Leonard, that’s no way to say goodbye

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È tremendamente difficile cercare di spiegare quanto ci si possa sentire toccati dalla scomparsa di qualcuno che non abbiamo mai incontrato. È difficile cercare di spiegare che ci sono persone che incidono più di tante altre nella nostra formazione, crescita, maturazione, aiutandoci a definire i nostri gusti grazie alla forza della loro musica e delle loro parole.

Per me, Leonard Cohen è tutto questo. È la persona che, grazie alla sua musica e alle sue parole, è entrata nella mia vita quotidiana, diventandone la colonna sonora costante.

Mi sono innamorata con le sue canzoni; le sue parole hanno curato il mio cuore spezzato. Ogni volta che sono stanca o triste o scoraggiata o ho una delle mie emicranie, la sua è l’unica voce che riesce a calmarmi, a rassicurarmi, a ricordarmi che, anche quando niente sembra più avere senso, c’è sempre una fessura da cui entra un po’ di luce.

Cohen, con la sua celebrazione e sublimazione della malinconia, mi ha insegnato che la tristezza non è una colpa, ma uno stato animo da cui farsi abitare, con cui imparare a convivere, da cui tirare fuori una poesia infinita.

Mi ha insegnato che tutti si sentono persi, a un certo punto, e che va bene così: bisogna perdersi, per ritrovarsi interi. Bisogna accettare il rischio di perdere, di rimanere col cuore spezzato, per imparare ad amare.

Mi ha insegnato che bisogna mettersi in discussione, sempre, esplorare la propria interiorità e la propria spiritualità, senza avere la presunzione di delimitarne i confini.

Prima di andarsene, Leonard ha lasciato un messaggio di addio: il suo ultimo disco, You want it darker, pervaso da una malinconia struggente, registrato quasi interamente da una poltrona speciale in cui era costretto a stare seduto a causa del tumore che lo stava corrodendo. È l’addio di un uomo, un padre, un amante, un artista che ha amato e celebrato la vita in tutte le sue sfumature, anche le più cupe, le più tormentate. È l’addio di una persona che ha vissuto appieno, e si sente pronta a quello che verrà, qualunque cosa sia:

You want it darker
Hineni, hineni
I’m ready, my Lord

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You want it darker è una toccante celebrazione della vita, uno struggente inno a quell’amore che la rende reale:

 

If the sun would lose its light

And we lived in an endless night

And there was nothing left that you could feel

If the sea were sand alone

And the flowers made of stone

And no one that you hurt could ever heal

Well that’s how broken I would be

What my life would seem to me

If I didn’t have your love to make it real

 

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E Cohen non ha mai smesso di celebrarlo, l’amore, in tutta la sua trascendenza. We are so lightly here. It is in love that we are made. In love we disappear, siamo fatti d’amore e a un certo punto vi facciamo ritorno, cantava in Boogie street. La mia canzone preferita, Famous blue raincoat, è una bellissima lettera d’amore, un triangolo amoroso di difficile definizione, un tentativo di esplorare le sfumature più nascoste, più recondite, più oscure di questo sentimento universale ed eterno.

Un paio di mesi fa, Cohen ha mandato questa lettera alla sua eterna musa, Marianne Ihlen, qualche giorno prima della morte di lei:

Well Marianne it’s come to this time when we are really so old and our bodies are falling apart and I think I will follow you very soon. Know that I am so close behind you that if you stretch out your hand, I think you can reach mine. And you know that I’ve always loved you for your beauty and your wisdom, but I don’t need to say anything more about that because you know all about that. But now, I just want to wish you a very good journey. Goodbye old friend. Endless love, see you down the road.

 (Marianne, siamo ormai vecchi e i nostri corpi stanno andando a pezzi, e penso che ti seguirò molto presto. Sappi che sono dietro di te, così vicino che, se allunghi la mano, credo che riuscirai a toccare la mia. E sai che ti ho sempre amato per la tua bellezza e saggezza, ma non c’è bisogno che aggiunga altro, perché sai già tutto quello che c’è da sapere. Ora voglio solo augurarti buon viaggio. Arrivederci, amica mia. Amore infinito, ci vediamo in fondo alla strada). So long, Marianne.

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Questa è invece la mia lettera per te, Leonard, sconosciuto amico, amante, maestro: grazie per aver trovato sempre le parole giuste, le parole che nessuno è mai riuscito a trovare. Grazie di avermi fatto sentire meno sola. Grazie di esserti preso cura della mia educazione musicale – e sentimentale. Grazie di avermi fatto guardare dentro di me. Grazie di avermi dato degli stimoli, delle risposte. Grazie di avermi rassicurata. Grazie di avermi fatto emozionare. Grazie di avermi toccato col tuo guanto, di aver ballato con me fino alla fine dell’amore, a mille baci di profondità. Leonard, that’s no way to say goodbye.

 

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Quattro chiacchiere, due tag e consigli per gli acquisti

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No, non sono sparita.

Non ho vinto la lotteria, cambiato identità e comprato un’isoletta in qualche atollo sperduto e meraviglioso, dove vivere senza scarpe e coi capelli spettinati (almeno, non ancora).

È semplicemente un periodo pieno: pieno di cose, cose che cerco di far succedere ma non arrivano; pieno di notizie da un mondo che fa sempre più rumore, e non il rumore che mi piacerebbe sentire. È insomma un periodo che mi fa desiderare silenzio, e leggerezza, mentre eventi e informazioni si accumulano così tanto da farmi perdere il filo delle cose che vorrei scrivere, mentre precipito nel delirio delle lettere motivazionali e delle gioie del precariato.

Si parla tanto di crisi dei blog, ed è una cosa che mi fa riflettere abbastanza; tuttavia, ciò che mi ha fatto più pensare questi mesi, tra attacchi terroristici, Brexit e crisi varie, è la mancanza di figure forti di intellettuali (versus l’ipertrofia di opinionisti dell’ultima ora), che siano politicamente e socialmente impegnati e riescano ad aiutare a capire, a elaborare, ad essere meno confusi e spaventati dalle cose che ci circondano.

Comunque, approfitto di queste quattro chiacchiere pre-vacanziere per parlare di cose totalmente diverse, di cose leggere, davanti a una limonata bella fresca, ché perfino qui al nord è arrivato qualche giorno d’estate, e rispondere velocemente a due tag: quello di Baylee de La siepe di more e quello della mia amica Alessandra di Una lettrice.

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Il tag di Baylee si chiama I posti che tag e mi sembra più che adatto alla voglia di vacanza che ho in questo periodo – tanta, tantissima. Per entrambi i tag risponderò semplicemente alle domande e, anziché taggare a mia volta altri blog, vi consiglierò alla fine del post un po’ di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le tanto sudate, meritatissime vacanze. Pronti?

 

Il posto che porti nel cuore

Londra, sempre.

Il posto più divertente

Porto, una minifuga con una mia carissima amica, una cena in un ristorante très chic in cui siamo finite per sbaglio, piene di sabbia dopo aver trascorso una giornata al mare. Non riuscivamo a smettere di ridere, specie dopo dosi generose di vinho verde, tanto che a un certo punto ci hanno suggerito che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andate. Siamo tornate in ostello alle cinque del mattino, non abbiamo sentito la sveglia e abbiamo preso l’aereo per un soffio.

Il posto più commovente

La casa di Anna Frank ad Amsterdam. Ho letto così tante volte il suo diario da ragazzina che non riesco a evitare di commuovermi ogni volta che ci ritorno.

Il posto più deludente

La porta di Brandeburgo a Berlino – me l’aspettavo immensa, non so perché. E Staten Island, dove mi è toccato scoprire, nel corso di una gita improvvisata, che c’è veramente pochissimo da fare.

Il posto più sorprendente

Il campus dell’università di Harvard a Boston. Ho sempre desiderato visitarlo e, quando è finalmente successo, la realtà si è rivelata migliore delle aspettative alimentate da Gilmore Girls.

Il posto più gustoso

Barcellona, dove ho mangiato la zuppa di pesce più buona del mondo. Budapest, dove ho passato quattro giorni a rimpinzarmi di gnocchetti e risotto al formaggio di capra e rape rosse. Il Salento e i frutti di mare crudi e freschissimi. Casa mia in Calabria.

Il posto che ti ha lasciato un ricordo particolare

Sempre Londra, e i ricordi sono tanti e preziosi: un picnic col vino bianco ghiacciato a Hyde Park, un karaoke improvvisato in metro, i pomeriggi alla National Gallery e poi a cercare libri alla Waterstone’s di Trafalgar Square, la mia prima volta all’opera.

Il posto più romantico

Sempre Londra. Sono ripetitiva, lo so. Qui ho cercato di spiegare alcuni dei (tanti) motivi.

Il posto che vorresti rivedere

Boston, di cui mi sono innamorata, e New York, perche è cosi immensa che non riesci mai a scoprirla abbastanza.

Il posto dove ti piacerebbe andare

Mi piacerebbe visitare il New England di Sylvia Plath e di Emily Dickinson e da lì passare al Canada di Alice Munro. La Cornovaglia di Ross Poldark e tutta la mia amata Inghilterra. La Scozia, dove mi sono sentita un po’ a Hogwarts.

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Il tag di Alessandra è il Liebster Award 2016 (grazie, Ale!). Le domande proposte da una delle mie lettrici preferite sono le seguenti:

 

Cosa stai leggendo?

Ross Poldark di Winston Graham (pubblicato di recente in Italia da Sonzogno, nella traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini)

Per te qual è la storia d’amore più bella di tutti i tempi e perché? (Puoi citare libri, film ma anche raccontarmi come si sono conosciuti i tuoi nonni…vale tutto :))

La mia inclinazione bovaristica propenderebbe per una delle mie amate storie maledette e infelici, tipo Anna Karenina, Cime tempestose o Non lasciarmi di Ishiguro. Ho da poco iniziato ad apprezzare le storie d’amore più sane e meno distruttive – tipo Elizabeth Bennet e Mr Darcy di Orgoglio e pregiudizio, per intenderci, o Hannah Coulter di Wendell Berry. Suggerirei qualcosa a metà strada, tipo Via col Vento: Rossella perde i suoi anni migliori dietro l’uomo chiaramente sbagliato (chi di noi non l’ha fatto, almeno una volta nella vita?) e perde Rhett. Non c’è lieto fine, ma l’ostinata, testarda fanciulla non si arrende, ché domani è un altro giorno.

Passatempo preferito?

Leggere il sabato o la domenica mattina a letto o in riva al mare. Le maratone su Netflix (ora sto guardando Orange Is The New Black). Un bel film. Un aperitivo appena fuori c’è il sole. Viaggiare appena posso. Scrivere quando ne ho voglia.

Consiglia due libri imperdibili, due libri che secondo te tutti dovrebbero leggere. 

Anna Karenina di Tolstoj, il mio libro preferito, e Lolita di Nabokov, scritto talmente bene che le parole si sciolgono in bocca con un retrogusto frizzantino. Leggerlo in lingua originale è un’esperienza quasi mistica.

A cosa pensi prima di addormentarti?

Sono una persona molto ansiosa e soffro d insonnia, quindi in realtà tendo a leggere fino ad addormentarmi ancora con gli occhiali e il Kindle in mano.

Qual è un sogno che vorresti realizzare?

Trascorrere un’estate a studiare a Harvard.

Mini-vacanza. Qual è un posto in Italia che consiglieresti per trascorrere un bel weekend? 

Consiglierei la mia Calabria, regione spesso sottovalutata che invece nasconde vere e proprie perle, come Tropea, Scilla, Capo Vaticano, il parco nazionale della Sila e quello del Pollino per gli amanti della montagna.

Qual è un post del tuo blog che ti piace particolarmente? Linkalo.

Parlerei più che altro di post ai quali sono particolarmente affezionata, tipo quelli su Sylvia Plath, il mio pellegrinaggio austeniano nello Hampshire o quello un cui racconto un po’ di cose su Ophelinha.

Perché alle persone piace il tuo blog? 

Francamente non ne ho idea, questa sarebbe più una domanda per i miei venticinque lettori di manzoniana memoria 😉

Hai comprato qualcosa con i saldi?

Ho comprato alcune cose durante il periodo dei saldi ma non in saldo – vale lo stesso? – tipo questo vestitino di Mod Dolly, un piccolo brand inglese che adoro, e questa gonna handmade di emmevi loves. Ho inoltre preordinato The Cursed Child, il sequel teatrale di Harry Potter in uscita in UK il 31 luglio, e non vedo l’ora di leggerlo (potete pre-ordinarlo anche in italiano, nella traduzione di Luigi Spagnol).

Se potessi migliorare la tua vita cosa sarebbe la prima cosa che cambieresti? 

Ci sono diverse cose che non mi rendono felice in questo periodo, e la precarietà non aiuta. Spero di trovare il mio posticino nel mondo al più presto, e riuscire a essere meno ansiosa, più serena.

 

Come promesso, ecco una lista non esaustiva di blog che mi piacciono e che potreste recuperarvi durante le vacanze estive:

 

Una lettrice

Parole senza rimedi

Citazionisti avanguardisti

Il soffitto si riempie di nuvole

Interno storie

Librofilia

Librangolo Acuto

Just Another Point

Casa di ringhiera

La McMusa

Bellezza rara

Il tè tostato

Riru Mont In Glasgow

La filosofia secondo Baby P

Il Club dei Libri

Zelda was a writer

Capitano mio Capitano

Peek A Book

Il mondo urla dietro la porta

The Sisters’ Room, A Brontë-inspired Blog

 

In inglese:

 

Brain Pickings

Yummy Books

 

Avete anche voi bei blog da propormi (non necessariamente book o lit blog?) In caso affermativo fatelo nei commenti, e grazie!

Soundtrack: You’ve got time, Regina Spektor

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Barbara, che cazzata la guerra

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Willy Ronis, Place Vendôme sous la pluie, Paris, 1947

Questo fine settimana non ho letto, non ho scritto, non ho studiato.

Non sono nemmeno andata a mangiare le crêpes in un locale bretone, come avevo previsto. Sono stata invece incollata giorno e notte ai social media e a un flusso continuo ma incostante di notizie, espresse in lingue che conosco ma che improvvisamente mi sono diventate sconosciute: allerta quattro, codice giallo, minaccia terroristica, coprifuoco.
Vi scrivo da una Bruxelles che si prepara ad affrontare il suo quarto giorno di blocco: scuole chiuse, metro chiusa, centri commerciali chiusi, trasporti pubblici che funzionano solo parzialmente. Scrivo, e cerco di rielaborare settantadue ore di insonnia e inquietudine: si consiglia di non uscire di casa, di evitare luoghi affollati, di evitare il centro, di evitare i mercati, di evitare i trasporti pubblici, di evitare i luoghi chiusi. Il cielo sopra Bruxelles è gravido non solo del primo, grande freddo e della prima neve, ma di una minaccia costante, indefinibile, impronunciabile.
Dieci giorni dopo il massacro di Parigi, Bruxelles è una città sospesa, un animale nascosto nell’ombra che ansima, spaventato, e spera di riuscire a sfuggire ai colpi del cacciatore.
È una città confusa, stanca, spaventata. E ho paura anch’io.
Una paura, del tutto folle e insensata, che le cose non tornino più come prima, che la routine fin troppo monotona delle mie giornate diventi ancora più soffocante tra questre quattro mura. Paura che questo Paese che non è il mio – e che probabilmente non sentirò mai mio – ma che mi ospita da quasi sei anni, non sia in grado di proteggere me e le persone a me care, specie quelle piccole.
Ho un nodo allo stomaco, una stretta al cuore davanti a queste strade desolate, bagnate di pioggia e di silenzio. Non voglio ricevere una telefonata come quelle madri, quelle figlie, quelle mogli di Parigi. Non voglio dover scrivere una di quelle lettere piene di dolore e di compassione e di perdono che persone più grandi, più mature e più forti di me sono riuscite a scrivere dopo quel maledetto tredici novembre, perché non sono grande, né forte, né matura, e non ho confidenza con la paura, né col dolore.
Vorrei ringraziare tutte le persone che mi sono state vicine queste settantadue ore. Le mie amiche dell’università, che mi hanno tenuto compagnia fino a tardi su whatsapp, mi hanno spronata a parlare su BBC radio 2 di quello che sta succedendo, mi hanno suggerito di scrivere.
Tutte quelle bellissime persone che ho conosciuto attraverso il blog, che mi hanno scritto email e messaggi, preoccupandosi per me. Vi ringrazio di cuore, e spero di poterlo fare di persona, un giorno, presto, davanti a un pacco gigante di cioccolatini belgi.
Non ho letto questi giorni, ma ho una poesia che mi gira in testa. Una poesia di Jacques Prévert, che amava Parigi e amava la vita e amava l’amore. Una poesia che parla di una ragazza – Barbara – che corre incontro all’uomo che ama, incurante della pioggia parigina, e sorride, grondante rapita raggiante, in una città felice. Prévert le dà del tu, perché dà del tu a tutti quelli che ama e perchè la felicità della ragazza gli si trasmette, per osmosi.
Prévert le dà del tu, perché tutto quello che resta è il ricordo di una pioggia buona e felice, che diventa pioggia di sangue e lacrime e metallo e proiettili: una pioggia di paura, come dev’essere stata quella del maledetto tredici novembre. Una pioggia crudele, una pioggia di mancanze. Poi il nulla.

Oh Barbara
che cazzata la guerra.

Che cazzata la guerra, che cazzata ogni guerra, specie una guerra che mi sembra così estranea, che non riesco a comprendere, di cui non so abbastanza.
Che spreco, tutta quella vita, tutta quell’energia, tutta quella giovinezza, tutto quell’amore.
Quanto dovrebbe essere superfluo, tutto quel dolore, tutta quella mancanza.
Ma io non trovo le parole giuste, anzi, non trovo più parole. Vi lascio quelle di Prévert, nella traduzione di R. Cortiana.

Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Raggiante rapita grondante
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua su Brest
E t’ho incontrata in rue de Siam
Tu sorridevi
E sorridevo anch’io
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati
Ricordati comunque di quel giorno
Non dimenticare
Un uomo si riparava sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia
Grondante rapita raggiante
Gettandoti tra le sue braccia
Ricordati di questo Barbara
E non volermene se ti do del tu
Io do del tu a tutti quelli che amo
Anche se non li ho visti che una sola volta
Io do del tu a tutti quelli che si amano
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara
Non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
Sul tuo viso felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare
Sull’arsenale
Sul battello d’Ouessant
Oh Barbara
Che cazzata la guerra
E cosa sei diventata adesso
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco acciaio sangue
E lui che ti stringeva fra le braccia
Amorosamente
È forse morto disperso o invece
Vive ancora
Oh Barbara
Piove senza tregua su Brest
Come pioveva prima
Ma non è più così e tutto si è guastato
È una pioggia di morte desolata e crudele
Non è nemmeno più bufera
Di ferro acciaio sangue
Ma solamente nuvole
Che schiattano come cani
Come cani che spariscono
Seguendo la corrente su Brest
E scappano lontano a imputridire
Lontano lontano da Brest
Dove non c’è più niente.
(Traduzione di R. Cortiana)
da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

Estate 1985

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L’estate del 1985 è una Polaroid sbiadita.

Lei è una bambina dai ricci scuri, il cappello da marinaretta, un costumino a balze e le scarpine di gomma per camminare sulle pietre.

Lui è un uomo alto, allampanato, dai capelli nero inchiostro, un costume a vita alta fuori moda, e la tiene per mano.

Entrambi guardano verso il mare – il mare trasparente della costa ionica calabrese, quel mare infinito, quel mare che è come una storia da raccontare, una promessa di cose che verranno.

Guardo quella bambina, e immagino si senta sicura, protetta da quel gigante invincibile. E mi chiedo se abbia smesso di sentirsi al sicuro per sempre, quando è venuta meno quella mano forte, che le copriva tutto il viso; quella mano nodosa e allungata, capace di intagliare il legno come suonare la chitarra, ma anche aprire la porta di casa e dimenticarsi di tornare a chiuderla.

Guardo quella bambina e penso che, crescendo, la vita deve averle ricamato addosso una trama di assenze, che può fungere da mantello dell’invisibilità o pesante armatura. E che, tra tutte quelle assenze, rimane il vuoto immenso di una, la più grande, la più assurda, la più inspiegabile.

Quella di cui non si può parlare, quella a cui è meglio non pensare, quella che diventa un groppo alla gola, un nodo nello stomaco, il punto interrogativo di notti senza stelle.

E penso che è cosi che si inizia ad avere paura: quando succede qualcosa che non ci si riesce a spiegare, e tutto cambia per sempre, restando in apparenza sempre uguale a se stesso. Tutto cambia perché si cambia, silenziosamente, inspiegabilmente, inesorabilmente. La paura attecchisce, mette radici, cresce ogni giorno di più, aspettando il momento giusto per manifestarsi, come un pugno nello stomaco che ti lascia senza fiato.

Ma in quella polaroid dell’estate 1985 tutto resta uguale: i colori possono sbiadire, ma il gigante e la bambina restano lì, a guardare il mare che si infrange sui sassi. E il cielo blu, e il calore del sole sulla pelle, e l’odore di sale e di brezza marina, e tutto il resto, e le note lontane di una chitarra che suona “La prima cosa bella” di Nicola di Bari e si porta via un’estate che non tornerà più, ma resterà fissa, immortalata e perfetta per sempre.

The fault, dear Brutus, is not in our stars.

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The fault, dear Brutus, is not in our stars,
But in ourselves, that we are underlings.

(William Shakespeare, Julius Caesar, Act 1 – Scene 2)

(La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni.- trad. Goffredo Raponi)

No, John Green non c’entra niente. C’entra invece il concetto di responsabilità individuale, il nesso hubris-ate, colpa-responsabilità, che troppo    spesso ignoro.

È da un (bel) po’ di tempo che non scrivo un post personale. Non lo faccio perché ho sempre più paura di essere giudicata, per il mio stile, che spesso  sfocia nel retorico; per le mie insicurezze; per la mia confusione, in un mondo in cui tutti sembrano così sicuri di sé che fa quasi male.

Ma la paura è stata la forza che ha prepotentemente guidato questi ultimi mesi. La paura dell’eterno ritorno dell’identico. La paura della routine, che niente possa mai cambiare, che ogni giorno diventi uguale agli altri, in un caleidoscopio liquido in cui il tempo diventa mera alternanza di ore, giorno e notte, stagioni. Mesi. Anni.

La paura -spasmodica -di cambiare. La fortissima tensione che mi spinge a corteggiare il cambiamento, a inseguire il cambiamento, a sospirare per esso, come se io avessi di nuovo quindici anni e lui fosse quel ragazzo troppo grande e troppo bello che non mi ha mai degnato di uno sguardo.

La stessa paura che mi ha fatto programmare un trasferimento internazionale e poi me l’ha fatto cancellare. La stessa paura che mi ha fatto arrivare quasi dove volevo – così vicino – potevo quasi toccare quella nuova me, in quel nuovo Paese, quella nuova città, quel nuovo ufficio, quella nuova casa, quella nuova vita. Ho detto no, e quella nuova me non esisterà mai.

E potrei elencare tutte le ragioni per cui non esisterà – tempismo, congiuntura economica, geografie e congiunzioni astrali – che obiettivamente esistono, e sussistono. Tuttavia, se mi guardassi davvero allo specchio, dovrei ammettere che la vera ragione per la quale non sono scesa da quel treno – letterale e metaforico – e sono rimasta ad osservare il paesaggio senza avere il coraggio di scendere, col naso schiacciato contro il finestrino sporco, sono io.

Nella tragedia che Shakespeare ha dedicato a Giulio Cesare, Bruto lamenta il suo destino di uomo comune, che preferirebbe la morte a un destino invisibile, costretto a vivere nell’ombra immensa di Cesare, un gigante, un Colosso, un dio, colui che tutto può.

Cassio gli ricorda che, se vivono da codardi, se si comportano da schiavi, se si condannano a un destino da inetti, la colpa non è degli astri o del fato o delle circostanze o di Cesare: la colpa è loro. Bruto e Cassio sono artefici e responsabili del proprio destino: potrebbero essere Cesare, ma non lo sono.

Sono giorni, mesi che inseguo giustificazioni: le cose non vanno mai come dovrebbero andare, la tempistica è quasi sempre sfortunata, la vita da  expat raddoppia problemi e responsabilità, tutto nella mia vita è successo d’un colpo, troppo di fretta, quando non ero ancora pronta. Ma è successo, e per quanto possa essere così arrabbiata con me stessa e con il mondo, il risultato finale non cambia: è successo. Deal with it.

E tutti i passi falsi, tutte le decisioni sbagliate, tutta la fiducia accordata a persone che probabilmente non se la meritavano, tutti gli errori di valutazione, tutta l’infelicità degli ultimi mesi, tutta quella ribellione che mi porto dietro da una vita si riassume nei versi immortali del Bardo: volevo essere Cesare, sono Bruto e Cassio.

Sono qualcuno che pensavo di conoscere, ma che, semplicemente, non conosco più.

Soundtrack: Somebody That I Used To Know, Gotye

Due storie.

Sono solo finzioni letterarie, in fondo. No?

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Ad occhi chiusi

Avrò avuto 10 anni. Frequentavo la quinta elementare.

Non mi piaceva prendere l’autobus della scuola per tornare a casa. Non abitavo lontano dalla scuola e mi piaceva tornare a casa a piedi, anche se non lo dicevo mai a mia madre: si sarebbe soltanto preoccupata.

Non mi piaceva l’autobus, era troppo pieno di bambini, bambini che gridavano, che cantavano, che giocavano, che prendevano in giro. Che mi prendevano in giro.

L’anno precedente, una bambina più grande mi aveva dato una spinta mentre scendevo. Ero caduta e tutti avevano riso. Da quel giorno avevo deciso che non avrei più preso l’autobus.

Anche adesso odio prendere gli autobus: mi manca l’aria. Tutto questo comunque non è rilevante.

Era una giornata primaverile, ero quasi arrivata a casa. La mia casa si trova alla fine di una strada residenziale, un po’ isolata, dopo una curva a gomito.

Mia madre si era sempre raccomandata di guardare bene la strada quando attraversavo, perché la visibilità era molto ridotta. E io avevo sempre la testa tra le nuvole.

Non so perché quel giorno decisi, arrivata alla curva, che avrei attraversato la strada ad occhi chiusi. Forse era una sfida con me stessa, forse era solo per fare un dispetto a mia madre e per dimostrarle che in fondo quella curva non era tanto pericolosa. Forse era per scoprire se morire fosse veramente come dicevano, se esistesse poi realmente, la morte. Forse era per scoprire se Dio esistesse veramente, e avrebbe poi  mandato il mio angelo custode a salvarmi o meno. Forse per tutte queste cose messe insieme.

Attraversai la strada con gli occhi chiusi. Ricordo solo il rumore di una frenata e un colpo sullo zaino che mi fece rotolare per un bel po’. Aprii gli occhi, curiosa di sapere se ero arrivata in paradiso. Il cielo era blu.

Il ragazzo che guidava la macchina si era spaventato da morire perché andava troppo veloce. Mi alzai lentamente: avevo il grembiulino e la camicetta lacerati ed escoriazioni sulle braccia e sulle gambe. Anche i jeans erano rovinati.

Decisi che avrei raccontato a mia madre di essere caduta. Invece, un piccolo stuolo di vicini curiosi si era già radunato accanto a me, a distanza debita, e mia madre era già stata avvisata.

Che bella seccatura, pensai.

Il dottore mi disse che ero stata molto fortunata, perché il mio zaino di Barbie Hostess pieno di libri aveva protetto la colonna vertebrale dall’urto. Saresti potuta rimanere paralizzata, ma non guardi la strada? La macchina proprio non l’avevo vista, dottore.

Dissi anche alla polizia la stessa cosa e mi rifiutai ostinatamente di sporgere denuncia. Forse mi ero distratta, la colpa non era del ragazzo, e non correva poi tanto, e tutto è bene quello che finisce bene.

Questa storia non l’avevo raccontata mai a nessuno.

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Questione di paure.

Una volta mi sono innamorata.

Lui aveva una gran bella testa, e io amavo le sue parole. Amavo il suono della sua voce.

Ma le sue parole non erano quasi mai per me, o, almeno, non solo per me.

Ero solo una spettatrice, e facevo parte del suo pubblico, sugli spalti. Niente tribuna d’onore.

Io avevo bisogno di lui. Lui non aveva bisogno di me.

I miei umori dipendevano dai suoi. Lui era sempre placido, uguale a se stesso. Lui era lo stagno, io il torrente in piena.

Io mi sentivo perennemente a metà, con la sensazione costante che mi mancasse qualcosa, che mi avessero amputato un arto. Lui era così sicuro di sé, così indipendente da bastare totalmente a se stesso. Lui conosceva bene le sue radici, il suo posto nel mondo. Io non avevo un posto da chiamare casa, e mi sentivo come un albero sradicato da un uragano. Al suo confronto, ero così piccola, così nuda, piena di dubbi e di paure.

Sentivo che lui non era mai veramente lì, con me. Capivo di non essere riuscita a toccarlo veramente. Lottavo con l’insinuante consapevolezza che non ci sarei mai riuscita.

Ero gelosa di lui, in un modo che non riuscivo a piegare nemmeno a me stessa. Mi sembrava che per qualsiasi altra ragazza sarebbe stato più facile, avvicinarsi a lui, parlare con lui, stare con lui.

Gli raccontavo spesso cose, di me. Cose che non avevo mai raccontato a nessun altro. Speravo che, in questo modo, sarebbe riuscito a capirmi. Probabilmente, l’effetto delle mie storie era allontanarlo ancora di più.

Gli chiedevo spesso di parlarmi di sé. Non lo faceva mai.

Poi un giorno mi stupì, raccontandomi qualcosa di sé. La sua più grande paura. Aveva paura di morire da solo.

Lui, che bastava sempre a se stesso, che non aveva vuoti da riempire, che misurava con cura il perimetro del suo spazio, che dosava metodicamente il suo tempo. Lui, che non aveva bisogno di nessuno. Non l’ho mai amato tanto quanto in quel momento.

Non sono stata capace di spiegarglielo, e la cosa è finita nel baule delle cose mai fatte, delle parole mai dette. E l’ho lasciato andare, come si fa con tutte quelle creature selvatiche che non si riesce poi mai ad addomesticare veramente.

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Montagne russe

I didn’t fall in love. I fell through it:
Came out the other side moments later, hands full of matter, waking up from the dream of a bullet tearing through the middle of my body.
I no longer understand anything for longer than a long moment, or the time it takes to receive the shot.
This kind of gravity is like falling through a cloud, forgetting it all, and then being told about it later. On the day you fell through a cloud . . .
Life is a Roller Coaster, Christine Wagner

Questa breve, brevissima storia e’ una traduzione un po’ riadattata di una storia in Inglese che ho pubblicato qui, e che trovate sotto il testo in Italiano.

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Ho sempre avuto paura delle montagne russe.

Non di quelle fobie, tipo il sangue; piuttosto quel tipo di paura che ti blocca quando sei a due passi dall’oggetto dei tuoi desideri, eppure non riesci ad allungare la mano per toccarlo.

Le guardo, le montagne russe. Ne sono affascinata e repulsa al tempo stesso. Il momento più brutto è il prima: il dibattito interiore sui pro e i contro di salire sul trenino, la lotta tra ansia e eccitazione, le mani gelate, la nausea durante la prima parte del tragitto, breve, calma, ingannatrice, il terrore della salita.

(Ricordarsi di respirare).

Ma la discesa è sempre qualcosa di magico: il panico si mischia all’eccitazione e insieme formano una miscela che mi esplode nella pancia, lasciandomi libera, leggera, lontana da tutto e da tutti, così vicina al cielo da dover solo allungare la mano per toccare le stelle. Lasciandomi preda di pensieri un po’ morbosi, a desiderare che la morte sia un po’ così, come questa caduta che in realtà è un’ascesa verso le nuvole e le stelle, come lasciare le proprie paure a terra e diventare leggera come un palloncino, fino a diventare solo aria. Non un addio ma un arrivederci, non una fine ma una trasformazione.

Ho capito di non essere mai salita sulle montagne russe quando ho conosciuto te. Il mio istinto, quello che si nasconde nella pancia, mi ha suggerito di scappare lontano a gambe levate. Ma io sono rimasta, incapace di muovermi, senza parole, quasi istupidita.

Dovevo restare, semplicemente, anche quando il mio restare era solo un rituale vuoto a perdere, la mia autostima un agnello sacrificale immolato all’altare della tua vanità. Dovevo restare, anche quando mi centrifugavi il cuore e mi trituravi l’anima, e io ero in caduta libera.

Non mi stavo innamorando, stavo cadendo, barcamenandomi tra panorami da mozzare il fiato e vertigini buie, fatte di solitudine (ricordarsi di respirare, far arrivare aria alla pancia, zittirne l’istinto primordiale. Si tratta sempre di respirare).

Sei stato le mie montagne russe. È stata la corsa più spaventosa, piena di ostacoli, selvaggia della mia vita. Il triplo salto mortale dello stomaco, la vitalità nuda e cruda, la cecità, l’euforia, l’incanto, la frustrazione pura hanno conferito alla mia caduta una certa nobiltà, dignità, sobrietà. Inevitabilità.

Ora sono rimasta con un gomitolo di parole, le nostre parole (euforica, cotta, infatuata, pazza di).

E non posso più usarle, quelle parole, e non riesco a trovarne altre. E sono ancora senza fiato. E sto ancora cadendo.

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I have always been scared of rollercoasters.

Not scared like I am when it comes to blood: the kind of scared that makes you want something so badly, yet being afraid of reaching out and touching it.

I would be amusingly scared when looking at them, quite preoccupied queuing for  them (after much talking and debating with myself the pros and cons of wanting something so badly, yet being so terrified), kinda anxious seating in the wagon, nauseous at the beginning, in tenterhooks after the first, tentative, easy part of the ride, utterly horrified while going up, up, up.

But in going down the magic would happen: the fear would mingle with excitement and together they would explode, leaving me ever so light, so ethereal, so close to the sky that I would only have to stretch my arm in order to touch the stars. Leaving me with the estranged, morbid wish that death could be something like that, leaving all your fears behind and getting lighter and lighter and lighter reaching for the clouds, mingling with them, dissolving into them. Not a farewell but just a goodbye, not an ending but a transformation.

Anyway, I found out I had never really been on a rollercoaster when I first met you, and my gut instinct (it’s always the guts) told me to run as fast as I could, but there I stayed, dumbstruck.

I had to stay, as simple as that, even when my staying was just a redundant, empty gesture, my self-esteem a new born lamb sacrificed to the altar of your vanity. I had to stay, even when you were running my bare soul in the spin cycle, and I was freefalling.

It wasn’t falling in love, it was falling from it and through it, far away from any possible state of grace, sailing through tough days and breath taking moments, loneliness and completeness, utter misery and thorough bliss. (Breath and guts, it was always a question of breath and guts)

You were my own rollercoaster. It was by far the scariest, the bumpiest, the wildest ride of all. The triple jump of my guts, the sheer vitality, the blindness, the elation, the enchantment, the sheer frustration gave my fall from grace a certain dignity, a sobriety, a solemnity, a feeling of unavoidability.

Now I am left with a ball of thread made of words, our words (elated, smitten, besotted. Who knew the English language could be so enthralling).

And I am still lost for words, and I am still catching my breath. And I am still falling.

Cecily Brown, Shadow burn, Gagosian gallery

 

Cecily Brown, Combing the Hair (Côte d’Azur), Gagosian gallery

 

 

 

Pezzi di vetro

Non conosce paura l’uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice “È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”.
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai….però stai bene dove stai…

 
 
 
 
 
Quando era molto triste, o molto arrabbiata, o molto persa, o molto, molto lontana – infinitamente lontana – andava a buttare il vetro.

 

Niente di poetico in tutto ciò: raccoglieva bottiglie e vasetti vari e partiva alla volta del cassonetto della differenziata, solitamente di sera, solitamente in pigiama.

 

L’azione di suddividere i colori del vetro, di sollevare la bottiglia, di lanciarla nel cassonetto, di sentirla infrangersi aveva in sé qualcosa di rassicurante e catartico al tempo stesso. Ecco infrangersi in mille pezzi la bottiglia di Chablis della cena in cui si era bevuto qualche bicchiere di troppo, la bottiglia dello sciroppo al timo per la tosse avanzata dall’ultimo raffreddore, il vasetto di marmellata di fragole bio finita durante una puntata di House of Cards, quella sera in cui sarebbe stato meglio tacere, o forse poi sarebbe stato meglio parlarsi….


Ecco la bottiglia di latte, dopo quella notte insonne di un giugno straordinariamente freddo, dopo quella mattina in cui nemmeno un caffelatte bollente riusciva a regalare un po’ di calore. Dopo quella mattina in cui era diventato chiaro che un po’ del freddo di quel giugno straordinariamente freddo sarebbe rimasto, per sempre.
Un giugno fatto di piumoni, di collant 30 denari e di parka verde bottiglia (il vetro, ancora una volta), in cui il mare, il sole, il profumo del sale, la sabbia bianca calda tra le dita, le orecchiette delle pagine del libro bagnate da dita impazienti, tutto sembrava lontanissimo, quasi irraggiungibile, freddo fuori freddo dentro e pezzi di vetro dove fa più male, pezzi di vetro opachi, fondi di bottiglia, biglie scheggiate e bicchieri rotti.

 

Era il giugno della disillusione, era il giugno di quell’estate lungamente attesa che non voleva arrivare, era il giugno della rabbia e del perdono, del rancore e dell’oblio, delle bugie e delle mezze verità.

 

Era il giugno delle strade mai prese e dei giardini dai sentieri che si biforcano, il giugno delle insonnie e delle rinunce, il giugno degli errori e dei rumori, il giugno dei gelati troppo freddi e delle tazze di te’ caldo.

 
Era il giugno delle lettere di motivazione e delle lettere di rifiuto, dei raffreddori e delle felpe, delle mani gelate e delle ambizioni spezzate.

 
Erano i giorni sbagliati di un mese sbagliato di una stagione sbagliata, il giugno dei raffreddori e dei crepacuori, il giugno degli incubi e degli errori. Il giugno dei rimorsi e dei timori. Giugno come sigillo ai primi sei mesi dell’anno, un semestre da archiviare, in attesa di un’estate più dolce, un frutto più maturo, da mordere coi denti, assaporare, il succo che scivola dagli angoli della bocca lungo il collo.
Giugno come un cassetto chiuso a chiave, una lezione dura da imparare, un boccone amaro da mandare giù. Giugno come un messaggio in bottiglia mai mandato.
 
 

 

Questo giugno autunnale si chiude oggi, con una folata di vento fresco a far cadere le foglie, con un ultimo acquazzone a smorzare gli ardori più resistenti. Si chiude insieme con una promessa e un avvertimento: una promessa, l’estate che sicuramente arriverà, con i colori prepotenti, impertinenti del cielo blu e della terra rossa – la mia terra; un avvertimento, a scapito di aspettative troppo alte, campanelli d’allarme messi a tacere, quel termometro del cuore al quale non si presta attenzione. Proprio mai. Cose che si dimenticano.

 

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?».

Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

If you are not ready for love, how can you be ready for life?

I don’t want to judge
What’s in your heart
But if you’re not ready for love
How can you be ready for life?
How can you be ready for life?
 
 

Ieri parlavo con un’adorabile bambina anglo-spagnola di quasi sei anni. Si chiama Emma, e già il nome te la rende simpatica (Emma Woodhouse docet).
Era nervosa perché il giorno successivo si sarebbe esibita nel suo primo spettacolo di danza, e aveva paura di dimenticarsi i passi.
Io le ho raccontato del mio spettacolo teatrale la settimana precedente, di quanto sia divertente stare sul palcoscenico, di quanto tutto il resto smetta di esistere.
Non era convinta.
Le ho fatto vedere le foto dei costumi, che le sono piaciute tantissimo, perché per lei eravamo tutte principesse.
Ha voluto che le raccontassi la storia di Ofelia e Amleto. L’ho fatto, per grandi linee.
Mi ha guardato ancora più perplessa. Mi ha chiesto se adesso mi chiamassi Ofelia, e perché fossi diventata pazza, e perché “quel tizio”, Amleto, non mi amasse più.
Poi, guardandomi con i suoi occhioni azzurri, mi ha chiesto: “ma com’è possibile che un ragazzo ti ami e poi non ti ami più?”
E io lì sono rimasta basita. Ho invocato tutti gli articoli di Brain Pickings sulla scienza dell’innamoramento, Alberoni, La verità è che non gli piaci abbastanza. Niente.
La verità vera è solo una: non lo so. Non so perché ci si innamora. Non so perché si smette di amare.
Non so perché non si viene ricambiati. Non so perché qualcuno smette di amarci.
Non so quando cominciano e quando smettono le farfalle nello stomaco. Non so quando il cuore in gola smette di essere semplicemente una metafora, e quando riprende ad essere una mera figura allegorica.
Conosco, come tutti o quasi, il profumo nauseante delle mandorle amare, emissarie di un amore non ricambiato.
La risposta, cara Emma, è: non lo so. Non ne ho nessuna idea. Alla fine ha ragione Carver, in What we talk about when we talk about love: dovremmo avere l’umiltà di ammettere di non sapere di cosa stiamo parlando, quando parliamo d’amore. Nel racconto di Carver, il protagonista – Mel, un chirurgo – racconta una storia: due anziani hanno avuto un incidente automobilistico e, contro ogni aspettativa, se la sono cavati entrambi. Eppure, lui è triste, deperisce a vista d’occhio, si rifiuta di mangiare; questo perché il collare di gesso gli impedisce di girarsi e guardare la moglie, accertarsi che stia bene. Sapere che c’è, anche solo intravedendola con la coda dell’occhio.

La verità, cara Emma, è che io non ci ho mai capito niente, ma una cosa ti auguro: ti auguro di non crescere come me, esposta troppo precocemente a Jane Austen, alle sorelle Bronte, a Love Story di Erich Segal.
Non crescere in mezzo alle principesse. Non crescere coltivando la convinzione che l’amore sia insieme la più grande domanda e la risposta ultima, l’ultimo pezzo del puzzle, il bandolo della matassa, una forza risolutiva e salvifica, il faro verso il quale navigare.
Non cullarti nella certezza che un amore possa salvarti.
Impara a salvarti, da sola. Impara ad amarti, prima che amare. Maya Angelou, gigante della letteratura scomparso ieri, affermava di non fidarsi di chi diceva di amarla ma non amava se stesso, e che bisogna fare attenzione a una persona nuda che ti offre una camicia.
Impara ad essere indipendente, a cercare il tuo posto nel mondo. Coltiva la tua curiosità, la tua sete di conoscere, il tuo desiderio di viaggiare, di esplorare, di ridere, di buttarti a capofitto in nuove esperienze.
Impara ad abbracciare il nuovo come se fosse un amico benevolo, non un nemico dal quale diffidare.
Solo così potrai essere pronta all’amore, senza bruciare nessuna tappa, senza rimpianti. Solo così potrai cercare di imparare ad amare.
Solo così potrai innamorarti dell’amore.

Prima di andarsene con la mamma, Emma si è girata e mi ha detto: “io comunque non ce l’ho un fidanzato, e nemmeno mi interessa”.

Way to go, girl.

Sognando Ofelia (teatro, Ofelia e altre amenità)

I am Ophelia. She who the river could not hold. The woman on the gallows The woman
with the slashed arteries The woman with the overdose ON THE LIPS SNOW The
woman with the head in the gas-oven. Yesterday I stopped killing myself. I am alone
with my breasts my thighs my lap. I rip apart the instruments of my imprisonment the
Stool the Table the Bed. I destroy the battlefield that was my Home. I te…ar the doors off
their hinges to let the wind and the cry of the World inside. I smash the Window. With
my bleeding hands I tear the photographs of the men who I loved and who used me on
the Bed on the Table on the Chair on the Floor. I set fire to my prison. I throw my clothes
into the fire. I dig the clock which was my heart out of my breast. I go onto the street,
clothed in my blood.
The Hamletmachine, Heiner Müller

E’ difficile spiegare la malinconia che ti invade l’ultima sera di uno spettacolo teatrale, quando ti strucchi per l’ultima volta, metti via il costume e ti chiudi alle spalle quel camerino che ha racchiuso in sé ore di cameratismo, nervosismo, riti scaramantici, risate, isteria, pasticche per la gola, patatine, ultimi sguardi al copione, esercizi vocali, tazzoni di caffè, mojito di contrabbando, l’impossibilità matematica di far stare fermo un uomo mentre si cerca disperatamente di applicargli mascara e eye-liner, momenti di panico, momenti di esaltazione, odore di lacca e di cipria, le farfalle nello stomaco della prima, il sollievo e l’esaltazione degli inchini e degli applausi finali, il calore dei faretti, la dolceamara tristezza di quando il sipario si chiude per l’ultima volta…
Fare teatro è un’esperienza totalizzante, che trasporta per settimane in una dimensione parallela, in cui i limiti tra attore e personaggio diventano sempre più impercepibili, la troupe diventa una seconda famiglia (o una banda di pirati, come in questo caso; d’altronde, pirates can happen to everyone).
Il teatro, insieme ai tentativi da scribacchina e ai libri, è il mio posto felice. Disclaimer: non sono una brava attrice, non vanto decenni di esperienza, non mi trovo a mio agio nei ruoli da protagonista (scientificamente sperimentato). Ma adoro perdermi in un personaggio, vivere con lui/lei una simbiosi perfetta, che assomiglia abbastanza alla mia idea di felicità. Respirare un personaggio. Sognarlo (tanto ormai si sa, sono eccentrica anche nei miei sogni insonni, tra Macondo e Shakespeare).
Tutto questo mi è inevitabilmente, tumultuosamente successo con Ofeliala mia amatissima, eterea Ofelia shakespeariana –  che ho impersonato in Rosencratz and Guildersten are dead di Tom Stoppard.
Ma andiamo con ordine. Questo felice connubio mi ha permesso di portare fiori tra i capelli senza cercare scuse, ha dato vita a tweet surreali come questi

e mi ha fatto innamorare ancora di più di un personaggio archetipico nella storia della letteratura. Ofelia è un personaggio liquido, che sfugge. non è più l’Ofelia di Shakespeare e di Amleto, di Stoppard e di Heiner Müller, di John Everett Millais e di Magda Romanska, di Rimbaud e di Guccini, di Silvia Camporesi e di Pessoa. Ofelia è di tutti e di nessuno, e altri giganti come Emma Bovary e Anna Karenina ne hanno ereditato la celeste malinconia, l’ebbrezza della disperazione, il germe della follia, le conseguenze dell’incomprensione dell’amore.

Come Anna Karenina (divisa tra l’amore per il figlio e l’amore per Vronskij), Ofelia è lacerata dal conflitto amore/obbedienza nei confronti del padre Polonio e di Amleto. Per il padre Polonio e per il fratello Laerte, Ofelia incarna l’idea della vergine pura ed innocente; per Amleto incarna le insidie dell’amore sensuale e corrotto, portandolo ad affermare, man mano che la sua follia avanza, che onestà e bellezza non possono marciare di pari passo, e l’unico rifugio sicuro per una donna è il convento.
Ofelia sente nel suo cuore che Amleto la ama, vuole crederlo con tutta se stessa, anche quando tutto dimostrerebbe il contrario, anche quando lui afferma il contrario.

Tuttavia, è vittima e carnefice inconsapevole di se stessa, nel suo tentativo di essere leale sia nei confronti del padre che nei confronti dell’amato. Quando Ofelia nasconde ad Amleto il fatto che Polonio dia dietro la tenda a spiarlo determina inconsapevolmente il destino del padre – involontariamente ucciso da Amleto, che pensa si tratti di un ratto – e il suo: si lascia trascinare dalla follia incipiente che la porterà ad annegare, restituendola alla sua condizione di ninfa dei boschi e delle acque lacustri.
Eppure, nonostante questa sua condizione quasi incorporea, Ofelia è una creatura sensuale.
La sua sensualità è definita non solo da Amleto, ma anche dal padre e dal fratello Laerte, che le intimano di stare in guardia, di non cedere alle tentazioni fuori dal sacro vincolo del matrimonio. I continui riferimenti ai fiori potrebbero alludere alla perdita della verginità. Durante la scena della follia, alcuni dei fiori che Ofelia distribuisce (come la ruta graveolens o la pianta d’assenzio) erano usati in pozioni per provocare l’aborto. Inoltre, la ruta graveolens (in inglese rue) è associata etimologicamente al verbo to rue, rimpiangere, e, simbolicamente, al rimorso e al rimpianto stesso:

 

“There’s fennel for you, and columbines:
there’s rue for you; and here’s some for me:
we may call it herb-grace o’ Sundays:
O you must wear your rue with a difference…”
(Hamlet IV.5)

Anche quando la regina Gertrude, madre di Amleto, descrive la scena della morte di Ofelia, la ninfa-fanciulla appena deceduta appare come una creatura dicotomica: da una parte, la ninfa che appartiene all’acqua e vi ritorna perché è il suo elemento naturale, la giovane folle d’amore che appare più soggetto passivo che attivo nel suo suicidio – Ofelia non provoca la sua morte, semplicemente non la impedisce; dall’altra, una sirena, un fiore aperto (ancora una volta), cullato dall’acqua. Anche nella morte, Ofelia appare piena di contrasti, algida e passionale, vittima e carnefice, ninfa e Venere. What have you done, my Ophelia….

When down her weedy trophies and herself
Fell in the weeping brook. Her clothes spread wide;
And, mermaid-like, awhile they bore her up:
Which time she chanted snatches of old tunes;
As one incapable of her own distress,
Or like a creature native and indued
Unto that element: but long it could not be
Till that her garments, heavy with their drink,
Pull’d the poor wretch from her melodious lay
To muddy death.
(Hamlet, 4.7.2)

Tornando a Stoppard, il suo Rosencrantz and Guildersten are dead (qui una preview) è l’assurda, paradossale, geniale epopea di Amleto vista e raccontata attraverso gli occhi già corrosi dai vermi di due personaggi assolutamente minori nella tragedia di Shakespeare: Rosencrantz e Guildersten, compagni di scuola e di giochi di Amleto e suoi traditori. Ai due il re Claudio (zio di Amleto e assassino del padre) affida una lettera indirizzata al sovrano inglese che condanna il nipote a morte. Durante il viaggio per l’Inghilterra, Amleto cambia la lettera, condannando Rosencranzt e Guildersten a morte. Riesce a scappare, tornando in Danimarca a suggellare il suo destino di sangue.

In Stoppard, i due, già morti, cercano di ricostruire quello che è successo affidandosi ai loro ricordi, in un tripudio di discorsi filosofici conditi di assurdo che tanto richiamano echi beckettiani.
Tra i temi principali, vita e morte, libero arbitrio e determinismo, il destino, l’impossibilità di avere certezze. La lingua di Stoppard, pieno di doppi sensi, ambiguità e giochi di parole, è una dichiarazione d’amore alla lingua Inglese.
Ah, e non possiamo dimenticarci i pirati. Perché i pirati possono capitare a tutti.
Esiste anche una versione cinematografica di Rosencratz e Guildersten, a cura dello stesso Stoppard. Insomma: non avete scuse. Fatevi abbordare dai loro pirati.

Tornando alla mia Ofelia: si, l’ho sognata. Dopo la sera della prima. Ero in un cortile di fontane e di marmi, e una mia amica mi faceva notare una targa su cui erano incise una serie di parole (comunismo capitalismo comunismo mondo – e poi Ofelia, e, tra parentesi, astrid, il fiore).
Mi sedevo a chiacchierare con la mia amica, che aveva appena assistito alla prima; ma ero preoccupata, perché ero in ritardo per le prove, col costume sotto il braccio).
Ed ecco arrivare lei, Ofelia. Incedeva fluttuando, e si sedeva accanto a me. Aveva un abito medievale, con tanto di cappello a tre punte, e io pensavo che il mio costume era tutto sbagliato, che non le assomigliavo per niente. Avrei voluto parlarle, ma emanava un’aurea di inviolabile inavvicinabilità e, al tempo stesso, luminosa tranquillità.
Mi sono svegliata all’improvviso, e ho pensato che avrei tanto desiderato parlarle, in sogno.

PS: sul mio profilo Pinterest troverete un board dedicato ad Ofelia, sul mio profilo Instagram un po’ di scatti dello spettacolo.

PS2: ripassate Amleto con questo esilarante video, Hamlet in one minute:

PS3: Ofelierie varie su Etsy:

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