Una spola di filo blu lunga come la nostalgia

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Lise Sarfati

 

Parafrasando Jane Austen, è una verità universalmente riconosciuta che ogni protagonista maschile sia disfunzionale a modo suo. Sarà che dopo la mia #franzethon sono diventata più sensibile alla loro presenza, ma la realtà è questa: vedo uomini fittizi disfunzionali un po’ ovunque. Uomini incapaci di amare, e poco desiderosi di imparare a farlo (vi ricordate gli #uominichenonsapevanoamare di febbraio?)

Prendete Junior Whitshank, il patriarca della famiglia protagonista di Una spola di filo blu di Anne Tyler: non essendo capace di amare la donna che, un po’ per caso e un po’ per sbaglio, per un errore di calcolo o di distrazione, è diventata sua moglie, vivendo la paternità come una sorta di competizione, una sfida a chi fa meglio per i propri figli, riversa tutto l’amore di cui è capace in una casa.

Una casa, che progetta per un’altra famiglia – i Brill – appartenente a un ceto sociale più elevato, in un quartiere residenziale di Baltimora che sembra a Junior l’habitat naturale per un parvenu come lui stesso. Una casa dal portico di legno dorato, grande, accogliente come un abbraccio. Una casa che cura nei minimi dettagli, senza tener conto dei desideri degli acquirenti, preparandola per sé e per la sua famiglia – Linnie Mae, la moglie bambina dagli occhi d’acqua, e i due figli, che rispondono ai nomi altisonanti di Merrick e Redcliffe.

 

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Lise Sarfati

 

Ecco, avrebbe potuto dire qualcuno. Possibile che tra i misteriosi antenati della famiglia Whitshank ci fossero dei Merrick e dei Redcliffe? Invece no, erano solo nomi che secondo Junior suonavano nobili. Suggerivano origini illustri, magari per parte di madre. Oh, Junior era sempre in cerca dei modi più efficaci di darsi un tono. Eppure li teneva in quella casetta triste a Hampden senza nemmeno prendersi la briga di sistemarla, anche se sarebbe stato in grado di farlo meglio di chiunque altro “Aspettavo il mio momento” disse anni dopo. “Stavo solo aspettando il mio momento, tutto qui”.

 

Puntuale solo come certi inaspettati appuntamenti col destino possono esserlo, il momento di Junior arriva: la signora Brill decide di lasciare quella casa in cui si è sempre sentita estranea. Per i Whitshank arriva così il tanto agognato riscatto sociale, nei confronti del quale tuttavia Linnie Mae rimane fredda e indifferente, covando risentimento nei confronti del marito per averla strappata alla sua casa, al suo quartiere, alla confortante compagnia delle sue vicine, fragrante di chiacchiere e biscotti appena sfornati. La ribellione di Linnie Mae si concentra su un mobile: un dondolo di legno, che fa dipingere di una brillante tonalità di blu all’insaputa – e contro la volontà – del marito Junior.

Junior è furioso: un dondolo blu è pacchiano, comune. Tutto deve essere straordinariamente perfetto nella dimora Whishank: è necessario che la casa e la famiglia si integrino nell’elegante quartiere, e per farlo devono raggiungere quello stadio di asettica eleganza che sembra caratterizzare tutte le dimore – e le famiglie – del quartiere. Il divano torna ad essere di legno biondo, una sorta di vendetta di Junior nei confronti di quella moglie conosciuta troppo presto – Linnie Mae aveva soltanto tredici anni – che gli aveva mentito sulla sua età per poi diventare per lui un peso, quotidiano e ineluttabile. In mezzo al suo risentimento fa capolino un pensiero, improvviso come una nuvola gravida di pioggia in un cielo sereno e soleggiato:

 

Gli aveva rivoltato la vita così come rivoltava un maglione appena lavato per dargli la forma giusta. Forse di quest’ultima cosa doveva essere contento.

 

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Lise Sarfati

 

Il filo blu di Linnie Mae la ricongiunge alla nuora Abby, che con una spola di filo dello stesso colore cuce una sorta di caftano per il fidanzato Red, da indossare nel giorno del loro matrimonio.

Abby e Red si innamorano proprio nella casa di famigli, nella confusione che precede il matrimonio della sorella, Merrick (che ha ereditato la pretese di grandezza paterne) al freddo Tripp, erede delle fortune della sua famiglia.

 

Era un pomeriggio meraviglioso, tutto ventilato, verde-giallo, con un cielo dal blu irreale di un barattolo di crema Nivea. Tra un minuto avrebbe detto a Red che accettava volentieri il suo passaggio per andare al matrimonio. Per ora, però, preferiva aspettare, tenersi stretto al cuore quel pensiero.

 

Abby e Red, soliti e innamorati, restano a vivere a casa Whitshank, legando i loro destini e le loro vicissitudini a quelle della casa: l’arrivo dell’orfano Stem; i problemi col figlio Danny, estremamente geloso della madre, misterioso, incapace di tenersi un lavoro, capace di sparire per mesi e mesi; la morte improvvisa della stessa Abby.

 

“Le case hanno bisogno di essere vissute” disse Red. “Questo dovreste saperlo tutti. Certo, gli esseri umano provocano problemi di usura – pavimenti consumati, gabinetti intasati e cose così – ma non è niente rispetto ciò che accade quando una casa è abbandonata. È come se restasse senza cuore. Si affloscia, si accascia, comincia a sprofondare. Giuro che guardando la trave maestra di una casa riesco a capire se è abitata o meno. Credete che fare una cosa simile a questo posto”?

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Lise Sarfati

 

Anne Tyler racconta la storia di una famiglia. Una storia imperfetta, come imperfette sono tutte le famiglie, fatta di troppo – o di troppo poco – amore, di assenze, di lacrime, di sorrisi, di nascite e morti. Fatta di una ragnatela di rapporti umani così complicati da fare male.

Lo fa in modo così delicato da sconfinare a volte nel superficiale, da fare desiderare al lettore di scavare un po’ di più nel carattere di un personaggio, da lasciare punti interrogativi e dubbi lasciati insoluti da una dissolvenza sfumata, che lascia casa Whitshank ormai vuota, sospesa in un universo parallelo senza tempo.

 

Comunque, si sa com’è quando ti manca qualcuno che ami. Cerchi di trasformare ogni estraneo nella persona che speri di vedere. Senti una certa musica e subito ti dici che potrebbe aver cambiato modo di vestire, essere ingrassato di una tonnellata, aver comprato un’automobile e averla parcheggiata davanti alla casa di un’altra famiglia. “È lui!” dici. “È venuto! Lo sapevamo: noi siamo sempre…” Ma poi senti quanto sei patetico, le tue parole si perdono nel silenzio e ti si spezza il cuore.

 

Una spola di filo blu, Anne Tyler, Guanda editore, trad. a cura di Laura Pignatti

Soundtrack: Fix you, Coldplay

 

 

Un’estate in pillole di lettura

Coe

L’estate 2016 è stata un’estate aliena, almeno per me.

Sono riuscita ad andare al mare pochissime volte (e aspetto questo momento tutto l’anno), ho fatto su e giù per l’Italia, non sono riuscita a rilassarmi e a staccare un po’ in vista di un autunno che si preannuncia lento e difficile, un boccone duro e amaro da buttare giù.

In compenso, ho mangiato un’anguria intera guardando l’ultima serie di Orange is The New Black e, grazie al road trip molto improvvisato in un’improbabile (e scomodissima) Cinquecento, ho visitato posti bellissimi in giornate piene di sole: Salisburgo, di cui mi sono innamorata; Innsbruck, dove mi sono sentita molto Sissi; Verona, cittadina adorabile ma letteralmente infestata di turisti nei luoghi di Giulietta – sigh! Io mi aspettavo uno scenario alla Letters to Juliet, in cui incontravo le segretarie di Giulietta e magari mi univo a loro per l’estate; Lugano, dove ho riabbracciato un’amica di vecchissima data.

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Salisburgo

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Salisburgo

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Innsbruck

E ho letto, tantissimo – almeno per i miei standard. Guidare è una delle cose che mi rende più nervose, quindi sono ben contenta di fare la passeggera e leggere a più non posso – complice anche il roaming, la batteria del telefono perennemente scarica e il fatto che fortunatamente non soffra di mal d’auto. Ho letto libri che rimandavo da tempo e libri che ho ritrovato quasi per caso nella mia biblioteca Kindle: quasi tutti mi hanno piacevolmente sorpreso, tutti sono riusciti a farmi dimenticare i chilometri e spegnere il lettore solo al momento dell’arrivo (e cercare di dimenticare  le due tre canzoni che ogni stazione radio trasmetteva in continuazione: Love yourself di Justin Bieber, 13 buone ragioni di Zucchero, Be the one di Dua Lipa – chi? Dovrò andare in terapia per liberarmi di queste canzoni…)

Juliet

Verona, Casa di Giulietta

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Verona, Casa di Giulietta

Ecco quindi la mia estate, in pillole (di lettura):

  • My Name is Lucy Barton, Elizabeth Strout (pubblicato in italiano da Einaudi, traduzione a cura di Susanna Basso): decisamente tra i libri più belli che abbia letto quest’anno, e non solo. Anch’io, come la protagonista, Lucy, ho un rapporto complicato con mia madre, fatto di parole non dette – o dette male – e piccoli gesti o silenzi che sono carichi di significati reconditi. Lucy si ammala, ed è costretta a trascorrere mesi in ospedale. Sente tantissimo la mancanza delle sue bambine, mediamente quella di suo marito (che si rifiuta di andarla a trovare, adducendo come pretesto la sua antipatia per gli ospedali). Un giorno Lucy riceve una visita a sorpresa: quella di sua madre, direttamente dalle campagne dell’Illinois. Il particolare che mi ha fatto più tenerezza è questo: per tutti i cinque giorni di permanenza all’ospedale, la madre di Lucy rifiuta ostinatamente la brandina che le viene offerta e dorme sulla sedia, quando le capita, aprendo gli occhi al primo movimento della figlia. La tela di silenzi tra le due è così intrecciata, la loro estraneità così consolidata che la madre di Lucy cerca rifugio nelle storie che le racconta: storie di persone che hanno toccato la vita di entrambe e che vanno a ricreare ed animare la cittadina di Amgash, Illinois, dalla quale Lucy era scappata appena possibile. Il loro tormentato rapporto e la decisione della madre di andarsene proprio quando Lucy è fragile e spaventata e ha più bisogno di lei ricorda al lettore quanto sia difficile evadere da modelli di comportamento che si sono consolidati negli anni, quanto sia difficile aprirsi di nuovo, davvero. Quanto sia difficile essere figlia, essere madre.
  • Belgravia, Julian Fellowes (pubblicato in italiano da Neri Pozza, traduzione a cura di Simona Fefè): siete aficionados di Downton Abbey? Allora ci sono tutti gli elementi perché Belgravia vi possa piacere: guerra, intrighi, matrimoni fasulli che poi non si rivelano tali, figli illegittimi ma nemmeno tanto, balli, macchinazioni, eredità, afternoon tea, sete e crinoline, amanti, tentati omicidi, criminali fuggitivi. Le vicende narrate sono inizialmente ambientate a Bruxelles, prima dell’arrivo di Napoleone e della battaglia di Waterloo; c’è poi un salto temporale di venticinque anni e l’azione si sposta a Londra, dove assistiamo alla nascita di Belgravia, uno dei quartieri più belli della città (che oggi ospita tra l’altro l’Istituto Italiano di cultura).
  • Fried Green Tomatoes At The Whistle Stop Cafe, Fannie Flagg (in italiano Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop, pubblicato da BUR nella traduzione di Olivia Crosio): arrivata a questo punto mi tocca una vergognosa confessione. Non solo non avevo mai letto il libro: non ho nemmeno visto il film (mi tocca riparare, lo so, lo so). Si tratta di una storia dentro la storia, o, meglio ancora, di un contenitore di storie: Evelyn, donna di mezza età in preda alla depressione e alla menopausa, diventa – suo malgrado – amica dell’irresistibile Ninny Threadgoode, che le fa compagnia nelle interminabili visite alla suocera in una casa di riposo, facendo rivivere per lei il caffè di Whistle Stop e le sue storie. Evelyn così si ritrova catapultata negli anni trenta, in compagnia della bellissima Ruth, l’impetuosa Idgie e il loro piccolo Stump. Idgie e Ruth gestiscono il caffè e offrono agli avventori buon cibo e generosità, risate e perfino l’occasionale omicidio. Le storie narrate dalla signora Threagoode fanno venire voglia di saltare su un aereo e andare a visitare l’Alabama, nonché assaggiare i tanto decantati pomodori verdi fritti (qualcuno li ha mai mangiati? Come sono?), i biscotti al buttermilk e il cobbler di mirtilli. Bonus per i foodie: in appendice trovate le ricette del Whistle Stop Cafè.
  • Tra le infinite cose, Julia Pierpoint (pubblicato da Mondadori, traduzione a cura di Carlo Prosperi): se nella prima metà rischia di essere l’ennesimo romanzo americano a base di famiglie disfunzionali, tradimenti e adolescenti difficili, appesantito da uno stile non sempre scorrevole e da continui salti temporali, nella seconda metà si riscatta egregiamente grazie alla figura di Kay, l’impacciata, confusa figlia dei due protagonisti, Deb e Jack. Deb è un’ex ballerina che, arrivata ai quaranta, inizia a chiedersi come sarebbe andata la sua vita se non avesse mollato le punte per sposare Jack, specie dopo il suo ultimo, doloroso tradimento; Jack è un artista di mezz’età in crisi con alle spalle una mostra fallimentare e il fantasma della sua ex amante. Kay incarna la confusione, l’inquietudine, il dolore dello sgretolamento del matrimonio dei suoi genitori, ricorrendo a gesti incomprensibili per rendersi visibile ai loro occhi e a quelli del fratello Simon, che trova invece rifugio nell’erba e nelle ragazze. Il titolo del libro è tratto da una bellissima poesia dell’americano Galway Kinnell:

 

“Testolina addormentata che germoglia capelli alla luna,

quando ritornerò

usciremo insieme,

cammineremo insieme

tra le infinite cose,

ciascuno segnato troppo tardi da questa consapevolezza, il salario

del morire è l’amore“.

  • Funny Girl, Nick Hornby ( qui in italiano, trad. a cura di Silvia Piraccini): non aspettatevi il Nick Hornby di About a boy o Non buttiamoci giù, ma una penna più matura che, attraverso la storia della starlette Barbara e della troupe della serie TV di cui diventa la protagonista, ricostruisce un pezzo di storia e cultura britannica attraverso l’evoluzione della televisione e dei gusti degli spettatori. Non si tratta della storia di Barbara, ma della storia di un’epoca: la nascita e il successo di una serie tv in una Londra che inizia ad essere la città che non dorme mai, fulcro ed epicentro di ogni nuovo movimento artistico e manifestazione culturale. È un romanzo lento e nostalgico, pervaso della malinconia dei tempi che cambiano, e delle persone che spesso non riescono a stare dietro al flusso instancabile di novità, e a cambiare con esse. Il nuovo Hornby mi ricorda un po’ Jonathan Coe nella sua volontà di dissezionare la società britannica e studiarne le evoluzioni e involuzioni più intrinseche ed invisibili all’occhio nudo (leggete sotto).
  • The Rotters’ Club:, Jonathan Coe (La banda dei brocchi, pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di R. Serrai): adoro Coe e lo considero il massimo scrittore inglese vivente, una delle poche voci della narrativa contemporanea capace di fare della vera critica politica e sociale, di smascherare le bugie, il classismo, il razzismo di una società, quella britannica, che a volte sembra ancora vivere nell’illusione dell’impero coloniale (Brexit docet). Ne La banda dei brocchi, che ho riletto in originale a un paio d’anni dalla prima lettura, le storie dei fratelli Rotter (l’aspirante intellettuale Ben, l’inquietante fratellino Paul, sfegatato conservatore a soli nove anni, la sfortunata sorella Lois, reduce da un terribile incidente) raccontano in realtà la storia dell’Inghilterra degli anni settanta, tra scioperi, movimenti operai e IRA, guerra di classe e avvento dell’era Thatcher, in un mondo che pare disgregarsi e le cui contraddizioni non fanno che esacerbare le difficoltà dell’adolescenza e della scoperta di se stessi. La banda dei brocchi fa parte di una sorta di trittico, di cui Circolo chiuso è il seguito cronologico (arrivando fine alla sciagurata decisione di Blair di intervenire nella guerra in Iraq), mentre La famiglia Winshaw costituisce un pezzo a sé stante, un ritratto degli sconvolgimenti sociali derivanti dalla sfrenata politica liberista attuata da Margaret Thatcher, i cui disastrosi effetti sono incarnati dai disfunzionali, eccentrici membri della famiglia Winshaw. I Winshaw ritornano anche nell’ultimo capolavoro di Coe, Numero undici, un intricato labirinto di storie e allusioni dal finale inaspettato. Inutile dire che ve li consiglio tutti, di cuore.
  • Americanah, Chimamanda Ngozi Adichie (pubblicato in italiano da Einaudi, traduzione a cura di Andrea Sirotti): questo è uno di quei libri che mi aspettavo di amare moltissimo. Invece mi è piaciuto, ma con moderazione. Lo stile dell’autrice non mi ha permesso di immedesimarmi – come faccio sempre quando un libro mi piace tanto – nel personaggio di Ifemelu, nelle sue difficoltà a ambientarsi e costruirsi una vita in America, nella sua apparentemente incomprensibile decisione di tornare in Nigeria, anche nella speranza di ritrovare il primo amore, Obinze, ormai sposato e dedito a una proficua carriera di dubbia legalità.
  • Harry Potter and The Cursed Child/em> (in italiano Harry Potter e la maledizione dell’erede, in uscita il 24 settembre nella traduzione di L. Spagnol per Salani): sicuramente non si tratta dell’ottavo volume della saga del mago più famoso del mondo, colui che è riuscito a sopravvivere all’ira funesta dello spietato Voldemort. Tanto per cominciare, non si tratta di un romanzo, ma di un’opera teatrale; inoltre, il protagonista non è Harry, ma suo figlio Albus (un Serpeverde!), il cui migliore amico è il timido, impacciato figlio dell’arci-nemico di Potter, Draco Malfoy. Scorpius, l’erede della dinastia dei Malfoy, non ha una vita molto facile ad Hogwarts, dove aleggia il sospetto che lui sia figlio di Voldemort in persona e Bellatrix Lestrange; lo stesso Albus, poco atletico e abbastanza impacciato negli incantesimi, vive nell’ombra del celeberrimo padre, condizione che lo fa soffrire non poco. I due si imbarcano in una serie di rocamboleschi viaggi nel tempo, che, se da una parte disturbano il tessuto narrativo e la sua continuità, sarebbero davvero interessanti da vedere a teatro. In realtà, mentre leggevo il copione (che si legge tranquillamente in un paio d’ore), non potevo fare a meno di pensare a quali soluzioni e quali effetti speciali possano essere utilizzati durante lo spettacolo per scene come la seconda prova del Torneo Tre Maghi, che si svolge quasi interamente sottacqua (nel lago nero). The Cursed Child non è un capolavoro, ma è godibile e permette al lettore di sbirciare nella vita di Harry adulto, nel suo difficile rapporto col figlio Albus Severus, nel suo matrimonio – d’altro canto, tutti noi lettori coltiviamo una sorta di istinto voyeuristico per i nostri personaggi preferiti…

Mi piacerebbe tantissimo vederlo a teatro, ma è sold out fino a maggio 2017, quindi non mi resta che continuare a partecipare alle lotterie che si tengono ogni tanto su Pottermore o sul sito dello spettacolo.

Nel frattempo vi auguro un ottimo inizio, e un settembre pieno di belle letture.

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Bonifati, Calabria

Bonifati, Calabria

Le cose che restano

Vi son cose che restano –
il dolore ed i monti e l’eterno.
Nemmeno queste a me si addicono.

Emily Dickinson (trad. di Marisa Bulgheroni)

Lise Sarfati

Lise Sarfati

 

Se essere genitori non è facile, nemmeno essere figli lo è, specie in quella delicata fascia d’età in cui ci si rende conto che i propri genitori non sono perfetti, e che il mondo, quel mondo colorato, protetto e ovattato consegnato dal genitore al figlio con la promessa che andrà sempre tutto bene, è in realtà fragile come una bolla di sapone. Questa consapevolezza si accompagna alla fine dell’infanzia, alla perdita di quell’innocenza atavica e primordiale, della fede assoluta nel padre e nella madre, depositari di una saggezza priva di esitazioni e di dubbi, di quell’amore che tutto scusa e tutto crede, tutto spera e tutto sopporta.

Alcuni bambini sono costretti a crescere prima del tempo, e a nascondere dentro occhi profondi come pozzi domande mute alle quali sono destinati a non trovare mai risposta. È quello che succede a Grace, giovanissima protagonista de Le cose che restano di Jenny Offill, pubblicato da NN editore nella (bellissima) traduzione di Gioia Guerzoni.

Ed è proprio dalla nota della traduttrice che vorrei partire per descrivere cosa sia stato per me questo romanzo: una sorta di seesaw, quell’altalena oscillante o basculante su cui tutti siamo saliti da bambini. Quell’altalena che ti fa provare l’ebbrezza dell’altezza se dall’altra parte c’è qualcuno abbastanza pesante da bilanciare il tuo peso e spingerti più in alto: quell’altalena che ha il sapore di un crepuscolo di mare, nel parchetto dove giocavo con mio fratello, più piccolo di me, ma già troppo alto e allampanato rispetto a me. Un’altalena che, se regala alle protagoniste del romanzo altezze mozzafiato, fa sperimentare ad entrambe cadute rovinose.

William Eggleston

William Eggleston

 

Le cose che restano è stato infatti per me una perenne altalena: non l’ho divorato come Sembrava una felicità, e, nonostante i giri, non mi ha fatto raggiungere le altezze che speravo. La narrazione frammentata, fatta di una successione di ricordi tirati fuori dal cassetto più prezioso e più nascosto, mi è parsa a tratti opprimente, priva di sbocchi di leggerezza.

Tuttavia, la Offill si conferma maestra dell’arte dell’empatia: è difficile evitare di immedesimarsi in Grace, la giovanissima protagonista, dall’intelligenza acuta e precoce.

Grace cresce tra un padre affettuoso a modo suo, capace di costruirle la casa delle bambole dei suoi sogni, ma chiuso e bisognoso dei suoi tempi e dei suoi spazi, e una madre che è semplicemente troppo. Anna, larger than life, occupa tanto spazio nella vita della figlia: imprevedibile, insonne, lunatica, intensa, la vita con lei diventa un’avventura, che può portare alla ricerca di un mostro marino o a un road trip squattrinato dal Vermont a New Orleans. Grace è il centro del mondo di sua madre: dopo alcune difficoltà a scuola, Anna decide di dedicarsi alla sua istruzione e scolarizzarla a casa, e ricostruisce per lei la galassia in una stanza, corredata di calendario cosmico.

Il calendario di Anna non segue invece mesi né stagioni, ma un disordine anarchico, un’irrefrenabile inquietudine, una sete di ribellione che nessuno riesce a placare. È facile innamorarsi di Anna: lo è stato per suo marito, per sua figlia, per Edgar, il giovane vicino di casa introverso, un po’ filosofo un po’ nerd. Non è facile penetrare il suo mondo, seguire i suoi passi, prevedere le sue azioni.

 

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Lise Sarfati

 

Anna non è per Grace una madre tradizionale: è capace di svegliarla e portarla fuori nel cuore della notte, spingerla a farsi il bagno nuda nel lago freddo e buio, farla scendere dalla macchina e lasciarla per strada. Le propone di recarsi con lei in Thailandia, a cavalcare elefanti e intraprendere una carriera di ballerina di dubbio rispetto.

Tuttavia, Anna regala a sua figlia le cose che restano: i ricordi indelebili di un’infanzia eccezionale, fuori dalle righe e da ogni canone. Ricordi imbevuti di una malinconia così forte da spezzare il cuore, in quella che la Guerzoni ha definito un’altalena tra dolcezza e follia.

Mi è capitato di scrivere questo post proprio nel giorno della festa della mamma, pensando a quanto sia difficile l’arte di essere madre e quella di essere figlie, cercando di rimanere fedeli a se stesse, di non rinunciare alla propria identità, ai propri sogni e alle proprie ambizioni, per quanto sbagliate possano essere, per quanto lontano possano portare. Alla fine, in un modo o nell’altro, ci siamo salite tutte, in quell’altalena a due in cui è tanto difficile trovare un equilibrio, un compromesso tra il desiderio di volare in alto e la paura di precipitare rovinosamente.

 

 

Una falena volò nella stanza e sbattè le ali contro il paralume. Mi chiesi se fosse la stessa che aveva cercato di volare fino a una stella. Ma quella falena era morta, me lo ricordavo, e allora forse era la falena rimasta a casa a volare intorno al lampione in strada. Mia madre mi aveva raccontato anche quella storia, spiegandomi che la morale era questa: non ci si può fidare delle stelle, si spostano sempre più lontano man mano che ti avvicini.

 

Le cose che restano, Jenny Offill, trad. a cura di Gioia Guerzoni, NN Editore

 

Soundtrack: Beautiful tree, Rain Perry

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Storie di expat


Da un po’ di tempo mi interrogo sulla condizione dell’expat, per ovvie ragioni. Vivo fuori da più di sei anni, e mi ritrovo ad un punto in cui devo decidere cosa fare nel mio futuro prossimo. Nell’ambito delle mie considerazioni, mi sono resa conto, con estrema amarezza e con un certo disincantato stupore, di non avere più un posto da chiamare casa.

Qui mi sono sentita sempre di passaggio, ho visto amici traslocare, colleghi cambiare lavoro, le vite degli altri scorrere più o meno veloci, più o meno lente, e ho messo la mia un po’ in stand by.

Un paio di volte all’anno mi prende la voglia di tornare a casa. Coincide col Natale o con l’arrivo dell’estate, con la voglia di quel sole sulla pelle che qui è così difficile da reperire. Ogni rientro è caratterizzato da una sorta di sfasamento, dal vuoto spazio-temporale tra chiudere la porta di una casa e aprire la porta di un’altra, solo per percorrere con lo sguardo stanze straordinariamente familiari e al tempo stesso ormai così estranee da diventare quasi ostili: basta un libro spostato, un mobile nuovo, il giardino potato di recente per aumentare quel senso di malessere e di non appartenenza.

La vita dell’expat (quantomeno la mia) è cosi: divisa tra due mondi e due realtà diverse, scissa dal disagio profondo di non appartenere poi veramente a nessuna delle due. Ogni andata, ogni ritorno diventa un po’ come dover imparare di nuovo una lingua appresa molto tempo prima e poi dimenticata: si ha la testa sott’acqua e le parole galleggiano sulla superficie, e si cerca di afferrarle, di impadronirsi di nuovo della loro essenza, di riempirsi la bocca e le orecchie del loro suono.

Mi sono sempre detta che molto dipende dal posto, e probabilmente è così: io e Bruxelles non abbiamo mai fatto davvero amicizia, siamo rimaste due conoscenti che si guardano di sottecchi, con diffidenza. Quando torno a Londra, dove scappo appena posso, è un’altra storia: le sue strade sono piene di ricordi di una me più giovane e più leggera che vi abitava quasi danzandovi, depositaria di un futuro pieno di possibilità, succoso come le prime pesche della stagione.

Negli ultimi mesi mi sono imbattuta in due letture che hanno accompagnato e condiviso il mio stato d’animo: due storie di expat, Brooklyn di Colm Tóibín (che ho comprato a New York in quest’edizione, ma che potete trovare nella traduzione italiana di V. Vega, pubblicato da Bompiani) e Anche noi l’America di Cristina Henríquez, edito da NN nella traduzione di R. Serrai.

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Brooklyn (da cui è tratto l’omonimo film, con una bravissima Saoirse Ronan) racconta la storia di Eilis, giovane irlandese che non riesce a trovare lavoro (mal comune) ad Enniscorthy, sonnolenta cittadina nel sudest dell’Irlanda degli anni cinquanta; un’Irlanda cosparsa di uno spesso strato di malinconia per un benessere che non esiste più, un’età d’oro che sembra ormai lontanissima.

Eilis, spronata dall’adorata sorella Rose, che sogna per lei una vita migliore e orizzonti più vasti, decide di partite alla volta della grande mela.

Durante i primi mesi, la ragazza vive appunto con la testa sott’acqua: ammalata di nostalgia e di mancanza di qualcosa di indefinito e intangibile, si trascina stancamente tra giornate sempre uguali, il cuore diviso tra la Eilis di prima, la ragazza di Enniscorthy, e la nuova Eilis di Brooklyn:

“It made her feel strangely as though she were two people, one who had battled against two cold winters and many hard days in Brooklyn and fallen in love there, and the other who was her mother’s daughter, the Eilis whom everyone knew, or thought they knew.”

(Aveva la sensazione stranissima di essere due persone diverse: la prima era la ragazza che aveva combattuto due gelidi inverni e una moltitudine di giornate difficili a Brooklyn e si era innamorata lì; l’altra era la figlia di sua madre, la Eilis che tutti conoscevano, o pensavano di conoscere).

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L’amore ci mette lo zampino, nella persona di Tony, un ragazzo di origini italiane che intraprende l’ardua impresa di far amare Brooklyn a Eilis; quando la ragazza ritrova il sorriso e si sente tranquilla e sicura in una vita che le è diventata familiare, che le sembra ormai l’unica vita possibile, lo spettro della Eilis di prima la richiama bruscamente in Irlanda. Tornare a casa si rivela tristemente molto diverso dalle aspettative:

“She had put no thought into what it would be like to come home because she had expected that it would be easy; she had longed so much for the familiarity of these rooms that she had presumed she would be happy and relieved to step back into them, but, instead, on this first morning, all she could do was count the days before she went back. This made her feel strange and guilty; she curled up in the bed and closed her eyes in the hope that she might sleep.”

(Non aveva pensato a come sarebbe stato tornare a casa perché si aspettava che sarebbe stato facile; aveva desiderato così ardentemente la familiarità di quelle stanze che aveva dato per scontato che sarebbe stata contenta e sollevata di rimettervi piede; invece, nel corso della sua prima mattina a casa, non era riuscita a fare altro che contare i giorni che mancavano al suo rientro. Questo l’aveva fatta sentire strana e colpevole; si era accoccolata nel letto e aveva chiuso gli occhi, sperando di dormire).

Tony diventa un ponte che unisce e al tempo stesso separa i due mondi di Eilis, un sentimento nascosto da uno spesso strato di sensi di colpa che la ragazza non riesce a vivere nella sua interezza. Solo quando Eilis inizierà ad accettare che ci sono incontri che cambiano le persone, insinuandosi sotto la loro pelle e modificando l’idea di casa, riuscirà ad appartenere ad un posto, a farsi abitare da un luogo, a ritrovare il suo Heimat.

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Anche noi, l’America raccoglie le voci di quell’America che nessuno racconta: un Paese di invisibili, le cui vite apparentemente piccole e semplici nascondono un’epopea di rinunce, di speranze andate a male, di scommesse col destino, di sogni realizzati e sogni naufragati.

Un anonimo palazzone del Delaware nasconde un cuore pulsante di messicani, panamensi, portoricani, paraguensi: in questo non luogo, in questa periferia dell’anima sbocciano storie tra le erbacce e i calcinacci. Storie come quella di Maribel, ragazza messicana che ha subito una lesione cerebrale in seguito ad una brutta caduta ed è stata portata negli USA dai genitori per frequentare una scuola adeguata alle sue nuove necessità, e Mayor, figlio dei vicini di casa, che riesce a vedere oltre la lentezza e la diversità di Maribel: ne vede tutta la bellezza di farfalla fragile e palpitante, intrappolata sotto un bicchiere di vetro.

 Maribel con gli occhi assonnati e i capelli spettinati, seduta a gambe accavallate sul sedile, che mi volta e mi guarda. Non sarebbe stato un problema, pensai, se non mi avesse trovato. Era come aveva detto lei: per trovare una cosa prima devi perderla. Da allora in poi saremmo stati lontani migliaia di chilometri e saremmo andati aventi con le nostre vite e saremmo cresciuti e cambiati e invecchiati, ma non avremmo mai dovuto cercarci. Dentro ciascuno di noi, ne ero sicuro, c’era un posto per l’altro. Niente di ciò che era successo e niente di ciò che sarebbe mai successo avrebbe reso tutto questo meno vero.

Si cerca un posto dentro l’altro, per sentirsi più a casa, per combattere ondate di nostalgia spessa come melassa. Si mangia tamales (piatto messicano a base di pasta di mais ripiena), tacos, chicharrones (maiale o pollo fritto) finché ci sono abbastanza soldi, prima di essere costretti a passare ai discount americani e a troppi hot dog: il cibo diventa una sinfonia di appartenenza, una celebrazione della propria identità.

Perché un posto ti può fare molto male, ma se è casa tua o lo è stato una volta, lo ami comunque. Funziona così.

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 Si passa dalla dolcezza dello spagnolo, che si scioglie in bocca come i besitos de coco (pasticcini al cocco), all’asprezza di una lingua sconosciuta, che si attacca al palato e sembra non essere in grado di tramutare esigenze, pensieri, sentimenti in frasi di senso compiuto.

‘L’inglese era una lingua così densa, contratta. Non si apriva nelle vocali come lo spagnolo. La gola aperta, la bocca aperta, i cuori aperti. In inglese i suoni sono chiusi. Cadevano a terra, con un tonfo. Eppure c’era qualcosa di maestoso.’

 Ho apprezzato moltissimo la scelta di Serrai nella traduzione del titolo (quello originale è The Book of Unknown Americans): una scelta poetica, ispirata ai versi di I, Too, Sing America di Langston Hughes; una scelta che vuole incarnare il senso di possibilità che pervade l’odissea di tutti i protagonisti del romanzo.

 I, too, sing America.

I am the darker brother.

They send me to eat in the kitchen

When company comes,

But I laugh,

And eat well,

And grow strong.

 

Tomorrow,

I’ll be at the table

When company comes.

Nobody’ll dare

Say to me,

“Eat in the kitchen,”

Then.

 

Besides,

They’ll see how beautiful I am

And be ashamed—

 

I, too, am America.

 

Si possono avere tante case, e riuscire ad amarle tutte. Si può lasciare un pezzetto di sé, della propria storia, degli incontri che le hanno regalato sfumature nuove e impensate in tutti in posti che si visitano, che si abitano. La cosa difficile è lasciarsi abitare. Perché, come scriveva Gabo nell’indimenticabile Cent’anni di solitudine, non si è di nessuna parte finché non si ha un morto sotto terra, letteralmente o allegoricamente: abitiamo un posto quando vi lasciamo scheletri di una versione di noi che non esiste più, fantasmi di amori scaduti o andati a male, briciole di progetti e di sogni.

Soundtrack: stavolta doppia, in onore alle due storie.

Quel resto che è ossigeno

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Si è parlato e scritto molto del difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza, delle traversìe dei ragazzi e delle ragazze che si affacciano alla vita come persone indipendenti ma ancora in via di costruzione; eppure, troppo poco è stato detto e scritto del momento in cui questi ragazzi e queste ragazze sono chiamati a diventare uomini e donne.

Il passaggio all’età adulta comprende riti di iniziazione ai quali prima o poi tutti siamo chiamati a sottoporci: trasferimenti, lavori che avevamo giurato non avremmo mai accettato ma pagano l’affitto, convivenze, dichiarazioni dei redditi, bollette, conti congiunti o disgiunti, la prima ruga, il primo capello bianco. Alcune esperienze sono così imprevedibili e piene di poesia e di meraviglia da lasciarci senza fiato: alcuni , la maternità, la paternità, le chiavi della prima casa tutta nostra; altre sono molto più prosaiche. Tra le une e le altre c’è un abisso: l’abisso della persona che volevamo diventare e che, a un certo punto del cammino, abbiamo perso di vista, insieme al lavoro che volevamo fare, alla città nella quale ci siamo sempre promessi di vivere, a quel bouquet di scelte e infinite possibilità consegnatoci insieme alla pergamena di laurea, garanzia assoluta che ci sarebbe stato il tempo di diventare qualsiasi cosa volessimo.

Non sono solo gli Holden Caulfield a voler scappare dalla loro vita, a sentirsi persi, a non riconoscersi: spesso, spessissimo, i non-più-tanto-giovani Holden hanno superato gli enta, hanno un mutuo e un posto da chiamare casa che improvvisamente smette di essere tale. È quello che succede un anonimo, monotono cinque aprile ad Arturo, protagonista di Il resto è ossigeno, romanzo di esordio di Valentina Stella, la cantastorie di Bellezza rara: inizia a camminare e non torna a casa. E continua a camminare, nonostante la rabbia di Sara, sua moglie, costretta a cercare di spiegarsi da sola – e di spiegare a sua figlia Giulia – perché Arturo, da un giorno all’altro – almeno in apparenza – abbia deciso di non voler essere più un marito, un padre:

Vorrei poter parlare con quella Sara che si lamentava di tutto, tanti anni fa. Vorrei parlare con la Sara ventenne che non riusciva a dormire e vedeva all’orizzonte attacchi di panico che non arrivavano mai. Vorrei raccontare alla Sara di quei tempi cosa vuol dire il panico vero, quello di quando capisci che la vita che avevi programmato, amato e curato si fa brillare in mezzo alla piazza, spargendo nel cielo milioni di pezzi di te e dei tuoi sogni più grandi.

Cosa succede quando la propria vita va in pezzi da un giorno all’altro?

Quando iniziamo a dire “è troppo tardi per ricominciare” e a crederci davvero?

Cosa ci fa stare insieme, e cosa ci fa andare in mille pezzi?

Quand’è che l’ossigeno in una stanza, in una casa, in una relazione, in una vita diventa così rarefatto e del tutto insufficiente, tanto da non permetterci più di respirare?

Quand’è che una vita inizia a stare stretta come un maglione di cachemire lavato in lavatrice?

Queste sono solo alcune delle domande a cui sia Sara che Arturo, in modi diversi, in circostanze diverse, devono cercare di trovare una risposta. Per capire perché hanno deciso di costruire una vita a due, cos’è andato storto, se la somma di due solitudini ne crea una ancora più grande oppure la annulla. Nella ricerca del loro personalissimo Sacro Graal, un maestro di musica e una Biancaneve appassionata di giardini diventeranno i rispettivi bracci destri e consiglieri di Sara e Arturo: persone che non facevano parte della loro vita di prima e che entrano nelle loro giornate solo grazie alla loro ritrovata capacità di dire .

A vent’anni è naturale trovarsi a cena con gente sconosciuta, o attaccare discorso con un tizio che sta bevendo la birra accanto a noi. Poi, quando si diventa grandi, quando si passa nel quadrante ‘famiglia- lavoro’, diventa tutto più difficile. E sotto certi aspetti meno male, perché quello è il momento in cui ti devi dedicare a costuire qualcosa, e allora tenere fisso lo sguardo verso il tuo centro di gravità aiuta. Ma a volte ti dimentichi del resto, e quel resto in realtà serve per respirare. Quel resto è ossigeno.

Per me è stato naturale immedesimarmi in Sara, nelle sue debolezze e fragilità di donna che non riesce a capire, perché non c’è niente di peggio di una persona che sparisce senza spiegazioni, senza dare la possibilità di gettargli addosso rabbia e dolore, scomparendo in una nebbia di rancori e silenzi. Sara si ritrova improvvisamente ad essere la metà di niente, a gestire la figlia Giulia, innamorata di un ragazzo di terza media, a bilanciare come una giocoliera impacciata alle prime armi la rabbia, il dolore, il senso di colpa e la voglia di innamorarsi di nuovo, davanti a uno spritz, sotto il cielo di quella Torino che è protagonista immancabile delle storie di Valentina.

Dei miei vent’anni mi manca il sapere che tutto può ancora succedere. Il sapere di essere in un prato enorme da cui partono tante strade, e io sono lì, a giocare, bere, ridere, scherzare, amare, e poi, con calma, dovrò sceglierne una e cominciare a costruire il futuro.

Il resto è ossigeno racconta una storia che resta appiccicata alla pelle e solleva una scia di dubbi e domande. Valentina ha rivolto una di queste domande a un gruppetto di blogger, in questo video: a un certo punto spunto anch’io, così imbarazzata che sto quasi per scoppiare in lacrime (non ho certo un futuro da vlogger).

Forse tutte le famiglie felici si assomigliano, per parafrasare Anna Karenina, ma anche quelle famiglie che sembrano felici e sono invece sul punto di implodere non sono poi così dissimili. Non perdersi di vista, non smettere di conoscersi e riconoscersi, ricordarsi di respirare: cose apparentemente banali, che pensiamo siano automatiche e quotidiane, ma che troppo spesso invece ci dimentichiamo di tenere a mente e di esercitare.

Ho paura di rimproverarmi il mio egoismo per tutta la vita.

E ho paura di non essere in grado di raccogliere la bellezza inaspettata che la vita mi sta regalando.

(Il resto è ossigeno,Valentina Stella, Sperling&Kupfer)

Soundtrack: Fragile, Negrita

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Non siamo mai veramente pronti a dire addio: New York Stories

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Grazia a Laura per il graditissimo regalo

 

New York è senza alcun dubbio la città più difficile da raccontare.

Prima di esistere in quanto città, in quanto microcosmo reale e tangibile affollato da milioni di vite, incroci di strade, grattacieli e taxi gialli, esiste per ognuno di noi come mito.

New York è una vera e propria creatura mitologica, alimentata da secoli di letteratura e da decenni di tradizione cinematografica: c’è chi ci va convinto di incontrare qualcuno nell’osservatorio dell’Empire State Building, ritrovare un numero di telefono dentro una copia di Cent’anni di solitudine in una bancarella, sentirsi spiegare il significato di Auld Lang Sine la notte di Capodanno da un Harry che è corso a piedi dalla sua Sally, perché quando capisci di amare qualcuno, eccetera.

C’è chi arriva convinto di trovarvi party stratosferici e la mistica luce verde di Gatsby, gli insopportabili brooklynite dell’altrettanto insopportabile Nathaniel P, Holly Golightly che cura i suoi mean reds tra vodka e colazioni da Tiffany. Ognuno di noi arriva a New York per trovare qualcosa: l’ispirazione per scrivere una storia, una mini-fuga dalla realtà, l’amore, quel senso di infinita possibilità che probabilmente esiste da nessun’altra parte – non nello stesso modo, non nella stessa misura.

Per qualcun altro, come il capitano Paolo Cognetti, New York è una finestra senza tende: New York Stories, l’antologia di racconti che ha curato per Einaudi, è un tentativo di ripulire i vetri di questa finestra, di ricostruirne l’essenza mitologica attraverso i decenni e attraverso ventidue voci, da Fitzgerald a Yates, da Dorothy Parker a Mario Soldati, da Don DeLillo a Joan Didion.

Questo viaggio è funzionale a uno scopo ben preciso: decostruire il mito, eliminare stucchi ed orpelli e restituire al lettore New York come città. Una città che ha significato qualcosa di diverso per ciascuno degli scrittori interpellati, a cui ha dato o ha tolto in modi e misure diverse, quasi come se New York fosse una sorta di dea bendata e agisse secondo il capriccio del momento.

Una cosa è certa: nessuna di queste voci è uscita indenne dall’incontro con New York. La città cambia le persone, le persone cambiano la città: c’è chi si perde, chi si ritrova, chi la ripercorre palmo a palmo per ritrovare brandelli di passato, chi la seduce e chi ne è sedotto, chi scappa e chi rimane. Quasi tutti approdano a New York inseguendo un sogno: un sogno che, realizzato o meno, viene comunque modificato dall’impatto con la città. Una città che è pronta anche ad essere un’amante incostante e infedele e a dispensare cocenti delusioni.

Una delle definizioni più belle dell’incontro con New York è quella di Pier Paolo Pasolini all’interno del racconto di Oriana Fallaci, Un marxista a New York:

 

Questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo. Devo tornare, devo stare qui anche se non ho più diciott’anni. Quanto mi dispiace partire, mi sento derubato. Mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare, una torta di tanti strati, e il bambino non sa quale strato gli piacerà di più, sa solo che lo vuole, che deve mangiarli tutti. Uno a uno. E, nello stesso momento in cui sta per addentare la torta, gliela portano via”.

 

New York è la giostra più grande e più bella della festa di paese, quella a cui tutti i bambini ambiscono, che abbiano la monetina per pagare il giro o no. Diventa insieme una sfida e una promessa: prima o poi ci salirò, prima o poi ci tornerò. E quel primo giro può risultare in un amore a prima vista o in una delusione completa, ma può anche far girare la testa, come nel mio caso.

La prima volta che sono stata a New York non sapevo da che parte guardare, per paura che mi sfuggisse un angolo, una prospettiva, una storia. La mia idea di New York conviveva con così tanti miti, illusioni, fantasie, descrizioni che mi sono sentita persa dentro un cuore che pulsava troppo veloce, come se tutto fosse troppo. C’è voluta una seconda volta, libera di aspettative e con in mente Bei tempi addio di Joan Didion (contenuto nella raccolta), per smettere di cercare di trovarvi quel tutto che mi immaginavo contenesse, smettere di cercare di capirla o analizzarla e lasciarmi semplicemente penetrare dalla bellezza delle sue infinite possibilità, come suggerisce appunto la Didion:

“…ero innamorata di New York. E non è un modo di dire: ero davvero innamorata della città, la amavo come si ama la prima persona che ti tocca e come non amerai più nessun altro. (…) Credevo ancora nelle possibilità allora, avevo la sensazione, così caratteristica di New York, che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro.”

 

C’è poi la questione degli addii. Che sia una cosa voluta o un’imposizione del destino, dire addio a New York, come cantano anche i REM, non sembra essere cosa facile, né indolore.

 

Probabilmente per questo la voce che ho amato di più all’interno di quest’antologia (come mi succede ogni volta nel caso di antologie di poesie o di racconti, anche in New York stories ho ritrovato voci che amo, scoperto voci nuove che mi hanno colpito tantissimo e sono stata delusa da voci che mi hanno lasciato del tutto indifferente) è quella di Colson Whitehead nel racconto di chiusura, Limiti cittadini. Ognuno ha la sua versione di New York, necessariamente diversa da tutte le altre perché è una città che conosce un’evoluzione continua, un cambiamento così veloce che è impossibile bagnarsi due volte nelle stesse acque; le sue strade, le sue case, i suoi palazzi, i suoi esercizi commerciali sono disseminati delle versioni di noi che li hanno percorsi e abitati. Dire addio a una lavanderia, a un ristorante cinese, a un appartamento significa dire addio alla versione di noi che lì si è innamorata, ha sofferto, ha festeggiato, ha vissuto.

 

“Non siamo mai veramente pronti a dire addio. Era il tuo ultimo viaggio su un taxi Checker e non lo sospettavi nemmeno. Era l’ultima volta che ordinavi i gamberetti del lago Tung Ting in quel ristorante cinese un po’ equivoco e non ne avevi idea. Se lo avessi saputo, forse, saresti andato dietro al banco a stringere le mani a tutti, avresti tirato fuori la macchina fotografica usa e getta e messo tutti in posa. Invece non ne avevi idea. Ci sono momenti inaspettati di ribaltamento, occasioni in cui, aprendo la porta di un appartamento, eri più vicino all’ultima volta che alla prima, e non lo sapevi nemmeno. Non sapevi che a ogni passaggio da quella soglia ti stavi congedando.”

 

Soundtrack: Leaving New York, REM (It’s easier to leave than to be left behind
Leaving was never my proud
Leaving New York, never easy
I saw the light fading out…)

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Tutti i piccoli, piccolissimi dispiaceri di Miriam Toews

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Nature morte, Sophia Koegl e Robert Dziabel

La depressione è il male del nostro tempo, eppure mi sconvolge (e mi rattrista) l’atteggiamento della maggior parte dei non depressi, di coloro che, fortunatamente, non hanno mai esperito the mean reds, per dirla con Holly Golightly e Truman Capote:

“You know the days when you get the mean reds?
(Paul Varjak) The mean reds. You mean like the blues?
(Holly Golightly) No. The blues are because you’re getting fat, and maybe it’s been raining too long. You’re just sad, that’s all. The mean reds are horrible. Suddenly you’re afraid, and you don’t know what you’re afraid of.
Do you ever get that feeling?”

(Breakfast at Tiffany’s, Truman Capote)

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Secondo alcuni dei non depressi (che chiameremo negazionisti) la depressione non esiste. È la tendenza che caratterizza un manipolo di pessimisti proni a vedere il bicchiere sempre vuoto e alla disperata ricerca di attenzioni, che cercano di strascinare nel vortice della loro (incomprensibile) tristezza coloro che li circondano.

I non negazionisti sono gli allarmisti, che considerano la depressione una pericolosa malattia mentale: chi ne soffre non può avere tutte le rotelle a posto.

L’anno scorso la Pixar ha prodotto Inside out, un’intelligente riflessione sull’impossibilità di essere sempre felici (che poi, cos’è davvero la felicità?) nell’epoca delle timeline di Facebook, di Twitter, di Instagram, della vita Pinterest, dove la felicità perenne sembra quasi un obbligo, dove – in una sorta di contorto social-darwinismo – non c’è posto per i momenti di scoramento, per le perdite, per le mancanze, per i cuori spezzati, per i momenti bui: sei sei down, sei out.

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Inside out insegna a non vivere i momenti di infelicità come una debolezza, a non vergognarsi della malinconia, a imparare a convivere con la tristezza.

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Questa lunga riflessione si inserisce tra le dinamiche familiari dei protagonisti di All My Puny Sorrows di Miriam Toews (il cui cognome si pronuncia Taves, che fa rima con saves). La Toews mi era stata consigliata e aspettavo il momento giusto per iniziare a leggerla. Questo momento è arrivato inaspettatamente a New York in un tardo pomeriggio di pioggia torrenziale: mi sono rifugiata in una libreria dalle parti di Little Italy, ho afferrato una copia di All My Puny Sorrows (in italiano I miei piccoli dispiaceri, pubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di M. Balmelli, con una copertina ancora più adorabile di quella dell’edizione che ho sfogliato a NYC) e ho letto le prime quaranta pagine tutte d’un fiato, per poi finire il libro sul Greyhound da New York a Philadelphia.

Il titolo del romanzo è tratto da una poesia di Coleridge, To A Friend, With An Unfinished Poem:

“I, too, a sister had, an only sister —
She loved me dearly, and I doted on her;
To her I pour’d forth all my puny sorrows.”

Come nei versi di Coleridge, Yoli ha una sorella, Elf, talentuosa, fragile, complicata e bellissima. Le due sono legate da un legame tanto forte quanto problematico e tormentato: sono entrambe reduci, sopravvissute a una severa, intransigente educazione mennonita, vissuta all’interno di una comunità che si arroga il diritto di controllare, criticare, condannare le famiglie che ne fanno parte. Elf è la prima a ribellarsi, iniziando a suonare il pianoforte nonostante la cosa non venga vista di buon occhio dagli anziani. Giovanissima, vince una borsa di studio per la Norvegia e riesce a scappare, a viaggiare, a diventare una pianista di fama mondiale, adorata dal compagno, Nic. Al confronto, la vita di Yoli sembra molto più incasinata: due figli da due matrimoni diversi, entrambi finiti, una serie di storie che la lasciano più vuota e sola che mai.

Tuttavia, c’è una differenza sostanziale tra le due sorelle; Elf non vuole vivere. Elf vuole morire, come suo padre, uscito un giorno di casa per andare a buttarsi sotto un treno. Tra un tentativo di suicidio e l’altro – ciascuno più disperato e distruttivo – Elf chiede a Yoli di aiutarla: vuole andare in Svizzera, vuole optare per l’eutanasia, vuole porre fine a quel dolore insopportabile, a quella totale incapacità di vivere. Vuole smettere di soffrire. Vuole essere salvata dalla persona che più la ama al mondo e le è complementare.

Come si fa ad aiutare una persona amata a morire? Mi viene in mente il bellissimo, lacerante racconto di Poissant, Come aiutare tuo marito a morire: tuttavia, il marito in questione è gravemente malato di cancro, mentre Yoli spera ancora di riuscire a salvare la sua Elf adorata, portandola via con sé, a Toronto. Cercando di portarla al sicuro, al sicuro dalla vita, salvandola da se stessa.

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Elf sente troppo: ogni emozione, ogni sentimento viene amplificato e la lascia esausta. Ogni nota va a suonare quel pianoforte di vetro che alberga dentro il suo stomaco, che potrebbe andare in pezzi ogni istante, distruggendola. Elf sente sulla sua pelle, dentro il suo stomaco quel male di vivere che Montale ha eternato nei suoi versi:

“Spesso il male di vivere ho incontrato

 era il rivo strozzato che gorgoglia

 era l’incartocciarsi della foglia

 riarsa, era il cavallo stramazzato.

 Bene non seppi, fuori del prodigio

 che schiude la divina Indifferenza:

 era la statua nella sonnolenza

 del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.”

Tutto l’amore del mondo – quello di Yoli, quello incondizionato di Nic, quello di sua madre, che è una vera e propria fortezza, quello dei suoi nipoti, quello del suo agente, quello dei suoi ammiratori – nulla può contro il dolore e il desiderio di morte di Elf.

Ho amato il personaggio di Nic: non ha paura della malattia di Elf, non prova nemmeno una volta il desiderio di scappare, è sempre pronto a raccogliere i pezzi e a ricominciare, grato di ogni nuovo giorno accanto alla compagna, di cui non stigmatizza né banalizza la sofferenza del corpo e dell’anima. Quando Nic vede Elf, non vede solo la sua depressione, la sua incapacità di continuare a vivere, il suo folle, esacerbato desiderio di morte: vede la luce di Elf, tutta quella luce che gli altri non riescono a vedere. La sua sensibilità di farfalla, la fragilità di chi è oppresso dalla presenza di un pianoforte di vetro nello stomaco, che soffoca le note dell’anima. Come Esther de La campana di vetro, anche Elf è una ragazza di cristallo; e la Towes è coraggiosa quanto la Plath, raccontando sotto forma di finzione la sua storia, la storia della sua famiglia, martoriata dalla depressione.

Nic, anche nel peggiore dei momenti, anche quando la sua bellissima, complicata ragazza di cristallo gli scivola dalle mani, guarda in faccia la madre di Elf e la ringrazia di averla messa al mondo, insieme a tutti i suoi piccoli, grandi dispiaceri.

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Miriam Toews, foto di Teri Pengilley per The Guardian

I don’t remember what I am. I am what I dream. I am what I hope for. I am what I don’t remember. I am what other people want me to be. I am what my kids want me to be. I am what Mom wants me to be. I am what you want me to be”.

(All My Puny Sorrows, Faber&Faber, in italiano I miei piccoli dispiaceri, pubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di M. Balmelli)

 

Soundtrack: Blue, Joni Mitchell

E se Purity non l’avesse scritto Franzen? (Impressioni di lettura alternative)

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Avete intenzione di leggere Purity, l’ultima fatica letteraria del tanto discusso Jonathan Franzen (per gli amici Franzie)?

Vi darò lo stesso consiglio che vi ho dato quest’estate per l’altrettanto dibattuto Go Set A Watchman di Harper Lee: spegnete il computer, disattivate il 4G, mantenetevi lontani da Twitter, evitate come la peste Goodreads. Rifuggite dal flusso apocalittico di recensioni che stanno infestando il web, e, se ne avete letta qualcuna, dimenticatevela. Insomma, sospendete il giudizio, onde evitare di corrompere la vostra lettura con visioni preconcette e distorte.

Già che ci siete, mettete anche un attimo da parte l’annosa questione dell’Internet e dei social media: ci ritorniamo, eh. Nel frattempo, mettetevi comodi e godetevi quello che Purity è veramente: un romanzo meravigliosamente scritto. Non rischiate che l’autore diventi più grande dell’opera: immaginate che lo scrittore sia un anonimo esordiente, un Pinco Pallo qualunque.

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Il segnalibro è un regalo di Peekabook.it

Se mi seguite su Twitter, saprete che da settembre mi sono imbarcata in un personalissimo triathlon letterario (ribattezzato #franzethon): Le correzioni, Purity e Freedom (si, in quest’ordine). I motivi sono due: avevo solo letto estratti e articoli di Franzie, e già da tempo volevo rimediare; la tempistica era poi particolarmente opportuna, dato che il 18 ottobre Franzie sarà qui a parlare di Purity (e io, ovviamente, sarò tra le prime file, pronta a lanciargli il mio bigliettino da visita e a dichiarargli la mia infatuazione per lui). Sì, perché durante il mio franzethon (ho da poco cominciato Freedom) mi sono innamorata di Franzie, e della sua incredibile abilità di tratteggiare i suoi personaggi, di scavare dentro di essi ed estrapolarne i segreti più reconditi e impensabili, per far arrivare il lettore, in maniera quasi maieutica, a capire le ragioni dietro comportamenti anaffettivi, irrazionali, apparentemente privi di fondamento o di logica.

Tanto per cominciare, Purity è questo: una collezione di umanità spezzata, sofferente, esacerbata dalla ricerca di onestà, dall’ambizione alla purezza, e dalla frustrante impossibilità di raggiungere entrambe le condizioni.

C’è Purity (Pip) Tyler: una ragazza mediamente carina, mediamente intelligente, mediamente interessante, cresciuta in California con una madre misteriosa e iperprotettiva, innamorata di un uomo sposato, più grande di lei, col quale vive in una squallida casa condivisa di proprietà dell’instabile Dreyfuss. Pip ha sulla coscienza $130,000 di debiti studenteschi e il desiderio irrinunciabile di scoprire l’identità di suo padre. Si lascia così convincere da Annagret, un’affascinante tedesca, a partire per la Bolivia e fare uno stage per il Sunlight Project, una fosca organizzazione dedicata alla trasparenza dell’informazione che potrebbe aiutarla a ritrovare suo padre. Conosce così Lui, l’uomo del momento, il carismatico leader del Sunlight, l’uomo più onesto del mondo che lotta per la verità e solo per la verità, uno degli esseri più puri mai esistiti: Andreas Wolf. Anche se allo stesso Andreas e al suo esercito di groupie, rigorosamente donne, fa comodo credere all’irreprensibile reputazione di questo cavaliere senza macchia e senza paura, la realtà non è (quasi) mai quella che si vede: Andreas è un uomo tormentato, che ha costruito la sua carriera di dissidente e la sua fama mediatica quasi per caso, nel tentativo di liberarsi del legame semi-incestuoso con sua madre, che l’ha legato per bene alle sue gonne grazie a una fitta rete di menzogne, nascondendogli la sua infermità mentale e la vera identità di suo padre. Andreas diventa un adolescente arrabbiato, ossessionato dalla masturbazione e dai suoi disegni di donne bellissime e sensuali che elimina subito dopo l’atto, nel tentativo di esorcizzare sua madre e al tempo stesso di mantenerne intatta la purezza genitoriale.

Ai suoi primi tentativi di ribellione, Andreas, il cui padre/patrigno è una personalità di spicco nella Repubblica Democratica Tedesca, viene allontanato da casa e, dopo la pubblicazione di un paio di poesie pornografiche e un’intervista davanti agli archivi segreti della Stasi, presi d’assalto da un gruppo di dissidenti, viene etichettato come loro leader e raggiunge un’improvvisa – e indesiderata – fama mediatica. Il suo sopralluogo negli archivi della Stasi, la sua determinata ostinazione a far venire fuori la verità, nasce dalla necessità di proteggersi, di proteggere il suo segreto: ha ucciso un uomo, apparentemente per proteggere la bella Annagret, di cui è infatuato, ma di cui si stufa ben presto, perché incapace di amare; la verità è che la sua sete di uccidere risponde al desiderio di sangue del suo alter ego, The Killer, un concentrato di rabbia ancestrale e di desideri incontrollabili che a tratti si impossessa di Andreas, condannandolo a un’eterna lotta col desiderio di morte, con la voglia di uccidere sua madre, le donne che gli stanno intorno, la stessa Purity. Andreas è l’incarnazione di questo rapporto di amore-odio con Internet e i social media di cui si è tanto parlato: si avvicina al web per la pornografia, ma poi scopre che la sua persona pubblica – e social – è migliore del suo se stesso tridimensionale; quello che è un labirinto di dolore, sofferenza, rabbia, bugie e follia diventa, nei social e nella rete, il filo d’Arianna che lo conduce a un Andreas Wolf leader carismatico, paladino della verità tutta la verità nient’altro che la verità, fondatore del Sunlight project, che gli procura anche un bel po’ di denaro e svariate ammiratrici/finanziatrici con cui andare a letto.

Fino all’arrivo di Pip, l’unica che sembra capace di redimerlo attraverso un legame di sottomissione assoluta a lui; ma Pip, che pure si rivela misteriosamente attratta dalla parte più torbida di Andreas, dalle sue mani di assassino, alla fine scappa, e diventa solo una pedina per disinnescare un’altra di quelle bombe ad orologeria che rischiano di profanare la santità di Andreas.

franzie 2Tom Aberant (il cui cognome è tutto un programma) è un giornalista vecchio stampo dall’etica professionale integerrima. Crede nei reportage fatti sul campo, nel giornalismo vecchio stile, nelle nottate insonni passate a scrivere pezzi per essere certi che diventino scoop; non crede invece che i social e i vari WikiLeaks e i blogger e gli influencer possano del tutto sostituire questo tipo di giornalismo. Anche l’incorrotto e incorruttibile Tom nasconde un paio di segreti: ha aiutato Andreas ad occultare le prove del suo omicidio. Non ha mai smesso di amare, o meglio, di essere ossessionato dall’ex moglie, l’eccentrica, instabile Anabel, scomparsa da più di vent’anni senza lasciare traccia. Ha una figlia che non conosce, ma che è molto più vicina a lui di quanto potrebbe immaginare. Il pilastro della sua vita, la sua collega e compagna Leila, è sposata con un alcolizzato disabile che non ha il coraggio di abbandonare, anche perché abbandonarlo significherebbe rassegnarsi a essere la seconda donna nella vita di Tom dopo l’eterna, eterea Anabel.

C’è la madre di Pip, che afferma di chiamarsi Penelope Tyler ed essere povera in canna. O forse è una ricca ereditiera, e la vita che si è costruita è una gigantesca menzogna? In ogni caso, la madre di Pip è uno dei personaggi più affascinanti del romanzo. Si rifiuta ostinatamente di riconoscere (e di vivere) la realtà e vive nel suo mondo di finzioni, una bambina intrappolata in un corpo da grande, che concepisce Purity con un unico scopo: creare un essere perfettamente puro (da qui il nome) da amare in maniera perfetta, assoluta e continua, e da cui essere amata allo stesso modo. Cosa che Pip fa, fino a un certo punto, come viene fuori da uno dei pezzi più belli del romanzo:

The cabin was dark. Inside it was the sound of her childhood, the patter of rain on a roof that consisted only of shingle and bare boards, no insulation or ceiling. She associated the sound with her mother’s love, which had been as reliable as the rain in its season. Waking up in the night and hearing the rain still pattering the same way it had when she’d fallen asleep, hearing it night after night, had felt so much like being loved that the rain might have been love itself.

(Il bungalow era buio. Dentro c’erano i suoni della sua infanzia, il picchiettio della pioggia su un tetto fatto solo di tegole e travi nude, senza isolamento o soffitto. Associava quel suono all’amore di sua madre, affidabile come la pioggia durante la sua stagione, Svegliarsi nel corso della notte e ascoltare quel ticchettio continuo, identico al suono che l’aveva fatta addormentare, notte dopo notte, le faceva sentire così tanto di essere amata che la pioggia avrebbe potuto identificarsi con l’amore stesso).

A un certo punto, tuttavia, le bambine crescono e giunge il momento di affrontare la realtà. Pip chiede alla madre di demolire la loro vita di finzioni e bugie e di ricominciare da zero, costruendo un rapporto paritario; Franzen la ricompensa con un finale degno di Grandi speranze, un trust fund e un ragazzo -James – che per una volta non ha il doppio dei suoi anni, con cui camminare verso il tramonto (o sotto le torrenziali piogge californiane, in questo caso).

Avete capito allora qual è il fascino di Purity? Ogni parte è dedicata a un personaggio, e sta al lettore mettere insieme i pezzi del puzzle. Ogni parte è uno straordinario affresco di umanità deforme e sconsolata, destina all’annullamento del sé finché costretta a vivere nella negazione del sé.

La geografia si sposta dalla Germania dell’Est alla Berlino pre e post caduta muro, dalla California a Denver, dal Belize alla Bolivia. Franzen abbraccia un’incredibile varietà di tematiche, dalla doppia faccia dei social media all’onestà intellettuale, dalla persona virtuale alla persona reale, dal sottilissimo confine tra verità e menzogna alla pazzia, dal suicidio agli istinti più brutali nascosti nella parte oscura di ognuno di noi, dalla famiglia all’amore, dal sesso alla morte, dall’ossessione alla fama. Da questo punto di vista, credo possa dirsi il suo romanzo più compiuto, che spazia dalla storia del crollo dell’ex-URSS a WikiLeaks e Assange, filtrando il vissuto storico e i cambiamenti sociali attraverso gli occhi di un’incredibile, variegatissima galleria di personaggi.

Durante la lettura mi sono creata una playlist di accompagnamento: la condivido con voi, e aspetto i vostri suggerimenti per migliorarla ed arricchirla.

Ve l’ho già detto che mi sono innamorata di Franzen, vero?

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Consiglio di lettura: un buon Pouilly-Fumé

Non abbiate paura della tenerezza, parola di Dorothy Parker

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Modeling coat by glass door, 1949, Genevieve Naylor

Non avevo mai letto Dorothy Parker prima. Da quello che avevo letto su di lei mi aspettavo soda caustica, una prosa abrasiva e pungente, venata di sarcasmo.

Invece, le storie che fanno parte della raccolta Dal diario di una signora di New York , pubblicata da Astoria nella traduzione di Chiara Libero, mi hanno sorpreso. Sono storie di donne, scritte da una donna, scritte per le donne. La Parker si fa portavoce di un’intera generazione di fanciulle newyorchesi alle quali è stato insegnato che è necessario aver paura della tenerezza, nascondere accuratamente la propria personalità, i propri desideri e i propri bisogni, vestendo ogni giorno una maschera fatta di trucco e convenzioni sociali, capelli cotonati e ipocrisia.

Le donne di Dorothy Parker sono forti ma si fingono fragili, sono insicure ma si fingono dolci, sono ribelli e arrabbiate ma si fingono remissive. Sono teatranti, attrici ormai esperte, convinte che l’unico modo per vivere ed essere accettate, amare ed essere amate sia ricorrere a trucchi e belletti, orpelli e mistificazioni. Farsi vedere diverse da quello che si è e il passe-partout per fare parte della società di New York.

Chissà poi cosa c’è di tanto sbagliato nell’essere sentimentali. La gente è così sprezzante nei confronti delle emozioni. “Ah, non mi beccherai mai seduta qui tutta sola a rimuginare”, dicono. “Rimuginare”: dicono così per indicare il ricordo, e sono fieri di non ricordare. Strano come si inorgogliscano delle loro manchevolezze. “Non prendo mai nulla sul serio,” dicono. “Nessuna persona può essere tanto importante per me.” E perché, perché mai credono di essere nel giusto?

Già, perché mai si crede di essere nel giusto? È un messaggio più che mai attuale, in un mondo che tende ad etichettare tutte le storie d’amore come chick-lit o rom-com. In un mondo che si è dimenticato quanto sia dannatamente difficile parlare veramente d’amore, come ci ricorda Carver.

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Le signore newyorchesi della Parker cercano di sopravvivere a tempeste più o meno disastrose, navigando mari agitati senza scialuppa salvagente: c’è chi aspetta una telefonata che non arriva, ma esita ad alzare la cornetta, nella paura di risultare poco femminile, troppo insicura, troppo appiccicosa. Troppo sbagliata.

Sarò come quando ci siamo conosciuti. Forse così gli piacerò di nuovo. Da principio ero la dolcezza in persona. Oh, com’è facile essere dolci con qualcuno, prima di innamorarsene.

L’unico modo per riuscire ad essere accettata, per sperare di essere amata è fingere: non dire mai quello che si pensa veramente, sorridere quando si vorrebbe piangere, fare le fusa quando si vorrebbe affilare gli artigli.

A loro non piace sentirsi dire che ti hanno fatto piangere. A loro non piace sentirsi dire che sei infelice a causa loro. Altrimenti ti credono possessiva ed esigente. E allora sì che ti detestano! Non sopportano di sentirsi dire quel che davvero provi. Bisogna sempre stare lì a fare i giochetti. Oh, se solo non dovessimo farlo. Credevo che questa storia fosse abbastanza solida da permettermi di dire tutto quel che avevo in mente. Mah, probabilmente non accade mai. Immagino nessuna storia sia mai abbastanza solida da permetterlo.

C’è chi aspetta che l’uomo di cui è innamorata smetta di uscire con mezza New York e non abbia occhi che per lei. C’è chi aspetta un marito che se n’è andato, trovando conforto nelle fandonie di una soi-disant psicologa. C’è chi aspetta un bimbo, e cerca di mettersi in contatto con un padre che non ne vuole sapere. C’è chi coltiva ambizioni artistiche e teatrali e aspetta che il marito la sorprenda. Tutte queste donne aspettano: che qualcuno torni, che qualcosa cambi.

Harper’s Bazaar 1950 photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Fino ad arrivare alla protagonista del racconto che dà il nome alla raccolta, un’anonima signora della New York bene che cerca di annegare monotonia e solitudine nei fiumi d’alcool di un’esistenza apparentemente brillante, fatta di feste, spettacoli, cene in posti alla moda e problemi insormontabili, tipo un’unghia rotta o lo smalto del colore sbagliato.

Tutte queste donne vivono in condizioni di estrema solitudine e alienazione, da sé e dagli altri: le loro controparti femminili non si rivelano molto migliori di quelle maschili, dedite a un’amicizia che altro non è pietoso e superficiale adempimento delle convenzioni sociali della New York bene. Il quadro che la Parker dipinge richiama alla memoria echi di Edith Wharton, in un mondo dove l’amore è del tutto passé, sostituito da matrimoni di convenienza e tante, troppe bugie.

Penserò a qualcosa di diverso. Me ne starò seduta qui zitta e buona. Se solo ci riuscissi. Se potessi starmene zitta e buona. Forse potrei leggere. Ma no, tutti i libri parlano di persone che si amano, sinceramente e dolcemente. Ma perché diamine scriveranno cose del genere? Non lo sanno che non è vero? Non lo sanno che è una bugia, una dannatissima bugia? Ma perché diavolo ne devono parlare, quando sanno benissimo che fa stare male? Maledetti, maledetti, maledetti.

In una società in cui è difficile, se non impossibile, essere accettata e amata per quello che si è, mi piace pensare che il messaggio di Dottie sie questo: non abbiate paura della tenerezza. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di parlare d’amore. Non abbiate paura di amare, come sapete farlo, senza regole né trucchi né inganni. Forse resterete sole, ma almeno potrete guardarvi allo specchio e riconoscervi, senza dover lavare via, una volta rimaste sole, strati di stucco, di cerone, di belletto. Non abbiate paura di mostrarvi troppo forti o troppo fragili. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di non essere prese sul serio.  E se la verità fosse che non gli piacete abbastanza, tant pis: quantomeno piacerete a voi stesse. O almeno ci proverete.

Dal diario di una signora di New York, Dorothy Parker, Astoria, trad, a cura di Chiara Libero

Soundtrack: Hope I don’t fall in love with you, Tom Waits

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Volevamo cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi: Gli anni al contrario di Nadia Terranova

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Aurora e Giovanni: due vite, piccole, apparentemente semplici, complicate nella loro unicità e individualità.

Un’eredità di famiglia scomoda, un cognome che entrambi vorrebbero dimenticare.

Un amore, nato all’università sui libri di filosofia e bruciatosi troppo in fretta.

Un impegno politico che li accomuna e li divide al tempo stesso. Una figlia, Mara, venuta al mondo all’improvviso, gli occhi come due pozzi neri senza fondo il cui sguardo incute timore e riverenza.

La bambina nacque con enormi pupille nere e fissò tutti con aria interrogativa. L’avvocato e il fascistissimo convennero su un punto: uno in tribunale e l’altro in carcere avevano incontrato mafiosi e assassini, eppure nessuno li aveva spaventati allo stesso modo.

“Lo sguardo di questa picciridda mi inquieta più di quello dei delinquenti, almeno loro parlano! Certo, meno di quello del mio professore di matematica quando mi doveva interrogare” aggiunse l’avvocato soddisfatto, e tutti risero.

La loro storia di coppia, le loro storie individuali si trovano presto a fare i conti con l’incalzare assordante della Storia: le proteste studentesche, l’incedere delle Brigate Rosse, il caso Moro, la morte di Peppino Impastato, in un mondo al contrario che sembra esigere il sacrificio di sangue di una rivoluzione. Aurora e Giovanni si ritrovano a lottare da soli, cercando di volta in volta di far parte della Storia o di schivarla, per isolare la propria, di storia, con la s minuscola, e viverla con tutta la rabbia, il dolore, l’amore e la solitudine che ne conseguono.

L’amore di Aurora e della piccola Mara non sembra mai abbastanza all’inquieto, tormentato Giovanni, che passa da un’assuefazione all’altra: la militanza politica, una brevissima incursione nel terrorismo, l’alcool, droghe sempre più forti, sempre più alienanti, capaci di rendergli tollerabile la sua inadeguatezza, di portarlo giù, in un oblio profondo e compassionevole.

Se Giovanni è una trottola impazzita e imprevedibile, Aurora sta ferma: si prende cura di Mara, cerca di corononare il sogno di diventare ricercatrice universitaria, e aspetta, eternamente aspetta.

Aurora cerca di fortificare quel poco che hanno, di salvare quel poco che rimane dopo l’ennesima lite, l’ennesima separazione, aggrappandosi a un ricordo, un attimo, una notte d’amore in spiaggia; Giovanni la accusa di delimitare, mentre lui vorrebbe costruire, anche se non gli è ben chiaro cosa.

Giovanni si è inesorabilmente perso: non sa chi è, non si riconosce allo specchio, che gli rimanda l’immagine di un uomo più magro e più vecchio, dagli occhi vacui. Non riesce a trovare il suo posto nel mondo e ad assegnarsi uno scopo, una fine, un ruolo: l’amore della sua piccola famiglia non gli è sufficiente.

La loro storia è un contenitore delle vicissitudini di due solitudini, destinate ad amarsi disperatamente da lontano senza mai incontrarsi, due rette parallele su un piano infinito, destinate a non trovare mai pace insieme.

Quando il peso della Storia (e della loro storia) diventa eccessivo e l’amore non è abbastanza, Aurora e Giovanni si ritrovano a fare i conti con una sconfitta vecchia di anni: anni vissuti al contrario, bruciati in fretta, dati in pasto all’esuberanza giovanile, senza mai conoscersi poi davvero, o capirsi fino in fondo.

Cara Aurora,

sono passate tre settimane. Le ho contate anche se qui il tempo è un’isola, come avevo provato a spiegarti.

Quello che mi hai chiesto ha messo a soqquadro i ricordi, che del resto ognuno vive a modo suo. Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi.

Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi. Se non ci fosse stata Mara ci saremmo persi subito, ma almeno non avremmo continuato a incolparci per le nostre solitudini.

Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario. Abbiamo avuto una casa, una figlia, una laurea senza sapere che farcene, e ora che lo sappiamo ci stiamo già dividendo le briciole. Ci saluteremo da balconi e finestrini d’auto portando e prendendo Mara da un posto all’altro, finchè lei non se ne andrà per la sua strada e allora ci incontreremo alla sua laurea e al suo matrimonio. Avremo un nuovo marito e una nuova moglie e non ripeteremo gli stessi sbagli perchè avremo imparato dall’esperienza, che poi è la somma di tutte le cazzate fatte.

(…) Visto che lo desideri firmeremo la separazione, però prima scrivimi una lettera, perchè ancora oggi, quasi dieci anni dopo averla incontrata e con la certezza di averla amata, non so chi sia Aurora Silini.

Chi sia Aurora non lo sa nemmeno lei: bambina testarda che si nascondeva in bagno a studiare, per sfuggire con l’eccellenza alla convenzionale esistenza dei genitori, giovane pacatamente ribelle, studentessa entusiasta, poi mamma di Mara.

Il mondo mi ha confusa e tu sei stato il primo ad avermi sorriso.

Credevamo di cambiare il mondo invece il mondo ha cambiato noi, esclama con amarezza e disincanto Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores) in C’eravamo tanto amati, celeberrimo film di Scola. Di fronte al peso delle vicende, di quegli eventi che cambiano una persona in maniera irrevocabile, nemmeno l’amore con i suoi mille splendori riesce ad essere una forza salvifica, almeno non fino in fondo. E ci si ritrova ingabbiati in una specie di solitudine fatta di ricordi, di se e di forze, cose mai fatte e parole mai dette. E niente è più uguale a prima.

Gli anni al contrario, Nadia Terranova, Einaudi

Soundtrack: Per dirti t’amo, Pierangelo Bertoli

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