Il viaggio di Nabokov alla volta di Lolita

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Non è un segreto che Lolita, il capolavoro di Nabokov, sia per me uno dei libri più belli della storia della letteratura. A causa degli spinosi argomenti di cui tratta, è anche uno dei libri più fraintesi, più censurati, più boicottati, vittima di una campagna di odio basata su ipocrisia e fraintendimenti, a partire da questa celebre stroncatura comparsa nel 1958 sul New York Times, che lo definisce un libro depravato e disgustoso.

In realtà, Lolita è molto di più della vicenda narrata: è la storia di un viaggio, quello iniziato a partire dalla fuga di Nabokov e della sua famiglia dalla Germania nazista e continuato con la loro esplorazione della parte orientale degli Stati Uniti; è un’epopea linguistica, l’esplosione dell’inglese di Nabokov nel suo periodo più maturo e fecondo, imperitura testimonianza degli eleganti virtuosismi a cui il raffinato russo è riuscito ad arrivare; sopra ogni altra cosa, Lolita è un impietoso, impassibile spaccato della vita e della società americana quali si erano presentate ai Nabokov alla fine degli anni quaranta.

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Lolita nella bellissima edizione di The Folio Society

Se nei romanzi precedenti Nabokov aveva elaborato la sua personalissima visione della Russia e dell’Europa, il suo romanzo americano diventa anche una sorta di diario della scoperta e della rielaborazione degli Stati Uniti, che lo scrittore aveva tanto sognato fin da ragazzino.

Divorando chilometri, Stati, motel e galloni di benzina, Nabokov diventa più americano degli scrittori a stelle e a strisce: sicuramente li percorre più di un Fitzgerald, di uno Steinbeck o addirittura di un Kerouac, specializzandosi nell’esplorazione di stradine secondarie e sentieri meno trafficati, giungendo così a penetrare il cuore segreto e nascosto dell’America. C’è voluto un Russo, insomma, per confermare quello che Mark Twain già sapeva: l’America non è un luogo, è una strada. Il viaggio dei Nabokov attraverso l’America diventa così un tutt’uno con la folle corsa contro il tempo di Humbert e Lolita: una monumentale fuga attraverso quarantotto stati, tra anonimi motel e stradine isolate, per arrivare in New Mexico e riuscire a sposare l’irrequieta, infelice, languida ragazzina, che nel frattempo coltiva sogni e machiavellici piani di fuga.

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Quello dei Nabokov è quindi un sogno americano on the road, alla volta dei vari college che offrono allo scrittore incarichi temporanei: dopo un breve soggiorno al Wells college (Aurora, New York) e al Wellesley College (in Massachussets) la famiglia al completo (Vladimir, la fedele moglie e aiutante Vera e il figlio Dimitri) parte nel 1941 alla volta di Palo Alto, dove Vladimir avrebbe insegnato all’università di Stanford. Né Vladimir né Vera se la sentono di guidare: si affidano quindi alla guida di Dorothy Leuthold, studentessa di Nabokov.

Il loro primo viaggio on the road dura ben tre settimane: il sistema delle strade numerate è ancora relativamente recente, alcune di esse non sono nemmeno state asfaltate. Inoltre, i Nabokov fanno soste regolari e dormono ogni notte in un motel diverso. Gli anni Quaranta sono gli anni d’oro del motel, che si sostituisce all’hotel come simbolo del viaggio on the road per eccellenza. Sempre più persone viaggiano infatti in macchina, mentre gli hotel tendono invece a trovarsi in prossimità di stazioni ferroviarie. Il motel risponde invece alla necessità di fermarsi in un punto qualunque lungo la strada, quando si ha fame o inizia ad essere troppo buio o si è stanchi e si ha bisogno di riposare: Nabokov inizia ad appuntarsi i nomi di tutti i motel nei quali soggiorna, con tanto di rating (un precursore di Tripadvisor, insomma), e diventa un lettore assiduo delle guide e delle mappe dell’American Automobile Association.

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Il cuore dell’intero viaggio è per Nabokov la sosta al Grand Canyon, che gli permette di indulgere nella sua più grande passione: la ricerca e lo studio delle farfalle. I Nabokov alloggiano al Bright Angel Lodge, ora parte dei National Historic Landmark, una classificazione ufficiale attribuita a luoghi o monumenti considerati di interesse storico a livello nazionale. Il Bright Angel Lodge era stato restaurato dall’architetto Mary Colter, che si era ispirata allo stile degli Hopi, una popolazione Navajo stanziata in Arizona.

A Palo Alto, i Nabokov si stabiliscono a Sequoia Avenue 230, non lontano dal campus di Stanford. Qui Nabokov fa amicizia con Henry Lanz, un professore di origini finlandesi che, appena trentenne, a Londra, durante il caos della prima guerra mondiale, aveva sposato una quattordicenne. Nonostante Nabokov abbia sempre negato, Lanz potrebbe aver influito sulla nascita di Humbert Humbert, il tristo protagonista di Lolita, folle d’amore, di passione e di ossessione.

Dopo l’estate passata a Stanford, i Nabokov tornano on the road, alla volta della California e dello Yosemite Park, tappa obbligata per un amante della natura come Vladimir, che aveva già visitato il Great Smoky Mountains National Park, l’Hot Springs National Park e il Grand Canyon nel viaggio precedente. La famiglia si reca poi a New York e da lì a Boston, dove per sette anni riesce ad andare avanti, anche se a stento, grazie ad incarichi irregolari offerti a Vladimir dal Wellesleyan College. I Nabokov fanno una vita molto frugale, ma non risparmiano sull’istruzione di Dimitri, prediligendo scuole private che gli possano permettere un’immersione a tuttotondo nella lingua, nella cultura e nella società americana. Si stabiliscono quindi a Cambridge, all’ 8 di Craigie Circle, tuttora meta di pellegrinaggi letterari degli aficionados di Nabokov, e lo iscrivono alla Dexter School, dove, a detta di Dimitri, non gli insegnano solo Cicerone e Cesare, ma anche ad eccellere negli sport, a perfezionare la stretta di mano, ad essere un buon cittadino americano.

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Vladimir e Vera Nabokov

Anche l’americanizzazione dei coniugi è in corso: Vera fa domanda per il porto d’armi, adducendo la necessità di difendersi dai pericoli durante le battute di caccia entomologiche nei territori più aspri ed isolati.

Nel frattempo, Nabokov sperimenta un frustrante blocco dello scrittore, dovuto prevalentemente alla sua insoddisfazione nei confronti del suo livello d’inglese. Scrive a Edmund Wilson, critico letterario e amico di Nabokov fino alla pubblicazione di Lolita, che crea un solco tra i due artisti, di sentirsi pronto a scrivere qualcosa di grandioso, ma di non poterlo più fare in russo e non sentirsi ancora pronto a farlo in inglese. Nabokov ama profondamente il russo, che trova più immaginifico, intimo e poetico di qualsiasi altra lingua, in grado di rendere il mondo più luminoso e più affascinante. Per perfezionare l’inglese, Nabokov si butta a capofitto nella scrittura scientifica, sviluppando uno stile robusto e sicuro. Nel frattempo, le sue esplorazioni continuano nel Midwest e nel Sud, dove fa visita a una serie di campus che lo invitano a fare lezioni, scrivendo a Vera lettere piene di curiosità, incontri più o meno comici e sgomento nei confronti del razzismo esibito da abitanti di stati quali la Georgia o il South Carolina. Con Vera e Dimitri lo scrittore si reca invece nello Utah per passare l’estate in uno stabilimento sciistico a Sandy, vicino a Salt Lake City. Lo Utah entusiasma Nabokov: scrive di sentirsi nella terra delle aquile, lontanissimo da tutto e tutti, in un punto di osservazione privilegiato. Il figlio undicenne viene iniziato alla montagna e alle scalate, passione che, insieme a quella per le macchine da corsa, lo accompagnerà per tutta la vita.

Tornato a Cambridge, Nabokov continua a perfezionare il suo inglese, dedicandosi nel corso degli anni a minuziose traduzioni letterarie dal russo all’inglese (come quella di Eugene Onegin di Pushkin).

Nonostante tutti gli anni trascorsi nella East Coast, il cuore di Nabokov rimane ad Ovest: continua a studiare e a reinventare la sua America passando l’estate del ’46 in Colorado, con un Dimitri ormai tredicenne e ansioso di ritrovarsi all’aria aperta e dedicarsi a scalate e passeggiate.

Dopo il Colorado, i Nabokov partono alla volta della Cornell University, a Ithaca, Rhode Island, che sarà la loro base per ben undici anni. Durante gli anni alla Cornell, Nabokov scrive parti di Lolita, di Pnin e del suo memoir Speak, memory, oltre a una manciata di storie, poesie, traduzioni – tra cui quella di Eugene Onegin di Pushkin.

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Nabokov a Ithaca, NY, 1958

A Ithaca, Dimitri diventa un adolescente difficile, testardo, dedito a bravate, amante delle ragazze. Non a caso, Lolita ha la stessa età di Dimitri e, come lui, viene mandata in una scuola privata, la Beardsley School una caricatura di scuola privata che ricorda un po’ la Pencey del giovane Holden, ubicata in una località non meglio specificata nel New England.

La Beadsley ha assurde pretese posh e British e si vanta di essere molto avantgarde, attenta alla maturazione sessuale e sentimentale delle ragazze – uno dei crucci della preside, Miss Pratt, è che la piccola Lolita si mostra ostentatamente disinteressata nei confronti dal sesso, reprimendo quella che pare essere una curiosità morbosa. È probabile che per la Beardsley Nabokov si sia ispirato alla St Mark, una delle scuole frequentate da Dimitri, nei confronti della quale sia lui che Vera avevano espresso una viva insoddisfazione. Dimitri e le sue bravate ispirano anche quegli ormonali ragazzotti americani dalle cui grinfie Humbert è determinato a preservare la sua piccola Lo, che ha la capacità sorprendente di attaccare bottone con tutti i muscolosi, gelatinati avventori delle pompe di benzina.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov scrive Lolita nell’arco di di cinque anni, dal 1948 al 1953. La stesura è lenta, sofferta e piena di ripensamenti: più volte Nabokov tenta di bruciare bozze e appunti raccolti mentre Vera è al volante, affidando all’azione catartica del fuoco il materiale esplosivo che ha prodotto. La provvidenziale Vera impedisce la fatale distruzione, esortando risolutamente il marito a portare a termine l’opera, mentre sulla carta si delinea, sempre più chiaramente, la costruzione nabokoviana dell’America: un continente colonizzato dall’europeissimo Humbert, che si fa a sua volta colonizzare dal rossetto, dal profumo, dai giornalini e dalla musica di Lolita; un’America senza maschere e senza veli, così vera da dare concretezza e legittimità alla triste storia di Humbert e Lo, rivelata nelle sue contraddizioni e in quella stessa volgarità che conferisce a Nabokov, scrittore ormai americano, il diritto di smascherarla, scavando in argomenti scomodi, sordidi. Nabokov lo fa usando lo slang americano, respirando l’aria dei sobborghi, dei parchi nazionali, delle strade polverose, alla ricerca della giusta combinazione di verità e di clamore per fare breccia nell’immenso, inquieto pubblico americano; lo fa accompagnando Humbert e Lolita in un viaggio privo di speranza, nel quale vedono tutto e non vedono niente. Le sole cose che restano sono mappe piene di orecchiette, guide consumate e i laceranti singhiozzi della bambina, ogni notte, fino al sopraggiungere del sonno. Il viaggio, tra realtà e allucinazione, distrugge l’innocenza di Lolita e dell’America al tempo stesso, lasciando Humber Humbert solo e col cuore spezzato davanti alle desolanti conseguenze dell’irreversibilità del male e alla solitudine eterna.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov non è interessato a regalare emozioni al lettore, né a riempirgli la testa di idee: vuole regalargli brividi lungo la spina dorsale, vuole folgorarlo di piacere estetico, vuole incantarlo con la potenze della sua illusione creativa.

Lolita diventa così una parodia del male resa reale dal dolore; qualunque sia la reazione del lettore, non riesce a distanziarsene, perché riconosce in ogni pagine le piaghe e le contraddizioni di un’America più vera, più schietta.

Nell’economia delle peregrinazioni dei Nabokov/ di Humbert e Lolita, il Wyoming gioca un ruolo essenziale: lo scrittore vi fa ritorno per la terza volta nel 1952, tra i camion decorati di luci come enormi, allucinogeni alberi di Natale e le gigantesche balle di fieno. I Nabokov alloggiano nell’ormai defunto Lazy U Motel a Laramie, prima di approdare a Riverside, un polveroso villaggio con un garage, due bar, tre motel e una manciata di ranch, a un miglio dalle strade polverose e dai marciapiedi di legno della vetusta Encampment, odorosa di abbandono.

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Afton, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Nabokov passa il 4 luglio 1952 a Riverside, tra i festeggiamenti per l’Independence Day, che rieccheggiano in Lolita: durante la fuga, l’europeissimo Humbert osserva con costernazione e stupore il gran numero di fuochi d’artificio, dei quali ignora la causa.

Da lì i Nabokov proseguono alla volta di Dubois, cittadina che, secondo Landon Y. Jones, sarebbe servita da ispirazione a Nabokov per la cittadina fittizia di Ramsdale (lo scrittore si sarebbe ispirato a Ramshorn, una strada molto rafficata e costellata di motel).

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Riverside, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Ramsdale avrebbe così dato  i natali a Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo, a Lola in pantaloni, a Dolly a scuola, a Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita, conclude un Humbert ebbro d’amore e di ossessione: e resterà sempre Lolita nell’immaginario collettivo, richiudendo in il mistero della sua oscena innocenza, del suo fascino perverso, della sua capacità di seduzione troppo grande per i suoi anni e per la sua piccola vita.

Quello di Lolita è un mistero insolvibile, impossibile da ridurre a chiavi di lettura quali il femminismo o la pedofilia, l’amore o la follia, il disgusto o l’adorazione; è un segreto vasto e profondo quanto l’intera America, destinato a continuare a incantare e depistare il lettore, trascinandolo con sé per le rosse strade polverose dello smisurato, camaleontico, impenetrabile West, regalando a Humbert Humbert e a Lolita, la coppia peggio assortita e più infelice della storia della letteratura, l’unica immortalità alla quale avrebbero mai potuto ambire.

Per saperne di più:

Nabokov in America: On the Road to Lolita, Robert Roper, Bloomsbury USA

On the Trail of Nabokov in the American West, Landon Y. Jones, The New York Time

Lolita, Vladimir Nabokov, Adelfi edizioni, trad. a cura di G. Arborio Mella

– Lolita, Vladimir Nabokov, edizione The Folio Society

Soundtrack: la colonna sonora composta da Ennio Morricone per Lolita di Adrian Lyne, con Dominique Swain nei panni dell’immortale ninfetta e Jeremy Irons in quelli del tristo Humbert Humbert

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Jeremy Irons e Dominique Swain in Lolita (1997)

Tutte le donne di Hemingway

Tutte le cose veramente cattive nascono dall’innocenza

Festa mobile, Ernest Hemingway


Sono abituata a pensare a Ernest Hemingway come a una persona larger than life, un concentrato di virilità, coraggio, vitalità, irruenza. Uno scrittore affamato di vita, di quella stessa vita che l’avrebbe ucciso: donnaiolo, amante dell’alcool, del cibo, della caccia, della pesca, dell’avventura, della vita all’aria aperta. Un uomo che ha sperimentato sulla sua pelle la guerra, ha scampato la morte in due incidenti arerei accaduti uno dopo l’altro (coincidenza?) e cercava costantemente attività ad alto tasso di adrenalina, non scevre di una certa violenza: basti ricordare la sua passione per le corride, eternata in Fiesta e Morte nel pomeriggio.
Ho sempre pensato a Hemingway come a un uomo così carismatico che, se l’avessi incontrato, me ne sarei infatuata ipso facto, forse ancora prima di cadere vittima della potenza delle sue parole. La sua vita sentimentale è prova del suo effetto devastante sulle donne: quattro mogli, tutte intelligenti e affascinanti, e un paio di incidenti di percorso, come Agnes von Kurowsky, la ventiseienne infermiera della Croce Rossa di cui il diciannovenne Ernest si innamora, durante la sua degenza a Milano, nel corso della prima guerra mondiale.
Ernest, con l’irruenza che lo caratterizza, le chiede di sposarlo; Agnes inizialmente accetta, per poi ripensarci a causa della giovane età di lui e decidere di sposare un ufficiale italiano, comunicandolo a Hemingway per lettera. Agnes verrà eternata da Ernest nella Catherine di Addio alle armi.

 

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Hemingway e Agnes Von Kurowsky

Le lettere sono tra gli elementi che tradiscono l’indole sensibile e sentimentale di Hemingway: durante la mia vacanza a New York, ho avuto modo di leggerne alcune nel corso di una mostra alla Morgan Library, Hemingway between two wars, tra cui alcune indirizzate da Ernest alla moglie Mary. Tuttavia, la cosa che mi ha fatto del tutto archiviare l’idea di Hemingway come macho donnaiolo è stata scoprire quanto abbia amato la prima moglie, Hadley, come l’abbia persa per un’infatuazione andata troppo oltre, come non abbia mai smesso di rimpiangerla.

Nel memoir Hemingway in love: his own story, Hotchner, amico di Ernest, raccoglie ricordi e rimpianti di quest’ultimo, ormai gravemente segnato dalla depressione e da quelle manie di persecuzione che l’avrebbero poi spinto al suicidio.


Hemingway racconta all’amico la sua Parigi, quella Parigi che avrebbe celebrato in Festa mobile, e la sua vita con Hadley e il piccolo Bumby, figlio della coppia. Si tratta di una vita di stenti, prima della fama e del successo: una vita di stanze spoglie e poco riscaldate, di cibo così scarso che una volta Hadley e Ernest si fingono gitani per sperare di racimolare qualcosa da mangiare. Una vita che Hemingway ricorda fino all’ultimo con affetto e rimpianto, perché, se c’erano infinite lettere di rifiuto delle case editrici, c’era anche Hadley a sostenerlo, a confortarlo, a credere in lui; se c’era freddo, fame e povertà, le giornate di Ernest erano comunque rasserenate da un amore che l’avrebbe segnato tutta la vita.

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Ernest e Hadley

Un serpente si intrufola nell’Eden privato di Hadley e Ernest sotto forma di Pauline Pfeiffer, ricca ereditiera che lavora a Vogue: Pauline, affascinante e sicura di sè, col suo taglio alla gamine e i vestiti all’ultimo grido, è l’opposto della timida Hadley, di cui diventa amica per essere vicina a Ernest. Pauline segue la coppia nelle sue vacanze al mare sulla Riviera francese e nelle sue vacanze in montagna in Austria, cercando di entrare a far parte del tessuto familiare fino a rendersi essenziale; Ernest, tanto infastidito dall’intraprendenza e dall’insistenza di Pauline quanto affascinato da lei (e dai suoi soldi), finisce nel suo letto e se ne innamora. Continua però ad amare anche Hadley, e, nonostante gli avvertimenti dell’amico Fitzgerald, spera di tenersi entrambi le donne e farla franca; quando Hadley lo scopre, cerca di salvare la sua famiglia, ma non riesce a sopportare l’idea di dividere Ernest con Pauline.

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Hemingway e Pauline Pfeiffer

Gli comunica la sua decisione al rientro da Pamplona; il viaggio in treno fino a Parigi che ha sentore di un funerale ispira a Hemingway il racconto A Canary for one, in memoria di una donna di mezz’età americana che viaggia con un canarino e divide l’afoso scompartimento con la coppia, riempiendo il silenzio imbarazzato con le sue chiacchiere. Nel racconto, la donna continua a ripetere alla giovane moglie (Hadley) quanto sia stata fortunata a sposarsi con un Americano: American men are the only men in the world to marry. L’afa, la mancanza di sonno e di cibo, l’imbarazzo tra Hadley e Ernest, gli invadenti commenti della compagna di viaggio culminano nell’epilogo del racconto: We were returning to Paris to set up separate residences.

Hadley gli concede cento giorni di separazione – nel corso dei quali non potrà avere contatti con Pauline – per vagliare i propri sentimenti, e decidere se quelli per Pauline sono talmente genuini da spingerlo a rinunciare alla sua famiglia. Solo in questo caso, e solo dopo i cento giorni, Hadley gli concederà il divorzio.
I cento giorni sono un periodo difficile per Ernest, che vive in uno studio senza riscaldamento ed è ostracizzato da quegli stessi amici che aveva fatto diventare protagonisti di Fiesta, pubblicato da poco: Harold Loeb, Pat Guthrie, Lady Duff Twysden, tutti fuori di sé per il modo in cui Ernest aveva reso pubblici i loro vizi e le loro debolezze. Hemingway si strugge per la mancanza di Bumby e Hadley, e continua a rivivere i momenti più felici della loro storia, come il momento in cui Hadley aveva scoperto di essere incinta, e i due avevano festeggiato con un cartoccio di frites e un improvvisato picnic sulla neve nei giardini delle Tuileries.

D’altro canto Pauline, autoesiliatasi a Piggot (la città dov’era nata, in Arkansas) inizia a fare progetti per un matrimonio grandioso, corredato da uno stile di vita altrettanto lussuoso: Hemingway si sente in trappola, ma non riesce a liberarsi dell’attrazione/ossessione che prova per Pauline.
Dopo i cento giorni, Hadley firma il divorzio, e la Pfeiffer e Hemingway si sposano, ricevendo in dono dal ricco zio dei lei un lussuoso appartamento a Rue Férou, una macchina, una casa a Key West, una barca da pesca e un lussuoso safari in Africa (costato ben venticinquemila dollari).

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Hemingway e Pauline a Key West

Il matrimonio tra i due non è felice: Ernest cerca di stare lontano dalla moglie e dai loro due figli (Patrick e Gregory) il più possibile, iniziando a passare sempre più tempo a Cuba. Le cose precipitano quando Hadley si sposa con un giornalista americano: Ernest aveva infatti sempre continuato a scriverle, ribadendole di amarla ancora, ed era convinto che prima o poi il suo matrimonio con Pauline sarebbe imploso, e lui sarebbe tornato dall’ex moglie. Hadley gli chiede di smettere di scriverle, e Ernest inizia a imbarcarsi in una serie di storie extra-matrimoniali, tra cui quella con la giovane e bellissima Jane Mason e quella con Martha Gelhorn, giornalista conosciuta a Madrid durante la guerra civile spagnola che sarebbe poi diventata la sua terza moglie. Anche questo matrimonio, celebrato dopo il tanto desiderato divorzio da Pauline, ha comunque vita breve, esacerbato dalla competizione e rivalità tra i due coniugi, entrambi scrittori.

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Ernest e Martha

Nel corso del suo matrimonio con Mary Welsh, la sua quarta moglie, Ernest inizia a tentare il suicidio, e viene ricoverato nel St Mary’s hospital, a Rochester. È convinto di essere spiato e perseguitato da agenti del FBI e dal governo statunitense, a causa dell’inclinazione comunista di alcuni dei suoi scritti. La sua paranoia si estende a banchieri, avvocati, dottori, inservienti, infermiere, tutti in combutta per carpirgli i suoi segreti e passarli al FBI.

Hemingway e Mary Welsh

L’Hemingway che Hotchner incontra nel 1961 è molto diverso dall’amico di una vita: sottoposto a pesanti cicli di elettroshock, bloccato nel suo tentativo di portare a termine il tributo a Hadley, Bumby e quella Parigi che tanto amava, Festa mobile, convinto di essere sorvegliato a causa degli anni passati a Cuba, in pieno regime comunista. È anche l’Ernest che confida e consegna all’amico i ricordi più cari, come il racconto del suo ultimo incontro con Hadley, avvenuto a Parigi poco dopo la pubblicazione di Addio alle armi. Davanti a un flûte di champagne, i due rivivono i momenti più significativi del loro giovane amore, di quella povertà romantica e piena di aspettative e di speranza; Hadley gli confessa che, se il loro rapporto non fosse stato così bello, non lo avrebbe lasciato così facilmente, ma avrebbe lottato per lui. Amandolo così tanto, Hadley non poteva sopportare l’umiliazione di doverlo dividere con un’altra. I due si separano con un bacio, destinati a non incontrarsi mai più.
Prima che Hotchner se ne vada, Ernest gli fa un’ultima domanda:

Tell me this: how does a young man know when he falls in love for the very first time, how can he know that it will be the only true love of his life? How can he possibly know? How can he know?

(Dimmi: quando un uomo si innamora per la prima volta, da ragazzo, come fa a sapere che sarà l’unico vero amore della sua vita? Come può saperlo?)

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Hemingway e A.E. Hotchner

Un mese e mezzo dopo, Hemingway si toglie la vita nella sua casa di Ketchum, nello Idaho.
Cinquant’anni dopo la sua morte, il dossier FBI su Hemingway rivela che, effettivamente, Edgar J. Hoover l’aveva messo sotto sorveglianza agli inizi degli anni’40 a causa di sospetti legati ai suoi frequenti viaggi e soggiorni a Cuba. Anche durante il suo ricovero al St Mary c’erano cimici nella sua stanza, e, probabilmente, una delle infermiere era un’informatrice del FBI.
Il suo tributo a Bumby e Hadley sarebbe stato pubblicato postumo. Hotchner ne avrebbe scelto il titolo, chiamandolo Festa mobile in onore dell’amico di una vita.

Le cose che restano

Vi son cose che restano –
il dolore ed i monti e l’eterno.
Nemmeno queste a me si addicono.

Emily Dickinson (trad. di Marisa Bulgheroni)

Lise Sarfati

Lise Sarfati

 

Se essere genitori non è facile, nemmeno essere figli lo è, specie in quella delicata fascia d’età in cui ci si rende conto che i propri genitori non sono perfetti, e che il mondo, quel mondo colorato, protetto e ovattato consegnato dal genitore al figlio con la promessa che andrà sempre tutto bene, è in realtà fragile come una bolla di sapone. Questa consapevolezza si accompagna alla fine dell’infanzia, alla perdita di quell’innocenza atavica e primordiale, della fede assoluta nel padre e nella madre, depositari di una saggezza priva di esitazioni e di dubbi, di quell’amore che tutto scusa e tutto crede, tutto spera e tutto sopporta.

Alcuni bambini sono costretti a crescere prima del tempo, e a nascondere dentro occhi profondi come pozzi domande mute alle quali sono destinati a non trovare mai risposta. È quello che succede a Grace, giovanissima protagonista de Le cose che restano di Jenny Offill, pubblicato da NN editore nella (bellissima) traduzione di Gioia Guerzoni.

Ed è proprio dalla nota della traduttrice che vorrei partire per descrivere cosa sia stato per me questo romanzo: una sorta di seesaw, quell’altalena oscillante o basculante su cui tutti siamo saliti da bambini. Quell’altalena che ti fa provare l’ebbrezza dell’altezza se dall’altra parte c’è qualcuno abbastanza pesante da bilanciare il tuo peso e spingerti più in alto: quell’altalena che ha il sapore di un crepuscolo di mare, nel parchetto dove giocavo con mio fratello, più piccolo di me, ma già troppo alto e allampanato rispetto a me. Un’altalena che, se regala alle protagoniste del romanzo altezze mozzafiato, fa sperimentare ad entrambe cadute rovinose.

William Eggleston

William Eggleston

 

Le cose che restano è stato infatti per me una perenne altalena: non l’ho divorato come Sembrava una felicità, e, nonostante i giri, non mi ha fatto raggiungere le altezze che speravo. La narrazione frammentata, fatta di una successione di ricordi tirati fuori dal cassetto più prezioso e più nascosto, mi è parsa a tratti opprimente, priva di sbocchi di leggerezza.

Tuttavia, la Offill si conferma maestra dell’arte dell’empatia: è difficile evitare di immedesimarsi in Grace, la giovanissima protagonista, dall’intelligenza acuta e precoce.

Grace cresce tra un padre affettuoso a modo suo, capace di costruirle la casa delle bambole dei suoi sogni, ma chiuso e bisognoso dei suoi tempi e dei suoi spazi, e una madre che è semplicemente troppo. Anna, larger than life, occupa tanto spazio nella vita della figlia: imprevedibile, insonne, lunatica, intensa, la vita con lei diventa un’avventura, che può portare alla ricerca di un mostro marino o a un road trip squattrinato dal Vermont a New Orleans. Grace è il centro del mondo di sua madre: dopo alcune difficoltà a scuola, Anna decide di dedicarsi alla sua istruzione e scolarizzarla a casa, e ricostruisce per lei la galassia in una stanza, corredata di calendario cosmico.

Il calendario di Anna non segue invece mesi né stagioni, ma un disordine anarchico, un’irrefrenabile inquietudine, una sete di ribellione che nessuno riesce a placare. È facile innamorarsi di Anna: lo è stato per suo marito, per sua figlia, per Edgar, il giovane vicino di casa introverso, un po’ filosofo un po’ nerd. Non è facile penetrare il suo mondo, seguire i suoi passi, prevedere le sue azioni.

 

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Lise Sarfati

 

Anna non è per Grace una madre tradizionale: è capace di svegliarla e portarla fuori nel cuore della notte, spingerla a farsi il bagno nuda nel lago freddo e buio, farla scendere dalla macchina e lasciarla per strada. Le propone di recarsi con lei in Thailandia, a cavalcare elefanti e intraprendere una carriera di ballerina di dubbio rispetto.

Tuttavia, Anna regala a sua figlia le cose che restano: i ricordi indelebili di un’infanzia eccezionale, fuori dalle righe e da ogni canone. Ricordi imbevuti di una malinconia così forte da spezzare il cuore, in quella che la Guerzoni ha definito un’altalena tra dolcezza e follia.

Mi è capitato di scrivere questo post proprio nel giorno della festa della mamma, pensando a quanto sia difficile l’arte di essere madre e quella di essere figlie, cercando di rimanere fedeli a se stesse, di non rinunciare alla propria identità, ai propri sogni e alle proprie ambizioni, per quanto sbagliate possano essere, per quanto lontano possano portare. Alla fine, in un modo o nell’altro, ci siamo salite tutte, in quell’altalena a due in cui è tanto difficile trovare un equilibrio, un compromesso tra il desiderio di volare in alto e la paura di precipitare rovinosamente.

 

 

Una falena volò nella stanza e sbattè le ali contro il paralume. Mi chiesi se fosse la stessa che aveva cercato di volare fino a una stella. Ma quella falena era morta, me lo ricordavo, e allora forse era la falena rimasta a casa a volare intorno al lampione in strada. Mia madre mi aveva raccontato anche quella storia, spiegandomi che la morale era questa: non ci si può fidare delle stelle, si spostano sempre più lontano man mano che ti avvicini.

 

Le cose che restano, Jenny Offill, trad. a cura di Gioia Guerzoni, NN Editore

 

Soundtrack: Beautiful tree, Rain Perry

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Non siamo mai veramente pronti a dire addio: New York Stories

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Grazia a Laura per il graditissimo regalo

 

New York è senza alcun dubbio la città più difficile da raccontare.

Prima di esistere in quanto città, in quanto microcosmo reale e tangibile affollato da milioni di vite, incroci di strade, grattacieli e taxi gialli, esiste per ognuno di noi come mito.

New York è una vera e propria creatura mitologica, alimentata da secoli di letteratura e da decenni di tradizione cinematografica: c’è chi ci va convinto di incontrare qualcuno nell’osservatorio dell’Empire State Building, ritrovare un numero di telefono dentro una copia di Cent’anni di solitudine in una bancarella, sentirsi spiegare il significato di Auld Lang Sine la notte di Capodanno da un Harry che è corso a piedi dalla sua Sally, perché quando capisci di amare qualcuno, eccetera.

C’è chi arriva convinto di trovarvi party stratosferici e la mistica luce verde di Gatsby, gli insopportabili brooklynite dell’altrettanto insopportabile Nathaniel P, Holly Golightly che cura i suoi mean reds tra vodka e colazioni da Tiffany. Ognuno di noi arriva a New York per trovare qualcosa: l’ispirazione per scrivere una storia, una mini-fuga dalla realtà, l’amore, quel senso di infinita possibilità che probabilmente esiste da nessun’altra parte – non nello stesso modo, non nella stessa misura.

Per qualcun altro, come il capitano Paolo Cognetti, New York è una finestra senza tende: New York Stories, l’antologia di racconti che ha curato per Einaudi, è un tentativo di ripulire i vetri di questa finestra, di ricostruirne l’essenza mitologica attraverso i decenni e attraverso ventidue voci, da Fitzgerald a Yates, da Dorothy Parker a Mario Soldati, da Don DeLillo a Joan Didion.

Questo viaggio è funzionale a uno scopo ben preciso: decostruire il mito, eliminare stucchi ed orpelli e restituire al lettore New York come città. Una città che ha significato qualcosa di diverso per ciascuno degli scrittori interpellati, a cui ha dato o ha tolto in modi e misure diverse, quasi come se New York fosse una sorta di dea bendata e agisse secondo il capriccio del momento.

Una cosa è certa: nessuna di queste voci è uscita indenne dall’incontro con New York. La città cambia le persone, le persone cambiano la città: c’è chi si perde, chi si ritrova, chi la ripercorre palmo a palmo per ritrovare brandelli di passato, chi la seduce e chi ne è sedotto, chi scappa e chi rimane. Quasi tutti approdano a New York inseguendo un sogno: un sogno che, realizzato o meno, viene comunque modificato dall’impatto con la città. Una città che è pronta anche ad essere un’amante incostante e infedele e a dispensare cocenti delusioni.

Una delle definizioni più belle dell’incontro con New York è quella di Pier Paolo Pasolini all’interno del racconto di Oriana Fallaci, Un marxista a New York:

 

Questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo. Devo tornare, devo stare qui anche se non ho più diciott’anni. Quanto mi dispiace partire, mi sento derubato. Mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare, una torta di tanti strati, e il bambino non sa quale strato gli piacerà di più, sa solo che lo vuole, che deve mangiarli tutti. Uno a uno. E, nello stesso momento in cui sta per addentare la torta, gliela portano via”.

 

New York è la giostra più grande e più bella della festa di paese, quella a cui tutti i bambini ambiscono, che abbiano la monetina per pagare il giro o no. Diventa insieme una sfida e una promessa: prima o poi ci salirò, prima o poi ci tornerò. E quel primo giro può risultare in un amore a prima vista o in una delusione completa, ma può anche far girare la testa, come nel mio caso.

La prima volta che sono stata a New York non sapevo da che parte guardare, per paura che mi sfuggisse un angolo, una prospettiva, una storia. La mia idea di New York conviveva con così tanti miti, illusioni, fantasie, descrizioni che mi sono sentita persa dentro un cuore che pulsava troppo veloce, come se tutto fosse troppo. C’è voluta una seconda volta, libera di aspettative e con in mente Bei tempi addio di Joan Didion (contenuto nella raccolta), per smettere di cercare di trovarvi quel tutto che mi immaginavo contenesse, smettere di cercare di capirla o analizzarla e lasciarmi semplicemente penetrare dalla bellezza delle sue infinite possibilità, come suggerisce appunto la Didion:

“…ero innamorata di New York. E non è un modo di dire: ero davvero innamorata della città, la amavo come si ama la prima persona che ti tocca e come non amerai più nessun altro. (…) Credevo ancora nelle possibilità allora, avevo la sensazione, così caratteristica di New York, che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro.”

 

C’è poi la questione degli addii. Che sia una cosa voluta o un’imposizione del destino, dire addio a New York, come cantano anche i REM, non sembra essere cosa facile, né indolore.

 

Probabilmente per questo la voce che ho amato di più all’interno di quest’antologia (come mi succede ogni volta nel caso di antologie di poesie o di racconti, anche in New York stories ho ritrovato voci che amo, scoperto voci nuove che mi hanno colpito tantissimo e sono stata delusa da voci che mi hanno lasciato del tutto indifferente) è quella di Colson Whitehead nel racconto di chiusura, Limiti cittadini. Ognuno ha la sua versione di New York, necessariamente diversa da tutte le altre perché è una città che conosce un’evoluzione continua, un cambiamento così veloce che è impossibile bagnarsi due volte nelle stesse acque; le sue strade, le sue case, i suoi palazzi, i suoi esercizi commerciali sono disseminati delle versioni di noi che li hanno percorsi e abitati. Dire addio a una lavanderia, a un ristorante cinese, a un appartamento significa dire addio alla versione di noi che lì si è innamorata, ha sofferto, ha festeggiato, ha vissuto.

 

“Non siamo mai veramente pronti a dire addio. Era il tuo ultimo viaggio su un taxi Checker e non lo sospettavi nemmeno. Era l’ultima volta che ordinavi i gamberetti del lago Tung Ting in quel ristorante cinese un po’ equivoco e non ne avevi idea. Se lo avessi saputo, forse, saresti andato dietro al banco a stringere le mani a tutti, avresti tirato fuori la macchina fotografica usa e getta e messo tutti in posa. Invece non ne avevi idea. Ci sono momenti inaspettati di ribaltamento, occasioni in cui, aprendo la porta di un appartamento, eri più vicino all’ultima volta che alla prima, e non lo sapevi nemmeno. Non sapevi che a ogni passaggio da quella soglia ti stavi congedando.”

 

Soundtrack: Leaving New York, REM (It’s easier to leave than to be left behind
Leaving was never my proud
Leaving New York, never easy
I saw the light fading out…)

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Sylvia Plath, la donna senza voce

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L’undici febbraio 1963, nel corso di uno degli inverni più rigidi conosciuti a Londra, Sylvia Plath si toglie la vita. Nel momento stesso in cui la Sylvia-persona smette di respirare, la testa appoggiata su un panno ordinatamente piegato in due, nasce una leggenda.

Quando la Sylvia mamma, poetessa, moglie tradita dal cuore spezzato, figlia arrabbiata, artista tormentata tace per sempre, dalle sua ceneri emerge l’idea di Sylvia: un’idea di cui hanno cercato – e continuano a cercare – di appropriarsi studiosi, critici, storici, eserciti di femministe. Ognuno di questi gruppi cerca di alzare la voce, di gridare di più, di fare ascoltare al mondo la propria versione di Sylvia: una Sylvia che ormai non può più difendersi e cercare di raccontare la sua, di versione, mentre il suo unico romanzo – La campana di vetro – e le sue poesie vengono rivisitate e forzate ad assumere la forma, la dimensione e le sfumature imposte loro dalla mitologia imperante.

Questo è il rischio che si corre quando si scrive della Plath: le versioni e le rappresentazioni che si sono avvicendate nel corso degli anni sono così diverse tra loro che Sylvia ha perso la sua voce, intrappolata in una rete sempre più contorta di aspettative individuali e collettive, mentre i due schieramenti della tifoseria – i pro Hughes, nettamente in minoranza, e i pro Plath, agguerriti e pieni di rivendicazioni – si guardano in cagnesco. Ognuno di loro vuole un pezzo della Plath, un pezzo che corrisponda a una precisa idea e raffigurazione, tanto che non si può fare a meno di chiedersi: chi è davvero Sylvia Plath? A chi appartiene l’idea, la memoria, il ricordo della creatura mitologica che emerge dalle ceneri con i suoi capelli di fuoco e mangia gli uomini come se fossero aria?

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Image credits: Etsy

Di chi sono le sue parole – e non solo quelle pubbliche, ma quelle più intime, quegli spaccati di vita quotidiana racchiusi nelle lettere e nei diari?

Uno degli episodi più macabri ed eccessivi di questa lotta per l’appropriazione della poetessa rimasta eternamente trentenne riguarda la sua lapide. Il 7 aprile 1989, due ammiratori della poetessa scrivono una lettera al Guardian per esprimere la loro indignazione per non essere riusciti a trovare la tomba di Sylvia, sepolta a Heptonstall, nel West Yorkshire. La sua lapide era infatti stata rimossa: un gruppo di femministe, offese dal fatto che l’iscrizione sulla lapide leggesse Sylvia Plath Hughes (i due non erano legalmente divorziati al momento della sua dipartita) avevano infatti grattato via il cognome del marito, e la lapide era stata rimossa per essere riparata.

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Un altro feudo degno di nota è quello nato tra i lettori, gli studiosi, i biografi e The Plath Estate, gestito con mano ferrea da Hughes (deceduto nel 1998) e da sua sorella Olwyn, agente letteraria, deceduta a gennaio. I due fratelli hanno dato filo da torcere ai biografi che, nel corso dei decenni, hanno cercato di raccontare la loro versione di Sylvia, tra querele, richieste di ritrazioni, lettere aperte, permessi non accordati: l’unica biografia approvata da Olwyn, Bitter fame, è stata praticamente scritta a quattro mani dalla stessa Olwyn e dalla poetessa Anne Stevenson, finendo per offrire un’agiografia di Ted Hughes e un’immagine alquanto negativa della Plath, mangiatrice di uomini, misogina, patologicamente gelosa del marito, offuscata dai suoi problemi mentali.

L’intera vicenda della sfortunata biografia Bitter fame è raccontata dalla scrittrice e giornalista Janet Malcolm in The Silent Woman: Sylvia Plath e Ted Hughes. La Malcolm, oltre a  ricostruire quelle vicende che hanno cercato di erodere la potenza della voce della Plath, offre interessanti spunti di riflessione sulla natura stessa delle biografie: il biografo, scrive, è un ladro professionista che si infiltra nelle case degli altri e rovista nei loro cassetti, svuotandone il contenuto e sottraendone sia le cose di valore, sia i segreti più sordidi, in una sorta di estasi voyeuristica.

C’è sicuramente un elemento di voyeurismo nelle vicende della famiglia Hughes-Plath, che fanno gridare Ted alla persecuzione e che vengono esasperate dalle vicende editoriali dopo la morte di Sylvia. La campana di vetro, il suo unico romanzo, era stato infatti pubblicato solo in Regno Unito e con uno pseudonimo, Victoria Lucas: Sylvia temeva infatti soprattutto di ferire i sentimenti della madre, la cui ambizione eccessiva nei confronti della figlia e la sua parziale cecità nei confronti dei suoi problemi psicologici sono incarnati dalla madre di Esther Greenwood.

All’inizio degli anni ’70, Hughes chiede alla madre della Plath, Aurelia, il permesso di pubblicare il romanzo anche negli Stati Uniti, per una motivazione alquanto veniale che rivela in una lettera datata 24 marzo 1970: Ted racconta all’ex suocera di aver adocchiato una bellissima casa nella costa nord del Devon. Non vuole vendere la casa che ha comprato nello Yorkshire, definendola un ottimo investimento, nè Court Green, il cottage in cui aveva vissuto con Sylvia, per ragioni sentimentali:

“Therefore I am trying to cash all my other assets and one that comes up is The Bell Jar”.

Aurelia acconsente a malincuore, ma vuole la sua parte: il permesso di Hughes di pubblicare le lettere che Sylvia aveva scritto a lei e a fratello, ovviamente in un’edizione rivista e corretta da lei, con tutti i tagli e le omissioni necessarie.

Anche i Diari, nei quali la voce di Sylvia può finalmente trovare libero sfogo, non sfuggono alle forbici di Hughes: il diario degli ultimi mesi di vita della poetessa viene da lui distrutto, sostenendo che fosse suo dovere risparmiare ulteriori sofferenze ai loro due figli, Frieda e Nicholas; un altro dei diari scompare misteriosamente. Tuttavia, come scrive Katharine Viner, è nei diari che ritroviamo le varie identità di Sylvia: la casalinga anni ’50, la donna sessualmente liberata anni ’60, la femminista anni ’70 e anche un tocco della Bridget Jones degli anni ’90:

“The journals remind us that there was a time when Sylvia Plath was alive and living – angry, happy, distressed, bitchy, silly, right, wrong. In her own words, withouth the filter of biography or poetry, here, the silent woman speaks for herself” (I diari ci ricordano che c’è stato un momento in cui Silvia era viva e viveva – arrabbiata, felice, angosciata, pettegola, frivola, giusta, sbagliata. Attraverso le sue parole, senza il filtro della biografia o della poesia, qui la donna silenziosa ritrova la sua voce”.)

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Per questo The Silent Woman della Malcolm rimane uno studio più interessante dei diversi tentativi biografici: è infatti un’analisi delle analisi, un’interpretazione delle interpretazioni dell’immenso baraccone sorto intorno al connubio Plath-Hughes. Secondo la Malcolm, in questo marasma di articoli, libri, studi, biografie, parole, la voce della Plath è stata totalmente soffocata, e non sarà mai in grado di raccontare il freddo, la tristezza, la solitudine, l’angoscia, l’alienante disperazione di quegli ultimi mesi. Tutti si arrogano il diritto di parlare al posto suo, in suo nome: ma la sua voce, diventata sempre più fievole fino a svanire del tutto quel gelido 11 febbraio, è stata così sottoposta a interventi esegetici e di alterazione che bisogna essere in grado di scavare sotto tutti gli strati per cercare di ritrovarla.

Bisogna approcciarsi alla Plath, sia alla sua prosa che alla sua poesia, cercando di non leggere tutto attraverso il mito della sua vicenda biografica: solo così, libere dal peso di decenni di tentativi di appropriazione, le sue parole riacquisteranno un senso perlomeno simile a quello originale, e Sylvia Plath, la ragazza di vetro andata a pezzi poi incollati alla meno peggio e messi a prendere polvere nel buio di una credenza scura, riacquisterà la sua propria voce.

Tesoro, è tutta la notte

che vacillo, spenta, accesa, spenta, accesa.

Le lenzuola si fanno grevi come il bacio di un vizioso.

Tre giorni. Tre notti.

Acqua e limone, acqua

di pollo, acqua mi fanno vomitare.

Sono troppo pura per te o per chiunque.

Il tuo corpo

mi fa male come il mondo fa male a Dio. Sono una lanterna_______

la mia testa una luna

di carta giapponese, la mia pelle oro in foglia

infinitamente delicata e infinitamente costosa.

Non ti sbalordisce il mio calore? È la mia luce.

Tutta sola, sono un’enorme camelia

che arde e viene e va, vampa su vampa.

Sto sollevandomi, credo.

Credo che salirò______

I grani di metallo bollente volano e io, amore, io

sono una pura

vergine

di acetilene, scortata da rose,

da baci e cherubini,

da tutte queste strane cose rosa.

Non tu, né lui,

non lui, né lui

(i miei io che si dissolvono, vecchie gonnelle di puttana)________

verso il Paradiso.

(Da Febbre a 40 gradi, trad. a cura di Anna Ravano)

Consigli di lettura:

Soundtrack: Celebrity skin, Hole (You want a part of me? Well I’m not selling cheap, no, I’m not selling cheap)

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E se Purity non l’avesse scritto Franzen? (Impressioni di lettura alternative)

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Avete intenzione di leggere Purity, l’ultima fatica letteraria del tanto discusso Jonathan Franzen (per gli amici Franzie)?

Vi darò lo stesso consiglio che vi ho dato quest’estate per l’altrettanto dibattuto Go Set A Watchman di Harper Lee: spegnete il computer, disattivate il 4G, mantenetevi lontani da Twitter, evitate come la peste Goodreads. Rifuggite dal flusso apocalittico di recensioni che stanno infestando il web, e, se ne avete letta qualcuna, dimenticatevela. Insomma, sospendete il giudizio, onde evitare di corrompere la vostra lettura con visioni preconcette e distorte.

Già che ci siete, mettete anche un attimo da parte l’annosa questione dell’Internet e dei social media: ci ritorniamo, eh. Nel frattempo, mettetevi comodi e godetevi quello che Purity è veramente: un romanzo meravigliosamente scritto. Non rischiate che l’autore diventi più grande dell’opera: immaginate che lo scrittore sia un anonimo esordiente, un Pinco Pallo qualunque.

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Il segnalibro è un regalo di Peekabook.it

Se mi seguite su Twitter, saprete che da settembre mi sono imbarcata in un personalissimo triathlon letterario (ribattezzato #franzethon): Le correzioni, Purity e Freedom (si, in quest’ordine). I motivi sono due: avevo solo letto estratti e articoli di Franzie, e già da tempo volevo rimediare; la tempistica era poi particolarmente opportuna, dato che il 18 ottobre Franzie sarà qui a parlare di Purity (e io, ovviamente, sarò tra le prime file, pronta a lanciargli il mio bigliettino da visita e a dichiarargli la mia infatuazione per lui). Sì, perché durante il mio franzethon (ho da poco cominciato Freedom) mi sono innamorata di Franzie, e della sua incredibile abilità di tratteggiare i suoi personaggi, di scavare dentro di essi ed estrapolarne i segreti più reconditi e impensabili, per far arrivare il lettore, in maniera quasi maieutica, a capire le ragioni dietro comportamenti anaffettivi, irrazionali, apparentemente privi di fondamento o di logica.

Tanto per cominciare, Purity è questo: una collezione di umanità spezzata, sofferente, esacerbata dalla ricerca di onestà, dall’ambizione alla purezza, e dalla frustrante impossibilità di raggiungere entrambe le condizioni.

C’è Purity (Pip) Tyler: una ragazza mediamente carina, mediamente intelligente, mediamente interessante, cresciuta in California con una madre misteriosa e iperprotettiva, innamorata di un uomo sposato, più grande di lei, col quale vive in una squallida casa condivisa di proprietà dell’instabile Dreyfuss. Pip ha sulla coscienza $130,000 di debiti studenteschi e il desiderio irrinunciabile di scoprire l’identità di suo padre. Si lascia così convincere da Annagret, un’affascinante tedesca, a partire per la Bolivia e fare uno stage per il Sunlight Project, una fosca organizzazione dedicata alla trasparenza dell’informazione che potrebbe aiutarla a ritrovare suo padre. Conosce così Lui, l’uomo del momento, il carismatico leader del Sunlight, l’uomo più onesto del mondo che lotta per la verità e solo per la verità, uno degli esseri più puri mai esistiti: Andreas Wolf. Anche se allo stesso Andreas e al suo esercito di groupie, rigorosamente donne, fa comodo credere all’irreprensibile reputazione di questo cavaliere senza macchia e senza paura, la realtà non è (quasi) mai quella che si vede: Andreas è un uomo tormentato, che ha costruito la sua carriera di dissidente e la sua fama mediatica quasi per caso, nel tentativo di liberarsi del legame semi-incestuoso con sua madre, che l’ha legato per bene alle sue gonne grazie a una fitta rete di menzogne, nascondendogli la sua infermità mentale e la vera identità di suo padre. Andreas diventa un adolescente arrabbiato, ossessionato dalla masturbazione e dai suoi disegni di donne bellissime e sensuali che elimina subito dopo l’atto, nel tentativo di esorcizzare sua madre e al tempo stesso di mantenerne intatta la purezza genitoriale.

Ai suoi primi tentativi di ribellione, Andreas, il cui padre/patrigno è una personalità di spicco nella Repubblica Democratica Tedesca, viene allontanato da casa e, dopo la pubblicazione di un paio di poesie pornografiche e un’intervista davanti agli archivi segreti della Stasi, presi d’assalto da un gruppo di dissidenti, viene etichettato come loro leader e raggiunge un’improvvisa – e indesiderata – fama mediatica. Il suo sopralluogo negli archivi della Stasi, la sua determinata ostinazione a far venire fuori la verità, nasce dalla necessità di proteggersi, di proteggere il suo segreto: ha ucciso un uomo, apparentemente per proteggere la bella Annagret, di cui è infatuato, ma di cui si stufa ben presto, perché incapace di amare; la verità è che la sua sete di uccidere risponde al desiderio di sangue del suo alter ego, The Killer, un concentrato di rabbia ancestrale e di desideri incontrollabili che a tratti si impossessa di Andreas, condannandolo a un’eterna lotta col desiderio di morte, con la voglia di uccidere sua madre, le donne che gli stanno intorno, la stessa Purity. Andreas è l’incarnazione di questo rapporto di amore-odio con Internet e i social media di cui si è tanto parlato: si avvicina al web per la pornografia, ma poi scopre che la sua persona pubblica – e social – è migliore del suo se stesso tridimensionale; quello che è un labirinto di dolore, sofferenza, rabbia, bugie e follia diventa, nei social e nella rete, il filo d’Arianna che lo conduce a un Andreas Wolf leader carismatico, paladino della verità tutta la verità nient’altro che la verità, fondatore del Sunlight project, che gli procura anche un bel po’ di denaro e svariate ammiratrici/finanziatrici con cui andare a letto.

Fino all’arrivo di Pip, l’unica che sembra capace di redimerlo attraverso un legame di sottomissione assoluta a lui; ma Pip, che pure si rivela misteriosamente attratta dalla parte più torbida di Andreas, dalle sue mani di assassino, alla fine scappa, e diventa solo una pedina per disinnescare un’altra di quelle bombe ad orologeria che rischiano di profanare la santità di Andreas.

franzie 2Tom Aberant (il cui cognome è tutto un programma) è un giornalista vecchio stampo dall’etica professionale integerrima. Crede nei reportage fatti sul campo, nel giornalismo vecchio stile, nelle nottate insonni passate a scrivere pezzi per essere certi che diventino scoop; non crede invece che i social e i vari WikiLeaks e i blogger e gli influencer possano del tutto sostituire questo tipo di giornalismo. Anche l’incorrotto e incorruttibile Tom nasconde un paio di segreti: ha aiutato Andreas ad occultare le prove del suo omicidio. Non ha mai smesso di amare, o meglio, di essere ossessionato dall’ex moglie, l’eccentrica, instabile Anabel, scomparsa da più di vent’anni senza lasciare traccia. Ha una figlia che non conosce, ma che è molto più vicina a lui di quanto potrebbe immaginare. Il pilastro della sua vita, la sua collega e compagna Leila, è sposata con un alcolizzato disabile che non ha il coraggio di abbandonare, anche perché abbandonarlo significherebbe rassegnarsi a essere la seconda donna nella vita di Tom dopo l’eterna, eterea Anabel.

C’è la madre di Pip, che afferma di chiamarsi Penelope Tyler ed essere povera in canna. O forse è una ricca ereditiera, e la vita che si è costruita è una gigantesca menzogna? In ogni caso, la madre di Pip è uno dei personaggi più affascinanti del romanzo. Si rifiuta ostinatamente di riconoscere (e di vivere) la realtà e vive nel suo mondo di finzioni, una bambina intrappolata in un corpo da grande, che concepisce Purity con un unico scopo: creare un essere perfettamente puro (da qui il nome) da amare in maniera perfetta, assoluta e continua, e da cui essere amata allo stesso modo. Cosa che Pip fa, fino a un certo punto, come viene fuori da uno dei pezzi più belli del romanzo:

The cabin was dark. Inside it was the sound of her childhood, the patter of rain on a roof that consisted only of shingle and bare boards, no insulation or ceiling. She associated the sound with her mother’s love, which had been as reliable as the rain in its season. Waking up in the night and hearing the rain still pattering the same way it had when she’d fallen asleep, hearing it night after night, had felt so much like being loved that the rain might have been love itself.

(Il bungalow era buio. Dentro c’erano i suoni della sua infanzia, il picchiettio della pioggia su un tetto fatto solo di tegole e travi nude, senza isolamento o soffitto. Associava quel suono all’amore di sua madre, affidabile come la pioggia durante la sua stagione, Svegliarsi nel corso della notte e ascoltare quel ticchettio continuo, identico al suono che l’aveva fatta addormentare, notte dopo notte, le faceva sentire così tanto di essere amata che la pioggia avrebbe potuto identificarsi con l’amore stesso).

A un certo punto, tuttavia, le bambine crescono e giunge il momento di affrontare la realtà. Pip chiede alla madre di demolire la loro vita di finzioni e bugie e di ricominciare da zero, costruendo un rapporto paritario; Franzen la ricompensa con un finale degno di Grandi speranze, un trust fund e un ragazzo -James – che per una volta non ha il doppio dei suoi anni, con cui camminare verso il tramonto (o sotto le torrenziali piogge californiane, in questo caso).

Avete capito allora qual è il fascino di Purity? Ogni parte è dedicata a un personaggio, e sta al lettore mettere insieme i pezzi del puzzle. Ogni parte è uno straordinario affresco di umanità deforme e sconsolata, destina all’annullamento del sé finché costretta a vivere nella negazione del sé.

La geografia si sposta dalla Germania dell’Est alla Berlino pre e post caduta muro, dalla California a Denver, dal Belize alla Bolivia. Franzen abbraccia un’incredibile varietà di tematiche, dalla doppia faccia dei social media all’onestà intellettuale, dalla persona virtuale alla persona reale, dal sottilissimo confine tra verità e menzogna alla pazzia, dal suicidio agli istinti più brutali nascosti nella parte oscura di ognuno di noi, dalla famiglia all’amore, dal sesso alla morte, dall’ossessione alla fama. Da questo punto di vista, credo possa dirsi il suo romanzo più compiuto, che spazia dalla storia del crollo dell’ex-URSS a WikiLeaks e Assange, filtrando il vissuto storico e i cambiamenti sociali attraverso gli occhi di un’incredibile, variegatissima galleria di personaggi.

Durante la lettura mi sono creata una playlist di accompagnamento: la condivido con voi, e aspetto i vostri suggerimenti per migliorarla ed arricchirla.

Ve l’ho già detto che mi sono innamorata di Franzen, vero?

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Consiglio di lettura: un buon Pouilly-Fumé

Non abbiate paura della tenerezza, parola di Dorothy Parker

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Modeling coat by glass door, 1949, Genevieve Naylor

Non avevo mai letto Dorothy Parker prima. Da quello che avevo letto su di lei mi aspettavo soda caustica, una prosa abrasiva e pungente, venata di sarcasmo.

Invece, le storie che fanno parte della raccolta Dal diario di una signora di New York , pubblicata da Astoria nella traduzione di Chiara Libero, mi hanno sorpreso. Sono storie di donne, scritte da una donna, scritte per le donne. La Parker si fa portavoce di un’intera generazione di fanciulle newyorchesi alle quali è stato insegnato che è necessario aver paura della tenerezza, nascondere accuratamente la propria personalità, i propri desideri e i propri bisogni, vestendo ogni giorno una maschera fatta di trucco e convenzioni sociali, capelli cotonati e ipocrisia.

Le donne di Dorothy Parker sono forti ma si fingono fragili, sono insicure ma si fingono dolci, sono ribelli e arrabbiate ma si fingono remissive. Sono teatranti, attrici ormai esperte, convinte che l’unico modo per vivere ed essere accettate, amare ed essere amate sia ricorrere a trucchi e belletti, orpelli e mistificazioni. Farsi vedere diverse da quello che si è e il passe-partout per fare parte della società di New York.

Chissà poi cosa c’è di tanto sbagliato nell’essere sentimentali. La gente è così sprezzante nei confronti delle emozioni. “Ah, non mi beccherai mai seduta qui tutta sola a rimuginare”, dicono. “Rimuginare”: dicono così per indicare il ricordo, e sono fieri di non ricordare. Strano come si inorgogliscano delle loro manchevolezze. “Non prendo mai nulla sul serio,” dicono. “Nessuna persona può essere tanto importante per me.” E perché, perché mai credono di essere nel giusto?

Già, perché mai si crede di essere nel giusto? È un messaggio più che mai attuale, in un mondo che tende ad etichettare tutte le storie d’amore come chick-lit o rom-com. In un mondo che si è dimenticato quanto sia dannatamente difficile parlare veramente d’amore, come ci ricorda Carver.

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Le signore newyorchesi della Parker cercano di sopravvivere a tempeste più o meno disastrose, navigando mari agitati senza scialuppa salvagente: c’è chi aspetta una telefonata che non arriva, ma esita ad alzare la cornetta, nella paura di risultare poco femminile, troppo insicura, troppo appiccicosa. Troppo sbagliata.

Sarò come quando ci siamo conosciuti. Forse così gli piacerò di nuovo. Da principio ero la dolcezza in persona. Oh, com’è facile essere dolci con qualcuno, prima di innamorarsene.

L’unico modo per riuscire ad essere accettata, per sperare di essere amata è fingere: non dire mai quello che si pensa veramente, sorridere quando si vorrebbe piangere, fare le fusa quando si vorrebbe affilare gli artigli.

A loro non piace sentirsi dire che ti hanno fatto piangere. A loro non piace sentirsi dire che sei infelice a causa loro. Altrimenti ti credono possessiva ed esigente. E allora sì che ti detestano! Non sopportano di sentirsi dire quel che davvero provi. Bisogna sempre stare lì a fare i giochetti. Oh, se solo non dovessimo farlo. Credevo che questa storia fosse abbastanza solida da permettermi di dire tutto quel che avevo in mente. Mah, probabilmente non accade mai. Immagino nessuna storia sia mai abbastanza solida da permetterlo.

C’è chi aspetta che l’uomo di cui è innamorata smetta di uscire con mezza New York e non abbia occhi che per lei. C’è chi aspetta un marito che se n’è andato, trovando conforto nelle fandonie di una soi-disant psicologa. C’è chi aspetta un bimbo, e cerca di mettersi in contatto con un padre che non ne vuole sapere. C’è chi coltiva ambizioni artistiche e teatrali e aspetta che il marito la sorprenda. Tutte queste donne aspettano: che qualcuno torni, che qualcosa cambi.

Harper’s Bazaar 1950 photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Fino ad arrivare alla protagonista del racconto che dà il nome alla raccolta, un’anonima signora della New York bene che cerca di annegare monotonia e solitudine nei fiumi d’alcool di un’esistenza apparentemente brillante, fatta di feste, spettacoli, cene in posti alla moda e problemi insormontabili, tipo un’unghia rotta o lo smalto del colore sbagliato.

Tutte queste donne vivono in condizioni di estrema solitudine e alienazione, da sé e dagli altri: le loro controparti femminili non si rivelano molto migliori di quelle maschili, dedite a un’amicizia che altro non è pietoso e superficiale adempimento delle convenzioni sociali della New York bene. Il quadro che la Parker dipinge richiama alla memoria echi di Edith Wharton, in un mondo dove l’amore è del tutto passé, sostituito da matrimoni di convenienza e tante, troppe bugie.

Penserò a qualcosa di diverso. Me ne starò seduta qui zitta e buona. Se solo ci riuscissi. Se potessi starmene zitta e buona. Forse potrei leggere. Ma no, tutti i libri parlano di persone che si amano, sinceramente e dolcemente. Ma perché diamine scriveranno cose del genere? Non lo sanno che non è vero? Non lo sanno che è una bugia, una dannatissima bugia? Ma perché diavolo ne devono parlare, quando sanno benissimo che fa stare male? Maledetti, maledetti, maledetti.

In una società in cui è difficile, se non impossibile, essere accettata e amata per quello che si è, mi piace pensare che il messaggio di Dottie sie questo: non abbiate paura della tenerezza. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di parlare d’amore. Non abbiate paura di amare, come sapete farlo, senza regole né trucchi né inganni. Forse resterete sole, ma almeno potrete guardarvi allo specchio e riconoscervi, senza dover lavare via, una volta rimaste sole, strati di stucco, di cerone, di belletto. Non abbiate paura di mostrarvi troppo forti o troppo fragili. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di non essere prese sul serio.  E se la verità fosse che non gli piacete abbastanza, tant pis: quantomeno piacerete a voi stesse. O almeno ci proverete.

Dal diario di una signora di New York, Dorothy Parker, Astoria, trad, a cura di Chiara Libero

Soundtrack: Hope I don’t fall in love with you, Tom Waits

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Port William, un posto al mondo

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Trovare il proprio posto nel mondo è uno dei compiti più difficili da eseguire.

Un posto da chiamare casa, che possa offrire rifugio e consolazione.

Un posto a cui tornare, che faccia sentire sicuri, protetti.

Un posto in cui capire chi si è, e imparare ad esserlo, giorno dopo giorno.

Per i personaggi nati dalla penna magistrale di Wendell Berry quel luogo è Port William, cittadina immaginaria del Kentucky la cui geografia è una geografia dell’anima. Ogni famiglia che la abita ha dato qualcosa di sé a Port William, definendone i confini grazie a linee immaginarie di storie e alberi genealogici, stabilendone l’ossatura a forza di case e fattorie, casupole sul fiume e campi coltivati o abbandonati all’incuria, per caso o per una serie di sfortunati eventi.

Port William è i suoi abitanti, quei personaggi cari all’immaginario del lettore di Berry e destinati a far breccia anche nell’immaginario del neofita: la dolce, coraggiosa, giovanissima Hannah (poi Coulter), che affronta la prima gravidanza nell’angoscia dell’attesa del marito Virgil, disperso in guerra; il barbiere Jayber Crow, mite e riflessivo, punto di riferimento di tutte le teste di Port William, in senso letterale e figurato; il vecchio zio Jack Beechum, tanto orgoglioso e testardo quanto leale nei suoi affetti e nella sua dedizione agli amici; i coniugi Crop – Ida e Gideon – devastati dalla morte della figlioletta Annie, vittima di un’alluvione; il tormentato Ernest Finley, divorato da un amore tanto silenzioso e impossibile quanto inesorabile e distruttivo.

Tutti questi personaggi, e la stessa Port William, ruotano intorno ai coniugi Feltner, Margaret e Mat, la luna e il sole dell’intera comunità, un porto sicuro in caso di bisogno, un rifugio per tutti coloro che si sentono persi, o hanno perso la speranza. A casa Feltner tutto, anche la tragedia più inspiegabile – la scomparsa in guerra dell’amatissimo figlio Virgil, la morte della piccola Annie Crop, le sciagure provocate dall’alluvione, il dolore di Ernest, fratello di Margaret – diventa un fardello sopportabile. L’ordine, la tranquillità, la serenità nell’esecuzione di compiti e gesti quotidiani, la dignità nell’elaborazione e nella sopportazione del lutto, la disponibilità a dare una mano a chi ne ha bisogno, l’amore viscerale per la terra: queste sono le colonne portanti della vita dei Feltner, e della comunità di Port William tutta per estensione.

Mat e Margaret incarnano lo stesso ideale di comunità delineato da Berry nei suoi scritti: il fare parte sempre e comunque di un insieme unitario, in cui nessuno viene lasciato indietro, anche quando sbaglia, anche quando è troppo debole e scoraggiato per combattere. Non esistono ultime ruote del carro, e nemmeno ruote di scorta: ogni parte dell’insieme è importante, ed è essenziale per il suo armonioso funzionamento.

Quando Gideon Crop impazzisce per la morte della piccola Annie e scappa di casa, Mat organizza una rete di aiuti per l’orgogliosa e dignitosa moglie Ida, per fare in modo che possa mandare avanti la fattoria di famiglia. Insieme si ricordano i ragazzi partiti per la guerra e mai più tornati; insieme si resta incollati alla radio per cercare di comprendere l’indescrivibile orrore di Hiroshima; insieme si festeggia, con dolceamara e forzata, ma al tempo stesso incontenibile, euforia la fine di quella guerra che sembra sempre più priva di ogni logica e razionalità.

(Mat) Per tutto il pomeriggio è stato perseguitato dalla consapevolezza incompiuta della bomba e della città distrutta. Ha avvertito la propria mente che cavalcava la cresta della storia come un uomo su un guscio di noce, in una violenza di puro effetto, come se il senso della guerra, separatosi molto tempo prima dalla propria causa, ora sfuggisse a ogni comprensione e procedesse per suo conto. Ha avuto l’impressione che alla fine, senza che lui se ne accorgesse, quegli anni di violenza sono arrivati dov’erano diretti non per ragioni o motivi o desideri umani, ma per la logica della violenza stessa. E tutti gli eventi della guerra sono di colpo trasformati dal loro risultato, anche se non sa ancora dire come e quanto”.

Nel contesto di una comunità così unita da sembrare indissolubile, da assumere i contorni di una rete di solidarietà che attenua la caduta di tutti, il silenzioso, solitario suicidio di Ernest Finley assume un’eco ancora più tragica, rivestendosi di un’incomprensibile, drammatica assurdità.

Ernest, tornato dalla guerra con un piede mutilato, investe tutte le sue energie nel lavoro di falegname e nel tentativo di andare avanti come se niente fosse successo e non avesse nessuna disabilità.

All’inizio dell’estate del 1919, quando Ernest alla fine era tornato a casa dopo la guerra, i genitori erano ormai morti e la loro casa era stata venduta. Port William si era abituata alla sua assenza e lui era tornato a casa diverso.

Aveva subito una grave ferita complicata fin all’inizio da un’infezione, e la guarigione era stata lenta e dolorosa. Dopo il congedo aveva passato quasi un anno intero in ospedale. Alla fine, gli avevano riaggiustato il piede alla meglio e quella era stata la cosa più difficile da accettare, una volta guarito: per lui essere curato significava soltanto che sarebbe rimasto storpio. Le ossa e i tendini sbriciolati erano stati rimessi insieme in una mutilazione irreparabile per consentirgli di guarire e vivere. Non c’era ragione, gli dissero, perché non potesse condurre una vita normale. Naturalmente sarebbero stati necessari alcuni aggiustamenti.

Eppure, quando si era apprestato a lasciare l’ospedale, mentre cercava di recuperare la perdita servendosi delle stampelle come in un impossibile problema di meccanica, era consapevole di aver subito una sconfitta. E sapeva che si trattava di una sconfitta evidente e definitiva che non ammetteva guarigione o rivincita, che non contemplava illusioni che ne mitigassero l’immutabilità. E più che da qualsiasi altro luogo in cui era stato, aveva fatto ritorno a Port William soprattutto da quella sconfitta”.

Mentre Ernest lavora a casa di Ida Crop, coinvolto nella rete assistenziale stesa da Mat, si innamora di lei, anelando ossessivamente ogni giorno di più alla vicinanza della bella, dignitosa, riservata Ida. Tuttavia, Ernest si rende presto conto del fatto che la sua dirompente, assoluta passione non può essere ricambiata: Ida non ha occhi che per il marito, di cui attende il ritorno con una fede incrollabile. Quando Gideon le scrive di essere pronto a tornare a casa, Ernest non riesce a tollerare il pensiero di quella rinnovata prossimità e si toglie la vita.

I coniugi Feltner riescono a superare il vuoto immenso di una perdita continua, come un’emorragia grazie al loro reciproco esserci l’uno per l’altra, quel noi che hanno costruito e cementato nei decenni, con fatica e con amore.

Le parole di Margaret gocciolano su di lui come acqua e luce. Dolente e illuminato, ora si sente pronto a riavvicinarsi a lei. Scuote la testa.

Adesso lei lo invita chiaramente e lui si alza e si siede al suo fianco. Le posa il braccio sulle spalle.

‘E Mat – aggiunge lei – noi ci apparteniamo. Dopo tutti questi anni, non pensi che significhi qualcosa?’

(….) ‘Che cosa significhi non lo so’, risponde alla fine. ‘Ma so quanto vale’.

Mat Feltner, la voce narrante più forte di questa collezione di vite, riesce a superare il buio che minaccia di inghiottirlo dopo la perdita di Virgil, allontanandolo inesorabilmente dalla paziente Margaret, grazie alla sua simbiosi con la Terra, moglie e amante, confidente e nemica.

Solo rispettando l’inestimabile valore della terra su cui poggia i piedi e dalla quale trae nutrimento e vita, Port William può continuare a esistere come comunità, più forte di guerre, inondazioni e siccità, piantando i semi di quelle che sarà la sua eredità: la comunità di domani.

Mentre osserva le cataste di pietre e cerca di indovinare quel poco che è possibile intuire, Mat avverte la consapevolezza di un passato perduto e morto, di un passato remoto privo persino della forza della memoria. E se prima ha resistito a quel pensiero temendo di esserne addolorato, ora non prova nessuna tristezza. Là, in presenza del bosco, nei suoni dell’acqua e delle foglie che piovono, ora non avverte la perdita del passato.

Avverte invece la sovrumana quiete del luogo, il suo perfetto ordine fortuito. La quiete di un luogo dove l’evento più semplice o improbabile diviene necessità e parte di un disegno, dove la morte può soltanto cedere il passo alla vita. E avverte la distanza tra quell’ordine quieto e la sua costante battaglia personale per conservare e tenere liberi i propri terreni. Anche se dentro di sé il significato di quei terreni e la sua devozione verso di loro restano saldi, capisce senza dispiacere che un giorno spariranno, che l’ordine che ha creato e mantenuto in essi sarà infine travolto dall’ordine istintivo della natura.

Attorniato dalle foglie scintillanti che gli cadono intorno, Mat si ritrova infine al cospetto del luogo che si stende chiaro e nitido di fronte a lui, radioso come di una luce che emana dal terreno e diventa di colpo visibile. Entra in uno stato di veglia sereno come un sonno”.

Un posto al mondo, Wendell Berry, Edizioni Lindau, trad. a cura di Vincenzo Perna

Soundtrack: Mellon Collie and the Infinite Sadness, Smashing Pumpkins

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Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo: Sembrava una felicità di Jenny Offill

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Era una buona moglie?

Be’, no.

Ho iniziato a leggere Sembrava una felicità di Jenny Offill nel bel mezzo di un trasloco, in una casa ancora estranea, tra valigie e scatoloni. L’ho trovato un momento particolarmente adatto a questo tipo di lettura: in fondo, cos’è un trasloco se non sovvertimento dell’ordine naturale della quotidianità, una domesticità alterata, tirata fuori dalla norma e forzata fino agli estremi dell’ignoto?

Quando si svuota una casa, ogni suo singolo pezzo è un punto interrogativo. Ogni singolo pezzo è un riassunto delle scelte fatte fino a quel momento, che hanno portato a questo particolare risultato e non a un altro. Ci si mette in dubbio, e il risultato di queste conversazioni con se stessi riflette in molti casi lo stato d’animo della protagonista della Offill:

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Lei è Moglie. Non sappiamo il suo nome, perché quando si è innamorata e sposata con Lui e ha avuto una Bambina ha iniziato a fare compromessi con se stessa, col suo sogno di diventare un mostro d’arte, scrivere un Romanzo, trovare un compagno che potesse essere per lei quello che Vera era per Nabokov: un’ancora alla realtà quotidiana per le cose.

Alcune donne lo fanno così facile, quel modo di scrollarsi l’ambizione di dosso come se fosse un cappotto costoso che non va più bene.

Ci si mette in mezzo l’Amore, e sconvolge i piani, e porta alla creazione di una famiglia, alla nascita di una bambina dagli occhi nerissimi e dall’intelligenza vivissima.

Allora perché Lei non è felice? Perché le aspettative sono una cosa, la realtà è ben diversa. Perché è facile – fin troppo – farsi delle promesse: promesse bellissime, di prendersi sempre cura dell’altro e non lasciarsi mai, e sconfiggere insieme la solitudine. Altra cosa è mantenerle, quelle promesse, e fare in modo che, in quel laborioso laboratorio di compromessi che è la costruzione della vita di coppia, non ci si dimentichi dell’Io. Non si perda di vista chi si è, che cosa si vuole, da dove si è partiti, dove si vuole arrivare. Lei si è persa di vista, e sperimenta sulla sua pelle assottigliata un nuovo tipo di solitudine.

Qualche sera dopo spero segretamente di essere un genio. Perché altrimenti com’è che non esiste un sonnifero che riesca a piegare la mia testa? Ma al mattino mia figlia chiede cos’è una nuvola e io non so rispondere.

A complicare i tasselli di una quotidianità piena di vuoti ci si mette l’amante di Lui, una ragazza giovane e coi capelli rossi – dello stesso colore dei capelli di Lei, prima che smettesse di tingerseli durante la gravidanza per non riprendere mai più, e ritrovarsi striata di grigio.

Se costruire un amore, una casa, una famiglia non è facile, ricostruire è ancora più difficile. Una vocina segreta e nascosta suggerisce che tutto potrebbe essere più semplice, che dalla frantumazione di quel Noi potrebbe riemergere quell’Io troppo a lungo dimenticato. Tuttavia, nemmeno considerazioni di questo genere possono arginare le ondate di rabbia, dolore, delusione, nostalgia per quella cosa così delicata nelle sue imperfezioni, ormai rotta, forse per sempre.

Un esperimento per gentile concessione degli stoici. Se sei stufo di tutto ciò che possiedi, immagina di averlo perso.

Ci sono collanti più forti di ogni rottura. C’è la memoria di coppia, un contenitore di Polaroid di due Io che si incontrano in un tempo in cui tutto era più leggero. C’è una figlia dagli occhi liquidi pieni di domande. C’è l’amore, che cambia, si trasforma, viene attaccato da ogni fronte, ma lotta per l’evoluzione e la sopravvivenza. L’amore che sopravvive grazie alle piccole cose: Lui che sbuccia la mela della bambina in una spirale perfetta e ne ricava un racconto che nasconde tra i fogli di Lei, per vedere se è abbastanza attenta. L’amore che sta sveglio la notte e sorveglia l’insonnia dell’altro. L’amore che è cura e attenzione: dei sentimenti, degli stati d’animo, dell’individualità (propria e altrui), dei piccolissimi, insignificanti tasselli che compongono una vita. L’amore dei piccoli gesti, delle carezze furtive. L’amore invisibile, nascosto in un piatto cucinato con cura o in una corsa alla fermata dello scuolabus sotto la neve.

Una volta un visitatore chiese al maestro Zen Ikkyu di scrivere un distillato della massima saggezza. Lui scrisse una sola parola: Attenzione.

Il visitatore rimase deluso: “Solo questo?”

E così Ikkyu lo accontentò. Due parole.

Attenzione, attenzione.

 

La Offill racconta una storia apparentemente semplice, già sentita tante, forse troppe volte, ma lo fa in modo rivoluzionario, attraverso i pensieri disordinati di Lei, attraverso il cambiamento quasi impercettibile di prospettiva e di persona – la prima, la terza, un Noi sbagliato, un Noi che finalmente suona più giusto e pieno di piccole, sottili promesse, che si vuole provare a rispettare, stavolta.

Come diceva il rabbino, “Tre cose hanno il sapore del mondo che verrà: il sabato, il sole e l’amore coniugale”.

Sembrava una felicità è una piccola bomba ad orologeria, in attesa di esplodere. Attiva meccanismi segreti e nascosti, che erano lì, da sempre, e aspettavano di essere messi in moto dall’introspezione, dalla consapevolezza, dal coraggio. Le parole della Offill fanno male. I pensieri di Lei, tutti da sottolineare, sono destinati a infilarsi sotto le pelle del lettore, e rimanerci. Un monito, un memento mori, una speranza.

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Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scriveva Tolstoj in uno degli incipit più abrasivi della storia, quello della sua Anna Karenina. La ricetta della Offill per combattere le forzature di una quotidianità appassita è il coraggio: di cercare di ricordarsi di essere se stessi, di guardarsi dentro e allo specchio, di interrogarsi quotidianamente, tenendo sempre d’occhio quelle storie minime, quei piccolissimi istanti di felicità che contengono l’essenza stessa dell’amore.

La neve, finalmente. Il mondo è di una bellezza sospesa. Portiamo fuori il cane, che davanti a noi lascia una scia di pipì in quel biancore. Camminiamo verso la strada, a volte lo scuolabus arriva in ritardo. C’è ghiaccio sugli alberi e un vento da est, frizzante e pungente. Riappare il cane, trascinandosi dietro il guinzaglio. Aspettiamo vicino alle cassette della posta. Uno o due alberi hanno ancora le foglie, tu ti allunghi per prenderne una, e me la fai vedere.

“Ha foglie oblique” dici. “Vedi?”. Te la lascio infilare nella mia tasca.

Lo scuolabus giallo si ferma, le porte si aprono e lei è lì, con una cosa di carta e spago in mano. È arte, pensa la bambina. Forse scienza. La neve ricomincia a cadere, delicati fiocchi bagnati sul tuo viso. Il vento mi punge gli occhi. Nostra figlia ci affida i fogli spiegazzati e se ne va via correndo. Tu ti fermi e mi aspetti. La guardiamo diventare sempre più piccola.

Da piccoli, non si sa il nome delle cose.

Sembrava una felicità, Jenny Offill, NN editore

Trad. a cura di Francesca Novajra

Soundtrack: la playlist Spotify proposta da NN per la lettura del libro

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