Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch (parte prima)

 
Preamble: I have stumbled upon an incredible essay written by Katie Crouch, author of Abroad, and published on BuzzFeed. I just couldn’t stop reading it, and Katie, being a terrific person, as kindly agreed to let me translate her essay in Italian for this article. Check out her work on her website…..

And again, thanks a lot, Katie!
           
                      ***************************************************************

Qualche tempo fa ho letto su BuzzFeed questa bellissima riflessione sul suicidio. Sul suicidio letterario e letterale, se vogliamo. Su Sylvia Plath, e non solo.

L’autrice, Katie Crouch, è stata così gentile da permettermi di tradurlo e vi consiglio di leggerlo.
In questo post trovate la prima parte  – è lunghetto, quindi ho preferito dividerlo in due episodi.

Leggetelo, perché non se ne parla mai abbastanza.

Il 12 settembre scorso ha marcato l’anniversario della scomparsa di David Foster Wallace, celebrato da Paolo Cognetti in questa bellissima eulogia.

Qualche settimana fa si è tolto la vita Robin Williams, che nel mio immaginario resterà sempre John Keating, il capitano, mio capitano de L’attimo fuggente, che ha impartito una delle lezioni più belle sul significato universale della letteratura:

We don’t read and write poetry because it’s cute. We read and write poetry because we are members of the human race. And the human race is filled with passion. And medicine, law, business, engineering, these are noble pursuits and necessary to sustain life. But poetry, beauty, romance, love, these are what we stay alive for. To quote from Whitman, “O me! O life!… of the questions of these recurring; of the endless trains of the faithless… of cities filled with the foolish; what good amid these, O me, O life?” Answer. That you are here – that life exists, and identity; that the powerful play goes on and you may contribute a verse. That the powerful play *goes on* and you may contribute a verse. What will your verse be?

Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore: sono queste le cose che ci tengono in vita! Citando Walt Whitman: O me, o vita! domande come queste mi perseguitano: infiniti cortei d’infedeli, città gremite di stolti. Che v’è di nuovo in tutto questo? O me, o vita?” Risposta: Che tu sei qui! Che la Vita esiste! E l’identità! Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.Quale sarà il tuo verso?

E poi c’è lei, Sylvia. Sylvia è morta l’11 febbraio, qualche giorno prima della mia data di nascita.

Sylvia aveva la mia stessa età quando ha deciso di chiudere il sipario sul suo dramma. E non era la prima volta, e c’era un sacco di disperata premeditazione, come Paolo Cognetti ha scritto a proposito di DFW: il latte e il pane sul comodino di Nicholas e Frieda – i suoi bambini , la stanza destinata a diventare una camera a gas isolata da asciugamani infilati sotto le porte, la tata assunta a partire dal mattino successivo (il cappio, la sedia, il punto del soffitto di DFW).

Insieme alla premeditazione, tanta disperazione  (forse un desiderio tacito di salvezza?): il biglietto con il numero del suo dottore, la richiesta ai vicini di passare a controllare come stessero, lei e i suoi bimbi, i figli di Ted..

Il problema è forse quell’interpretazione romantica, eroica e romanzata del suicidio, ereditata dai giovani Werther e Jacopo Ortis, dalle Emma Bovary e dalle Anna Karenina: arsenico, colpi di pistola e binari del treno, finzioni letterarie che straripano nella realtà. Il problema è che spesso – e volentieri – ci si dimentica che dietro il poeta, lo scrittore, il pittore, l’artista maledetto c’è la persona: in questo caso la persona Sylvia, che rivela tanto di sé nel suo unico romanzo pubblicato – The Bell Jar -, nelle sue poesie e nei suoi diari, nei quali è impossibile non identificarsi, a tratti, nella ragazza esuberante affamata di vita e spaventata dalla vita al tempo stesso. La ragazza bella, sana e abbronzata, eppure tanto ammalata, perseguitata da demoni che la divorano dentro, fino a consumarla. La ragazza affascinante che non ha mai beaux  a sufficienza (un po’ una Rossella O’Hara del New England), che vuole essere adorata, ma al tempo stesso non riesce ad avere un buon rapporto col suo corpo e con la sua sessualità, sentendosi in qualche modo limitata dal fatto di essere donna, soggetta a un’infinità di regole di buona condotta, restrizioni e giudizi morali. La ragazza dall’intelligenza brillante e vivissima, dalla creatività inarrestabile, dalla sensibilità ipertrofica, schiacciata sotto il peso di quel perfezionismo stakanovista – impartitole parzialmente da Aurelia, la madre-vampiro –  che la porta a credere che niente sia abbastanza, che nessuna borsa di studio o nessun premio possa estinguere quella sete perenne e insaziabile, e la porta ad avere un esaurimento nervoso quando non viene accettata alla scuola estiva di Harvard.

Dietro Sylvia Plath c’è Sylvia, una ragazza che non sa cucinare e si sente impacciata quando balla, che non ha soldi per comprarsi bei vestiti e imitare le mode del momento, che guarda con desiderio alle luci di New York, per poi sentirsi terribilmente fuori posto durante il suo prestigioso stage presso la popolare rivista Mademoiselle (a job a million girls would die for, citando The Devil Wears Prada).

Una ragazza che non ha mai superato la perdita prematura dell’amato padre Otto e cerca di definire il suo rapporto con gli uomini e i sentimenti con tutta se stessa, per poi innamorarsi a prima vista di Ted Hughes, e sposarlo solo quattro mesi più tardi, e il resto..beh, è storia, chè i fuochi bruciano (and it burns burns burns, the ring of fire, canta Johnny Cash).

Vi lascio all’articolo di Katie. Leggetelo. Leggetelo, perché non se ne parla mai abbastanza.

Leggetelo, e tenete bene a mente che dietro ogni Plath c’è una Sylvia e dietro ogni Hemingway c’è un Ernest e dietro ogni FW c’e’ un David e dietro ogni Sexton c’è una Anne e dietro ogni Woolf una Virginia. Storie dietro la storia.

                   *******************************************

Sto pensando al suicidio. No, non al mio – niente del genere. Di certo sto messa maluccio. So qualcosa di quell’abisso spalancato. Parlatemene alle tre del mattino quando giro per casa, inseguita dall’insonnia. Vedo Il Grande Nulla nelle luci intermittenti della televisione; sento gli ululati dei coyote dei campi dei vicini.

Posso effettivamente avvertire un senso di morte, freddo come lo specchio del bagno, mentre la mia famiglia dorme, a pochi passi da me.

Ho sofferto di terrori mattutini dall’età di ventinove anni – problema diagnosticatomi da diversi dottori. Ne soffro se bevo e se non bevo, se rinuncio al caffè o mi faccio il bagno nella caffeina, se mi sottopongo all’agopuntura o prendo medicine. Ha nomi diversi: ansia acuta, attacchi di panico, ma il punto è questo: non riesco a dormire, dannazione.

Eppure torno in me al mattino. Se posso far scivolare le gambe sul pavimento, allora: uova. Sto parlando di routine. Morte di un amico, morte della speranza, morte, punto. Nonostante tutto, quando arriva il mattino, uova.

No, la cosa a cui sto pensando ultimamente è il suicidio di altre persone. Come saranno stati quegli ultimi momenti. Quanto coraggio ci sia voluto per tirare il grilletto o buttarsi già da un ponte. E quali saranno stati gli ultimi pensieri?

Quali ultime, delicate poesie erano nella mente di Anne Sexton quando chiudeva la porta del garage? Quali erano le incredibili farneticazioni di Virginia Woolf mentre camminava nell’acqua con quella pietra?

A volte immagino come sarebbe, arrivare lì giusto in tempo. Questa è la caratteristica dei sogni, vero? Possiamo sistemare tutto. Allora immagino di remare fino a Virginia prima che la sua testa scompaia sotto l’acqua, o di passare a trovare Anne per un drink proprio mentre sta per entrare in macchina. Hey, cosa stai…? Dai, non farlo. Andiamo a guardare un film, o qualcos’altro. O, ancora meglio, uova.

Sylvia Plath, 1932 – 1962. Genio della poesia morta con la testa nel forno. E’ lei quella a cui penso di più, se devo dire la verità. Dopotutto, insieme a migliaia di fanciulle – topi di biblioteca dalla disposizione malinconia, ho venerato ogni sua parola dopo aver trovato The Bell Jar nella biblioteca della scuola quando avevo quindici anni. Ovviamente, The Bell  Jar è stato solo l’inizio, e ogni serio ammiratore della Plath lo sa bene. Si passa ad Ariel (la versione senza Ted, naturalmente), poi ci si avventura ne Il colosso; il tocco finale – se si è veramente seri – è lo studio dei diari integrali.

Sylvia! invochiamo tutte. Ci sono stati interi eserciti di noi, ragazze dai gomiti nodosi  che leggevano attentamente la sua prosa intricata soffrendo silenziosamente sui nostri lettini.

Siamo così simili!

Anch’io ho perso la testa per un ragazzo

No, trenta ragazzi!!!

Anch’io idolatro chi non si accorge nemmeno che esisto.

Serata indimenticabile, in cui ho sgraffignato stuzzicadenti e noccioli d’oliva dai tavoli degli dei d’ambrosia!
scrive Sylvia nel suo diario nel 1956, dopo aver bevuto nello stesso bar di Auden .

Anch’io, Sylvia! Avrei fatto esattamente la stessa cosa!
Ma ci ha tradito. O meglio, tu ci hai tradito. Perché posso parlare con te, vero Sylvia? Parlare veramente con te? Perché no, giusto? Cosa mi dirai, no?

Hai distrutto il seguito di seguito di The Bell Jar, bruciato in un attacco di rabbia. Hai distrutto un altro libro perfetto, pieno di storie della tua vita a Cambridge: un libro che avrei adorato. Inoltre, ci hai privato di una vita di scrittura, della tua prosa. Sei morta, Sylvia. E hai scelto di farlo.
Oppure no? Tu, amica mia, consapevole della tua disperazione, hai assunto una tata il giorno prima perché ti desse una mano coi bambini. Una donna professionale e materna, che avrebbe iniziato la mattina seguente. Secondo alcune teorie volevi essere salvata, dato che hai chiesto ai vicini di passare a controllarvi un paio d’ore prima di fare quello che hai fatto e hai lasciato un biglietto in cui chiedevi di chiamare il tuo dottore.  Cosa sarebbe successo se la tata fosse arrivata prima? Anche un’ora sola avrebbe fatto la differenza, dicono alcune fonti. Così, durante le mie “ore no”, come le chiamavi tu, immagino di presentarmi a Fitzroy Street.
Prendere a calci quella porta, spalancare la finestra. Svegliati, Sylvia. Dai, respira. Intervenire nella tua vicenda personale durante una mattina grigia, undici anni prima della mia nascita.
View this imag
Ma c’è qualcosa che non ti sto dicendo, Sylvia. Veramente sarebbero un mucchio di cose, ma non voglio esagerare con la condivisione. Ti ricordi di quei critici che rifiutavano i tuoi scritti e si prendevano gioco di te? Beh, ora ti additano come una pioniera della condivisione. Che tu l’abbia voluto o meno, sei diventata il colosso. Prima la tua storia, poi la tua voce, poi il tuo ruolo nella letteruatura. Tu sei un intero genere letterario. Il primo confessore di sesso femminile.
Anche se, a dirla tutta, quel titolo non sarebbe poi valso a granché. Non sei più da queste parti, ma ultimamente ci sono donne che esagerano nel vuotare il sacco. Tuttavia, tu sei stata la prima a farlo. Ci hai insegnato a condividere senza risultare disgustose. Spero di non essere disgustosa. Sto solo parlando, con te.
Dunque, Sylvia, tutto è iniziato quando avevo ventisei anni – la stessa età che avevi tu quando hai sposato Ted.
Mi ero appena trasferita a San Francisco. Penso spesso a quello che sarebbe successo se anche tu fossi venuta qui. Se, anziché diventare tutta università e Fullbright, fossi diventata un po’ Kerouac e ti fossi messa in viaggio. Probabilmente saresti ancora viva e non saresti famosa. Forse abiteresti nella mia strada, saresti ancora viva e ti saresti rifugiata a scrivere nella stessa cittadina del North Carolina che ho scelto per me.
Ma questo non è quello che ti è successo. Questo è quello che è successo a me.
San Francisco. Non avevo nessun motivo per andare lì, a parte il boom di Internet. Tutto il Paese sembrava andare verso ovest. Allora ho pagato un biglietto aereo con la mia carta di credito. Non sapevo ancora cosa avrei fatto, e non avevo nient’altro da offrire a parte una costosa laurea. So che la Smith ti ha fatto fare strada, ti ha fatto arrivare a New York e a Cambridge e tutto il resto. Ma ora l’università ha un peso minore.  I più intelligenti non ci vanno nemmeno più. A diciannove anni sono già imprenditori miliardari e si comprano raffinate piste da bowling. Non voglio generalizzare, ma a questi fanatici della tecnologia non importerebbe molto di te, a meno che tu non arrivassi sotto forma di una app.
Ma allora era il 1999, ed eravamo a metà strada tra David Foster Wallace e l’ultimo Guerre stellari. Avevo paura, Sylvia. Ero seduta vicino al finestrino e, durante l’atterraggio, premevo la fronte contro il vetro. La città era ricoperta di una glassa rosa e blu, ma mi ricordava piuttosto il colore dell’ostia che il reverendo della mia parrocchia depositava sulla mia lingua.
Nessuno scrive come te com’è sentirsi persi in città, Sylvia. Quelle scene in The Bell Jar, quando eri sola e ammalata a Manhattan e non sapevi come vestirti o come comportarti, non hanno eguali.
Quindi ti darò solo qualche assaggio.
Lavoricchiare in una compagnia di cibo per animali. Bere tutta la notte, addormentarsi in un materasso da campo nel ripostiglio di un’amica. Sveglia alle sette, alzarsi con l’energia di una ninfa di Dioniso. Non lo sapevo, allora, ma quelle notti di sonno erano un vero miracolo.
Ho trovato un lavoro. A dire il vero, ho cambiato tre lavori nell’arco di un anno, uno più redditizio dell’altro. Era il 1999. Sapere quanto denaro girasse allora ti farebbe venire le vertigini. I posti in cui lavoravamo erano palazzi consacrati allo sperpero. Montagne di bagel al mattino, macchine per l’espresso, sale giochi, scaldapiedi ergonomici. Il posto dove sono arrivata alla fine, un’agenzia pubblicitaria, mi ha accolto nella sua “famiglia”. Non avevo esperienza nel settore della pubblicità, ma non importava. Promettevo bene, e mi pagavano 65000 dollari all’anno per scrivere di una catena di distribuzione. Ancora non so di cosa si tratti.
Sylvia, avevi solo trent’anni quando sei morta. Ma invecchiare non è poi così male. Uno dei vantaggi, ad esempio, è sviluppare la capacità di dare un senso al passato. Ora che ho quarant’anni mi rendo conto di quanto fosse facile perdersi inequivocabilmente, anche semplicemente per sentirsi bene e per guadagnare. Il mio lavoro era particolarmente astratto, dal momento che non eravamo nemmeno un’azienda che non creava qualcosa di assolutamente inutile: semplicemente, ne parlavamo. L’agenzia presso cui lavoravo mi chiedeva poco in termini lavorativi, ma mi succhiava l’anima. Ogni lunedì dovevamo condividere le “nostre speranze” in un “ambiente che ci avrebbe dovuto incoraggiare”. Gli abbracci erano incoraggiati. Quasi sempre c’era qualcuno che piangeva. Avevo ventisei anni e mi facevo il bagno nel Kool-Aid, Sylvia. Allora non avevo niente di meglio in cui credere.
Ho incontrato molte persone nel 1999. Non erano quei poeti, che ti affascinavano fino a intossicarti, di cui ti circondavi a vent’anni. Erano semplicemente uomini e donne, trapiantati dalla East Coast. Ho voglia di una birra o di un cocktail?, ponderavano.
Consideravamo San Francisco una sorta di vacanza dalla vita reale. C’era sempre una festa, qualcosa di nuovo per incontrare le stesse persone, che fosse un evento a tema su un decennio che ci eravamo persi, o una cena multiportata a casa di qualcuno, o catalettiche spedizioni verso qualche magazzino. Forse ai tuoi tempi alcune delle feste erano chiamate eventi, ma non erano così cerebrali.  Ricordo che a volte ne emergevo con un forte cinismo nei confronti di tutta quella superficialità. Tuttavia, ero giovane, ed ero sicura che qualcosa sarebbe cambiato, prima o poi.
Il cambiamento c’è stato, ma non quello che pensavo. Ho trovato un amico, Sylvia. Un vero amico. Se il tempo passa tutto al setaccio, lui è il sassolino che mi rimane di quel periodo, insieme ad alcune foto e a un paio di stivali bianchi che ancora oggi non oso indossare.
Henry era piccoletto, dall’aria giovanile, dall’aspetto quasi bizzarro. Si è presentato un giorno in agenzia, con altri impiegati acquisiti da una compagnia comprata dal mio capo. Arrivava appena a un metro e cinquanta. Piccolo, ma muscoloso. Capelli gellati alla Superman. Una volta l’ho sentito descriversi come un supereroe avvolto nella pellicola per alimenti. Stava lì a gironzolare intorno alla nostra “capsula” – gergo aziendale per scrivania condivisa – e mi ha guardato.
“Ciao” mi ha detto “sarò quello che si spacca la schiena seduto vicino a te”.
Non sembra divertente, eppure lo era. Esilarante.
Ne ho prese di batoste da allora. Ho trasportato vassoi di gnocchi fumanti da quattordici chili su per imponenti scalinate newyorkesi, mentre uomini in frac mi toccavano il sedere; ho pulito il vomito dei clienti dai bagni. Mi sono spaccata la schiena per davvero; ma questo non succedeva lì dove lavoravamo. Passavamo la giornata a occuparci dei gadget che ci davano finche’ qualcuno non ci chiedeva pigramente di scrivere per dieci minuti di cooperazione simbiotica e poi ci lasciava di nuovo in pace.
Ma Henry. Henry rendeva tutto diverso. Fino al suo arrivo, aspettavo semplicemente che le giornate passassero. Con lui avevo capito che il tempo è un dono. Quando non aveva niente da fare, lui non stava semplicemente a fissare la sua pagina Yahoo inebetito. Tirava fuori un librone, solitamente sul Giappone, o si dedicava alla musica. Si era rivelato una celebrità minore nel campo della musica elettronica sperimentale. Una volta ha composto una canzone fatta interamente di starnuti. Presto ho capito che era l’unico a fare qualcosa di sostanziale, lì dentro.
Ci sono volute un paio di settimane perché diventassimo amici. Ero abbastanza egocentrica, Sylvia. Avevo un ragazzo, e c’erano settimane bianche e cene da organizzare. Tuttavia, piano piano, ho iniziato ad apprezzare la natura quasi religiosamente seria dell’uomo alla mia destra.
È stata un’amicizia frivola, divampante.
Metti via quel libro! gli intimavo. Ho qualcosa da dirti. Lo buttava da qualche parte e ci chiudevamo in qualche sala conferenze a parlare di Murakami, o Zadie Smith, o degli episodi di Temptation Island, o, meglio ancora, dei nostri capi. Il nostro immediato supervisore aveva ventidue anni, un laureato di Princeton nordico e statuario come un modello che metteva tutti in riga e calcolava codici mentalmente. Il sogno di Hitler, diceva Henry.
Poi c’erano i proprietari della compagnia, hipster trentenni con due bambini ai quali piaceva andare sull’altalena e vantarsene; ci incoraggiavano a frequentare corsi di life coaching e indossavano gilet di finta pelliccia e rumorosi pantaloni di plastica.
C’era anche una “curatrice della cultura aziendale”, una donna adorabile, inspiegabilmente single, ossuta come una colomba denutrita, il cui unico lavoro era documentare quanto fossimo straordinari. C’era la mascotte, che a dire il vero ci piaceva, un Chihuahua salvato dal Messico che pensava di essere un Rottweiller. C’erano così tante cose da prendere in giro, Sylvia. Io e Henry stavamo sempre nel bagno unisex, piegati in due dalle risate.
Non importava a nessuno. “Amiamo la vostra energia!”, ci gridavano i due hipster dai loro pouf. Okay! E scappavamo di nuovo in bagno a prenderli ancora in giro.
Quando finisce quella capacità di trovare il ridicolo nei segretucci meno importanti? Mi sa che lo sto chiedendo alla persona sbagliata. Non eri una ragazza frivola. Il 10 gennaio 1953, a ventun anni, l’età più spensierata, scrivevi a proposito di una tua bellissima foto:  
Guarda quell’orrida maschera morta e non dimenticartela. È una maschera di gesso che nasconde un veleno mortale ormai secco, come un angelo della morte.
Non eri spensierata, Sylvia. No.
Ma la spensieratezza non dura per sempre, S. Un giorno ti svegli e..qualcos’altro ha preso il suo posto. Chi deve portare i bambini a scuola, tassi d’interesse: non lo so. Ma io e Henry ce l’avevamo ancora, quel qualcosa. Ci lanciavamo palline di carta durante le riunioni, giocavamo all’impiccato mentre ascoltavamo il cliente parlare in quello stupido, futuristico vivavoce.
Oh, il telefono! C’era ancora un sacco di eccitazione al riguardo nel 1999. Il telefono fisso. Il mio ragazzo mi chiamava e diceva inevitabilmente la cosa sbagliata. Non era colpa sua. Il problema era che io volevo un Ted, lo sai? Come il Ted del tuo diario:
..battevamo entrambi i piedi per terra, e di colpo mi ha baciato con forza sulla bocca e mi ha sfilato  la mia fascia, la mia insostituibile, adorabile fascia rossa segnata dal sole e da tanto amore e i miei orecchini d’argento preferiti: ah, li terrò, ha abbaiato. E quando mi ha baciato il collo l’ho morso forte sulla guancia, a lungo, e quando siamo usciti dalla stanza un rivolo di sangue scorreva lungo la sua guancia.
Questo era quello che volevo. Sangue. Pestare i piedi. Questo mio ragazzo mi chiamava e mi diceva cose del tipo: “Diamine, sei così emotiva! Non possiamo semplicemente parlare del weekend?”. Diceva esattamente la cosa sbagliata. Io scoppiamo a piangere, Henry iniziava a fare piroette. Poi c’era la mia disastrata famiglia. Mia madre mi chiamava e mi diceva che mio padre, che adoravo, aveva distrutto la macchina quando era ubriaco. Mio padre mi chiamava, così pieno di antidolorifici da dimenticarsi il mio nome. Henry incrociava gli occhi, le labbra tremolanti. Cadeva e agitava i piedi in aria. Eravamo nelle nostra sit-com privata, Sylvia, nella nuvola rosa della nostra amicizia.
Tuttavia, la spensieratezza non può durare. Non senza sfociare in un’altra zona, dall’altra parte della quale l’amico si affaccia. Una mattina Henry è arrivato di umore tetro, con la mano fasciata.
“Che è successo?” gli ho detto. “Hai picchiato la tua signora?”
Non sapevo nemmeno se Henry avesse una ragazza. Che cosa stupida da dire.
“No” mi ha detto. “Ho colpito il cofano di una macchina col pugno”.
Non riesco a ricordarmi o immaginarmi la mia risposta.
“Una macchina è entrata in una zona pedonale, e io l’ho colpita, e mi sono rotto un dito”.
Eravamo totalmente fuori dalla fase spensierata della nostra amicizia, raggiungendo punte di disagio.
“Perché?”
 “Perché sono dei bastardi, quegli autisti che tagliano la strada ai pedoni. Stavo cercando di tornare a casa. Avrei dovuto colpire la sua maledetta faccia”.
Come ti ho già detto, Sylvia, io sono figlia di un alcolizzato. Questo mi ha portato a odiare i conflitti, e a cercare di fare il possibile per risolvere i problemi delle persone che amo. Così ho parlato con quelli del design. Abbiamo fatto degli sticker per Henry, belli grandi e di un giallo fosforescente, che dicevano:
Caro autista che odia i pedoni:
forse non lo sai, ma sei un bastardo di proporzioni colossali. Ti auguro che qualche verme disgustoso mangi le tue viscere e poi le vomiti. O magari esca dal tuo ano. E poi torni di nuovo e si rifugi nel tuo naso…

Eccetera, eccetera. Ne abbiamo dato un mucchio a Henry, che ha riso. Dopo un po’ la benda è venuta via, e ci siamo dimenticati dell’incidente.

Ma c’erano anche altre cose. Ogni giorno, alle cinque in punto, il mio amico raccoglieva le sue cose senza dire una parola e scappava via.

 “Eccolo che va a sniffare” diceva l’altro collega con cui dividevamo la scrivania. Ero talmente accecata dall’affetto per il mio amico, Sylvia, che non ricordo nemmeno il nome del tizio che lavorava vicino a noi.

“Che bella vita, quello scansafatiche”, diceva il nostro collega.

Ma non era questo il problema. Ho scoperto che Henry arrivava alle sei ogni mattina, per assicurarsi di finire in tempo tutto il lavoro che aveva da fare. Solo per assicurarsi che alle cinque e un quarto, ogni giorno, potesse essere a casa, da sua moglie.

 “Quindi arrivi in ufficio alle sei?”

“Esatto”.

“Per lavorare?”

“Si”.

 “Ma tua moglie non ti può aspettare?”

“Non voglio che debba aspettarmi”.

“Tutto questo è così….”

Ho cercato di immaginarmi di chiedere al mio ragazzo di tornare a casa prima, per non farmi aspettare. Non riuscivo nemmeno a immaginarmelo.

 “E cosa fa?”

Mi ha raccontato che era una spogliarellista. Lavorava in un night club. E lui correva a casa ogni giorno, prendendo a pugni le macchine che lo intralciavano, perché lei potesse essere tutta sua per tre ore, prima che andasse al lavoro e smettesse di esserlo.

View this image ›

Penso un sacco all’amore, Sylvia. E’ un requisito essenziale per il mio lavoro. Ma tu sei famosa per questo: sei una delle autorità più studiate, citate, rimuginate quando si parla di amore. Sylvia Plath e Ted Hughes. Hai scritto più e più volte della sofferenza causata dall’amore, ad esempio nella poesia The Jailer (il carceriere):

I have been drugged and raped
Seven hours knocked out of my right mind
Into a black sack
Where I relax, foetus or cat
Lever of his wet dreams.

Anch’io sono stata innamorata, quando avevo ventisei anni. Ora minimizzo il tutto, soprattutto perché il tempo ne ha offuscato il ricordo. Ma era diventato così umiliante, alla fine. Non voglio entrare nil dettagli: diciamo soltanto che è finita con me su una panchina a Central Park Promenade, che lo imploravo. Era un’impetuosa giornata di Ottobre del 2002. C’erano pattini. Sono finita ad abbracciare le sue ginocchia. Non voglio parlarne.

Ma torniamo a te. E a Henry. Vedi. il punto è che tu e Henry non siete poi così diversi. Certo, con i dovuti adattamenti. Di sicuro sulla carta sei molto più simile a Kurt Cobain che a un atletico programmatore di computer da un parcheggio per roulotte in Georgia. O forse no.

Perché tu avevi Ted, e per lui ti sei fritta il cervello. Henry aveva Lucinda. Non mo mai visto nessuno fare le cose che lui faceva per lei.

Alla fine si è deciso che io e Lucinda ci incontrassimo. Ero la tua nuova migliore amica, dopotutto. Ci siamo dati appuntamento tutti e tre per un drink dopo il lavoro. Era una cosa alla buona, ma più si avvicinava la data, più Henry diventava turbato. Fissava lo schermo, ignorandomi tutto il giorno, poi spariva alle 4:59.

 

“Vieni?”

“Vi raggiungo tra un quarto d’ora” gli go risposto, non volendo sollevare le ire della principessa del Nord, dato che ero arrivata in ufficio solo alle dieci.

Erano in un bar a qualche isolato di distanza. Non era un bel posto. Non aveva nemmeno finestre. Riuscivo a malapena a vedere Henry, ma Lucinda – scusatemi, ma non c’è un’altra parola per descriverla – brillava. Era letteralmente iridescente; forse era per via di qualcosa che si era messa sulla pelle. I suoi capelli scuri erano tirati all’indietro, rivelando una di quelle facce che oscillano tra banalità e squisita bellezza. I suoi tratti erano perfettamente simmetrici, i suoi occhi semplici e vuoti.

L’ho adulata, come succede a ogni amica donna che incontri la moglie, sottolineando quanto spesso Henry parlasse di lei, quante cose mi avesse raccontato. Il mio amico era silenzioso. Lucinda era piacevole, esprimeva opinioni semplici: questo bar è sporco, quella camicia è carina.

“Katie vuole sapere del tuo lavoro” ha sbottato Henry alla fine, chiaramente impaziente.

“No, io…”

“Pensavo potessi scriverci qualcosa su”, ha detto Henry. “Il suo..”

“Beh, io…”

“Non avevi detto che volevi fare la scrittrice?”

Ho bevuto il mio vino tutto d’un sorso, L’avevo detto, si, ma non sapevo di cosa stessi parlando. Non avrei mai potuto scrivere della moglie spogliarellista del mio amico.

“Okay,” I said. The wife had this tiny sparkly purse that Henry looked after as if it were a pet. I remember watching him—he held the purse so tightly his knuckles burned whiteand thinking, I will never be loved like that.

“Ti porterò al club” mi ha detto Lucinda. “Sarà divertente”.

Henry mi ha guardato, e ho capito. Voleva che sua moglie fosse qualcosa di più di una semplice spogliarellista. Voleva che diventasse una storie. Sapeva quello che io non sapevo ancora: a parte la nascita e la morte, le storie sono tutto.

(….continua)
 
 
PS: le immagini usate in questo post sono le immagini usate nell’articolo originale di Katie Crouch su Buzzfeed.
PS2: per altre foto di Sylvia Plath consultate l’apposito board nel mio account Pinterest

My to-read list (libri che vorrei leggere nel prossimo futuro)

Le vacanze sono trascorse in un lampo, e sono riuscita a leggere a malapena la metà dei libri che avevo portato con me (anche se ho letto libri davvero bellissimi, come Stoner di John Williams e The book thief di Markus Zusak, e ho riletto un po’ di classici).
Il ritorno a Greyville è stato traumatico, esasperato ancora di più dai 12 gradi/pioggia perenne/montagna di lavoro arretrato/montagna di noiosissima roba amministrativa da sbrigare.
Mi sento sempre un po’ come la cicala della celebre favola, che non ha approfittato del tempo libero per leggere di più e meglio/scrivere/mandare più curricula/rivolgere qualche pensiero più costruttivo alla strada da intraprendere nell’immediato futuro anziché farmi assalire dall’ansia fino alle quattro del mattino e poi dormire fino all’una.
Comunque, le vacanze sono finite, Greyville è più grigia e aliena che mai e sono assalita dalla sindrome “dove troverò il tempo per leggere quei libri che continuo ad ammucchiare da mesi?”.
Dato che credo nel potere catartico delle liste (basta leggere qui, qui e qu) iecco la mia bella lista di libri da leggere nel futuro prossimo venturo, più o meno immediato.
Aspetto consigli e input di lettura, e anche consigli di reinserimento post-trauma vacanze che non comprendano elaborare contorti piani di fuga alla Jack Kerouac con la mia amica greca Eirini davati a troppi bicchieri di vinho verde in un locale portoghese 🙂

My to-read list:

The grapes of Wrath (Furore), John Steinbeck
Long Halftime Walk (E’ il tuo giorno, Billy Lynn!), Ben Fountain
Infinite Jest di Foster Wallace (con l’ausilio delle istruzioni per l’uso di Tegamini)
Barney’s version (La versione di Barney), Mordecai Richler
The Bell Jar, Sylvia Plath
The Zhivago Affair: The Kremlin, the CIA, and the Battle Over a Forbidden Book (non credo sia stato ancora tradotto in Italiano), Peter Finn e Petra Cuvee
Extremely loud and incredibly close (Molto forte, incredibilmente vicino), Jonathan Safran Foer
Someday this pain will be useful to you (Un giorno questo dolore ti sara’ utile), Peter Cameron
The lonely girl (La ragazza sola), Edna O’Brien
Girls in their married bliss (Ragazze nella felicita’ coniugale) Edna O’Brien (sto leggendo il primo libro della trilogia, The country girls, e lo adoro)
The perks of being a wallflower (Noi siamo infinito), Stephen Chbosky
Churchill: a life (disponibile anche in traduzione italiana), Martin Gilbert
Manuale per ragazze di successo, Paolo Cognetti
The hours (Le ore), Michael Cunningham
The fault in our stars (Tutta colpa delle stelle) John Greene

Ho bisogno di leggere un po’ in spagnolo, quindi se qualcuno mi consigliasse qualche buon romanzo contemporaneo (che non sia di Javier Marias!) gliene sarei davvero grata.

Buona ripresa, e buone letture quasi autunnali….

Soundtrack: Edith Piaf, Autumn leaves (les feuilles mortes)

 

 

#libriinvaligia4: Un pugno di classici da (ri)leggere sotto l’ombrellone

I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando 

s’ impongono 

come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria

 mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Italo Calvino

 

 

E se quest’estate, invece del blockbuster di turno, mettessimo in valigia un pugno di buoni classici, da leggere e/o rileggere?

Ecco una manciata di proposte (trovate le altre puntate di #libriinvaligia qui, qui e qui):

Emma, ovvero la celeberrima Emma Woodhouse nata dalla penna di Jane Austen, la ragazza che crede di sapere tutto sull’amore e sul match – making e riceve invece un paio di spiacevoli sorprese: spezza il cuore per ben due volte alla sua protetta, la giovane e inesperta Harriet Smith, e rischia di spezzare il suo. Su consiglio di Emma, Harriet rifiuta infatti la proposta dell’onesto e innamorato Martin e finisce per innamorarsi dell’unico uomo per cui l’indipendente, altezzosa Emma abbia mai provato qualcosa, Mr Knightley. Da affiancare alla brillante serie Emma approved, prodotta da Pemberley Digital (che ha prodotto anche la famosa serie The Lizzie Bennet Diaries, che a sua volta è diventata un libro alquanto spassoso), per una rilettura in chiave moderna e frizzante dei classici di Aunt Jane;

Anna Karenina di Lev Tolstoj, la donna tranciata non solo dalle rotaie di un treno, ma anche e soprattutto dal conflitto dovere – volere, dalla contrapposizione madre/donna, dal ruolo marginale affidatole da una società che le porta via il grande amore della sua vita, suo figlio Serioza, lasciandola vuota a perdere, piena di rabbia e dolore nei confronti di se stessa, del mondo, del frivolo e incostante amante, Vronskij (recensione completa qui). Da affiancare al coraggioso adattamento cinematografico di Joe Wright, con una Keira Knightley in splendida forma (più informazioni qui);

Cime tempestose di Emily Bronte, la celeberrima storia d’amore tra la bella e capricciosa Cathy e l’oscuro, misterioso Heathcliff, che si perdono tra le lande desolate e le brughiere brumose dello Yorkshire, fino a immedesimarsi nel paesaggio, fino a diventare il paesaggio stesso, quelle cime tempestose del titolo che li dividono in vita per ragioni sociali ed economiche (e mancanza di coraggio) e li vedono riuniti dopo la morte, fantasmi per mano sotto la luce tenue della luna piena. È una tappa imprescindibile dell’educazione sentimentale di ogni lettore, quindi non saltatela, facendovi scoraggiare da orrende copertine alla Twilight come quella proposta da Harper Collins, anche perché Bella non direbbe mai di Edward quello che Cathy dice del suo Heathcliff alla fedele governante Nellie:

Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state quelle di Heathcliff, e le ho viste e vissute tutte fin dal principio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto morisse, e lui rimanesse, io continuerei ad esistere; e se tutto il resto continuasse ad esistere e lui fosse annientato, l’universo si trasformerebbe in un completo estraneo: non ne sembrei parte. – Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io SONO Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

Da affiancare  al sempreverde adattamento cinematografico del 1992, con una splendida Cathy/Juliette Binoche;

Dell’amore e di altri demoni di Gabriel García Márquez, la desolata epopea di una ragazzina dai lunghissimi capelli ruggine creduta vittima di possessione demoniaca, Sierva María de Todos los Ángeles, e del giovane prete che dovrebbe salvarla, Cayetano Delaura, e che invece muore d’amore per lei, con lei, in un crescendo di sonetti di Garcilaso de la Vega, ché il demone più difficile da sconfiggere è proprio lui, l’amore. Da affiancare ad una bella antologia di Garcilaso de la Vega (una curiosità sul poeta che non poteva sfuggire ad una calabrese: è stato alcalde, cioè governatore, di Reggio Calabria nel 1534, ed è stato colui che ha dato forma propria e coerenza al rinascimento spagnolo);

Lolita di Vladimir Nabokov, la storia dell’ossessione del triste professor Humbert per la ninfetta Dolores Haze, in arte Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Il libro ha conosciuto una storia editoriale travagliatissima: tacciato a più riprese di pornografia e pedofilia, è scampato a un tentativo di distruzione dello stesso Nabokov, che aveva buttato il suo manoscritto nelle fiamme, Per fortuna Vera, sua moglie ed eterna collaboratrice, ha sottratto a una fine infelice uno dei massimi capolavori delle letteratura moderna e contemporanea in lingua inglese: perché, non prendiamoci in giro, non si può bruciare (o censurare) un libro in cui il protagonista dice di Lolita

Vedete, io l’amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista

(e credetemi. in lingua originale è anche meglio. Un tripudio per i sensi di tutti i feticisti della lingua inglese). Da affiancare all’adattamento cinematografico di Kubrick (da evitare come peste invece l’adattamento del 1997 di Adrian Lyne, nonostante lo struggente tema finale di Ennio Morricone). Se invece volete approfondire le vicende dei Nabokov vi consiglio il bellissimo The Wives: The Women Behind Russia’s Literary Giants di Alexandra Popoff, un ritratto accurato del pesante e complesso ruolo sociale e professionale ricoperto dalle mogli dei grandi scrittori russi: erano infatti stenografe, correttrici di bozze, consigliere fidate. Vera Nabokov aiutava Vladimir a preparare tutte le sue lezioni universitarie e a correggere i compiti degli studenti; inoltre sedeva in prima fila durante le sue lezioni, cosicché Vladimir immaginava di rivolgersi solo a lei. Un vero e proprio lavoro, insomma;

Via col vento di Margaret Mitchell (no, aver visto venti volte il celeberrimo adattamento cinematografico non conta come scusa). Il libro offre un quadro storico della Guerra civile americana molto più approfondito; inoltre, è una sorta di Bildungsroman al contrario della protagonista, la mitica Rossella O’Hara, che all’inizio della vicenda è una civetta con tanti grilli per la testa e poche preoccupazioni, a parte l’ossessione per la mussolina verde e per Ashley Wilkes. Durante la guerra, Rossella perde entrambi i genitori e affronta con coraggio e durezza privazioni e umiliazioni, riuscendo a sfamare la sua famiglia e la moglie di Ashley, l’odiata Melly, e il loro bambino, Beau, che salva da morte sicura. Il personaggio subisce poi però un’involuzione: dopo la celebre promessa a Dio e a se stessa di non soffrire mai più la fame, Rossella diventa sempre più fredda, egoista, cinica, avida e calcolatrice. Soprattutto, continua a non conoscere e a non comprendere l’amore, scambiandolo per la sua infantile infatuazione per il bell’Ashley, totalmente diverso da lei per educazione, gusti e temperamento. Se Rossella avesse capito Ashley, non l’avrebbe mai amato; e se l’avesse davvero mai amato, avrebbe capito che erano troppo diversi per stare insieme e si sarebbe dedicata interamente al vero amore della sua vita, l’affascinante, onnipresente filibustiere Rhett Butler, che smette di amarla solo alla fine, stanco dei continui rifiuti di Rossella, stanco di non essere mai ricambiato.
Quando Rossella capisce di averlo sempre amato è ormai troppo tardi; ma la nostra eroina scaccia via anche questo problema, anche questo pensiero infelice recitando il suo eterno mantra, domani è un altro giorno.
Da affiancare alla lettura degli scritti giovanili della Mitchell, Before Scarlett: Girlhood Writings of Margaret Mitchell (disponibili solo in Inglese) e, per i più avventurosi, al sequel Scarlett, a cura di Alexandra Ripley (disponibile anche in traduzione italiana).

Buone letture estive, e ovunque siate (spiaggia, montagna, campagna, pausa pranzo) perdetevi sempre nell’incanto di una storia.

Perché Stoner di John Williams è il libro più bello che leggerete quest’estate

“Confronted as we are by the mystery of literature, and by its inenarrable power, we are behooved to discover the source of the power and mystery. And yet, finally, what can avail? The work of literature throws before us a profound veil which we cannot plumb. And we are but votaries before it, helpless in its sway. Who would have the temerity to lift that veil aside, to discover the undiscoverable, to reach the unreachable? The strongest of us are but the puniest weaklings, are but tinkling cymbals and sounding brass, before the eternal mystery.”
John Williams, Stoner: A Novel

Le grandi, spassionate dichiarazioni d’amore non sono da me: ma quando mi innamoro, mi innamoro così, e spero che questo libro vi colpisca, vi avviluppi, vi porti via con sé come è successo a me per le ragioni che sto per spiegare in una lettera aperta al protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams, William Stoner.

“Caro Stoner
all’inizio non mi stavi simpatico, nemmeno un po’. Per dirla tutta, non mi piacevi proprio. Ti vedevo così distaccato da tutto, da tutti, da te stesso, quasi come se osservassi la vita dai finestrini impolverati di un vagone di seconda classe ma non ti decidessi mai poi a viverla, lasciandoti trascinare dagli eventi e dalle decisioni altrui, per forza d’inerzia.
Caro Stoner, devo ammettere di aver letto le prime quaranta pagine della tua storia a fatica, recalcitrante, sbuffando e trascinandomi pagina per pagina, combattendo con la tentazione di lanciare il mio prezioso amatissimo Kindle contro il muro. Questo per farti capire quanto fossi arrabbiata con te, con la tua storia, innervosita ed esasperata dalla mancanza di eventi. Va bene, doveva essere una sorta di Bildungsroman il tuo, un romanzo di formazione senza eroe, ma con un antieroe come protagonista (e, credimi, gli antieroi e le antieroine mi stanno simpatiche, molto, e ne prendo le sorti violentemente a cuore): perché allora il tuo personaggio non conosceva almeno un’involuzione di qualche sorta, rimanendo piatto e sgonfio come un pancake senza lievito?
Dopo l’irritazione iniziale, ho iniziato a vederti. Vederti per davvero.
Ho visto questo giovane troppo magro e troppo alto, dinoccolato, a disagio con i suoi arti lunghissimi e le sue mani enormi, callose, da contadino. Mi piace immaginarti col mascellone alla Jacques Brel, gli zigomi leggermente sporgenti, il ciuffo ribelle di capelli rossicci, le sporadiche efelidi sul naso.
Ti ho visto il giorno in cui sei partito dal tuo paesino di campagna del Missouri, dalla fattoria dove avevi lavorato tutta la vita, perché tuo padre aveva deciso di farti studiare scienze agrarie all’università del Missouri, convinto che saresti riuscito ad imparare qualche nuova tecnica per rivoluzionare i metodi di semina e coltura della fattoria familiare.
Ti ho visto avviarti verso Columbia con le spalle incurvate, l’abito della domenica troppo grande per te, avvolto da quella sorta di mantello dell’invisibilità ricevuto in dono dalla tua condizione di figlio unico, dalla tua esistenza di bambino solitario, cresciuto con due persone troppo occupate a spaccarsi la schiena sui campi per perdere tempo in inutili smancerie.
Ho seguito distrattamente i primi due anni della tua vita universitaria, scanditi da esami di agraria e lavoro nei campi. Fino al momento in cui da crisalide sei diventato farfalla e, come la bella addormentata dopo il bacio del principe cieco e pazzo d’amore, ti sei risvegliato al suono delle parole di Archer Sloane, burbero professore di letteratura inglese, corso che eri obbligato a seguire. I corsi di chimica catturavano il tuo interesse nella solita maniera sporadica, distaccata, superficiale: ma il corso di letteratura inglese ti turbava e ti agitava tutto, dall’interno, come mai ti era successo in vita tua. Sotto l’influenza di Sloane, hai abbandonato agraria senza pensarci due volte e senza avvisare i tuoi, e hai studiato letteratura.
Alla tua domanda perché? Sloane risponde, succintamente, quasi tautologicamente.
– But don’t you know, Mr Stoner? Don’t you understand about yourself yet? You are going to be a teacher .
Are you sure?
I’m sure.
– How can you tell? How can you be sure?
– It’s love, Mr Stoner. You are in love. It’s as simple as that.  
Eri innamorato delle parole, caro Stoner, del loro suono quando le mettevi insieme, delle infinite possibilità dell’espressione scritta e orale, dell’evoluzione della lingua nella storia. In breve, eri fregato, caro Stoner, e questo deve averlo visto anche tuo padre quando è venuto a Columbia per la tua laurea e tu gli hai annunciato, con distaccata nonchalance, che non saresti tornato a lavorare i campi, che saresti rimasto all’università:
If you think you ought to stay here and study your books, than that’s what you ought to do.
Anche tuo padre ha percepito l’ineluttabilità del tuo destino, la donchisciottesca incapacità di combatterlo.
Così sei rimasto a Columbia, e la tua solitudine ed inesperienza ti hanno fatto innamorare della prima creatura alta e snella, luminosa e aggraziata che hai avuto la sfortuna di conoscere: la fredda, borghese Edith, bellissima, algida, educata ad osservare soltanto la superficie di una società privilegiata senza mai volerla penetrare in profondità. Edith, dalle lenzuola fredde scoraggianti, che dopo averti dato la tua Grace  -la vostra unica figlia – si chiude in un’indifferenza totale, in un odio muto. Ma tu vai avanti con lo studio dell’inglese medievale e allevi Gracie, una sottile, muta presenza fissa nel tuo studio di quasi scapolo; finché Edith diventa gelosa di questo rapporto esclusivo e te la porta via, cercando di farne una signorina per bene, costruendole una gabbia d’argento e zucchero che si rivelerà la causa della sua infelicità prima, della sua rovina poi.
Sul fronte accademico le cose non vanno poi tanto bene: non riesci ad essere l’insegnante che vorresti, percepisci come incolmabile il vuoto tra le tue conoscenze e il tuo modo di trasmetterle – piatto, annoiato, senza passione. Riesci perfino a inimicarti Hollis Lomax, il nuovo preside della facoltà di inglese, perché non vuoi cedere alle logiche bullistiche di un apparato gerarchico e far promuovere un dottorando poco preparato, ma protetto da Lomax.
In tutto ciò arriva lei, un raggio di sole: Katherine Driscoll, una giovane dottoranda che ti fa conoscere, per la prima volta, l’amore; una complice, il cui ingresso nella tua vita illumina l’oscurità cavernosa della tua esistenza, facendoti intravedere per la prima volta le infinite possibilità di realtà alternative e felici.
Like all lovers, they spoke much of themselves, as they might thereby understand the world which made them possible.
Parlavate, tu e Katherine: prima della sua tesi, poi del vostro amore, presi dall’urgenza di definirvi, di contrapporvi a un mondo esterno ostile e impossibile. Cercavate di definire quello che eravate per negazione, definendo quello che non potevate essere.
Ti ho visto – vi ho visto – quell’unica settimana insieme in un cottage in montagna, quando Katherine, offuscata da oscuri presagi, ti ripeteva che avreste sempre avuto questa settimana insieme, a prescindere da tutto, a prescindere da quello che sarebbe successo.
Ti ho visto perdere la tua più grande battaglia contro Lomax quando quest’ultimo, approfittando dei pettegolezzi diffusisi nel campus, manda via Katherine, facendoti sprofondare nel buio di un’esistenza in cui non sei stato capace di scappare via con lei, di correre da lei, in cui a Edith non importava nulla del tuo tradimento, in cui Grace era così disperata da farsi mettere incinta dal primo idiota di passaggio pur di scappare di casa, rimanendo vedova nel giro di pochi mesi e precipitando nel girone dell’alcoolismo, la tua Gracie fatta di silenzi sottili che disegnava sul tappetino del tuo studio.
Ti ho visto ricevere il libro scritto da Katherine con quella dedica – a W.S.:

And the sense of his loss, that he had for so long damned within him, flooded out, engulfed him, and he let himself be carried outward, beyond the control of his will; he did not wish to save himself..But he was not beyond it, he knew, and would never be. Beneath the numbness, the indifference, the removal, it was there, intense and steady. it had always been there.
Ti ho visto piegarti in due dal dolore, ammettere per la prima volta che perdere Katherine era stata per te un’amputazione dalla quale non ti saresti mai ripreso:

He had, in odd ways, given to it every moment of his life, and had perhaps given it most fully when he was unaware of his giving. It was a passion neither of the mind nor or the flesh: rather, it was a force that comprehended them both, as if they were but the matter of love, its specific substance. To a woman or to a poem, it said simply: Look! I am alive!
stoner-light-691x1024.jpg
Ti ho guardato combattere con orgoglio per ritardare il tuo pensionamento. Ti ho accompagnato dal dottore quando ti è stato diagnosticato il tumore ed era già troppo tardi e tu hai deciso di non dirlo a nessuno, nemmeno a Edith, nemmeno a quella figlia ormai troppo lontana nel tempo e nello spazio, incapace fino all’ultimo momento di dirti addio.
Ti ho visto combattere nel tuo lettino di morte l’enorme senso di fallimento ed inadeguatezza, la paura che la tua fosse stata una vita del tutto inutile, senza gloria né infamia, marcata dal cratere dell’insoddisfazione professionale, dalle immense lacune affettive ed emotive. E mi sono sentita così vicina a te, a quella paura fatta di rimorsi e rimpianti, davanti allo specchio impietoso di una vita così piccola ed insignificante, davanti al timore che il tuo passaggio sulla terra fosse stato così lieve che nessuno avrebbe nemmeno notato le tue orme, una volta andato via per sempre.

Mercilessly he saw his life has it must appear to another. Dispassionately, reasonably, he contemplated the failure that his life must appear to be. He had wanted friendship and the closeness of friendship that might hold him in the race of mankind; he had had two friends, one of whom had died senselessly before he was known, the other of whom had now withdrawn so distantly..He had wanted the singleness and the still connective passion of marriage; he had had that, too, and he had not known what to do with it, and it had died. He had wanted love: and he had had love, and had relinquished it, had let it go into the chaos of potentiality. Katherine, he thought. Katherine.
Nel delirio finale ti è tornata in mente lei, Katherine, quella dolce possibilità mai veramente realizzata. Mentre iniziavi a finire di soffrire e affrontavi la battaglia finale, da solo, mi sono seduta vicino a te, Stoner, in quella specie di solarium adibito a stanzetta quando Edith ti aveva scacciato dal talamo nuziale. Sono stata io a tenerti la mano mentre guardavi il tuo ultimo tramonto, e sono stata io a passarti il tuo unico libro, che giaceva lì, sul tavolino, coperto da una patina sottile di polvere e di oblio.

Ho continuato ad osservarti mentre cercavi pezzetti di te tra le pagine ingiallite e ti ritrovavi proprio dove pensavi di non esserci, di perderti. Ho contemplato gli ultimi sprazzi di vita passare da te, Stoner, al libro, dal libro a te, Stoner, finché tu sei diventato il tuo libro e una parte di te ha continuato a vivere tra le pagine ingiallite, ben oltre l’ultimo respiro esalato da te, solitario professore. Tu vivrai lì, tra quelle pagine, per sempre”.

John Williams, in una rara intervista rilasciata durante i suoi ultimi anni di vita, ha dichiarato che per lui Stoner era un eroe: aveva fatto quello che voleva fare della sua vita, amava quello che faceva e ne percepiva in certa misura l’importanza.

Soprattutto, Williams identifica quello che Stoner è con quello che Stoner fa, l’insegnante.

Il suo mestiere lo plasma, gli conferisce un’identità:
It’s the love of the thing that’s essential. And if you love something, you’re going to understand it. And if you understand it, you’re going to learn a lot. The lack of that love defines a bad teacher.
 
Amare quello che facciamo definisce ciò che siamo, ci conferisce una nuova indentità e una nuova consapevolezza di noi stessi. Tu sapevi chi eri perché amavi ciò che eri, perché ciò che eri coincideva con ciò che facevi, Stoner: l’insegnante. Per questo non sei solo un antieroe, per questo nella tua piccola esistenza sei stato un rivoluzionario, per questo non hai studiato imparato insegnato amato perso sofferto – in parole povere, vissuto – invano.
cropped-stoner.jpg
Acquista in italiano:
Acquista in inglese:

#LIBROSOSPESO: 7 racconti tibetani portati dal vento

Fino a che esisterà lo spazio
fino a che vivrà su questa terra un essere senziente,
fino ad allora, possa io rimanere
ed eliminare le sofferenze del mondo.
Tashi Tsering Lama

L’eclettica Alessandra, lettrice per professione e per passione, oltre ad avermi fatto conoscere innumerevoli #libribelli, mi ha introdotto in una nuova dimensione: quella dei libri sospesi. Un libro sospeso è un po’ come il caffè pagato in anticipo da un avventore, che pregusta già la gioia di colui che lo consumerà (magari qualcuno che se lo può permettere a malapena, magari qualcuno che ha dimenticato a casa il portafogli o è rimasto senza spicci, chissà: le possibilità sono davvero infinite).
Qualcosa di simile l’abbiamo fatto (a nostra insaputa) con un pugno di blogger, nell’ambito dell’iniziativa #letteredamore2013: abbiamo lasciato un libro in un luogo pubblico (parco, treno, fermata metro) con dentro una lettera, scritta a mano, indirizzata all’ignaro destinatario. Per diffondere l’amore per la lettura e chissà, incitare qualcun altro a scrivere lettere, d’amore e non.
Alessandra mi ha mandato un #librosospeso molto speciale, portato (quasi letteralmente) dal vento nella mia terra rossa, la Calabria, e trovato al mio rientro da Greyville: Portati dal vento – sette racconti tibetani.
E’ un libro di racconti che parlano di terre lontane: il Tibet e il Nepal. E’ un libro di leggende tradizionali e mitologia locale, dalle illustrazioni delicate e trasognate, la cui magia è capace di trasportare il lettore in mezzo a demoni e bellissime principesse, fantasmi e uomini furbi che prendono in giro la morte, profezie che si avverano, amici che si ritrovano dopo tanto tempo col rischio di perdersi, uccelli magici, dee e pipistrelli saggi.
Soprattutto, Portati dal vento nasce dal desiderio di dare un piccolo contributo umano, letterario, culturale e solidale ai bambini della “Tashi Orphan school” di Katmandu, fondata da Tashi Tsering Lama, monaco buddista costretto ad abbandonare il Tibet e a rifugiarsi, insieme a molti altri profughi, in Nepal. Qui ha fondato nel 2005 la scuola-orfanotrofio, in grado di ospitare fino a 150 bambini, educandoli all’amore, alla compassione, all’altruismo, al senso di responsabilità, al culto delle proprie origini e tradizioni attraverso l’insegnamento della lingua tibetana, di canti e danze tipiche.
Secondo Tashi Tsering Lama “é molto importante dare ai bambini un’appropriata istruzione, basata su valori etici e morali; non solo sarà utile a loro stessi, ma anche alla società e all’umanità intera: una mente compassionevole non porta solo gioia ma anche armonia a pace”.
 Portati dal vento è stato realizzato in collaborazione con Tashi T. Lama, la curatrice Laura Dotti e l’Istituto comprensivo statale “E. Morosini e B. Savoia” di Milano. Le splendide illustrazioni sono opera dei ragazzi del Morosini, i testi sono stati curati dalla prof.ssa Marcella Fusco. Nessuno ha guadagnato un soldo da questa pubblicazione, “a dimostrazione che il bene attiva il bene”, come scritto nei ringraziamenti.

Portati dal Vento – 7 racconti tibetani è in vendita a 15,00 €, in promozione a 12,00 € + spese di spedizione per chi acquista online. Il contributo raccolto viene devoluto alla Tashi Orphan School. Potete comprarlo qui.

Regalatelo, regalatevelo, e immergetevi nella sabbia rosa e oro delle sue storie, negli aromi di terre lontane, nella magia di leggende che altrimenti andrebbero dimenticate.

Un libro alla settimana (su Instagram e non solo)

What really knocks me out is a book that, when you’re all done reading it, you wish the author that wrote it was a terrific friend of yours and you could call him up on the phone whenever you felt like it. That doesn’t happen much, though.
JD Salinger, Catcher in the Rye
 
 

Sono ancora un’utente un po’ impacciata dei social media.
Uso Facebook dal mio Erasmus a Londra, e intrattengo con esso una relazione di amore-odio.
Mi piace molto Twitter, ma anche lì ho sempre l’imbarazzo della prima persona: retwitto volentieri, twitto spesso citazioni e frasi che amo..raramente qualcosa di veramente mio.
Ho da poco cambiato il mio onnipresente avatar col libro di Lolita per una mia foto (in bianco e nero, un po’ sfumata) e ancora mi dibatto nel dilemma senza tempo: meglio avere una propria foto come avatar, o un’immagine rappresentativa del sé, ma che al tempo stesso protegga e nasconda?
E arriviamo a Instagram. Mi piace, tanto. Seguo i profili delle università che avrei voluto frequentare, delle città che amo di più, Londra e Boston in testa. Inseguo sogni di Australia e Nuova Zelanda.
Seguo le mie blogger preferite (tra tutte, vi consiglio Mallarmeana di Parole senza rimedi, Alessandra di Una lettrice, Francesca di TegaminiCamilla di Zelda was a writer, Giulia di The Blooker, Valentina di Bellezza raraValentina di Travel upside down, Amrita di Audrey in Wonderland, Tamara Viola di Citazionisti avanguardisti, Marta di La McMusa).
Accarezzo con gli occhi e col cuore edizioni di libri bellissimi, chicche da Janeite, accessori che farebbero sospirare di desiderio qualsiasi lit-nerd (gli orecchini di Anna Karenina? la cover dell’I-phone di Pride and Prejudice? – ce l’ho! – il medaglione con la Ofelia di Millais? – ce l’ho! – taccuini di pelle ispirati alle tragedie shakesperiane? gioielli realizzati con pezzi ritagliati della dichiarazione d’amore di Darcy a Elisabeth?)
Avevo aperto il mio profilo Instagram con l’obiettivo principale di fotografare libri bellissimi. Come spesso capita, mi sono persa per strada, anche e soprattutto perché non ho spesso a portata di mano libri bellissimi, e sempre di più prediligo il mio fido Kindle pe le trasferte quotidiane e i viaggi.
Mi sono messa a fotografare altre cose che amo – prove teatrali, viaggi, mare, cielo, pezzi di carta, parole, il laghetto perfetto per l’Ofelia di Millais – e anche cose del tutto inutili, tipo la mia collezione di ballerine multicolori e collant stravaganti.
Ho deciso di tornare alle origini, e di pubblicare almeno una volta alla settimana un libro bellissimo. Che sia un’edizione bellissima, o che il contenuto sia bellissimo, o che ad esso sia legata un’emozione.
Sono una fedele frequentatrice di mercatini dell’usato e compro almeno un libro quando vado in una città per la prima volta. Posseggo sei edizioni di Orgoglio e Pregiudizio, tre di Anna Karenina, tre di Piccole Donne e svariate edizioni dei poeti che amo di più.
Il mio sogno è vivere dentro la Paris Review (si, proprio dentro, tipo dormire anche in redazione), vivere in un loft tutto bianco arredato da piramidi di libri e collezionare prime edizioni, partecipando alle aste e tutto il resto.
Questi sogni sono lontani galassie e anni luce, ma nel frattempo continuerò ad inseguire libri. Seguite queste mirabolanti, rocambolesche libresche con gli hashtag #unlibroallasettimana e #bookoftheweek. E, se vi va, contribuite e continuate a diffondere nella galassia virtuale foto deliranti di libri immensamente belli, immagini che portano con sé storie e notti insonni, parole e pomeriggi di sole e di mare, lacrime e l’erba verde del parco, sorrisi e le domeniche di cuscini e piumoni.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

What we talk about when we talk about love

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Me lo chiedo anch’io, sempre più spesso, del tutto incapace di darmi una risposta, intellettualizzando l’idea di amore fino a farne un concetto astratto, un ideale del tutto avulso dalla realtà, che rischierebbe di passare dalla poesia alla prosa nel tran tran del quotidiano. Un fiore troppo bello e raro e profumato per essere colto, destinato a una teca, e a essere rimirato da lontano, agognato per tutta la vita, senza mai essere posseduto davvero, nè tantomeno conosciuto. Insomma, io ho le idee piuttosto confuse.
Ma Raymond Carver, beh, lui è Carver.
Nell’ultimo racconto della raccolta omonima, What we talk about when we talk about love, Carver si fa beffa della pretesa di sapere, di conoscere, di comprendere poi davvero di cosa si parli, quando si parla d’amore.
Ne ride, ghigno peggio del gatto di Cheshire, davanti a una bottiglia di pessimo gin tonic con ghiaccio e lime. Perchè noi non possiamo sapere, e loro non possono sapere. Loro sono i protagonisti del racconto, due coppie: Mel e Terri, Nick e Laura.
Nick e Laura sono la coppia perfetta, ancora in fase luna di miele: hanno la sfrontata arroganza di non doverlo spiegare, l’amore, perchè loro sono l’amore, con la certezza spavalda di chi non si fa troppe domande, con i loro sguardi ammiccanti e complici, i loro gesti. Il loro toccarsi, cercarsi, trovarsi, trovarsi senza cercarsi, cercarsi per il solo gusto di cercarsi.
E poi ci sono loro, Mel e Terri, entrambi al secondo matrimonio. Mel odia l’ex moglie, al punto di evitare di telefonare ai loro figli solo per non rischiare di sentire la sua voce dall’altra parte della cornetta. Terri ha rischiato di essere uccisa dal suo ex compagno, Ed, dal suo amore assoluto, violento, possessivo, maniacale.
Eppure, candidamente, con una fede incorruttibile nei grandi amori, lei porta Ed come esempio d’amore. Ed, che l’ha picchiata fino a lasciarla quasi senza vita; Ed, che ha ingollato una generosa razione di veleno per i topi quando Terri se n’è andata, per essere poi salvato in corner; Ed, che dopo mesi di minacce nei confronti della neocoppia Mel-Terri si spara un colpo in bocca, alla Hemingway. E lei, Terri, è lì ad aspettare la morte con lui, a tenergli la mano nonostante sia in coma, perchè lui non ha nessuno a parte lei, e lei non vuole che Ed muoia da solo. Perchè anche questo è amore.
L’idea che Terri ha dell’amore, passionale, assoluto, anche distruttivo, purchè sia amore, si scontra con l’idea che ne ha Mel, che si chiede dove sia potuto andare a finire tutto l’amore che nutriva per la sua ex-moglie, e che, alquanto cinicamente, osserva che tutti loro hanno amato prima di sposare i rispettivi compagni, e, nel caso in cui dovessero perderli, continuerebbero comunque a respirare, mangiare, vivere insomma, e, dopo un certo periodo di tempo, riprenderebbero ad amare.
Tuttavia, Mel non è disposto a gettare la spugna così facilmente: vuole raccontare una storia per dimostrare che “it ought to make us feel ashamed when we talk like we know what we’re talking about when we talk about love” (dovremmo vergognarci quando parliamo come se sapessimo di cosa parliamo quando parliamo d’amore).
Mel è un dottore, e, una notte, arriva in ospedale una coppia d’anziani gravemente ferita a seguito di un incidente stradale. Sono plurisettantenni, con fratture multiple e lesioni interne, e poche speranze di sopravvivenza. Il caso più critico è la moglie, che riesce però a sopravvivere. Mel va a visitarli ogni giorno, e non riesce a capire perchè il marito sia sempre più depresso. Un giorno si avvicina all’anziano signore e lui glielo spiega: è depresso perchè non può muovere il collo a causa del gesso, quindi non può girarsi verso sua moglie e guardarla.

Carver lancia una provocazione: nessuno può definire o delimitare l’amore, nessuno può tracciarne i confini. Possiamo solo ammetterne di non saperne nulla, accettare l’affascinante, ineluttabile mistero, mentre fuori si fa sempre più buio e la notte  si porta via le ultime parole e il ghiaccio si è ormai totalmente sciolto nel bicchiere di gin da quattro soldi.

(Ecco, io potrò non saperne niente di amore, ma mi piace pensare che sia qualcosa di simile a quello raccontato nella storia dell’anziana coppia e degli sguardi mancati).

100 books to read (BBC docet)

Troppi libri, troppo poco tempo. Ma quali sono i libri indispensabili per la formazione di ogni lettore che voglia definirsi tale? La BBC ha chiesto ai suoi utenti di scegliere i 100 libri da leggere assolutamente, senza se e senza ma, almeno una volta nella vita. A seguito dell’elenco, ha affermato che il lettore medio legge circa dei libri di questo elenco. Ve lo propongo qui di seguito (in grassetto i libri che ho letto, in corsivo quelli che ho iniziato a leggere ma non ho terminato).

1. The Lord of the Rings, JRR Tolkien
2. Pride and Prejudice, Jane Austen
3. His Dark Materials, Philip Pullman
4. The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, Douglas Adams
5. Harry Potter and the Goblet of Fire, JK Rowling
6. To Kill a Mockingbird, Harper Lee
7. Winnie the Pooh, AA Milne
8. Nineteen Eighty-Four, George Orwell
9. The Lion, the Witch and the Wardrobe, CS Lewis
10. Jane Eyre, Charlotte Brontë
11. Catch-22, Joseph Heller
12. Wuthering Heights, Emily Brontë
13. Birdsong, Sebastian Faulks
14. Rebecca, Daphne du Maurier
15. The Catcher in the Rye, JD Salinger
16. The Wind in the Willows, Kenneth Grahame
17. Great Expectations, Charles Dickens
18. Little Women, Louisa May Alcott
19. Captain Corelli’s Mandolin, Louis de Bernieres
20. War and Peace, Leo Tolstoy
21. Gone with the Wind, Margaret Mitchell
22. Harry Potter And The Philosopher’s Stone, JK Rowling
23. Harry Potter And The Chamber Of Secrets, JK Rowling
24. Harry Potter And The Prisoner Of Azkaban, JK Rowling
25. The Hobbit, JRR Tolkien
26. Tess Of The D’Urbervilles, Thomas Hardy
27. Middlemarch, George Eliot
28. A Prayer For Owen Meany, John Irving
29. The Grapes Of Wrath, John Steinbeck
30. Alice’s Adventures In Wonderland, Lewis Carroll
31. The Story Of Tracy Beaker, Jacqueline Wilson
32. One Hundred Years Of Solitude, Gabriel García Márquez
33. The Pillars Of The Earth, Ken Follett
34. David Copperfield, Charles Dickens
35. Charlie And The Chocolate Factory, Roald Dahl
36. Treasure Island, Robert Louis Stevenson
37. A Town Like Alice, Nevil Shute
38. Persuasion, Jane Austen
39. Dune, Frank Herbert
40. Emma, Jane Austen
41. Anne Of Green Gables, LM Montgomery
42. Watership Down, Richard Adams
43. The Great Gatsby, F Scott Fitzgerald
44. The Count Of Monte Cristo, Alexandre Dumas
45. Brideshead Revisited, Evelyn Waugh
46. Animal Farm, George Orwell
47. A Christmas Carol, Charles Dickens
48. Far From The Madding Crowd, Thomas Hardy
49. Goodnight Mister Tom, Michelle Magorian
50. The Shell Seekers, Rosamunde Pilcher
51. The Secret Garden, Frances Hodgson Burnett
52. Of Mice And Men, John Steinbeck
53. The Stand, Stephen King
54. Anna Karenina, Leo Tolstoy
55. A Suitable Boy, Vikram Seth
56. The BFG, Roald Dahl
57. Swallows And Amazons, Arthur Ransome
58. Black Beauty, Anna Sewell
59. Artemis Fowl, Eoin Colfer
60. Crime And Punishment, Fyodor Dostoyevsky
61. Noughts And Crosses, Malorie Blackman
62. Memoirs Of A Geisha, Arthur Golden
63. A Tale Of Two Cities, Charles Dickens
64. The Thorn Birds, Colleen McCollough
65. Mort, Terry Pratchett
66. The Magic Faraway Tree, Enid Blyton
67. The Magus, John Fowles
68. Good Omens, Terry Pratchett and Neil Gaiman
69. Guards! Guards!, Terry Pratchett
70. Lord Of The Flies, William Golding
71. Perfume, Patrick Süskind
72. The Ragged Trousered Philanthropists, Robert Tressell
73. Night Watch, Terry Pratchett
74. Matilda, Roald Dahl
75. Bridget Jones’s Diary, Helen Fielding
76. The Secret History, Donna Tartt
77. The Woman In White, Wilkie Collins
78. Ulysses, James Joyce
79. Bleak House, Charles Dickens
80. Double Act, Jacqueline Wilson
81. The Twits, Roald Dahl
82. I Capture The Castle, Dodie Smith
83. Holes, Louis Sachar
84. Gormenghast, Mervyn Peake
85. The God Of Small Things, Arundhati Roy
86. Vicky Angel, Jacqueline Wilson
87. Brave New World, Aldous Huxley
88. Cold Comfort Farm, Stella Gibbons
89. Magician, Raymond E Feist
90. On The Road, Jack Kerouac
91. The Godfather, Mario Puzo
92. The Clan Of The Cave Bear, Jean M Auel
93. The Colour Of Magic, Terry Pratchett
94. The Alchemist, Paulo Coelho
95. Katherine, Anya Seton
96. Kane And Abel, Jeffrey Archer
97. Love In The Time Of Cholera, Gabriel García Márquez
98. Girls In Love, Jacqueline Wilson
99. The Princess Diaries, Meg Cabot
100. Midnight’s Children, Salman Rushdie

Tanti sono i titoli che aggiungerei (e sottrarrei) a quest’elenco, tante le wishlist, i libri iniziati e mai finiti (le mie nemesi sono Il nome della Rosa e Guerra e Pace). Ma poi mi ricordo che leggere è la cosa che amo più al mondo, e che mi deve emozionare, e mi deve divertire, e mi deve far sognare. E mi dico che in fondo va bene così, che parte del suo fascino e della sua bellezza risiedono nella sua incompiutezza, nel sapere che non vi sarà mai un limite ai libri che vorrei leggere, che vorrei comprare, che vorrei rileggere e sottolineare fino a consumarli. E che grazie ai libri ho vissuto nella Russia di fine ‘800, ho viaggiato per gli States della fine dello schiavismo, del proibizionismo, della beat generation.
 E mi dico che, in fondo, va bene così.

Immensamente Sylvia Plath

Dying is an art, like everything else. I do it exceptionally well.

Lady Lazarus, Sylvia Plath

L’11 febbraio 1963, la giovane Sylvia Plath, appena trentenne, lascia sul comodino dei suoi due figli (Nicholas, nato l’anno prima, e Frieda, nata nel 1960) latte e pane. Sigilla la porta della loro stanza usando degli asciugamani, e infila la testa nel forno a gas. Muore così una delle più grandi poetesse americane, e nasce una leggenda.
Tradizionalmente, il suicidio della Plath viene attribuito al tradimento del marito, Ted Hughes, che, poco dopo la nascita del figlio Nicholas, lascia la moglie per l’esotica Assia Wewill, moglie del poeta canadese a cui gli Hughes avevano affittato l’appartamento londinese per trasferirsi nella quiete rurale di un cottage nella campagna del Devon. Ma andiamo con ordine.
Sylvia Plath nasce nel 1932 a Boston (insieme alla Dickinson, è quindi una delle grandi poetesse del New England) da Otto, di origine tedesca, e Aurelia Schober, di origine austriaca. Il padre muore nel 1940 a causa di un diabete troppo a lungo trascurato; Sylvia non si riprenderà mai dalla morte del padre (nella poesia Daddy la Plath scrive: I was ten when they buried you./At twenty I tried to die/And get back, back, back to you. Nella stessa poesia, Sylvia definisce Aurelia “vampiro succhiasangue”: in effetti, il rapporto tra Sylvia e Aurelia è a dir poco complicato. Aurelia è molto orgogliosa dell’intelligenza vivissima della figlia, e lavora duramente per permettere a Sylvia un’educazione di eccellenza (la ragazza viene accettata alla Smith con una borsa di studio); al tempo stesso, incita Sylvia a perseguire quell’eccellenza e quel perfezionismo che diventeranno una vera e propria ossessione, fino ad un fortissimo esaurimento nervoso quando Sylvia non viene accettata alla scuola estiva di Harvard.
Sylvia è una ragazza complessa, che vive in modo complicato la sua fisicità, la sua femminilità, il suo essere donna, la sua bellezza. I suoi diari sono intrisi del racconto delle sue avventure galanti, del suo bisogno e desiderio di piacere, della sua insofferenza nei confronti delle convenzioni sociali dell’epoca che le impediscono di vivere la scoperta del sesso apertamente, serenamente. Come fanno gli uomini.
Quando riceve una Fulbright per studiare a Cambridge, Sylvia incontra Ted Hughes a una festa. L’attrazione tra i due è istantanea: Ted si dimentica della ragazza con cui si era recato alla festa e sottrae a Sylvia la sua fascia per i capelli per assicurarsi di rivederla. Sylvia è così turbata ed emozionata da mordergli la guancia fino a farla sanguinare. I due si sposano quattro mesi dopo, e abbandonano presto Londra per vivere nella quiete della campagna del Devon, dove lui fa il grande poeta e lei..lei fa la moglie e la mamma.

È difficile dirsi quanto si possa parlare di idillio nel caso della relazione tra questi due giganti della poesia, entrambi dotati di un ego molto sviluppato. Probabilmente, Sylvia soffriva nel vivere all’ombra del marito, relegata nella quiete campestre, lei che aveva così amato il suo stage presso la famosa rivista Mademoiselle a New York, lei che aveva sempre eccelso in tutto. Non è un caso che la fase più produttiva della Plath coincida col periodo di separazione da Ted Hughes, nel corso del quale scrive anche il suo unico romanzo, The Bell Jar, metafora del senso di soffocamento provocatole dal piccolo appartamento londinese in cui vive sola con i due figli dopo l’abbandono di Hughes.
Il fantasma di Sylvia tormenta l’amante di Hughes, che qualche anno dopo la morte della poetessa mette in scena una macabra emulazione del suicidio della Plath, uccidendo se stessa e la figlia di soli cinque anni col gas.

Frieda Plath, unica figlia di Plath e Hughes ancora in vita (il figlio Nicholas si è suicidato a quarantasei anni), si è opposta violentemente alla produzione della BBC dedicata alla vita di Sylvia Plath, pubblicando la toccante poesia My mother, il grido accorato di una bambina che ha perso sua madre in circostanze tragiche e viene condannata a rivedere quella morte ripetuta sullo schermo:

They are killing her again.
She said she did it
One year in every ten,
But they do it annually, or weekly,
Some even do it daily,
Carrying her death around in their heads
And practising it. She saves them
The trouble of their own;
They can die through her
Without ever making
The decision. My buried mother
Is up-dug for repeat performances.

Now they want to make a film
For anyone lacking the ability
To imagine the body, head in oven,
Orphaning children. Then
It can be rewound
So they can watch her die
Right from the beginning again.

Sylvia Plath resta una delle figure più complesse ed affascinanti della letteratura anglo-americana, che non si può ridurre assolutamente solo agli anni passati con Hughes, come ha sottolineato Andrew Wilson nella sua biografia Mad Girl’s Love Song: Sylvia and life before Ted (il titolo è tratto dalla villanelle omonima della Plath, che trovate qui). La biografia di Wilson rappresenta una chiave interessante di lettura delle personalità della Plath, anche se, personalmente, l’ho trovata eccessivamente ancorata alla vita sentimentale e alle prime scoperte sessuali di Sylvia, mentre i suoi diari offrono una visione dettagliata e a tuttotondo della personalità della scrittrice (fin da piccola, la Plath scriveva lettere e diari come se fossero già destinati alla pubblicazione).

La poesia Elm (L’olmo) è stata composta dalla Plath nel 1962, solo un anno prima del suo suicidio. Fin dall’inizio, la Plath vuole far capire al lettore la gravità della situazione, che ha toccato un punto di non ritorno: Sylvia ha ormai toccato il fondo, e non ne ha più paura, perché lo conosce. Tuttavia, è terrorizzata da qualcosa di silenzioso e maligno che dorme in lei, e le fa venire voglia di urlare la sua rabbia, la sua disperazione. L’amore ormai altro non è che una “pallida irrecuperabilità”; è solo un’ombra, e per la Plath ormai è perduto. Per sempre. Traspare dai suoi versi non solo una disperazione profonda, ma anche un senso di ineluttabilità del proprio destino, un campanello d’allarme per la tragedia imminente. Sono le colpe “isolate e lente” che uccidono.

I know the bottom, she says. I know it with my great tap root:   

It is what you fear.
I do not fear it: I have been there.

Is it the sea you hear in me,   

Its dissatisfactions?
Or the voice of nothing, that was your madness?

Love is a shadow.

How you lie and cry after it
Listen: these are its hooves: it has gone off, like a horse.

 All night I shall gallop thus, impetuously,

Till your head is a stone, your pillow a little turf,   
Echoing, echoing.

Or shall I bring you the sound of poisons?   

This is rain now, this big hush.
And this is the fruit of it: tin-white, like arsenic.

I have suffered the atrocity of sunsets.   

Scorched to the root
My red filaments burn and stand, a hand of wires.

 
Now I break up in pieces that fly about like clubs.   

A wind of such violence
Will tolerate no bystanding: I must shriek.

 
The moon, also, is merciless: she would drag me   

Cruelly, being barren.
Her radiance scathes me. Or perhaps I have caught her.

 
I let her go. I let her go

Diminished and flat, as after radical surgery.   
How your bad dreams possess and endow me.

 
I am inhabited by a cry.   

Nightly it flaps out
Looking, with its hooks, for something to love.

 I am terrified by this dark thing   

That sleeps in me;
All day I feel its soft, feathery turnings, its malignity.
Clouds pass and disperse.
Are those the faces of love, those pale irretrievables?   
Is it for such I agitate my heart?

I am incapable of more knowledge.   

What is this, this face
So murderous in its strangle of branches?——

Its snaky acids hiss.

It petrifies the will. These are the isolate, slow faults   
That kill, that kill, that kill.
 
                      *************************************************


Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa
radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

È il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L’amore è un’ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino
una zolla,
rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l’atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di
ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmemte, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,
la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono
Sono quelli i volti dell’amore, quelle pallide
irrecuperabilità?
È per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos’è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate
e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.
(trad. a cura di Anna Ravano)

Walt Whitman, Wislawa Szymborska e due poesie che battono all’unisono

Walt Whitman (1819 – 1892)
 
In un momento di serendipità, due poeti diversi, due poesie che battono con un unico cuore: A uno sconosciuto (To a stranger) e Amore a prima vista (Love at first sight).
Lui è Walt Whitman, il celeberrimo poeta statunitense autore di Leaves of Grass e di Song of the open road; lei è la polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura 1996.

Entrambi si rivolgono allo sconosciuto, al passante, partendo da due punti di vista diversi: Whitman è il protagonista della poesia, colui che osserva lo sconosciuto, la passante, e si sente esplodere di una divina impazienza, perché la sua ricerca potrebbe essere finita: lui/lei potrebbero essere l’amore della sua vita, l’amico che cercava, qualcuno con cui in passato ha già condiviso momenti e sorrisi. Qualcuno che ha già toccato la sua vita e tornerà a toccarla, qualcuno con cui correre, qualcuno che diventa lo stesso Whitman: i confini tra le due diverse fisicità si perdono, e i due diventano stesso corpo, stesso sangue, due cuori che battono all’unisono fino a fondersi in uno solo.

La Szymborska, invece, si diverte a fare la benevola osservatrice esterna di una coppia di passanti, convinti di essersi appena incontrati, di essere uno dei fortunatissimi (e fortuiti) casi di amore a prima vista. La poetessa ne immagina tutte i momenti, le situazioni in cui la loro vita deve essersi inconsapevolmente toccata: i segni, i segnali, i sogni. Perché non esistono lieti inizi, ma solo lieti seguiti, e non esistono lieti fini, perché il libro degli eventi è sempre aperto a metà.

Entrambi i poeti accarezzano l’idea del passante come contenitore delle infinite possibilità della vita, una sorta di giardino dei sentieri che si biforcano alla Borges. I due sembrano rifarsi alla filosofia di John Donne: nessun uomo è un’isola, e quando suona la campana a morte una piccolissima parte di noi muore. Perché tutti noi siamo parte di un unico corpo, e quando un braccio o un dito o il collo fanno male, l’intero organismo si abbatte. Non esistono dunque sconosciuti, ma soltanto misteri, punti interrogativi, incroci, possibilità.
E tutti in qualche modo riescono a toccare la nostra vita, seppur per un momento fugace.

 

 

To a Stranger, Walt Whitman (Leaves of grass)

PASSING stranger! you do not know how longingly I look upon you,
You must be he I was seeking, or she I was seeking, (it comes to me, as of a dream,)
I have somewhere surely lived a life of joy with you,
All is recall’d as we flit by each other, fluid, affectionate, chaste, matured,
You grew up with me, were a boy with me, or a girl with me, 5
I ate with you, and slept with you—your body has become not yours only, nor left my body mine only,
You give me the pleasure of your eyes, face, flesh, as we pass—you take of my beard, breast, hands, in return,
I am not to speak to you—I am to think of you when I sit alone, or wake at night alone,
I am to wait—I do not doubt I am to meet you again,
I am to see to it that I do not lose you.

Ad uno sconosciuto
 Sconosciuto che passi! tu non sai con che desiderio io ti guardo,
tu devi essere colui che io cercavo, o colei che cercavo
(mi arriva come un sogno),
certamente ho vissuto in qualche luogo una vita di gioia,con te
tutto è ricordato, mentre passiamo l’uno vicino all’altro
fluido, amorevole, casto, maturo
sei cresciuto con me, sei stato ragazzo o ragazza con me,
io ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo è diventato
qualcosa che non appartiene soltanto a te, nè ha
lasciato che il mio restasse mio soltanto,
mi hai dato il piacere dei tuoi occhi, del tuo volto, della
tua carne, mentre io passo tu ne prendi in cambio
dalla mia barba, dal mio petto, dalle mie mani,
non devo parlarti, devo pensarti a te quando seggo da solo o
veglio la notte da solo
devo aspettarti, non dubito che t’incontrerò ancora,
e a questo devo badare, di non perderti.

Wislawa Szymborska (1923 – 2012)

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Traduzione di Pietro Marchesani

Love at first sight

Both are convinced
that a sudden surge of emotion bound them together.
Beautiful is such a certainty,
but uncertainty is more beautiful.

Because they didn’t know each other earlier, they suppose that
nothing was happening between them.
What of the streets, stairways and corridors
where they could have passed each other long ago?

I’d like to ask them
whether they remember– perhaps in a revolving door
ever being face to face?
an “excuse me” in a crowd
or a voice “wrong number” in the receiver.
But I know their answer:
no, they don’t remember.

They’d be greatly astonished
to learn that for a long time
chance had been playing with them.

Not yet wholly ready
to transform into fate for them
it approached them, then backed off,
stood in their way
and, suppressing a giggle,
jumped to the side.

There were signs, signals:
but what of it if they were illegible.
Perhaps three years ago,
or last Tuesday
did a certain leaflet fly
from shoulder to shoulder?
There was something lost and picked up.
Who knows but what it was a ball
in the bushes of childhood.

There were doorknobs and bells
on which earlier
touch piled on touch.
Bags beside each other in the luggage room.
Perhaps they had the same dream on a certain night,
suddenly erased after waking.

Every beginning
is but a continuation,
and the book of events
is never more than half open.

-translated by Walter Whipple