Eroine letterarie disfunzionali

Dopo gli uomini che non sapevano amare, torna il nostro Valentine’s Day disfunzionale, stavolta con una carrellata di crudeli eroine letterarie: algide, fredde, calcolatrici e senza cuore, riescono a farla in barba a stupid Cupid e ai suoi strali sempre scagliati un po’ a caso.

Buona lettura, godetevi le nostre crudeli eroine e le gif del buon Michele (che ha realizzato anche il banner della nostra romantico-sarcastica iniziativa).

Ah, buon san Valentino, che lo festeggiate alla grande, lo trascorriate spiaggiati sul divano come Bridget Jones con un maglione macchiato d’uovo e una bottiglia di vino a guardare Love Boat, vi dedichiate a fare gli stalker dei vostri ex sui social media (non lo fate, vi prego) piangendo sulle note di All By Myself, o lo ignoriate completamente.

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Irene Forsyte di La saga dei Forsyte di John Galsworthy, scelta da me

Irene Forsyte è un personaggio per cui il lettore dovrebbe provare simpatia e compassione. Bellissima, algida, fragile, infelice, in grado di ammaliare e affascinare chiunque. Tranne me.

Irene sposa Soames Forsyte per i suoi soldi, pur odiandolo e disprezzandolo; dopo un paio di anni di matrimonio, decide di non ammetterlo più nella sua alcova, lasciando il povero Soames a torturarsi, cercando di capire come mai sua moglie non solo non lo ami, ma non riesca nemmeno a tollerare di stare nella stessa stanza con lui. Irene infatti non sopporta nemmeno di rivolgergli la parola o di guardarlo negli occhi, e non si lascia scappare l’occasione di ricordare al marito e ai parenti di lui quanto Soames le sia inviso.

Dopo il tragico epilogo di un’avventura col fidanzato della cugina di Soames, June, Irene lascia il marito, che rimane ossessionato da lei per tutta la vita, commettendo di conseguenza errori di ogni sorta, anche imperdonabili. Dopo una breve parentesi romantica con lo zio di Soames, che le lascia un bel po’ di quattrini, Irene si sposa col cugino dell’ex marito,  Jolyon Forsyte.

La domanda sorge spontanea: in tutta Londra, in tutta l’Inghilterra, in tutta la Francia (dove vive per un periodo) Irene non è stata capace di innamorarsi di un uomo che non facesse parte della famiglia dei Forsyte, che pure professa di odiare? Tutto il suo personaggio puzza di falso, di costruito, di artificioso: Irene non vede che se stessa e rimane egoista fino alla fine, impedendo al figlio Jon di coronare il suo sogno d’amore con Fleur Forsyte, che, udite udite, è la figlia dell’odiatissimo Soames. L’amore tra I due piccioncini potrebbe chiudere un circolo vizioso, mettendo fine alla faida tra Irene e Soames e riportando la pace tra i vari Forsyte; ma Irene, dopo la morte del marito Jolyon, ha troppa paura di perdere il figlio, “consegnandolo” alla famiglia di Soames, e di rimanere sola.

Soames non è certo il più amabile dei personaggi letterari: è un uomo che non sa amare, ma suo malgrado, e non riesce a rendersene conto. La capacità di Irene di amare (e di essere amata) è invece alla base del suo personaggio: questo dettaglio rende il suo cieco egoismo e il suo estenuante vittimismo ancora più insopportabili.

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La Marchese di Merteuil di Le relazioni pericolose di Laclos, scelta da Valentina di Peek a Book

Baudelaire la definì la personificazione dell’ “Eva satanica”: quale altra eroina letteraria è più bad girl della Marchesa di Merteuil, colei che tira davvero le fila di tutte le 175 lettere che compongono il leggendario romanzo epistolare Le relazioni pericolose? La più grande libertina della letteratura dell’epoca, vera Don Giovanni del romanzo (Valmont è nulla a confronto) e villain per eccellenza, la Marchesa, rispettabile e stimata agli occhi di tutti, è in realtà una gelida e spietata calcolatrice, dedita solo a tramare per nuocere chiunque si metta sulla sua strada. Dietro un muro di finta pudicizia e intoccabilità, si nasconde la più fine conoscitrice della strategia amorosa, la più diabolica cospiratrice del romanzo libertino, una donna che fa della seduzione dell’altro sesso una ragione di vita. In realtà, noi che la Marchesa la conosciamo bene sappiamo che non è veramente malvagia e glaciale; la sua è “solo” una ribellione al ruolo di contorno a cui era relegato il genere femminile all’epoca, alla secondaria importanza che la donna aveva su tutto.

Moderna eroina o astuta mistificatrice, la Marchesa di Merteuil si trascina fino a dove la porteranno la sua spregiudicata disinvoltura e la sua mancanza di empatia verso il prossimo con una sola idea in mente: “Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio”.

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Elyria di Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey, scelta da Chiara di Librofilia

Giovane moglie newyorchese che, alle prese con un passato difficile, con un perenne senso di disorientamento causato dalla morte della sorella e con un matrimonio sbagliato – contratto con il professore della sorella morta suicida – avverte un senso di inadeguatezza nei confronti della vita, nonché l’incapacità di dare un nome al suo malessere interiore e per questo motivo, decide improvvisamente di abbandonare suo marito e la loro casa, per fuggire solo con uno zaino in spalla e con pochi soldi in tasca, per dirigersi in Nuova Zelanda, dove spera di ricominciare tutto da capo. Durante il viaggio, Elyria non dovrà difendersi solo dai pericoli e dai possibili stupratori, ma dovrà lottare soprattutto contro se stessa e contro la sua mente contorta e piena di contraddizioni. Elyria, è infatti l’emblema vivente della donna intelligente e consapevole del fatto che la natura umana è incapace di raggiungere un totale appagamento e, pertanto, tutti i sentimenti che smuovono l’animo sono molto spesso ingiusti e complessi; di conseguenza, tutte le decisioni che vengono prese non sempre sono il frutto di meccanismi interiori lucidi e prevedibili anzi, spesso è tutto l’opposto.

E nemmeno l’amore sembra far rinsavire Elyria, poiché preferisce fare e disfare tutto, fuggire in preda all’indecisione e comportarsi come una bambina capricciosa e incapace di affrontare le difficoltà, piuttosto che preservare l’unica cosa bella che la vita le aveva riservato ovvero il matrimonio con quell’uomo devoto, totalmente e follemente innamorato di lei.

Marie di Carne viva di Merrit Tierce, scelta da Mariateresa di Casa di ringhiera

Marie è una giovane donna, troppo giovane per comprendere cosa voglia dire impegnarsi. Fare la cameriera non richiede uno sforzo tale da lasciarle il tempo, mentale e materiale, per potersi occupare della sua carne. Marie non cerca una soddisfazione interiore, ma ne esige una fisica e metafisica.

Ciò di cui Marie ha bisogno è lo stordimento necessario per potersi concedere a chi voglia approfittare della sua libertà. Qualsiasi genere di uomo Marie si trovi di fronte, per lei non è mai abbastanza. Quello che la mia eroina disfunzionale teme più di ogni altra cosa è di non riuscire a sentire alcun tipo di dolore, perché è l’unica cosa che le da la certezza di non essere un cadavere in putrefazione.

Quello che mi viene in mente pensando a Marie è Betty, quarto brano presente nell’ultimo album dei Baustelle, L’amore e la violenza. Perché effettivamente Marie e Betty si somigliano molto in questa instancabile ed estenuante ricerca del dolore come fonte continua di vita.

Oltre all’amore materno, quello nei confronti di una figlia che in tutta probabilità sarà esposta allo stesso problema, non è in grado di sentire alcun tipo di sentimento verso altri esseri umani. Questo perché la carne viva è la sua, non quella altrui. Che invece equivale al putrido desiderio sessuale. Il resto è storia.

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Cheryl di Wilddi Cheryl Strayed, scelta da Nellie di Just Another Point

Cheryl è forte ma non troppo. Cheryl vorrebbe amare ma preferisce prendere uno zaino enorme, infilarci lo stretto necessario per sopravvivere durante la sua fuga nell’America più selvaggia con il desiderio di mettere più chilometri possibile fra se stessa e il problema. Perché per Cheryl la risposta è semplice: quando qualsiasi soluzione temporanea pare impossibile tanto vale andarsene nella natura, mettere alla prova il proprio fisico, la propria mente e il proprio coraggio, neanche fosse una sorta di auto elogio per dimostrare che anche da soli ce la si può fare, che non è necessario essere un duo per essere forti. Lo scopo di Cheryl è svuotarsi di qualsiasi pensiero, veder svanire ogni piccolo ripensamento per poi purificarsi lasciando spazio solo all’istinto di sopravvivenza che solo un viaggio come quello lungo il Pacific Crest Trail può richiedere. L’amore, di qualsiasi tipo, rimane l’unico peso che le spalle di Cheryl non possono portare.

Lily Bart di La casa della gioia di Edith Wharton, scelta da Irene di LibrAngolo Acuto

Lily Bart è attraente, molto attraente. È giovane e viziata. A 29 anni è ancora single, ama la vita e le sue gioie, desidera un’esistenza felice e agiata e non le importa se l’uomo che è disposto a darle tutto questo sia un bell’uomo o no. Non le importa nemmeno che quest’uomo la ami e le importa ancor meno che sia lei ad amare lui.

Lily non cerca l’amore, cerca la ricchezza; cerca un uomo che possa tenere in vita la sua passione per gli abiti e i cappelli di ottima fattura, cerca un uomo che le possa garantire le sue tanto amate partitine a carte, che possa farla sentire una regina in casa sua. Ciò che Lily non sa, e di cui si accorgerà a sue carissime spese, è che non si può vivere una storia d’amore come se fosse una partita a canasta. Con i sentimenti, sia tuoi che degli altri, non puoi fare una scala di colore, proprio no. Non puoi pensare che sposarsi con un uomo debba per forza equivalere a un Bingo finanziario, né pensare che accontentarsi di Selden –avvocato solo “normalmente” benestante – sia come accontentarsi del gratta e vinci di tre euro quando si ambisce al primo premio del Mega Miliardario. Lily non pesa i gesti e non pesa le parole, agisce d’impulso e sempre per preservare una certa immagine di sé: quella della donna tutta d’un pezzo, sempre elegante, di buone maniere, sempre pronta a divertirsi e a partecipare a questa o a quell’altra crociera.

Lily è tanto bella e intelligente quanto veniale e superficiale. Una donna dalla quale stare alla larga se, sopravvissuti ai suoi giochetti, non si è interessati ad accompagnare ogni gesto d’amore con un prezioso collier di perle rosa.

Pain, parties, work: l’estate newyorchese di Sylvia Plath

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Nell’ormai lontano 2008, fresca di laurea, vincevo uno stage a Londra. Un piccolo risultato, ma alla me di allora sembrava l’inizio di un futuro gonfio di mirabolanti capacita: passare tre mesi nell’ufficio stampa dell’ambasciata italiana nella città che più amavo al mondo era esattamente quello che volevo (e quante volte nella vita i risultati ottenuti si allineano perfettamente a desideri ed aspettative?)
Ero partita con due valigione di Carpisa stracolme di tutto quello che pensavo potesse servirmi per la mia prima esperienza professionale: un guardaroba assemblato con l’aiuto di mia madre e mia nonna, il tailleur della laurea triennale e quello della specialistica, la borsa regalatami dalle mie amiche dell’università e un paio di scarpe a tacco. Ero pronta, pronta come non sarei mai più stata. Sarebbero stati mesi in cui per risparmiare avrei comprato solo riso, latte e biscotti, yogurt e cereali; mi sarei diplomata nella nobile arte di farmi invitare a pranzo da chiunque e imbucarmi  in qualsiasi evento che prevedesse champagne e canapè; mi sarei innamorata e avrei avuto il cuore spezzato. È stato uno dei periodi più confusi e più belli della mia vita: ne conservo un ricordo edulcorato,  idealizzato, scevro di quelle notti insonni e di quelle insicurezze che caratterizzano il debutto dell’ex studente nella vita vera.

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Nel 1953, Sylvia Plath lascia Boston alla volta di New York, per un mese di stage presso la prestigiosa rivista Mademoiselle, che ha pubblicato scritti di Truman Capote, William Faulkner, Tennessee Williams, Flannery O’Connor e Joan Didion (che, come Sylvia, partecipa al programma di stage). Mademoiselle si rivolge ad una lettrice a tuttotondo, che combini il suo amore per la buon letteratura all’amore per i vestiti e per la moda. La lettrice di Mademoiselle ama il teatro di Arthur Miller, ma anche le partite di football delle Ivy League; va a fare shopping, ama ballare e fa volontariato, mantenendo al tempo stesso una media di tutto rispetto. È pronta a tutto: andare al college, diventare una donna in carriera, sposarsi e dedicarsi ai cocktail e alla vita di società.
Il prestigioso programma di stage, partito nel 1939, permette a un gruppo selezionato di studentesse universitarie di lavorare alla prestigiosa college issue, un numero di Mademoiselle interamente dedicato alla vita universitaria. Le venti prescelte, selezionate tra migliaia di candidate, ricevono uno stipendio regolare e la possibilità di alloggiare al Barbizon, celebre hotel che ha ospitato Grace Kelly, Liza Minelli e l’attrice di Love Story, Ali McGraw, altra celebre stagiaire della rivista.

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La college issue del 1953 ospita pubblicità di shampoo, trucchi, lingerie e vestiti studiati per le starlette dei campus universitari e per le novelle donne in carriera: Sylvia compare come modella a pagina 54, vestito color argento e rossetto scuro, e pagina 252, con una rosa in mano. A pagina 213 della rivista, Sylvia intervista invece Elizabeth Bowen, scrittrice irlandese. A un’altra delle fortunate partecipanti tocca il graditissimo compito di intervistre Dylan Thomas, con grande disappunto della Plath, innamorata del poeta maledetto (che sarebbe morto qualche mese dopo, a novembre). La rivista contiene anche suggerimenti per arredare la propria stanza nei dormitori del college (quando ancora non c’era Pinterest), articoli sull’uomo ideale, pubblicità di corsi di stenografia e scuole di segreteria, pubblicità di porcellane e anelli di fidanzamento, ma anche articoli sulla donna moderna, che non ha paura di fare l’autostop e di affermare la sua indipendenza.

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Sylvia Plath intervista Elizabeth Bowen, Mademoiselle College Issue, 1953

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Mademoiselle College issue, 1953


Quando Sylvia arriva a New York, la città è in piena evoluzione: è il momento delle donne single, che arrivano nella Grande Mela per lavorare e vivere da sole, senza un fratello, un fidanzato, o un marito come chaperon. Le donne iniziano ad essere più interessate al proprio sviluppo personale e alla propria carriera che ai figli e al matrimonio: Truman Capote avrebbe catturato e reso eterna questa New York al femminile nelle pagine del suo Colazione da Tiffany, mentre la fotografa Lisa Larsen nel 1954 pubblica su Life uno speciale sulla vita di sei ragazze che condividono un appartamento nel Greenwich Village, tra toast alla marmellata, zuppe Campbell, pacchetti di Chesterfield, letti improvvisati e coperte patchwork portate da casa.


Sylvia fa il suo ingresso in questa New York riveduta e corretta come una vera e propria principessa, il primo giugno 1953, accompagnata da due militari conosciuti sul treno, che, come due bodyguard, le portano la valigia, la guidano tra la folla di Grand Central, le chiamano un taxi e la accompagnano fino al Barbizon.
La valigia è l’elemento cruciale del trasferimento newyorkese: contiene outfit studiati alla perfezione per scongiurare l’immagine di Sylvia ragazzina (gonne ampie di cotone, maniche a sbuffo, vestiti tirolesi). La Plath ama i vestiti: le piace fare shopping, seguire la moda mantenendo il suo stile. Organizza le spese in base al budget che ha a disposizione: sogna ad occhi aperti, fa liste, scrive dei suoi acquisti. Ha una netta preferenza per il rosso: un pullover rosso aderente su una gonna bianca per un cocktail party, una fascia rossa nei capelli biondi, ballerine rosse, l’onnipresente rossetto rosso. Sylvia predilige il rossetto Cherries in the Snow di Revlon; non ama invece ciprie e polveri, dal momento che l’abbronzatura è una delle sue vanità principali.
Prima di partire per New York, la ragazza acquista una borsa rossa e un paio di scarpe abbinate; un reggicalze, un paio di calze e un rossetto nuovo, tutti in rosso. Passa mesi a ricercare e acquistare bluse di nylon, gonne dritte, maglioncini e scarpe a tacco nere, nel tentativo di costruirsi un look più sofisticato, adatto a una guest editor di Mademoiselle.
Il 27 aprile 1953, Sylvia spende ben 85 dollari per un tubino nero di seta, con bolero abbinato, e un tubino di cotone blu e bianco, con una giacchina col colletto alla coreana, ispirata alle creazioni di Dior. Conclude il guardaroba da Cenerentola un vestito col collo a barca e il corpetto attillato, rallegrato da una fantasia messicana in bianco, nero e marrone. La cura dell’aspetto esteriore e dell’abbigliamento è estremamente importare per la Plath, che coltiva attentamente il suo look da sweetheart americana amante del mare, del tennis, del cibo, dell’aria aperta. I vestiti nuovi le regalano una felicità inattesa: ama fare shopping da sola e considera le shopping list vere e proprie poesie. Il suo spiccato senso artistico cerca soddisfazioni estetiche nella vita di ogni giorno: preparare la tazza perfetta di caffè scuro, tirare su le calze, disporre i frutti rossi in una ciotola (insomma, Sylvia avrebbe amato Pinterest alla follia e sarebbe diventata un’influencer su Instagram!).
Nel corso del decenni, Sylvia è diventata una vera e propria icona fashion, e la cosa non avrebbe potuto che farle piacere: ho trovato su Polyvore e su Pinterest numerose idee di oufit e collage ispirati al suo stile inconfondibile.


Oltre ai vestiti e alle composizioni artistiche con le tazze di caffè, Sylvia avrebbe riempito il suo feed Instagram di cibo. Affamata di vita e di esperienze nuove, la ragazza non rifugge dalle seduzioni del palato: durante un pranzo con la managing editor di Mademoiselle, Cyrilly Abels, Sylvia si appropria della ciotola di caviale, disposta a centrotavola come aperitivo per tutti i commensali, e la divora con un cucchiaio, davanti agli occhi increduli di una collega di stage. Sylvia ama i colori del cibo: il giallo del mais e dei tuorli, il blu cangiante delle ostriche, il biancume della mayonnaise sulle insalate di tonno o di granchio. Dilapida il suo budget riservato alle spese alimentari in condimenti troppo costosi per una studentessa: pasta di acciughe e di capperi, mostarda francese, frutta secca.
Questa è la Sylvia che arriva a New York nel 1953, una ragazza curiosa, entusiasta, desiderosa di sperimentare tutto quello che la città le può offrire in termini di appuntamenti, amicizie, moda, sapori esotici, esperienze inedite: un caffè con un interprete delle Nazioni Unite; una folle uscita nel Queens, terminata con la fuga di Sylvia e della sua amica da un peruviano troppo intenso; una nottata di appostamento al Chelsea Hotel, nella speranza di intravedere Dylan Thomas; tutte le notti passate con le nuove amiche a chiacchierare e complottare, in una New York troppo grande e un hotel che può diventare troppo piccolo e soffocante per un gruppo di ragazze alle prese con la prima esperienza di vita indipendente lontano da casa o dal campus, in una torrida estate piena di aspettative e di speranze.
Con premesse del genere, cosa può andare storto? Come può un’esperienza così esclusiva ed ambita lasciare Sylvia disincantata, delusa dalle mille luci e dal buio di New York, emotivamente fragile, più che mai vittima di quella depressione che le sarebbe quasi costata la vita in un primo tentativo di suicidio?

La poetessa si scopre fragile, incapace di conciliare la ferma volontà di vivere New York, le rigide aspettative di Mademoiselle e il suo stesso perfezionismo. In una lettera del 13 maggio 1953, a due settimane dalla partenza, Sylvia confida alla madre Aurelia le sue speranze (poi disattese) di intervistare J.D. Salinger, Shirley Jackson, E.B. White e Irwin Shaw; in un’altra lettera del 4 giugno, confessa il suo disappunto per non essere stata nominata fiction editor.
In una lettera datata 8 giugno, Sylvia racconta di passare le sue giornate lavorative leggendo numerosi manoscritti e scrivendo lettere di rifiuto, cercando al contempo di soffocare la paura di non essere accettata alla celebre scuola estiva di scrittura creativa a Harvard (paura che si rivelerà fondata: il rifiuto esacerberà la depressione di Sylvia, conducendola al tentativo di suicidio).
In una lettera al fratello Warren, scritta durante gli ultimi giorni di permanenza a New York, Sylvia dichiara di voler solo andare a casa per mangiare, dormire, giocare a tennis e abbronzarsi, lontano dall’afa opprimente della città. Scrive inoltre di sentire la necessità di fermarsi, per riuscire a riflettere sui significati, i cambiamenti, le conseguenze del suo mese a New York, troppo frenetico e pieno di eventi per permetterle di pensare. Sylvia scrive a Warren di aver perso di vista se stessa e i suoi obiettivi: nel corso del suo mese a New York, si è sentita a fasi alterne estatica, orribilmente depressa, shoccata, eccitata, nervosa, stanca, confusa; ha bisogno di tornare a casa, di essere circondata dalle sue cose e dalle persone che ama. Conclude scrivendo di essere contenta di aver fatto quest’esperienza, ma di essersi anche resa conto della sua giovinezza e inesperienza. La Smith le evoca il ricordo di una vita semplice, bucolica, incantevole, in netto contrasto con l’afa, umidità, la sporcizia di New York. Si firma “la tua esausta, estatica, elegiaca newyorchese”.

Uno degli elementi più stressanti e confusionari dello stage è il fatto che le ragazze abbiano sia il compito di realizzare un prodotto, la college issue, che di viverlo, arrivando ogni mattina ben vestite, fresche e pimpanti dopo giornate (e nottate) di cocktail party e sfilate di moda. New York a giugno è asfissiante e umida, ma le ragazze sono tenute a presentarsi ogni mattina fresche come rose e senza tracce di stanchezza. Imperversa tra loro la mania di vedere ed essere viste, entrare in contatto con la gente giusta, uscire con i ragazzi più invidiabili ed affascinanti, essere intellettuali e modelle a tempo stesso.
Tutta questa pressione è troppa per Sylvia, che, durante i festeggiamenti per l’ultima notte al Barbizon (il 26 giugno), lancia dalla terrazza dell’hotel tutto il contenuto della famosa valigia: ogni singola blusa, sottoveste, gonna svolazza nella notte newyorchese, nel tentativo di esorcizzarne il grigio, l’asfalto, l’oppressione, i fantasmi. Il giono dopo, Sylvia riparte da Grand Central indossando una blusa e una gonna prestatele da una delle ragazze dello stage, non volendo portare con sé nemmeno un pezzo di quell’esperienza newyorchese che ha messo fine a tante delle sue illusioni.

Soundtrack: City of stars, da La La Land, per celebrare tutti quei sogni che non sempre si realizzano (o almeno, non come vorremo)

Per saperne di più:

Pain, Parties, Work: Sylvia Plath in New York, Summer 1953, Elizabeth Winder, Harper

La grande estate: Sylvia Plath a New York, 1953,  Elizabeth Winder, trad. A cura di Elisa Banfi, Guanda

Letters Home: Correspondence, Sylvia Plath, Faber&Faber

Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre, Sylvia Plath, trad. Di M. Fabiani, Guanda

Immensamente Sylvia Plath

Sylvia Plath, la donna senza voce

Sylvia Plath, solitudini e moltitudini

Sylvia Plath tra poesia e mito

The Bell Jar. Dentro la campana di vetro di Sylvia Plath

Making sense of suicide with Sylvia Plath: un articolo di Katie Crouch

Il cibo nei romanzi di Jane Austen

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

I romanzi e le lettere di Jane Austen sono cosparsi di riferimenti a pietanze, cene, picnic, tè, che riflettono le abitudini, il carattere, i sentimenti, le ambizioni, le ansie, le piccolezze della costellazione di personaggi che animano il suo mondo. Tuttavia, si tratta di riferimenti spesso esigui: se le eroine della Austen sono spesso troppo prese dal turbine di eventi – romantici e non – che le coinvolgono per raccontarci cosa hanno mangiato o i loro cibi preferiti, zia Jane sopperisce a questa mancanza di informazioni con le più dettagliate descrizioni presenti nelle sue lettere, che contribuiscono a farci capire l’importanza che la società georgiana (specie i ceti sociali più alti) attribuisce a cosa si mangia – e a quando lo si mangia.

Nelle sue lettere, Jane si dimostra interessata alla vita domestica a tuttotondo, descrivendo pasti, pietanze, ghiottonerie ricevute in regalo da parenti e amici. La sua prima casa, Steventon Rectory nello Hampshire, la inizia alle dolcezze della vita rurale: suo padre è uomo di chiesa e fattore, dedito all’allevamento di maiali e mucche. Sua madre si occupa del pollame, della produzione di latte, dell’orto e del giardino. La famiglia Austen riesce così ad essere autosufficiente, con l’eccezione di beni quali caffè, tè, arance, limoni e spezie. A venticinque anni, Jane si trasferisce con la famiglia a Bath, e le sue lettere iniziano a fare riferimento alla difficoltà di trovare latticini e carne di qualità – nonché all’annoso problema dei prezzi.

Tra i contributi più significativi, si annoverano senza dubbio quelli che arrivano da Martha Loyd, intima amica di Jane e sua sorella Cassandra che nel 1805 – dopo la morte del padre – va a vivere con le due sorelle e la madre, prima a Southampton, poi in un cottage a Chawton, nello Hampshire. È proprio a Chawton che Martha Lloyd inizia a compilare il suo libro di ricette, regalandoci così un’interessante, variegata panoramica delle pietanze che Jane consuma con la famiglia e gli amici. Dai suoi scritti, il cibo emerge anche come elemento di identificazione sociale: la gentry, che in periodo georgiano è in piena ascesa, mira infatti a differenziarsi dalle classi inferiori, adottando la moda di pranzare – e soprattutto cenare –sempre piu tardi. Se ci si alza tra le sei e le otto, la gentry inizia a fare colazione dalle nove in poi.

A colazione si servono tè, caffé e cioccolata, pane e panini caldi e freddi, torte, pound cake (così chiamata perché si prepara con un pound di burro, uno di zucchero, uno di farina e uno di uova), pane tostato con burro, buns (Jane Austen scrive alla sorella Cassandra il 3 gennaio 1801 dicendole di essersi rovinata lo stomaco con i Bath buns, ricchi di burro e di zucchero) e Sally Lunn Buns, un incrocio tra panino e brioche.

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

In Northanger Abbey, Catherine, ospite dei Tilney a Bath, rimane impressionata dalla quantità e dalla raffinatezza dei cibi serviti a colazione: tra i suoi preferiti campeggiano la cioccolata calda e la brioche, di cui parla a profusione una volta rientrata a casa, tanto che sua madre la sgrida, convinta che il soggiorno dai Tilney le abbia messo in testa ingiustificate idee di grandezza. La madre della Austen, ospite di sua cugina a Stoneleigh Abbey nel Warwickshire, descrive una colazione che può darci un’idea del banchetto dei Tilney: tra i cibi che le vengono offerti figurano cioccolata, caffè, tè, pound cake, toast, pane e burro e torte di frutta secca. La colazione diventa più consistente per lavoratori e viaggiatori: prima di lasciare Mansfield Park per recarsi a Londra, William Price mangia maiale e mostarda e Henry Crawford uova sode.

Il pranzo è un’innovazione vittoriana, introdotta quando la cena viene posticipata dal pomeriggio alla sera; tuttavia, è presente anche in epoca georgiana, seppure non abbia un nome né una fascia oraria fissa. In Orgoglio e pregiudizio, quando Lydia e Kitty vanno incontro a Jane e Lizzie di ritorno da Londra, si fanno offrire da loro un pranzo freddo al George Inn, a base di carne e insalata.

Come ci ha insegnato Downton Abbey (anche se ovviamente parliamo di momenti storici molto diversi), cambiarsi prima di cena è un momento topico per le signore della casa, che richiede circa un’ora, ma arriva anche a un’ora e mezzo nel caso di Miss Bingley e Mrs Hurst in Orgoglio e pregiudizio. La cena è infatti il momento per mettere in mostra la propria toeletta, i vestiti e le acconciature più alla moda; anche gli uomini cambiano d’abito, specie dopo battute di caccia o altre escursioni all’aria aperta.

Tè, caffè e dolci vengono serviti circa un’ora dopo la cena, una volta che i signori hanno bevuto il loro porto, fumato i loro sigari e si sono ricongiunti alle signore. Se la cena ha luogo in campagna, ci si intrattiene giocando a carte, suonando o improvvisando un ballo, mentre in città si va a teatro e si cena intorno alle nove. La cena può essere estremamente semplice e consistere di pane e formaggi o un assortimento di piatti freddi, oppure arrivare ad essere una cosa seria, un pasto di varie portate calde servite alla francese: tutte le pietanze della prima portata vengono servite insieme, con il pesce e la zuppa ai due capi della tavola.

In Orgoglio e pregiudizio, la signora Bennet invita Mr Bingley, con un misto di pretese di grandeur e accenni ad un’intimità che spera si sviluppi presto, a una cena in famiglia. L’invito si concretizza solo alla fine del libro, e la signora Bennet si rivela decisa a servire due portate. Potrebbe sembrare una soluzione modesta, al ribasso, che cozza con le sue pretese di grandeur: in realtà, una portata singola nel periodo georgiano arriva ad occupare l’intero tavolo, in un tripudio di zuppe, pesce, arrosti, torte, fricassee, ragù. Può essere seguita da una seconda portata di dolce e salato e dal dessert (frutta, frutta secca e sweetmeats, per i quali non serve un cambio di coperto). Non si tratta ovviamente di una modesta cena in famiglia, che avrebbe più verosimilmente un’unica portata: la struttura della cena ha un valore allusivo – come spesso succede con le scene di cibo nei romanzi della Austen – e riflette le mire espansionistiche di mamma Bennet, decisa ad avere Bingley come cognato a qualsiasi costo, anche quello di far beccare alla sua primogenita, la bella Jane, un brutto raffreddore pur di far sì che venga ospitata a casa dell’amato. La cena a casa Bennet riassume quelle che sono le patate bollenti della perfetta ospite georgiana: fare bella figura con i vicini più altolocati, stabilire la propria posizione sociale servendo selvaggina e cacciagione, le pietanze dei signorotti della gentry, e introdurre una nota di raffinatezza facendo l’occhiolino ai cuochi e alle pietanze francesi.

Sempre in Orgoglio e pregiudizio compare una misteriosa zuppa bianca, una pietanza apparentemente laboriosa e di lunga preparazione (Bingley, in procinto di organizzare un ballo a Netherfield, affida la tempistica alla preparazione della zuppa bianca della sua governante, la signora Nicholls; solo quando quest’ultima avrà preparato zuppa a sufficienza Bingley potrà mandare gli inviti). La zuppa bianca ha posto non pochi grattacapi ai traduttori del romanzo, a partire dalla prima traduzione di Giulio Caprin del 1932, dove la Nicholls diventa Nicolò e la zuppa la sua barba bianca. Vi rimando a questo articolo di Giuseppe Ierolli per le ulteriori peripezie della zuppa bianca nelle varie traduzioni del romanzo.

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White soup  – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Emma è il romanzo che contiene maggiori riferimenti al cibo, che assume anche una funzione di coesione sociale all’interno della comunità in cui la protagonista vive. Offrire cibo a chi ne ha più bisogno è l’atto di carità cristiana più naturale ed immediato, l’elemento che avvicina le famiglie più abbienti a quelle bisognose: la condivisione diventa così uno dei motori che tengono insieme il tessuto sociale dell’universo dei romanzi austeniani.

Le due signorine Bates, probabilmente i personaggi meno abbienti descritti dalla Austen, ricevono, cucinano e condividono vettovaglie con una gratitudine e una generosità tale che il loro amore per il cibo arriva incensurato al lettore. Sono estasiate oltre ogni dire quando il signor Woodhouse regala loro un pezzo di maiale o Knightley le omaggia di un sacco di mele; commentano con eccitazione i diversi modi in cui hanno intenzione di cucinare il maiale e condividerlo con i vicini, e cercano una soluzione per usare le mele in modo tale da stuzzicare il capriccioso appetito dell’elusiva nipote, Jane Fairfax.

Le due signorine non possiedono un forno, quindi mandano pane e torte a cuocere da Mrs Wallis, la panettiera del vicinato.

La frutta è uno dei simboli più forti nei romanzi della Austen, emblema di prosperità e di felicità per le sue eroine – basti pensare alla frutta in serra di cui Elizabeth godrà a Pemberley, alle fragole di Knightley a Downell Abbey, alla frutta secca presente in abbondanza nella torta nuziale della novella signora Weston, che pone all’ipocondriaco padre di Emma il dilemma della sua difficile digestione; la stessa Jane scrive alla sorella Cassandra nell’ottobre 1815 “good apple pies are a considerable part of our domestic happiness”, le torte di mele sono un elemento integrante della felicità domestica: e come darle torto?

Se tutto questo parlare di cibo vi ha messo fame e volete cimentarvi a preparare alcune pietanze in salsa Regency, ecco due ricette gentilmente offerte da Sigrid de Il Cavoletto di Bruxelles, che per l’occasione ha indossato crinoline e cuffietta e ha ricreato in cucina lo spirito dei romanzi di zia Jane, scattando anche tutte le foto presenti nel post.

Correte a indossare le vostre toelette migliori, e buon appetito!

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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

Sally Lunn Buns

Questi panini, che sono un delicato incrocio fra panino e brioche, eterei a sufficienza per sposarsi con burro e marmellata senza che l’insieme risulti altro che delizioso e leggero, a quanto pare arrivano da Bath, UK, dove li avrebbe sfornati per prima una fornaia francese, Solange Luyon. Contrariamente alle classiche brioche francesi, l’impasto delle Sally Lunn non è appesantito o arricchito con tanto burro, contiene invece della panna, che rende i panini più golosi e ricchi del pane classico, ma in un modo diciamo discreto e appena percettibile. Ho realizzato questi panini utilizzando la Pasta madre, riporto qui sotto entrambi i procedimenti, sia per il lievito di birra che per la lievitazione naturale.

Per 12 panini

farina 00 225g

farina manitoba (o 00) 225g

panna fresca 280ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

lievito di birra granulare 7g

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Se usate il lievito di birra a cubetto scioglietelo nella panna che tiepida. Mescolare la farina con il lievito granulare, la vaniglia, il sale e lo zucchero. Versare, in mezzo, le uova e la panna, e impastare per circa 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, coprire con della pellicola e lasciar lievitare in luogo tiepido per circa 2 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 45 minuti.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.

Per la versione con il lievito madre:

Lievito madre (100% idratazione) 230g

farina 00 175g

farina manitoba (o 00)175g

panna fresca 155ml

uova 2

zucchero 2 cucchiai

sale 1 cucchiaino

vaniglia macinata mezzo cucchiaino

1 tuorlo e poco latte per spennellare

  1. Mescolare le farine con la vaniglia, lo zucchero e il sale, aggiungere le uova, il lievito madre e la panna tiepida. Impastare per 6-8 minuti o finché l’impasto sia elastico e morbido (se risulta troppo secco, aggiungete un goccio di acqua, troppo colloso, aggiungete poca farina). Formare una palla, sistemarla in una ciotola di ceramica, coprire con della pellicola e lasciar lievitare a temperatura ambiente per circa 2 ore. Trasferire in frigorifero e lasciar riposare per 12 ore.
  2. Riprendere l’impasto, dividerlo in 12 porzioni, formare dei panini tondi e sistemarli su una teglia da forno rivestita con carta forno, lasciando circa 10cm fra un panino e l’altro. Spenellare con il tuorlo sbattuto con del latte, e lasciar riposare per 4-5 ore.
  3. Infornare a 200° e lasciar cuocere per 12-15 minuti o finché i panini saranno ben dorati. Sfornare e lasciar raffreddare su una griglia. Servire a temperatura ambiente, con abbondante burro o clotted cream e marmellata.
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Sally Lunn Buns – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

White soup

Di base ho usata la ricetta del Telegraph, con qualche piccola modifica.

Pensavo di ammodernare il tutto usando del brodo pronto fino a quando ho capito che lo charme e nutrimenti di questa zuppa proviene proprio dal brodo fatto in casa, quindi alla fine, per quanto possa sembrare lungo e noioso (nemmeno tanto in realtà), il brodo di carne va fatto dal principio. L’altra piccola modifica che ho apportata è che invece di legare la zuppa con del pane, ho usato della brioche (questo perché mi piaceva molto l’idea del contrasto fra il brodo ricco e sostanzioso, e poi le aggiunte cremose e dolci (panna, mandorle) che si fanno prima di servirlo. Ho resistito, contrariamente alle indicazioni del Telegraph, a rimettere la carne bollita nella zuppa: non credo che all’epoca si fosse fatto, credo che il punto di questa zuppa sia proprio di sembrare delicata e sensibile ma di avere nel contempo una robusta sostanza nascosta (molte proprietà nutrienti della carne si trovano ormai nel brodo) quindi aggiungerci la polpa bollita sembrava cosa rozza da fare (puoi invece usare la carne, tritata con pane, uova, patate bollite, formaggio e buccia di limone per fare delle ottime polpette di bollito alla romana ;)) Nell’insieme, zuppa gradevole e elegante, una bella scoperta, grazie Jane! 😉

Polpa di vitello 400g

pancetta 50g

sedano 2 coste

cipolla 1

carote 2

grani di pepe 10

un cucchiaio di sale

un mazzetto di erbe fresche (ho usato origano, salvia, timo e alloro)

Tagliare tutti gli ingredienti grossolanamente, sistemarli dentro una pentola capiente, coprire con dell’acqua fredda, poi portare a ebollizione. Lasciar sobbollire il brodo per 2 ore circa, poi filtrare il tutto, mettere da parte la carne di vitello e buttare il resto. Lasciar riposare il brodo al fresco per una notte.

Mandorle spellate 100g

brioche 2 fette

panna 3dl

tuorlo 1

Il giorno dopo, togliere le eventuali impurità in superficie del brodo. Versarlo dentro una pentole, aggiungere le mandorle e la brioche, e portare a abolizione. Lasciar cuocere piano per 30 minuti. Frullare con il frullatore a immersione, poi filtrare di nuovo in modo da eliminare le mandorle e il pane non sciolto. Riversare nella pentola e portare a ebollizione. Poi, a fiamma bassissima, aggiungere la panna nella quale avrete sciolto il tuorlo, mescolare con un cucchiaio di legno per qualche minuto, senza far bollire. Spegnere, aggiustare sale e pepe, e servire subito.

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White soup – Photo credits Il Cavoletto di Bruxelles

 

Per saperne di più

Il Calendario dell’Avvento Letterario: regali filosofici

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Nota di Ophelinha: prima di passare la parola a Vittoria di La filosofia secondo baby P, che vi offre questo speciale natalizio, vorrei fermarmi un attimo a ringraziare tutti voi che avete partecipato all’#AvventoLetterario, arricchendolo ogni giorni di spunti, curiosità, parole, storie. Questo calendario non sarebbe esistito senza di voi, quindi grazie, di cuore.

Vorrei anche ringraziare tutti voi che ci avete letto/condiviso/commentato ogni giorno, e Paola Chiesa che ha parlato di noi su La Stampa.

Vi auguro un felicissimo Natale tramite l’immenso Leonard Cohen (nella mia testa, l’intero calendario è dedicato a lui, per ovvi motivi. Grazie delle parole, grazie della musica, Leonard. Grazie, sempre.)

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Il rasoio di Ockham.

Ockham, sostenitore dell’empirismo, mise in atto un principio economico che riducesse tutte quelle nozioni metafisiche che non facevano altro che complicare la vita.

Il rasoio è uno strumento unisex che taglia in maniera definitiva menzogne e illusioni: zac a amore eterno, corpo perfetto, anima bella. Resta il mondo quale è, quello in carne e ossa, quello con gli amori che vanno e vengono, con le cosce a materasso e le anime perdute.

Il mondo quale è va preso quale è: non c’è nient’altro da chiedere.

 

Il tacchino induttivista.

Russell raccontava la storia di un tacchino a cui veniva dato da mangiare sempre alle nove del mattino. L’animale, giorno dopo giorno, concluse, tramite l’osservazione dei casi particolari, che  “Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo”. L’inferenza del tacchino fu smentita la mattina della vigilia di Natale.

Il tacchino, dunque, oltre che possibile piatto di portata per la cena di Natale, è un valido argomento contro la pretesa induttivista di fornire regole universali partendo da casi particolari. Se, per esempio, tutte le mie amiche con figli hanno enumerato, all’alba dei cinque anni, la genialità dei propri bambini in qualcosa (legge all’incontrario, vibra il violino come uno tzigano ungherese, fa la trottola sui pattini a rotelle fino a scomparire), non è detto che anche mia figlia si esibisca in un numero simile. Lei sa solo ridere con le ciglia e baciare con i piedi.

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Il cielo stellato sopra di me.

Passata la moda della stella, è ora di regalare il cielo intero, con tutte le sue stelle e i suoi pianeti e, forse, gli extraterrestri.

Il cielo stellato, suscitando venerazione per la sua grandiosità, restituisce l’idea di un’umanità piccola e insignificante (da una parte noi, le nostre lampadine, le nostre idee; dall’altra le stelle);  eppure siamo qua, ad ammirarlo.

 

Una bacinella.

A volte l’anima si mette a fare un grande bucato di pensieri: si riempie d’acqua saponata, simile a una bacinella, e lava tutto a mano, perché i pensieri sono capi delicati.

Domande marcescenti, e risposte da stendere. Rilavaggi continui dei pensieri, quelli più ostinati trattati a 90 gradi. Visioni piene di macchie. Risciacqui vigorosi. Generose dosi di ammorbidente. Sfregamenti di idea contro idea. Teorie sulla vita lasciate in ammollo.

Il lavaggio dei pensieri è un’operazione lunga e ostinata, i pensieri sempre sporchi.

L’anima vorrebbe esondare, gonfiare di felicità, ma non ci riesce; non può, i pensieri la trattengono dentro quell’acqua stagnante. Deve imparare a ristagnare. A rassegnarsi alla sua forma quando non sa essere null’altro che una bacinella di plastica.

Poi, a un certo punto, arriva la vita – con le ciabatte e lo scopettone, impaziente di sciogliere i pensieri – e getta in strada quell’acqua stagnante. Fluisce di nuovo.

 

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Un giocattolo anti borghese.

Barthes criticava i giocattoli moderni in quanto significano sempre qualcosa, qualcosa che rimanda al mondo degli adulti, a un destino segnato (sarai medico come il nonno, chef come quelli della TV, professoressa come la mamma). Il bambino si limita a utilizzare questo mondo già fatto: “gli si preparano gesti senza avventura, senza sorpresa né gioia”. Via il set della dottoressa Peluche, gli utensili da piccolo chef stellato, il kit della professoressa con la matita rossa e blu. Il vestito di Frozen, no, dice mia figlia, perché non condizionerà affatto il suo futuro ruolo di principessa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #24: il sogno di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Pino di I fiori del peggio

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Sull’onda della richiesta sempre più pressante, da parte di cittadini e istituzioni, di un sistema di controllo della qualità delle informazioni diffuse dai mezzi di comunicazione, un solerte burocrate, non si sa se per odio o paura dei libri, aveva pensato bene di estenderne gli effetti anche al mercato editoriale e aveva perciò scritto i dieci articoli dal 48 al 53 del Capo XVIII del Trattato Intercontinentale per il Controllo e la Verifica delle Fonti Informative (Tr.I.Co.Ve.F.I.), che conteneva le Misure per il contrasto della pubblicità ingannevole. Gli articoli in questione così recitavano:

Articolo 48

Al fine di contrastare la pubblicità ingannevole e la diffusione di informazioni non verificabili sulla qualità delle opere pubblicate, e garantire a tutti gli operatori uguali opportunità di accesso al mercato editoriale e le condizioni per una concorrenza leale, è fatto obbligo a tutti i Paesi aderenti di pubblicare le opere editoriali senza alcun riferimento all’autore, al titolo e alla casa editrice e utilizzando copertine prive di qualsiasi immagine.

Articolo 48 bis

Le opere soggette all’obbligo di cui al precedente articolo sono quelle la cui data di prima pubblicazione è successiva alla data di ratifica del presente Trattato.

Articolo 48 ter

Al fine di evitare possibili associazioni a una Casa editrice sulla base della grafica o del carattere utilizzato per la stampa, i libri dovranno essere commercializzati esclusivamente con copertine in brossura di colore corrispondente al codice Pantone 408 e stampati utilizzando il font Arial.

Articolo 48 quater

In tutti i Paesi aderenti il titolo del libro sarà sostituito dall’International Serial Book Number (ISBN)

Articolo 48 quinquies

La seconda, terza e quarta di copertina potranno essere utilizzate esclusivamente per riportare la sinossi dell’opera. Al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall’articolo 52, le Case editrici dovranno evitare qualsiasi riferimento dal quale si possa risalire all’identità dell’autore dell’opera.

Articolo 49

L’obbligo di cui all’articolo 48 ha una durata di cinque anni dalla data di prima pubblicazione, termine trascorso il quale le opere potranno essere pubblicate in chiaro.

Articolo 50

Al fine di garantire il rispetto di quanto previsto dagli artt. dal 48 al 49, per la stampa delle opere le case editrici dovranno avvalersi esclusivamente di Centri Stampa accreditati dai singoli Paesi aderenti.

Articolo 51

Fatta salva la possibilità da parte delle Case editrici di stringere accordi contrattuali di tipo privatistico con i singoli autori, i diritti d’autore sulle singole opere, calcolati sulla base della normativa vigente nei singoli Paesi aderenti, saranno corrisposti sulla base dei volumi di vendita effettivi nel periodo di cinque anni di cui all’articolo 49.

Articolo 52

Qualsiasi violazione a quanto sopra disposto comporterà una sanzione a carico della singola Casa editrice di importo non inferiore ai 20 milioni di euro o valuta equivalente al cambio vigente alla data di ratifica del presente Trattato. L’importo dovrà essere applicato per ogni singola infrazione.

Articolo 53

La vigilanza sul rispetto di quanto previsto dagli articoli dal 48 al 52, è di competenza dei Paesi aderenti.

La perversa fantasia del legislatore, peraltro, non si era limitata alle oltre ottocento pagine di cui si componeva il Tr.I.Co.Ve.F.I., visto che al trattato erano allegate migliaia di pagine di complicatissimi regolamenti attuativi che avevano affrontato ogni minimo aspetto applicativo della norma, rendendo di fatto impossibile ogni deroga o scappatoia.

Eppure quando, secondo i diversi fusi orari, alla mezzanotte del 25 dicembre del 2016 il Trattato venne ratificato contemporaneamente da 203 Stati mondiali (mancavano all’appello solo l’Ossezia del Sud, la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk), il mondo che gravitava attorno ai libri aveva ostentato una certa tranquillità, ritenendo che addetti ai lavori e semplici lettori si sarebbero ben presto adattati alle novità introdotte dalla legge. In fondo, si sosteneva, titolo, autore ed editore erano solo dettagli di cui si poteva fare a meno: nel giro di pochi mesi tutti avrebbero acquisito la stessa abilità di un esperto sommelier messo alla prova in una degustazione alla cieca perché la qualità delle opere avrebbe parlato da sola.

Le cose non andarono proprio così.

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I primi a manifestare segni di sofferenza furono gli uffici editoriali addetti alla “creazione dei casi editoriali”, visto che non era più possibile lanciare un libro vantando l’anticipo milionario con cui l’editore X lo aveva acquistato, e per due ottimi motivi: innanzitutto non si poteva nominare l’editore che aveva anticipato, né lo scrittore che aveva ricevuto l’anticipo, e neanche il titolo del libro; e poi nessuna casa editrice si azzardava più a sborsare cifre a sei zeri sapendo di non poter contare sul battage degli osannanti marchettari a libro paga.

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Subito dopo furono le centinaia di festival/fiere/saloni del libro in giro per il mondo a dover fare i conti con il Tr.I.Co.Ve.F.I., e in particolare con il fatto che gli stand erano tutti uguali e che, quindi, era inutile e antieconomico continuare ad allestirli (sia i saloni che gli stand). Nessuno, a parte i direttori (dei saloni), ne sentì la mancanza.

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Fu poi il turno delle recensioni che, sia sulla carta stampata che online, iniziarono a essere sempre più vaghe e anodine fino a diventare un esercizio di “cerchiobottismo estremo”, per evitare di incensare troppo un’opera che cinque anni dopo poteva essere attribuita a Flavio Dolo oppure, all’opposto, stroncare un opera che ex post si sarebbe scoperta “fondamentale”, perché scritta da Alberto Sariano. Si narrava, addirittura, che lo scrittore Paolo Pizziroli fosse stato colto da malore perché non riusciva più ad appioppare a un libro la sua prediletta definizione di “opera mondo”. Nonostante il massimo delle cautele, tuttavia, si verificarono diversi incidenti come quando, alla scadenza del primo lustro di applicazione del trattato, si scoprì che un libro di cui non aveva parlato nessuno (un indigeribile polpettone noto fino ad allora come “978-3807072881”), era in realtà “Il cartellino” di Don Tartina (vincitore per due volte del premio Pallitzer, per questo soprannominato “du’ Pallitzer”). Nonostante i tentativi di recupero fuori tempo massimo (come quello di Manola Laboria che lo definì: “una imperdibile parabola sul disagio della modernità ambientata nello spietato mondo dei travet”) i lettori non abboccarono e il libro vendette pochissimo.

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A causa delle difficoltà nel recensire i libri, anche i supplementi culturali dei quotidiani furono costretti a drastiche cure dimagranti, riducendosi a un paio di pagine, occupate per gran parte da illeggibili classifiche (i titoli erano tutti composti da serie di tredici numeri) e per il resto da brevi recensioni che, si favoleggiava, fossero in realtà frutto di un algoritmo computerizzato che assemblava associazioni più o meno sensate di sostantivi e superlativi. Inutile aggiungere che nessuno, a parte chi ci scriveva, ne sentì la mancanza.

Anche i premi letterari entrarono in crisi. Il premio Sbraga inventò il “premio condizionale postumo”, che veniva assegnato con cinque anni di ritardo rispetto alla data di pubblicazione con la dicitura “Il libro che avrebbe vinto il premio Sbraga cinque anni fa”. Tuttavia, quando gli editori si accorsero che l’assegnazione di questi riconoscimenti non aveva più alcun effetto sulle vendite, cessarono di interessarsi ai premi e i premi, semplicemente, cessarono di esistere. E anche in questo caso nessuno, a parte le giurie e i presidenti (dei premi), ne sentì la mancanza.

Pure le trasmissioni televisive dovettero smettere di parlare di libri. Particolarmente colpiti furono Lorenzo Formica e Dario Dazio, costretti a riservare il loro campionario di iperboli e di incenso solo a film e dischi, almeno fino a quando il Tr.I.Co.Ve.F.I. non avesse regolamentato pure quelli.

Le noiosissime presentazioni (e gli ancora più noiosi reading) nelle librerie, poi, scomparvero quasi del tutto.

Le conseguenze sul mondo dei social non furono meno eclatanti. Qualche account si salvò specializzandosi sui classici, ma molti altri furono completamente spiazzati. Fra i creatori compulsivi di hashtag, ci fu chi pensò di cavarsela proponendone uno “omnibus” (il celeberrimo #AdMinchiam), ma ben presto venne abbandonato dai suoi follower e, soprattutto, dalle case editrici che non potevano più contare su un ritorno pubblicitario a costo zero. Anche i blogger che postavano in continuazione foto con i libri omaggio o in anteprima ricevuti da questo o quell’editore non sapevano più che fare, visto che i pieghi di libri erano ormai anonimi (come i libri in essi contenuti). Il problema si risolse da sé quando i mittenti si accorsero che i destinatari non potevano più umettarne a dovere le terga e smisero di inviare copie omaggio. In questo modo anche i blogger dovettero comprare i libri come tutti i comuni mortali.

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Eppure, alla lunga, gli effetti di tutto questo non furono del tutto negativi, anzi.

Innanzitutto le case editrici dovettero ricominciare a fare il proprio lavoro, selezionando con attenzione i libri da pubblicare e stampandoli con più cura. Furono perciò costrette a valorizzare (e retribuire adeguatamente) il lavoro degli scout, degli editor e dei traduttori. Il risultato fu che si stamparono molti meno libri e che questi raramente superavano le trecento pagine (a questo proposito si narra che Leonardo Albernati fosse quasi impazzito al ventesimo rifiuto della sua “La scuola mormonica” che non riusciva a tagliare al di sotto delle quindicimila pagine e fu costretto a ricorrere al self publishing – anonimo anche quello, peraltro). E anche i lettori, che non perdevano più tempo a twittare hashtag o postare foto di copertine/presentazioni/saloni/festival/inserti culturali, lessero molto di più.

Insomma, la perfidia di un invisibile burocrate aveva prodotto un risultato assolutamente inaspettato e paradossalmente rivoluzionario: per parlare di un libro era diventato indispensabile averlo prima letto.

E adesso scusate, ma devo andare: è ora che prenda le pillole che mi ha dato il dottore.

Buone feste a tutti.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #22: il dono dei Magi

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Questa casella è scritta e aperta da Tamara di Citazionisti avanguardisti

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Era il 1995 e avevo undici anni. La peluria si diffondeva uniformemente sul mio labbro superiore così come qualche timido pelo sotto le ascelle. Un accenno di tette che in pochi mesi sarebbe esploso e una strana attrazione per un compagno di classe dotato di orecchie elefantiache completavano il quadro.

Era il 1995 e io credevo nell’esistenza di Babbo Natale. Non che mi mancassero prove del contrario, solo che non volevo rinunciare, un po’ come la faccenda dello spirito santo.

Era il 1995 dicevo, l’anno in cui l’amica del cuore mi forniva un maligno indizio, indizio che avrebbe fatto crollare la fede nel bianco natal.

“Io so cosa ti hanno comprato i tuoi per il 25, cerca in casa e capirai che non dico fandonie”.

La curiosità è stata più forte di tutto e un pomeriggio mi sono messa ad aprire armadi, cassetti, ripostigli alla ricerca di qualcosa che la smentisse. Come si permetteva lei di distruggere la mia idea di Natale? Come si permetteva lei che già indossava assorbenti tutti i mesi?

Lo trovai alla fine. Era un pacchetto discretamente grande, avvolto da una carta rossa e bianca, con dei piccoli pupazzi di neve. Sollevai delicatamente una delle linguette superiori, stando ben attenta a non modificarne in alcun modo la consistenza. Lessi l’etichetta: una Barbie. Non una bambola qualunque ma proprio quella, quella con l’usignolo e il vestito azzurro pieno di fiori, quella che sembrava una nuvoletta di zucchero filato, quella di cui avevo scritto nella mia lettera. Crollai sul letto, travolta dalla rabbia. Era tutto vero allora! Babbo Natale non esisteva! Quell’uomo grasso a cui avevo lasciato latte e biscotti per anni durante la notte della vigilia non era altro che una rubiconda bugia. Mi avevano lasciato crederci! Non mi avevano dissuaso dal farlo! Avevano continuato a farmi passare per una babbasona!

Cosa fare allora? Meritavano una lezione, meritavano che finalmente sfoderassi tutta la mia cattiveria, quella che avevo sempre tenuto buona a suon di preghiere e guance offerte.

Accoglierli con in mano la bambola decapitata? Infilargliela nel letto come la testa del cavallo che avevo visto in quel film? Distruggere a caso qualche giocattolo di mio fratello, così, a sfregio? No, avrei dovuto ragionare a mente fredda, pianificare lucidamente ma ero troppo ingenua per farlo, ero ben lontana dall’avere quella saggezza lieve dei protagonisti di Il dono dei magi di O. Henry, edito da Orecchio Acerbo.

Della e Jim sono una giovane coppia di sposi che vive in un appartamento modesto. Il Natale si avvicina e con esso anche la preoccupazione di non poter donare all’amato un regalo speciale. Un dollaro e ottantasette centesimi è tutto ciò che hanno risparmiato.

Che fare allora? Entrambi pensano a quello che più di prezioso posseggono: per Della sono i suoi splendidi capelli; per Jim l’orologio d’oro appartenuto a suo nonno.

Della decide così di vendere la sua folta chioma a un negozio di parrucche, ricavandone il necessario per comprare una catenina da abbinare all’orologio tanto caro al suo sposo. Jim invece si disfa del suo prezioso ricordo per comprarle degli adorabili pettinini, che Della ha sempre desiderato.

Si ritrovano così in cucina, con la cena sul fuoco durante la vigilia: i loro regali di Natale sono inservibili ma hanno qualcosa di più prezioso, il loro amore e il loro spirito di sacrificio. Sono saggi Della e Jim, come i re magi.

Diversamente da me, che nemmeno quella volta ho imparato qualcosa.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #21: l’inverno inglese e altri animali

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Questa casella è scritta e aperta da Marina di Interno storie

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Che il Natale sia argomento principe della letteratura per l’infanzia, soprattutto quella inglese, è cosa nota. E non così complicato lasciare incantare dai racconti che lo scandagliano in lungo e in largo.

Kenneth Grahame, Beatrix Potter e Jill Barklem, autori conosciuti, con toni differenti affrontano il tema natalizio o lo sfiorano in qualche modo.

Kenneth Grahame in Il vento nei salici dedica una storia alle festività, Giorni di Natale.

Topo e Talpa rincasano dopo una giornata di esplorazioni attraversano un villaggio. Il timore che possano essere scoperti dagli uomini è alto, ma a quell’ora tra le strade innevate

“non si vedeva più quasi nulla, se non i foschi riquadri arancioni delle finestre ai due lati della strada, da dove si riversava nel buio di fuori la luce dei caminetti o delle lampade.

I due spettatori, così lontani dalla propria casa, guardavano con occhi pieni di nostalgia un gatto che veniva accarezzato, un bambino addormentato preso in braccio e messo a letto, un uomo stanco che si stiracchiava e vuotava la pipa battendola su un ceppo.”

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Tale è la tristezza che Talpa, durante il cammino, sente il richiamo della sua vecchia dimora, che ha lasciato da molto tempo. Tenta di seguire l’istinto ma Topo continua sui suoi passi. Finché preso dallo sconforto non singhiozza, solo allora Topo acconsente di esaudire il desiderio dell’amico.

La casa è polverosa, modesta e in batter d’occhio il calore del camino la rende accogliente.

In cortile i topolini di campagna intonano canzoni natalizie

“che i loro antenati avevano composto nei campi campi stretti dalla morsa del gelo o mentre la neve li costringeva a stare intorno al fuoco; canzoni tramandate per essere cantate lungo le strade fangose, alle finestre illuminate dalla lampade, nel periodo natalizio.”

Bisogna festeggiare il ritorno a casa.

Con Beatrix Potter (quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita) invece, ci spostiamo in città e più precisamente in Westgate Street, a Gloucester. Un sarto deve terminare una giacca e un panciotto per il sindaco, in occasione dell’imminente matrimonio che si svolgerà il giorno di Natale. A corto di filo di seta color ciliegia per le asole, delega l’acquisto del materiale, insieme alla cena, al suo gatto Simpkin. Nel frattempo la neve imbianca la città.

Mentre il gatto è in giro per le commissioni, nella stanza si solleva un tramestio via via sempre più intenso: sotto ciascuna tazza è nascosto un topolino in elegantissimi abiti. Saranno la ricompensa per Simpkin, dice il sarto.

Al ritorno il gatto nasconde sotto una tazza la matassina perché troppo impegnato alla ricerca della sua cena. Il vecchio stanco e deluso, ignoro del dispetto, cade in uno stato di torpore. Durante la notte la febbre aumenta e in preda agli incubi riecheggia nella sua testa «Non ho più filo». Il 25 dicembre è alle porte.

Così nel laboratorio i topolini mossi da tanta pietà si mettono al lavoro per aiutare il poveruomo.

Qui il Natale, menzionato nella sua festività, ha una connotazione precisa come aiuto al prossimo in difficoltà, ha un suo contesto il Gloucestershire. A quanto pare storia in qualche modo vera, come afferma la Potter nella dedica iniziale all’amica Freda.

A differenza della Potter, Jill Barklem ha una profonda devozione per i dettagli che si consumano nelle tonalità vive, negli oggetti. Tutto è ben definito. La Potter scrive e dipinge in punta di matita, il racconto e le illustrazioni si sfumano nella delicatezza.

Nella realtà incantata di Jill Barklem si festeggia il Mezzinverno, ossia il solstizio, un brindisi alla lontana estate e alla primavera. A ridosso del Natale. E lo richiamano gli agrifogli che decorano Palazzo della Vecchia Quercia insieme all’edera e al vischio.

Primulina e Peverino hanno in serbo per la serata un breve inframmezzo teatrale, ma è impossibile concentrarsi in mezzo al baccano per i preparativi. Così la signora Margherita de Topis, la madre di Primulina, intenta a sfornare biscotti e altre prelibatezze, gli indica la soffitta come luogo ideale, che si rivelerà una vera distrazione per giochi, lettere,vecchie memorie.

Durante l’esplorazione, Peverino ha scoperto una porta chiusa ma solo con la chiave trovata da Primulina in un cassetto riescono ad aprirla.

Si perdono in un cunicolo che apre su un’enorme scalinata. Timorosi e incuriositi raggiungono una sala dismessa, riccamente decorata in cui la polvere fa da padrona. Qui scoprono un luogo per i prossimi giochi e i costumi antichi per inscenare la loro sorpresa agli ospiti.

I festeggiamenti riecheggiano nei lustrini, il calore del fuoco scalda l’ambiente e la musica allieta i partecipanti. Come nel racconto successivo, Storia d’inverno. Un’abbondante nevicata sorprende gli abitanti del bosco che si risvegliano completamente sommersi: «Ce n’è abbastanza per un Ballo della Neve, che dice?» gridò il signor Dal Pruno alla signora Pomelli.

Solo la signora Smeraldina ha un ricordo vivo di questa tradizione interrotta. E così per riprendere la vecchia consuetudine, si allestisce una sala da ghiaccio degna delle grandi occasioni.

“Quando la neve cade lenta lenta

a poco a poco tutto si addormenta,

quando si gela all’usignolo il canto

e scende l’inverno il suo manto,

al Ballo della Neve

dalla sera al mattino

danza e si diverte l’allegro topolino.”

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È un mondo in miniatura quello portato sulle pagine dai tre scrittori – Potter, Graheme, Barklem -, gli animali sono i protagonisti assoluti e in questi casi assumono caratterizzazioni antropomorfe, espediente per analizzare la natura umana. La caratteristica più evidente è la facoltà di parola:

“Ma la leggenda vuole che tutti gli animali possano parlare nella notte tra la vigilia e il mattino di Natale (benché siano pochi quelli che riescono a sentirli o a capire quel che dicono).

[…]

Da tutti i tetti e gli spioventi e le vecchie case di legno di Gloucester giunse il suono di mille voci liete che intonavano gli antichi canti di Natale, quelli che tutti conosciamo, e altri mai sentiti.”

Attraverso la piccola lente si riesce a restituire un quadro più vicino alla realtà, molto evidente in Beatrix Potter e in Grahame. Quest’ultimo sottolinea la disparità nella società inglese rurale.

L’elemento fantastico si accompagna a una sottile vena ironica in grado di sottolineare la durezza della vita, il divario sociale, nonché pregi e difetti dell’animo umano. Insomma, una narrazione in grado di educare gli animi.

Il più emblematico è il gatto Simpkin che dimostra di essere egoista e scaltro, qualità o meglio difetti che gli sono stati attribuiti dalla notte dei tempi e che la storia di Beatrix Potter non scalfisce.

I topolini, la grande comunità del sottosuolo della Potter e della Barklem, sono animati da un forte spirito collaborativo, si aiutano e aiutano. Il Sarto di Gloucester è l’unico racconto in cui mondo animale e umano si incrociano: il vecchio è ignaro del soccorso che i topi daranno al suo lavoro, li nota nascosti sotto il servizio di porcellana e pensa al suo gatto. Nel Vento nei salici, Topo e Talpa contemplano di soppiatto le scene familiari intorno al fuoco mentre fuori nevica ma sollevare il morale dell’amico quando rientrerà nella vecchia tana.

Proiettare la storia in un scenario accogliente come il Natale è motivo per enfatizzare il significato profondo. Niente è lasciato al caso.

Nei racconti della Barklem, a Boscodirovo l’idillio è in ogni pagina, anche la neve è un’occasione per rinsaldare il legame comunitario attraversano i ricordi di un tempo. Ancor di più alcuni valori quali l’amicizia, il rispetto verso gli altri, l’amore per i doni della terra, la gentilezza e soprattutto la meraviglia. Meravigliarsi sempre e fare di un problema una virtù. Come narra Storia d’inverno.

È stato Charles Dickens ad aprire una finestra sul Natale celebrandolo nei suoi scritti e inaugurando una fortuna tradizione di libri e raccolte sul giorno più bello dell’anno; poi la regina Vittoria e Alberto di Sassonia hanno corredato il Natale dei suoi elementi e riti caratteristici. Beatrix Potter e Kenneth Grahame scrivono nei primi anni del 900, Jill Barklem erediterà quel mondo nascosto.

Il vento nei salici, Kenneth Grahame, PescaMela Edizioni, 2001

Il sarto di Gloucester, Beatrix Potter, Sperling & Kupfer, 1988

La scala segreta. I racconti di Boscodirovo, Jill Barklem, EL, 2001

Storia d’inverno, Jill Barklem, EL, 1980

Il Calendario dell’Avvento Letterario #20: il Natale di Giacomo Leopardi

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Questa casella è scritta e aperta da Francesca de Il Club dei Libri

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Giacomo Leopardi è uno dei poeti italiani più conosciuti e più amati del suo tempo.

Nacque a Recanati nel 1798 da una coppia di nobili cugini e, probabilmente per questo e per le infinite ore di immobilità dovute allo studio matto e disperatissimo, il poeta non godrà mai di buona salute. È questa sua condizione, che più volte gli fa credere di essere vicino alla morte, che scatena in lui il pessimismo cosmico per il quale è tanto conosciuto.

È sempre la sua condizione fisica che lo porta ad allontanarsi da Recanati per climi più favorevoli, come scrive nelle lettere che invia al padre:

Ma le confesso che con questa stagione il viaggiare mi è insopportabile, ed Ella sa bene come la mia complessione è sensibile e nemica del freddo.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 Dicembre 1825)

 

Il primo Natale che il Leopardi passa fuori casa è quello del 1822: nel novembre di quell’anno, infatti, si reca, ospite di uno zio materno, a Roma e vi rimane fino all’aprile dell’anno successivo.

Le feste per il nostro poeta sono ulteriore fonte di tristezza, passate così lontano dalla famiglia, ma egli si tiene costantemente in contatto epistolare con il padre, i fratelli e gli amici e questo gli procura un po’ di leggerezza in cuore.

In una lettera al padre, discute del tipo di regalo adatto da fare ai suoi ospiti:

[…] io dubito assai che, valendo molto il quadro (come pare anche a me), il dono non sia gettato; […] credo anch’io che il dono d’un quadro sarebbe forse il più a proposito.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 20 Dicembre 1822)

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Dopo aver fatto ritorno a casa nell’aprile del 1823, rimane in terra natia fino al 1825 anno in cui si reca a Milano, invitato dall’editore Stella. L’ambiente culturale però non gli è congeniale e anche il clima è dannoso alla sua salute e così, nel dicembre di quello stesso anno, lo ritroviamo a Bologna dove si mantiene dando lezioni private.

Il Natale del 1825 porta tristi notizie in quel di Bologna:

Carissimo Signor Padre.

Ella può figurarsi con quanto dolore leggo la carissima sua dell’altro ieri che ricevo in questo momento. La bontà del povero Zio e l’amore che mi portava mi fanno dolore della sua perdita fino all’anima.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 dicembre 1825)

 

Il Natale del 1827 il poeta lo passa a Pisa, dove il clima mite dell’inverno toscano è un toccasana per la sua salute:

Qui non v’è mai vento, mai nebbia; v’è sempre ombra, come in tutte le città grandi. […] qui per tutto Dicembre abbiamo avuto ed abbiamo una temperatura tale, che io mi debbo difendere dal caldo più che dal freddo.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 24 Dicembre 1827)

 

Se però Giacomo è felice per il clima di quel Natale, non lo è altrettanto per quello che la missiva di suo padre gli scrive: il conte, infatti, si aspettava che il figlio passasse a Recanati le festività natalizie e gli scrive una missiva piena di amorosi rimproveri:

Ella mi riprende dell’aridità delle mie parole, la quale deriva da mancanza di materia, ed è comune a tutte le mie lettere, perché la mia vita e monotona e senza novità. Ella desidererebbe che io vedessi il suo cuore per un solo momento, e a questo proposito mi permetta che io le faccia una protesta e una dichiarazione, la quale da ora innanzi per sempre le possa servir di lume sul mio modo di sentire verso di Lei. Le dico dunque e lo protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io l’amo tanto teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno amare il suo padre.

(Lettera a Monaldo Leopardi, 25 dicembre 1825)

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L’ultimo Natale della sua vita il nostro amato poeta lo passa in una Napoli colpita dal colera che, con la morte di tre impiegati alla posta, causa la mancata consegna delle amate lettere paterne.  Solo l’11 dicembre ne riceve sette, tutte arretrate, insieme a 41 colonnati. Leopardi non se la passa bene, sono sette anni ch’io ho passati fra i giunchi marini e non tra le rose come credono i genitori; vive alla giornata, spesso gli manca il pane e, altrettanto spesso, si è ritrovato in angustie della terribile natura. Inoltre pareva che il colera, a Napoli, fosse passato invece

 

[…] la mortalità è rialzata di nuovo. Io ho notabilmente sofferto nella salute dell’umidità di questo casino nella cattiva stagione.

[…] Mio caro Papà, Iddio mi conceda di rivederla, Ella e la Mamma e i fratelli conosceranno che in questi sette anni io non ho demeritata una menoma particella del bene che mi hanno voluto innanzi, salvo se le infelicità non iscemano l’amore nei genitori e nei fratelli, come l’estinguono in tutti gli uomini. Se morrò prima, la mia giustificazione sarà affidata alla Provvidenza.

Iddio conceda a tutti loro nelle prossime feste quell’allegrezza che io difficilmente proverò. […]

(Lettera a Monaldo Leopardi, 11 dicembre 1836)

 

Al colera napoletano del 1836 Giacomo sopravvivrà, ma morirà nel giugno dell’anno dopo a causa dell’aggravarsi delle sue già precarie condizioni di salute.

È stata una tragedia la sua morte, ma ci sono rimaste, oltre alla corrispondenza che intratteneva con i suoi cari e gli amici, anche le poesie, le Operette Morali e lo Zibaldone.

E non mancò nemmeno di scrivere, in tenera età, un componimento sul Natale.

Per il Santo Natale

 

Tacciano i venti tutti,

Del mar si arrestin l’acque,

Gesù, Gesù già nacque,

Già nacque il Redentor.

 

Il Sommo Nume eterno

Scese dall’alto cielo,

Il misterioso velo

Già ruppe il Salvator.

 

Nascesti alfin nascesti,

Pacifico Signore,

Al mondo apportatore

D’alma felicità.

 

L’empia, funesta colpa

Giacque da te fiaccata,

Gioisci, o avventurata,

Felice umanità.

 

Sorgi, e solleva il capo

Dal sonno tuo profondo;

Il Redentor del mondo

Omai ti liberò.

No più non senti il giogo

Di servitù pesante,

Son le catene infrante

Da lui che ti salvò.

 

Gloria sia dunque al sommo

Onnipossente Iddio,

Guerra per sempre al rio

D’Averno abitator.

 

Dia lode e cielo, e terra, 

Al Redentor Divino,

Al sommo Re Bambino

Di pace alto Signor. 

 

Le lettere e la poesia finale sono tratte da Scrivimi se mi vuoi bene. Lettere e pagine fra Natale e anno nuovo, Interlinea edizioni.

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Il Calendario dell’Avvento Letterario #19: è sempre la vigilia di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Simona di Letture Sconclusionate

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“Era la Vigilia di Natale. Inizio così, perché questo è il modo corretto, ortodosso e rispettabile di cominciare, e io sono stato educato in modo corretto, ortodosso e rispettabile e mi è stato insegnato a fare sempre la cosa più corretta, ortodossa e rispettabile; e resto fedele all’abitudine.

Naturalmente, a titolo puramente informativo, non c’è nessun bisogno di nominare la data. Il lettore esperto sa che era la Vigilia di Natale, senza che io glielo dica. È sempre la Vigilia di Natale, nelle storie di fantasmi.”

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Ho scoperto questo libercolo del grande Jerome K. Jerome a ridosso di una vigilia di Natale di qualche anno fa. Per me il Natale non dovrebbe essere uno sfoggio inutile di cibarie, di ovvietà di parenti che vedi poco e via dicendo, ma è un momento di silenzio e di chiacchiere soffuse, di odor di mela e cannella, di risate in cui ognuno regala agli altri l’opportunità di chiacchiere allegre e poco impegnative – se ci si conosce poco, sarebbe d’obbligo! – e nel quale, fra una bevanda calda e un buon liquore, potersi ritrovare, riconoscere e apprezzare.

In realtà, invece, è una corsa agli armamenti: supermercati svuotati, negozi presi d’assalto -manco si fosse prossimi allo scoppio della guerra! – e ansia da prestazione per i regali. Il risultato è che arrivi alla notte del 24 dicembre che non vedi l’ora di andare a letto!

In generale molti libri raccontano storie di Natale che ci riportano verso i buoni propositi mentre, per ora, fra i classici, solo Jerome con il suo umorismo tagliente riesce fra una risata e l’altra a portarci in una casa dove si sta “elegantemente” festeggiando con una bella cena e subito dopo ci ritroviamo seduti, non sotto l’albero e nemmeno a scartare regali in maniera chiassosa, bensì a sorseggiare del ponce, davanti un bel fuoco, con una compagnia di composti gentiluomini che fanno a gara a chi ha la storia di fantasmi più spettacolare.

In quest’assetto così tranquillo si inseriscono un sacco di fattori che caratterizzano ancora oggi le nostre vigilie di Natale. Ci sono le chiacchiere vuote, fatte per compiacere l’ospite che ci ha invitato, c’è il parente che ha sempre qualcosa da insegnare agli altri ma che cade rovinosamente alla prima domanda competente, c’è anche una canzone e ci sono storie sempre più mirabolanti per stupire l’uditorio e c’è quello che, alla fine, è l’alticcio della situazione. E, come in ogni vigilia che si rispetti, ci sono le chiacchiere post-cena che son sempre pettegolezzi. Il tutto, però assume una connotazione ironica grazie proprio alla costruzione della storia di Jerome.

I personaggi che popolano questa storia sono il narratore con suo zio John, signore anziano e composto, il vecchio dottor Scrubbles – il curato-, Mr Samuel Coombes e il membro di consiglio di contea Teddy Biffles: l’anziano curato è quello che ha da insegnare, Coombes è il competente, Teddy Biffles è insieme allo zio John quello che partecipa senza farsi coinvolgere più di tanto e il nostro narratore è l’alticcio dopo che per metà serata, a detta sua per far onore a quello che gli proponeva, ha bevuto un ponce dietro l’altro.

Ma fermi tutti! Scatta l’ora in cui si comincia a diventare un po’ stanchi, i temi di cui chiacchierare cominciano a scarseggiare e si comincia a parlare di fantasmi! Ecco, i fantasmi di Jerome non sono fantasmi di coloro che nella vita precedente hanno fatto chissà che cosa e che ritornano per terrorizzare chi li incontra; sono invece fantasmi ingenui, a volte burloni e, perché no, anche fantasmi che tengono all’etichetta anche nell’aldilà. Anzi per dirla tutta, i fantasmi di Jerome sono carenti di “ghigni demoniaci” come quelli di cui si parla nell’introduzione e sono decisamente tontoloni come quello descritto nella storia di Teddy Biffles, in cui il fantasma “innamorato” compare tutte le sere per piangere la sua amata che non lo ha aspettato mentre cercava di far fortuna per poterla sposare; c’è anche quello burlone e c’è quello che invece ci tiene all’etichetta e ad essere ricordato per i suoi efferati delitti, magari con la compiacenza di vossignoria, in ordine cronologico e nel numero corretto! Delitti che per la precisione, ancora oggi, verrebbe condannato ma anche un po’ capito…

Non c’è omogeneità nelle storie, proprio perché sono raccontate per stupire, ma questo non sembra rovinare l’insieme proprio perché la storia è costruita come un divertissement per il quale l’autore parte dai comportamenti usuali amplificandoli con ironia, interponendo fra una storia e l’altra particolari divertenti come il curato che ad un certo punto cerca di costruire anche lui una storia a braccio creando non poca confusione, e costruendo un crescendo che ci accompagna fino quasi all’ultima parola prima della fine del racconto. Come in ogni gara che si rispetti, a chi ha una storia più strana delle altre, anche qui si crea una specie di crescendo che porta alla storia finale che riguarda il narratore stesso che, sul finire della serata, decide di dormire nella camera infestata per incontrare i fantasmi dell’assassino e degli assassinati nella casa di zio John. Questa è l’unica storia che è realmente contemporanea allo svolgimento dei fatti rispetto alle precedenti. È in questo momento che la parabola si inarca in maniera decisa verso un finale che uno non si aspetterebbe e che alla fine ci fa rimanere come degli allocchi.

Questo racconto mi è sempre piaciuto moltissimo: un po’ perché Massimo D’Onofrio, che è il lettore dell’audiobook che me l’ha raccontato la prima volta, è decisamente bravo a tenere, con la sua voce, l’attenzione del suo uditorio e un po’ perché, alla fine della fiera , Jerome ci svela il segreto del perché ha scritto veramente quel racconto: farci vedere come possiamo essere creduloni, soprattutto alla vigilia di Natale. Ecco, essere presa in giro così mi ha sempre, stranamente, dato soddisfazione e, nonostante abbia letto il libro, gli preferisco sempre la trasposizione in audiobook, peraltro l’unico – insieme a Jane Eyre (letto da Silvia Cecchini) -, tra i più ascoltati fra quelli che ho.

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Se infatti bisogna trovare un difetto a questa storia è che, per essere compresa nel suo essere goliardica rappresentazione dell’umana natura, andrebbe letta con il tono giusto e, quindi, al lettore poco avvezzo all’humor nero inglese potrebbe sembrare senza né capo e né coda.

Quindi, se alla vigilia di Natale, sarete stanchi, messi lì a cucinare manicaretti per gente che vi invaderà casa, e magari vi sarà passato un po’ d’entusiasmo fate come me che, ogni anno, alla vigilia di Natale mi ritaglio un paio d’ore -anche meno forse- per ascoltare il libro di Jerome e sorprendermi a riderci su, anche se lo conosco oramai a memoria, perché , credetemi, non c’è giorno più adatto. Dopotutto… “È sempre la Vigilia di Natale, nelle storie di fantasmi.”


Buone letture e buon Natale!

I riferimenti del libro e dell’audiobook sono:

Storie di fantasmi per il dopocena

Jerome K. Jerome

Mattioli 1885, ed. 2007

Traduzione a cura di Paolo Cioni

Collana “Experience Light”

Prezzo 9,00€

Storie di fantasmi per il dopocena

Edizione integrale letta da Massimo D’Onofrio

Jerome k. Jerome

Il Narratore audiolibri, ed. 2012

Collana “Narrativa straniera”

Prezzo: 3,90€ (Prezzo riferito allo store apple)

Il Calendario dell’Avvento Letterario #18: ultime strenne e Giorgio Caproni

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi

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Più passa il tempo, più mi sembra che sul Natale si sia già detto tutto. C’è chi lo ama, chi lo detesta, chi lo attende per mesi, chi ci crede fermamente, chi lo depreca. Resta il fatto che nessuno riesce a sfuggire a questa parentesi di luce al neon e vetrine, cibo e regali.

Non mi piace atteggiarmi a cinica di turno, ma credo da sempre che nel Natale vi sia una vena malinconica, sarà per l’imminente passaggio verso il nuovo anno, per le lucine che ci ricordano come eravamo, entusiasti e leggeri, o per qualche strano arcano che non riesco a spiegare.

Il Natale risveglia in me quel nodo in gola invisibile che fa riaffiorare ricordi e riattiva una sorta di noia, simile a quella domenicale, elevata a potenza, implacabile e vischiosa.

A proposito di nodi e ricordi, c’è un racconto, credo di D’Annunzio, di cui avrei voluto discutere diffusamente in questa sede ma che, per una strana coincidenza – magia del Natale? – non ho più trovato, in cui un uomo, follemente innamorato di una donna che non lo ama, seppur malato, finge allegria e sistema fino all’ultima delle strenne natalizie dell’amata, per poi scomparire, del tutto, in silenzio, con discrezione. “Era uno di quegli uomini che preferiscono morire in piedi”, si dice a un certo punto. Lo lessi prima di un Natale di un po’ di anni fa, e pensai, con rabbia tipicamente giovanile, a questi pacchi ricolmi di fiocchi senza significato.

In quel periodo ero una studentessa universitaria pendolare, amante della poesia e senza un soldo per acquistare regali.

In un giorno più malinconico di altri, poco prima delle feste, con il grigio sulla testa e dentro, mi trovavo alla stazione di Porta Nuova, a Torino. Stavo contemporaneamente preparando un esame di letteratura – il programma prevedeva quel racconto sulle “ultime strenne” – e la tesi sulla poesia di Giorgio Caproni, autore che amo. Piena di libri, e di ansia, aspettavo.

Gli alberi di Natale, accesi in pieno giorno, ammiccavano dall’atrio, quando arrivò il treno.

Ero così presa dal panico e da un piccolo dolore, affilato, da non accorgermi che io e una mia cara amica eravamo salite sul convoglio sbagliato. Destinazione: “Livorno”. (Livorno, caso vuole città fondamentale per Giorgio Caproni, luogo natìo della madre Anna Picchi).

Guardando il cielo plumbeo dal finestrino, solo dopo alcune fermate mi resi conto che ci stavamo pericolosamente allontanando da casa.

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Raccolsi i miei libri in fretta e cercammo il controllore, per scendere alla prima fermata utile.

Nel viaggio di ritorno mi sedetti vicino a una donna e ai suoi pacchi giganti, colorati, eccessivi. Non riuscivo a muovermi con disinvoltura.

La forza ingombrante delle feste.

Sfilai il libro di poesie di Caproni su cui stavo lavorando, ricordandomi vagamente alcuni versi dedicati al Natale.

Li cercai.

Nella mia mente risuonavano due o tre parole: “Gesù, portami via…bugia”. Cercavo e ricercavo, dubitando persino della reale esistenza di quelle frasi.

Ad un certo punto, la rivelazione. Trovata.

La poesia è “Petit Noël”.

“S’avvicina il Natale.

Gesù, portami via.

La tua è la più bella bugia

che possa allettare un mortale”.[1]

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Portami via, sì, pensai in quel momento, porta via me da questo Natale, da questo treno e porta via anche l’uomo delle ulltime strenne, liberalo dal suo amore funesto, dal suo orgoglio e soprattutto dai pacchi natalizi.

Il treno dondolava piano, i doni della signora rischiavano di cadermi addosso da un minuto all’altro.

In quei quattro versi c’era tutto.

Chi conosce la poesia di Caproni sa che il suo agnosticismo lo porta a ragionamenti estremi e spesso tautologici sull’esistenza/inesistenza di Dio e questa poesia, con qualche eco gozzaniana, non fa che ribadire la sua posizione, ricamata qui con la musicalità tipica dei suoi componimenti.

Caproni affronta il tema Natalizio anche in un altro testo, in cui è insita una critica sociale forte all’emarginazione degli ultimi da parte della società consumistica: “Nel gelo del disamore… / senza asinello bue… / quanti, con le stesse Sue / fragili membra, quanti / Suoi simili, in tremore, / nascono ogni giorno in questa / Terra guasta!… […]” anche se è in Petit Noël che sembra riassumere meglio i miei sentimenti rispetto a questi giorni gonfi e così distanti da tutto il resto dell’anno.

Così, “la bella bugia”, allora, fu un tuffo istantaneo nell’infanzia, nel calore di quei giorni lontani a casa da scuola attesi per mesi, di pigiami felpati e mattini luminosi.

L’ansia si era allentata, rimaneva la malinconia.

Quando scesi dal treno, il sapore di quei giorni era tutto nella poesia che danzava nella mia testa, come un ritmo impazzito.

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S’avvicina il Natale, di nuovo. Sono passati anni, ma a volte mi torna in mente quel giorno, i pacchi, il treno sbagliato, l’uomo delle ultime strenne e l’illusione di quel “Petit Noël” che mi fa sempre un po’ sorridere.

E, per dirla ancora con una poesia di Caproni :“Rullano lontani tamburi. / Auguri Auguri Auguri.”

(Leggete questo splendido poeta, fatevi un regalo, davvero.)

E buona “bella bugia” a tutti.

[1] L’opera in versi, Mondadori, Milano, 1998, p. 859.