Si stava meglio quando si leggeva (e non se ne parlava)

Mariana-GonzálezOggi sarebbe la Giornata mondiale del libro.
Se ne legge un po’ ovunque: eppure, ancora una volta, i protagonisti non sono i libri, bensì la gente che ne parla. Al centro di tutto non c’è il libro e non c’è neanche il lettore: c’è un discorso un po’ vuoto e sterile sul perché si legge, perché si deve leggere, perché si deve parlare di quello che si legge.

La domanda che invece vorrei porre (porvi) è questa: da quando in qua la lettura è diventata una necessità sociale (anzi, social)? Da quando in qua la lettura, per essere riconosciuta (poi, da chi? E perché?) deve essere condivisa?
Nel mio piccolo mondo (antico, sicuramente) la lettura non è mai stata motivo di autocelebrazione o autoincensamento: è sempre stata un’azione naturale, come respirare. Non conosco nessuno che odi leggere.

Conosco gente che non ama leggere romanzi: la mia migliore amica, ad esempio, ama leggere trattati tecnici, attinenti al suo lavoro di lobbista. A Londra, quando io compravo le poesie di Wendell Berry, lei comprava un trattato sulle api. E non ci trovo nulla da eccepire.
L’atto di leggere risponde a un’istanza naturale, atavica: quella del bambino che chiede “mi racconti una storia?”. Se dovessi riprendere il tanto dibattuto hashtag #ioleggoperché, la mia riflessione sarebbe questa: leggo perché mi sono sempre piaciute le storie. Mi è piaciuto che qualcuno me le raccontasse, quando non sapevo leggere. Ora mi piace che un libro me le racconti.
E la lettura va ad aggiungersi alle tante cose che amo – il teatro, Londra, i frullati alla frutta, i viaggi, il mare, il tè. Cose che non vado necessariamente a condividere, perché, in fondo, la maggior parte delle cose (e delle persone) che amiamo non sono destinate alla condivisione.

Quindi leggete, se ne avete voglia. Fatevi raccontare storie.
Leggete il giornale. Leggete le vecchie lettere del vostro pen-friend, quando ancora le lettere si scrivevano a mano e si affrancavano. Soprattutto, non leggete tanto per leggere: leggete perché vi piace, leggete perché ne avete voglia. Leggete quello che vi piace, al di là delle mode e dei diktat pseudoculturali. Cercate di scoprire quello che vi piace leggere, e innamoratevene.
E, soprattutto, quando leggete spegnete il 3G, allontanatevi dal computer, dimenticatevi Facebook, Twitter e Goodreads.
Vi lascio con quella che per me è una delle più belle recensioni della storia della letteratura, in un momento in cui le recensioni abbondano (ma non sempre la loro qualità, purtroppo), come abbonda, tristemente, la tuttologia imperante:

È possibile che un libro, un romanzo, metta a disagio perché sembra troppo bello? Troppo, non perché sospetto di voler piacere, ma proprio nel senso che si fa amare senza riserve….

Lalla Romano su Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi

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How To Be A Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much

ellisQualche settimana fa mi sono imbattuta in quello che sarebbe il mio salotto ideale.
(Tra l’altro, io il salotto nemmeno ce l’ho. Una stanza qualsiasi, insomma).
Una stanza popolata di tutte quelle eroine che hanno invaso, in ordine sparso, la ma infanzia, la mia adolescenza, la  mia età attuale (senza denominazione, che è meglio), seminandovi colori e confusione, distribuendo scie di profumo e risate chiassose, mischiando lacrime a sorrisi. Le sorelle March e Esther Greenwood, Cathy Earnshaw e Rossella O’Hara, Jane Eyre e le sorelle Bennet, Lucy Honeychurch e Sarah Crewe.
Donne che non potrebbero essere più diverse tra di loro si ritrovano, da una sponda all’altra dell’Atlantico, da un secolo all’altro, nel salotto di Samantha Ellis, o meglio nel suo delizioso, brioso memoir How to be a Heroine: Or, What I’ve learned from reading too much (purtroppo non ancora disponibile in traduzione italiana).
Samantha Ellis scrive per il teatro, vive a Londra, ha origini ebraico-irachene e nutre fin da piccola una vera e propria ossessione per le eroine letterarie che racconta in un Bildungsroman autobiografico. La Ellis descrive come le  protagoniste delle sue letture abbiamo  contribuito allo sviluppo del suo carattere, alle sue scelte, alla delicata transizione da ragazza a donna, tra le mille aspettative, pretese e limitazioni imposte dalla piccola, ristretta comunità ebraico – irachena londinese.
L’interesse di Samantha per queste appassionate, carismatiche, contraddittorie figure femminili parte dall’affascinante, avventurosa storia di sua madre.
Gli ebrei di Baghdad non hanno certo avuto una vita facile: protetti durante la dominazione ottomana, hanno iniziato a essere preda di discriminazioni e persecuzioni tra le due guerre mondiali, fino ad arrivare al farhud  (pogrom, genocidio) del 1941, quando la popolazione ebrea è stata derubata, seviziata, uccisa.
La famiglia di sua madre, decisa a rimanere in Iraq a tutti i costi, cerca di scappare. Qualcosa va storto, e tutti i componenti vengono arrestati e rilasciati dopo tre settimane, riuscendo a scappare a Londra, dove sua madre, appena ventiduenne, si innamora e si sposa dopo pochissimo tempo con un altro ebreo iracheno. La piccola Samantha ambisce a una vita eroica, ricca di avventure, e con un lieto fine.
Una delle sue prime eroine è Ariel, l’infelice sirenetta protagonista della favola di Andersen. Da bambina, la Ellis si immedesima in lei perché, come Ariel è sospesa in una sorta di terra di nessuno, tra i fondali marini e la superficie, lei è divisa in due, tra il suo desiderio di visitare Baghdad e di appartenere alla comunità ebraico-irachena e la sua vita londinese, con la sua insofferenza nei confronti delle tradizioni troppo rigide della comunità stessa. Ormai adulta, la Ellis rilegge Ariel come una sorta di “campanello d’allarme” per tutte le donne: non rinunciate mai alla vostra voce! Non fate sacrifici per uomini che non se lo meritano! Non sacrificatevi, ma usatelo, quel coltello (la presenza e il sostegno di altre donne; nella fiaba di Andersen, la sirenetta può sopravvivere solo pugnalando il principe nel cuore, e bagnando le gambe nel suo sangue ancora caldo; sceglie invece di morire, dissolvendosi in migliaia di bollicine d’acqua, nonostante le sorelle avessero sacrificato i loro bellissimi capelli marini per procurarle il pugnale stregato), simbolo di affrancamento personale dalla gabbia delle convenzioni di genere.

Uno dei capitoli più interessanti è quello dedicato alla rilettura di Cime tempestose di Emily Brontë e Jane Eyre di Charlotte Brontë. Durante una gita ad Haworth, sulle tracce delle sorelle Brontë , l’autrice discute con la sua migliore amica, compagna da sempre di letture e di merende,  che preferisce la Jane di Charlotte, pacata e apparentemente scialba, ma solida e decisa, all’impetuosa Catherine che vive un amore assoluto, ma è capricciosa, viziata e snob.
Rileggendo i due romanzi, la Ellis, che nutre da sempre una predilezione per la selvaggia Cathy, rivaluta Jane Eyre, apprezzandone il coraggio e la determinazione,  i valori (quando scopre che Rochester, il suo datore di lavoro che le ha chiesto di sposarlo, ha già una moglie, Bertha, chiusa in soffitta per i suoi problemi mentali, si rifiuta di rimanere e diventare la sua amante e scappa via la notte stessa, col cuore spezzato), la generosità, il suo desiderio di instaurare con Rochester un rapporto paritario.

Tuttavia, leggendo la vicenda di Jane in chiave più critica e femminista, l’autrice sostiene che Jane e Rochester non arrivano mai a un rapporto paritario: si sposano solo quando lui, avendo perso un occhio e una mano durante un incendio causato da Bertha, ha bisogno di lei più che mai. C’è davvero bisogno che un uomo sia parzialmente disabile perché possa instaurare con la sua donna un rapporto equo?
E comunque, un’eroina perfetta che non compie mai errori (Jane Eyre) non riesce a riscuotere le simpatie indiscusse della Ellis.
Cathy è tutta un’altra storia. È una creatura selvaggia, che appartiene alle brughiere e alle lande desolate dello Yorkshire, alle foglie, al vento, alla nebbia. È viziata, capricciosa, conosce il suo cuore ma non è capace di seguirlo: nutre un amore sterminato, illimitato per Heathcliff, trovatello di oscure origini con cui è cresciuta, ma sposa codardamente Linton, il giovane più ricco della contea, sostenendo che Heathcliff la degraderebbe. Ma Cathy è Heathcliff: le loro anime sono fatte della stessa sostanza, le loro sofferenze sono condivise, la loro sensibilità è affine, come lo è il loro egoismo, il loro essere noi-due-contro-il- mondo.
Sono divisi però da divisioni sociali e valichi incolmabili; scrive la Ellis;

Cathy and Heathcliff’s love is too raw and rarefied to exist in the real world, and they know it; they can only be together as restless ghosts. (…) Their love is just not realistic. It is the kind of love, in fact, that could only be written by someone who had never been in love…and also mean that Wuthering Heights is a terrible template for actually conducting a love affair. (…) I can’t help thinking that a heroine should be able to love without being erased.
(L’amore di Cathy e Heathcliff è troppo crudo e rarefatto per esistere nel mondo reale, e loro lo  sanno; possono solo essere insieme quando diventano inquieti fantasmi. (…) Il loro amore non è realistico. È un amore che poteva essere descritto solo da qualcuno che non è mai stato innamorato…ciò rende Cime tempestose un pessimo modello di storia d’amore. (….) Non posso fare  a meno di pensare che un’eroina dovrebbe essere in grado di amare senza essere annullata dall’amore).

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Da Rossella O’Hara la Ellis impara che non è necessario diventare una lady: basta avere il coraggio di diventare una donna, ed essere fedele all’idea di se stessa. Grazie a lei e al timido, passivo Ashley, la scrittrice riesce a superare la sua attrazione fatale per gli amori impossibili:

I thought impossible love was the best kind. But I hope I’m braver about love now, and I’m tempted to make a rule that any heroine who spends a whole novel in love with someone who can’t or won’t love her back is not truly a heroine. Because unrequited love is delusional, thankless and boring. It’s also a misuse of imagination…
(Pensavo che l’amore impossibile fosse quello vero. Ora spero di essere diventata più coraggiosa in amore, e mi stuzzica l’idea di stabilire la seguente regola: ogni eroina che passi un intero romanzo innamorata di qualcuno che non può amarla o non l’amerà mai non si merita il titolo di eroina. L’amore non corrisposto è una delirante, ingrata, noiosa illusione, nonché uno spreco di immaginazione…)

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Impara dalla Franny salingeriana a trovare significato e risposte al di fuori della religione, e ad apprezzare il potere curativo e mistico del brodo di pollo; da Ester Greenwood, l’eroina autobiografica di Sylvia Plath, a convivere con l’idea che essere donna equivalga a soffrire, a sopravvivere al dolore e allo senso di smarrimento che derivano dagli attacchi di cui la Ellis diventa vittima durante gli anni universitari (derivano probabilmente da forti emicranie, causate da pulsazioni dell’arteria basilare). Questi attacchi le fanno perdere orientamento ed equilibrio, rendendola incapace di continuare a vivere come prima: da Sylvia Plath impara l’eroismo di chi lotta ogni giorno con fantasmi più grandi di lei, cercando di dare a se stessa – e ai suoi lettori  – la possibilità di rinascere dalle ceneri.

Da Lucy Honeychurch, la poco convenzionale protagonista di Camera con vista di Edward Morgan Forster, eredita il desiderio di essere coraggiosa quando scrive e nella vita, facendo sua la massima di Mr Beebe, uomo di chiesa che dice di Lucy:

If Miss Honeychurch ever takes to live as she plays, It will be very exciting both for us and for her.
(Se Miss Honeychurch iniziasse a vivere come suona, si aprirebbero nuove ed eccitanti prospettive sia per lei che per noi).

Valley of the Dolls di Jacqueline Susann le insegna a fidarsi del suo talento, e a investire tutta se stessa nel desiderio di scrivere per il teatro, facendo sua la lezione di Neely, una delle controverse protagoniste:

Guys will leave you, your looks will go, your kids will grow up and leave you, and everything you thought was great will go sour; all you can really count on is yourself and your talent.
(Gli uomini ti lasceranno, la tua bellezza svanirà, i tuoi figli cresceranno e se ne andranno, le tue cose preferite ti lasceranno l’amaro in bocca; puoi solo contare su te stessa e sul tuo talento).

L’ultima eroina del libro, Sherazade, le insegna la lezione più importante: solo appropriandoci delle nostre eroine diventiamo eroine noi stesse. Il coraggio dell’intrepida protagonista de Le mille e una notte non si trova nelle storie che racconta, ma nelle storie che vive, che salvano lei stessa, le altre vergini destinate a diventare vittime, il re.

La frustrazione della scrittrice, che ambisce ad essere un’eroina in carne ed ossa, non tarda a farsi sentire, insieme ad un paio di rivelazioni:

I felt let down when I could see a writer too much at work on a character because it reminded me forcefully that of course I didn’t have a writer working on my story, guiding me to safety, bending the laws of reality for me, bringing in a hero  to rescue me or transporting me to a happier life by the stroke of her pen. No writer is writing me a better journey.
And then I realise I am the writer. I don’t mean because I write. I mean because we all write our own lives
(Mi sentivo tradita quando mi rendevo conto che uno scrittore lavorava troppo su un personaggio, perché mi metteva di fronte al fatto che io non avevo uno scrittore a lavorare sulla mia storia, a portarmi al sicuro, a sfidare la realtà per me, facendo intervenire un eroe a salvarmi o trasportandomi a colpi di penna verso il mio lieto fine.
Poi mi sono resa conto che lo scrittore sono io, e non perché scrivo. Tutti scriviamo la nostra vita).

Il segreto delle vere eroine, sostiene la Ellis, è l’improvvisazione: affidandosi ad essa, ogni incidente di percorso diventa un’avventura, ogni errore un invito a cambiare direzione, ogni caduta una revisione delle regole del gioco. Il principio dell’improvvisazione è semplice, come a teatro: uno degli attori formula un’offerta, l’altro la accetta mettendoci qualcosa di suo, per non bloccare lo sviluppo della situazione. E si va avanti, a tentativi, a braccio.
Dire diventa allora il segreto non solo dell’improvvisazione, ma della vita stessa, la formula che permette di scegliere, trasformarsi, andare avanti.
Perché non ci sono lieti fini, solo lieti inizi.

How to be a Heroine: Or, what I’ve learned from reading too much, Samantha Ellis, Chatto & Vindus

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La libreria che vorrei

post4La libreria che vorrei è grande e luminosa. Ha il parquet o la moquette, perché spesso c’è bisogno di guardarli dal basso, i libri, o di sedersi e accarezzarli.

Nella libreria che vorrei il tempo si ferma. Non ci sono orologi, se non quello del Bianconiglio, che tanto è sempre in ritardo. Nessuno ha fretta: tanto i commessi quanto i clienti si prendono il tempo di accarezzarli con lo sguardo, i libri, confrontare le edizioni, sdilinquirsi davanti allo scaffale delle edizioni rare e costose. Sentire l’odore della pelle, della carta, del cartone. Quando qualcuno urta un lettore distratto non si arrabbia: ci si scambia uno sguardo di intesa, che in fondo si è complici in questo mondo parallelo.

Nella libreria che vorrei il cliente/lettore ha tempo di sedersi per terra/sulla poltrona/ su una panca e sfogliarlo, un libro. Questione di feeling, a volte. Conoscerlo, capire se si tratta dell’accoppiamento giusto. In fondo è un po’ come l’amore, no? Si vuole essere sicuri che ci piaccia, quella persona (in questo caso, libro) che ci portiamo a casa. E questa serendipità non può accadere se commessi sgradevoli e sgarbati ti fulminano con lo sguardo o ti invitano dopo due minuti con pochissima cortesia a riporlo, il libro (è un bene di consumo! Non si può sbirciarlo prima di comprarlo!)

Nella libreria che vorrei ci sono i gruppi di lettura. Ma non fatti all’acqua di rose, eh. Tematici, e in lingue diverse, che ormai il multilinguismo è una realtà assodata, quantomeno nelle capitali, vero?

E ci sono corsi di letteratura strepitosi, come quelli dell’amica Marta di LaMcMusa. E ci sono reading di poesia, ché non mi fido di coloro che non amano la poesia, o la ripudiano come forma d’arte elitaria o “difficile da comprendere”. La poesia è democratica e appartiene a tutti. Tutti siamo poeti, in fondo, ma non tutti siamo in grado di accendere quella luce che poi sfocia nei versi: una grande, grandissima, eccentrica poetessa, Emily Dickinson, scriveva che la funzione dei poeti è accendere lampade, e scriveva che

Vedere il Cielo d’Estate
È Poesia, anche se mai in un Libro costretta –
Le vere Poesie fuggono –

(Traduzione a cura di Giuseppe Ierolli)

Ma ve la ricordate, la bellissima scena de Il Postino in cui il postino – Troisi e Neruda – Noiret discutono di metafore?

Neruda: La metafora…come dirti…è quando parli di una cosa paragonandola a un’altra…per esempio quando dici “Il cielo piange” che cosa vuol dire?”
Troisi: “Che…che sta piovendo?
Neruda: “Sì, bravo. Questa è una metafora.”
Troisi: “Allora è semplice…ebbè perché ci ha questo nome così complicato?”
Neruda: “Gli uomini non hanno niente a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose.”

(A proposito, se non avete ancora mai letto il bellissimo libro di Antonio Skármeta da cui è stato tratto il film, correte al più presto ai ripari!)

Credo sia inevitabile interrogarsi sull’ “utilità” della poesia, specie in un’epoca in cui le cose per esistere devono essere fruibili, vendibili, pubblicizzabili; tuttavia – l’ho già detto e lo ripeto – è proprio per questo che abbiamo bisogno di poesia, oggi più che mai. Perché si ha bisogno di essere consolati. Si ha bisogno di essere compresi, e di comprendere se stessi. Soprattutto, si ha bisogno di trovare un po’ di bellezza, anche quando sembra che non ce ne sia proprio più a disposizione. Si avrà bisogno di poesia finché l’ultimo cuore umano batterà. Ma divago.

Nella libreria che vorrei la sezione dedicata alla poesia non è un misero scaffale tra la X e la Y della narrativa, e non comprende solo raccolte dai titoli obbrobriosi, tipo Poesie per i matrimoni o Poesie per la tua amata, né striminzite antologie di Whitman, di Cummings, di Lee Masters (per striminzite intendo una trentina di pagine). No, la mia libreria ideale avrebbe scaffali e scaffali di edizioni bellissime, con tutti i poeti (intendo tutti, non solo i soliti sospetti: l’onnipresente Alda Merini, Neruda, Bukowski, la mia amata Szymborska, e poco altro) religiosamente catalogati in ordine alfabetico. Se la mia libreria ideale esistesse, non avrei dovuto cercare Mark Strand in tre capitali europee diverse, farmi portare un’edizione decente di Puskin direttamente dalla Russia e essere guardata in tralice quando chiedo raccolte della Manguso, della Achmatova, di Blok o del mio ultimo coup de foudre, Svetlana Kekova.

Nella libreria che vorrei c’è una sezione dedicata ai giovani lettori, che non devono annoiarsi mentre i genitori li trascinano di scaffale in scaffale; una sezione colorata, piena di giocattoli per i più piccoli, con elfi e fate gentili che leggono storie e aiutano a scegliere un libro da portare a casa. Perché non è mai troppo presto per diventare lettori, e qual è la cosa che i bambini amano di più, se non le storie?

Infine, nella libreria che vorrei c’è un caffè spazioso dove i lettori infreddoliti (o accaldati, a seconda delle stagioni) possono sedersi, bere qualcosa come una cioccolata calda con i marshmallows (o un bicchiere di Chablis)  e iniziare a leggere. Un caffè silenzioso, con musica classica o jazz in sottofondo. Un caffè in cui i tavolini non sono attaccati e le sedie non fanno quell’odiosissimo rumore che fa accapponare la pelle quando vengono spostate. Sui tavolini ci sono lampade che diffondono una luce morbida, soffusa.

Un caffè in cui le sedie sono poltrone , magari tutte diverse tra di loro, e c’è qualche vecchio gioco di società negli scaffali, come nei pub inglesi vecchio stile. E no, non c’è il WiFi, perché in alcuni momenti bisognerà pure staccare, no?

Se una libreria così esiste davvero, vi prego di segnalarmela. Io non l’ho ancora trovata.

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PS: le immagini del post sono ovviamente tutte tratte dal (bellissimo) film con Meg Ryan e Tom Hanks, C’è posta per te

What we talk about when we talk about books

BS

Non sono una persona polemica. Chi mi conosce sa che odio i contrasti, i conflitti, il πόλεμος fine a se stesso.

La vita è già troppo greve, e il mio motto è choose your battles, scegli attentamente le battaglie che vuoi combattere. Conosci il tuo nemico e affrontalo ad armi pari. Non sprecare energie inutili quando sai che il duello è fine a se stesso, il gioco non vale la candela, vincere è questione di orgoglio e vanità.

Ma. C’è un ma. Durante le vacanze di Natale, ho letto tanto, di tutto (si, my life rocks , all’insegna del #partyhard): articoli, post, liste, decaloghi, ultimatum, to do list, i 100 libri da leggere prima di morire, i 100 libri da non leggere mai, gli autori di serie A e gli autori di serie C, i lettori meritevoli e quelli che leggono spazzatura.

Ne è venuto fuori un breve elenco (numerato, non puntato) di cosa che mi fanno davvero uscire dai gangheri. Dopo essermi sfogata, posso tornare nel mio mondo di rime baciate, lettere mai spedite, ninfe lacustri ed eteronimi.

1) Ho letto recentemente un articolo di Giovanni Turi, Perché nessuno stronca i libri brutti?, che si interroga sulle ragioni per cui sul web pullulino recensioni positive, mentre quelle negative siano mosche bianche. Chiedo scusa, io sono totalmente avulsa dal mercato dell’editoria, e gravito intorno alla galassia dei book blogger e dei lit-blogger con un misto di distacco e curiosità, quindi non posso commentare molto su ipotesi  che vanno dai contatti con le case editrici ai tentativi/speranze di pubblicazione presso le medesime – cose di cui io non so un bel nulla, perché scribacchio per me stessa e per i miei quindici lettori* di manzoniana memoria, che, dopo la migrazione da blogger a wordpress, si sono peraltro – inspiegabilmente? – dimezzati, e l’unica cosa gratuita che io abbia mai ricevuto sono un paio di PDF da parte di amici compassionevoli, che NON LAVORANO per case editrici, preoccupati più che altro per lo stato del mio portafoglio ogni volta che accendo il mio Kindle/entro in una libreria. Stessa cosa dicasi nel caso della fidelizzazione del lettore: mi piace pensare di avere lettori infedeli, pronti a girarmi le spalle nel caso in cui ciò che scrivo non andasse più a genio; ergo, continuo a fare di questo spazio il mio mondo, e a riempirlo solo di cose che mi piacciono e mi fanno stare bene.

Ciò detto, sono totalmente d’accordo con l’articolo di risposta dell’ottima Alessandra di Una lettrice. Alessandra si rivolge a un pubblico di nicchia (lettori versus compratori di libri). Il punto è: siamo circondati di bruttezza, perché non mettere in circolo un po’ di bellezza (un po’ di quella che Muriel Barbery definirebbe un sempre nei mai?)

Un #Librobello fa bene al cuore, illumina la fantasia, accende sogni, attenua il grigiore della routine quotidiana. E fa evadere, conoscendo altri mondi, altre realtà, altri cuori (ci sono tanti ingegni quante teste, ci sono tanti generi d’amore quanti cuori, scriveva Tolstoj in Anna Karenina).

Inoltre, se leggo un libro brutto (e i libri li finisco, sempre, perché non credo al decalogo del lettore di Pennac) preferisco farlo finire nel dimenticatoio il prima possibile. Un #Librobello mi fa venire voglia di raccontare le mie impressioni; un libro brutto mi lascia poco e niente, e quel poco non ho voglia di raccontarlo. E questo è quanto.

2) È possibile che io sia la sola ad essere piena di dubbi, piena di incertezze, piena di voglia di imparare da tutti, nessuno escluso (perché tutti hanno qualcosa da insegnare)?

Molti di coloro che scrivono e parlano di libri su testate, webzine, blog, social media e quant’altro mi sembrano a volte troppo pieni delle (loro) certezze, poco aperti al dialogo. Troppo infervorati, troppo arrabbiati, troppo pronti ad abbaiare e, se necessario, a mordere.Quella che troppo spesso mi sembra una corrida potrebbe diventare un sano, armonioso simposio, con un po’ di apertura in più, con un po’ di voglia di ascoltare in più, con un po’ di voglia di scambiarsi idee, opinioni, impressioni.

3) Chi decide quali siano i libri “giusti” da leggere? (E qui vi rimando ai post della mitica McMusa sul Poptimism e sulla pop revolution).Intendiamoci, anch’io ho i miei gusti: ma credo che – specie quando si parli di lettori in erba che si avvicinano ai libri per le prime volte, o di non lettori che tentano di diventare tali – un libro sia un successo già se riesce a far spegnere PC, tablet, smartphone, PSP e quant’altro, e riesce a far incollare gli occhi alla pagina, o al reader. Per me, un libro è bello nella misura in cui rende felice un lettore. Sarà una visione buonista alla Pollyanna, ma è la mia, e Pollyanna peraltro mi è sempre risultata alquanto antipatica. Non entro invece nel merito di tutto quello che viene pubblicato/auto pubblicato, la cui qualità è (spesso?) dubbia. Credo però che esistano case editrici che compiono scelte coraggiose e scelgono il sentiero meno battuto, per dirla con Frost.

Ad esempio, ultimamente ho avuto il piacere di innamorarmi della collana Senza frontiere di Edizioni Lindau, casa editrice indipendente nata a Torino nel 1989 con un catalogo che spazia dalla saggistica cinematografica alla storia, dall’attualità alla narrativa. Allo stesso modo, emergono librerie indipendenti come la Modus Vivendi di Palermo. Cito dalla loro pagina Facebook:

La libreria Modusvivendi nasce nel giugno del 1997 da un progetto, non solo professionale, di Marcella e Salvo Spiteri. Non casuale infatti la sua denominazione. Un modo nuovo e moderno di “fare libreria” dando spazio alla piccola e media editoria di qualità. Libreria indipendente fuori dalle logiche di mercato. Siamo librai attenti al nuovo e al “catalogo”. Leggiamo i libri che proponiamo creando un rapporto di fiducia e scambio con il cliente. Organizziamo laboratori, eventi e presentazioni.

Vivo all’estero da tanti anni che ho perso un po’ il contatto con quello che succede in Italia a livello di libri&affini: vi prego dunque di segnalarmi case editrici indipendenti, librerie che lancino idee originali, collane che sicuramente mi sono sfuggite.

4) Un libro non è solo un bene di consumo. Non è carta, inchiostro, copertina, brossura, o un file mobi o epub.

I libri raccontano storie. Sono contenitori di sogni e di emozioni. Insegnano. Fanno viaggiare quando non si può farlo effettivamente, ma non si vorrebbe fare altro che scappare (chi non è felice si muove, o ci prova, quantomeno). I libri cambiano il lettore e cambiano con la lettura. I libri sono saturi di contenuti affettivi – basta andare a rileggersi l’articolo di Helen Rosner su quanto si possa amare un libro perché ci è stato consigliato, o, meglio ancora, prestato, da una persona cara, una persona che ha rappresentato una larga fetta della nostra vita – di lettori e non.

E quello che vedete qui sotto è il mio scaffale felice, in cui mi rifugio quando ho bisogno di indicazioni, di indizi, di risposte, di spunti, di storie. O, semplicemente, di ritrovarmi.

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PS: ovviamente il titolo del post è un omaggio al celeberrimo racconto di Carver, What we talk about when we talk about love.

*si, i lettori di Manzoni erano 25. Ma, quando ho iniziato a scrivere sul blog, i miei erano effettivamente 15 😉

Hannah Coulter di Wendell Berry, un libro che fa bene al cuore

9c6516019e4ce00a50ae1f305ec49496Ho letto molti libri quest’anno. Non tutti mi sono piaciuti. Pochi mi sono rimasti dentro (Stoner, per esempio, o La Versione di Barney,  The Bell Jar). Uno in particolare mi ha toccato l’anima, e mi fatto bene al cuore. Quindi quest’anno niente liste, specie dei buoni propositi, anche perchè, riguardando quelle degli anni scorsi (qui, qui, e una affidata a quel simpaticone di Mark Twain qui)  mi sono resa conto di non averne attuato nemmeno uno; solo un libro, questo libro, Hannah Coulter di Wendell Berry. Hannah Coulter è un brodo di pollo per l’anima; è una coperta morbida e calda che avvolge quando fuori fa freddo e tutto è – o sembra – grigio, e si cerca di uniformarsi a un’atmosfera forzatamente, artificialmente festiva, ignorando la manciata di pezzi di vetro conficcati nel cuore. Leggendo Hannah Coulter tante cose diventano più chiare. L’io di oggi – quello che legge Wendell Berry sul divano, con tanto di coperta, brodo di pollo e quant’altro – convive, più o meno pacificamente, con l’io di ieri. L’io di oggi è il risultato di tutti gli io che si sono avvicendati negli anni, la cui somma – o, in qualche caso, sottrazione – costituisce un’identità singola. L’accettazione o il rifiuto di questa confederazione di anime di tabucchiana memoria (sostiene Pereira, sostiene) è il presupposto di una vita più o meno serena, più o meno in pace con se stessi. Tutto questo Hannah, la protagonista del romanzo di Berry, l’ha capito da subito, e l’ha accettato, con quella semplice, candida rassegnazione che è parte del suo carattere.

La storia di Hannah è una storia di ringraziamenti. La racconta quando è ormai anziana e sola, ma ancora piena di vita e di amore, abitata dai ricordi, circondata dall’affetto di coloro che ha amato. La racconta per ringraziare la vita di tutti questi ricordi, di tutti questi affetti. Una vita che, anche nei momenti più difficili, anche nelle perdite più ottenebranti, le ha regalato persone speciali, che continuano a vivere accanto a lei, in lei. Attraverso lei.

Hannah perde sua madre a dodici anni, e perde in sostanza anche suo padre, che si sposa con una donna fredda, completamente presa dall’educazione dei suoi due (insopportabili) figli maschi. L’epicentro della vita di Hannah è sua nonna, memoria storica della sua infanzia, cuore pulsante della sua adolescenza e prima giovinezza. Una donna forte e saggia, che non ha tempo per le lacrime e il dolore, né per le frivolezze o le cose superflue: ha un cappotto vecchio quasi quanto lei, un paio di grosse scarpe deformate appartenenti al marito defunto, un vestito della domenica e un cappello schiacciato con un mazzo di violette di carta (quanta poesia nella memoria del cuore, che si perde nella descrizione di piccoli particolari apparentemente irrilevanti, che tuttavia parlano un muto linguaggio d’amore). La nonna di Hannah è una forza della natura: non si ferma mai, non si guarda mai indietro, e decide il destino della nipote, nel suo modo schivo, schietto, risoluto, senza orpelli né inutili sentimentalismi. L’amore per Hannah lo dimostra in piccoli, umili gesti nascosti: quel poco zucchero a disposizione della famiglia messo solo nella tazza della ragazza; le ore silenziosa passate a rammendare vicino ad Hannah, per assicurarsi che facesse i compiti; l’amorevole, costante insegnamento dell’etica del lavoro e del risparmio. La nonna crea per Hannah un microcosmo, un ecosistema in cui la ragazzina cresce protetta dall’indifferenza e dalla gelosia della matrigna, dallo scherno dei fratellastri, dalla colpevole, rassegnata assenza del padre. Dopo il diploma, la nonna decide che per Hannah è giunto il tempo di andare avanti, cercare un lavoro, lasciare la casa paterna, andare a vivere da sola, prepararsi per quel futuro che l’attende e che lei le stende innanzi come un lenzuolo da sposa finemente ricamato, inamidato con cura. Nel lasciare la casa paterna, la ragazza osserva

And it came to me at the same time, as it never had before, how much she had done for me, and how much I loved her and would miss her.

(Allo stesso tempo capii, come mai mi era successo prima, quanto lei avesse fatto per me, quanto l’amassi, quanto mi sarebbe mancata).

Hannah va a vivere a pensione da un’amica della nonna; trova lavoro come segretaria in uno studio legale e conosce lui, Virgil, un omone sempre di buon umore e dal cuore grande.

Virgil immagina una vita, per lui e Hannah. Analizza la sua, di vita, ne esamina la forma e le imperfezioni, per allargarla e adattarla fino a includervi anche lei, Hannah, e la loro vita insieme. La vita che verrà.

Virgil spoke of that as something old in the world that caused an ancient happiness in him. He was trying to show me the shape of his life, and what might become the shape of it. He was seeing the time to come as a possibility, as a life that he loved. And though maybe neither of us fully understood what he was doing, he made me love it. It wasn’t as though i was being swept away by some irresistible emotion. The thought of resistance never entered my mind. When I imagined him entering the life he saw, I imagined myself entering it too. It was becoming a possibility that belonged to us both.

(Virgil ne parlava come qualcosa di antico, che gli risvegliava un’arcaica felicità. Cercava di descrivermi i contorni della sua vita, come sarebbe potuta diventare. Vedeva il tempo come una possibilità, come una vita che amava. E, nonostante forse nessuno dei sue comprendesse a pieno quello che stava succedendo, Virgil mi insegnava ad amarlo. Non ero spazzata via da un’emozione irresistibile. L’idea di opporre resistenza non mi aveva mai sfiorato la mente. Quando immaginavo Virgil entrare nella vita che descriveva, immaginavo di entrarvi insieme a lui. Stava diventando una possibilità condivisa).

I due entrano quindi in questo nuovo sentimento condiviso, in questa nuova vita immaginata, dolcemente, semplicemente, inesorabilmente, tenendosi per mano, perchè una volta che si è scelto di costruire una vita insieme non ha senso stare lontani l’uno dall’altra. Si sposano, e Virgil promette di costruirle una casa. Poi arriva la guerra, e Virgil parte.

Time doesn’t stop. Your life doesn’t stop and wait until you get ready to start living it.

(Il tempo non si ferma. La vita non si ferma, non aspetta che tu sia pronta a viverla).

Ma il tempo diventa un’eterna attesa, e ogni piccola gioia inattesa regalata dal quotidiano viene vissuta come una colpa. La vita diventa l’intervallo tra la scrittura di una lettera e la lettura di una missiva dal fronte, in un silenzio complice, pieno di sottintesi e parole non dette, anche quando le si vorrebbe urlare.

Anche quando Virgil torna a casa per due settimane, prima di essere mandato al fronte in Europa, il tempo diventa un tempo sospeso, un non-tempo, un muoversi in cerchi concentrici, camminando in punta di piedi sul filo di quella separazione così vicina, così inesorabile, facendo silenzio per non svegliare l’infelicità, inebriati dallo stato di esaltazione temporanea. Prima di partire per il fronte, Virgil porta Hannah a fare un picnic, e costruisce per lei la casa che le aveva promesso: una casa immaginaria, pietre a delimitare i confini delle stanze, un piccolo falò come promessa di focolare domestico. È una scena così poetica e struggente che non si può non rileggerla più volte e non desiderare di essere Hannah, la ragazza per la quale Virgil inventa vite e mondi e case immaginarie nelle quali entrare in punta di piedi e incontrarsi, la cui chiave è l’amore, e l’amore soltanto.

We lived the dearest minute of our marriage in that dream house, in the real firelight, under the real stars. And when Virgil went away that time I had something of him with me that I would keep.

(Abbiamo vissuto il momento più bello del nostro matrimonio in quella casa immaginata, alla luce di un vero fuoco, sotto le stelle. E, quando Virgil se n’è andato, mi ha lasciato un pezzo di sé che avrei tenuto con me).

Virgil viene dato per disperso al fronte, e lascia ad Hannah una bambina – la piccola Margaret – e una voragine nel cuore, sanata in parte dall’amore e dalla gentilezza dei genitori di Virgil, che accolgono la ragazza come una figlia.

By kindness I was coming to understand what it meant to be in love with Virgil. He and I had been, we were, we are – for there is no escape – in love together. I went into love with Virgil, and of course we were not the only ones there. To be in love with Virgil was to be there, in love, with his parents, his family, his place, his baby.

(Grazie alla gentilezza iniziavo a capire cosa significasse essere innamorata di Virgil. Io e lui eravamo stati, eravamo, siamo – perchè non c’è via di fuga – innamorati l’uno dell’altra. Mi sono innamorata di Virgil, ma non eravamo soli, ovviamente. Amare Virgil significava essere lì, e amare i suoi genitori, la sua famiglia, il suo posto nel mondo, il suo bambino).

Per Hannah, amare Virgil significa amare tutto di lui: lui prima di lei, la sua casa, la sua famiglia, i luoghi che l’hanno visto bambino, la loro breve vita insieme, la vita che avevano immaginato in due, la piccola Margaret. E Hannah inizia a capire che la sua vita sarà una vita di assenze, di vuoti a perdere, di voragini profonde lasciate dalle persone che se ne vanno. Vorrebbe cedere alla tentazione di vedere il dolore come unico trait d’union; ma capisce che l’unico, il vero elemento che tiene le cose insieme, il motore che azione gli ingranaggi, è l’amore. Nient’altro.

Sometimes too I could see that love is a great room with a lot of doors, where we are invited to knock and come in. Though it contains all the world, the sun, moon, and stars, it is so small as to be also in our hearts. It is in the hearts of those who choose to come in. Some do not come in. Some may stay out forever. Some come in together and leave separately. Some come in and stay, until they die, and after.

(A volte riuscivo a rendermi conto che l’amore è una grande stanza, con tante porte, e siamo invitati a bussare e a entrare. Nonostante contenga tutto il mondo, il sole, la luna e le stelle, è così piccola da poter essere contenuta nei nostri cuori. È nei cuori di coloro che scelgono di entrare. Qualcuno non lo fa. Qualcuno resta fuori, per sempre. Alcuni entrano insieme e se ne vanno separatamente. Altri ancora entrano e si fermano fino alla morte, e oltre).

Il cuore di Hannah va in ibernazione e si nutre di ricordi delle cose che sono state e delle cose che avrebbero potuto essere. È in lutto per quell’amore inconsapevole, appena abbozzato, una fiammella che non ha avuto il tempo di bruciare e di estinguersi. Quell’amore che era una speranza, andata persa, per sempre. Quell’amore che non può sfociare in rabbia sorda ed accecante, perchè non si può ricordare con rabbia qualcuno che ha inventato una vita per due, o sognato una casa, un destino, tratteggiandolo con la punta delle dita.

Nevica, nel cuore di Hannah. Finchè arriva Nathan, e la guarda.

When he began to look at me with purpose, I felt myself beginning to change. It was not a look a woman would want to look back at unless she was ready to take off her clothes.I was aware of that look a long time before I was ready to look back. I knew that when I did I would be a goner. We would both be. (….)When I finally did look back at him, it was lovely beyond the telling of this world, and it was almost terrible.

(Quando ha iniziato a guardarmi intenzionalmente, ho avvertito l’inizio di un cambiamento, in me. Non era uno sguardo che una donna avrebbe dovuto ricambiare, a meno che non fosse stata pronta a togliersi i vestiti. Ero consapevole del significato di quello sguardo molto prima di essere in grado di ricambiarlo. Sapevo che, quando l’avrei fatto, sarei stata perduta. Lo saremmo stati entrambi.(….) Quando finalmente ho ricambiato il suo sguardo è stato bellissimo, al di là di ogni parola o definizione, e quasi terribile).

Si apre davanti a Hannah e a Nathan una voragine nera, un’altra: ma lei non aspetta altro che abbandonarsi al vortice, con lui. E Nathan le regala una vita: una vita vera, non soltanto immaginata. Un matrimonio a tutti gli effetti, e due figli maschi. Una vita fatta anche di routine, di quotidianità, che riescono a logorare anche il più forte del sentimenti, come un canovaccio lasciato troppo a lungo a macerare nella candeggina. Una vita di lavoro duro, dall’alba al tramonto. Una vita di silenzi, perchè Nathan è stato in guerra, ha perso il fratello, ha assistito a dolori inenarrabili che l’hanno fatto chiudere in se stesso. Una vita di silenziosi gesti d’affetto. Una casa, costruita da Nathan e Hannah, dove ogni singola pietra racconta una muta storia d’amore. Le casa che Hannah e Nathan costruiscono insieme sulle rovine di una vecchia fattoria è la perfetta incarnazione della loro vita insieme, del loro essersi scelti: un amore consapevole, un destino scelto con cura, un percorso a due intrapreso con conscia decisione, dedizione, vocazione. Due singolari complicati (feriti, mutilati dagli orrori della guerra e della perdita) che diventano un plurale, perfetto nella sua imperfezione. E, quando Nathan si lascia andare al cancro che lo sta corrodendo, abbandonandosi ad esso silenziosamente, senza far rumore, senza disturbare, Hannah si lega ancora di più alla loro casa, a quello che simboleggia. Non vuole che diventi preda di speculatori immobiliari o un punto d’appoggio temporaneo per qualche pendolare che non può permettersi di vivere in città: dal momento stesso in cui Hannah chiude la porta alle sue spalle dopo il funerale del marito, la casa si riempie di ricordi, di affetti, dei visi di tutti coloro che Hannah ha amato e che adesso la circondano, chiedendo di essere ricordati. Chiedendo che Hannah racconti la loro storia, e li faccia vivere, ancora, nelle parole, nel ricordo.

Ho letto gli ultimi capitoli di Hannah Coulter ascoltando una bellissima canzone di Joni Mitchell, Both sides now, che si adatta perfettamente alla sensibilità e alla disposizione d’animo della protagonista:

I’ve looked at love

from both sides now

From give and take and still somehow

It’s love’s illusions I recall

I really don’t know love at all

Tears and fears and feeling proud,

To say “I love you” right out loud

Dreams and schemes and circus crowds,

I’ve looked at life that way.

Ho immaginato Hannah seduta al tavolo di legno della sua cucina, un bicchiere di vino di produzione propria (un bel vino color rubino) e, perchè no, una sigaretta, a tirare le somme. A ricordare entrambe le facce dell’amore, come canta Joni Mitchell: il primo amore, la vita sognata, la casa inventata, la risata franca e aperta di Virgil; l’amore timido, inconsapevole, l’amore che strappa i capelli, brucia i sogni e squarcia il cuore. E l’amore maturo, consapevole, la vita vera vissuta insieme a Nathan; la costruzione di un amore vero, duraturo, quell’amore che è come un velo sugli occhi, nel cuore. Appartenersi. Continuare a vivere per raccontarlo, lui, Nathan. Raccontare la loro storia, la loro casa, la loro pluralità.

Hannah Coulter ha capito una grande verità: non si può continuare a vivere se non si accettano tutte le parti di sé. Quello che si è stati, quello che si poteva essere, quello che si voleva essere. Quello che si vorrebbe portare con sé in valigia per proseguire il viaggio, quello che si vorrebbe ricordare sempre, quello che si vorrebbe dimenticare ogni giorno. Non si può andare avanti se non si accetta il proprio passato, anche quando è un vissuto fatto di perdite, di dolore, di occasioni perse, di strade sbagliate imboccate ad incroci cruciali. Solo permettendo ad antiche ferite di sanguinare apertamente potranno cicatrizzarsi, e guarire, e smettere di bruciare. Solo permettendo alla confederazione di anime di tabucchiana memoria (sostiene Pereira, sostiene) si può essere interi, come scrive Mark Strand in una poesia incredibilmente bella.

Solo aprendosi all’accettazione del dolore, respirando a pieni polmoni quell’aria ghiacciata e buona, ci si può aprire al ricordo dei sorrisi, delle risate, dei viaggi, delle carezze, dei primi incontri, degli ultimi incontri, delle coincidenze e delle prenotazioni. Perchè poi nessuno se ne va via veramente.

Sometimes it fills to the brim with sorrow, which signifies the joy that has been there and the love. It is entirely a gift. There is a silence here now that is the absence of many voices. (…) I read books, whose voices don’t disturb the silence.

(A volte si riempie fino all’orlo di dolore, che implica che un tempo c’è stata gioia, c’è stato amore. Ed è un dono, in tutto e per tutto. Ora c’è un silenzio che è l’assenza di tante voci. (…) Leggo libri, le cui voci non disturbano il silenzio.

Buon 2015 di parole, di storie, di vecchi ricordi e di nuovi ricordi.   91Wfg+RD3oL._SL1500_

When you love a book because of who’s from (libri e feticismi)

Yes, I got away. I made it when I was not yet twenty. The writers drew me away. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. Trapped and barricaded against the darkness and the loneliness of the valley, I used to sit with library books piled on the kitchen table, desolate, listening to the call of the voices in the books, hungering for other towns.

— John Fante – The brotherhood of the grape


fantefante1 Ho letto qualche tempo fa quest’articolo su BuzzFeed Books. L’autrice, Helen Rosner, sostiene che condividere un libro è più intimo di un bacio, e che molto spesso amiamo un libro anche – e soprattutto – per via di chi ce l’ha suggerito, prestato, regalato.

Scrive la Rosner: Like a kiss, like a crush, like love itself, opening a book at someone else’s suggestion is simultaneously a solitary act and a shared one: We may travel these paths alone, but we visit common territory. When someone you love tells you about a book that he loves, it’s an act of revelation —intentional or not — that’s as intimate and vulnerable as being handed the keys to his childhood home. He’s telling you where he’s been, but even more than that, he’s trusting you to explore it on your own, knowing your steps will fall where his once did. (And oh, the thrilling signs and wonders that attend reading his own copy of the book: There’s a strange and profound power to holding the very same object in your hands that he once held and — by the same portkey — reaching, separately but identically, the same destination.)

(Come nel caso di un bacio, di un’infatuazione, dell’amore stesso, aprire un libro che qualcuno ci ha consigliato è al tempo stesso un atto solitario e condiviso: viaggiamo da soli, ma visitiamo lo stesso territorio. Quando qualcuno che amiamo ci parla di un libro che ama, ci rivela – che lo voglia o meno – qualcosa di così intimo, così vulnerabile, quasi come se ci avesse messo in mano le chiavi della casa dove ha trascorso la sua infanzia. Ci sta raccontando dov’è stato, anzi di più: si sta fidando di noi al punto di lasciarci esplorare da soli i sentieri che ha già percorso, ripercorrendone i passi. (E le meraviglie e le sorprese nascoste nella sua copia del libro, il profondo, misterioso fascino nascosto nel tenere in mano lo stesso oggetto che lui ha tenuto in mano, la possibilità di raggiungere la stessa destinazione, utilizzando lo stesso lasciapassare).

La Rosner parla di una copia de Le correzioni di Jonathan Franzen, prestatale dalla persona di cui era innamorata. Descrive il senso di necessità della lettura, quel non poterne fare a meno, quel bisogno di andare avanti. Non quella lettura dosata, centellinata, come una passeggiata al parco, ma una lettura vertiginosa, vorace, impetuosa, una maratona. Non c’è tempo per accarezzare le parole: la Rosner ha necessità di divorarle, inghiottendole senza masticarle, per mettersi al pari con lui, per mettersi nei suoi panni, per cercare di capire come lui si possa essere sentito, leggendo, sottolineando. Basta un’orecchietta, un punto interrogativo appena abbozzato a far precipitare la lettrice in un oceano di dubbi: cosa avrà provato, lui, leggendo questo passo? Si sarà soffermato sulla melodia delle allitterazioni, sulla struttura convoluta della sintassi, sulla bellezza ossessiva e inquietante di una parola? Il libro diventa allora un trait d’union, uno strumento-feticcio, un modo per sentirsi più vicini a qualcuno in absentia, per cercare di conoscerlo meglio, per cercare di capirlo. Per innamorarsi di lui da capo, ancora una volta, attraverso le parole di una storia che l’ha segnato, che gli ha lasciato qualcosa dentro.

Poi c’è il tatto: sfiorare le pagine che lui ha sfiorato, accarezzare le orecchiette, quelle volute e quelle casuali, distratte. Il colore della carta. L’odore delle pagine. Un segnalibro dimenticato. Uno scontrino, un post-it, un pezzo di carta, un biglietto del tram, un biglietto da visita con una macchia di caffè. Pezzetti di un puzzle che assume una forma e un significato diverso, assorbito nel tempo e negli umori della storia che si sta leggendo: un tempo parallelo, alternativo, un tempo lieve, leggero, una dimensione in cui ci si può ancora ritrovare, dopo essersi persi, a lungo.

Il mio Jonathan Franzen è John Fante, le mie Correzioni sono una vecchia copia di The Broterhood of the Grape, regalatami da qualcuno che mi ha informato senza mezzi termini che non potevo affermare di conoscere o amare la letteratura americana senza aver mai letto Fante. La carta è ormai giallognola, riempita di annotazioni in una grafia irruente, distratta, vitale, disordinata. E Henry Molise avrà per me sempre gli occhi felini, l’andatura dinoccolata, la risata roca, e un bicchiere di Chianti avrà sempre per me quel sapore amarognolo di disillusione, quella consapevolezza che non era un vino che faceva per me, che tra l’altro il vino rosso mi fa male. Ma ho voluto provarlo, a tutti i costi. Perché sono testarda, o forse, semplicemente, perché era il momento di berlo. fante2

“Nor did he give a damn for the world either, or the universe, or heaven or hell. But he liked women.”

 

― John Fante, The Brotherhood of the Grape

La versione di Barney

Before his brain began to shrink, Barney Panofsky clung to two cherished beliefs: life was absurd, and nobody ever truly understood anybody else. Not a comforting philosophy, and one I certainly don’t subscribe to.

(Barney’s version, Mordecai Richler, First Vintage book editions, 2010)

Barney

 

Verità e finzione sono separate da un filo rosso, sottilissimo.

Realtà, menzogna, fatti, abbellimenti, onestà intellettuale, umori e rumori, come le cose sono andate effettivamente, come avremmo voluto che andassero: tutto diventa liquido nella memoria, camaleontico nella narrazione di fatti del passato; narrazione che si adegua al momento, al narratore e all’interlocutore, al termometro del cuore, all’umore dei ricordi. Ed è difficile trovare due narrazioni dello stesso evento perfettamente identiche: un punto, uno snodo, un incrocio, una sfumatura, e l’equilibrio risulta alterato.

Qual è il prezzo della verità? E soprattutto, dove finisce la verità e inizia la finzione, la bugia, l’inganno, gradazioni stonate dell’altra faccia della medaglia (mezze bugie, mezze verità, bugie bianche, bugie a fin di bene, reato di omissione)?

Tutte queste domande, tutte queste riflessioni dovevano affollare la mente di Barney Panofsky, protagonista del celeberrimo romanzo di Mordecai Richler, una sorta di Bildungsroman senza eroe.

Barney è Barney, tautologicamente, semplicemente. Ha un talento mediocre, che investe nell’import/export più o meno legale, poi nella produzione di paccottiglia televisiva di serie D (non per niente la sua società si chiama Totally Unnecessary Production).

Barney beve scotch dalle undici del mattino e fuma Montecristo, se ne infischia dell’opinione altrui, va avanti nella vita a gomitate.

Barney sposa – per motivi che non stanno in piedi – Clara, un’artista inquieta e depressa che dipinge satiri orgiastici e scrive poesie femministe. Clara aspetta un bambino che non è di Barney e muore suicida dopo che lui la lascia, a causa di un cablogramma con un invito a cena che non gli è mai pervenuto, le pietanze a scomporsi sul tavolo, Clara con gli occhi aperti sul letto a diventare sempre più bianca, sempre più blu (di quello stesso colore che immagino avesse la pelle  traslucente di Julie nel racconto di DFW Little expressionless animals).

Poi sposa la seconda signora Panofsky, una donna volgare che puzza di soldi e della pagine di libri appena stampati che ordina en masse per renderli soggetto di appassionanti disquisizioni durante le sue soirée mondane.

Barney manda tutto a rotoli, fa le scelte sbagliate, rovina le persone che tocca. E poi si innamora.

Essendo Barney, si innamora nel momento più sbagliato. Vede, durante la festa per il suo matrimonio con la seconda signora Panofsky, una creatura aggraziata e diafana, luminosa, dai capelli corvini e dagli occhi lacustri: Miriam, his heart’s desire. Ed è amore a prima, ultima, eterna vista, come direbbe Nabokov.

La sua è una storia di terze chance: Barney segue Miriam, sotto la pioggia, abbandonando la sua festa nuziale, fino al vagone del treno in cui lei legge Goodbye, Columbus di Roth. E aspetta.

(Quanto si può sbagliare, prima di imboccare la strada giusta?)

Barney continua a seguire Miriam, finchè lei acconsente ad un appuntamento  – dopo il divorzio di lui – al quale il nostro eroe si presenta nervosissimo e ubriaco fradicio. Miriam deve accompagnarlo in stanza, aspettarlo mentre vomita, aiutarlo a mettersi a letto.

Quando Barney si sveglia, Miriam è ancora lì, le gambe snelle incrociate, a leggere Rabbit, run.

E questo è quello che si dicono, e io lo trovo bellissimo:

Barney: What if I had stayed on that train?

Miriam: If only you knew how much I wanted you to.

Barney: You did?

Miriam: I had my hair done this morning, and I bought this outfit especially for lunch, and you never once said that I looked nice.

Barney: No. Yes. Honestly, you look wonderful.

Desideri inespressi che si incrociano, sillogismi perfetti. Ogni storia d’amore che si rispetti è una storia di fantasmi (D.T. Max e DFW docent). Ogni storia d’amore che si rispetti è assurda, ed è fatta insieme di minuscoli pezzettini, di attimi di per sé senza senso, tenuti insieme dal filo sottile del desiderio, e della speranza, e dell’incoscienza. Ogni storia d’amore  che si rispetti è incosciente, incoerente. Quella di Miriam e Barney lo è.

Miriam chiede a Barney di non mentirle, mai (è un filo sottile, così sottile).

Barney ha un amico, Boogie, con cui ha una relazione un po’ ambigua: lo idolatra, lo imita, gli salva la pellaccia un paio di volte, lo porta con sé nel suo cottage in campagna per aiutarlo a disintossicarsi.

Qui Barney lo trova a letto con la seconda signora Panofsky (comodo, per Barney, che non anela altro che a Miriam, his heart’s desire).

Barney chiede a Boogie di testimoniare contro sua moglie, per usare l’adulterio come strumento di libertà, della sua libertà.

Boogie prende la faccenda molto scherzosamente: provoca, insulta, insiste nell’andarsi a fare un bagno nel lago ubriaco fradicio.

Barney spara un colpo in aria col revolver regalatogli da suo padre. Boogie si va a tuffare, con tanto di pinne e occhiali. Barney collassa sul divano, ubriaco. Boogie muore. O forse no, forse sta semplicemente giocando uno dei suoi tiri mancini, uno di quelli descritti nei suoi racconti, e se n’è semplicemente andato via, cambiando identità, giocando a Barney il suo ultimo, estremo tiro mancino.

Questa è la versione di Barney, che continua a ripetere incessantemente fino a quando l’Alzheimer obnubila quasi del tutto le sue capacità di intendere e volere, quando perfino sua figlia Kate inizia a ritenerlo colpevole, quando sembra colpevole senza ombra di dubbio.

Quando si scopre malato, Barney decide di fissare le sue sfuggenti memorie scrivendole, per fornire la sua versione dei fatti. Perché non importano le versioni degli altri, la loro percezione di lui e della realtà: quello che conta è la sua versione, è la scelta di dire la verità, perché è più facile da ricordare quando si sta dimenticando tutto il resto, quando gli anni scivolano come sabbia finissima e bianchissima tra le dita.

Quello che conta è che Miriam, his heart’s desire, gli creda. E non importa quante balle Barney abbia raccontato al momento giusto, perché a lei ha sempre promesso la verità, anche nel momento più sbagliato, anche quando significa perderla a seguito di una squallida, insignificante scappatella da quattro soldi con una soi-disant attricetta di serie D.

Quello che conta è che Miriam, his heart’s desire, che ha sposato un borioso professore hippie, gli creda a tal punto da acconsentire a riposare per sempre accanto a lui, nella tomba comune che Barney aveva comprato quando lei stava già scappandogli dalle mani, ma tutto sembrava ancora possibile. Miriam gli riposerà accanto, con un semplice

yes. That’s how it should be.

Deve essere così, e non può essere altrimenti.

Quello che conta è che, quando tutti lo ritengono colpevole, esca fuori che un Canadair, immergendosi nel lago, abbia trascinato con sé Boogie, che sarebbe poi morto nella caduta.

Quello che conta è dire balle al momento giusto e dire la verità, che è più facile da ricordare, nell’unico momento sbagliato, ma rimanere fedeli alla propria versione dei fatti e di se stessi, sempre.

Quello che conta è che, anche se tutte vorremmo essere Miriam, in ognuno di noi c’è un Barney. Un Barney che beve ed impreca, politicamente incorretto, che sbaglia e non smette mai di credere di poter smetter di sbagliare. Un Barney che è un third chancer e si innamora nel momento più sbagliato di qualcuno che  – razionalmente, freddamente, lucidamente – non potrebbe avere.

Un Barney che teme la φθόνος θεῶν (fthònos theòn), l’invidia degli dei, desiderosi di vendicarsi delle sue terze possibilità, invidiosi del fatto che sia riuscito a conquistare il desiderio del suo cuore, Miriam, bella e meravigliosamente spontanea, priva di pregiudizi, paladina della verità.

Quello che conta è avere sempre e comunque la propria storia  – la propria versione – da raccontare, fino alla fine, come hell or high water, costi quel che costi.

Quello che conta è non smettere di ritrovarsi anche quando si è totalmente persi, continuare a scommettere su se stessi anche quando si sono esaurite tutte le carte in tavola, senza assi nella manica, senza poter più bluffare.

Quello che conta è vivere, vivere secondo la propria versione di sé, ed inseguire i desideri del cuore.

BP3

#socialbookday, una giornata all’insegna dell’amore per la lettura

 
 
 
 
 
 
 
Gli amici di Libreriamo hanno lanciato un’iniziativa bella nella sua spontaneità e semplicità: una giornata dedicata all’amore per la lettura e per i libri, consacrata dall’hashtag#socialbookday.

In una società in cui (apparentemente) nessuno legge più, o nessuno compra più libri, qual è il peso ponderato della lettura? Qual è lo spazio che occupa nel nostro quotidiano?

 

Un po’ di giorni fa, parlando di The Bell Jar (La campana di vetro) di Sylvia Plath si parlava di cosa rende un libro “bello”. Vi ripropongo la riflessione:

 

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate
la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sua percezione del libro stesso.

Ma, fatti i libri, bisogna fare i lettori. Per me la lettura rimane una delle esperienze piu’ intime e personali, difficilmente condivisibili. Ogni lettore ha una sua esperienza, una sua storia, un suo percorso che l’ha portato ad amare un genere invece di un altro.

La mia storia da lettrice è molto semplice: un’esposizione alla lettura precoce e precocemente bovaristica 😉

Da piccola ho passato molto tempo con mia madre, costretta a casa da una gravidanza difficile. Tra un gioco e l’altro, mi raccontava storie. Mi leggeva storie. Mi faceva vedere i suoi libri. Me li faceva sistemare a mio capriccio.

Mi faceva vedere i suoi libri di scuola, i suoi quaderni, i suoi diari, qualche storia abbozzata quand’era ragazzina.

Si è aperto cosi’ un mondo nuovo per me, un mondo di possibilita’ infinite. Mia madre è tornata a lavorare, ma io avevo ormai scoperto la magia delle parole.

Le mie prime letture sono state molto…eclettiche ;): Il mago di Oz e Love Story, La piccola principessa e le poesie di Prevert, Pollyanna e il Diario de un poeta recien casado di Jimenez, Piccole donne e Cime tempestose.

Mi affascinava la poesia, quel suo essere fluida, sfuggente, piena di sottintesi e di immagini.

Mi piacevano le rime, mi piaceva imparare le poesie a memoria, recitarle mentre giocavo, o quando non riuscivo ad addormentarmi.

Mia madre adorava Leopardi,e  io piangevo sul triste destino di Silvia (anche se mi era piuttosto oscuro). Lei mi raccontava del pessimismo energico, eroico di leopardi, che poi avrei scoperto ne La protesta di Walter Binni.

E poi c’era lui, IL LIBRO. Un’antologia che mia madre aveva usato da studentessa, Diverse voci (purtroppo non ricordo la casa editrice).

Aveva una copertina blu petrolio, le pagine ingiallite, un odore che mi faceva impazzire. Amavo leggere e rileggere i versi prima dell’introduzione (che poi avrei scoperto essere tratti dal Paradiso di Dante):

 

Diverse voci fanno dolci note;

cosí diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

(PARADISO – CANTO SESTO vv. 121 e segg.)

 

Tutte quelle poesie – Signorina Felicita ovvero la felicita’ di Gozzano, La pioggia nel pineto di D’Annunzio, Funere mersit acerbo e Pianto antico di Carducci. Non capivo la meta’ delle cose che leggevo, ma quelle parole, quei versi mi incantavano.

Poi c’era la mia preferita, La tessitrice di Pascoli. La trovavo cosi’ drammaticamente bella. Il passo da li’ a Emma Bovary è stato facile J

 

Mi son seduto su la panchetta

come una volta … quanti anni fa?

Ella, come una volta, s’e’ stretta

su la panchetta.

E non il suono d’una parola;

solo un sorriso tutto pieta’.

La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange, e mi dice d’un cenno muto:

Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa

tira del muto pettine a se’.

Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perche’ non suona

dunque l’arguto pettine piu’?

Ella mi fissa timida e buona:

Perche’ non suona?

E piange, piange — Mio dolce amore,

non t’hanno detto? non lo sai tu?

Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Si’, morta! Se tesso, tesso

per te soltanto; come, non so:

in questa tela, sotto il cipresso,

accanto alfine ti dormiro’. —

 

 

Diverse voci è stata anche responsabile della mia infatuazione per il teatro, dopo la memorizzazione del monologo di Mirandolina in La locandiera:

 

Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s’innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s’abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

 

Ci sono stati tanti altri libri, tante altre storie, tante altre poesie. Ma nessuno ha mai eguagliato il mistero, la magia, il fascino, l’incanto di quelle parole, di quei versi e di quelle storie che hanno creato me, lettrice.
 

 

 

 

The Bell Jar: dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

To the person in the bell jar, blank and stopped as a dead baby, the world itself is the bad dream.
Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno

Cosa rende un libro “bello?”
Lo stile in cui è scritto, il linguaggio, il coinvolgimento del lettore?
Il modo in cui la storia narrata si appiccica al lettore, e non lo molla, né durante né dopo la lettura?
Un livello di empatia tale da rendere immediata e inevitabile l’immedesimazione del lettore nel protagonista? O uno stile più distaccato, quasi scientifico, che permette al lettore di osservare la storia con algida obiettività?
Fortunatamente non ci sono indicatori che possano misurare e contenere la grandezza, la bellezza, il mistero, il segreto di un libro (vi ricordate la scena de L’attimo fuggente in cui John Keating/Robin Williams fa strappare a tutti gli studenti l’introduzione del libro di testo, che dà indicazioni su come misurare su due assi l’area totale della poesia per calcolarne l’autentica grandezza?)
La lettura è una delle esperienze più intime, private, personali. Si può recensire un libro, si può raccontarne la trama. Ancora meglio, si possono raccontare le impressioni che un libro ci regala, come ci ha fatto sentire mentre lo leggevamo, il sapore che ci ha lasciato in bocca. Tuttavia, resterà un’esperienza sempre personale, condivisibile fino a un certo punto, penetrabile fino ad alcuni strati, e sempre unica: basta rileggere un libro a un paio d’anni di distanza dalla prima volta per capire che, come non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume (Eraclito docet), non si può – o è estremamente difficile – rileggere un libro e sentirsi esattamente come la prima volta. Perché, negli anni, il lettore cambia, il lettore cresce, cambia la sue percezione del libro stesso.

Tutto questo per raccontarvi come The Bell Jar, unico romanzo (semi-autobiografico) pubblicato in vita dalla poetessa e scrittrice americana Sylvia Plath (si, lo ammetto: sono nel mio periodo Sylvia, e basta leggere qui e qui per averne conferma) mi ha fatto sentire.
Dimenticatevi belletti e rouge à levres, inopportunamente suggeriti dalla copertina dell’edizione Faber e Faber per il cinquantesimo del romanzo (incidentalmente, una delle copertine meno riuscite della storia della letteratura): The Bell Jar è asfissiante. Soffocante. Crudo. Brutale.

The Bell Jar è la somma di tutti quei giorni sempre uguali, alla fine dei quali ci si guarda allo specchio attoniti, perché non ci si riconosce più. È quella stretta al cuore, quel macigno sullo stomaco, quell’impossibilità di respirare che pervade coloro che si sentono persi, che non sanno più che strada prendere, che covano in sé il germe di una lacerante tristezza, di un desiderio sfumato, di un sogno sfuggito tra le dita. È la storia di tutti coloro che si ritrovano rinchiusi in una vita che non gli appartiene, che non sentono come propria, che vorrebbero cambiare con tutto il cuore: ma non sanno come farlo, e si abbandonano all’apatia, all’inettitudine, nascondendosi sotto il piumone e sperando che il mondo si dimentichi della loro esistenza, o, quantomeno, non noti la loro assenza.
The Bell Jar parla di depressione: una malattia del corpo e dell’anima che è un po’ il male del secolo, ma vissuta ancora come uno stigma, oppressi da quella vergogna che impedisce di chiedere aiuto, in un mondo in cui l’apparenza e i social network e i selfie e la condivisione creano l’illusione di vite frenetiche, mondane, vissute al massimo da persone che hanno tutto e vogliono metterlo in mostra.
Io credo che Sylvia Plath non l’avrebbe mai fatto, ecco: se fosse viva adesso, se stesse affrontando il suo dramma e i suoi demoni neri adesso, non abbellirebbe la sua storia. Forse si farebbe qualche autoscatto, chè nonostante il rapporto difficilissimo con il suo corpo la fanciulla era bella, e sapeva di esserlo, ed era anche un po’ vanitosa.

A conferma di quanto appena detto, non ci sono abbellimenti o finzioni letterarie in The Bell Jar; è una brutta faccenda, raccontata in modo brutalmente sincero, tanto che il lettore può esserne infastidito, disgustato, spaventato, ma non può evitare di immedesimarsi in Esther Greenwood/Sylvia Plath: una ragazza terrorizzata e persa, che ha paura di non riuscire più a ritrovarsi e si abbandona a quel vortice nero mirabilmente descritto da Katie Crouch (trovate il suo articolo su Sylvia Plath qui e qui).
Esther è una ragazza sedotta – dalle luci di New York e dal prestigioso stage presso la rivista femminile Mademoiselle – e abbandonata, quando la City le svela il sul volto più spietato, più superficiale, più alieno.
Ester è votata al successo, alla perfezione, alle borse di studio, alla pubblicazione dei suoi scritti. Quando torna a casa e scopre di non essere stata accettata alla scuola estiva di scrittura di Harvard, Esther smette di dormire, e sprofonda in un’apatia letargica, umiliante per una persona abituata a essere sempre attiva, a raggiungere i suoi obiettivi, a produrre risultati eccellenti.
La ragazza si convince lentamente del fatto che qualcosa non funzioni nella sua testa, e che gli altri possano vederlo. Vedere questa sua diversità, questa sua alienazione, quella sua solitudine.
Allora Esther si abbandona al vortice nero e si rannicchia in un rifugio quasi fetale, una sorta di sottoscala, un’intercapedine buia, e prende un flacone di sonniferi.
I suoi rantolii vengono però sentiti; inizia cosi il suo lento calvario tra ospedali psichiatrici, dove si realizza il suo terrore più grande: viene sottoposta a un elettroshock.
E la descrizione di quella paura, del processo, del dolore sentito durante e dopo è così dettagliata, quasi distaccata e al tempo stesso così sofferta che il lettore non può fare a meno di immaginarsi lì, in quelle stanzette squallide, circondato da figure in camice bianco i cui tratti diventano sempre più sfocati, sempre più lontani.
In tutto questo c’è anche la costernazione della madre (Aurelia, la madre-vampiro, in opposizione alla figura mitica del padre Otto perso troppo presto) che non riesce a capacitarsi di come la sua ‘bambina’ possa ‘farle tutto questo’ e che, quando Esther/Sylvia inizia a mostrare i primi, lenti segni di miglioramento, esclama: sapevo che la mia bambina avrebbe deciso di essere di nuovo a posto! (Come se la malattia fosse una specie di capriccio, inflittole dalla figlia per punirla, per  farla vergognare di lei e di se stessa).
C’è anche la fine del primo amore (lo studente di medicina Buddy Willard/Dick Norton)  e il suicidio dell’amica/nemica Joan Gilling, personaggio ispirato da Jane Anderson, un’altra studentessa della Smith che avrebbe poi fatto causa ai produttori del film tratto dal romanzo per diffamazione, sostenendo che la Joan saffica e suicida di The Bell Jar avrebbe nuociuto alla sua reputazione.
Il romanzo finisce quasi all’improvviso: Esther di rosso vestita attende con ansia e paura il momento in cui una commissione di dottori la testerà, la esaminerà per giudicare se sia in grado di tornare nel mondo esterno, di riprendere il college, di ricominciare a vivere.

The eyes and the faces all turned themselves towards me, and guiding myself by them, as by a magical thread, I stepped into the room.
I took a deep breath and listened to the old brag of my heart. I am, I am, I am.

Nel suo Once again to Zelda, una bellissima raccolta delle storie dietro le dediche di alcuni dei più famosi romanzi anglo – americani (se n’è parlato qui) Marlene Wagman – Geller racconta che Sylvia Plath ha dedicato il suo romanzo a Elisabeth e David perché i due sono stati molto vicini alla poetessa nella sua ora più buia. I coniugi Sigmund erano infatti vicini dei Plath, che, poco tempo dopo il loro avventato matrimonio, si erano traferiti da Londra a un cottage in campagna, affittando l’appartamento londinese a un poeta canadese e alla moglie, l’affascinante, esotica Assia, che diventa poi amante di Ted Hughes e motivo della separazione della coppia.
Quando Sylvia decide di tornare a Londra coi suoi due bambini i coniugi Sigmund sono fortemente contrari, consci della sua fragilità e delle solitudine che avrebbe sperimentato nella capitale.
Effettivamente, la campana di vetro come stato mentale diventa ben presto per Sylvia un luogo fisico: l’angusto appartamento londinese, ancora più oppressivo e angosciante a causa di uno degli inverni più freddi della storia (l’inverno della morte di Sylvia).

Sylvia Plath e Dick Norton, Yale Junior Prom, Marzo 1951 (Lilly Library, Indiana University)

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch (parte seconda)

 
Avevamo lasciato Katie, Henry e Lucinda a disagio in una bettola da quattro soldi.
Ah, per chi si fosse perso la prima parte: Katie Crouch è una scrittrice americana, autrice del best-seller Abroad, ha scritto un articolo che ho letto su BuzzFeed e, che per una serie di motivi, non riuscivo a smettere di leggere. Ne ero affascinata.
Ho chiesto a Katie il permesso di tradurlo in Italiano, e questa è la seconda parte (qui la prima parte).
Perché Sylvia Plath, allora, e cosa c’entrano Henry, Lucinda e Kate?
L’articolo di Katie è una lettera a Sylvia Plath, un racconto, e una confessione.
E’ una riflessione sul suicidio di Sylvia – della Sylvia persona, la Sylvia ragazza, quella che si nasconde dietro la maschera della poetessa tanto amata e celebrata, dalla vita romanzata.
E’ una riflessione sul suicidio in generale, e sul suicidio di Henry.
Henry è un amico di Katie, un suo ex collega, compagno di sbronze, sigarette e risate clandestine, nascoste dalla quattro pareti discrete del bagno unisex.
Henry è di un’intelligenza brillante e instancabile, che gli permette di distaccarsi dalla vuotezza e dalla scarsità di stimoli dell’agenzia pubblicitaria per cui lavora insieme a Katie e di rifugiarsi nei libri, nella musica elettronica, nella cultura giapponese.

Henry, come Sylvia, vive la vita all’estremo. Henry, come Sylvia, brucia d’amore: amore per Lucinda, la moglie che non gli apparterrà mai veramente, perché ama essere guardata dagli altri uomini, adorata, venerata mentre si spoglia in un night club.

Mentre traducevo la storia di Henry, a un certo punto nella mia playlist è partita Pyramid song dei Radiohead, e, complice il fatto che ho da poco finito di leggere The Bell Jar, mi sono sentita estremamente coinvolta nel dramma di Henry e in quello di Sylvia, e in quello di Katie, il suo senso di colpa per non essere riuscita a salvare il suo amico, la sua insonnia.
 
The bell jar, suspended, a few feet above my head. I was open to the circulating air. (The Bell Jar,  Sylvia Plath)
(La campana di vetro, sospesa a qualche centimetro dalla mia testa. Ero aperta all’aria che circolava)

E ho pensato a quanto sia facile perdersi, sentirsi soli. Perdere la speranza.
Sentirsi quasi invisibili, in un guazzabuglio di condivisione e di “mi piace”, dove l’apparenza conta sempre di più, e ci si dimentica di guardare cosa c’è sotto la campana di vetro.

E mi è venuta in mente la pubblicità di una macchina con navigatore incorporato, che diceva qualcosa tipo: in un mondo pieno di indicazioni, riesci ancora a perderti?
 
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“Okay” ho detto allora”. La moglie aveva questa piccola pochette sbrilluccicosa di cui Henry si prendeva cura come se si trattasse di un cucciolo. Mi ricordo che lo osservavo – stringeva la borsetta così forte che la sue nocche erano bianchissime – e pensavo che nessuno mi avrebbe mai amato così.

Henry e Lucinda erano diversi dal resto dei miei amici. Avevo provato a farli incontrare tutti, ma era un miscuglio troppo strano. La coppia non sciava, non amava i Wilco (gruppo rock alternativo basato a Chicago, Illinois, ndr), non viaggiava con un branco di ragazzi equipaggiati REI (marca americana di equipaggiamento e abbigliamento sportivo, ndr) dalla testa ai piedi. Uscivano di rado, e quando venivano alle feste stazionavano nell’angolo della stanza, come fantasmi. Eppure amavo questo loro separarsi dagli altri. Li trovavo affascinanti.

Ho poi scoperto che, in realtà, non sapevo niente di Henry. Avevo una mia visione romanzata della sua vita: l’ amico musicista e la moglie spogliarellista di certo vivevano in un loft da artisti a South of Market (quartiere di San Francisco, ndr).

Il giorno in cui sono passata da loro ho scoperto che l’appartamento di Henry altro non era che uno studio piccolo e sporco a Tenderloin (quartiere di San Francisco, ndr).

Avevo detto a Henry che sarei passata, ma pareva se lo fosse dimenticato. Ha aperto la porta in pigiama, l’aria corrucciata.

“Ciao” mi ha detto. Il posto era freddo e cupo. Un gatto mi osservava dal letto.

“Ciao”.

“Non l’hai mai chiamata”.

“Cosa?”

“Lucinda. Per la storia.”

“Oh. Mi dispiace”. Gli ho dato I soldi per i miei dieci dollari di fumo (ero passata per quello). “La chiamerò, stanne certo”.

È passato del tempo prima che la chiamassi. Sono andata a sciare; sono andata per locali con gli altri copywriter. Il mio ragazzo era un repubblicano, il che mi aveva portato, in qualche maniera misteriosa, a seguire un corso su come cucinare i soufflés. Alla fine, mossa dalla noia più che dal senso di colpa, ho chiamato Lucinda. Era dolce al telefono, la voce infantile che suonava come quella di una bimba di otto anni.

Lucinda è arrivata in ritardo al nostro appuntamento al Café Vesuvio, vicino al locale dove lavorava.

È arrivata arrossata e senza fiato, molto più carina nella luce del pomeriggio rispetto alla sera in cui l’avevo conosciuta. Abbiamo bevuto un paio di bicchieri e  ho acceso un piccolo registratore che ancora conservo in uno scatolone di robe vecchia a casa di mia madre, dove mi sarei trasferita qualche anno più tardi, dopo quello che alcuni hanno definito un esaurimento nervoso.

Lucinda mi ha raccontato che aveva sempre desiderato fare la ballerina. Quando era andata a Las Vegas insieme a Henry, lui l’aveva portata a vedere delle showgirl.

“Ma io non ero interessata a ballare”.

“Ti piaceva solo l’idea di essere guardata?”

“Adorata”.

Dopo un po’ mi ha portato al club dove lavorava. Sedute nello spogliatoio, abbiamo fumato e chiacchierato con le altre ragazze. Spettegolavano e si pavoneggiavano allo specchio nelle loro vestaglie di seta. Io prendevo appunti, minuziosamente. Cambio del turno. Vestaglie. Molte sono studentesse di arte. Scarpe. Lucinda si è alzata e ha preso un paio di stivali go-go bianchi (la Go-go dancing è un tipo di danza erotica, con ballerine o ballerini spesso vestiti con abiti succinti e questi stivali, nata nei primi anni ’60 quando le donne al Peppermint Lounge di New York hanno cominciato a salire sui tavoli e ballare il twist, ndr) dallo scatolone degli oggetti di scena. Si è spogliata in silenzio e si è messa i tacchi alti, poi si è avvicinata allo specchio e ha dipinto di rosso le sue morbide labbra da geisha.

“Dai, mettiti gli stivali” he detto, girandosi verso di me.

La sua indifferenza. Nessuna discussione, nessun esasperante dovrei farlo, o no?

Ho chiuso la cerniera degli stivali, poi ho seguito il bagliore delle sue spalle per il corridoio. Abbiamo messo via le sigarette e siamo passate sotto la porticina che dava sul palcoscenico. Le altre ragazze stavano già ballando. Ci hanno fatto un cenno.

Non ho oltrepassato la tenda: sono rimasta lì a sbirciare. Faceva freddo, e l’aria sapeva di candeggina. Ma niente di tutto questo aveva importanza in presenza di Lucinda. Volteggiava, faceva piroette,  scivolava via leggera, furtiva. Le altre ragazze ci provavano, ma in confronto a lei non erano che bamboline di carta. La gamba di Lucinda arrivava fino al suo orecchio e oltre, in un’altra dimensione. Nonostante il vetro fosse unidirezionale, riuscivo a intravedere le sagome delle teste che si muovevano su e giù vicino alla sua finestra.

Alla fine – dopo dieci minuti? Venti?  – ha fluttuato nella mia direzione.  “Dovrebbero riscaldare di più questo posto”, ha osservato. Abbiamo smezzato una sigaretta, poi è andata di nuovo a ballare. Ho pensato che non avrei mai raccontato quest’esperienza al mio ragazzo. Poi ho pensato a Henry, a dove poteva essere. Forse a casa, fatto, col suo gatto, a leggere Murakami? O forse a guardare la porta, aspettando che la sua iridescente moglie tornasse?

Dopo qualche altra esibizione siamo tornate nei camerini, ci siamo vestite insieme, poi siamo scappate via ridendo sul marciapiede. La mia gola era intasata dal fumo delle sigarette. Lucinda ha aperto la giacca e ha tirati fuori gli stivali bianchi, facendo scivolare la borsetta di lustrini dalla spalla.

“Li ho rubati per te” ha detto, con quella sua voce.

E’ stato uno di quei rari momenti di purezza. Sai di cosa sto parlando, vero Sylvia? Una piccolissima pausa nel corso degli eventi; un istante che significa tutto e niente allo stesso tempo. Ho pensato a Henry in ufficio alle sei del mattino, quando fuori è ancora buio, per guadagnarsi un paio di ore insieme a sua moglie. In quel momento tutta la loro storia assumeva un senso, com’è successo a te quando hai incontrato Ted.

Lucinda. Era impossibile non amarla.

Conosciamo la tua storia, Sylvia, e la sua parabola. La passione soprannaturale, la pazzia, il vortice che ti ha risucchiato. Quindi sappiamo come va a finire questa storia, vero? Dopotutto, ti ho già detto che mi ricordi il mio amico Henry. Il modo in cui ti sei aperta a un’altra persona, permettendo che ti abitasse. Il fatto che tu abbia modellato la tua vita intorno a lui. Alcune femministe impazziscono per quello che tu hai fatto per Ted. Dicono che tu sei un pessimo esempio, una pessima madre. Sono una femminista e sono una mamma, ma conosco amore e pazzia. Le parole che ci hai lasciato riescono a pulire ogni macchia, per me. Forse divento più disposta al perdono col passare del tempo, a causa dei miei errori. In ogni caso, non ti critico.

Il collasso di Henry è iniziato col disastro che ha colpito l’altra costa del Paese l’11 settembre 2001. C’è voluto circa un mese  perché l’agenzia iniziasse a risentirne il pieno impatto. Il corso di yoga è stato cancellato. C’è stata una riunione durante la quale non si è parlato più di “famiglia”. Sarebbero stati invitati dei consulenti a giudicare la nostra produttività.

Il nostro receptionist si è sparato. La mascotte della compagnia si è ammalata di un cancro canino ed è morta. Un giorno, verso la fine di novembre, il mio computer è stato messo sotto chiave, le mie cose in uno scatolone di cartone. Henry, che doveva essere stato il primo a ricevere la notizia dato che veniva in ufficio prestissimo, se n’era già andato.

E’ stato l’inizio di cose molto spiacevoli, Sylvia. Le metà femminile della coppia dai pantaloni di pelle se l’è svignata con un consulente d’investimento. La metà maschile, abbandonata ed arrabbiata, ha molestato una produttrice e si è fatta licenziare dal consiglio di amministrazione.

Un flagello istantaneo. Nessuna possibilità di tornare a lavorare. Mi sono iscritta alle liste di disoccupazione , poi ho scritto circa cinquecento parole sul mio pomeriggio con Lucinda e le ho mandate a Henry. Non mi ha mai detto niente, quindi ho dedotto (a ragione) che non fossero granché.  Tutti si affrettavano a lasciare la città: il mio ragazzo, molti dei miei amici. Tornavano sulla costa est a lavorare per le loro famiglie o si iscrivevano nuovamente all’università.

Henry e Lucinda non se ne andavano. Quello che li differenziava dal resto dei miei amici non era, ovviamente, il loro fascino, ma il fatto che non venissero da famiglie benestanti, e non avessero una rete di sicurezza per scongiurare lo scenario peggiore. Ma Lucinda aveva ancora il suo lavoro, quindi sembravano a posto. A volte andavamo a cena insieme in ristorantini vietnamiti da quattro soldi dalle parti loro. Henry e io parlavamo di libri, Lucinda mangiucchiava distrattamente.

Ma qualcosa stava cambiando. Henry era sempre più magro, sempre più arrabbiato.

Una sera ci siamo incontrati per un drink, solo io e lui. Aveva due grosse ombre bluastre sotto gli occhi. Lucinda era passata dallo spogliarello al porno, mi ha detto. Ora faceva lap dance, e altre cose di cui non voleva parlarmi. Non poteva chiederle di fermarsi: lei voleva farlo. E lui viveva dei soldi che sua moglie guadagnava compiacendo altri uomini.

Mi sembra di ricordare di aver lasciato la città senza nemmeno aver rivisto Henry. So che sembra assurdo, visti i nostri precedenti.

Il fatto è che non mi ricordo bene questo pezzo della storia. Ero così spaventata, non avevo un piano B. Non era così strano, in quel periodo, sparire senza dire niente. Erano in così tanti a partire che le feste d’addio erano ormai diventate una barzelletta. Forse sono passata a salutarlo, forse no. È passato così tanto tempo…

Una cosa però me la ricordo. L’ho chiamato e gli ho lasciato un messaggio. Ricordo anche che, circa un mese dopo, anche lui mi ha lasciato un messaggio, Sylvia. Me lo ricordo ancora, parola per parola.

Mi ha detto che era disperato. Che non aveva soldi. Che Lucinda stava pensando di lasciarlo. Che stava lavorando in un negozio di alimentari.

“Conosci qualcuno?” ha chiesto alla macchina. Qualcuno che possa aiutarmi?

Non lo conoscevo. Era la verità. Non conoscevo nessuno che avesse bisogno di droga, o di un programmatore, o di una lap dance. Ma era il mio amico, e, nel corso degli ultimi tre anni, ero stata quella che l’aveva fatto ridere senza una ragione. Quindi si, conoscevo qualcuno che poteva aiutarlo. Io.

Ma c’è una cosa. Ci puo’ essere una cosa, vero Sylvia? Ci puo’ essere, e c’era: mio padre.

Quando ero piccola, a volte mio padre mi portava nel nostro gazebo per parlarmi. Avevamo una bella casa, Sylvia, simile alla casa a Winthrop dove hai vissuto quand’eri piccola.

Il gazebo era caldo e giallo. Mettevamo cracker salati con formaggio cremoso in un vecchio piatto scheggiato, in equilibrio precario su un cuscino in mezzo a noi. Mio padre mi raccontava che alcune persone ce la facevano a superare le avversità; altre, inevitabilmente, non ci riuscivano.

Nel secondo caso, è importante allontanarsi, anche se si tiene molto alle persone in questione. È come quando una persona sta per annegare: pur non volendolo, ti porta giù con sè.

È una cosa istintiva, mi diceva mio padre, bevendo chissà cosa on the rocks da una tazza di tè.

Quando ero più giovane veneravo quest’uomo, nonostante i suoi problemi  e i suoi difetti, come tu veneravi Otto.  Ti ricordi che non sei mai riuscita a riprenderti dalla sua morte? Ti quel senso di perdita, di vuoto, che ha dato origine ad Ariel?

 

You stand at the blackboard, daddy

 In the picture I have of you

 A cleft on your chin instead of your foot

 But no less a devil, no not

 Any less the clack man who

 Bit my pretty heart in two.

(dalla poesia Daddy, ndr)

 

Sylvia, Henry mi ha chiamato perché aveva bisogno di me. Stavo per rispondere. Poi ho pensato a mio padre, a quello che mi aveva detto, anche se sapevo che era solo un ubriacone.

Non posso aiutare Henry in nessun  modo, ho pensato.

Ma era solo il piano da quattro soldi di una scrittrice che voleva essere perdonata. Da te, da Henry. Da se stessa.  Avevamo torto, io e mio padre. Henry era il mio amico. Avrei dovuto richiamarlo.

Ieri notte ero a letto con mia figlia. Ha tre anni. Non penso alla maternità tanto quanto ci pensavi tu, Sylvia. Le tue poesie sull’essere madre non erano tra le mie preferite, Sylvia. Preferisco fare più che pensare.  Per me, la maternità non è un miracolo: è la vita, semplicemente.  Ho una bambina, e ci amiamo. E tiriamo avanti.

Ma ieri notte lei mi ha guardato e mi ha chiesto “io, tu e papà non moriremo mai, vero? Daisy – il nostro cane rauco – potrebbe morire, ma noi no, vero?”

Non ero pronta a parlare di morte. Era tardi. Forse non mi andava, per pigrizia. Così ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare: le ho mentito.

“Esatto” le ho detto. “Non moriremo.  Andrà tutto bene. Bevi un po’ d’acqua”.

Roviniamo le persone, Sylvia. Figli, amici. Li roviniamo anche senza infilare la testa in un forno quando loro sono nella stanza accanto.

Quando sono tornata, San Francisco era un posto diverso, più ragionevole. La gente aveva di nuovo lavori normali. Le grandi compagnia fatte di scaldapiedi e corsi di yoga, le stesse che ora considero specialmente pericolose, si erano tutte concentrate nella Silicon Valley. Non avevo chiamato più chiamato Henry e Lucinda; nemmeno loro l’avevano fatto. Eppure a volte pensavo a loro, reliquie estratte dal mio passato, come farfalle che volteggiavano intorno allo stesso spillo.

Nel corso di uno di quei pomeriggi californiani dorati e luminosi sono passata dalle parti del club dove lavorava Lucinda. Sono entrata e ho chiesto di lei, usando il suo nome di scena, ma l’uomo al bancone mi ha detto che se n’era andata.

Tornata a casa, li ho chiamati. I loro numeri erano cambiati, le email tornavano indietro.

Qualche settimana più tardi ho incontrato la curatrice della cultura aziendale del posto dove lavoravo. Era ancora più bella, ancora più nervosa, ancora single. Abbiamo ricordato i vecchi tempi, parlato degli ex-colleghi. “Devo chiamare Henry” ho detto. Sono passati anni dall’ultima volta che l’ho sentito. Devo proprio chiamarlo”.

 

La curatrice ha sorriso, ma era quel sorriso nervoso, inappropriato. Il sorriso forzato e involontario delle cattive notizie.

“Oh, Henry è morto. Non lo sapevi?”

No, non lo sapevo.

Allora mi ha raccontato quello che era successo. Lucinda l’aveva lasciato. Henry non aveva più un soldo. Quindi, dopo anni di droghe e depressione, aveva affittato un macchina, guidato fino a Land’s End, chiuso i finestrini e acceso una griglia a carbone sul sedile del passeggero.

“Apparentemente è un metodo molto popolare per suicidarsi, in Giappone” mi ha detto.

Quello che è successo dopo è vago, sfocato. Credo di essermi messa a piangere. Credo la curatrice abbia cercato di essere empatica, ma fosse solo a disagio.

Dopo un po’ se n’è andata. E io ho smesso di dormire.

Per un bel po’ sono stata ossessionata dai dettagli. La data. Il posto. Dove fosse finita la macchina.

Ho cercato Lucinda, nei vari night club e su Internet.

Ho chiamato di nuovo la curatrice, perche’ mi avava detto di aver sentito dire che Lucinda si fosse iscritta ad una scuola per estetisti.

“Ma dove?” le ho chiesto. “Qui?”

Non lo sapeva, mi ha detto, un po’ impaziente. Le dispiaceva. Era una storia davvero triste.

“Sono andata con lei al club dove lavorava, una volta”.

La curatrice ha riso, fingendo interesse.

“Nient’altro che stivali bianchi” le ho detto. Ho cercato di spiegarle la storia, ma non l’ha capita.

I blissfully succumbed to the whirling blackness that I honestly believed was eternal oblivion.

(Mi sono abbandonata con enorme sollievo al vortice nero che credevo essere oblio eterno).

 

Questo è quello che hai scritto del tuo primo tentativo di suicidio, Sylvia. Voglio dire la volta che hai preso le pillole e ti sei nascosta in quella sottospecie di scantinato a casa di tua madre. Immagino che Henry abbia fatto la stessa cosa, mentre il monossido di carbonio deprivava il suo cervello di ossigeno. Abbandonarsi al vortice nero. A dirlo così, sembra quasi piacevole.

Ma ho paura, Sylvia. Probabilmente l’avrai capito: sono una fifona. E la cosa che mi spaventa di più è il sospetto che non sia poi tanto piacevole, abbandonarsi al vortice. Ho paura che a entrambi sia mancata l’aria fino a soffocare, o che il sangue sia uscito a fiotti dal naso mentre il cervello esplodeva, o, peggio ancora, che abbiate capito troppo tardi che non volevate farlo. Che volevate vivere.

Forse questo è il mio problema. Questo mio blocco mentale per cui non riesco a concepire che essere privi di vita sia meglio di essere vivi.

Non riesco proprio a immaginarmi il sollievo dell’oblio, Sylvia, proprio come non posso comprendere dove finisca l’universo. È come in un puzzle di Escher (incisore e grafico olandese conosciuto principalmente per le sue incisioni su legno e litografie che tendono a presentare costruzioni impossibili ed esplorazioni dell’infinito, ndr): voglio che Henry abbia il suo lieto fine; so che non può più averlo; pensando alla sua fine, torno all’inizio. Ci si mette ovviamente di mezzo anche il senso di colpa, perché forse avrei potuto fare qualcosa. Inoltre, non riesco proprio a convincermi che per Henry abbandonarsi all’oblio possa essere stato meglio delle risate con me, chiusi in bagno.

Probabilmente non ti sarei piaciuta, Sylvia. Tendo a semplificare le cose. Ricordi? Le uova.

Henry non l’avrebbe mai fatto, semplificare le cose. E, considerando quello che hai scritto, nemmeno tu, credo.

La differenza principale tra Henry, me e te l’ho capita solo dopo tutti questi anni. Io non vivo la vita con la passione e la profondità con cui voi l’avete vissuta. Non “sento” così tanto, e questo mi fa sopravvivere.

Quando vago per casa la notte non vado dall’altra parte del precipizio. Svuoto la mente, e spero.

Quindi questo è quello che auguro a te, poetessa, genio. Questo è quello che auguro a Henry, l’amico che non ho salvato. Spero che voi abbiate avuto ragione a proposito del vortice nero. Spero che l’oblio sia stato una benedizione. E spero che, in quel posto oscuro, i vostri cuori rinsecchiti, appassiti a causa del troppo amore, abbiano finalmente trovato il sangue che cercavate. Così, mentre l’aria abbandonava i vostri polmoni, il resto del vostro corpo sarà stato finalmente in grado di fiorire, di esplodere, di  incendiarsi.