LibriInValigia#1

 

Arrivo sempre in ritardo, lo so. Sarà che le mie vacanze non sono ancora cominciate e la mia estate appena iniziata (quantomeno sono fuori da Greyville). Sarà che sono riuscita ad andare al mare (solo un giorno, per ora). Sarà che è un agosto strano, di cambiamenti. Di pagine che si chiudono e porte che si aprono. Di Jane Austen e orchidee. Sarà.
In ogni caso, come sempre, la mia valigia è piena di libri, come lo sarà durante la mia vacanza e durante l’inevitabile nostos verso Greyville…
Intanto eccomi qui, ad affrontare il mio vero nostos alla mia terra di origine, a cui non sono mai appartenuta, dove coltivo pochissimi affetti. Dalla quale ho cercato di recidere ogni legame, con cautela. Dalla quale ho voluto rendermi dissimile a tutti i costi solo per scoprire che ci assomigliamo, io e la mia terra, nella nostra testardaggine, nel nostro volersi rialzare against all odds, anche quando tutto sembra perduto, in quei contrasti di verde e blu cobalto e stradine di polvere rossa e terra brulla.
Una terra a colori. Un cielo a colori. Il mare.
La valigia. Anche questa volta mi ha già riservato le prime sorprese:

1) The Brotherhood of the Grape (La confraternita dell’uva) di John Fante
Mi è stato prestato (leggi imposto) da un amico che mi ha chiesto: ma come fai ad amare la letteratura americana se non hai mai letto niente di John Fante?
A lui va un enorme grazie, perché ho divorato il libro in  cinque giorni, totalmente persa nello stile di Fante, nel suo crudo realismo, nella sua prosa forbita senza essere ricercata (un manicaretto per gli amanti dell’inglese) con cui lo scrittore descrive il dissidio interno del protagonista Henry, a sua volta scrittore, lacerato in due dall’odio-amore per il padre-padrone Nick Molise, chiamato ad assisterlo in un’impresa impossibile per il genitore morente, che vuole tuttavia dimostrare ancora di essere un uomo, di non essersi arreso ad anni di alienazione da immigrato molisano in America, di alcolismo, di abbruttimento, di matrimonio infelice, di tradimenti, di soprusi subiti dalla moglie che a sua volta l’ha sempre tenuto avvinto a sè in una rete malata di ricatti psicologici.
Nick ha rovinato la vita ai suoi figli. Ha negato loro la possibilità di sbocciare e realizzare i loro sogni (Henry è un’eccezione, essendosene andato di casa giovanissimo, avendo sopportato mesi di povertà, mancanza di cibo, di lavoro e di un tetto sulla testa). Li ha resi incapaci di aprirsi davvero all’altro e all’amore.
Ciononostante, Nick, in procinto di morire di alcoolismo e diabete, vuole dimostrare di essere ancora uno scalpellino provetto. Di essere in grado di lavorare, tradire sua moglie, giocare d’azzardo, bere, mangiare, dormire poco, essere un uomo d’onore. Bere. Quello che per lui significa vivere.
Solo dopo la sua morte Henry realizza il vuoto lasciato da Nick. Non quello fisico, ma quello che il padre gli lascia nel cuore, quel vuoto che non era stato capace di riempire da vivo, figuriamoci da morto.
Bukowski ha dichiarato di essersi ispirato a Fante nella sua scrittura, e di guardare a lui come un maestro. The Broterhood of the Grape è un libro catartico, liberatore, che mette nero su bianco quei conflitti familiari che troppo spesso rimangono irrisolti, creando cicatrici troppo profonde per essere curate, in quei luoghi dell’anima che nessuno visita mai.

2) Becoming Marie Antoinette (I diari segreti di Maria Antonietta) di Juliet Grey
Era da un po’ che avevo voglia di leggere questo libro, intrigata dal personaggio di Marie Antoinette come rappresentata nel film della Coppola: una splendida bambina troppo fragile, egoista e capricciosa, facile preda delle trame della corte francese.
Mi aspettavo un libro più di genere chick-lit, ma anche stavolta sono stata deliziosamente sorpresa: il diario è una ricostruzione storica, a mio parere abbastanza accurata, del processo di maturazione di una bambina di dieci anni vittima della maledizione della “fortunata” casata degli Asburgo, che anzichè fare la guerra negozia matrimoni per sigillare allenze politiche.
Dopo la perdita dell’adorata sorella Giuseppa, uccisa dal vaiolo, e il matrimonio infelice della sorella Carolina con il re borbone delle Due Sicilie, Toinette scopre di non essere abbastanza bella, né intelligente, né istruita, né aggraziata per divenire delfina di Francia. Inizia così una tortura lunga anni, tra corsetti per la postura, apparecchio ai denti e tecniche per il rinfoltimento dei capelli, nonchè lezioni di danza, fonetica francese, storia e geografia. Quando Antoinette viene giudicata pronta, è costretta a lasciare tutto ciò che conosce e che ama per trasferirsi in una corte ostile, dominata dal capriccio della favorita del re, con un marito che per mesi si rifiuta di consumare il matrimonio, nella paura di essere rimandata in Austria e finire la vita in disgrazia in un convento per non essere riuscita a dare un figlio al delfino.
Il ritratto che ne emerge è, ancora una volta, quello di una bambina fragile, buttata in mezzo alla storia e travolta dai venti della politica, regina in nessun posto, rifiutata nella sua femminilità, sola ed annoiata, che si riduce ad indulgere ai suoi capricci e ai passatempi più futili diventando una delle regine più controverse, più affascinanti, più criticate e più sfortunate della Storia.

 

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E voi, quali libri avete messo in valigia?

The Secret Lives of Dresses

In un periodo di riflessione sulle persone e i rapporti umani, su armonie e dissonanze di indipendenza e complicità, sull’identità e sull’appartenenza mi è capitato di leggere un libro, comprato in aereoporto durante una minifuga dal grigiore di Greyville che non conosce stagione e si attacca alla pelle, penetrandola di pallori cadaverici e malaticci. Un libro divorato su una spiaggetta bianca, con conseguente scottatura.
Piccola premessa: la sua autrice, Erin McKeane, è una che le ama davvero tanto, le parole. Oltre ad aver fondato Wordnik.com e ad aver curato la pubblicazione di dizionari per la Oxford University Press, ha scritto libri dai titoli deliziosamente tentatori, Weird and Wonderful Words, More Weird and Wonderful Words, Totally Weird and Wonderful Words, That’s Amore.
Parole in tutte le salse, insomme. Parole bizzarre e parole meravigliose. Parole ancora più stampalate e ancora più stupefacenti. Parole che fanno innamorare. Parole da collezionare. Come non amare questa scrittrice?
In The Secret Lives of Dresses, Erin combina il suo amore per le parole alla sua passione per i vestiti. I vestiti vintage, niente di commerciale o di griffato. I vestiti che hanno una storia da raccontare. I vestiti che hanno vissuto, hanno brillato di luce propria, hanno danzato in sale da ballo, hanno assistito a scene d’addio strappalacrime nelle stazioni.
Questi sono i vestiti che popolano la boutique di Mimi, l’adorabile nonna di Dora, la co-protagonista della storia (i vestiti sono in prima linea, a parere della redazione 🙂
Dora, orfana, cresciuta con Mimi, non ha un buon rapporto con se stessa – e con i suoi vestiti. Tende a nascondersi, a cammuffarsi dietro (o meglio dentro) top sformati e pantaloni cargo, consumandosi nell’attesa che il suo grande amore, il gestore della caffetteria in cui lavora al college, smetta di sfarfalleggiare e si accorga finalmente di lei. Finchè.
Finchè Mimi ha un infarto, e Dora torna a casa ad occuparsi del suo negozio.
E scopre che ognuno di quei vestiti ha una vita segreta cucita dentro, ha una storia da raccontare.
C’è il vestito che è stato acquistato da una giovane vedova per il funerale del marito, al quale non perdona di averla lasciata cosi’ presto, chiusa nel suo dolore. Il vestito sfilato da un amante, complice di scene di un amore segreto. Il vestito che è stato indossato troppo poco, quello dimenticato in fondo all’armadio, che non ha vissuto abbastanza.
E l’ultimo vestito, il piu’ importante, quello che rivela a Dora tanto la storia dei suoi genitori quanto il mistero delle storie, delle vite segrete: un vestito da sposa. Quello indossato dalla madre di Dora il giorno del suo matrimonio con Theodore, che sogna di fare lo scrittore e di manetenere con i suoi libri sua moglie e la piccola Dora. Questa decisione gli costa il rapporto con sua madre, Mimi, che lo accusa di irresponsabilita’ nei confronti della sua neonata famiglia, convinta che Theodore non ce l’avrebbe mai fatta ad andare avanti solo coi proventi della sua scrittura.
Per farle cambiare idea, Theodore le manda la storia del vestito da sposa. Ed è una bella storia.
E’ la storia di una giovane volitiva che va da sola a scegliersi il suo vestito e va a sposarsi senza tante cerimonie ne’ tanti fronzoli. Ma il vestito percepisce tutto l’amore che unisce i due, e il primo sguardo che lo sposo dirige verso la ragazza.

Mimmi non fa in tempo a cambiare idea su Theodore e a riavvicinarsi a lui e alla sua famiglia, perchè i giovani coniugi muiono in un incidente stradale. Non racconta mai la verita’ a Dora, ma gliela lascia scoprire continuando a scrivere vite segrete da infilare nelle tasche dei vestiti.

Si dice spesso e volentieri che l’abito non fa il monaco, e non bisogna giudicare un libro dalla copertina.
Probabilmente è vero..ma non posso fare a meno di chiedermi quanto le persone vogliano esprimere di se stesse attraverso la scelta di uno stile, un colore, di un tessuto piuttosto che un altro.
Quanto il modo di vestire sia indice di sicurezza, o di timidezza, di accettazione di quello che si è o di rifiuto del proprio corpo. Quanto un vestito sia un modo per mettersi in luce o per nascondersi, per ingolfarsi, per rendersi invisibile.

Dopo The Secret Lives, ho buttato giu’ la storia di un mio vestito. Un vestito che per me è molto speciale, cosi’ speciale e controverso da non volerlo condividere con nessuno.

E voi, avete una vita segreta nascosta nelle tasche di uno dei vostri vestiti?

Never let me go

Forse nessuno ha compreso la propria vita, sente di aver vissuto abbastanza.

 

Ho comprato il libro senza conoscere leggere la trama, come mi succede spesso, attratta dal titolo, dal colore della copertina e dalla voglia di leggere qualcos’altro di Kazuo Ishiguro, di cui ho letto la raccolta di racconti Nocturnes. Five Stories of Music and Nightfall circa un anno fa.

 

Ruth, Tommy e Kathy H., la voce narrante della storia, sono cresciuti ad Hailsham, una boarding school piuttosto sui generis. I bambini non tornano mai a casa per le vacanze e nessun genitore li viene mai a trovare (anzi, non c’è mai menzione di genitore alcuno…).
I bambini sono affidati a dei guardians, via di mezzo tra insegnanti e guardiani veri e propri, tra cui troneggiano la direttrice, Miss Emily, e l’enigmatica e sfuggente Miss Lucy.
I guardiani sembrano ossessionati dalla salute dei bambini e dall’insegnamento dell’arte e della letteratura. In particolare, i piccoli studenti di Hailsham sono incoraggiati ad essere creativi, disegnando e componendo versi. I lavori migliori sono prelevati di quando i quando dall’enigmatica Madame. Si narra che questi lavori vengano poi esposti nella sua misteriosa galleria.
Per il resto, gli studenti di Hailsham non hanno contatto alcuno col mondo esterno: a tal proposito, aleggia un certo mistero sul bosco che circonda la scuola, nel quale è assolutamente vietato inoltrarsi, pena una fine terribile.
In questo contesto si volgono le piccole e grandi vicende quotidiane di Kathy, intelligente, timida e riflessiva, che si interroga su tutto e su tutti; Ruth, la sua migliore amica, estroversa, testarda, prepotente, sempre pronta a dire la sua e ad inventare meravigliose bugie nelle quali le sue amiche devono vivere senza far mostra di non voler stare più al gioco, pena l’isolamento dal gruppo; e Tommy, spesso oggetto di scherno a causa dei suoi attacchi incontrollabili di collera, pecora nera anche in classe a causa della sua “mancanza di creatività”. Gli unici soggetti che ama disegnare sono strani animali fantastici, non giudicati adatti alla galleria di Madame.

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Tommy bambino nel film di Mark Romanek
Ruth bambina nel film di Mark Romanek (Ella Purnell)

 

Kathy bambina nel film di Mark Romanek (Isobel Meikle-Small)

Il titolo del libro deriva dalla canzone omonima, che Kathy ama ascoltare, cantata dall’immaginaria Judy Bridgewater, e che anche al centro di uno degli episodi più importanti del romanzo: la piccola Kathy immagina che la canzone sia cantata da una donna che non riesce ad avere figli ma poi, miracolosamente, diventa madre. Un pomeriggio, ascoltandola, Kathy si immedesima nella donna e abbraccia un cuscino, cullandolo, canticchiando ad occhi chiusi darling, hold me…and never, never, never let me go….
Viene distratta dalla sua fantasia da un rumore: dalla porta socchiusa del dormitorio Madame la sta osservando, piangendo.

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Tutto diventa più chiaro man mano che Kathy, Ruth e Tommy crescono: gli studenti di Hailsham non sono bambini, sono cloni, destinati a diventare donors, donatori, i cui organi vitali verranno utilizzati per curare pazienti afflitti da malattie terminali.
Nonostante tra Kathy e Tommy ci sia una forte simpatia, nasce una storia tra Ruth e Tommy, che continua anche dopo Hailsham, quando i tre vanno a vivere nei Cottages in attesa di essere pronti a diventare donatori o carers (volontari che assistono i donatori fino alla loro morte, in attesa di diventare loro stessi donatori).
Nei Cottages, gli anziani raccontano a Kathy, Ruth e Tommy che esiste la possibilità di un rinvio per le donazioni: una coppia di cloni deve dimostrare di essere veramente, sinceramente innamorata per guadagnarsi qualche anno in più di vita.
Tra Tommy e Ruth le cose non vanno più tanto bene, Ruth si accorge delle attenzioni che il suo ragazzo prodiga (in realtà da sempre) a Kathy, specie quando, durante un viaggio nel Norfolk (che nell’immaginario collettivo dei bambini di Hailsham era diventato il regno delle cose perdute), Tommy cerca la cassetta perduta di Kathy, quella con la sua amata Never let me go, e, thanks to a stroke of good luck, la ritrova in un negozietto di oggetti usati.
Per allontanare Kathy, le racconta allora che in nessun caso Tommy sarebbe disposto a stare con lei, dopo averla vista leggere giornaletti pornografici (lo scopo di Kathy era quello di trovare la donna dalla quale era stata clonata; sia lei che Ruth sono infatti consapevoli, a livello più o meno subconscio, che le persone dalle quali sono state clonate erano trash, spazzatura: chi altrimenti avrebbe accettato di sottoporsi a un esperimento del genere?)
Kathy decide allora di lasciare i Cottages e di diventare una volontaria. Vive la sua vita al passato, sapendo già che non ci sarà un futuro. Per questo i suoi ricordi sono trascritti con una minuzia che rasenta la pedanteria, comprensibile solo alla luce del fatto che il passato è la sua vita, Hailsham è la sua storia, Ruth e Tommy la sua famiglia.
In una delle cliniche in cui assiste i suoi donatori, Kathy rivede Ruth, ormai prossima alla fine. Solitamente la vita media di un clone si aggira intorno alle tre donazioni: Ruth ha deciso di arrendersi già alla seconda, di lasciarsi andare, ma un parte di lei vuole continuare a vivere attraverso Kathy e Tommy, chiedendo loro scusa per averli tenuti lontani, loro che si erano sempre amati. Loro che possono provare ad ottenere un rinvio, che possono cambiare il loro destino.

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Dopo la morte di Ruth, Kathy diventà così assistente – e donna della sua vita – di Tommy. I due si recano a casa di Madame con i disegni degli animali fantastici di Tommy, che quest’ultimo aveva sempre continuato a creare nella segreta speranza di dimostrare la sua creatività ed ottenere così un rinvio. A casa della misteriosa Madame, i due ritrovano Miss Emily, che svela loro un’orribile verità: non c’è nessuna possibilità di ottenere un rinvio, perchè non esiste un rinvio. I cloni sono destinai ad essere utilizzati per i loro organi vitali fino alla morte. Punto.
L’esperimento della scuola di Hailsham era stato unico in sé: il focus sulla creatività non mirava a far venire alla luce cosa ci fosse nell’anima dei piccoli cloni, quanto piuttosto se essi avessero un’anima.
Ma a nessuno interessa tornare ad un mondo di morte e di malattie. A nessuno interessa il destino di queste strane creature, educate come esseri umani, con sentimenti pari a quelli degli umani, con un passato ma senza futuro.
Kathy non può fare altro che assistere, impotente, alla morte di Tommy, nel corso della sua quarta a ultima donazione. A lasciarlo andare.

Poco prima della sua ultima operazione, Tommy dice a Kathy:

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“I keep thinking about this river somewhere, with the water moving really fast. And these two people in the water, trying to hold onto each other, holding on as hard as they can, but in the end it’s just too much. The current’s too strong. They’ve got to let go, drift apart. That’s how it is with us. It’s a shame, Kath, because we’ve loved each other all our lives. But in the end, we can’t stay together forever.”

Questa è l’immagine che ossessiona Tommy, prima della sua morte: un fiume impetuoso, un fiume in piena, due persone che cercano di salvarsi a vicenda, o quantomeno di lasciarsi andare insieme, stringendosi il più possibile, non lasciandosi andare mai. And never, never let me go.
Ma la corrente è troppo forte, e i due devono lasciarsi andare, con rassegnazione, perché questo è il loro destino:

 

alla fine, non possiamo stare insieme per sempre

 

 

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Il titolo del romanzo riassume in sé le tensioni e gli sforzi dei tre protagonisti: Ruth nonvuole che Tommy e Kathy la lascino andare, vuole vivere prima con Tommy, poi attraverso i due amici; Tommy non vorrebbe che Kathy lo lasciasse andare, mai, non vorrebbe che lo lasciasse entrare in quella maledetta sala operatoria, vorrebbe essere capace di ricreare una di quelle bugie che Ruth era così brava a inventare da bambina, una bugia come una bolla, dentro la quale vivere tranquilli, protetti, nell’illusione che esista davvero la galleria di Madame,  nell’illusione che esista la possibilità di un rinvio; Kathy, indurita dagli anni e dalla solitudine, non vorrebbe mai lasciare andare le sue memorie, non vorrebbe mai lasciare andare Tommy e la speranza di una vita insieme – la speranza di un futuro: ma non può che guardarlo morire dal vetro della sala operatoria.

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La Kathy delle ultime pagine, dell’ultima scena è una persona rassegnata, che si aggrappa alle spoglie della sua infanzia, ai suoi ricordi, alla speranza di vedere Tommy, ancora, un giorno, nel posto in cui tutte le cose perse si possono ritrovare:

“I half closed my eyes and imagined this was the spot where everything I’d ever lost since my childhood had washed up, and I was now standing here in front of it, and if I waited long enough, a tiny figure would appear on the horizon across the field and gradually get larger until I’d see it was Tommy, and he’d wave, and maybe even call.”

Il romanzo di Ishiguro crea, con una maestria non comune, un mondo parallelo e fantastico, sollevando al tempo stesso il problema dei limiti dell’uomo, e questioni bioetiche essenziali per “rimanere umani”. È un romanzo forte, che attraverso le sue parole dipinge l’immensa solitudine, l’alienazione e la forzata rassegnazione di creature di sembianze umane e sentimenti umani, destinate a essere trattate come carne da macello per salvare vite “umane”.

 

L’eleganza del riccio

Rubando le parole di Lalla Romano su Sostiene Pereira di Tabucchi, È possibile che un libro, un romanzo, metta a disagio perché sembra troppo bello? Troppo, non perché sospetto di voler piacere, ma proprio nel senso che si fa amare senza riserve….

L’autrice, Muriel Barbery, docente di filosofia, ama le parole. Seduce con i loro suoni. Gioca con la lingua, portandoti in un mondo magico e misterioso, dove tutto può accadere.

E cosa c’è di più bello delle parole?Niente. Sono il sangue, la linfa, il cuore pulsante di una lingua, ciò che la rende viva. Niente si dice “tanto per dire”: tutto significa qualcosa. Le parole hanno forme, e suoni, e colori. Ci sono persone in grado di odorare suoni, sentire colori. Tali fenomeni vengono definiti sinestesie. La forma più comune di sinestesia il fenomeno per cui lettere, parole e numeri diventano in grado di esprimere colori in modo automatico. Più che una malattia, mi sembra un dono. Una magia. “Si muriera el alfabeto, moririan todas las cosas. Las palabras son las alas”.

Ma mi sto dilungando troppo: tornando al libro in questione, applicherei lo stesso giudizio di Lalla Romano su Sostiene Pereira di Tabucchi: può un libro fare paura perché troppo bello?

Senza tediarvi più di tanto: in breve, è la storia di un condominio abitato da famiglie aristocratiche visto attraverso gli occhi di Renée, portiera filosofa che ama la letteratura ma si finge ignorante per corrispondere in tutto e per tutto allo stereotipo della portiera DOC, e Paloma, brillante ragazzina di dodici anni superdotata che cerca in tutti i modi di mascherare la sua ipersensibilità e la sua intelligenza fuori dal comune scrivendo due diari: i Pensieri Profondi ed il Diario del Movimento del Mondo. Questo perché ha deciso di suicidarsi il giorno del suo 13esimo compleanno, e di dare fuoco al suo appartamento, per distruggere l’ottusità e la superficialità di un mondo del tutto privo di bellezza; un mondo di apparenze, che la bellezza non riesce a coglierla.

Trascrivo qualche estratto.

“Dove si trova la bellezza?Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito?”

“La nostra vita

servizio militare

per tutti quanti”


“Fammi sapere

cosa bevi e leggi

a colazione

e io posso sapere

veramente chi sei tu”


“L’eternità ci sfugge”

“La vera novità è ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo”


“Morale della favola: nell’universo tutto è compensazione. Quando si è meno veloci, si spinge più forte. Allora, come la mettiamo? E’questo il movimento del mondo?Un infimo sfasamento che rovina per sempre la possibilità della perfezione?Per una buona mezz’ora sono stata di pessimo umore. Poi all’improvviso mi sono chiesta: ma perché volevo che la raggiungesse a tutti i costi? Perché si sta così male quando il movimento non è sincrono?Non è molto difficile da capire: tutte queste cose che passano, che ci sfuggono per un’inezia e che perdiamo per l’eternità…Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che avremmo dovuto fare, i kairòs (occasioni) folgoranti che un giorno sono apparsi ma che non abbiamo saputo cogliere, e sono sprofondati nel nulla…Lo smacco appena un pelo più in là..Ma soprattutto mi è venuta un’altra idea, per via dei “neuroni specchio”. Un’idea inquietante, a dire il vero, forse vagamente proustiana (e la cosa mi secca). E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione che ci mostra tutte le occasioni perdute?
Complimenti al movimento del mondo!Poteva essere la perfezione, e invece è un disastro. Dovremmo viverlo davvero, e invece è sempre un’estasi per interposta persona.
Allora ditemelo voi: perché rimanere in questo mondo?”


“Le perle bianche

sulle mie maniche scese quando il cuore ancora colmo

ci lasciammo

le porto con me

come un tuo ricordo” (Kokinshu)

“Io credo che la grammatica sia una via di accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione, o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede ad un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa….Forse bisogna collocarsi in uno stadio di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica”.

“E’ così estenuante desiderare incessantemente…Ben presto aspiriamo ad un piacere senza ricerca, sogniamo una condizione felice che non abbia inizio né fine e in cui la bellezza non sia più finalità né progetto, ma divenga la certezza stessa della nostra natura. Ebbene, questa condizione è l’Arte”.

E poi, pioggia d’estate.
Me la ricordo questa pioggia d’estate.
Sapete cos’è una pioggia d’estate?
All’inizio la bellezza pure che irrompe nel cielo, quel timore rispettoso che si impadronisce del cuore, sentirsi così irrisori al centro stesso del sublime, così fragili e così ricolmi della maestà delle cose, sbalorditi, ghermiti, rapiti dalla magnificenza del mondo.
Dopo, percorrere un corridoio e d’improvviso penetrare in una stanza piena di luce. Un’altra dimensione, certezze appena nate. Il corpo non è più un involucro, la mente abita le nuvole, sua è la potenza dell’acqua, si annunciano giorni felici, in una nuova nascita.
Poi, come le lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, così la pioggia estiva, spazzando via la polvere immobile, è per l’anima degli esseri come un respiro infinito.

Quindi certe piogge d’estate si radicano in noi come un nuovo cuore che batte all’unisono con l’altro.

Aspettando Keira Karenina..rileggendo Anna

In trepidante attesa dell’adattamento di Anna Karenina a cura di Joe Wright, con una splendida Keira Knightley…riprendo in mano questo romanzo che tanto amo, e che ho letto in due momenti topici della mia vita, a distanza di dieci anni.
Adoro Anna. E’ una figura di donna splendida, a tuttotondo, complessa, fragile, coraggiosa, determinata, spaventata. Innamorata dell’amore. Innamorata della vita. Innamorata di suo figlio.

C’è una frase che amo in particolare, e che per me rivela tutto sul carattere di Anna. In realtà è una condanna feroce, mossale dalla madre di Vrònskij dopo la sua morte:

No, qualunque cosa diciate, una persona cattiva. Via, che passioni disperate sono queste! E’ sempre un dimostrare qualcosa di speciale. Ecco che lei appunto l’ha dimostrato. ha rovinato sé e due ottime persone: suo marito e il suo sventurato figliolo!

Questa è Anna e non è Anna al tempo stesso. Lo è perchè lei è così: vuole succhiare il midollo della vita, vuole vivere le passioni fino in fondo, vuole sentirsi viva, viva, viva, di quella vita che tanta vita fa male, di quella vita che scorre per le vene, infiamma il sangue e brucia l’anima.
Anna non vuole esistere, vuole vivere. Anna non vuole un marito che le sia affezionato e che lei ricambia senza passione, con la forza della quotidianità. Anna vuole essere la più bella in un salone da ballo sotto la luce di un lampadario, nel suo vestito di velluto nero, con le belle braccia bianche tornite e i riccioli neri raccolti.

Per tutto il romanzo c’è questo parallelismo costante – genialmente ripreso e sottolineato dalla mia amatissima Muriel Barbery ne L’elegance du herisson, L’eleganza del riccio – tra luce ed ombra, bianco e nero, mussoline e velluto. In breve, Anna e Kitty.

Lo confesso, non provo simpatia alcuna per Kitty. La bella, giovane e viziata principessina Scherbatskaya che, dopo essere stata illusa e respinta da Vronskij, si rifugia nell’affetto di Levin..ma lo ama veramente poi? Levin che pensa costantemente alla morte, Levin che non riesce a provare affetto per il figlio, Levin che venera sua moglie ed è possessivo e geloso, ma la conosce poi veramente?

No, io parteggio per Anna. Nonostante – e anzi forse a maggior ragione – il tono di condanna che accompagna Anna per tutte le 933 pagine (edizione BUR tradotta da Leone Ginzburg).
Non sono certamente una critica letteraria, ma la mia impressione è che Anna venga condannata senza appello. Il suo suicidio non è ordito da un fato capriccioso, non si inserisce in uno schema del tipo “La vita finisce dove comincia”, come nell’Edipo Re di Pasolini, in cui il più innocente degli innocenti viene punito per colpe ereditate dai suoi avi. No, è una condanna consapevole, pagina per pagina, parola per parola: Anna sbaglia, Anna pecca, Anna muore. Come dichiara la madre di Vronskij – sempre lei! e non era nemmeno sua suocera! –

Si, ella è finita come appunto doveva finire una donna così. Persino la morte se l’è scelta brutta e vile.

Leggendo Anna Karenina,  la domanda che pervade tutte le sue pagine è per me la seguente: l’essere umano ha diritto alla felicità? anche a scapito dell’infelicità di altre persone, delle critiche dei benpensanti, dell’esclusione sociale, della solitudine, della dannazione?
La vita è una sola e non c’è posto per le seconde possibilità. Meglio sguazzare tra rimorsi o rimpianti?
Meglio guardare la vita dal finestrino polveroso del treno o scendere da e viverla, anche a scapito di finirci, sotto quel treno?
Meglio esistere o vivere?

Anna è già stata punita. E’ una donna mutilata. Ha perso il suo amatissimo bambino, come punizione inflitta da Karenin e dalla sua consigliera (così una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto…) e non riesce a trasferire il suo amore materno sulla piccola Anny, figlia di Vronskij.

Non c’era bisogno di farla schiacciare dalle rotaie. Anna era già a pezzi. Dentro, dove nessuno poteva vederla. Nel suo cuore. Nella sua anima. Nel suo povero amore deluso ed umiliato.

Anna e Vronskij

Anna e Karenin

Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville a Virginia Woolf

Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi.
Perché le donne sono tanto più interessanti per gli uomini che gli uomini per le donne?

Virginia Woolf

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21 gennaio 1926

Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Avevo composto per te una bellissima lettera, nelle ore da incubo della mia notte insonne, ed è sfuggita: mi manchi e basta, in un modo molto semplice, disperato e umano. Tu, con tutte le tue lettere non mute, non scriveresti mai una frase elementare come questa; forse non la sentiresti nemmeno. Tuttavia credo che ti accorgerai di un piccolo vuoto. Ma lo rivestiresti di una frase tanto squisita che perderebbe un po’ della sua realtà. Mentre per me è una cosa fortissima: mi manchi ancor più di quanto credessi: ed ero pronta, a sentire la tua mancanza, e molto. Così, in realtà, questa lettera è solo uno strillo di dolore. E incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così — ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente. Non hai idea di quanto possa essere scostante, con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese. Non che ne sia davvero risentita.
Comunque, non ti tedierò oltre.
Siamo ripartiti, il treno balla di nuovo. Dovrò scrivere dalle stazioni – che per fortuna nella pianura lombarda sono molte.
Venezia. Le stazioni erano molte, ma non avevo calcolato che l’Orient Express non si ferma. Ed eccoci a Venezia per dieci minuti soltanto, ben poco tempo per tentare di scrivere. Neanche il tempo per comprare un francobollo italiano, quindi dovrò imbucare a Trieste.
In Svizzera le cascate erano gelate, dure tende di ghiaccio iridescente appese alla roccia; molto bello. E l’Italia tutta ammantata di neve.
Stiamo per ripartire. Dovrò aspettare fino a Trieste, domattina. Per favore perdonami di aver scritto una lettera così infelice.

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The Bloomsbury Group, Rory Midhani

La lettera di cui parliamo oggi è stata scritta da Vita Sackville-West, eccentrica, aristocratica scrittrice inglese, nota per la sua liaison con la celeberrima Virginia Woolf.

Victoria Vita Mary Sackville, la poetessa giardiniera, era moglie del diplomatico Harold Nicolson.

I due erano entrambi membri del celebre Bloomsbury group, un circolo di artisti e scrittori sviluppatosi in Inghilterra, proprio nel quartiere londinese di Bloomsbury. Ne facevano parte, tra gli altri membri, Virginia e Leonard Woolf, l’economista John Maynard Keynes e sua moglie, la ballerina russa Lydia Lopuchova. Sebbene il gruppo sia infatti conosciuto soprattutto come circolo letterario, gli interessi dei suoi membri spaziavano dalla poesia alla danza, dall’economia alla prosa, dalle arti plastiche agli studi sociali, dalla musica al giardinaggio.

Il gruppo, tra le altre cose, ospitava diversi membri omosessuali, e, quasi come regola tacita, i suoi aderenti avevano diverse relazioni con più di un partner di entrambi i sessi.

In questo contesto bohèmien si inquadra la relazione tra Vita e Virginia.

Vita oggi probabilmente è conosciuta prevalentemente per le sue avventure omosessuali e per il suo carteggio con la Woolf; ai suoi tempi, più che per la sua produzione letteraria, era nota per la sua passione per il giardinaggio. Nel 1946 era diventata collaboratrice dell’Observer, curando una rubrica di giardinaggio che ebbe all’epoca una forte influenza sulla cura dei giardini nella societa inglese.

È stata inoltre in prima persona foriera dell’architettura paesaggistica: ha ideato e curato infatti insieme al marito il giardino del castello di Sissinghurst, nel Kent, che oggi è il più visitato in Inghilterra ed è di proprietà del National Trust.

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Virginia Woolf si è ispirata a lei per il romanzo Orlando, in cui emerge la Vita più vera, quella che Virginia ha intuito, amato e ritratto appassionatamente.
Solo una scrittrice che possedeva la grazia, la profondità e la delicatezza di Virginia poteva ideare un libro come Orlando. Un romanzo scintillante, in cui un giovane aristocratico cinquecentesco, coraggioso e melanconico, aspirante poeta, soffre del crudele tradimento di una graziosa e volubile principessina russa fino a diventare, verso il 1700, ambasciatore in Persia e tramutarsi, dopo un misterioso sonno, in una fanciulla, dopo aver conosciuto i personaggi più incredibili: la regina Elisabetta I, poeti, commediografi, naviganti, osti di taverne, prostitute, dignitari, principi, zingari, musici.

Il 28 marzo 1941, Virginia si suicida. Vita scrive il suo addio alla sua “adorata creatura”:

 

“Quella mente stupenda, quello spirito stupendo… Insisto a credere che avrei potuto salvarla se solo fossi stata sul posto e avessi saputo lo stato mentale in cui stava affondando”.

(da Cara Virginia. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf, La Tartaruga, 1985, pagine 452).

bg

 

 

 

Melancholia di Jon Fosse, Cime tempestose di Emily Brontë

 

Things We Forget: #301: vivocity, singapore
Things We Forget: #301: vivocity, singapore

“Ho preso la sua mano nella mia, e siamo andati fuori del luogo in rovina…e non ho visto l’ombra di un altro distacco da lei”. (Charles Dickens, Great Expectations – Grandi speranze)

Bernard Shaw su Grandi Speranze: “The novel is too serious a book to be a trivially happy one. Its beginning is unhappy; its middle is unhappy; and the conventional happy ending is an outrage on it.”

Non potevo non iniziare il post di oggi se non ricordando che duecento anni fa nasceva un genio della letteratura, inglese e non solo: Charles Dickens (per A Christmas Carol leggere qui)

 

Great Expectations, Penguin Popular Classics


Dall’amore felice, all’amore contrastato, all’amore dannato, all’amore come ossessione. Vi propongo qui di seguito alcuni estratti di un libro che mi ha molto colpito, Melancholia di Jon Fosse, una sorta di lunga lettera – sfogo – introspezione del pittore Lars Hertevig. Prendete Jon Fosse, il massimo scrittore norvegese vivente. Prendete Lars Hertevig, uno dei più grandi paesaggisti norvegesi dell’Ottocento, le cui malattie nervose gli valsero l’internamento in manicomio. Metteteci dentro pure la bella quindicenne Helene, nipote del proprietario della pensione presso la quale Lars alloggiava, e shakerate bene. Il risultato? Un fiume di colori e parole, una tensione costante, tra amore e ossessione, tra sprazzi di lucidità e follia, del pittore verso la sua bella. Il tutto è narrato dal punto di vista psicotico e visionario del pittore norvegese, che dà vita a pagine davvero intense, e davvero belle. Leggere per credere.

“Lui, Lars da Hattarvagen sta abbracciando Helene Winckelmann ed è così
tranquillo, colmo di qualcosa che non sa cosa sia. Lars Hertervig è con
Helene Winckelmann.E non è più se stesso, è con lei. Si trova dentro
qualcosa che non sa cosa sia. È con lei. La cinge con le braccia e ora
lei lo abbraccia.
Lui preme il suo viso nei suoi capelli, sulle sue spalle.Si trova
dentro qualcosa che non ha mai conosciuto prima, qualcosa che non sa
cosa sia e lui, il paesaggista Lars Hertevig, non ha idea di cosa sia,
ma all’improvviso se ne rende conto, ed è in quel momento che capisce, è proprio in quel momento che sa di trovarsi dentro qualcosa verso cui il suo quadro tende, qualcosa che è nel suo quadro, quando sta
dipingendo al meglio, è lì che si trova lui ora, lo sa, perchè ci è
già stato prima nelle vicinanze di questo qualcosa all’interno del
quale ora si trova, mai ci era entrato prima, mai come adesso, lì dove
il pittore Lars Hertevig respira attraverso i capelli di Helene
Winckelmann. E non fa altro che restare nella sua luce, in qualcosa
che lo colma.

E ora, sdraiato sul letto, non riesce a ricordare quanto tempo è
rimasto abbracciato a lei, alla sua cara, carissima Helene, ma certo
deve essere stato parecchio, magari quasi un’ora era stato ad
abbracciarla, mentre adesso se ne stava seduto sul letto con il suo
abito malva ad ascoltare una bellissima musica”.

 

“Ed è la mia amata Helene che sta suonando. E io, Lars de Hattarvagen,
ho visto Helene sciogliersi i suoi bei capelli, l’ho vista in piedi
davanti alla finestra della mia stanza e ho visto i suoi capelli
biondi caderle ondeggianti lungo le spalle.E ho visto la luce dei suoi
occhi. E sono stato dentro la sua luce. Sono entrato dentro la sua
luce.Mi sono alzato dalla sedia, sono andato verso di lei e davanti
alla sua luce…
Tu sei come cielo e luce in me. Mi manchi così tanto, Helene. e adesso
tu mi hai chiesto di venire da te. E io vado via dal Malkasten, mi
avvicino alla via dove abiti tu, insieme a tua madre, con i tuoi
fratellini.Vengo da te, mia cara Helene.Perchè tu sei in me. Tu sei in me. Io vengo da te. E tu sei in me.Tu sei me. Senza di te io sono solo un movimento, senza di te sono solamente un movimento vuoto, una curva. Una svolta verso di te. Un movimento verso di te, Helene. Verso di te, verso di te. Helene.
Da quando mi sveglio a quando mi corico, sempre sono un movimento
verso di te. Sono rivolto verso di te,sono un movimento verso di te.Ti
vengo incontro perché mi hai chiesto di venire da te, e ora magari non
vuoi vedermi, non vuoi che io venga, magari vuoi solo che io sparisca
e non venga mai da te, forse non mi vuoi più vedere, magari i tuoi
occhioni, così azzurri, così luminosi, non mi vogliono più vedere,
magari tu non vuoi più avere niente a che fare con me, magari non mi
vuoi più vedere, perché tua madre mi ha detto che non puoi più
vedermi, un paesaggista norvegese, uno studente di belle arti, un uomo
strano, appena un uomo.
Cammino lungo la strada. Vado verso al casa dove tu abiti, verso il
tuo volto alla finestra.
I tuoi capelli biondi, ondeggianti.
I tuoi occhi così azzurri, così chiari.
E il tuo vestito bianco.
E la tua voce che pronuncia il mio nome.
Da quando mi sveglio fino a sera, posso sentire la tua voce.
Posso vedere i tuoi occhi.
Dentro di me, sei tu”.

Melancholia 1, Jon Fosse, Fandango Libri

Come può questo delirio amoroso non richiamare il destino turbolento di Cathy e Heathcliff, i protagonisti di Wuthering Heights, Cime tempestose, di Emily Brontë?
L’amore come dannazione. L’amore oltre la vita. L’amore oltre la morte.
L’amore che non ha il coraggio di sfidare le convenzioni sociali, ma finisce per sfidare addirittura il concetto di mortalità umana. La storia è ben nota: il padre di Cathy prende con sé il trovatello Heathcliff e lo alleva in seno alla sua famiglia; tuttavia, una volta morto il suo benefattore, Heathcliff viene degradato al rango di servo. Già dall’inzio è connotato come incarnazione stessa del male: la pelle scura, sporco, gli occhi come carboni, le marachelle più o meno ingenue combinate insieme alla sua compagna di giochi, Cathy.
Tuttavia, pur amando Heathcliff, Cathy sposa il vicino di casa, il mite ed agiato Linton.
Ecco come Cathy descrive il suo amore per Heathcliff:

Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state quelle di Heathcliff, e le ho viste e vissute tutte fin dal principio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto morisse, e lui rimanesse, io continuerei ad esistere; e se tutto il resto continuasse ad esistere e lui fosse annientato, l’universo si trasformerebbe in un completo estraneo: non ne sembrei parte. – Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io SONO Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.” (cap. IX)

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Ma i due si separano: dopo aver sentito le prime parole di Cathy, Heathcliff scappa, senza dare alcuna notizia di sé, deciso a riscattarsi e a diventare degno dell’orgoglio di classe e dell’amore di Cathy. La sua vendetta è lunga e dolorosa: sposa la sorella di Linton, Isabella, solo per rendere Cathy gelosa, spezzando il cuore a Linton e rendendo la vita impossibile alla moglie, che finisce con lo scappare; gode della sua nuova condizione di ricco asservendo Hindley, fratello di Cathy, dedico all’alcool e al gioco dopo la morte della moglie, e il di lui figlio, Hareton, che costringe ad abbruttirsi. Cathy, malata e infelice, muore dando alla luce una figlia. Tuttavia, prima della sua morte, i due riescono a dichiararsi eterno ed imperituro amore:

 

Cathy:
– Vorrei tornare a essere una ragazza, quasi una selvaggia, e aspra e libera, che ride delle offese e non ne impazzisce! Perché sono tanto mutata? perché il mio sangue si agita tumultuosamente per poche parole? (cap. XII)
– Ma, Heathcliff, se io ora ti sfidassi a farlo, ne avresti il coraggio? Se lo avrai ti terrò con me. Non giacerò là da sola. Possono seppellirmi dodici piedi sotto terra, e gettarmi sopra la chiesa intera; ma non riposerò fino a quando tu non starai con me. Mai! (cap. XII)

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Heathcliff:
– Ora dimmi come hai potuto essere così crudele con me, crudele e falsa. Perché mi disprezzasti? Perché ingannasti il tuo stesso cuore, Cathy? Non mi viene una sola parola di conforto. Tu meriti questo. Ti sei uccisa da sola. Sì, puoi baciarmi, e piangere; e strapparmi baci e lacrime; essi saranno la tua rovina… la tua dannazione. Tu mi amavi; che diritto avevi di lasciarmi? Che diritto? Rispondimi. Lasciarmi per quel misero capriccio che ti prese per Linton? Giacché né la miseria, né la degradazione, o la morte, né qualunque pena che Dio o Satana potessero infliggere, avrebbero potuto separarci, tu lo facesti di tua volontà. Non ho infranto il tuo cuore, tu l’hai infranto; e nell’infrangerlo, hai spezzato il mio. Tanto peggio per me che sono forte. Se voglio vivere? Che vita sarà quando tu… oh, Dio! Piacerebbe a te vivere con la tua anima nella tomba? (cap. XV)
– È duro perdonare, e guardare codesti occhi, e toccare codeste mani consunte. Baciami ancora; e non farmi vedere i tuoi occhi! Ti perdono per quello che mi hai fatto. Io amo la mia assassina; ma il tuo assassino, come potrei perdonarlo? (cap. XV)
– Ha mentito fino alla fine! Dov’è ora? Non è là, non in paradiso, non fra i morti, dov’è? Oh dicesti che non ti importava delle mie sofferenze! E io elevo una sola preghiera, la ripeterò fino a che la lingua non si sia seccata – Catherine Earnshaw, possa tu non trovare pace finché io avrò vita; dicesti che io ti avevo uccisa; perseguitami allora! Gli assassinati PERSEGUITANO i loro assassini, credo. So che dei fantasmi hanno vagato sulla terra. Sii sempre con me, assumi qualsiasi forma, fammi impazzire! Solo non lasciarmi in questo abisso dove non riesco a trovarti! Oh Dio! Non ci sono parole per dirlo! NON POSSO vivere senza la mia vita! NON POSSO vivere senza la mia anima! (cap. XVI)

I propositi di vendetta del disperato Heathcliff non si attuano: alla fine del libro, Hareton e Cathy, figlia della sua amatissima Catherine, si innamorano, mettendo così fine alla faida e riportando risate e colori a Wuthering Heights.
Si racconta che, dopo la morte di Heathcliff, due spiriti siano stati visti aggirarsi tra le brughiere innebbiate e desolate. D’altro canto, come scrisse la Brontë:
 

 

There is not room for Death,
Nor atom that his might could render void:
Thou -Thou art Being and Breath,
And what Thou art may never be destroyed.

 

(No coward soul is mine)

 

Non c’è spazio per la Morte,
Non c’è atomo che la sua volontà
 possa annullare:
Tu – Tu sei Vita e Respiro,
Possa quello che sei mai essere distrutto!

“What do they know of heaven or hell, Cathy, who know nothing of life ?”

da Wuthering Heights (1939) regia di William Wyler con Merle Oberon (Cathy Linton), Laurence Olivier (Heathcliff), David Niven (Edgar Linton)

 


“Ora mi degraderebbe sposare Heathcliff, così non saprà mai quanto io lo ami: e non perché sia bello, Nelly, ma perché lui è più me stessa di quanto non lo sia io. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono la medesima cosa; e quella di Linton è diversa quanto un raggio di luna da un lampo, o il gelo dal fuoco”. (cap. IX)

Caos calmo

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Mentre la neve ed il freddo attanagliano l’Europa e ci teniamo al caldo con una buona tazza di Darjeeling…vi propongo la terza lettera, tratta da un libro che amo moltissimo: Caos Calmo, di Sandro Veronesi, letto tutto d’un fiato durante un viaggio in Eurostar.

Pietro, il protagonista, perde la compagna, Lara, a pochi giorni dal loro matrimonio, in circostanze a dir poco surreali: mentre salva la vita ad una perfetta sconosciuta, spettro che continuerà a tormentarlo nel corso dell’intera vicenda, insieme a tante altre questioni in sospeso e fantasmi che Pietro non si sente proprio di affrontare. Il suo caos calmo deriva dalla sua totale incapacità – condivisa in parte dalla figlia, Claudia – di non riuscire ad elaborare il lutto. Per non sentire il dolore, per rinviarlo continuamente al giorno dopo, per non essere costretto ad affrontare la realtà e tutte le sue conseguenze, Pietro congela il tempo e si ritrova a vivere in una sorte di dimensione parallela, passando le sue giornate ad aspettare che Claudia esca da scuola seduto su una panchina: all’inizio per rassicurare la bambina, poi per rassicurare se stesso.

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Le bellissime parole che leggerete non sono dirette a Lara, con la quale tuttavia Pietro continua a comunicare per tutto il libro, attraverso un cd dei Radiohead lasciato in macchina da lei; sono invece rivolte alla bellissima, insicura, incasinata sorella di Lara, Marta, con cui Pietro ha avuto una brevissima relazione e attraverso la quale ha conosciuto la compagna. Marta è una madre single che ha appena scoperto di essere incinta del suo terzo figlio: è spaventata, confusa, triste per la morte dell’amata sorella. Ha chiaramente bisogno di essere rassicurata, tenuta tra le braccia, amata.

Vi consiglio di leggere la lettera con L’amore trasparente di Ivano Fossati (colonna sonora del film omonimo, con Nanni Moretti, Valeria Golino e Isabella Ferrari) come sottofondo.

 

“Allora, ricordati bene quello che ti dico: tu non sei sola, finchè ci sono io. Tu puoi contare su di me, sempre. Non sto scherzando, ascolta: mi puoi chiamare anche nel cuore della notte se ti svegli con la paura dei satanisti, dei vampiri, degli zombi: io ti proteggerò. Non farò mai più lo spiritoso.
E quando ti sentirai perduta, debole, brutta, sola e disperata, non dovrai fare altro che chiamarmi: io verrò e ti racconterò di come tutti gli uomini che ti vedevano, quando ti ho conosciuta, si innamoravano di te all’istante, zac, fulminati; e poi ti porterò allo specchio e ti obbligherò a constatare che sei ancora bella come allora, prodigiosamente bella, oserei dire, perchè sembra che per te il tempo non sia passato. E se ti si romperà la lavatrice, la macchina, il computer, il telefonino, e se ti sentirai morire alla sola idea di consumare energie per ripararli non ti preoccupare: chiama me, e ci penserò io. Avrò cura di te in qualunque momento tu ne abbia bisogno, ogni giorno dell’anno, ogni anno che verrà fino a quando incontrerai un uomo meraviglioso che ti amerà profondamente per il resto della tua vita, e allora lo farà lui molto meglio di me”.

Non so voi, ma è una vita che le aspetto, queste parole.

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Caos Calmo, Sandro Veronesi, Bompiani

Caos Calmo, trailer ufficiale