Il Calendario dell’Avvento letterario 19: elogio della gentilezza

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Questa casella è scritta e aperta da Celeste di Una stanza tutta per me

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Forse uno degli spot più famosi d’Italia, quello della Bauli per il pandoro natalizio, è rimasto in testa un po’ a tutti quelli che hanno acceso la televisione nell’ultimo decennio: “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai […]è Natale e a Natale si può dare di più”, così canta un coro di adorabili bambini.

Ora: giusto e sbagliato che sia, io ho sempre avuto un debole per questa patetica opera di marketing, ed il motivo credo sia proprio il richiamo subdolo ad essere di più. Per me questo dare di più era sintomo di altruismo e gentilezza, in un momento dell’anno in cui si può regalare pochi attimi di gioia e un tanto di tempo e affetto alle persone a cui vogliamo bene, la Bauli ti dice che si può dare di più, e lo si può fare proprio a Natale.

E, cara Bauli, mi tocca darti ragione. Mi avvalgo dell’aiuto di due maestri americani, David Foster Wallace e George Saunders, che rispettivamente nel 2005 e 2013 hanno trasformato un discorso per i laureati di due diversi college in piccoli trattati di filosofia, che hanno poi trovato la loro edizione cartacea: “Questa è l’acqua” per Foster Wallace e “L’egoismo è inutile” quella di Saunders.

È incredibile e potenzialmente magico che entrambi gli scrittori abbiano reputato importante concentrarsi sulla gentilezza, recitando prima di tutto un mea culpa. Il fatto è che essere gentili e altruisti tutti i giorni non è facile, è anzi quasi impossibile. La vita è piena di fastidi, grandi o piccoli, e di ostacoli che sommati insieme ci sembrano insopportabili; abbiamo l’innata tendenza all’egocentrismo che non si scrolla di dosso nemmeno piangendo.

In Questa è l’acqua, David Foster Wallace la descrive così: “Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa formadi naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se,sotto sotto, ci accomuna tutti.”

George Saunders, in L’egoismo è inutile, rincara la dose: “Ognuno di noi viene al mondo con una serie di equivoci congeniti che probabilmente sono di origine darwiniana. Ovvero (1) noi siamo al centro dell’universo (cioè, la nostra storia personale è la più importante e la più interessante, anzi, l’unica che conti) […] campiamo di queste cose, che ci spingono ad anteporre i bisogni personali ai bisogni degli altri, anche se ciò che vogliamo davvero […] è essere meno egoisti.”

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Diciamolo, liberiamoci di questo peso: sì, siamo egoisti. Siamo noi stessi, e nessun’altro può aver idea di cosa significhi vivere nei nostri panni. Abbiamo problemi che affrontiamo in prima persona, subiamo perdite, momenti stressanti e periodi bui; per noi è importante star bene e far di tutto per assicurarci di non dover soffrire.

Vogliamo essere ancora più onesti? Alle volte l’egoismo è necessario, può essere la condizione che ci permette di abbandonare situazioni distruttive per il nostro bene; l’egoismo, a volte, è positivo.

L’egoismo – e la gentilezza, di conseguenza – di cui sto parlando, però, è di una natura più subdola, è quella quotidiana, quella che ormai passa in sordina. Ovviamente Foster Wallace la descrive meglio di quanto mai potrei fare io:

“Il punto è che la scelta entra in gioco proprio nelle boiate frustranti […] il traffico congestionato, i reparti affollati e le lunghe file alla cassa mi danno il tempo per pensare, e se non decido consapevolmente come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e giú di corda ogni volta […], perché la mia modalità predefinita naturale dà per scontato che situazioni come questa contemplino davvero esclusivamente me. La mia fame, la mia stanchezza, il mio desiderio di tornare a casa, e avrò la netta impressione che tutti gli altri mi intralcino. E chi sono tutti questi che mi intralciano? Guardali là, fanno quasi tutti schifo […] Certo che è proprio un’ingiustizia […] se gli studi umanistici fanno propendere la mia modalità predefinita verso una maggiore coscienza sociale, posso trascorrere il tempo imbottigliato nel traffico di fine giornata a inorridire per tutti gli enormi, stupidi Suv,[…] che bloccano la corsia bruciando tutti e centottanta i litri di benzina che hanno in quei loro serbatoi spreconi e egoisti.”

E adesso, in tutta onestà, non siamo forse tutti noi, questi descritti? Il mattino adesso è freddo, a volte piove, tutti vanno a lavoro. Se nevica, le strade si bloccano. I trasporti non funzionano, gli scioperi ci sono sempre quando proprio non ce lo meritiamo. E suoniamo i clacson, camminiamo battendo i piedi con forza per mostrare disappunto, sbuffiamo abbassandoci sotto l’ombrello altrui borbottando come una pentola a pressione. In più, i centri storici sono impraticabili: tutti a fare i regali, i turisti, il ponte dell’Immacolata. Ma tutti all’ultimo, questi regali? Beh:

“Guardate che se scegliete di pensarla così non c’è niente di male, lo facciamo in tanti, solo che pensarla così diventa talmente facile e automatico che non richiede una scelta. Pensarla così è la mia modalità predefinita naturale.” ammette Foster Wallace.

Adesso mi spiego meglio: nella vita cerco di essere gentile, ma a Natale un po’ di più. E’ un’occasione per ricordare e ricordarci quanto renda felice essere altruisti, senza indugiare in “malinconie inessenziali”, come le chiamava Calvino. Diciamo che sarebbe bello sfruttare questo momento propizio per impegnarsi a uscire dal proprio mondo individualistico e pensare.

Cosa pensare, dunque? “Posso scegliere di prendere mio malgrado in considerazione l’eventualità che tutti gli altri in fila alla cassa del supermercato siano annoiati e frustrati almeno quanto me, e che qualcuno magari abbia una vita nel complesso più difficile, tediosa e sofferta della mia.” suggerisce sempre Foster Wallace. Se scegliete di riflettere, allora “Avrete davvero la facoltà di affrontare una situazione caotica, chiassosa, lenta, iperconsumistica, trovandola non solo significativa ma sacra, incendiata dalla stessa forza che ha acceso le stelle: compassione, amore, l’unità sottesa a tutte le cose. Misticherie non necessariamente vere. L’unica cosa Vera con la V maiuscola è che riuscirete a decidere come cercare di vederla.”

Da quando ho letto questi passaggi, sono rare le volte in cui mi trovo ingrovigliata nel traffico e non penso a David Foster Wallace. D’altronde, quella mentalità predefinita cosa mi porta? Stress e nervosismo, che non fa altro che aggiungersi a quello già accumulato dal mondo.

Quello che è vero, d’altra parte, è che siamo tutti ingrovigliati nel traffico, al freddo, sotto Natale; che da una parte se ci pensate, è veramente quasi poetico.

Vi voglio augurare qualcosa, per questo periodo dell’anno forse più stressante che gentile: un Natale pateticamente felice e gentile, adornato da momenti in cui il nostro egocentrismo riesce a mettersi da parte. Ma vi auguro soprattutto di tornare con il pensiero a Foster Wallace quando sarete in coda al supermercato.

“Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi […], ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.”

 

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Il Calendario dell’Avvento letterario #6: nothing but a child…and a book

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Questa casella è scritta e aperta da Marta di La McMusa

Natale 1963, San Antonio, Texas.

Una casa in un quartiere malfamato, un mese soltanto dopo l’assassinio del Presidente poco più a nord. Erano andati in macchina tutti quanti, a salutare la First Lady a Dallas. Erano tornati tutti, ma tutti feriti nel cuore e una di loro anche a un braccio. Graciela si era ferita, lei e Jackie erano riuscite a scambiarsi uno sguardo all’aeroporto, una dietro una transenna, l’altra mentre scendeva le scale dell’aereo. Si erano guardate e poi, nella confusione del momento, Graciela si era sporta troppo oltre la transenna e la transenna le aveva ferito un braccio.

La casa si chiama Yellow Rose, la via del quartiere malfamato di San Antonio South Presa Strip.

È Natale e, nonostante sia passato già un mese, il braccio di Graciela non è ancora guarito. Sanguina ogni volta che lei si avvicina a qualcuno che soffre. Sanguina ogni volta che una ragazza bussa alla porta del Yellow Rose per usufruire dei “servizi” che lì vengono offerti. Sanguina ogni volta che Graciela si ricorda di quando lei stessa bussò a quella porta completamente perduta, innocente, incinta. Il braccio sanguina tutte quelle volte e poi, miracolosamente, smette. Smette ma non guarisce veramente mai.

In quel Natale del 1963, in una delle stanze della Yellow Rose – qualcuno pensa che sia un bordello, qualcun altro un ospedale per disgraziati, per qualcuno è semplicemente casa, tutti concordano nel ritenerlo un luogo speciale, forse magico – si festeggia un Natale così, un multicultural affair a cui nessuno è invitato formalmente ma a cui tutti si presentano; un pranzo in cui si rispolverano antiche ricette americane che mischiano i loro aromi nell’aria con il chili, alcune frijoles e incredibili quantità di cumino messicano; una giornata in cui si agghinda l’albero con festoni di pop-corn e si balla qualsiasi musica mandi il jukebox. Musica preferibilmente ballabile, musica preferibilmente country.

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È proprio da qui, dalla musica country tipica del Southwest americano, che arriva questa storia magica, un po’ bizzarra e finora inedita in Italia: si tratta di uno dei due romanzi scritti da Steve Earle, cantautore country – appunto – che nella sua carriera di storyteller a un certo punto ha deciso – con successo, secondo me – di posare la chitarra e imbracciare momentaneamente la penna. O meglio, di narrare la stessa storia sia in musica che in un romanzo.

I’ll Never Get Out of This World Alive – di cui vi ho raccontato la scena centrale, quella natalizia, una delle più felici e rappresentative dell’intera storia – è un disco ed è un libro. È un disco e un libro di Steve Earle, ma è in realtà anche qualcos’altro. Un accenno, una citazione di quel mondo country da cui arriva la magia della storia; una porta che si apre su un altro mondo e che ci fa credere che quello in cui viviamo non sia completamente chiuso in se stesso e intelligibile.

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 Sulla soglia di questo mondo, sulla soglia della sala del Yellow Rose dove Graciela balla con Monny e Doc la guarda ballare, c’è Hank Williams, il cantante country per eccellenza nonché l’autore della canzone che dà titolo al libro. Hank è morto e la sua presenza nel libro è puramente spirituale. Non nell’accezione sacra del termine, però: Hank è morto nel pieno della sua ebbrezza da morfina e adesso perseguita Doc – medico di grande scienza con qualche guaio di troppo nel suo passato e qualche dipendenza scomoda nel suo presente – ogni volta che anche quest’ultimo è preda dello stesso eccesso.

I due sembrano aver raggiunto un turbolento equilibrio sulla soglia della vita e della morte, sulla soglia della sobrietà e dell’ebbrezza, della serietà e dell’ironia finché nella loro vita non arriva Graciela, la ragazza messicana che sa fare i miracoli e che possiede tutta l’innocenza che i due hanno perduto. Un personaggio dolce, delicato e quasi inafferrabile su cui Steve Earle si sofferma con tangibile piacere e che tratteggia con la stessa poesia che si ascolta nelle sue canzoni. In una in particolare, a dire il vero. In quella canzone che racconta la storia di un altro miracolo: quello natalizio, quello di ogni bambino che arriva nella vita di qualcuno e manda all’aria ogni equilibrio. Che sia turbolento o meno.  

Buon ascolto, buona lettura e buon Natale (dal Texas dove il country è davvero la magia di tutti giorni, compreso il Natale).

Il viaggio di Nabokov alla volta di Lolita

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Non è un segreto che Lolita, il capolavoro di Nabokov, sia per me uno dei libri più belli della storia della letteratura. A causa degli spinosi argomenti di cui tratta, è anche uno dei libri più fraintesi, più censurati, più boicottati, vittima di una campagna di odio basata su ipocrisia e fraintendimenti, a partire da questa celebre stroncatura comparsa nel 1958 sul New York Times, che lo definisce un libro depravato e disgustoso.

In realtà, Lolita è molto di più della vicenda narrata: è la storia di un viaggio, quello iniziato a partire dalla fuga di Nabokov e della sua famiglia dalla Germania nazista e continuato con la loro esplorazione della parte orientale degli Stati Uniti; è un’epopea linguistica, l’esplosione dell’inglese di Nabokov nel suo periodo più maturo e fecondo, imperitura testimonianza degli eleganti virtuosismi a cui il raffinato russo è riuscito ad arrivare; sopra ogni altra cosa, Lolita è un impietoso, impassibile spaccato della vita e della società americana quali si erano presentate ai Nabokov alla fine degli anni quaranta.

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Lolita nella bellissima edizione di The Folio Society

Se nei romanzi precedenti Nabokov aveva elaborato la sua personalissima visione della Russia e dell’Europa, il suo romanzo americano diventa anche una sorta di diario della scoperta e della rielaborazione degli Stati Uniti, che lo scrittore aveva tanto sognato fin da ragazzino.

Divorando chilometri, Stati, motel e galloni di benzina, Nabokov diventa più americano degli scrittori a stelle e a strisce: sicuramente li percorre più di un Fitzgerald, di uno Steinbeck o addirittura di un Kerouac, specializzandosi nell’esplorazione di stradine secondarie e sentieri meno trafficati, giungendo così a penetrare il cuore segreto e nascosto dell’America. C’è voluto un Russo, insomma, per confermare quello che Mark Twain già sapeva: l’America non è un luogo, è una strada. Il viaggio dei Nabokov attraverso l’America diventa così un tutt’uno con la folle corsa contro il tempo di Humbert e Lolita: una monumentale fuga attraverso quarantotto stati, tra anonimi motel e stradine isolate, per arrivare in New Mexico e riuscire a sposare l’irrequieta, infelice, languida ragazzina, che nel frattempo coltiva sogni e machiavellici piani di fuga.

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Quello dei Nabokov è quindi un sogno americano on the road, alla volta dei vari college che offrono allo scrittore incarichi temporanei: dopo un breve soggiorno al Wells college (Aurora, New York) e al Wellesley College (in Massachussets) la famiglia al completo (Vladimir, la fedele moglie e aiutante Vera e il figlio Dimitri) parte nel 1941 alla volta di Palo Alto, dove Vladimir avrebbe insegnato all’università di Stanford. Né Vladimir né Vera se la sentono di guidare: si affidano quindi alla guida di Dorothy Leuthold, studentessa di Nabokov.

Il loro primo viaggio on the road dura ben tre settimane: il sistema delle strade numerate è ancora relativamente recente, alcune di esse non sono nemmeno state asfaltate. Inoltre, i Nabokov fanno soste regolari e dormono ogni notte in un motel diverso. Gli anni Quaranta sono gli anni d’oro del motel, che si sostituisce all’hotel come simbolo del viaggio on the road per eccellenza. Sempre più persone viaggiano infatti in macchina, mentre gli hotel tendono invece a trovarsi in prossimità di stazioni ferroviarie. Il motel risponde invece alla necessità di fermarsi in un punto qualunque lungo la strada, quando si ha fame o inizia ad essere troppo buio o si è stanchi e si ha bisogno di riposare: Nabokov inizia ad appuntarsi i nomi di tutti i motel nei quali soggiorna, con tanto di rating (un precursore di Tripadvisor, insomma), e diventa un lettore assiduo delle guide e delle mappe dell’American Automobile Association.

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Il cuore dell’intero viaggio è per Nabokov la sosta al Grand Canyon, che gli permette di indulgere nella sua più grande passione: la ricerca e lo studio delle farfalle. I Nabokov alloggiano al Bright Angel Lodge, ora parte dei National Historic Landmark, una classificazione ufficiale attribuita a luoghi o monumenti considerati di interesse storico a livello nazionale. Il Bright Angel Lodge era stato restaurato dall’architetto Mary Colter, che si era ispirata allo stile degli Hopi, una popolazione Navajo stanziata in Arizona.

A Palo Alto, i Nabokov si stabiliscono a Sequoia Avenue 230, non lontano dal campus di Stanford. Qui Nabokov fa amicizia con Henry Lanz, un professore di origini finlandesi che, appena trentenne, a Londra, durante il caos della prima guerra mondiale, aveva sposato una quattordicenne. Nonostante Nabokov abbia sempre negato, Lanz potrebbe aver influito sulla nascita di Humbert Humbert, il tristo protagonista di Lolita, folle d’amore, di passione e di ossessione.

Dopo l’estate passata a Stanford, i Nabokov tornano on the road, alla volta della California e dello Yosemite Park, tappa obbligata per un amante della natura come Vladimir, che aveva già visitato il Great Smoky Mountains National Park, l’Hot Springs National Park e il Grand Canyon nel viaggio precedente. La famiglia si reca poi a New York e da lì a Boston, dove per sette anni riesce ad andare avanti, anche se a stento, grazie ad incarichi irregolari offerti a Vladimir dal Wellesleyan College. I Nabokov fanno una vita molto frugale, ma non risparmiano sull’istruzione di Dimitri, prediligendo scuole private che gli possano permettere un’immersione a tuttotondo nella lingua, nella cultura e nella società americana. Si stabiliscono quindi a Cambridge, all’ 8 di Craigie Circle, tuttora meta di pellegrinaggi letterari degli aficionados di Nabokov, e lo iscrivono alla Dexter School, dove, a detta di Dimitri, non gli insegnano solo Cicerone e Cesare, ma anche ad eccellere negli sport, a perfezionare la stretta di mano, ad essere un buon cittadino americano.

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Vladimir e Vera Nabokov

Anche l’americanizzazione dei coniugi è in corso: Vera fa domanda per il porto d’armi, adducendo la necessità di difendersi dai pericoli durante le battute di caccia entomologiche nei territori più aspri ed isolati.

Nel frattempo, Nabokov sperimenta un frustrante blocco dello scrittore, dovuto prevalentemente alla sua insoddisfazione nei confronti del suo livello d’inglese. Scrive a Edmund Wilson, critico letterario e amico di Nabokov fino alla pubblicazione di Lolita, che crea un solco tra i due artisti, di sentirsi pronto a scrivere qualcosa di grandioso, ma di non poterlo più fare in russo e non sentirsi ancora pronto a farlo in inglese. Nabokov ama profondamente il russo, che trova più immaginifico, intimo e poetico di qualsiasi altra lingua, in grado di rendere il mondo più luminoso e più affascinante. Per perfezionare l’inglese, Nabokov si butta a capofitto nella scrittura scientifica, sviluppando uno stile robusto e sicuro. Nel frattempo, le sue esplorazioni continuano nel Midwest e nel Sud, dove fa visita a una serie di campus che lo invitano a fare lezioni, scrivendo a Vera lettere piene di curiosità, incontri più o meno comici e sgomento nei confronti del razzismo esibito da abitanti di stati quali la Georgia o il South Carolina. Con Vera e Dimitri lo scrittore si reca invece nello Utah per passare l’estate in uno stabilimento sciistico a Sandy, vicino a Salt Lake City. Lo Utah entusiasma Nabokov: scrive di sentirsi nella terra delle aquile, lontanissimo da tutto e tutti, in un punto di osservazione privilegiato. Il figlio undicenne viene iniziato alla montagna e alle scalate, passione che, insieme a quella per le macchine da corsa, lo accompagnerà per tutta la vita.

Tornato a Cambridge, Nabokov continua a perfezionare il suo inglese, dedicandosi nel corso degli anni a minuziose traduzioni letterarie dal russo all’inglese (come quella di Eugene Onegin di Pushkin).

Nonostante tutti gli anni trascorsi nella East Coast, il cuore di Nabokov rimane ad Ovest: continua a studiare e a reinventare la sua America passando l’estate del ’46 in Colorado, con un Dimitri ormai tredicenne e ansioso di ritrovarsi all’aria aperta e dedicarsi a scalate e passeggiate.

Dopo il Colorado, i Nabokov partono alla volta della Cornell University, a Ithaca, Rhode Island, che sarà la loro base per ben undici anni. Durante gli anni alla Cornell, Nabokov scrive parti di Lolita, di Pnin e del suo memoir Speak, memory, oltre a una manciata di storie, poesie, traduzioni – tra cui quella di Eugene Onegin di Pushkin.

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Nabokov a Ithaca, NY, 1958

A Ithaca, Dimitri diventa un adolescente difficile, testardo, dedito a bravate, amante delle ragazze. Non a caso, Lolita ha la stessa età di Dimitri e, come lui, viene mandata in una scuola privata, la Beardsley School una caricatura di scuola privata che ricorda un po’ la Pencey del giovane Holden, ubicata in una località non meglio specificata nel New England.

La Beadsley ha assurde pretese posh e British e si vanta di essere molto avantgarde, attenta alla maturazione sessuale e sentimentale delle ragazze – uno dei crucci della preside, Miss Pratt, è che la piccola Lolita si mostra ostentatamente disinteressata nei confronti dal sesso, reprimendo quella che pare essere una curiosità morbosa. È probabile che per la Beardsley Nabokov si sia ispirato alla St Mark, una delle scuole frequentate da Dimitri, nei confronti della quale sia lui che Vera avevano espresso una viva insoddisfazione. Dimitri e le sue bravate ispirano anche quegli ormonali ragazzotti americani dalle cui grinfie Humbert è determinato a preservare la sua piccola Lo, che ha la capacità sorprendente di attaccare bottone con tutti i muscolosi, gelatinati avventori delle pompe di benzina.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov scrive Lolita nell’arco di di cinque anni, dal 1948 al 1953. La stesura è lenta, sofferta e piena di ripensamenti: più volte Nabokov tenta di bruciare bozze e appunti raccolti mentre Vera è al volante, affidando all’azione catartica del fuoco il materiale esplosivo che ha prodotto. La provvidenziale Vera impedisce la fatale distruzione, esortando risolutamente il marito a portare a termine l’opera, mentre sulla carta si delinea, sempre più chiaramente, la costruzione nabokoviana dell’America: un continente colonizzato dall’europeissimo Humbert, che si fa a sua volta colonizzare dal rossetto, dal profumo, dai giornalini e dalla musica di Lolita; un’America senza maschere e senza veli, così vera da dare concretezza e legittimità alla triste storia di Humbert e Lo, rivelata nelle sue contraddizioni e in quella stessa volgarità che conferisce a Nabokov, scrittore ormai americano, il diritto di smascherarla, scavando in argomenti scomodi, sordidi. Nabokov lo fa usando lo slang americano, respirando l’aria dei sobborghi, dei parchi nazionali, delle strade polverose, alla ricerca della giusta combinazione di verità e di clamore per fare breccia nell’immenso, inquieto pubblico americano; lo fa accompagnando Humbert e Lolita in un viaggio privo di speranza, nel quale vedono tutto e non vedono niente. Le sole cose che restano sono mappe piene di orecchiette, guide consumate e i laceranti singhiozzi della bambina, ogni notte, fino al sopraggiungere del sonno. Il viaggio, tra realtà e allucinazione, distrugge l’innocenza di Lolita e dell’America al tempo stesso, lasciando Humber Humbert solo e col cuore spezzato davanti alle desolanti conseguenze dell’irreversibilità del male e alla solitudine eterna.

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Dominique Swain in Lolita, regia di Adrian Lyne

Nabokov non è interessato a regalare emozioni al lettore, né a riempirgli la testa di idee: vuole regalargli brividi lungo la spina dorsale, vuole folgorarlo di piacere estetico, vuole incantarlo con la potenze della sua illusione creativa.

Lolita diventa così una parodia del male resa reale dal dolore; qualunque sia la reazione del lettore, non riesce a distanziarsene, perché riconosce in ogni pagine le piaghe e le contraddizioni di un’America più vera, più schietta.

Nell’economia delle peregrinazioni dei Nabokov/ di Humbert e Lolita, il Wyoming gioca un ruolo essenziale: lo scrittore vi fa ritorno per la terza volta nel 1952, tra i camion decorati di luci come enormi, allucinogeni alberi di Natale e le gigantesche balle di fieno. I Nabokov alloggiano nell’ormai defunto Lazy U Motel a Laramie, prima di approdare a Riverside, un polveroso villaggio con un garage, due bar, tre motel e una manciata di ranch, a un miglio dalle strade polverose e dai marciapiedi di legno della vetusta Encampment, odorosa di abbandono.

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Afton, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Nabokov passa il 4 luglio 1952 a Riverside, tra i festeggiamenti per l’Independence Day, che rieccheggiano in Lolita: durante la fuga, l’europeissimo Humbert osserva con costernazione e stupore il gran numero di fuochi d’artificio, dei quali ignora la causa.

Da lì i Nabokov proseguono alla volta di Dubois, cittadina che, secondo Landon Y. Jones, sarebbe servita da ispirazione a Nabokov per la cittadina fittizia di Ramsdale (lo scrittore si sarebbe ispirato a Ramshorn, una strada molto rafficata e costellata di motel).

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Riverside, Wyoming (Janie Osborne per il New York Times)

Ramsdale avrebbe così dato  i natali a Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo, a Lola in pantaloni, a Dolly a scuola, a Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita, conclude un Humbert ebbro d’amore e di ossessione: e resterà sempre Lolita nell’immaginario collettivo, richiudendo in il mistero della sua oscena innocenza, del suo fascino perverso, della sua capacità di seduzione troppo grande per i suoi anni e per la sua piccola vita.

Quello di Lolita è un mistero insolvibile, impossibile da ridurre a chiavi di lettura quali il femminismo o la pedofilia, l’amore o la follia, il disgusto o l’adorazione; è un segreto vasto e profondo quanto l’intera America, destinato a continuare a incantare e depistare il lettore, trascinandolo con sé per le rosse strade polverose dello smisurato, camaleontico, impenetrabile West, regalando a Humbert Humbert e a Lolita, la coppia peggio assortita e più infelice della storia della letteratura, l’unica immortalità alla quale avrebbero mai potuto ambire.

Per saperne di più:

Nabokov in America: On the Road to Lolita, Robert Roper, Bloomsbury USA

On the Trail of Nabokov in the American West, Landon Y. Jones, The New York Time

Lolita, Vladimir Nabokov, Adelfi edizioni, trad. a cura di G. Arborio Mella

– Lolita, Vladimir Nabokov, edizione The Folio Society

Soundtrack: la colonna sonora composta da Ennio Morricone per Lolita di Adrian Lyne, con Dominique Swain nei panni dell’immortale ninfetta e Jeremy Irons in quelli del tristo Humbert Humbert

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Jeremy Irons e Dominique Swain in Lolita (1997)

Tutte le donne di Hemingway

Tutte le cose veramente cattive nascono dall’innocenza

Festa mobile, Ernest Hemingway


Sono abituata a pensare a Ernest Hemingway come a una persona larger than life, un concentrato di virilità, coraggio, vitalità, irruenza. Uno scrittore affamato di vita, di quella stessa vita che l’avrebbe ucciso: donnaiolo, amante dell’alcool, del cibo, della caccia, della pesca, dell’avventura, della vita all’aria aperta. Un uomo che ha sperimentato sulla sua pelle la guerra, ha scampato la morte in due incidenti arerei accaduti uno dopo l’altro (coincidenza?) e cercava costantemente attività ad alto tasso di adrenalina, non scevre di una certa violenza: basti ricordare la sua passione per le corride, eternata in Fiesta e Morte nel pomeriggio.
Ho sempre pensato a Hemingway come a un uomo così carismatico che, se l’avessi incontrato, me ne sarei infatuata ipso facto, forse ancora prima di cadere vittima della potenza delle sue parole. La sua vita sentimentale è prova del suo effetto devastante sulle donne: quattro mogli, tutte intelligenti e affascinanti, e un paio di incidenti di percorso, come Agnes von Kurowsky, la ventiseienne infermiera della Croce Rossa di cui il diciannovenne Ernest si innamora, durante la sua degenza a Milano, nel corso della prima guerra mondiale.
Ernest, con l’irruenza che lo caratterizza, le chiede di sposarlo; Agnes inizialmente accetta, per poi ripensarci a causa della giovane età di lui e decidere di sposare un ufficiale italiano, comunicandolo a Hemingway per lettera. Agnes verrà eternata da Ernest nella Catherine di Addio alle armi.

 

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Hemingway e Agnes Von Kurowsky

Le lettere sono tra gli elementi che tradiscono l’indole sensibile e sentimentale di Hemingway: durante la mia vacanza a New York, ho avuto modo di leggerne alcune nel corso di una mostra alla Morgan Library, Hemingway between two wars, tra cui alcune indirizzate da Ernest alla moglie Mary. Tuttavia, la cosa che mi ha fatto del tutto archiviare l’idea di Hemingway come macho donnaiolo è stata scoprire quanto abbia amato la prima moglie, Hadley, come l’abbia persa per un’infatuazione andata troppo oltre, come non abbia mai smesso di rimpiangerla.

Nel memoir Hemingway in love: his own story, Hotchner, amico di Ernest, raccoglie ricordi e rimpianti di quest’ultimo, ormai gravemente segnato dalla depressione e da quelle manie di persecuzione che l’avrebbero poi spinto al suicidio.


Hemingway racconta all’amico la sua Parigi, quella Parigi che avrebbe celebrato in Festa mobile, e la sua vita con Hadley e il piccolo Bumby, figlio della coppia. Si tratta di una vita di stenti, prima della fama e del successo: una vita di stanze spoglie e poco riscaldate, di cibo così scarso che una volta Hadley e Ernest si fingono gitani per sperare di racimolare qualcosa da mangiare. Una vita che Hemingway ricorda fino all’ultimo con affetto e rimpianto, perché, se c’erano infinite lettere di rifiuto delle case editrici, c’era anche Hadley a sostenerlo, a confortarlo, a credere in lui; se c’era freddo, fame e povertà, le giornate di Ernest erano comunque rasserenate da un amore che l’avrebbe segnato tutta la vita.

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Ernest e Hadley

Un serpente si intrufola nell’Eden privato di Hadley e Ernest sotto forma di Pauline Pfeiffer, ricca ereditiera che lavora a Vogue: Pauline, affascinante e sicura di sè, col suo taglio alla gamine e i vestiti all’ultimo grido, è l’opposto della timida Hadley, di cui diventa amica per essere vicina a Ernest. Pauline segue la coppia nelle sue vacanze al mare sulla Riviera francese e nelle sue vacanze in montagna in Austria, cercando di entrare a far parte del tessuto familiare fino a rendersi essenziale; Ernest, tanto infastidito dall’intraprendenza e dall’insistenza di Pauline quanto affascinato da lei (e dai suoi soldi), finisce nel suo letto e se ne innamora. Continua però ad amare anche Hadley, e, nonostante gli avvertimenti dell’amico Fitzgerald, spera di tenersi entrambi le donne e farla franca; quando Hadley lo scopre, cerca di salvare la sua famiglia, ma non riesce a sopportare l’idea di dividere Ernest con Pauline.

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Hemingway e Pauline Pfeiffer

Gli comunica la sua decisione al rientro da Pamplona; il viaggio in treno fino a Parigi che ha sentore di un funerale ispira a Hemingway il racconto A Canary for one, in memoria di una donna di mezz’età americana che viaggia con un canarino e divide l’afoso scompartimento con la coppia, riempiendo il silenzio imbarazzato con le sue chiacchiere. Nel racconto, la donna continua a ripetere alla giovane moglie (Hadley) quanto sia stata fortunata a sposarsi con un Americano: American men are the only men in the world to marry. L’afa, la mancanza di sonno e di cibo, l’imbarazzo tra Hadley e Ernest, gli invadenti commenti della compagna di viaggio culminano nell’epilogo del racconto: We were returning to Paris to set up separate residences.

Hadley gli concede cento giorni di separazione – nel corso dei quali non potrà avere contatti con Pauline – per vagliare i propri sentimenti, e decidere se quelli per Pauline sono talmente genuini da spingerlo a rinunciare alla sua famiglia. Solo in questo caso, e solo dopo i cento giorni, Hadley gli concederà il divorzio.
I cento giorni sono un periodo difficile per Ernest, che vive in uno studio senza riscaldamento ed è ostracizzato da quegli stessi amici che aveva fatto diventare protagonisti di Fiesta, pubblicato da poco: Harold Loeb, Pat Guthrie, Lady Duff Twysden, tutti fuori di sé per il modo in cui Ernest aveva reso pubblici i loro vizi e le loro debolezze. Hemingway si strugge per la mancanza di Bumby e Hadley, e continua a rivivere i momenti più felici della loro storia, come il momento in cui Hadley aveva scoperto di essere incinta, e i due avevano festeggiato con un cartoccio di frites e un improvvisato picnic sulla neve nei giardini delle Tuileries.

D’altro canto Pauline, autoesiliatasi a Piggot (la città dov’era nata, in Arkansas) inizia a fare progetti per un matrimonio grandioso, corredato da uno stile di vita altrettanto lussuoso: Hemingway si sente in trappola, ma non riesce a liberarsi dell’attrazione/ossessione che prova per Pauline.
Dopo i cento giorni, Hadley firma il divorzio, e la Pfeiffer e Hemingway si sposano, ricevendo in dono dal ricco zio dei lei un lussuoso appartamento a Rue Férou, una macchina, una casa a Key West, una barca da pesca e un lussuoso safari in Africa (costato ben venticinquemila dollari).

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Hemingway e Pauline a Key West

Il matrimonio tra i due non è felice: Ernest cerca di stare lontano dalla moglie e dai loro due figli (Patrick e Gregory) il più possibile, iniziando a passare sempre più tempo a Cuba. Le cose precipitano quando Hadley si sposa con un giornalista americano: Ernest aveva infatti sempre continuato a scriverle, ribadendole di amarla ancora, ed era convinto che prima o poi il suo matrimonio con Pauline sarebbe imploso, e lui sarebbe tornato dall’ex moglie. Hadley gli chiede di smettere di scriverle, e Ernest inizia a imbarcarsi in una serie di storie extra-matrimoniali, tra cui quella con la giovane e bellissima Jane Mason e quella con Martha Gelhorn, giornalista conosciuta a Madrid durante la guerra civile spagnola che sarebbe poi diventata la sua terza moglie. Anche questo matrimonio, celebrato dopo il tanto desiderato divorzio da Pauline, ha comunque vita breve, esacerbato dalla competizione e rivalità tra i due coniugi, entrambi scrittori.

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Ernest e Martha

Nel corso del suo matrimonio con Mary Welsh, la sua quarta moglie, Ernest inizia a tentare il suicidio, e viene ricoverato nel St Mary’s hospital, a Rochester. È convinto di essere spiato e perseguitato da agenti del FBI e dal governo statunitense, a causa dell’inclinazione comunista di alcuni dei suoi scritti. La sua paranoia si estende a banchieri, avvocati, dottori, inservienti, infermiere, tutti in combutta per carpirgli i suoi segreti e passarli al FBI.

Hemingway e Mary Welsh

L’Hemingway che Hotchner incontra nel 1961 è molto diverso dall’amico di una vita: sottoposto a pesanti cicli di elettroshock, bloccato nel suo tentativo di portare a termine il tributo a Hadley, Bumby e quella Parigi che tanto amava, Festa mobile, convinto di essere sorvegliato a causa degli anni passati a Cuba, in pieno regime comunista. È anche l’Ernest che confida e consegna all’amico i ricordi più cari, come il racconto del suo ultimo incontro con Hadley, avvenuto a Parigi poco dopo la pubblicazione di Addio alle armi. Davanti a un flûte di champagne, i due rivivono i momenti più significativi del loro giovane amore, di quella povertà romantica e piena di aspettative e di speranza; Hadley gli confessa che, se il loro rapporto non fosse stato così bello, non lo avrebbe lasciato così facilmente, ma avrebbe lottato per lui. Amandolo così tanto, Hadley non poteva sopportare l’umiliazione di doverlo dividere con un’altra. I due si separano con un bacio, destinati a non incontrarsi mai più.
Prima che Hotchner se ne vada, Ernest gli fa un’ultima domanda:

Tell me this: how does a young man know when he falls in love for the very first time, how can he know that it will be the only true love of his life? How can he possibly know? How can he know?

(Dimmi: quando un uomo si innamora per la prima volta, da ragazzo, come fa a sapere che sarà l’unico vero amore della sua vita? Come può saperlo?)

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Hemingway e A.E. Hotchner

Un mese e mezzo dopo, Hemingway si toglie la vita nella sua casa di Ketchum, nello Idaho.
Cinquant’anni dopo la sua morte, il dossier FBI su Hemingway rivela che, effettivamente, Edgar J. Hoover l’aveva messo sotto sorveglianza agli inizi degli anni’40 a causa di sospetti legati ai suoi frequenti viaggi e soggiorni a Cuba. Anche durante il suo ricovero al St Mary c’erano cimici nella sua stanza, e, probabilmente, una delle infermiere era un’informatrice del FBI.
Il suo tributo a Bumby e Hadley sarebbe stato pubblicato postumo. Hotchner ne avrebbe scelto il titolo, chiamandolo Festa mobile in onore dell’amico di una vita.

Le cose che restano

Vi son cose che restano –
il dolore ed i monti e l’eterno.
Nemmeno queste a me si addicono.

Emily Dickinson (trad. di Marisa Bulgheroni)

Lise Sarfati

Lise Sarfati

 

Se essere genitori non è facile, nemmeno essere figli lo è, specie in quella delicata fascia d’età in cui ci si rende conto che i propri genitori non sono perfetti, e che il mondo, quel mondo colorato, protetto e ovattato consegnato dal genitore al figlio con la promessa che andrà sempre tutto bene, è in realtà fragile come una bolla di sapone. Questa consapevolezza si accompagna alla fine dell’infanzia, alla perdita di quell’innocenza atavica e primordiale, della fede assoluta nel padre e nella madre, depositari di una saggezza priva di esitazioni e di dubbi, di quell’amore che tutto scusa e tutto crede, tutto spera e tutto sopporta.

Alcuni bambini sono costretti a crescere prima del tempo, e a nascondere dentro occhi profondi come pozzi domande mute alle quali sono destinati a non trovare mai risposta. È quello che succede a Grace, giovanissima protagonista de Le cose che restano di Jenny Offill, pubblicato da NN editore nella (bellissima) traduzione di Gioia Guerzoni.

Ed è proprio dalla nota della traduttrice che vorrei partire per descrivere cosa sia stato per me questo romanzo: una sorta di seesaw, quell’altalena oscillante o basculante su cui tutti siamo saliti da bambini. Quell’altalena che ti fa provare l’ebbrezza dell’altezza se dall’altra parte c’è qualcuno abbastanza pesante da bilanciare il tuo peso e spingerti più in alto: quell’altalena che ha il sapore di un crepuscolo di mare, nel parchetto dove giocavo con mio fratello, più piccolo di me, ma già troppo alto e allampanato rispetto a me. Un’altalena che, se regala alle protagoniste del romanzo altezze mozzafiato, fa sperimentare ad entrambe cadute rovinose.

William Eggleston

William Eggleston

 

Le cose che restano è stato infatti per me una perenne altalena: non l’ho divorato come Sembrava una felicità, e, nonostante i giri, non mi ha fatto raggiungere le altezze che speravo. La narrazione frammentata, fatta di una successione di ricordi tirati fuori dal cassetto più prezioso e più nascosto, mi è parsa a tratti opprimente, priva di sbocchi di leggerezza.

Tuttavia, la Offill si conferma maestra dell’arte dell’empatia: è difficile evitare di immedesimarsi in Grace, la giovanissima protagonista, dall’intelligenza acuta e precoce.

Grace cresce tra un padre affettuoso a modo suo, capace di costruirle la casa delle bambole dei suoi sogni, ma chiuso e bisognoso dei suoi tempi e dei suoi spazi, e una madre che è semplicemente troppo. Anna, larger than life, occupa tanto spazio nella vita della figlia: imprevedibile, insonne, lunatica, intensa, la vita con lei diventa un’avventura, che può portare alla ricerca di un mostro marino o a un road trip squattrinato dal Vermont a New Orleans. Grace è il centro del mondo di sua madre: dopo alcune difficoltà a scuola, Anna decide di dedicarsi alla sua istruzione e scolarizzarla a casa, e ricostruisce per lei la galassia in una stanza, corredata di calendario cosmico.

Il calendario di Anna non segue invece mesi né stagioni, ma un disordine anarchico, un’irrefrenabile inquietudine, una sete di ribellione che nessuno riesce a placare. È facile innamorarsi di Anna: lo è stato per suo marito, per sua figlia, per Edgar, il giovane vicino di casa introverso, un po’ filosofo un po’ nerd. Non è facile penetrare il suo mondo, seguire i suoi passi, prevedere le sue azioni.

 

Lise sarfati 2

Lise Sarfati

 

Anna non è per Grace una madre tradizionale: è capace di svegliarla e portarla fuori nel cuore della notte, spingerla a farsi il bagno nuda nel lago freddo e buio, farla scendere dalla macchina e lasciarla per strada. Le propone di recarsi con lei in Thailandia, a cavalcare elefanti e intraprendere una carriera di ballerina di dubbio rispetto.

Tuttavia, Anna regala a sua figlia le cose che restano: i ricordi indelebili di un’infanzia eccezionale, fuori dalle righe e da ogni canone. Ricordi imbevuti di una malinconia così forte da spezzare il cuore, in quella che la Guerzoni ha definito un’altalena tra dolcezza e follia.

Mi è capitato di scrivere questo post proprio nel giorno della festa della mamma, pensando a quanto sia difficile l’arte di essere madre e quella di essere figlie, cercando di rimanere fedeli a se stesse, di non rinunciare alla propria identità, ai propri sogni e alle proprie ambizioni, per quanto sbagliate possano essere, per quanto lontano possano portare. Alla fine, in un modo o nell’altro, ci siamo salite tutte, in quell’altalena a due in cui è tanto difficile trovare un equilibrio, un compromesso tra il desiderio di volare in alto e la paura di precipitare rovinosamente.

 

 

Una falena volò nella stanza e sbattè le ali contro il paralume. Mi chiesi se fosse la stessa che aveva cercato di volare fino a una stella. Ma quella falena era morta, me lo ricordavo, e allora forse era la falena rimasta a casa a volare intorno al lampione in strada. Mia madre mi aveva raccontato anche quella storia, spiegandomi che la morale era questa: non ci si può fidare delle stelle, si spostano sempre più lontano man mano che ti avvicini.

 

Le cose che restano, Jenny Offill, trad. a cura di Gioia Guerzoni, NN Editore

 

Soundtrack: Beautiful tree, Rain Perry

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Non siamo mai veramente pronti a dire addio: New York Stories

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Grazia a Laura per il graditissimo regalo

 

New York è senza alcun dubbio la città più difficile da raccontare.

Prima di esistere in quanto città, in quanto microcosmo reale e tangibile affollato da milioni di vite, incroci di strade, grattacieli e taxi gialli, esiste per ognuno di noi come mito.

New York è una vera e propria creatura mitologica, alimentata da secoli di letteratura e da decenni di tradizione cinematografica: c’è chi ci va convinto di incontrare qualcuno nell’osservatorio dell’Empire State Building, ritrovare un numero di telefono dentro una copia di Cent’anni di solitudine in una bancarella, sentirsi spiegare il significato di Auld Lang Sine la notte di Capodanno da un Harry che è corso a piedi dalla sua Sally, perché quando capisci di amare qualcuno, eccetera.

C’è chi arriva convinto di trovarvi party stratosferici e la mistica luce verde di Gatsby, gli insopportabili brooklynite dell’altrettanto insopportabile Nathaniel P, Holly Golightly che cura i suoi mean reds tra vodka e colazioni da Tiffany. Ognuno di noi arriva a New York per trovare qualcosa: l’ispirazione per scrivere una storia, una mini-fuga dalla realtà, l’amore, quel senso di infinita possibilità che probabilmente esiste da nessun’altra parte – non nello stesso modo, non nella stessa misura.

Per qualcun altro, come il capitano Paolo Cognetti, New York è una finestra senza tende: New York Stories, l’antologia di racconti che ha curato per Einaudi, è un tentativo di ripulire i vetri di questa finestra, di ricostruirne l’essenza mitologica attraverso i decenni e attraverso ventidue voci, da Fitzgerald a Yates, da Dorothy Parker a Mario Soldati, da Don DeLillo a Joan Didion.

Questo viaggio è funzionale a uno scopo ben preciso: decostruire il mito, eliminare stucchi ed orpelli e restituire al lettore New York come città. Una città che ha significato qualcosa di diverso per ciascuno degli scrittori interpellati, a cui ha dato o ha tolto in modi e misure diverse, quasi come se New York fosse una sorta di dea bendata e agisse secondo il capriccio del momento.

Una cosa è certa: nessuna di queste voci è uscita indenne dall’incontro con New York. La città cambia le persone, le persone cambiano la città: c’è chi si perde, chi si ritrova, chi la ripercorre palmo a palmo per ritrovare brandelli di passato, chi la seduce e chi ne è sedotto, chi scappa e chi rimane. Quasi tutti approdano a New York inseguendo un sogno: un sogno che, realizzato o meno, viene comunque modificato dall’impatto con la città. Una città che è pronta anche ad essere un’amante incostante e infedele e a dispensare cocenti delusioni.

Una delle definizioni più belle dell’incontro con New York è quella di Pier Paolo Pasolini all’interno del racconto di Oriana Fallaci, Un marxista a New York:

 

Questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo. Devo tornare, devo stare qui anche se non ho più diciott’anni. Quanto mi dispiace partire, mi sento derubato. Mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare, una torta di tanti strati, e il bambino non sa quale strato gli piacerà di più, sa solo che lo vuole, che deve mangiarli tutti. Uno a uno. E, nello stesso momento in cui sta per addentare la torta, gliela portano via”.

 

New York è la giostra più grande e più bella della festa di paese, quella a cui tutti i bambini ambiscono, che abbiano la monetina per pagare il giro o no. Diventa insieme una sfida e una promessa: prima o poi ci salirò, prima o poi ci tornerò. E quel primo giro può risultare in un amore a prima vista o in una delusione completa, ma può anche far girare la testa, come nel mio caso.

La prima volta che sono stata a New York non sapevo da che parte guardare, per paura che mi sfuggisse un angolo, una prospettiva, una storia. La mia idea di New York conviveva con così tanti miti, illusioni, fantasie, descrizioni che mi sono sentita persa dentro un cuore che pulsava troppo veloce, come se tutto fosse troppo. C’è voluta una seconda volta, libera di aspettative e con in mente Bei tempi addio di Joan Didion (contenuto nella raccolta), per smettere di cercare di trovarvi quel tutto che mi immaginavo contenesse, smettere di cercare di capirla o analizzarla e lasciarmi semplicemente penetrare dalla bellezza delle sue infinite possibilità, come suggerisce appunto la Didion:

“…ero innamorata di New York. E non è un modo di dire: ero davvero innamorata della città, la amavo come si ama la prima persona che ti tocca e come non amerai più nessun altro. (…) Credevo ancora nelle possibilità allora, avevo la sensazione, così caratteristica di New York, che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro.”

 

C’è poi la questione degli addii. Che sia una cosa voluta o un’imposizione del destino, dire addio a New York, come cantano anche i REM, non sembra essere cosa facile, né indolore.

 

Probabilmente per questo la voce che ho amato di più all’interno di quest’antologia (come mi succede ogni volta nel caso di antologie di poesie o di racconti, anche in New York stories ho ritrovato voci che amo, scoperto voci nuove che mi hanno colpito tantissimo e sono stata delusa da voci che mi hanno lasciato del tutto indifferente) è quella di Colson Whitehead nel racconto di chiusura, Limiti cittadini. Ognuno ha la sua versione di New York, necessariamente diversa da tutte le altre perché è una città che conosce un’evoluzione continua, un cambiamento così veloce che è impossibile bagnarsi due volte nelle stesse acque; le sue strade, le sue case, i suoi palazzi, i suoi esercizi commerciali sono disseminati delle versioni di noi che li hanno percorsi e abitati. Dire addio a una lavanderia, a un ristorante cinese, a un appartamento significa dire addio alla versione di noi che lì si è innamorata, ha sofferto, ha festeggiato, ha vissuto.

 

“Non siamo mai veramente pronti a dire addio. Era il tuo ultimo viaggio su un taxi Checker e non lo sospettavi nemmeno. Era l’ultima volta che ordinavi i gamberetti del lago Tung Ting in quel ristorante cinese un po’ equivoco e non ne avevi idea. Se lo avessi saputo, forse, saresti andato dietro al banco a stringere le mani a tutti, avresti tirato fuori la macchina fotografica usa e getta e messo tutti in posa. Invece non ne avevi idea. Ci sono momenti inaspettati di ribaltamento, occasioni in cui, aprendo la porta di un appartamento, eri più vicino all’ultima volta che alla prima, e non lo sapevi nemmeno. Non sapevi che a ogni passaggio da quella soglia ti stavi congedando.”

 

Soundtrack: Leaving New York, REM (It’s easier to leave than to be left behind
Leaving was never my proud
Leaving New York, never easy
I saw the light fading out…)

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Sylvia Plath, la donna senza voce

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L’undici febbraio 1963, nel corso di uno degli inverni più rigidi conosciuti a Londra, Sylvia Plath si toglie la vita. Nel momento stesso in cui la Sylvia-persona smette di respirare, la testa appoggiata su un panno ordinatamente piegato in due, nasce una leggenda.

Quando la Sylvia mamma, poetessa, moglie tradita dal cuore spezzato, figlia arrabbiata, artista tormentata tace per sempre, dalle sua ceneri emerge l’idea di Sylvia: un’idea di cui hanno cercato – e continuano a cercare – di appropriarsi studiosi, critici, storici, eserciti di femministe. Ognuno di questi gruppi cerca di alzare la voce, di gridare di più, di fare ascoltare al mondo la propria versione di Sylvia: una Sylvia che ormai non può più difendersi e cercare di raccontare la sua, di versione, mentre il suo unico romanzo – La campana di vetro – e le sue poesie vengono rivisitate e forzate ad assumere la forma, la dimensione e le sfumature imposte loro dalla mitologia imperante.

Questo è il rischio che si corre quando si scrive della Plath: le versioni e le rappresentazioni che si sono avvicendate nel corso degli anni sono così diverse tra loro che Sylvia ha perso la sua voce, intrappolata in una rete sempre più contorta di aspettative individuali e collettive, mentre i due schieramenti della tifoseria – i pro Hughes, nettamente in minoranza, e i pro Plath, agguerriti e pieni di rivendicazioni – si guardano in cagnesco. Ognuno di loro vuole un pezzo della Plath, un pezzo che corrisponda a una precisa idea e raffigurazione, tanto che non si può fare a meno di chiedersi: chi è davvero Sylvia Plath? A chi appartiene l’idea, la memoria, il ricordo della creatura mitologica che emerge dalle ceneri con i suoi capelli di fuoco e mangia gli uomini come se fossero aria?

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Image credits: Etsy

Di chi sono le sue parole – e non solo quelle pubbliche, ma quelle più intime, quegli spaccati di vita quotidiana racchiusi nelle lettere e nei diari?

Uno degli episodi più macabri ed eccessivi di questa lotta per l’appropriazione della poetessa rimasta eternamente trentenne riguarda la sua lapide. Il 7 aprile 1989, due ammiratori della poetessa scrivono una lettera al Guardian per esprimere la loro indignazione per non essere riusciti a trovare la tomba di Sylvia, sepolta a Heptonstall, nel West Yorkshire. La sua lapide era infatti stata rimossa: un gruppo di femministe, offese dal fatto che l’iscrizione sulla lapide leggesse Sylvia Plath Hughes (i due non erano legalmente divorziati al momento della sua dipartita) avevano infatti grattato via il cognome del marito, e la lapide era stata rimossa per essere riparata.

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Un altro feudo degno di nota è quello nato tra i lettori, gli studiosi, i biografi e The Plath Estate, gestito con mano ferrea da Hughes (deceduto nel 1998) e da sua sorella Olwyn, agente letteraria, deceduta a gennaio. I due fratelli hanno dato filo da torcere ai biografi che, nel corso dei decenni, hanno cercato di raccontare la loro versione di Sylvia, tra querele, richieste di ritrazioni, lettere aperte, permessi non accordati: l’unica biografia approvata da Olwyn, Bitter fame, è stata praticamente scritta a quattro mani dalla stessa Olwyn e dalla poetessa Anne Stevenson, finendo per offrire un’agiografia di Ted Hughes e un’immagine alquanto negativa della Plath, mangiatrice di uomini, misogina, patologicamente gelosa del marito, offuscata dai suoi problemi mentali.

L’intera vicenda della sfortunata biografia Bitter fame è raccontata dalla scrittrice e giornalista Janet Malcolm in The Silent Woman: Sylvia Plath e Ted Hughes. La Malcolm, oltre a  ricostruire quelle vicende che hanno cercato di erodere la potenza della voce della Plath, offre interessanti spunti di riflessione sulla natura stessa delle biografie: il biografo, scrive, è un ladro professionista che si infiltra nelle case degli altri e rovista nei loro cassetti, svuotandone il contenuto e sottraendone sia le cose di valore, sia i segreti più sordidi, in una sorta di estasi voyeuristica.

C’è sicuramente un elemento di voyeurismo nelle vicende della famiglia Hughes-Plath, che fanno gridare Ted alla persecuzione e che vengono esasperate dalle vicende editoriali dopo la morte di Sylvia. La campana di vetro, il suo unico romanzo, era stato infatti pubblicato solo in Regno Unito e con uno pseudonimo, Victoria Lucas: Sylvia temeva infatti soprattutto di ferire i sentimenti della madre, la cui ambizione eccessiva nei confronti della figlia e la sua parziale cecità nei confronti dei suoi problemi psicologici sono incarnati dalla madre di Esther Greenwood.

All’inizio degli anni ’70, Hughes chiede alla madre della Plath, Aurelia, il permesso di pubblicare il romanzo anche negli Stati Uniti, per una motivazione alquanto veniale che rivela in una lettera datata 24 marzo 1970: Ted racconta all’ex suocera di aver adocchiato una bellissima casa nella costa nord del Devon. Non vuole vendere la casa che ha comprato nello Yorkshire, definendola un ottimo investimento, nè Court Green, il cottage in cui aveva vissuto con Sylvia, per ragioni sentimentali:

“Therefore I am trying to cash all my other assets and one that comes up is The Bell Jar”.

Aurelia acconsente a malincuore, ma vuole la sua parte: il permesso di Hughes di pubblicare le lettere che Sylvia aveva scritto a lei e a fratello, ovviamente in un’edizione rivista e corretta da lei, con tutti i tagli e le omissioni necessarie.

Anche i Diari, nei quali la voce di Sylvia può finalmente trovare libero sfogo, non sfuggono alle forbici di Hughes: il diario degli ultimi mesi di vita della poetessa viene da lui distrutto, sostenendo che fosse suo dovere risparmiare ulteriori sofferenze ai loro due figli, Frieda e Nicholas; un altro dei diari scompare misteriosamente. Tuttavia, come scrive Katharine Viner, è nei diari che ritroviamo le varie identità di Sylvia: la casalinga anni ’50, la donna sessualmente liberata anni ’60, la femminista anni ’70 e anche un tocco della Bridget Jones degli anni ’90:

“The journals remind us that there was a time when Sylvia Plath was alive and living – angry, happy, distressed, bitchy, silly, right, wrong. In her own words, withouth the filter of biography or poetry, here, the silent woman speaks for herself” (I diari ci ricordano che c’è stato un momento in cui Silvia era viva e viveva – arrabbiata, felice, angosciata, pettegola, frivola, giusta, sbagliata. Attraverso le sue parole, senza il filtro della biografia o della poesia, qui la donna silenziosa ritrova la sua voce”.)

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Per questo The Silent Woman della Malcolm rimane uno studio più interessante dei diversi tentativi biografici: è infatti un’analisi delle analisi, un’interpretazione delle interpretazioni dell’immenso baraccone sorto intorno al connubio Plath-Hughes. Secondo la Malcolm, in questo marasma di articoli, libri, studi, biografie, parole, la voce della Plath è stata totalmente soffocata, e non sarà mai in grado di raccontare il freddo, la tristezza, la solitudine, l’angoscia, l’alienante disperazione di quegli ultimi mesi. Tutti si arrogano il diritto di parlare al posto suo, in suo nome: ma la sua voce, diventata sempre più fievole fino a svanire del tutto quel gelido 11 febbraio, è stata così sottoposta a interventi esegetici e di alterazione che bisogna essere in grado di scavare sotto tutti gli strati per cercare di ritrovarla.

Bisogna approcciarsi alla Plath, sia alla sua prosa che alla sua poesia, cercando di non leggere tutto attraverso il mito della sua vicenda biografica: solo così, libere dal peso di decenni di tentativi di appropriazione, le sue parole riacquisteranno un senso perlomeno simile a quello originale, e Sylvia Plath, la ragazza di vetro andata a pezzi poi incollati alla meno peggio e messi a prendere polvere nel buio di una credenza scura, riacquisterà la sua propria voce.

Tesoro, è tutta la notte

che vacillo, spenta, accesa, spenta, accesa.

Le lenzuola si fanno grevi come il bacio di un vizioso.

Tre giorni. Tre notti.

Acqua e limone, acqua

di pollo, acqua mi fanno vomitare.

Sono troppo pura per te o per chiunque.

Il tuo corpo

mi fa male come il mondo fa male a Dio. Sono una lanterna_______

la mia testa una luna

di carta giapponese, la mia pelle oro in foglia

infinitamente delicata e infinitamente costosa.

Non ti sbalordisce il mio calore? È la mia luce.

Tutta sola, sono un’enorme camelia

che arde e viene e va, vampa su vampa.

Sto sollevandomi, credo.

Credo che salirò______

I grani di metallo bollente volano e io, amore, io

sono una pura

vergine

di acetilene, scortata da rose,

da baci e cherubini,

da tutte queste strane cose rosa.

Non tu, né lui,

non lui, né lui

(i miei io che si dissolvono, vecchie gonnelle di puttana)________

verso il Paradiso.

(Da Febbre a 40 gradi, trad. a cura di Anna Ravano)

Consigli di lettura:

Soundtrack: Celebrity skin, Hole (You want a part of me? Well I’m not selling cheap, no, I’m not selling cheap)

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E se Purity non l’avesse scritto Franzen? (Impressioni di lettura alternative)

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Avete intenzione di leggere Purity, l’ultima fatica letteraria del tanto discusso Jonathan Franzen (per gli amici Franzie)?

Vi darò lo stesso consiglio che vi ho dato quest’estate per l’altrettanto dibattuto Go Set A Watchman di Harper Lee: spegnete il computer, disattivate il 4G, mantenetevi lontani da Twitter, evitate come la peste Goodreads. Rifuggite dal flusso apocalittico di recensioni che stanno infestando il web, e, se ne avete letta qualcuna, dimenticatevela. Insomma, sospendete il giudizio, onde evitare di corrompere la vostra lettura con visioni preconcette e distorte.

Già che ci siete, mettete anche un attimo da parte l’annosa questione dell’Internet e dei social media: ci ritorniamo, eh. Nel frattempo, mettetevi comodi e godetevi quello che Purity è veramente: un romanzo meravigliosamente scritto. Non rischiate che l’autore diventi più grande dell’opera: immaginate che lo scrittore sia un anonimo esordiente, un Pinco Pallo qualunque.

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Il segnalibro è un regalo di Peekabook.it

Se mi seguite su Twitter, saprete che da settembre mi sono imbarcata in un personalissimo triathlon letterario (ribattezzato #franzethon): Le correzioni, Purity e Freedom (si, in quest’ordine). I motivi sono due: avevo solo letto estratti e articoli di Franzie, e già da tempo volevo rimediare; la tempistica era poi particolarmente opportuna, dato che il 18 ottobre Franzie sarà qui a parlare di Purity (e io, ovviamente, sarò tra le prime file, pronta a lanciargli il mio bigliettino da visita e a dichiarargli la mia infatuazione per lui). Sì, perché durante il mio franzethon (ho da poco cominciato Freedom) mi sono innamorata di Franzie, e della sua incredibile abilità di tratteggiare i suoi personaggi, di scavare dentro di essi ed estrapolarne i segreti più reconditi e impensabili, per far arrivare il lettore, in maniera quasi maieutica, a capire le ragioni dietro comportamenti anaffettivi, irrazionali, apparentemente privi di fondamento o di logica.

Tanto per cominciare, Purity è questo: una collezione di umanità spezzata, sofferente, esacerbata dalla ricerca di onestà, dall’ambizione alla purezza, e dalla frustrante impossibilità di raggiungere entrambe le condizioni.

C’è Purity (Pip) Tyler: una ragazza mediamente carina, mediamente intelligente, mediamente interessante, cresciuta in California con una madre misteriosa e iperprotettiva, innamorata di un uomo sposato, più grande di lei, col quale vive in una squallida casa condivisa di proprietà dell’instabile Dreyfuss. Pip ha sulla coscienza $130,000 di debiti studenteschi e il desiderio irrinunciabile di scoprire l’identità di suo padre. Si lascia così convincere da Annagret, un’affascinante tedesca, a partire per la Bolivia e fare uno stage per il Sunlight Project, una fosca organizzazione dedicata alla trasparenza dell’informazione che potrebbe aiutarla a ritrovare suo padre. Conosce così Lui, l’uomo del momento, il carismatico leader del Sunlight, l’uomo più onesto del mondo che lotta per la verità e solo per la verità, uno degli esseri più puri mai esistiti: Andreas Wolf. Anche se allo stesso Andreas e al suo esercito di groupie, rigorosamente donne, fa comodo credere all’irreprensibile reputazione di questo cavaliere senza macchia e senza paura, la realtà non è (quasi) mai quella che si vede: Andreas è un uomo tormentato, che ha costruito la sua carriera di dissidente e la sua fama mediatica quasi per caso, nel tentativo di liberarsi del legame semi-incestuoso con sua madre, che l’ha legato per bene alle sue gonne grazie a una fitta rete di menzogne, nascondendogli la sua infermità mentale e la vera identità di suo padre. Andreas diventa un adolescente arrabbiato, ossessionato dalla masturbazione e dai suoi disegni di donne bellissime e sensuali che elimina subito dopo l’atto, nel tentativo di esorcizzare sua madre e al tempo stesso di mantenerne intatta la purezza genitoriale.

Ai suoi primi tentativi di ribellione, Andreas, il cui padre/patrigno è una personalità di spicco nella Repubblica Democratica Tedesca, viene allontanato da casa e, dopo la pubblicazione di un paio di poesie pornografiche e un’intervista davanti agli archivi segreti della Stasi, presi d’assalto da un gruppo di dissidenti, viene etichettato come loro leader e raggiunge un’improvvisa – e indesiderata – fama mediatica. Il suo sopralluogo negli archivi della Stasi, la sua determinata ostinazione a far venire fuori la verità, nasce dalla necessità di proteggersi, di proteggere il suo segreto: ha ucciso un uomo, apparentemente per proteggere la bella Annagret, di cui è infatuato, ma di cui si stufa ben presto, perché incapace di amare; la verità è che la sua sete di uccidere risponde al desiderio di sangue del suo alter ego, The Killer, un concentrato di rabbia ancestrale e di desideri incontrollabili che a tratti si impossessa di Andreas, condannandolo a un’eterna lotta col desiderio di morte, con la voglia di uccidere sua madre, le donne che gli stanno intorno, la stessa Purity. Andreas è l’incarnazione di questo rapporto di amore-odio con Internet e i social media di cui si è tanto parlato: si avvicina al web per la pornografia, ma poi scopre che la sua persona pubblica – e social – è migliore del suo se stesso tridimensionale; quello che è un labirinto di dolore, sofferenza, rabbia, bugie e follia diventa, nei social e nella rete, il filo d’Arianna che lo conduce a un Andreas Wolf leader carismatico, paladino della verità tutta la verità nient’altro che la verità, fondatore del Sunlight project, che gli procura anche un bel po’ di denaro e svariate ammiratrici/finanziatrici con cui andare a letto.

Fino all’arrivo di Pip, l’unica che sembra capace di redimerlo attraverso un legame di sottomissione assoluta a lui; ma Pip, che pure si rivela misteriosamente attratta dalla parte più torbida di Andreas, dalle sue mani di assassino, alla fine scappa, e diventa solo una pedina per disinnescare un’altra di quelle bombe ad orologeria che rischiano di profanare la santità di Andreas.

franzie 2Tom Aberant (il cui cognome è tutto un programma) è un giornalista vecchio stampo dall’etica professionale integerrima. Crede nei reportage fatti sul campo, nel giornalismo vecchio stile, nelle nottate insonni passate a scrivere pezzi per essere certi che diventino scoop; non crede invece che i social e i vari WikiLeaks e i blogger e gli influencer possano del tutto sostituire questo tipo di giornalismo. Anche l’incorrotto e incorruttibile Tom nasconde un paio di segreti: ha aiutato Andreas ad occultare le prove del suo omicidio. Non ha mai smesso di amare, o meglio, di essere ossessionato dall’ex moglie, l’eccentrica, instabile Anabel, scomparsa da più di vent’anni senza lasciare traccia. Ha una figlia che non conosce, ma che è molto più vicina a lui di quanto potrebbe immaginare. Il pilastro della sua vita, la sua collega e compagna Leila, è sposata con un alcolizzato disabile che non ha il coraggio di abbandonare, anche perché abbandonarlo significherebbe rassegnarsi a essere la seconda donna nella vita di Tom dopo l’eterna, eterea Anabel.

C’è la madre di Pip, che afferma di chiamarsi Penelope Tyler ed essere povera in canna. O forse è una ricca ereditiera, e la vita che si è costruita è una gigantesca menzogna? In ogni caso, la madre di Pip è uno dei personaggi più affascinanti del romanzo. Si rifiuta ostinatamente di riconoscere (e di vivere) la realtà e vive nel suo mondo di finzioni, una bambina intrappolata in un corpo da grande, che concepisce Purity con un unico scopo: creare un essere perfettamente puro (da qui il nome) da amare in maniera perfetta, assoluta e continua, e da cui essere amata allo stesso modo. Cosa che Pip fa, fino a un certo punto, come viene fuori da uno dei pezzi più belli del romanzo:

The cabin was dark. Inside it was the sound of her childhood, the patter of rain on a roof that consisted only of shingle and bare boards, no insulation or ceiling. She associated the sound with her mother’s love, which had been as reliable as the rain in its season. Waking up in the night and hearing the rain still pattering the same way it had when she’d fallen asleep, hearing it night after night, had felt so much like being loved that the rain might have been love itself.

(Il bungalow era buio. Dentro c’erano i suoni della sua infanzia, il picchiettio della pioggia su un tetto fatto solo di tegole e travi nude, senza isolamento o soffitto. Associava quel suono all’amore di sua madre, affidabile come la pioggia durante la sua stagione, Svegliarsi nel corso della notte e ascoltare quel ticchettio continuo, identico al suono che l’aveva fatta addormentare, notte dopo notte, le faceva sentire così tanto di essere amata che la pioggia avrebbe potuto identificarsi con l’amore stesso).

A un certo punto, tuttavia, le bambine crescono e giunge il momento di affrontare la realtà. Pip chiede alla madre di demolire la loro vita di finzioni e bugie e di ricominciare da zero, costruendo un rapporto paritario; Franzen la ricompensa con un finale degno di Grandi speranze, un trust fund e un ragazzo -James – che per una volta non ha il doppio dei suoi anni, con cui camminare verso il tramonto (o sotto le torrenziali piogge californiane, in questo caso).

Avete capito allora qual è il fascino di Purity? Ogni parte è dedicata a un personaggio, e sta al lettore mettere insieme i pezzi del puzzle. Ogni parte è uno straordinario affresco di umanità deforme e sconsolata, destina all’annullamento del sé finché costretta a vivere nella negazione del sé.

La geografia si sposta dalla Germania dell’Est alla Berlino pre e post caduta muro, dalla California a Denver, dal Belize alla Bolivia. Franzen abbraccia un’incredibile varietà di tematiche, dalla doppia faccia dei social media all’onestà intellettuale, dalla persona virtuale alla persona reale, dal sottilissimo confine tra verità e menzogna alla pazzia, dal suicidio agli istinti più brutali nascosti nella parte oscura di ognuno di noi, dalla famiglia all’amore, dal sesso alla morte, dall’ossessione alla fama. Da questo punto di vista, credo possa dirsi il suo romanzo più compiuto, che spazia dalla storia del crollo dell’ex-URSS a WikiLeaks e Assange, filtrando il vissuto storico e i cambiamenti sociali attraverso gli occhi di un’incredibile, variegatissima galleria di personaggi.

Durante la lettura mi sono creata una playlist di accompagnamento: la condivido con voi, e aspetto i vostri suggerimenti per migliorarla ed arricchirla.

Ve l’ho già detto che mi sono innamorata di Franzen, vero?

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Consiglio di lettura: un buon Pouilly-Fumé

Non abbiate paura della tenerezza, parola di Dorothy Parker

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Modeling coat by glass door, 1949, Genevieve Naylor

Non avevo mai letto Dorothy Parker prima. Da quello che avevo letto su di lei mi aspettavo soda caustica, una prosa abrasiva e pungente, venata di sarcasmo.

Invece, le storie che fanno parte della raccolta Dal diario di una signora di New York , pubblicata da Astoria nella traduzione di Chiara Libero, mi hanno sorpreso. Sono storie di donne, scritte da una donna, scritte per le donne. La Parker si fa portavoce di un’intera generazione di fanciulle newyorchesi alle quali è stato insegnato che è necessario aver paura della tenerezza, nascondere accuratamente la propria personalità, i propri desideri e i propri bisogni, vestendo ogni giorno una maschera fatta di trucco e convenzioni sociali, capelli cotonati e ipocrisia.

Le donne di Dorothy Parker sono forti ma si fingono fragili, sono insicure ma si fingono dolci, sono ribelli e arrabbiate ma si fingono remissive. Sono teatranti, attrici ormai esperte, convinte che l’unico modo per vivere ed essere accettate, amare ed essere amate sia ricorrere a trucchi e belletti, orpelli e mistificazioni. Farsi vedere diverse da quello che si è e il passe-partout per fare parte della società di New York.

Chissà poi cosa c’è di tanto sbagliato nell’essere sentimentali. La gente è così sprezzante nei confronti delle emozioni. “Ah, non mi beccherai mai seduta qui tutta sola a rimuginare”, dicono. “Rimuginare”: dicono così per indicare il ricordo, e sono fieri di non ricordare. Strano come si inorgogliscano delle loro manchevolezze. “Non prendo mai nulla sul serio,” dicono. “Nessuna persona può essere tanto importante per me.” E perché, perché mai credono di essere nel giusto?

Già, perché mai si crede di essere nel giusto? È un messaggio più che mai attuale, in un mondo che tende ad etichettare tutte le storie d’amore come chick-lit o rom-com. In un mondo che si è dimenticato quanto sia dannatamente difficile parlare veramente d’amore, come ci ricorda Carver.

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Le signore newyorchesi della Parker cercano di sopravvivere a tempeste più o meno disastrose, navigando mari agitati senza scialuppa salvagente: c’è chi aspetta una telefonata che non arriva, ma esita ad alzare la cornetta, nella paura di risultare poco femminile, troppo insicura, troppo appiccicosa. Troppo sbagliata.

Sarò come quando ci siamo conosciuti. Forse così gli piacerò di nuovo. Da principio ero la dolcezza in persona. Oh, com’è facile essere dolci con qualcuno, prima di innamorarsene.

L’unico modo per riuscire ad essere accettata, per sperare di essere amata è fingere: non dire mai quello che si pensa veramente, sorridere quando si vorrebbe piangere, fare le fusa quando si vorrebbe affilare gli artigli.

A loro non piace sentirsi dire che ti hanno fatto piangere. A loro non piace sentirsi dire che sei infelice a causa loro. Altrimenti ti credono possessiva ed esigente. E allora sì che ti detestano! Non sopportano di sentirsi dire quel che davvero provi. Bisogna sempre stare lì a fare i giochetti. Oh, se solo non dovessimo farlo. Credevo che questa storia fosse abbastanza solida da permettermi di dire tutto quel che avevo in mente. Mah, probabilmente non accade mai. Immagino nessuna storia sia mai abbastanza solida da permetterlo.

C’è chi aspetta che l’uomo di cui è innamorata smetta di uscire con mezza New York e non abbia occhi che per lei. C’è chi aspetta un marito che se n’è andato, trovando conforto nelle fandonie di una soi-disant psicologa. C’è chi aspetta un bimbo, e cerca di mettersi in contatto con un padre che non ne vuole sapere. C’è chi coltiva ambizioni artistiche e teatrali e aspetta che il marito la sorprenda. Tutte queste donne aspettano: che qualcuno torni, che qualcosa cambi.

Harper’s Bazaar 1950 photo by Genevieve Naylor

Harper’s Bazaar photo by Genevieve Naylor, 1950

Fino ad arrivare alla protagonista del racconto che dà il nome alla raccolta, un’anonima signora della New York bene che cerca di annegare monotonia e solitudine nei fiumi d’alcool di un’esistenza apparentemente brillante, fatta di feste, spettacoli, cene in posti alla moda e problemi insormontabili, tipo un’unghia rotta o lo smalto del colore sbagliato.

Tutte queste donne vivono in condizioni di estrema solitudine e alienazione, da sé e dagli altri: le loro controparti femminili non si rivelano molto migliori di quelle maschili, dedite a un’amicizia che altro non è pietoso e superficiale adempimento delle convenzioni sociali della New York bene. Il quadro che la Parker dipinge richiama alla memoria echi di Edith Wharton, in un mondo dove l’amore è del tutto passé, sostituito da matrimoni di convenienza e tante, troppe bugie.

Penserò a qualcosa di diverso. Me ne starò seduta qui zitta e buona. Se solo ci riuscissi. Se potessi starmene zitta e buona. Forse potrei leggere. Ma no, tutti i libri parlano di persone che si amano, sinceramente e dolcemente. Ma perché diamine scriveranno cose del genere? Non lo sanno che non è vero? Non lo sanno che è una bugia, una dannatissima bugia? Ma perché diavolo ne devono parlare, quando sanno benissimo che fa stare male? Maledetti, maledetti, maledetti.

In una società in cui è difficile, se non impossibile, essere accettata e amata per quello che si è, mi piace pensare che il messaggio di Dottie sie questo: non abbiate paura della tenerezza. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di parlare d’amore. Non abbiate paura di amare, come sapete farlo, senza regole né trucchi né inganni. Forse resterete sole, ma almeno potrete guardarvi allo specchio e riconoscervi, senza dover lavare via, una volta rimaste sole, strati di stucco, di cerone, di belletto. Non abbiate paura di mostrarvi troppo forti o troppo fragili. Non abbiate paura di essere voi stesse. Non abbiate paura di non essere prese sul serio.  E se la verità fosse che non gli piacete abbastanza, tant pis: quantomeno piacerete a voi stesse. O almeno ci proverete.

Dal diario di una signora di New York, Dorothy Parker, Astoria, trad, a cura di Chiara Libero

Soundtrack: Hope I don’t fall in love with you, Tom Waits

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