla fede, diventando missionaria in India (e sua moglie), Jane esita. È combattuta tra il fare la cosa – apparentemente – giusta e l’obbedire ai dettami del cuore; tra purezza e tentazione; tra due tipi di fede – quella in Dio e nell’integerrimo parroco St John e quella in Rochester.

Quello di Rochester è però un amore bugiardo: un amore che nasconde in soffitta una moglie malata di mente – Bertha Mason, sposata nella lontana, esotica Giamaica. Jean Rhys, nell’ambito del filone del neocolonialismo letterario, ha cercato di riscattare la figura di Bertha/Antoinette in Wide Sargasso Sea, storia della colonizzata – Bertha – strappata via dalla sua terra, dal suo clima e dalla sua gente dall’inglesissimo Rochester, trapiantata forzatamente in una società oppressiva e patriarcale alla quale non appartiene, a metà strada tra il bianco caucasico e il nero giamaicano.

Devo ammettere che, rileggendo Jane Eyre, ho sviluppato una percezione molto diversa di Rochester: nonostante sia prigioniero di un matrimonio affrettato e una situazione infelice, rifiuta di accettare – e affrontare – la realtà e cerca di scappare – prima girando l’Europa alla ricerca di amanti usa e getta, poi mentendo a Jane, chiedendole di diventare sua moglie senza raccontarle il suo segreto. Rochester è lunatico, cupo, collerico: quando Jane, dopo aver scoperto l’esistenza di Bertha, decide di non restare a Thornfield e rischiare di diventare l’amante di Rochester, anche se lasciarlo le spezza il cuore, confessa di avere paura della reazione di Rochester, della sua rabbia.

A questo proposito, ho trovato particolarmente pertinente l’analisi di Samantha Ellis in How to be a Heroine, or what I’ve learned from reading too much: Rochester pecca di machismo e di presunzione nel non considerare l’intelligente, indipendente, coraggiosa Jane come sua pari: per lui è la sua piccola Jane, un uccellino da vestire di seta e ricoprire di perle. Non a caso, una delle mie citazioni preferite tratte dal romanzo è la seguente:

Per Rochester, Jane è una creatura fragile da proteggere da Bertha, da sposare in fretta e furia e in segreto, per evitare che qualcuno mandi tutto all’aria, cosa che in effetti succede.

Anche quando si arriva al celeberrimo lettore, l’ho sposato e si tira un sospiro di sollievo, perchè Jane e Rochester sono finalmente insieme, si tratta di un lieto fine a metà: secondo la Ellis, Rochester accetta Jane come sua compagna e sua pari solo dopo essere diventato un “uomo a metà”, cieco e privo di una mano; solo allora la loro diventa una vera unione, una comunione di mente e anima, in cui lui, Rochester, rispetta e ama lei, Jane, per quello che è veramente: non un uccellino fragile e indifeso, ma una donna coraggiosa e indipendente, dall’invidiabile forza interiore, grazie alla quale riesce a superare avversità e solitudine.

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E torniamo, dopo questa lunga digressione, alla solitudine di Jane: la Jane bambina desiderosa di amore, in punizione nella tanto paventata stanza rossa, dove crede di vedere il fantasma dello zio; la Jane ragazzina, che si sveglia abbracciata al corpo esanime dell’adorata amica Helen; la Jane ragazza dal cuore spezzato, che scappa da Thornfield senza portare niente con sé e passa tre orribili giorni da mendicante, dormendo fuori al freddo e mangiando poco e niente, prima di essere accolta da St John e le sue sorelle; la Jane donna, maestra in una piccola scuola di campagna, che vive sola in un’umile dimora isolata, passando serate cupe e eterne in compagnia di un libro o dei suoi disegni, aspettando un segno che la riporti da Rochester.

La sua pazienza, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua rettitudine, la sua fede smisurata nell’amore e in Rochester le permettono di essere in grado di accorrere da lui quando Rochester ha ormai perso tutto, e fanno di Jane Eyre un’eroina senza tempo.

Soundtrack: Stubborn love, The Lumineers

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Fonte: schmoop.com/jane-eyre/summary.html

Rileggendo i classici#1: Guerra e Pace di Lev Tolstoj

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Da un po’ di tempo accarezzo l’idea di rivisitare i classici, sia quelli che mi hanno accompagnato nel corso della mia vita di lettrice e fanno ormai parte di me che quelli che leggo per la prima volta o rileggo e imparo ad apprezzare.

Avevo da mesi sul comodino (o meglio, nel Kindle che sta sul comodino) Guerra e pace, la cui lunghezza mi ha sempre spaventato un po’, specie per la mancanza di tempo, quel tempo che sembra scivolarmi tra le dita come sabbia sottilissima e diventare sempre più esiguo, sempre più rarefatto. Comunque, complice il nuovo adattamento della BBC (con una Lily James che finora non è riuscita a convincermi: mi sembra lady Rose di Downton Abbey trapiantata in Russia) ho deciso di intraprendere l’ardua impresa durante le vacanze di Natale. In realtà, tra la vacanza a New York e il colpo di fulmine per Miriam Toews, alla fine a Natale ho letto pochissimo, ma sono riuscita a recuperare grazie ai fine settimana uggiosi di questo piovosissimo gennaio.

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Leggere Guerra e pace è un’esperienza unica: si ha la sensazione di entrare in un universo parallelo, popolato da un sacco di persone dai cognomi fin troppo simili; persone che, nel lungo arco di tempo abbracciato dal romanzo (1805 – 1820) nascono, crescono, maturano, combattono, sbagliano, si pentono, ritrovano la fede, tradiscono, spezzano il cuore a qualcuno, restano col cuore spezzato, sono incapaci di amare, imparano ad amare, abbracciano nuovi credi e nuove filosofie, ereditano titoli nobiliari, perdono i loro averi, si sposano per convenienza, si sposano per amore, si ammalano, muoiono. L’altra cosa che mi ha colpito di G&P è quella sorta di linea di demarcazione che separa le parti che parlano di guerra da quelle che parlano della vita fuori dai campi di battaglia, tra un trattato di pace e una nuova invasione francese; non sono solo le tematiche a cambiare, ma anche il modo di affrontarle, il modo di descrivere e scavare nei personaggi, e, quasi impercettibilmente, la penna di Tolstoj.

Per agevolarvi la lettura, tre sono le principali famiglie che popolano le pagine di G&P:

  • i Rostov, con l’incantevole Natasha, l’incostante fratello Nicholaj, la docile e remissiva cugina Sonja;
  • i Bezuchov, con Pierre, goffo, idealista, bravo a dire e fare la cosa sbagliata, e la bellissima, algida moglie Helene, cacciatrice di dote, fredda e lontana come uno specchio;
  • i Bolkonskij, col mio amato principe Andrej (quando leggerete il romanzo ve ne innamorerete anche voi, non c’è scampo), la devota, paziente fino all’esasperazione sorella Maria Bolkonskija, il bilioso padre, il vecchio principe Bolkonskij, arrabbiato con tutti, anche con se stesso.

Ci sarebbe anche una quarta famiglia da ricordare, ma sono tutti talmente antipatici che preferisco relegarli al ruolo che dovrebbero avere, quello di malvagi tessitori: il principe Vasilij  Kuragin, uomo meschino ed arrivista, determinato a fare di tutto per concludere matrimoni vantaggiosi per i figli, Anatole e Helene, nonostante sia consapevole della mancanza pressoché totale di valori, freni e inibizioni in entrambi i figli. Tolstoj accenna a un possibile rapporto incestuoso tra Anatole e Helene, e il loro comportamento non migliora con gli anni: Helene adesca il povero Pierre, figlio illegittimo del conte Bezuchov e erede improvviso della sua immensa fortuna, per poi bandirlo quasi immediatamente dall’alcova coniugale e dedicarsi apertamente alla vita di società e a una sfilza di amanti; Anatole, segretamente sposato con una ragazza polacca. spezza il cuore e rovina la reputazione all’ingenua (e annoiata) Natasha. Ma procediamo con ordine.

La cosa che più ho amato di G&P è la straordinaria capacità di Tolstoj di descrivere l’evoluzione/involuzione dei suoi personaggi. Mi concentrerò sui tre personaggi principali: Natasha, Pierre e Andrej.

Nelle prime pagine del romanzo, Natasha è una ragazzina appena uscita dall’infanzia che si affaccia sull’adolescenza. È dotata di una vitalità e di una joie de vivre tale da illuminare tutte le pagine sulle quali si affaccia: è vivace, quasi incontenibile, ha comportamenti sbarazzini che scombinano nello sconveniente, le piace sperimentare (ad esempio, rubare un bacio al suo primo “innamorato”, il giovane Boris). Per tre quarti del romanzo è un personaggio incredibilmente affascinante, uno dei più belli della storia della letteratura: attraversa la vita in punta di piedi sulle sue scarpette da ballo, tra mussolina bianca e rosa e ricci neri; canta come una sirena, e nessuno è capace di resistere alla commovente dolcezza della sua voce; è semplicemente felice, felice di esistere, di essere viva, di rifugiarsi nel lettone della madre per i pettegolezzi e le confessioni notturne. È curiosa, ha voglia di sperimentare, di provare tutto, di succhiare il midollo della vita, per parafrasare Thoreau; mi fa pensare a una canzone degli Strokes, I’ll try everything once. Natasha ha voglia di crescere, di raccogliersi i capelli, di indossare vestiti eleganti, di iniziare a partecipare ai balli.

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War & Peace - First Look

Programme Name: War & Peace – TX: n/a – Episode: War & Peace – First Look (No. n/a) – Picture Shows: Natasha Rostov (LILY JAMES) – (C) BBC – Photographer: Laurie Sparham

Il primo ballo di Natasha, durante il quale conosce – e inizia a innamorarsi -del principe Andrej, resta una delle pagine più belle della letteratura.

Da un pezzo io ti aspettavo, pareva che dicesse quella fanciulla spaurita e felice, col suo sorriso che spuntava fra le lacrime già pronte, alzando la mano per posarla sulla spalla del principe Andrej. Essi erano la seconda coppia che entrava nel circolo. Il principe Andrej era uno dei migliori ballerini del suo tempo. Natascia ballava mirabilmente. I suoi piedini, nelle scarpine di raso, pareva si sollevassero rapidi e leggeri, indipendentemente da lei, e il suo volto raggiava per l’entusiasmo della felicità […] Il suo collo e le  sue  braccia erano di una magrezza infantile,  non belle.  Paragonate con le spalle di Elèna,  quelle di Natascia erano gracili,  il seno non  formato,  le braccia sottili;  ma su Elèna pareva si fosse posata la patina di tutte le migliaia di sguardi che  avevano  sfiorato  il  suo  corpo,  mentre Natascia aveva l’aspetto di una bimba che per la prima volta indossava un  abito  scollato,  una bimba che si sarebbe vergognata di mostrarsi così se non l’avessero convinta che così era necessario fare. Al principe Andréj piaceva ballare e, desideroso di liberarsi al più presto sia delle conversazioni politiche e impegnate che tutti intavolavano con  lui, sia della  timidezza che lo indispettiva, cagionata dalla presenza del sovrano, si era messo a ballare e aveva scelto Natascia, perché Pierre gliel’aveva indicata e perché era stata la prima donna graziosa a cadergli sotto gli  occhi; ma non appena ebbe stretto quel busto sottile ed agile e Natascia cominciò a muoversi così presso a lui e gli sorrise così vicino, l’aroma della sua grazia gli salì alla testa; e mentre, riprendendo fiato e lasciandola, si fermava a guardare le coppie che ancora ballavano, si sentì  ringiovanito e pieno di vita”.

(Traduzione Itala Pia Sbriziolo, UTET Torino)

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 Nel corso del suo primo ballo, che demarca il suo ingresso nell’età adulta, la brillante, vivace, inesauribile Natasha incontra il principe Andrej, reduce da un matrimonio infelice, dalla morte della giovane moglie – la graziosa principessina Lise – durante la nascita del loro primo e unico figlio, dagli obbrobri della guerra.

Andrej, segnato in gioventù dal matrimonio infelice con la bella Lise, appare all’inizio freddo, rude, antipatico, egoista. Vuole scappare dalla sua vita, da quei giorni sempre uguali, e si arruola, affidando Lise, prossima al parto, alle cure della remissiva sorella Maria e dell’iracondo padre. Lise muore di parto, qualche ora prima che Andrej riesca a rientrare a casa dopo una brutta ferita: una ferita quasi mortale che l’ha lasciato lì per ore, a terra, a contemplare il cielo e le nuvole, ed assorbire, per la prima volta, il significato profondo e il valore intrinseco della vita. Andrej torna a casa, pronto a farsi perdonare da Lise per la sua freddezza e il suo egoismo, pronto a ricominciare con lei e col loro bambino. Trova Lise già morta, con gli occhi spalancati, negli occhi un’espressione che non dimenticherà facilmente: una condanna che contiene un’implicita domanda, “perché mi hai fatto questo?”

Andrej conduce una vita solitaria e riservata fino al suo incontro con Natasha nella sala da ballo. La osserva, la studia, e fa una scommessa con se stesso: se la ragazza, dopo essere stata invitata a ballare, si prenderà cura anche della cugina Sonja rimasta senza cavaliere, la sposerà.

Natasha si prende cura di Sonja, non la lascia a fare tappezzeria, e in Andrej esplode un sentimento senza precedenti e senza pari, che lo riconcilia con la vita, che lo rende per la prima volta felice. Confida la sua scoperta dell’amore all’amico Pierre, che, intrappolato nel suo matrimonio infelice e sterile con Helene e segretamente da sempre innamorato della piccola Rostova, fa del suo meglio per nascondere il sottile senso di malinconia che lo pervade. Andrej parte per un anno, in viaggio per l’Europa, cercando di ritardare l’inevitabile conflitto con l’irascibile principe Bolkonskij, che non vuole concedergli la sua benedizione: Natasha, che ha appena scoperto l’amore e ne viene altrettanto improvvisamente privata, cade in una sorta di trance. Non conosce la pazienza dell’attesa: conosce a malapena Andrej, ha appena avuto il tempo di esplorare questo sentimento tutto nuovo, ed è costretta a stare lontana da lui per un anno. È facile per Anatole, damerino provetto, strapparle un bacio, dichiararle amore eterno e costringerla a scappare con lui, che è già sposato. Sonja la salva, Andrej non la perdona, Natasha cerca di togliersi la vita e precipita in un vortice di depressione che porta via con sé la sua freschezza, la sua spontaneità, la sua innocente, accattivante giovinezza in fiore. La domanda sorge spontanea: Natasha, come hai potuto tradire l’intenso, forse un po’ troppo serioso ma maturo e con i piedi per terra principe Andrej e cercare di scappare con un damerino che hai frequentato per un paio di giorni?

Chi sta più vicino a Natasha è Pierre, che è anche il personaggio che conosce una maggiore evoluzione nel corso del romanzo: all’inizio è un adolescente goffo e insicuro, un figlio illegittimo cresciuto in Francia, inizialmente disprezzato da tutti per la sua mancanza di cognome e titolo, poi corteggiato da tutti per il suo titolo e l’immensa ricchezza ereditata dal padre. Il giovane Pierre diventa da un giorno all’altro il ricco e influente conte Bezuchov, e non riesce a gestire la cosa: si fa convincere (costringere) a sposare Helene, vive una vita dissipata, si dedica anima e corpo alla massoneria, ha una (brevissima) esperienza sul campo di battaglia, nel quale incontra Andrej, ormai cinico, freddo e distaccato, pronto ad andare incontro al suo destino. Andrej viene gravemente ferito in guerra, e, per un’assurda casualità, si ritrova a casa di Natasha, che diventa la sua instancabile infermiera e riprende alcuni dei tratti della Natasha di un tempo: la grazia felina, il piede leggero, il passo da ballerina che trasforma ogni movimento in una danza. Andrej si riconcilia con la vita e, in una delle scene più commoventi del libro, dichiara il suo amore immutato per Natasha, che a sua volta non ha mai smesso di amarlo.

 

Lieto fine? Troppo facile. Tolstoj fa morire Andrej un paio di giorni dopo, affidando l’inconsolabile Natasha alle cure di Maria, sorella di Andrej, che, sorprendentemente (e convenientemente, dato che i Rostov hanno perso quasi tutto e lei è una ricca ereditiera) sposa Nicholaj, fratello di Natasha, da sempre innamorato della povera Sonja.

E Natasha? Non solo sposa Pierre, cosa già di per incomprensibile, almeno per me, ma, nel primo dei due epiloghi, diventa una donna grassa e sciatta, che non ha più voglia di pettinarsi né di scegliere un vestito decente. Dove sono finite la sua bellezza, la sua grazie, l’irresistibile luce dei suoi occhi neri, l’irresistibile vitalità? Tolstoj sembra suggerire che tutte queste amabili doti fossero semplicemente funzionali a trovare marito: ora che ha Pierre e i loro bambini, l’unica cosa che le interessa è parlare col marito, stare attaccata al marito, essere al centro dei suoi pensieri e del suo mondo. Ogni assenza di Pierre la getta in un vortice di depressione e malumore che finisce solo quando sente il rumore della sua slitta nel cortile. Per un personaggio così complesso, così delicato, così poliedrico, è un epilogo un po’ riduttivo: ma ricordiamoci anche la fine che Tolstoj ha fatto fare alla mia amatissima Anna Karenina, mentre il fratello Stiva si prendeva una strigliata e una pacca sulle spalle per le sue scappatelle extraconiugali.

E la povera Sonja, vi chiederete voi? Non solo, dopo aver amato Nicholaj tutta la vita, deve assistere col cuore pesante al suo matrimonio con Maria, ma va anche a vivere con loro! Tolstoj, ma che fine fai fare a queste povere eroine?

Per invogliarvi alla lettura del romanzo (il Guardian lo mette nella sua lista dei venti romanzi che tutti fanno finta di aver letto – a voi quanti ne mancano?), vi consiglio di guardare il nuovo adattamento della BBC, in onda su BBC 1 la domenica alle 21.

Se poi volete sbizzarrirvi e dare libero sfogo al nerd che c’è in voi, qui trovate un test per mettere alla prova la vostra conoscenza delle vicende storiche narrate in G&P, mentre qui trovate dei consigli di stile per emulare il look delle immortali eroine tolstojane.

Buona lettura!

 

Soundtrack: Take this waltz di Leonard Cohen, in onore del primo ballo di Natasha e Andrej

 

PS: io ho letto G&P in inglese, nell’edizione Wordsworth Classics. Ho usato per la citazione in italiano la traduzione di Itala Pia Sbriziolo, pubblicata da UTET). Tutte le immagini che ho usate nel post sono scene dell’adattamento BBC.

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