Le notti bianche

Le notte bianche di Luchino Visconti (1957)
Una notte d’amore è un libro letto in meno… – Honoré de Balzac
..Fu creato forse allo scopo di rimanere vicino al tuo cuore, sia pure per un attimo?…
                        (Ivan S. Turgenev)

A volte ritornano. Quelle notti in cui si fa a pugni con la stanchezza e l’impossibilità di addormentarsi. In cui il sonno, atteso lungamente e allontanato durante la giornata a colpi di caffè, non si decide proprio a presentarsi. In cui il tempo si dilata o si contrae, e si perde il senso della realtà, e la lancetta dell’orologio ruota in senso antiorario.
Pensieri piccoli e grandi. Preoccupazioni triviali e dubbi esistenziali. Passato presente e futuro. Speranza e paura. Ricordi remoti e sensazioni vicine. Vuoti e voragini. Tutto questo e molto altro crea una corazza di difesa contro il sonno, e a nulla valgono i rituali per conciliarlo, a nulla valgano le docce tiepide, le tisane, i libri sul comodino, il Moleskine in cui annotare pensieri passeggeri per sentirsi più leggeri.
In una notte come queste, ho ripreso in mano il bellissimo racconto Le notti bianche di Dostoevskij, e mi sono lasciata avvolgere nuovamente dall’incanto del sognatore, incapace di scendere a patti con la realtà, di abbandonare la sua finzione dorata e semplicemente vivere. Mi sono commossa per l’ingenuo dolore di Nàstenka, la fanciulla che vive legata alle gonne della nonna da uno spillo, e attende un uomo che l’ha portata per la prima volta all’Opera a vedere Il Barbiere di Siviglia e quando lei, distrutta dalla notizia del suo trasferimento, si  presenta nel suo appartamento munita di fagottino per scappare con lui, le promette di tornare dopo un anno esatto, di sposarla, di portarla via con sè, di liberarla dalla sua schiavitù..

Quattro sono le notti che Nàstenka ed il sognatore passano insieme, aspettando. Qualcuno, qualcosa. Nàstenka aspetta il suo Lui, sempre più trepidante, ebbra di sogni, tremante di insicurezza; il sognatore cerca di cogliere appieno la prima opportunità di vita vera che gli si è presentata, talmente impegnato ad innamorarsi di lei, così angelicata e al tempo stesso così reale, perfetta incarnazione di quell’ideale tanto a lungo sognato, da non accorgersi che lei non è sua, non potrebbe mai esserlo nemmeno se Lui non si presentasse, perchè è tutta di Lui, dell’altro.

Bellissime le parole con le quali il sognatore rivela la sua essenza a Nàstenka, quando nel corso dell prima notte la fanciulla lo taccia di impazienza:

Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno.

Sicuramente domani ritornerò qui, proprio qui, in questo posto, e proprio a quest’ora, e sarò felice ricordando quello che è successo. Già questo posto mi è caro. A Pietroburgo esistono già due o tre di questi posti. Una volta mi sono messo persino a piangere al ricordo, come voi… Perché forse, chissà, anche voi, dieci minuti fa, piangevate per un ricordo… Ma perdonatemi, ho divagato di nuovo; voi, forse, una volta siete stata qui particolarmente felice….

Quando, nel corso della quarta notte, Lui non si presenta, Nàstenka si dichiara pronta, al culmine della sua giovanile ed esausta delusione, a trasferire il suo affetto da lui al sognatore…fosse facile!
Quando si incamminano verso casa, Nàstenka e il sognatore, Lui arriva. Lei lancia un grido, ed è subito tutta sua. Di nuovo. Probabilmante perchè lo era sempre stata.

Il mattino, tuttavia, non porta amarezza e rancore nel cuore del sognatore:

Non pensare, Nasten’ka, che io ricordi la mia umiliazione, né che voglia oscurare la tua serena e calma felicità con una nube scura.

Non pensare che voglia rattristare il tuo cuore con amari rimproveri, che voglia addolorarlo con un rimorso segreto, che voglia renderlo melanconico nel momento della beatitudine, che voglia strappare uno solo di quei teneri fiori che tu hai intrecciato tra i tuoi riccioli neri quando, insieme a lui, sei andata all’altare… Oh! mai, mai! Che il tuo cielo sia sereno, che il tuo sorriso sia luminoso e calmo! Sii benedetta per quell’attimo di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore, solo, riconoscente!

Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! E’ forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?

Nelle sue notti bianche, il giovane Dostoevskij vaga per le strade di San Pietroburgo alla ricerca di se stesso. Nàstenka aspetta il suo futuro sposo, e spera. Il sognatore aspetta che arrivi il suo momento di innamorarsi, e vivere.

Forse se le mie notti sono bianche non è colpa dell’insonnia, e il rimedio non sarà un qualche intruglio di passiflora e valeriana. Forse anch’io sono alla ricerca di qualcosa. Un’occasione perduta ma mai dimenticata. Una seconda possibilità. Un modo di riscattarmi, di buttare via tutta la pesantezza del mio essere e volare via leggera. Di cancellare tutte le cose che non vanno and start from scratch.

Forse anch’io aspetto qualcuno. Forse un Nininho distratto che da troppo tempo si dimentica di farmi visita o forse, più semplicemente, la parte migliore di me stessa.

Sta di fatto che queste notti bianche, ben diverse dalle notti in bianco, ci logorano dentro. E l’alba ci sorprende tramortiti all’angolo del ring dopo aver perso ancora una partita di boxe.
E il fiorire del mattino ci trova pulcini infreddoliti, spettinati e bagnati, appena nati ma che hanno già perso la strada per tornare al loro nido.

Marcello Mastroianni e Maria Schell in un’intensa scena de Le notti Bianche di Visconti

E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare.

E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare.
E per addormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce, e basta una goccia in più perché il liquido si sparga per terra e si allarghi a macchia e si perda.

Antonio Tabucchi, Si Sta Facendo Sempre Più Tardi

La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro

Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di metter su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo.

Quanto non vorrei aver letto i giornali, tardi, con un’emicrania battente, e aver letto della scomparsa di Tabucchi.

Ho letto Sostiene Pereira per la prima volta tanti anni fa. La prima cosa che mi ha colpito del romanzo sono state le parole di Lalla Romano, sul retro della mia edizione economica: “E’ possibile che un libro, un romanzo metta a disagio perchè sembra troppo bello?Troppo, non perchè sospetto di voler piacere, ma proprio nel senso che si fa amare senza riserve”.
Incuriosita, ho cominciato a leggere. Ed è stato amore a prima lettura. Attraverso Tabucchi e il suo Requiem ho scoperto Pessoa, ho scoperto le sue Lettere alla fidanzata, ho scoperto Ophelinha.
E’ iniziato così il mio amore per il Portogallo e la letteratura portoghese.
Un po’ di mesi fa, ho trovato due suoi articoli negli archivi storici del Corriere: Pessoa in ginocchio da Ofelia e Amori veri e amori ridicoli. E mi sono tornate in mente tante cose: i pomeriggi bui in biblioteca, il viaggio a Lisbona accuratamente pianificato, quella storia d’amore che mi aveva tanto colpito. Avevo bisogno di scrivere. Avevo bisogno di evadere. Ed è nata Ophelinha, e la mia Neverland è diventata una Lisbona assolata e decadente, infestata dal fantasma di un ometto pallido con gli occhiali rotondi ed il cappello nero a falde. Un ometto dalla personalità a dir poco ingombrante, dato che, a seconda dei giorni e dell’uomore, poteva essere il dottor Reis, o il poeta bucolico Alberto Caeiro, o scrivere di desassossego nelle vesti del modesto impiegato Bernardo Soares.
Gli scrittori continuano a vivere finchè li leggiamo, ha dichiarato Ines Pedrosa, direttrice della Fondazione Pessoa, in occasione della scomparsa dello scrittore italiano che tanto amava il Portogallo.
Mi sembra la dichiarazione d’amore più bella tra le tante – a volte troppe – parole scritte oggi.


“le ragioni del cuore sono le più importanti,bisogna sempre seguire le ragioni del cuore, questo i dieci comandamenti non lo dicono, ma glielo dico io, comunque bisogna stare con gli occhi aperti,
nonostante tutto, cuore, sì, sono d’accordo, ma anche gli occhi bene aperti…”
(Pereira a Monteiro Rossi, Sostiene Pereira) 

Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville a Virginia Woolf

Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi.
Perché le donne sono tanto più interessanti per gli uomini che gli uomini per le donne?

Virginia Woolf

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21 gennaio 1926

Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Avevo composto per te una bellissima lettera, nelle ore da incubo della mia notte insonne, ed è sfuggita: mi manchi e basta, in un modo molto semplice, disperato e umano. Tu, con tutte le tue lettere non mute, non scriveresti mai una frase elementare come questa; forse non la sentiresti nemmeno. Tuttavia credo che ti accorgerai di un piccolo vuoto. Ma lo rivestiresti di una frase tanto squisita che perderebbe un po’ della sua realtà. Mentre per me è una cosa fortissima: mi manchi ancor più di quanto credessi: ed ero pronta, a sentire la tua mancanza, e molto. Così, in realtà, questa lettera è solo uno strillo di dolore. E incredibile quanto sei diventata essenziale per me. Suppongo che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere. Maledetta te, creatura viziata; non riuscirò a farmi amare di più, da te, scoprendomi così — ma oh mia cara, non posso essere furba e scostante, con te: ti amo troppo, per farlo. Troppo sinceramente. Non hai idea di quanto possa essere scostante, con la gente che non amo. Ne ho fatta un’arte raffinata. Ma tu hai abbattuto le mie difese. Non che ne sia davvero risentita.
Comunque, non ti tedierò oltre.
Siamo ripartiti, il treno balla di nuovo. Dovrò scrivere dalle stazioni – che per fortuna nella pianura lombarda sono molte.
Venezia. Le stazioni erano molte, ma non avevo calcolato che l’Orient Express non si ferma. Ed eccoci a Venezia per dieci minuti soltanto, ben poco tempo per tentare di scrivere. Neanche il tempo per comprare un francobollo italiano, quindi dovrò imbucare a Trieste.
In Svizzera le cascate erano gelate, dure tende di ghiaccio iridescente appese alla roccia; molto bello. E l’Italia tutta ammantata di neve.
Stiamo per ripartire. Dovrò aspettare fino a Trieste, domattina. Per favore perdonami di aver scritto una lettera così infelice.

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The Bloomsbury Group, Rory Midhani

La lettera di cui parliamo oggi è stata scritta da Vita Sackville-West, eccentrica, aristocratica scrittrice inglese, nota per la sua liaison con la celeberrima Virginia Woolf.

Victoria Vita Mary Sackville, la poetessa giardiniera, era moglie del diplomatico Harold Nicolson.

I due erano entrambi membri del celebre Bloomsbury group, un circolo di artisti e scrittori sviluppatosi in Inghilterra, proprio nel quartiere londinese di Bloomsbury. Ne facevano parte, tra gli altri membri, Virginia e Leonard Woolf, l’economista John Maynard Keynes e sua moglie, la ballerina russa Lydia Lopuchova. Sebbene il gruppo sia infatti conosciuto soprattutto come circolo letterario, gli interessi dei suoi membri spaziavano dalla poesia alla danza, dall’economia alla prosa, dalle arti plastiche agli studi sociali, dalla musica al giardinaggio.

Il gruppo, tra le altre cose, ospitava diversi membri omosessuali, e, quasi come regola tacita, i suoi aderenti avevano diverse relazioni con più di un partner di entrambi i sessi.

In questo contesto bohèmien si inquadra la relazione tra Vita e Virginia.

Vita oggi probabilmente è conosciuta prevalentemente per le sue avventure omosessuali e per il suo carteggio con la Woolf; ai suoi tempi, più che per la sua produzione letteraria, era nota per la sua passione per il giardinaggio. Nel 1946 era diventata collaboratrice dell’Observer, curando una rubrica di giardinaggio che ebbe all’epoca una forte influenza sulla cura dei giardini nella societa inglese.

È stata inoltre in prima persona foriera dell’architettura paesaggistica: ha ideato e curato infatti insieme al marito il giardino del castello di Sissinghurst, nel Kent, che oggi è il più visitato in Inghilterra ed è di proprietà del National Trust.

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Virginia Woolf si è ispirata a lei per il romanzo Orlando, in cui emerge la Vita più vera, quella che Virginia ha intuito, amato e ritratto appassionatamente.
Solo una scrittrice che possedeva la grazia, la profondità e la delicatezza di Virginia poteva ideare un libro come Orlando. Un romanzo scintillante, in cui un giovane aristocratico cinquecentesco, coraggioso e melanconico, aspirante poeta, soffre del crudele tradimento di una graziosa e volubile principessina russa fino a diventare, verso il 1700, ambasciatore in Persia e tramutarsi, dopo un misterioso sonno, in una fanciulla, dopo aver conosciuto i personaggi più incredibili: la regina Elisabetta I, poeti, commediografi, naviganti, osti di taverne, prostitute, dignitari, principi, zingari, musici.

Il 28 marzo 1941, Virginia si suicida. Vita scrive il suo addio alla sua “adorata creatura”:

 

“Quella mente stupenda, quello spirito stupendo… Insisto a credere che avrei potuto salvarla se solo fossi stata sul posto e avessi saputo lo stato mentale in cui stava affondando”.

(da Cara Virginia. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf, La Tartaruga, 1985, pagine 452).

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Keep calm and find yourself a Mr Darcy

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Lo confesso: due sono i libri che ho letto e riletto, in lingua originale e traduzione, fino a consumarli: Wuthering Heights (Cime tempestose) e Pride and Prejudice (Orgoglio e pregiudizio).
Avendo già parlato delle vicissitudini appassionate e tormentate di Cathy e Heathcliff qualche giorno fa, ho deciso di regalarmi una serata austeniana in piena regola…e mi sono ritrovata, nell’ordine:
– a prendere un tè con Jane nel bellissimo blog omonimo, esperienza che vi consiglio;
– a fare un test sulle eroine austeniane, scoprendo, non senza una certa sopresa, di essere Marianne Dashwood di Sense and Sensibility (Ragione e sentimento) – avrei giurato di essere una Lizzie Bennet al 100%…
– ad ascoltare i consigli di Aunt Jane, navigare tra i gruppi di lettura (tra cui uno fantastico dedicato a Bridget Jones, moderna eroina Austen-style con il suo bel Mr Darcy da pelare, che invita a trovare somiglianze e discrepanze tra Che pasticcio Bridget Jones, Persuasione e Orgoglio e pregiudizio…brilliant) e innamorarmi dei giveaway austeniani;
– indagare sul termine Janeite, che a quanto pare designa forte dipendenza da Jane Austen.
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Scherzi a parte, apprendo che il termine è stato coniato da George Saintsbury nel 1891 in un’introduzione a Pride and Prejudice, in riferimento a quei lettori che guardavano alle opere di Jane Austen con un sentimento di assoluta devozione, devoti sia all’autrice, sia a tutti gli eroi e le eroine che popolano le sue opere. Modificandone successivamente la grafia (da Janite a Janeite), Kipling ne fece il titolo di una storia ambientata durante la Prima Guerra Mondiale, in cui i soldati che leggevano i libri di Aunt Jane formavano una sorta di “setta dei poeti maledetti” e, addirittura, coniavano parole in codice basandosi sulla sua produzione letteraria. Claudia Johnson, studiosa delle opere di Jane Austen, definisce il termine Janeite come “the self-consciously idolatrous enthusiasm for ‘Jane’ and every detail relative to her”, l’entusiasmo consapevole, che confina nell’idolatria, per Jane e per ogni dettaglio che si riferisca alla sua persona e alla sua produzione.
Ultimo consiglio alle vere Janeite, prima di passare alla nostra lettera e a Pride and Pregiudice: fatevi un giro in queste deliziose on-line boutiques che vendono prodotti ispirati a Jane, come The Pemberley Pond Online Shop o la Jane Austen Tea Series di Bingley’s tea, dove potrete scegliere la miscela di tè più adatta a voi in base al personaggio austeniano in cui vi rispecchiate (per la serie, io berrei un Marianne’s Wild Abandon alternandolo con uno Sweet Jane)…

Bingley’s tea Limited
From The Pemberley’s Pond Online Shop
Jane Austen’s teapot cookies
From the Pemberley Pond Online Shop

Bando alle ciance, passiamo alla nostra lettera (la verità è che mi sto divertendo troppo a scrivere questo post!)

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Penso che la trama di P&P sia nota a tutti..quindi la accenno brevemente. Il romanzo, nalla sua prima stesura, era stato intitolato First Impressions: si tratta infatti di una storia di equivoci, di prime impressioni sbagliate, e di tanto – troppo – orgoglio.
Il signor Bingley affitta una residenza in campagna, non lontano dalla dimora delle sorelle Bennet ( Jane, Lizzie, Mary, Kitty e Lidia) e dei loro genitori. Fra tutte, le due maggiori spiccano, Jane per bellezza e bontà d’animo, Lizzie per charme, intelligenza…e per quellache all’epoca poteva essere definita una buona dose di impertinenza.

 

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Bingley si innamora immediatamente della bella Jane, ma il suo amico, il cupo, ombroso, orgoglioso Mr Darcy, lo convince ad allontanarsi da lei, convinto che Jane non lo contraccambi con la stessa intensità  e che, comunque, le buone qualità e la bellezza delle due sorelle non siano sufficienti a cancellare il fatto che appartengano ad una famiglia di modeste origini e modeste risorse, i cui comportamenti – specie quelli della signora Bennet e delle tre figlie minori – si contraddistinguono per la loro volgarità. Tutto ciò non fa che aumentare l’antipatia che Lizzie prova nei confronti di Darcy, nata a causa di due prededenti episodi: durante un ballo, Darcy definisce Lizzie “tolerable, but not handsome enough to tempt me” (appena passabile, ma non bella abbastanza da tentarmi); Lizzie prende una cotta per Wickam, che la convince del fatto che Darcy, geloso dell’affetto di suo padre, di cui Wickam era il pupillo, lo abbia privato dell’eredità che gli era stata lasciata (apprenderemo in seguito che Wickam è un losco figuro, cacciatore di dote, che alla fine scappa con Lidia Bennet ed acconsente ad un matrimonio riparatore solo dietro lauta ricompensa offerta da Darcy).

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Stando così le cose, la prima proposta di matrimonio di Darcy a Lizzie la coglie di stucco e la umilia, dal momento che egli confessa di amarla contro il suo stesso volere e di avere serie riserve a sposarla, a causa della famiglia di lei….niente romanticismo, niente passione. Oh, Mr Darcy.

Questa è la lettera che segue la prima, sfortunata proposta di matrimonio, in cui Darcy illumina Lizzie su un bel po di misunserstandings. Ve la propongo nella traduzione italiana di Giuseppe Ierolli.

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Non abbiate timore, Signora, nel ricevere questa lettera, che contenga una qualche ripetizione di quei sentimenti, o un rinnovo di quelle proposte che ieri sera vi sono state così sgradite. Scrivo senza nessuna intenzione di affliggere voi o di umiliare me stesso, insistendo su desideri che, per la felicità di entrambi, non saranno mai troppo in fretta dimenticati; e lo sforzo richiesto per concepire e per leggere questa lettera avrebbe potuto essere risparmiato, se non fosse la mia reputazione a esigere che essa sia scritta e letta. Dovete quindi perdonare la libertà con la quale chiedo la vostra attenzione; i vostri sentimenti, lo so bene, la concederanno a malincuore, ma lo chiedo al vostro senso di giustizia.
Ieri sera mi avete mosso due accuse di natura molto diversa, e assolutamente non della stessa importanza. La prima è stata che, senza alcun riguardo per i sentimenti di entrambi, ho separato Mr. Bingley da vostra sorella, e l’altra che, in spregio a diversi diritti, senza tener conto dell’onore e del senso di umanità, ho rovinato l’immediata prosperità, e cancellato le prospettive future, di Mr. Wickham. Avere caparbiamente e senza alcuna giustificazione cacciato via il compagno della mia giovinezza, il ben noto prediletto di mio padre, un giovanotto che non poteva fare affidamento su nulla se non sulla nostra protezione, e che era cresciuto aspettandosi di goderne, sarebbe una perversione rispetto alla quale la separazione di due giovani, il cui affetto si era sviluppato in sole due settimane, non può certo essere oggetto di confronto. Ma dalla severità di quel biasimo che ieri sera mi è stato così largamente elargito, per entrambe le circostanze, spero in futuro di essere sollevato, una volta che avrete letto di seguito il resoconto delle mie azioni e i motivi che le hanno determinate. Se, nel chiarimento che sento mi sia dovuto, sarà necessario riferirsi a sentimenti che potranno essere offensivi per i vostri, posso solo dire che me ne dispiace. Bisogna inchinarsi alla necessità, e porgervi ulteriori scuse sarebbe assurdo. Non ero da molto nell’Hertfordshire, quando mi sono reso conto, insieme ad altri, che Bingley preferiva la vostra sorella maggiore a qualsiasi altra signorina nei dintorni. Ma è stato solo durante la serata del ballo a Netherfield che ho cominciato a temere che lui provasse un’attrazione seria. Lo avevo spesso visto innamorato prima di allora. A quel ballo, mentre avevo l’onore di ballare con voi, capii per la prima volta, da una frase pronunciata per caso da Sir William Lucas, che le attenzioni di Bingley verso vostra sorella avevano suscitato l’aspettativa generale di un loro matrimonio. Ne parlò come di un evento certo, per il quale restava da decidere solo la data. Da quel momento osservai con attenzione il comportamento del mio amico, e mi resi conto che la parzialità verso Miss Bennet andava al di là di quanto mi fosse mai capitato di vedere in lui. Osservai anche vostra sorella. Il suo aspetto e i suoi modi erano aperti, allegri e affascinanti come sempre, ma senza nessun sintomo di un riguardo particolare, e dall’esame di quella sera, mi convinsi che, pur accogliendo con piacere le sue attenzioni, non le incoraggiava con sentimenti di pari natura. Se in questo voi non vi siete sbagliata, devo essere stato io a commettere un errore. La maggiore conoscenza che avete di vostra sorella rende probabile quest’ultima ipotesi. Se le ho inflitto una sofferenza perché sviato da un errore del genere, il vostro risentimento non era irragionevole. Ma non ho scrupoli nell’asserire che la serenità del contegno e dell’aspetto di vostra sorella era tale da convincere anche il più acuto degli osservatori che, per quanto amabile fosse il suo comportamento, il suo cuore non fosse così facile da conquistare. Che io avessi il desiderio di crederla indifferente è certo, ma mi azzardo a dire che le mie indagini e le mie decisioni non sono di solito influenzate dalle mie speranze o dai miei timori. Non ho creduto che fosse indifferente perché lo desideravo; l’ho creduto a seguito di un giudizio imparziale, con la stessa sincerità con la quale lo desideravo con la ragione. Le mie obiezioni al matrimonio non erano semplicemente quelle che ieri sera ho confessato di aver messo da parte nel mio caso solo per l’estrema intensità della passione; la mancanza di un’adeguata posizione sociale non poteva essere un ostacolo così grande per il mio amico, così come per me. Ma c’erano altri motivi di incompatibilità; motivi che, sebbene ancora esistenti, ed esistenti con pari intensità in entrambi i casi, mi ero sforzato di dimenticare, poiché non erano immediatamente di fronte a me. Questi motivi devono essere esposti, anche se brevemente. La posizione della famiglia di vostra madre, anche se criticabile, non era nulla in confronto alla totale mancanza di decoro così di frequente, quasi di continuo, dimostrata da lei, dalle vostre tre sorelle minori e talvolta persino da vostro padre. Perdonatemi. Mi fa male offendervi. Ma nella preoccupazione per i difetti dei vostri parenti più stretti, e nel dispiacere nel vederli descritti in questo modo, fate sì che ci sia la consolazione di considerare che l’esservi comportate in modo tale da evitare qualsiasi coinvolgimento in giudizi simili è un elogio che non è meno universalmente riconosciuto a voi e a vostra sorella, di quanto sia onorare il buonsenso e l’indole di entrambe. Voglio solo aggiungere che, a seguito di quello che accadde quella sera, ebbi la conferma della mia opinione su tutti loro, e fui indotto a intensificare, rispetto a quanto avevo ritenuto in precedenza, ogni tentativo di preservare il mio amico da quella che giudicavo un’unione molto inopportuna. Lui lasciò Netherfield per Londra il giorno successivo, come certamente rammentate, con l’intenzione di tornare presto. Ora resta da spiegare il ruolo che ho avuto io. L’inquietudine delle sorelle era uguale alla mia; presto scoprimmo di pensarla allo stesso modo e, ugualmente consapevoli che non ci fosse tempo da perdere nell’allontanare il fratello, decidemmo in breve tempo di raggiungerlo subito a Londra. Di conseguenza partimmo, e lì mi assunsi subito il compito di rendere evidente al mio amico la certezza dei danni di una scelta del genere. Li descrissi, e li accentuai, con fervore. Ma per quanto questa opposizione avrebbe potuto far vacillare o ritardare la sua decisione, immagino che non avrebbe definitivamente impedito il matrimonio, se non fosse stata appoggiata dall’assicurazione, che non esitai a fornirgli, dell’indifferenza di vostra sorella. Lui era convinto che il suo affetto fosse ricambiato da un sentimento sincero, anche se non pari al suo. Ma Bingley è per natura molto modesto, e si fida molto più del mio giudizio che del suo. Convincerlo, quindi, che si era ingannato, non fu un’impresa molto difficile. Una volta convinto di questo, persuaderlo a non tornare nell’Hertfordshire fu questione che non richiese più di qualche istante. Non posso biasimarmi più di tanto per averlo fatto. C’è però una parte della mia condotta in tutta la faccenda alla quale non penso con soddisfazione; è di essermi abbassato fino a ricorrere allo stratagemma di nascondergli che vostra sorella fosse in città. Io lo sapevo, come lo sapeva Miss Bingley, ma il fratello lo ignora ancora adesso. Che potessero incontrarsi senza conseguenze negative forse è probabile, ma il suo sentimento non mi sembrava abbastanza spento da riuscire a rivederla senza rischi. Forse questo stratagemma, questa dissimulazione è stata indegna di me. Ma è cosa fatta, e fatta per il meglio. Su questo non ho altro da dire; nessun’altra giustificazione da offrire. Se ho ferito i sentimenti di vostra sorella, l’ho fatto inconsapevolmente; e sebbene i motivi che mi hanno guidato possono naturalmente sembrarvi insufficienti, io non mi sento ancora di condannarli. Riguardo all’altra, più pesante, accusa di aver offeso Mr. Wickham, posso confutarla soltanto esponendovi per intero i suoi rapporti con la mia famiglia. Di che cosa mi abbia accusato in particolare lo ignoro, ma sulla verità di ciò che riferirò posso invocare la testimonianza di più di una persona di indubbia attendibilità. Mr. Wickham è il figlio di un uomo molto rispettabile, che per molti anni ha amministrato tutte le proprietà di Pemberley, e la cui ottima condotta nell’adempiere alle sue funzioni indusse naturalmente mio padre ad aiutarlo, e nei confronti di George Wickham, del quale era padrino, la sua benevolenza fu perciò concessa generosamente. Mio padre sostenne le spese per la scuola, e poi a Cambridge; un aiuto della massima importanza, dato che il padre, sempre in ristrettezze per la prodigalità della moglie, non sarebbe stato in grado di fornirgli l’educazione di un gentiluomo. Mio padre non amava soltanto la compagnia di questo giovanotto, i cui modi sono sempre stati accattivanti; ne aveva anche una grandissima stima e, nella speranza che la chiesa potesse diventare la sua professione, aveva intenzione di provvedere a lui in questo senso. Quanto a me, sono passati molti, moltissimi anni da quando ho cominciato ad avere un’opinione molto diversa su di lui. La propensione al vizio, la mancanza di principi, che ebbe sempre cura di nascondere alla persona che gli era più affezionata, non potevano sfuggire a un giovanotto che aveva quasi la sua stessa età, e che aveva l’opportunità di vederlo in momenti di libertà, cosa che Mr. Darcy non poteva fare. Qui vi farò di nuovo del male, in che misura potete dirlo solo voi. Ma quali che siano i sentimenti suscitati da Mr. Wickham, un sospetto di tale natura non mi impedirà di svelarvi il suo vero carattere. Anzi, è un motivo in più. Il mio eccellente padre morì circa cinque anni fa, e il suo affetto per Mr. Wickham fu fino alla fine così saldo, che nel suo testamento mi raccomandò in modo particolare di promuoverne la carriera nella sua professione nel modo migliore possibile, e se avesse preso gli ordini, chiedeva che gli venisse concesso un ricco beneficio ecclesiastico, non appena si fosse reso vacante. C’era anche un lascito di mille sterline. Il padre non sopravvisse a lungo al mio e, nel giro di sei mesi da questi eventi, Mr. Wickham mi scrisse per informarmi che, avendo alla fine deciso di non prendere gli ordini, sperava che non pensassi che fosse irragionevole da parte sua aspettarsi un qualche vantaggio pecuniario immediato in luogo della nomina, della quale non era in grado di approfittare. Aveva una vaga intenzione, aggiunse, di studiare legge, e io dovevo di certo essere consapevole che l’interesse di mille sterline sarebbe stato un sostegno davvero insufficiente a quei fini. Io desiderai, più che credere, che fosse sincero; ma a ogni modo fui assolutamente pronto ad aderire alla sua proposta. Sapevo che Mr. Wickham non sarebbe potuto diventare un pastore. L’affare fu quindi presto sistemato. Lui rinunciò a tutti i diritti di essere aiutato per la carriera ecclesiastica, anche ove si fosse trovato in futuro nella situazione di poterne godere, e accettò in cambio tremila sterline. Tutti i rapporti tra di noi sembravano troncati. Lo giudicavo troppo male per invitarlo a Pemberley, o per accettare la sua compagnia a Londra. Credo che sia vissuto soprattutto a Londra, ma l’intenzione di studiare legge era un mero pretesto, ed essendo ormai libero da ogni costrizione, la sua fu una vita di ozio e dissipazione. Per circa tre anni seppi poco di lui; ma alla morte del titolare del beneficio che era stato assegnato a lui, si rivolse di nuovo a me con una lettera per la nomina. La sua situazione economica, mi assicurò, e io non ebbi difficoltà a credergli, era davvero pessima. Aveva scoperto che studiare legge era molto poco redditizio, ed era ormai assolutamente deciso a prendere gli ordini, se gli avessi concesso il beneficio in questione, cosa per la quale non nutriva il minimo dubbio, dato che si era assicurato che non c’era nessun altro a cui assegnarlo, e che non potevo aver dimenticato le intenzioni del mio riverito padre. Non potete certo biasimarmi per aver rifiutato di accettare questa richiesta, o per averlo respinto ogni volta che l’ha ripetuta. Il suo risentimento fu proporzionato alle difficoltà della sua situazione, e fu senza dubbio altrettanto violento nell’ingiuriarmi con gli altri che nel rimproverarmi direttamente. Dopo questo periodo, anche l’apparenza di un rapporto venne a cadere. Come visse non lo so. Ma l’estate scorsa si impose di nuovo, e molto dolorosamente, alla mia attenzione. Ora devo menzionare una circostanza che avrei desiderato dimenticare, e che nessun obbligo meno importante di quello presente mi avrebbe indotto a rivelare ad anima viva. Avendo detto così tanto, non ho dubbi sulla vostra discrezione. Mia sorella, che ha più di dieci anni meno di me, era stata affidata alla tutela del nipote di mia madre, il colonnello Fitzwilliam, e alla mia. Circa un anno fa, lasciò la scuola e si stabilì a Londra, e l’estate scorsa si recò, con la signora che si occupava della casa, a Ramsgate; là andò anche Wickham, senza dubbio intenzionalmente, poiché è stato dimostrato come ci fosse una precedente conoscenza tra lui e Mrs. Younge, sulla cui reputazione eravamo stati sfortunatamente ingannati; con la connivenza e l’aiuto di lei, riuscì a rendersi talmente gradito a Georgiana, il cui animo affettuoso aveva mantenuto un forte ricordo della gentilezza che le aveva dimostrato quando era una bambina, che lei si lasciò convincere a credersi innamorata, e ad acconsentire a una fuga d’amore. Allora era appena quindicenne, il che può giustificarla; e dopo aver esposto la sua imprudenza, sono felice di aggiungere che ne venni a conoscenza proprio da lei. Li raggiunsi inaspettatamente un giorno o due prima della data prevista per la fuga, e allora Georgiana, incapace di sopportare l’idea di far soffrire e di offendere un fratello al quale guardava come a un padre, mi mise al corrente di tutto. Potete immaginare quello che provai e in che modo agii. Il riguardo per l’onore e i sentimenti di mia sorella impedirono qualsiasi pubblicità, ma scrissi a Mr. Wickham, che partì immediatamente, e Mrs. Younge fu ovviamente rimossa dall’incarico. Il principale obiettivo di Mr. Wickham era indiscutibilmente il patrimonio di mia sorella, che è di trentamila sterline; ma non posso fare a meno di immaginare che la speranza di vendicarsi di me sia stato un forte incentivo. La sua vendetta sarebbe stata davvero completa. Questo, signora, è il fedele racconto di ogni evento che ha riguardato entrambi; e se non lo rifiuterete completamente come falso, spero che mi assolviate d’ora in avanti dall’accusa di crudeltà nel confronti di Mr. Wickham. Non so in che maniera, con quale genere di menzogne abbia approfittato di voi, ma forse non ci si può meravigliare del suo successo, ignara come eravate di tutto ciò che ci riguardava. Smascherarlo non era in vostro potere, e il sospetto non è certo nella vostra indole. Potrete forse chiedervi perché non vi abbia detto tutto questo ieri sera. Ma allora non ero padrone a sufficienza delle mie azioni da capire quello che potevo o dovevo rivelare. Per quando riguarda la veridicità di tutto ciò che è qui riportato, posso appellarmi in modo particolare alla testimonianza del colonnello Fitzwilliam, che, vista la stretta parentela e la costante intimità, e ancora di più come uno degli esecutori testamentari di mio padre, è venuto inevitabilmente a conoscenza di tutti i particolari di queste transazioni. Se la vostra avversione verso di me dovesse farvi ritenere prive di valore le mie asserzioni, lo stesso motivo non dovrebbe impedirvi di avere fiducia in mio cugino; e affinché abbiate la possibilità di consultarlo, farò di tutto per trovare l’occasione di mettere questa lettera nelle vostre mani nel corso della mattinata. Aggiungerò soltanto, Dio vi benedica.
Fitzwilliam Darcy
(Traduzione a cura di Giuseppe Ierolli)

Segue il lieto fine: Darcy, come abbiamo visto prima, procura una dote a Lidia per il suo matrimonio riparatore, fa’ in modo che Bingley si dichiari – con successo – a Jane e ottiene egli stesso la mano della sua Lizzie. Ci piace pensare che vivano tutti felici e contenti 🙂

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Scelti per voi

Orgoglio e Pregiudizio, il film, diretto nel 2005 da Joe Wright, con Keira Knightley e Matthew MacFayden

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Pride and Prejudice, Wordsworth Classics
Me & Mr Darcy, Alexandra Potter
The Jane Austen Book Club, Karen J. Fowler

The Jane Austen Book Club, film del 2007 diretto da Robin Swicord

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Melancholia di Jon Fosse, Cime tempestose di Emily Brontë

 

Things We Forget: #301: vivocity, singapore
Things We Forget: #301: vivocity, singapore

“Ho preso la sua mano nella mia, e siamo andati fuori del luogo in rovina…e non ho visto l’ombra di un altro distacco da lei”. (Charles Dickens, Great Expectations – Grandi speranze)

Bernard Shaw su Grandi Speranze: “The novel is too serious a book to be a trivially happy one. Its beginning is unhappy; its middle is unhappy; and the conventional happy ending is an outrage on it.”

Non potevo non iniziare il post di oggi se non ricordando che duecento anni fa nasceva un genio della letteratura, inglese e non solo: Charles Dickens (per A Christmas Carol leggere qui)

 

Great Expectations, Penguin Popular Classics


Dall’amore felice, all’amore contrastato, all’amore dannato, all’amore come ossessione. Vi propongo qui di seguito alcuni estratti di un libro che mi ha molto colpito, Melancholia di Jon Fosse, una sorta di lunga lettera – sfogo – introspezione del pittore Lars Hertevig. Prendete Jon Fosse, il massimo scrittore norvegese vivente. Prendete Lars Hertevig, uno dei più grandi paesaggisti norvegesi dell’Ottocento, le cui malattie nervose gli valsero l’internamento in manicomio. Metteteci dentro pure la bella quindicenne Helene, nipote del proprietario della pensione presso la quale Lars alloggiava, e shakerate bene. Il risultato? Un fiume di colori e parole, una tensione costante, tra amore e ossessione, tra sprazzi di lucidità e follia, del pittore verso la sua bella. Il tutto è narrato dal punto di vista psicotico e visionario del pittore norvegese, che dà vita a pagine davvero intense, e davvero belle. Leggere per credere.

“Lui, Lars da Hattarvagen sta abbracciando Helene Winckelmann ed è così
tranquillo, colmo di qualcosa che non sa cosa sia. Lars Hertervig è con
Helene Winckelmann.E non è più se stesso, è con lei. Si trova dentro
qualcosa che non sa cosa sia. È con lei. La cinge con le braccia e ora
lei lo abbraccia.
Lui preme il suo viso nei suoi capelli, sulle sue spalle.Si trova
dentro qualcosa che non ha mai conosciuto prima, qualcosa che non sa
cosa sia e lui, il paesaggista Lars Hertevig, non ha idea di cosa sia,
ma all’improvviso se ne rende conto, ed è in quel momento che capisce, è proprio in quel momento che sa di trovarsi dentro qualcosa verso cui il suo quadro tende, qualcosa che è nel suo quadro, quando sta
dipingendo al meglio, è lì che si trova lui ora, lo sa, perchè ci è
già stato prima nelle vicinanze di questo qualcosa all’interno del
quale ora si trova, mai ci era entrato prima, mai come adesso, lì dove
il pittore Lars Hertevig respira attraverso i capelli di Helene
Winckelmann. E non fa altro che restare nella sua luce, in qualcosa
che lo colma.

E ora, sdraiato sul letto, non riesce a ricordare quanto tempo è
rimasto abbracciato a lei, alla sua cara, carissima Helene, ma certo
deve essere stato parecchio, magari quasi un’ora era stato ad
abbracciarla, mentre adesso se ne stava seduto sul letto con il suo
abito malva ad ascoltare una bellissima musica”.

 

“Ed è la mia amata Helene che sta suonando. E io, Lars de Hattarvagen,
ho visto Helene sciogliersi i suoi bei capelli, l’ho vista in piedi
davanti alla finestra della mia stanza e ho visto i suoi capelli
biondi caderle ondeggianti lungo le spalle.E ho visto la luce dei suoi
occhi. E sono stato dentro la sua luce. Sono entrato dentro la sua
luce.Mi sono alzato dalla sedia, sono andato verso di lei e davanti
alla sua luce…
Tu sei come cielo e luce in me. Mi manchi così tanto, Helene. e adesso
tu mi hai chiesto di venire da te. E io vado via dal Malkasten, mi
avvicino alla via dove abiti tu, insieme a tua madre, con i tuoi
fratellini.Vengo da te, mia cara Helene.Perchè tu sei in me. Tu sei in me. Io vengo da te. E tu sei in me.Tu sei me. Senza di te io sono solo un movimento, senza di te sono solamente un movimento vuoto, una curva. Una svolta verso di te. Un movimento verso di te, Helene. Verso di te, verso di te. Helene.
Da quando mi sveglio a quando mi corico, sempre sono un movimento
verso di te. Sono rivolto verso di te,sono un movimento verso di te.Ti
vengo incontro perché mi hai chiesto di venire da te, e ora magari non
vuoi vedermi, non vuoi che io venga, magari vuoi solo che io sparisca
e non venga mai da te, forse non mi vuoi più vedere, magari i tuoi
occhioni, così azzurri, così luminosi, non mi vogliono più vedere,
magari tu non vuoi più avere niente a che fare con me, magari non mi
vuoi più vedere, perché tua madre mi ha detto che non puoi più
vedermi, un paesaggista norvegese, uno studente di belle arti, un uomo
strano, appena un uomo.
Cammino lungo la strada. Vado verso al casa dove tu abiti, verso il
tuo volto alla finestra.
I tuoi capelli biondi, ondeggianti.
I tuoi occhi così azzurri, così chiari.
E il tuo vestito bianco.
E la tua voce che pronuncia il mio nome.
Da quando mi sveglio fino a sera, posso sentire la tua voce.
Posso vedere i tuoi occhi.
Dentro di me, sei tu”.

Melancholia 1, Jon Fosse, Fandango Libri

Come può questo delirio amoroso non richiamare il destino turbolento di Cathy e Heathcliff, i protagonisti di Wuthering Heights, Cime tempestose, di Emily Brontë?
L’amore come dannazione. L’amore oltre la vita. L’amore oltre la morte.
L’amore che non ha il coraggio di sfidare le convenzioni sociali, ma finisce per sfidare addirittura il concetto di mortalità umana. La storia è ben nota: il padre di Cathy prende con sé il trovatello Heathcliff e lo alleva in seno alla sua famiglia; tuttavia, una volta morto il suo benefattore, Heathcliff viene degradato al rango di servo. Già dall’inzio è connotato come incarnazione stessa del male: la pelle scura, sporco, gli occhi come carboni, le marachelle più o meno ingenue combinate insieme alla sua compagna di giochi, Cathy.
Tuttavia, pur amando Heathcliff, Cathy sposa il vicino di casa, il mite ed agiato Linton.
Ecco come Cathy descrive il suo amore per Heathcliff:

Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state quelle di Heathcliff, e le ho viste e vissute tutte fin dal principio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto morisse, e lui rimanesse, io continuerei ad esistere; e se tutto il resto continuasse ad esistere e lui fosse annientato, l’universo si trasformerebbe in un completo estraneo: non ne sembrei parte. – Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io SONO Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.” (cap. IX)

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Ma i due si separano: dopo aver sentito le prime parole di Cathy, Heathcliff scappa, senza dare alcuna notizia di sé, deciso a riscattarsi e a diventare degno dell’orgoglio di classe e dell’amore di Cathy. La sua vendetta è lunga e dolorosa: sposa la sorella di Linton, Isabella, solo per rendere Cathy gelosa, spezzando il cuore a Linton e rendendo la vita impossibile alla moglie, che finisce con lo scappare; gode della sua nuova condizione di ricco asservendo Hindley, fratello di Cathy, dedico all’alcool e al gioco dopo la morte della moglie, e il di lui figlio, Hareton, che costringe ad abbruttirsi. Cathy, malata e infelice, muore dando alla luce una figlia. Tuttavia, prima della sua morte, i due riescono a dichiararsi eterno ed imperituro amore:

 

Cathy:
– Vorrei tornare a essere una ragazza, quasi una selvaggia, e aspra e libera, che ride delle offese e non ne impazzisce! Perché sono tanto mutata? perché il mio sangue si agita tumultuosamente per poche parole? (cap. XII)
– Ma, Heathcliff, se io ora ti sfidassi a farlo, ne avresti il coraggio? Se lo avrai ti terrò con me. Non giacerò là da sola. Possono seppellirmi dodici piedi sotto terra, e gettarmi sopra la chiesa intera; ma non riposerò fino a quando tu non starai con me. Mai! (cap. XII)

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Heathcliff:
– Ora dimmi come hai potuto essere così crudele con me, crudele e falsa. Perché mi disprezzasti? Perché ingannasti il tuo stesso cuore, Cathy? Non mi viene una sola parola di conforto. Tu meriti questo. Ti sei uccisa da sola. Sì, puoi baciarmi, e piangere; e strapparmi baci e lacrime; essi saranno la tua rovina… la tua dannazione. Tu mi amavi; che diritto avevi di lasciarmi? Che diritto? Rispondimi. Lasciarmi per quel misero capriccio che ti prese per Linton? Giacché né la miseria, né la degradazione, o la morte, né qualunque pena che Dio o Satana potessero infliggere, avrebbero potuto separarci, tu lo facesti di tua volontà. Non ho infranto il tuo cuore, tu l’hai infranto; e nell’infrangerlo, hai spezzato il mio. Tanto peggio per me che sono forte. Se voglio vivere? Che vita sarà quando tu… oh, Dio! Piacerebbe a te vivere con la tua anima nella tomba? (cap. XV)
– È duro perdonare, e guardare codesti occhi, e toccare codeste mani consunte. Baciami ancora; e non farmi vedere i tuoi occhi! Ti perdono per quello che mi hai fatto. Io amo la mia assassina; ma il tuo assassino, come potrei perdonarlo? (cap. XV)
– Ha mentito fino alla fine! Dov’è ora? Non è là, non in paradiso, non fra i morti, dov’è? Oh dicesti che non ti importava delle mie sofferenze! E io elevo una sola preghiera, la ripeterò fino a che la lingua non si sia seccata – Catherine Earnshaw, possa tu non trovare pace finché io avrò vita; dicesti che io ti avevo uccisa; perseguitami allora! Gli assassinati PERSEGUITANO i loro assassini, credo. So che dei fantasmi hanno vagato sulla terra. Sii sempre con me, assumi qualsiasi forma, fammi impazzire! Solo non lasciarmi in questo abisso dove non riesco a trovarti! Oh Dio! Non ci sono parole per dirlo! NON POSSO vivere senza la mia vita! NON POSSO vivere senza la mia anima! (cap. XVI)

I propositi di vendetta del disperato Heathcliff non si attuano: alla fine del libro, Hareton e Cathy, figlia della sua amatissima Catherine, si innamorano, mettendo così fine alla faida e riportando risate e colori a Wuthering Heights.
Si racconta che, dopo la morte di Heathcliff, due spiriti siano stati visti aggirarsi tra le brughiere innebbiate e desolate. D’altro canto, come scrisse la Brontë:
 

 

There is not room for Death,
Nor atom that his might could render void:
Thou -Thou art Being and Breath,
And what Thou art may never be destroyed.

 

(No coward soul is mine)

 

Non c’è spazio per la Morte,
Non c’è atomo che la sua volontà
 possa annullare:
Tu – Tu sei Vita e Respiro,
Possa quello che sei mai essere distrutto!

“What do they know of heaven or hell, Cathy, who know nothing of life ?”

da Wuthering Heights (1939) regia di William Wyler con Merle Oberon (Cathy Linton), Laurence Olivier (Heathcliff), David Niven (Edgar Linton)

 


“Ora mi degraderebbe sposare Heathcliff, così non saprà mai quanto io lo ami: e non perché sia bello, Nelly, ma perché lui è più me stessa di quanto non lo sia io. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono la medesima cosa; e quella di Linton è diversa quanto un raggio di luna da un lampo, o il gelo dal fuoco”. (cap. IX)

Seta

 

No necesito silencio
Ya non tengo en quien pensar

Non ho bisogno di silenzio
Non ho nessuno a cui pensare…

Atahualpa Yapanqui, Los ejes de mi carreta

 

Things We Forget: #312: paya lebar, singapore

 

Things We Forget: #312: paya lebar, singapore

La quinta lettera che vi propongo è tratta dal romanzo di Baricco, Seta.
Hervé Joncour, il protagonista, importa bachi da seta. A causa di un’epidemia che sta danneggiando i bachi, si spinge dal suo paesino della Francia meridionale, Lavilledieu, fino ad un Paese misterioso, sconosciuto e lontano.

 

“- E dove sarebbe di preciso, questo Giappone?
Baldabiou alzò la canna del suo bastone puntandola oltre i tetti di Saint-August.
– Sempre dritto di là.
disse.
– Fino alla fine del mondo”.

Ma chi è Hervé?
Di lui sappiamo che ha 32 anni e una moglie, Hélène, dai lunghi capelli neri e dalla voce bellissima.

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“Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.
Se gliel’avessero chiesto, Hervé Joncour avrebbe risposto che la sua vita sarebbe continuata così per sempre”.

A strapparlo dai suoi progetti di un parco “dove sarebbe stato lieve, e silezioso, passeggiare…invisibile come la fine del mondo”, mentre la sua vita gli piove davanti agli occhi come uno spettacolo quieto, arriva la sua grande avventura: i viaggi in Giappone.
In questo paese magico e misterioso, alla corte del suo enigmatico mediatore, Hara Kei, Hervé incontra una donna bellissima, dal viso di ragazzina, dagli occhi che “non avevano un taglio orientale”.
I due non si scambiano una parola per tutta la vicenda, trovando forme alternative di comunicazione: durante il loro primo incontro, la donna misteriosa prende la tazza di té di Hervé e beve premurandosi di appoggiare le labbra dove le aveva appoggiate lui; entra nella stanza dove sta facendo il bagno, lo benda e, dopo averlo accarezzato con le mani e con la seta, gli lascia un biglietto “tornate, o morirò”.
Quando lui torna, in segno di gioia lei fa volare via tutti i raffinati, esotici e pregiatissimi uccelli della sua voliera, regali del suo signole come premio alla sua devozione e alla sua fedeltà.

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Questa lettera, che Hervé si fa tradurre dal giapponese dall’enigmatica madame Blanche, è una lettera d’amore, di celebrazione di quello che poteva esserci e non c’è stato e, al tempo stesso, una lettera d’addio.

Il linguaggio e le immagini sono  forti, intensi, disperati, pieni di una folle passione che non può essere e non può manifestarsi.

 

Mio signore amato,
non aver paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà,
rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto
ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego,
resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti,
non ti ho mai visto così, il tuo corpo per me,
la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarezzati, ti prego,
non aprire gli occhi se puoi, e accarezzati, sono così belle le tue mani,
le ho sognate tante volte adesso le voglio vedere,
mi piace vederle sulla tua pelle, così,
ti prego continua, non aprire gli occhi, io sono qui,
nessuno ci può vedere ed io sono vicina a te,
accarezzati signore amato mio, accarezza il tuo sesso, ti prego, piano,
è bella la tua mano sul tuo sesso, non smettere,
a me piace guardarla e guardarti,
signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora,
non devi aver paura son vicino a te,
mi senti?
Son qui, ti posso sfiorare, è seta questa la senti?
È seta del mio vestito, non aprire gli occhi e vedrai la mia pelle,
avrai le mie labbra,
quando ti toccherò per la prima volta sarà con le mie labbra,
tu non saprai dove, ad un certo punto sentirai il sapore delle mie labbra, addosso,
non puoi sapere dove se non apri gli occhi, non aprirli,
sentirai la mia bocca dove non sai, d’improvviso,
forse sarà nei tuoi occhi, appoggerò la mia bocca sulle palpebre e le ciglia,
sentirai il calore entrare nella tua testa, e le mie labbra nei tuoi occhi, dentro,
o forse sarà sul tuo sesso, appoggerò le mie labbra, laggiù,
e le schiuderò scendendo a poco a poco,
lascerò che il tuo sesso socchiuda la mia bocca, entrando tra le mie labbra,
e spingendo la mia lingua,
la mia saliva scenderà lungo la tua pelle fin nella tua mano,
il mio bacio e la tua mano, uno dentro l’altra, sul tuo sesso,
finché alla fine ti bacerò sul cuore, perché ti voglio,
morderò la pelle che batte sul tuo cuore, perché ti voglio,
e con il cuore tra le mie labbra tu sarai il mio, davvero,
con la mia bocca nel cuore tu sarai mio, per sempre,
se non mi credi apri gli occhi signore amato mio e guardami,
sono io, chi potrà mai cancellare quest’istante che accade,
e questo mio corpo senza più seta,
le tue mani che lo toccano,
i tuoi occhi che lo guardano,
le tue dita nel mio sesso,
la tua lingua sulle mie labbra,
tu che scivoli sotto di me, prendi i miei fianchi, mi sollevi,
mi lasci scivolare sul tuo sesso, piano, chi potrà cancellare questo,
tu dentro di me a muoverti adagio,
le tue mani sul mio volto, le tue dita nella mia bocca, il piacere nei tuoi occhi,
la tua voce, ti muovi adagio ma fino a farmi male, il mio piacere, la mia voce,
il mio corpo sul tuo, la tua schiena mi solleva,
le tue braccia che non mi lasciano andare,
i colpi dentro di me,
è violenza dolce, vedo i tuoi occhi cercare nei miei,
vogliono sapere sino a dove farmi male,
fino a dove vuoi, signore amato mio, non c’è fine, non finirà, lo vedi?
Nessuno potrà cancellare questo istante che accade,
per sempre getterai la testa all’indietro, gridando,
per sempre chiuderò gli occhi staccando le lacrime dalle mie ciglia,
la mia voce dentro la tua, la tua violenza a tenermi stretta,
non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere,
doveva essere questo istante,
e questo istante è,
credimi, signore amato mio, quest’istante sarà,
da adesso in poi, sarà, fino alla fine.
Noi non ci rivedremo più, signore.
Quel che era per noi, l’abbiamo fatto, e voi lo sapete.
Credetemi: l’abbiamo fatto per sempre.
Serbate la vostra vita al riparo da me.
E non esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità,
a dimenticare questa donna che ora vi dice,senza rimpianto,
addio”.

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“Hervé Joncour continuò per giorni a condurre una vita ritirata, facendosi vedere poco in giro in paese, e passando il suo tempo a lavorare al progetto del parco che prima o poi avrebbe costruito. Riempiva fogli e fogli di disegni strani, sembravano macchine. Una sera Hélène gli chiese:
– Cosa sono?
– E’ una voliera.
– Una voliera?
– Si.
– E a cosa serve?

Hervé Joncour teneva gli occhi fissi su quei disegni.
– Tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volar via”.

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Alessandro Baricco, Seta, BUR

 

Caos calmo

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Mentre la neve ed il freddo attanagliano l’Europa e ci teniamo al caldo con una buona tazza di Darjeeling…vi propongo la terza lettera, tratta da un libro che amo moltissimo: Caos Calmo, di Sandro Veronesi, letto tutto d’un fiato durante un viaggio in Eurostar.

Pietro, il protagonista, perde la compagna, Lara, a pochi giorni dal loro matrimonio, in circostanze a dir poco surreali: mentre salva la vita ad una perfetta sconosciuta, spettro che continuerà a tormentarlo nel corso dell’intera vicenda, insieme a tante altre questioni in sospeso e fantasmi che Pietro non si sente proprio di affrontare. Il suo caos calmo deriva dalla sua totale incapacità – condivisa in parte dalla figlia, Claudia – di non riuscire ad elaborare il lutto. Per non sentire il dolore, per rinviarlo continuamente al giorno dopo, per non essere costretto ad affrontare la realtà e tutte le sue conseguenze, Pietro congela il tempo e si ritrova a vivere in una sorte di dimensione parallela, passando le sue giornate ad aspettare che Claudia esca da scuola seduto su una panchina: all’inizio per rassicurare la bambina, poi per rassicurare se stesso.

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Le bellissime parole che leggerete non sono dirette a Lara, con la quale tuttavia Pietro continua a comunicare per tutto il libro, attraverso un cd dei Radiohead lasciato in macchina da lei; sono invece rivolte alla bellissima, insicura, incasinata sorella di Lara, Marta, con cui Pietro ha avuto una brevissima relazione e attraverso la quale ha conosciuto la compagna. Marta è una madre single che ha appena scoperto di essere incinta del suo terzo figlio: è spaventata, confusa, triste per la morte dell’amata sorella. Ha chiaramente bisogno di essere rassicurata, tenuta tra le braccia, amata.

Vi consiglio di leggere la lettera con L’amore trasparente di Ivano Fossati (colonna sonora del film omonimo, con Nanni Moretti, Valeria Golino e Isabella Ferrari) come sottofondo.

 

“Allora, ricordati bene quello che ti dico: tu non sei sola, finchè ci sono io. Tu puoi contare su di me, sempre. Non sto scherzando, ascolta: mi puoi chiamare anche nel cuore della notte se ti svegli con la paura dei satanisti, dei vampiri, degli zombi: io ti proteggerò. Non farò mai più lo spiritoso.
E quando ti sentirai perduta, debole, brutta, sola e disperata, non dovrai fare altro che chiamarmi: io verrò e ti racconterò di come tutti gli uomini che ti vedevano, quando ti ho conosciuta, si innamoravano di te all’istante, zac, fulminati; e poi ti porterò allo specchio e ti obbligherò a constatare che sei ancora bella come allora, prodigiosamente bella, oserei dire, perchè sembra che per te il tempo non sia passato. E se ti si romperà la lavatrice, la macchina, il computer, il telefonino, e se ti sentirai morire alla sola idea di consumare energie per ripararli non ti preoccupare: chiama me, e ci penserò io. Avrò cura di te in qualunque momento tu ne abbia bisogno, ogni giorno dell’anno, ogni anno che verrà fino a quando incontrerai un uomo meraviglioso che ti amerà profondamente per il resto della tua vita, e allora lo farà lui molto meglio di me”.

Non so voi, ma è una vita che le aspetto, queste parole.

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Caos Calmo, Sandro Veronesi, Bompiani

Caos Calmo, trailer ufficiale

Tutte le lettere d’amore sono ridicole

    Todas as cartas de amor são
    Ridículas.
    Não seriam cartas de amor se não fossem
    Ridículas.

    Também escrevi em meu tempo cartas de amor,
    Como as outras,
    Ridículas.

    As cartas de amor, se há amor,
    Têm de ser
    Ridículas.

    Mas, afinal,
    Só as criaturas que nunca escreveram
    Cartas de amor
    É que são
    Ridículas.

    Quem me dera no tempo em que escrevia
    Sem dar por isso
    Cartas de amor
    Ridículas.

    A verdade é que hoje
    As minhas memórias
    Dessas cartas de amor
    É que são
    Ridículas.

    (Todas as palavras esdrúxulas,
    Como os sentimentos esdrúxulos,
    São naturalmente
    Ridículas.)

    Tutte le lettere d’amore sono
    ridicole.
    Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
    ridicole.

    Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
    come le altre,
    ridicole.

    Le lettere d’amore, se c’e’ l’amore,
    devono essere
    ridicole.

    Ma dopotutto
    solo coloro che non hanno mai scritto
    lettere d’amore
    sono
    ridicoli.

    Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
    senza accorgermene
    lettere d’amore
    ridicole.

    La verita’ e’ che oggi
    sono i miei ricordi
    di quelle lettere
    a essere ridicoli.

    (Tutte le parole sdrucciole,
    come tutti i sentimenti sdruccioli,
    sono naturalmente
    ridicole).

    (Fernando Pessoa)

Quando si tratta di emozioni e sentimenti, è meglio tacere o sforzarsi di esprimersi, anche se fa male, anche se il groppo in gola fa da tappo, anche se non ci si sente all’altezza?

Quante volte si vorrebbe prendere carta e penna (o il portatile) e scrivere, scrivere…fino a sentirsi svuotati. Quante volte si rinuncia, perché non ci si sente bravi abbastanza, perché non si sa scrivere. Perché non si e`bravi a parlare. Allora ci si affida alle parole di altri, scrittori, poeti, cantanti. E il peso delle parole mai dette si aggiunge al vuoto delle cose mai fatte.

le lettere d`amore/che avevo immaginato/ma mi facevan ridere/magari fossi in tempo/per potertele scrivere

canta Roberto Vecchioni nella bellissima canzone ispirata alla poesia di Nininho. Siamo noi ad essere ridicoli o le nostre parole? Ci rendiamo più ridicoli cercando di sforzarci di esprimere quello che proviamo, a rischio di scivolare dolcemente ma inesorabilmente verso un pastrocchio, o affidandoci a surrogati?

Eppure c’è chi ha scritto, e ha amato attraverso le parole.
Penso a due esempi: David Grossman e André Gorz. Entrambi scrittori, è vero: David Grossman ci racconta una storia d`amore intensa tanto da far male, appassionata, quasi d’altri tempi, stile Abelardo ed Eloisa. Yaris vede Myriam tra la gente. Eppure percepisce in lei il fascino discreto di chi, in un mondo pervaso dal rumore, riesce ancora a sentirsi solo. Le scrive una lettera e le chiede di accettare un rapporto che superi le normali congetture, i normali schemi e rigori, che vada al di là di qualsiasi altra relazione lei abbia mai vissuto. Le chiede di accettare un rapporto fatto solo di parole. E le chiede di affidare alla parola scritta solo ciò che lei di volta in volta si sentirà libera di voler raccontare.

Anche Yaris è consapevole dei suoi limiti di scrittore:

Come mi piacerebbe scriverti diversamente.Come mi piacerebbe essere uno che scrive in un altro modo.Le mie parole sono così pesanti.

In fondo avrebbe potuto essere anche semplicissimo, no?Come quando si chiede: “Dimmi piccino, dov’è che ti fa male?”
Allora chiuderei gli occhi e scriverei in fretta: volesse il cielo che due estranei vincessero l’estraneità.
Il principio stesso dell’estraneità, carico di prescrizioni e conseguenze – il vertice del Cremlino, soddisfatto e sazio, che ci si è assestato nelle profondità dell’anima.
Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un’iniezione di verità, per dirla, finalmente la verità.
Sarei felici di poter dire: “Con lei ho stillato Verità!”
Si, è questo quello che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anche io lo sarò per te, prometto.
Un coltello affilato ma misericordioso …
Le tue paure addormentale con me.

 

La lunga lettera di André  Gorz è dolorosamente commovente. Gérard Horst, questo il suo vero nome, viennese, incontra Dorine, giovane attrice inglese, nel 1947 in Svizzera dove lui si era rifugiato e dove lei faceva teatro. Da quel momento non si sono più lasciati. Cinquantotto anni dopo ripercorre gli anni della giovinezza e della militanza, dai primi incerti inizi parigini dove Gorz inizia la carriera di traduttore, di giornalista, poi di filosofo. E’ una confessione senza veli, in cui il Gorz ammette di non aver sempre tenuto la moglie nella giusta considerazione, salvo poi riconoscere come l’intera sua opera porta il segno della presenza di Dorine, del suo sostegno, del dialogo sempre vivo tra loro. André e Dorine Gorz hanno attraversato insieme la seconda metà del Novecento, vivendo da comprimari le idee, le battaglie, le sfide sociali e personali di quest’ultima metà del secolo. Un racconto che è la storia di una vita, dell’impegno politico e intellettuale, ma anche il ritratto di un’epoca,

Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quaranta chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile.
Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai.
Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie.
[…]
Hai appena compiuto ottantadue anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile.
Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai.
Recentemente mi sono innamorato di te un’altra volta e porto di nuovo in me un vuoto divorante che solo il tuo corpo stretto contro il mio riempie.
La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un passaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io.
Sei tu che il carro funebre trasporta.
Non voglio assistere alla tua cremazione Sento la voce di Kathleen Ferrier che canta “Die Welt ist leer, Ich will nicht leben mehr” e mi sveglio.
Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora.
Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro.
Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme.

 

Gorz ha messo fine ai suoi giorni, insieme a sua moglie Dorine afflitta da una grave malattia, il 25 settembre 2007.
C’è anche un altro aspetto da non sottovalutare.. quando si scrive una lettera, dall’altra parte del fiume c’è un destinatario ad aspettarla… pieno di aspettative, di paure, di speranza. Un destinatario che potrebbe ridere di quelle parole scritte con tanto sforzo, con tanta fatica. Forse anche questa persona ha paura. Di aspettare invano. Di covare illusioni. Di sentirsi ridicola. (Il ridicolo è il nemico dell’amore, insomma).

Non raccontarmi storie d’amore infelici

(Dopo aver visto Avanti! di Billy Wilder)

Non mandarmi storie d’amore infelici.

Voglio amori felici

in cui la gente sorride, e ride, e sorride,
e ride di se stessa.

Non raccontarmi di amori infelici.

Non enumerarmi amanti separati contrastati contestati
divisi.

Inventa per me un mondo nuovo,
fatto solo di amori felici
dove ci sia spazio per me – per te – per un povero amore
vilipeso, vituperato, aborrito,
nascosto, celato, rinnegato
(tre volte l’hai rinnegato,
tre volte l’ho rinnegato).

Dargli acqua o lasciarlo appassire

Dargli cibo o lasciarlo perire d’inedia.

Non mandarmi storie d’amore infelici.