Il Calendario dell’Avvento letterario #24: Natale in giallo. Nuove frontiere che vengono dal passato

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Questa casella è scritta e aperta da Simona di Letture sconclusionate

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Ciao, io sono quella che l’anno scorso si domandava chi invitare a cena a natale, ricordi? E alla fine la scelta era caduta su Tom Perrotta. Quest’anno già da settembre sapevo chi avrei invitato, ma sapevo che non sarebbe potuto star lì da solo, perché il protagonista di questa casella ha una caratteristica molto particolare è uno un po’ schivo, sta sulle sue. Non lo fa apposta ma ha scelto nel tempo di vivere in un luogo tranquillo e, quando vivi in posti in cui il silenzio urla, circondato da animali e natura, tornare al mondo è sempre una faccenda complessa. Per cui quest’anno ti chiedo di seguire le peregrinazioni dei miei pensieri e alla fine, magari, converrai con me, che questo insolito duetto che si formerà, che si burla del tempo e anche dello spazio, non poteva essere meglio assortito.

Ci sono volte in cui mi domando perché si preferisca leggere i classici invece dei contemporanei e la risposta universalmente accettata è che “i classici servono, non solo per il peso che hanno avuto nel tempo in cui sono stati concepiti e pubblicati ma, anche e soprattutto, a capire e apprezzare la buona letteratura“. Il punto è che spesso, questo “apprezzamento“, non viene messo a frutto e, quello che impariamo dai classici, allora serve a poco se non si prova a verificare ciò che viene pubblicato oggi.
Dopotutto che gusto c’è a conoscere buona parte dell’opera e dell’ingegno di Wilkie Collins, definito come “il padre del poliziesco moderno“, se poi i gialli non si leggono?
Stamattina ho finito l’ultimo libro della serie di romanzi, e ci tengo a sottolinearlo “Romanzi”, di Antonio Manzini e mi sono domandata come possa uno scrittore così schivo e defilato, rispetto a colleghi decisamente più “star”, essere entrato così tanto nelle mie grazie da costringermi a fare quello in cui nemmeno Collins, il mio amato Wilkie, è riuscito, ovvero leggere tutta una serie – quella dedicata a Rocco Schiavone- e avermi costretta a cercare e comprare tutti i lavori precedenti o successivi non legati a questo ciclo.

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Alla fine mi sono risposta che quello che mi piace, di Antonio Manzini, è che è un po’ come me: vive in provincia, sembra un tipo che ami il silenzio e il rumore della natura, vive di distopie personali e le mette in tutto ciò che scrive. Se poi andiamo un po’ più a fondo, riguardo il lavoro che lo ha reso particolarmente famoso e amato dai lettori ovvero Rocco Schiavone, si scopre che non scrive gialli ma romanzi, in cui l’omicidio è un mezzo per parlare di società, etica, costume, cultura e sociale ovvero ciò che vediamo per abitudine ma non guardiamo davvero.
E per me è stata una vera e propria sorpresa scoprire che quel che avevo stabilito fosse l’ennesimo caso letterario, in fondo,non era così male. Mi piace questo modo di approcciare alla questione: un giallo che non è un giallo, che comprende delle indagini che non sono solo focalizzate a risolvere il caso ma anche a svolgere la complessa matassa di cui è composta l’anima dannata di questo ispettore. E’ un noir perché scava nelle persone che vediamo scorrere davanti, nel loro rispondere alle domande e giustificarsi, è un romanzo perché ha particolare attenzione nella costruzione del complesso mondo delle relazioni e di come si percepisce e si è percepiti nel mondo. Ed è anche una delle basi dei mondi disegnati proprio da Collins che in uno stile concentrato in puntate settimanali ottiene lo stesso effetto portando innovazione in un mondo popolato di romanzi, portando l’omicidio, non più ai fini romantici, alla creazione di un nuovo genere di scrittura, non con l’eroe indagatore ma in un certo modo in una versione più verosimile.

Nel lavoro di lettura e scrittura dei post relativamente a questa serie  mi sono resa conto che, questo mio interesse tardivo all’opera manziniana, è stato un colpo di fortuna perché se non avessi affrontato in questo modo tutto l’insieme, di quel che ha scritto in merito, certe sfumature, non mi sarebbero saltate all’occhio.
Per esempio, dopo aver ripetutamente sentito chiedere “chi sia effettivamente il protagonista e da dove gli sia venuta l’ispirazione per crearlo così e non in un altro modo“, io oggi potrei rispondere che Rocco Schiavone è Manzini ma non negli aspetti che noi possiamo vedere. Non lo è né caratterialmente o fisicamente. E’ una trasposizione e l’insieme delle emozioni e delle rivalse di un uomo che guarda alla società con occhi diversi e che ne vede il lato oscuro. Quindi non importa che il protagonista appaia alto o basso e nemmeno che sia figo o pure bruttarello perché non è questo il punto: Rocco rimane sempre solo e non si può innamorare perché è inconsistente, non è materia del nostro mondo tangibile e, proprio per questo, piace così tanto perché, seppur diversi gli uni dagli altri, tutti abbiamo provato almeno una volta il senso di sconfitta, di colpa, la solitudine, l’impotenza, la voglia di menar le mani o di insultare qualcuno che, cosciente o no, stava minando il nostro angolo di serenità personale o fisica.

Manzini vive di distopie personali, un po’ come Wilkie Collins e come lui le sviscera puntata dopo puntata. Nella seconda metà del 1800 Collins, come oggi fa Manzini, prendeva a piene mani dalla realtà e dalla cronaca, trasformando quei lunghissimi romanzi dickensiani, pieni di invettiva su una società che socialmente era un vero disastro, in una raffinata antologia di mostri che riassumevano i limiti di tutti noi, che siamo la base della società stessa, con l’istitutrice assassina, il marito infame e la ragazzina che si faceva sposare prima che l’incauto innamorato si accorgesse di quel che nascondeva. Aveva meno mezzi di Manzini, ma riuscì in delle soluzioni, veri punti di svolta delle sue intricate trame, che ancora oggi vengono utilizzate in libri e anche in serie TV come ad esempio la chiave di volta de “La signora in bianco” che si ritrova “para para” in uno degli episodi di Law&Order delle prime stagioni.

Come detto, ho schivato a lungo l’opera manziniaia convinta che fosse l’ennesimo caso, l’ennesimo ispettore, magari il solito rude e antipatico che diventa l’amore di tutte le signore perché contrappone, a quel piglio, questa sua dote di saper risolvere un sacco di casi senza perdere l’aura del leader, anche perché è sempre ignobilmente affiancato da emeriti idioti che pendono dalle sue labbra come fosse il salvatore.
Quando quel giorno ho scelto di vedere la serie TV io nemmeno sapevo chi fosse l’attore, figuriamoci il personaggio. Ho persino dovuto chiedere ad un’amica chi ne fosse il creatore (se avessi guardato attentamente i titoli magari avrei avuto un indizio, visto che è Manzini stesso lo sceneggiatore, ma io con TV e cinema non ho mai avuto un grande feeling!). Però questo improbabile tizio, vestito in maniera quanto mai stupida, che molleggiando se ne va per Aosta, fumando come una ciminiera ma che trova anche il tempo di guardare il mondo dagli archi delle rovine di Aosta mi aveva particolarmente colpito. Volevo proprio capirlo, capire come si fa a vivere una vita incastrata in una distopia puntando i piedi ad ogni mano che ti si porge in aiuto.

E così ho letto, un libro al giorno, ho rivisto episodio dopo episodio confrontando la differenza fra sceneggiatura e scrittura, ho apprezzato le sfumature aggiunte da Marco Giallini, un po’ meno alcune situazioni tagliate, ho capito i meccanismi dell’indagine e apprezzato l’indubbio talento di Antonio nel costruire questi omicidi, la raffinatezza della differenza fra indagine e prova, quella fra Giustizia e “senso della Giustizia” e infine quell’urlo della morale che avvolge le storie che sono un po’ come le fiabe de “Lo cunto de li cunti” di Basile. E guardando l’insieme così, il quadro diventa più chiaro.
Rocco Schiavone è stronzo, un po’ infame, divertente quando gli gira bene, antipatico la maggior parte delle volte e pieno di”rotture di coglioni” affibbiategli dal mondo che non si decide a lasciarlo in pace. Proprio il carnet di emozioni che non appartengono solo ad Antonio ma anche a tutti noi.
Rocco Schiavone è “costretto” nel senso che vive una vita che non vuole vivere, che si è fermata il giorno in cui ha subito un agguato, che si svolge in una città che non gli appartiene, che è fredda, innevata e spesso buia e che lo destabilizza. Aosta è una città piccola, in una vallata circondata da catene montuose, e non ha nulla a che vedere con quel panorama quasi infinito di tetti e cupole di Roma.
È “costretto” nel lavoro, perché circondato da persone con cui non vuole legare, e nella vita, perché questi valdostani sembrano strani e invece sono come un grosso quartiere dove tutti sanno di tutti.
E ancora è “costretto” nell’amore perché, sebbene Marina sarà sempre il suo unico amore, tende ad avere bisogno di calore umano che per lui è sinonimo di continuo tradimento e dalle altre è percepito solo come una comune relazione.

Anche qui le somiglianze fra i miei improbabili ospiti non si fermano. “Le puntate di Rocco Schiavone sono poche in confronto a quelle de La donna in bianco che durarono in uscite settimanali per circa un anno!” esclamerebbe Wilkie Collins. Fu il romanzo che più lo fece conoscere e apprezzare dal grande pubblico del All The Year Round di Dickens, definito come una “sensation novel” che fu di moda in tutto il periodo vittoriano. La sua protagonista è presente e vivida, anche se assente fisicamente per gran parte del romanzo, ma di lei si parla in continuazione, lo fanno tutti i testimoni del processo e la narrazione cambia di registro ogni volta che cambia colui che riferisce dei fatti. E’ forse l’unica delle donne di Collins che subisce totalmente, ma è anche la prima ad essere cesellata e descritta minuziosamente, quasi fino all’ultimo respiro. Ne verranno tante altre e altre ce n’erano state prima, ma lo scettro della “prima” spetta solo a lei.

Rocco Schiavone è uomo e prima ancora un essere umano diviso fra la Giustizia, uguale per tutti ma mai per nessuno, e il “senso della giustizia” che è quella Giustizia filtrata attraverso i nostri occhi, la nostra etica e i nostri valori, quello che ci fa dare due pesi e due misure a due reati identici commessi però da un povero o da un ricco: se è povero, aveva bisogno, il ricco è solo un’infame.
Lo ribadisce anche quando schiaffeggia l’uomo che urla la sua innocenza di “educatore della moglie che solo a schiaffi poteva essere disciplinata” e lo è quando si arrabbia con le donne che deve interrogare rivendicando quell’immagine di essere umano nato “per dare la vita” e non “per toglierla” e nello stesso tempo non è in grado di percepire i bisogni delle sue donne, seppur amanti. Non ha mezze misure e il suo senso di giustizia difficilmente riesce a contenerlo. Lo è quando risparmia la famiglia indigente o salva gli immigrati clandestini, lo è quando vendica le ragazzine stuprate, indifferente al rischio a cui si espone,  lo è ancor di più quando parla alla sua adorata, con la voce rotta dal peso di una colpa, quando ride con gli amici o quando ne piange la perdita.

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Lo è come la protagonista di Armadale che in maniera del tutto simile descrive la sua distopia attraverso la sua malvagità. Nulla può il mondo che la circonda perché è proprio da lì che nasce la sua rivalsa, il suo odio e la sua sete di arrivismo. L’epoca che vive, le classi sociali che compongono la società, la formazione, l’hanno forgiata a sapere quello che si deve volere, le hanno dato la ragione per perseguire l’obiettivo senza distrarsi. E’ un po’ lo sguardo di Wilkie, che filtra quell’apparenza fatta di buone maniere ed ipocrisia, mettendola in crisi con ciò che teme, ovvero la bellezza che incanta, con il rapporto fra due consanguinei e gioca sul malinteso in maniera, per certi versi, maliziosa un po’ come lo sguardo del suo creatore, che, seppur certo che a questa storia c’è da mettere il punto, non riesce ad eliminarla. Sarebbe troppo il dolore di ucciderla e, alla fine, la salva.

Rocco è un insieme contorto di emozioni, sensazioni, cultura, ricordi, formazione che si arricchisce delle stesse manie dello scrittore. Manie che non possono essere concentrate tutte in un unico personaggio che già è sul punto di scoppiare. E così escono fuori le parole di Marina che fanno il paio con gli “occhi che spennazzano” o le terminologie mediche dell’anatomopatologo che fanno sembrare Manzini uno scrittore ipocondriaco, strappandoti un sorriso perché, va bene la precisione, ma tanta pedanteria un dubbio te lo lascia! L’amore per l’arte e per le meraviglie che l’uomo abbia potuto realizzare sono solo un compendio dell’amore per la bella scrittura che però non tralasci un aspetto importante: la leggibilità, la possibilità di essere fluente anche se letta ad alta voce; deve poter essere apprezzata perché l’armonia, con il ritmo incalzante delle situazioni che si susseguono, non permetta la distrazione di colui che ascolta, cosa che non sempre i classici moderni ricordavano ma per i romani e i greci, nonché i romantici tra il ‘200 e il ‘300, persino per Dante,Boccaccio e Petrarca era imprenscindibile.

In che cosa Manzini e Collins si distinguono? Solo nei personaggi, sebbene Collins nel suo mondo abbia avuto anche dei protagonisti uomini, la facevano da padrone le donne, anche se lui le vedeva in maniera molto diversa dai suoi contemporanei. Sapeva del loro intuito e delle loro mille sfaccettature e permetteva loro di interpretare il bello della natura e anche il brutto. Le donne di Collins sono volitive e a volte volubili, sanno quello che vogliono e hanno una sintesi che permette loro di guardare alle situazioni e al delitto in modo pragmatico.
Le donne di Collins racchiudono le diversità dell’umana natura, come anche Schiavone con le sue mille sfaccettature, nate dalle mille declinazioni di uno scrittore che cercava di vedere e rappresentare l’uomo che avrebbe probabilmente voluto conoscere.
Ma il fattore che li rende ancora più simili è questo grande interesse per la contrapposizione fra Giustizia e il senso di giustizia. Entrambi presentano storie e protagonisti con descrizioni fatte al millimetro dove l’omicidio è parte di un contesto, che non è solo delittuoso, ma prima di tutto sociale. Così il peso è spostato e il delitto non è solo quello di colui che commette il reato ma l’insieme delle responsabilità di molti, di una comunità rea, molto spesso, di creare le condizioni perché questi fatti avvengano.

Che cosa si direbbero questi improbabili due, magari seduti in una tavola che sta per essere sparecchiata mentre con le dita giocano distrattamente con le briciole rimaste sulla tovaglia ancora non sparecchiata? Manzini probabilmente nulla, magari dondolerebbe sulla sedia come fa spesso, se la sedia glielo permette, nell’attesa che tutto questo finisca e possa tornare a casa. Collins invece con la sua aria panciuta e soddisfatta, di uno che ama l’atmosfera natalizia in quanto inglese, lamentando con gli occhi la mancanza del Christmas Pudding e della classica torta di formaggio, probabilmente, con tanto di pipa o sigaro alla mano tenterebbe l’approccio con un classico “Quindi lei è uno scrittore? E cosa scrive?“.
Devo ammettere che pagherei per avere questa opportunità di guardarli confrontarsi sul mondo di oggi e sulle differenze con quello di ieri. Probabilmente Collins racconterebbe con orgoglio la sua storia nata da un giorno in tribunale (La signora in bianco) e Manzini ascolterebbe con interesse le soluzioni adottate e i trucchi dello scrittore per mantenere in un numero elevatissimo di puntate l’attenzione dei lettori. magari si confronterebbero sulle trame e converrebbero che seppur passato più di un secolo in fondo, la forma del delitto, non è poi così diversa. Ma alla fine arriverebbero comunque al punto che li unisce “l’unica distopia che ognuno di noi vive ogni giorno è la vita” puoi scegliere di voltarti dall’altro lato, ma lì rimane a ricordarti che sei un uomo e che qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa tu faccia, in fondo, ogni vita è destinata a finire, il dubbio è il come e il quando. Chi vive di distopie, in fondo non è mai un grandissimo ottimista.

In questa conversazione potrei interloquire anche io sostenendo che non è la vita una distopia, ma in un mondo perfetto di giorni che si susseguono senza soluzione di continuità, la vera distopia è ognuno di noi. Ogni volta che cerchiamo di vivere creiamo una distopia. E quindi siamo noi stessi un elemento della scala delle “rotture di coglioni”. E probabilmente, dopo aver spiegato a Collins che sono le “rotture di coglioni”, converrebbe con me che è un punto di vista su cui riflettere. Mi piacerebbe davvero vederli insieme questi due davanti al camino, siccome è fantasia facciamo anche che sia decorato, intenti in questa discussione. Probabilmente Collins sarebbe incuriosito da questa nuova mania che vede gente leggere romanzi a rotta di collo in serie e non in puntate settimanali, Manzini risponderebbe che la gente non aspetta più e persino il suo editore quando ha la data dell’uscita dell’ultimo libro consegnato chiede già quando arriverà il successivo. Il suo interlocutore assentirebbe pensieroso e rimarrebbe stupito se Antonio facesse anche un’affermazione che spesso ripete: la maggior parte dei lettori in Italia sono donne. Wilkie sorriderebbe e poi direbbe,”Ma certo! Le donne hanno sempre amato la lettura, gli intrighi e i misteri”. Allora Manzini sospirerebbe e sottovoce direbbe: se solo smettessero di chiedermi quando Rocco si innamorerà…

Sarebbe probabilmente la maniera perfetta per passare il pomeriggio post prandiale di Natale…
E per finire, c’è una cosa che ad oggi un po’ ci unisce tutti e tre: nello scorrere degli anni io ho perso la magia del Natale, non è una cosa triste in sé, succede crescendo. Manzini nell’unico racconto che mi è capitato in cui si cita la festività, “Buon Natale Rocco” ne parla proprio poco dello “spirito di Natale” regalando ai suoi lettori il momento da cui nascerà l’intera serie. E, ultimo ma mai tale, Wilkie Collins: lui di racconti di Natale ne ha scritti un po’ e cominciò nel 1852. L’anno prima aveva conosciuto Charles Dickens ed era rimasto stupito da quanto guadagnasse proprio scrivendo racconti di Natale. Anche qui, Manzini avrebbe a che dire… Probabilmente che i tempi son diversi, almeno me lo auguro!

Buone letture e buone feste!

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #23: un Natale da babbani

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Questa magica casella è scritta e aperta da me medesima

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Parafrasando Tolstoj: ogni Natale è magico a modo suo, ma qualcuno ci mette un po’ di magia in più. Questo Natale per me sarà diverso dai precedenti perché non lo trascorrerò in Italia, ma in Lussemburgo, mentre, per la fine dell’anno, volerò a festeggiare in Florida al Wizarding World of Harry Potter. Non vedo l’ora di accogliere l’anno nuovo non da babbana, ma circondata dalla magia di Hogwarts. Ma quali sono le differenze fondamentali tra un Natale babbano e un Natale da mago/strega?

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La cena di Natale

Una cena a Hogwarts non sarebbe poi così diversa da una cena di Natale babbana in Inghilterra. A Hogwarts si pasteggia a suon di tacchini e pudding flambé: nemmeno il mago più potente riesce a resistere alla bontà delle leccornie, o ad evitare di addormentarsi sul tavolo dopo il lauto pasto. Il tocco magico che manca decisamente nelle tavole babbane? Ogni volta che sono vuoti, i piatti si riempiono magicamente da soli (anche se in realtà anche molte nonne e mamme meridionali sembrano avere questo superpotere…il potere del desiderio di condividere e stare insieme supera in questo caso le bacchette magiche). Volete provare l’emozione di cenare a Hogwarts? È possibile presso gli Harry Potter Studios a Londra, che organizzano cene a tema sia per Halloween che a Natale. Se visitate Oxford, la mensa del college di Christ Church sembra uscita direttamente dalle pagine della Rowling. Se invece volete provare a portare un po’della magia di Hogwarts a casa vostra, armatevi di grembiule e di The unofficial Harry Potter cookbook. Wooden spoons at the ready!

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I regali

Alcuni dei regali ricevuti dal povero Harry finiscono dritti nella lista dei peggiori regali della storia (tipo gli stuzzicadenti e le monete da 50 centesimi omaggiate dai Dursley). Personalmente, non mi dispiacerebbe invece ricevere uno dei maglioni fatti a mano dalla signora Weasley (riproposti da Primark a prezzi molto accessibili, ma senza l’elemento casalingo e artigianale, purtroppo).

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Temo invece che altri regali siano purtroppo un pelino più difficili da ricevere, tipo il mantello dell’invisibilità o una Firebolt. Si può invece rimediare a colpi di Cioccorane, caramelle di Bertie Bott o bottiglie di Burrobirra (ormai reperibili in diversi negozi specializzati o su Amazon).

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Tradizioni natalizie

Per alcuni versi, il Natale a Hogwarts ricorda quello babbano: eggnog, baci sotto il vischio (vi ricordate il primo bacio di Harry e Cho nella stanza delle necessità?) e canti di Natalecon la differenza che a cantarli spesso non sono carolers col cappello di Babbo Natale, ma giganti mezzi ubriachi, fantasmi quasi senza testa o il coro di Hogwarts, sotto la direzione del professor Vitious. La signora Weasley ama ascoltare le canzoni di Natale della sua cantante preferita, Celestina Warbeck; niente tombola per Harry e Ron, che preferiscono giocare agli scacchi dei maghi.

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Non possiamo dimenticare le elitarie ed aristocratiche feste di Natale del professor Lumacorno (non che noi umili babbani saremmo mai stati invitati), o le magiche decorazioni di Natale della Sala Grande di Hogwarts, che farebbero impallidire anche i fanatici del Natale più entusiasti ed estremi: una dozzina di alberi decorati e illuminati da candeline accese, agrifoglio e gufi dorati, ghiaccioli e luci incantate che in realtà sono fatine, neve magica che cade dal soffitto.

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Hogwarts raggiunge il suo massimo splendore in occasione dello Yule ball, diventando una Winter wonderland, un paesaggio incantato di neve e ghiaccio: una celebrazione della luce prima che Hogwarts precipiti nel caos e nell’oscurità.

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Lo spirito del Natale

Per dirla tutta, Natale non è sempre un periodo felice per Harry Potter. Non lo è quando vive della carità forzata dei Dursley, interrogandosi sulla sua identità e sentendo la mancanza dei genitori come non mai; non lo è durante il suo primo Natale a Hogwarts, durante le ore spese a guardare lo specchio delle brame, coltivando l’illusione di poter magicamente congiurare James e Lily  accanto a sé: non lo è quando, nell’ultimo capitolo della serie, Harry visita per la prima volta la tomba dei suoi genitori a Godric Hollow, dando una valenza quasi fisica a quella voragine che è la loro perdita.

Ma il nostro mago preferito è magico anche e soprattutto perché non ha paura di confrontarsi con il dolore, con la perdita, con il male, con l’oscurità che alberga dentro di lui, con la confusione, con la rabbia. Nel bene e nel male, Hogwarts gli regala una casa, una famiglia di amici, un posto nel mondo: anche quando la pace e la serenità di questo posto vengono messe in discussione dalle forze del male, Hogwarts rimane sempre la casa di Harry e di tutti noi che amiamo rifugiarci tra le pagine della Rowling.

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A Hogwarts Harry riceve i suoi primi regali di Natale: il mantello dell’invisibilità, il maglione fatto a mano dalla mamma di Ron, il flauto di legno fatto da Hagrid, le cioccorane di Ermione. In realtà, tra quei pacchetti più o meno magici sono nascosti i veri regali che Harry riceve: il senso di appartenenza, una maggiore consapevolezza e accettazione della sua identità e del suo passato, una famiglia di amici che rimarrà accanto a lui per tutta la vita, in modi e forme diverse.

Che sia un Natale magico per tutti, anche per noi babbani.

Soundtrack: Carol of the Bells

Il Calendario dell’Avvento letterario #19: i figli di Babbo Natale, l’ultima profezia di Marcovaldo

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Questa casella è scritta e aperta da Cristina di Athenae Noctua 

I figli di Babbo Natale

Quando le città iniziano a punteggiarsi di lucine e lucette, quando nelle vetrine appaiono alberelli, festoni, angioletti e stelline, quando nel calore della casa si diffonde l’aroma del cioccolato, della cannella e del burro, anche nell’animo cambia qualcosa: che si avverta o meno il significato religioso del Natale, per la gran parte delle persone i giorni delle feste rappresentano un momento di tranquillità, l’affacciarsi di un sentimento che rompe la consuetudine. C’è però anche una grande insidia in questa atmosfera affascinante: è facile confondere l’opportunità di serenità e condivisione che essa offre con una sfrenata corsa al consumismo, con gli sprechi alimentari, con i regali di facciata, con le chincaglierie che offrono solo l’ennesimo apparato esteriore.

Siamo ormai assuefatti al delirio dell’acquisto natalizio (che, poi, non si limita a questo periodo dell’anno), ma è singolare e anche un tantino inquietante notare che esso era già stato profetizzato nella nostra letteratura: è del 1990 il racconto Ce n’è troppo di Natale di Dino Buzzati, incluso nella raccolta Lo strano Natale di Mr. Scrooge e altri racconti, ma già nel 1963 Italo Calvino raccontava, nella singolare antologia Marcovaldo ovvero le stagioni in città, di inverni dominati dalla corsa agli acquisti.

Dalla frenesia commerciale delle feste scaturisce l’ultimo racconto, I figli di Babbo Natale, nel quale l’autore, attraverso il suo tipico registro umoristico, mette a nudo le contraddizioni insite nelle feste, occasione per le aziende di farsi pubblicità e di innescare nella gente il desiderio di elargire buoni sentimenti e contanti. Contanti, soprattutto. Lo si capisce fin dalla sintetica affermazione iniziale:

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti.

Le aziende della città fanno a gara nel distribuire doni e gadget, comprando le une i prodotti delle altre e selezionando ciascuna il proprio Babbo Natale, da spedire nelle case dei clienti e dei partner e nei negozi a consegnare le strenne. Naturalmente alla S.B.A.V. il compito spetta a Marcovaldo, l’unico che presenta i requisiti adeguati, ché non ci sarebbe gusto a scegliere un dipendente anziano, perdendosi il piacere di agghindarlo per bene.

Fu comprata un’acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.

Marcovaldo si assume volentieri l’incarico, pregustando l’avvicinarsi del pagamento dello stipendio, della tredicesima mensilità e dello straordinario.

Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio.

Entusiasta del compito ricevuto, Marcovaldo decide di passare da casa prima di iniziare il suo giro di distribuzione dei regali aziendali, pregustando la reazione stupita dei suoi bambini. Questi, però, smontano subito la sua euforia: lo hanno riconosciuto, proprio come hanno fatto con tutti gli altri Babbo Natale, molti dei quali truccati anche meglio di lui. Il primo passo verso il crollo delle fantasie natalizie è compiuto: l’illusione dei fanciulli è stata sovraccaricata e soppiantata da una deludente realtà iperpopolata di vecchi barbuti vestiti di rosso.

Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po’ ci avevano fatto l’abitudine e non ci badavano più.

Deluso a sua volta, Marcovaldo si interessa di ciò che sta catturando l’attenzione dei suoi figli, che hanno individuato sul libro di lettura una missione importante da compiere in occasione del Natale, quella di fare un regalo ad un bambino povero. Lo scenario diventa grottesco:

Marcovaldo stava per dire: “Siete voi i bambini poveri!”, ma durante quella settimana s’era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: – Bambini poveri non ne esistono più!

Marcovaldo mette a tacere l’obiezione che gli sorgerebbe spontanea, considerando i mille sacrifici che è costretto a fare per mantenere la famiglia: è talmente invischiato nella frenesia natalizia e abbagliato dal proprio costume rosso, che perfino le stringenti necessità del resto dell’anno cedono e vengono minimizzate. Perfino di fronte alla domanda di Filippetto e Michelino, che gli chiedono perché, in quanto Babbo Natale, non abbia portato dei regali anche a loro, Marcovaldo risponde con un paradosso: non è il Babbo Natale delle Risorse Umane, ma quello delle Relazioni Pubbliche, ergo, per potersi permettere i regali, i dipendenti devono prestarsi a straordinari come quello che sta svolgendo lui stesso.

Ormai pronto ad iniziare le consegne, Marcovaldo decide di portare con sé Michelino nel suo giro, tuttavia la città pullula di Babbi Natale e ormai la gente è stufa di aprire la porta all’ennesimo fattorino rossovestito.

Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all’automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un’aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell’enorme macchinario delle Feste.

[…] Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.

Ad un certo punto Marcovaldo e Michelino bussano alla porta di una casa lussuosa. Neanche il tempo di esibire la formula di augurio rituale a nome della S.B.A.V., che Marcovaldo si sente dire che il suo è il trecentododicesimo regalo che viene recapitato. Il pacco è destinato Gianfranco, un bambino annoiato e apatico che siede nel mezzo di una stanza addobbata come un salone da ricevimento.

Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell’abete s’impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c’era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un’aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era lì intorno non lo riguardasse.

Marcovaldo recapita il suo regalo, ma Michelino scompare e solo una volta rientrato a casa il padre riesce a scoprire dove sia andato. Michelino ha scambiato Gianfranco per un bambino povero, infelice come gli era apparso, così lui e i fratellini hanno provveduto a consegnargli dei regali, che erano poi tutto ciò che avevano potuto trovare in casa: un martello, un tirasassi e dei fiammiferi. Felicissimo dei doni ricevuti, Gianfranco li ha messi in opera, utilizzandoli per distruggere prima i giocattoli e gli addobbi dell’albero, poi i lampadari e i mobili, fino ad incendiare l’intera abitazione.

Marcovaldo è allibito e non si aspetta altro che il licenziamento, eppure il giorno seguente, al lavoro, di quella che per lui è stata una catastrofe si sta parlando con un’eccitazione senza limiti.

– Presto! Bisogna sostituire i pacchi! – dissero i Capiufficio. – L’Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!

– Cosi tutt’a un tratto… – commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima…

– È stata una scoperta improvvisa del presidente, – spiegò un altro. – Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi…

– Quel che più conta, – aggiunse il terzo, – è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato… Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d’un bambino… Il presidente dell’Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell’entusiasmo…

Marcovaldo è disorientato, ammutolito dalla logica perversa del consumismo: il regalo che distrugge il regalo, la gioia di un bambino che gode nell’eliminare quello che doveva rappresentare un gesto di condivisione, l’ingenuità dei figli che, nel compiere un disinteressato atto d’amore verso un coetaneo viziato, hanno invece suggerito una grottesca strategia di maketing.

A Marcovaldo non resta che uscire dalla città illuminata a giorno, a cercare ai margini del bosco gli ultimi segni di un ciclo vitale che ha ancora il suo senso, laddove la neve ricopre le tane dei conigli e il lupo attende invano la preda.

C’è ironia nelle poche pagine che compongono il racconto I figli di Babbo Natale, un umorismo amaro, che, tuttavia, proprio nel ridicolizzare la follia consumistica delle feste, ricorda quali sono i veri gesti che danno valore al Natale: Michelino e i suoi fratelli, con la loro purezza, non pretendono nulla, non danno per scontata la felicità di Gianfranco per il solo fatto che è immerso in una reggia sfavillante, perché la sua espressione triste lo rende la vittima stessa della sovrabbondanza in cui vive. Michelino ha notato l’espressione infelice di Gianfranco e, ignaro delle conseguenze del suo gesto, ha compiuto un autentico gesto di affetto.

E il compito è nostro: sta a ciascuno di noi dare valore alle piccole cose, a noi far sì che una manifestazione di affetto non si trasformi in un vuoto rituale finalizzato ad oliare la macchina dei consumi ma possa innescare un circolo virtuoso di condivisione, calore e gioia.

Il Calendario dell’Avvento letterario #18: versi “quasi” natalizi di Giovanni Raboni

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi

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Me l’ero ripromessa. Dài, quest’anno un post felice sul Natale, da regalare al bellissimo calendario dell’avvento letterario di Manuela. Su, coraggio. Ci ho provato. Ho provato a essere allegra e lieta, ma qui sopra, per tradizione, sono la guastafeste del Natale, Manuela lo sa e spero mi perdonerà.

Che poi sarebbe un errore dire che odi il Natale, solo la festa delle luci e della gioia spesso fa nascere in me qualcosa simile alla malinconia, forse un po’ più tenue.

Ed eccomi qui, ancora. Come si poteva prevedere, poi, la mia casellina parlerà di poesia.

Ho tentato di trasgredire e cercare racconti natalizi, romanzi, opere bizzarre che stuzzicassero la mia ispirazione, un po’ di colore e di allegria, e proprio mentre pensavo di averlo trovato… Ho notato che era già stato scritto!

Allora, mentre mi arrovellavo per trovare una nuova idea, ecco, tra libri e ricordi, ho fatto un tuffo nell’universo poetico, scavando nei versi e pensando al Natale.

Ho aperto una raccolta di Giovanni Raboni. Poeta milanese, classe 1932 (morto, troppo presto, nel 2004) amatissimo. “Non credo sia adatto”, ho pensato.

Ma ho continuato a leggere e ho respirato i versi che sento forti, mi sono addentrata nelle pieghe di una vita d’artista al limite tra la gioia e il dolore, in continuo viaggio, lento, tra i giorni e la passione.

Sfogliando le pagine di questo autore, tra passaggi poetici adorati e disperati, freschi a ogni lettura, anche lontana nel tempo, mi sono ricordata di qualche parola, un frammento, dedicato a dicembre e alle sue feste. Ho cercato nella memoria, nelle raccolte che avevo a disposizione. Non lo trovavo. Il testo in questione, scritto dall’autore in occasione del Natale 1997, era infatti apparso sulle pagine del “Corriere della sera” e i lacerti di testo si erano depositati nella mia mente come una traccia, un ricordo forse delle letture degli anni universitari.

In “Versi di Natale”, Raboni rivive e reinventa nella sua mente la notte della Vigilia, immaginando l’arrivo di pastori, che riconosce a uno a uno, carne della sua carne e ossa, e spirito, in cui rispecchiarsi.

L’ottica di tale poesia, certamente, non è quella serena del fanciullo che attende regali o s’incanta di fronte alle decorazioni, ma con lo stesso incanto si vede, tra i versi, il pensiero di un uomo e di un artista che cerca nello scorrere degli anni – il Natale inteso quasi come “confine” – la sua verità e una fonte di speranza possibile, spesso delusa.

 

Versi di Natale

Il mattino del mondo è nella notte

che lo precede, nello zampettìo

dei messaggeri di frodo sulla neve.

Niente, si sa, succede quando deve,

ogni cosa s’adempie in un momento

che non è il suo. Dentro la carovana

che s’avvicina immobile alla grotta

vi riconosco uno per uno, spiriti

benedicenti, mia carne, mie ossa: e

imploro di restarvi prigioniero

nell’amen che separa il ventiquattro

dicembre dal venticinque dicembre.

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“Il mattino del mondo”, l’inizio di tutto, è già racchiuso in una vigilia vissuta “di frodo”, quasi la visita dei pastori alla grotta fosse un atto di “contrabbando”, non consentito, in una vita in cui spesso l’uomo è esule dalla sua stessa esistenza. La vigilia di Natale, che si compie ogni anno come rito sempre uguale, diviene il luogo di un atto non consentito, perché “niente, si sa, succede quando deve, / ogni cosa s’adempie in un momento / che non è il suo.” E il poeta – spettatore di questa notte – sembra riconoscere ad uno ad uno i pastori, nella comunanza dell’umanità che si ritrova, nuova e uguale, ogni Natale. Li riconosce nella carne, nelle ossa, nello spirito e sogna di rimanere loro prigioniero (incantato, forse, nell’immobile e irreale magia della notte di Natale) in questo “amen” (e così sia, si va verso la fine di un altro anno e l’inizio di una nuova avventura) che separa il ventiquattro dicembre dal venticinque dicembre.

In punta di piedi, in una notte gelata, tra lo zampettio dei messaggeri, ogni uomo può percepire i propri fantasmi e desiderare di rimanere immobile sulla loro carovana.

Raboni non è il classico poeta da Natale, come dicevo in precedenza, e lo scrive anche in un’altra poesia: “Ma adesso, adesso – e Cesare che vuole / una poesia di Natale, da me! con l’aria che tira / di peste, tersa, meravigliosa […]” ma proprio nella festività ritrova quella febbricitante eccitazione che è forse lo specchio dell’uomo di fronte al passare inevitabile del tempo, o solo la consapevolezza di non poterlo fermare e di poter solo constatare che l’aria di Natale è un’aria “di peste”, ma anche “tersa e meravigliosa”.

Tale atmosfera nartalizia c’è anche in un altro componimento dell’autore, intitolato appunto “Mattino di Natale”.

 

“Gli sguatteri del principe, amico dei miei amici,

escono di buonora nella piazza

già coperta di neve

battendo i denti per il freddo nei loro bianchi grembiali

e chiamano con grida e casseruole

gli sparuti passanti: un venditore

di castagne, un soldato, un suonatore

di cornamusa, due spazzacamini…

che s’infilino presto nell’umido portone

del palazzo e poi giù nelle cucine soffocanti – li aiutino a servire

nella piccola cappella indicibilmente profana

un’anatra arrosto sul pavimento.”

C’è sempre il freddo, la neve già presente nei “Versi di Natale”, e il senso di spaesamento, in un’atmosfera che si fa più profana che sacra, ma anche di forte collaborazione e solidarietà in un Natale povero ma molto umano.

Così, il Natale di Raboni è una festa di gelo, sì, ma anche di comune fratellanza tra simili in carne, ossa e spirito.

In questi versi, come possiamo notare, il Natale diventa il pretesto per una riflessione più ampia sulla vita e sulla morte, che non cambiano le tradizioni ma ci trasformano in esse.

Un incantesimo che ci lascia sempre a bocca aperta, nella notte del mistero in cui forse, anche noi, vorremmo essere prigionieri dell’incanto dei pastori.

E, per parafrasare i versi precedenti “E Manuela che vuole / un post di Natale, da me! con l’aria che tira” anche quest’anno si dovrà accontentare di un post su chi, il Natale, lo scrive sempre un po’ da lontano e con gli occhi chiusi.

Ma non ne rimane mai indifferente.

Tanti auguri a tutti.

Il Calendario dell’Avvento letterario #17: il meraviglioso Natale di una famiglia disfunzionale

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Questa casella è scritta e aperta da Erica di La leggivendola

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Quando si parla di libri e Natale, i primi titoli che vengono in mente sono grandi classici come Piccole donne di Louisa May Alcott, A Christmas Carol di Charles Dickens, o Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi di H.T.A. Hoffmann. L’incipit del primo, “Natale non è Natale senza regali”, frase pronunciata da una sconsolata Jo mentre attende insieme alle sorelle il ritorno della madre, è l’inizio di una delle scene biblionatalizie più emblematiche della letteratura.

Ho sempre amato il Natale, fin da piccola, e a quanto pare l’avvento della maturità non ha scalfito il mio entusiasmo per luci colorate, decorazioni, alberi, regali etc. Cerco ancora per la città le mie luminarie preferite, pregusto il giorno in cui farò l’albero e mi autoinvito alle decorazioni degli amici, – forse esagero? Mi sa che esagero. Ma per me il Natale ha ancora quella magia.

Che dire, spero che duri.

Il Natale è vissuto con particolare intensità nella società occidentale, ed è per questo che si tratta di una festività ricorrente nella letteratura, – tralasciamo il cinema, perché ci perdiamo in una produzione immane – soprattutto se parliamo di romanzi incentrati sui rapporti famigliari. Le scene durante le festività natalizie sembrano ogni volta gettare una luce più intensa e precisa sulle relazioni che intercorrono tra gli individui, nel modo in cui il Natale è pensato e festeggiato e in cui ognuno spera che si sviluppi, i regali che si pensano per gli altri e quello che si è pronti a sacrificare per poterli acquistare. Forse è questo, a prescindere dalle radici cristiane o da motivazioni più ludiche, che continua a tenerci legati al 25 dicembre e alle sue tradizioni. Quello che scegliamo di fare in quei giorni, e con chi, dice molto di quello che proviamo.

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Qualche mese fa ho letto Elmet di Fiona Mozley (Fazi editore, 2018), un romanzo di cui secondo me non si è parlato abbastanza e che personalmente ho adorato. Protagonista è Daniel, un quindicenne affamato e sperduto che vaga alla ricerca della sorella maggiore, e ci racconta in retrospettiva di come il suo mondo si è sbriciolato. Fino a pochi giorni prima viveva col padre e la sorella Cathy in una casetta nel bosco, isolata dal mondo civile che diamo per scontato, secondo i ritmi di una natura faticosa da trattare. Elmet è un paesino sperduto nello Yorkshire, l’ultimo regno celtico indipendente, in cui vige una concezione di società antica, che vede il controllo dello Stato come un’intromissione indesiderata e la polizia come un antagonista per lo più assente, e comunque molesto. Elmet è un paese che vive di sotterfugi, malavita e sfruttamento. La famiglia di Daniel non fa eccezione; il padre, il gigantesco John, si guadagna da vivere coi combattimenti clandestini, e di che mangiare con la caccia. Cathy è una creatura selvatica, ferale, di cui si riesce a subodorare la pericolosità. Daniel non è come loro, ha un’anima diversa, delicata, priva di quell’istintiva ferocia che contraddistingue la sua famiglia dal resto della società, e che gli fa sembrare il padre e la sorella come esponenti di un’altra razza.

Tralasciamo la trama, i ricordi della madre scomparsa, i nemici giurati, il finale; tralasciamo ciò che fa del romanzo quel romanzo per un attimo, perché vorrei parlare di una scena in particolare, in cui l’atmosfera natalizia esplode e si fa quasi magica.

John è stato assente tutto il giorno, e Daniel inizia a preoccuparsi. Ma Papà torna, e chiede ai figli di seguirlo nel bosco. È una notte d’inverno e fa freddo, e non ricevono alcuna spiegazione su dove stiano andando. Ma non ha importanza, Cathy e Daniel del padre si fidano ciecamente, e sanno che con lui saranno al sicuro. Arrivano in una radura che odora di cherosene, e scoprono l’albero di Natale che il padre ha preparato per loro. Un tripudio di lampade accuratamente appese ai rami di un albero enorme, una scena fantastica in un bosco immerso nella neve. Rimangono incantati a fissarlo, persi in quella che non posso non considerare la pura magia del Natale; e anche se ho letto Elmet mesi fa, ben prima dell’inizio delle feste, ricordo chiaramente che per me il periodo natalizio è iniziato quel giorno.

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Come scrivevo all’inizio, il Natale è percepito come una festa tipicamente famigliare; le relazioni diventano più evidenti, i legami si rinsaldano anche solo per pochi giorni, o vengono messi alla prova; l’assenza si manifesta in maniera più netta, straziante. Penso all’incipit di Anna Karenina, forse la citazione più celebre di Tolstoj, “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”, e mi viene da aggiungere che tutte le famiglie festeggiano il Natale a modo loro, e sono proprio quelle più strane, disfunzionali e imperfette a farci ripensare a come decidiamo di intendere e vivere la nostra.

Quella di Daniel è un nido nel bosco, separato dal resto del mondo, una situazione anomala e per tanti versi preoccupante, in cui un quindicenne e una diciassettenne non frequentano una scuola pubblica, mancano di amici della loro età, talvolta accompagnano quando deve misurarsi contro uno sconosciuto in un combattimento clandestino. Sono poveri, non hanno granché, e quello che hanno devono sudarselo. È una famiglia che potremmo definire disfunzionale per un sacco di ragioni, e tuttavia basta un albero illuminato di quella luce calda che bagna la neve appena calpestata, ed è Natale non meno che in Piccole donne.

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Perché certo, la situazione non sarà delle più ottimali, ma l’essenziale diventa all’improvviso più che abbastanza: un nucleo ristretto di persone che si vogliono bene, e un padre che nonostante tutto cerca di dare ai figli ciò di cui pensa abbiano bisogno. Funzionale o disfunzionale, una famiglia è tutta lì.

Non era quello che mi aspettavo di trovare in Elmet, ma è qualcosa che sono contenta di aver trovato. E spero che in un modo o nell’altro, troviate un modo di festeggiare; che sia per le luci, per l’albero o per la compagnia.

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #16: un Natale da perfetta Janeite

Questa casella è scritta e aperta da me medesima

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È una verità universalmente riconosciuta che conoscere Jane Austen e le sue eroine equivale ad amarle. Oggi, la zia Jane che tutti amiamo avrebbe compiuto (e compie nel cuore di tutti noi suoi avidi lettori) 243 anni. Celebriamo quindi oggi la vita e le opera di una scrittrice che, quasi tre secoli fa, ha regalato alle sue eroine il ruolo di protagoniste delle loro vite e delle loro storie, regalando loro occhi penetranti e menti aguzze, spumose crinoline (a volte sporche di fango, a discapito delle convenzioni dell’epoca) e un’eloquenza ciceroniana.

Come riportare in vita le atmosfere di Orgoglio e pregiudizio e passare un Natale degno dei Darcy di Pemberley? In una delle puntate precedenti del nostro Avvento letterario, vi ho raccontato come l’Inghilterra celebrava il Natale durante il periodo regency. Il Natale regency non è il Natale vittoriano, anche se ne anticipa alcune caratteristiche: se manca l’abete decorato e illuminato dalla luce delle candeline, gli aromi e i profumi sono già forieri di quella che diventerà l’essenza del Natale moderno. Nel camino, scoppietta lo Yule log, il ceppo di Natale; le case sono decorate di agrifoglio, alloro, edera e rosmarino e si apprestano ad ospitare feste e balli, accogliendo gli astanti col profumo di arance, mele e limoni.

In questa puntata, vi offro degli spunti per ricreare a casa l’atmosfera dei romanzi di Jane Austen, magari per incontrare, come novelle Elizabeth Bennet/Bridget Jones, il vostro Mr Darcy, o anche semplicemente per re-innamorarvi della Austen, delle sue eroine e delle loro storie, delle sue parole eterne. Vi auguro di trascorrere un Natale alla Jane Austen, lontani dallo stress e dal tran tran quotidiano, lontani dagli schermi e da quei social media che impongono confronti con vite perfette  e patinate, standard pressoché impossibili da raggiungere. Vi auguro un Natale più semplice, vicino ai valori veramente importanti, vicino alle persone che amate per momenti di reale, significativa condivisione; per creare memorie, mentre il tacchino si arrostisce lentamente e noi ci sediamo finalmente in poltrona, in pigiama, con la copertina, davanti al focolare nelle case che ci hanno visto imparare a leggere, e ci dedichiamo ai nostri classici preferiti.

Pronti a trascorrere un Natale da perfetta Janeite?

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1. Mettete da parte i tradizionali addobbi natalizie; decorate la casa usando frutta e arbusti di agrifoglio, alloro, rosmarino ed edera, come Jane e sua sorella Cassandra e le altre ragazze dell’epoca. Anche la frutta fresca – specie arance, mele e limoni – veniva usata per decorare, sia per il suo profumo, sia come indicatore dello status sociale delle famiglie regency, in grado di permettersi frutta fuori stagione o addirittura in possesso di una serra riscaldata. Si inizia a decorare la casa il giorno della vigilia di Natale: farlo prima porta male.

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2. Altro che il tradizionale cenone: quest’anno si porta in tavola un menù regency degno dei Darcy di Pemberley. Questo menù natalizio potrebbe comprendere la zuppa bianca di Elizabeth Bennet, l’arrosto di maiale di Miss Bates, il tacchino stufato di Mary Crawford, la coscia di montone arrosto ripiena di ostriche di Emma, il bread pudding della signora Bennet; il tutto generosamente annaffiato da vino all’arancia. Potete trovare le ricette che ho menzionato in Dinner with Mr Darcy, a cura di Pen Vogler. Indossate i vostri grembiuli più vezzosi e, perché no? Vestitevi a tema durante la cena, Etsy e la boutique online del Jane Austen Centre a Bath sono pieni di vestiti e accessori che potete regalarvi e regalare: che aspettate?

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3. Organizzate una festa! Dato che vi siete già vestiti a tema per cena, perché non dedicarvi ai balli regency? I balli erano all’epoca una delle poche occasioni sociali, momento ideale per conoscere persone dell’altro sesso e riuscire ad interagire con loro, in coreografie che ricordano il corteggiamento. Se volete saperne di più, regalatevi A Dance With Jane Austen di Susannah Fullerton. Potreste anche mettere in scena piccoli pezzi di commedie e tragedie, o, perché no, leggere per gli astanti a voce alta pezzi di romanzi della Austen – ma quanto è bello leggere per qualcuno, quanto è dolce che qualcuno legga per noi i nostri passi preferiti? Un regalo di Natale che non costa niente e che significa tutto: amore per la lettura e la letteratura, voglia di stare insieme, condivisione, hygge.

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4. Sostituite una tombolata a base di pandoro e prosecco con un afternoon tea. La madre della Austen, ospite di sua cugina a Stoneleigh Abbey nel Warwickshire, descrive una colazione che può darci un’idea dei cibi da servire: cioccolata calda, caffè, tè, pound cake, toast, pane e burro e torte di frutta secca. La Austen scrive invece alla sorella Cassandra di essersi rovinata lo stomaco a causa dei Bath buns, brioche ricche di burro e zucchero. Un altro tipo di brioche a la mode ai giorni di zia Jane è il Sally Lunn Bun, una sorta di incrocio tra panino dolce arricchito dalla panna.

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6. Preparate un punch per i vostri ospiti. Il punch era una delle bevande più popolari del XVIII secolo, un incrocio tra occidente e oriente sviluppatosi a seguito degli scambi commerciali. Il nome deriva dal Persiano (Panj) e dall’Hindi (Panch) e si riferisce ai cinque elementi necessari per la sua preparazione. Potete trovare una ricetta tradizionale qui.

7. Scrivete lettere di auguri, invece di mandare messaggi su whatsapp. Se Jane non fosse stata un’assidua corrispondente (specie con la sorella Cassandra), non avremmo mai conosciuto alcuni dettagli sulla sua vita. Da una delle lettere a Cassandra, datata 2 dicembre 1815, apprendiamo che Jane si sta godendo un dicembre incredibilmente mite, e si augura che il bel tempo duri almeno fino a Natale. Per carta da lettere e buste da sogno, vi consiglio di dare un’occhiata a elinor marianne (non da ultimo per la sua chiara ispirazione austeniana).

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7. Organizzate una maratona di film e serie BBC tratte dalle opere austeniane, dalla camicia bagnata di Mr Darcy a Pemberley (e chi si scorda la celeberrima scena, interpretata dal Darcy per eccellenza, Colin Firth?) all’adorabile impertinenza di Elizabeth Bennet/Keira Knightley, dal matchmaking fallito dell’irresistibile Emma/Gwyneth Paltrow al compassato Edward Ferrars/Hugh Grant nella versione di Ragione e sentimento del 1995 (con un grandissimo cast: Emma Thompson, Kate Wislet, Alan Rickman).

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8. Dulcis in fundo: leggete, rileggete e riscoprite quei sei romanzi perfetti che sono patrimonio della letteratura universale e non cessano mai di stupire. Ogni rilettura regala nuovi punti di vista e regala chiavi di lettura inedite.

Buon Natale, Janeite!

Il Calendario dell’Avvento letterario #15: il Natale è una storia

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Signorina Lave

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Il libro più bello che ho letto quest’anno è arrivato per caso, come tutte le cose migliori. L’avevo comprato mesi prima e lasciato su una mensola della libreria: non leggo subito un libro che ho desiderato e che so che potrebbe piacermi, ma aspetto, lo faccio diventare parte di casa mia. Poi un giorno, all’improvviso, lo pesco dal Ripiano dei Non Letti ed è come se lo vedessi per la prima volta: è arrivato il momento, sono pronta.

Voci del verbo andare di Jenny Erpenbeck (traduzione di Ada Vigliani, Sellerio) è un romanzo che parte da una riflessione sul tempo ed è capitato nella mia vita proprio quando stava per cambiare tutto: erano ultimi giorni di lavoro prima della pausa maternità e mi trovavo spesso a chiedermi come sarei stata dopo e in che modo mi sarei riscoperta diversa.

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La vita del protagonista ha cambiato ritmo: è in pensione e, dopo la morte della moglie, la sua casa sul lago è vuota e silenziosa. Le giornate sono tutte da inventare, da come vestirsi quando non hai più un ruolo pubblico e formale, alla spesa da fare, agli scatoloni da risistemare.

Un giovedì di fine agosto Richard si trova ad assistere alla protesta di un gruppo di profughi in una piazza di Berlino: gli passa accanto andando e tornando dai suoi giri, registra meccanicamente quanti sono e i loro cartelli, ma non li mette veramente a fuoco. Quando, a casa, rivede la protesta al telegiornale, quando la vede da fuori, piano piano inizia a cambiare tutto. La nuova vita sembra procedere nella tranquillità delle piccole incombenze di tutti i giorni, ma il pensiero di quei profughi resta lì, da qualche parte in sottofondo.

Per capire in cosa consista il passaggio da una vita quotidiana interamente occupata e prevedibile alla vita quotidiana aperta in ogni direzione, esposta per così dire alle correnti, ossia quella che conduce un profugo, Richard deve sapere come stavano le cose all’inizio, come stavano a metà e come stanno adesso. Là dove la vita di una persona confina con l’altra vita della stessa persona, deve pur rendersi visibile il passaggio che, ad un esame attento, di per sé non è nulla.

Decide così di andare a cercare le storie degli altri e di annotarle: lo fa perché è un filologo classico ed è abituato a leggere la realtà attraverso la lente della cultura umanistica, ma lo fa anche perché quelle facce e quelle voci che gli raccontano traversate tremende e famiglie spezzate così diventano più vere, più reali.

La guerra distrugge tutto, dice Awad: la famiglia, gli amici, il luogo in cui sei vissuto, il lavoro, la vita di tutti i giorni. Da straniero, dice Awad, non hai più scelta. Non sai dove stai andando. Non sai più nulla. Non riesco più a vedermi, non riesco a vedere il bambino che sono stato. Di me stesso non ho più alcuna immagine.

Richard passa le giornate ad ascoltare le vite dei profughi: le accoglie nella sua, prova a dare un aiuto che non sia solo l’ascolto.

Non aveva ancora mai considerato le cose da quel punto di vista: ciò che lì ai suoi occhi è pace, per quegli uomini è in linea di principio sempre e ancora guerra, finché essi non avranno il diritto di considerare quel mondo il loro mondo.

C’è un motivo per cui state leggendo di questo libro in una casella del Calendario dell’Avvento: perché ci sono pagine bellissime che ci raccontano Richard che non vuole passare il Natale da solo e allora invita a casa uno dei profughi, preparando tutto, dall’albero alla cena.

E poi l’ateo Richard, che ha avuto una madre evangelica, si mette con il suo amico musulmano davanti a quel retaggio di paganesimo che è l’albero di Natale illuminato, sul quale sono fissate solo candele di cera autentica, questa era sempre stata la regola per Richard e sua moglie.

Una serata normale, nel calore di una casa altrimenti vuota, per mangiare insieme e per ascoltare la storia di Rashid e dei figli che non ha più.

È probabile che il tè alla menta sia già freddo. Richard è lì seduto ad ascoltare in assoluto silenzio e, neanche lontanamente, pensa di portarsi la tazza alla bocca. Sa che questo racconto di Rashid è una specie di regalo.

E poi forse c’è anche un altro motivo: perché mai come in questi tempi disumani è importante leggere un romanzo così, che fa venire voglia di andare a guardare le cose con i propri occhi e di provare a dare a una mano. Perché una volta finito anche tu, come Richard, ti ritrovi un po’ diverso: questo è il segreto delle storie capaci di accendere una piccola luce.

Il Calendario dell’Avvento letterario #14: Charlotte Brontë e il mistero di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Serena & Selene di The Sisters’ Room – a Brontë ispired blog

 

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Esiste una storia bronteana ambientata nel periodo di Natale che forse solo in pochi hanno letto. Si tratta della vicenda di Matilda Fitzgibbon, l’ultima eroina pensata da Charlotte e protagonista del romanzo incompiuto Emma. Matilda è un personaggio femminile che Brontë non ha avuto il tempo di portare a compimento, e che nasconde un vero e proprio mistero.

Come altre ben più celebri protagoniste di Charlotte, Matilda è ospite di un collegio femminile. Si tratta di una ragazza piuttosto impopolare tra le alunne, viziata e celebrata dalla direttrice per via delle sue origini aristocratiche. Si conosce ben poco di lei, se non quello che raccontano la regale carrozza che l’ha portata al collegio e i suoi abiti costosi. Sarà durante le feste di Natale però che questa presunta aristocraticità inizierà a destare sospetti. Quando infatti la direttrice invierà una comunicazione alle famiglie, informandosi sui piani delle alunne per il periodo festivo, tutte risponderanno tranne una: quella di Matilda. È così che entra in gioco William Ellin, rielaborazione di un personaggio precedentemente pensato per un altro romanzo, il quale investigherà sulla storia di Matilda Fitzgibbon scoprendo che la sua famiglia in realtà non esiste. Chi è allora questa ragazza? Davanti alle domande freddamente poste dalla direttrice, la giovane si accascia al suolo turbata, suscitando la tenerezza del signor Ellin, il quale invita tutti a rispettare la sua delicata natura prima ancora di interrogarsi sulle sue origini sociali.

Riguardo questo manoscritto, il marito di Charlotte, reverendo Arthur Bell Nicholls, raccontò all’ editore George Smith che in una fredda sera del 1854: “Mentre eravamo seduti davanti al fuoco, ascoltando il vento che infuriava attorno alla casa, la mia povera moglie disse all’improvviso ‘Se non fossi stato con me, sicuramente in questo momento starei scrivendo’. Corse al piano di sopra, portò giù l’inizio del suo Nuovo Racconto e lo lesse ad alta voce. Quando finì osservai ‘I critici ti accuseranno di essere ripetitiva, hai di nuovo parlato di una scuola’. Lei rispose ‘ Oh, lo cambierò. Ricomincio sempre due o tre volte prima di essere soddisfatta’”. Ma non fu così, e Charlotte non ebbe il tempo di modificare nuovamente la storia.

Il mistero di Natale contenuto in questo romanzo mai terminato, si accompagna dunque al mistero di come Charlotte Brontë avrebbe potuto cambiare o riscrivere la storia. Impossibile negare che è anche qui il fascino di quest’opera incompiuta, e in un periodo come questo ve la raccomandiamo accompagnata da biscotti e thè, perché è perfetta da leggere comodi, davanti al camino, abbandonandosi alle domande e alla fantasia.

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Il Calendario dell’Avvento letterario #13: il Natale in Russia, Ded Moroz e la storia di Babushka

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di La Biblioteca di Babele

Ad essere sincera, più che l’atmosfera del Natale e delle feste in generale, a interessarmi maggiormente sono sempre state le leggende e le tradizioni dei diversi Paesi, motivo per cui ogni tanto mi metto a fare ricerche e scopro storie affascinanti. Questa volta mi sono dedicata a un posto freddissimo!

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Se da noi i bambini aspettano con ansia l’arrivo di Babbo Natale, nella fredda Russia chi porta i regali? Lì esiste Nonno Gelo che con l’aiuto della nipote Sneguročka, la “fanciulla di neve” che sarebbe una personificazione dell’inverno, se ne va in giro a distribuire doni a Capodanno. È un vecchietto dalla barba lunghissima che porta un abito blu (nel periodo comunista era rosso, come il colore della bandiera dell’URSS) o bianco con pelliccia e tiene in mano uno scettro. Inizialmente Ded Moroz era il demone Morozko che congelava le persone, ma poi cambiò nome e diventò Nonno Gelo, la cui unione con la primavera, Vesna, generò Sneguročka (che da figlia, fu poi convertita in nipote di Nonno Gelo).

Ma c’è un’altra figura tipica del periodo natalizio e festivo russo, una figura che con l’avvento del comunismo fu soppressa e sulla quale, però, esiste una storia molto carina. Parliamo di Babushka (“la nonna”), che corrisponderebbe alla nostra Befana e, come Nonno Gelo, porta i regali ai bambini.

Babushka era una signora sempre impegnata nelle faccende domestiche, aveva una casa bellissima che non faceva altro che pulire e spolverare; lucidava sempre tutto, cucinava piatti buonissimi, ordinava e teneva molto bene anche il suo giardino. Ma dato che aveva sempre da fare, non si accorse della stella splendente che illuminò il cielo notturno, del suono delle campane, delle zampogne. Però sentì il rumore dei compaesani che bussavano alla sua porta.

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Quando andò ad aprire, dei pastori le chiesero di potersi scaldare un po’ davanti al suo fuoco e lei, nonostante pensasse alla sua bella casa pulita e in ordine, li fece entrare interrompendo la sua tranquillità. Non appena videro tutte le cose buone che Babushka aveva preparato, i pastori rimasero estasiati e lei, che era una donna buona, offrì loro quelle leccornie. Intanto chiese loro dove andassero e, quando quelli risposero che stavano seguendo una stella che indicava il luogo in cui era nato un bambino speciale, re del Cielo e della Terra, e che poteva venire anche lei, Babushka disse che avrebbe dovuto portagli un dono ai giocattoli del suo bimbo morto piccolissimo, tutti messi dentro una grande cesta. Però rispose, non troppo convinta, che sarebbe andata l’indomani. Avrebbe dovuto pulirli, lucidarli tutti e scegliere il più bello.

L’indomani passarono altri pastori a chiederle se fosse pronta per partire, ma non lo era ancora, non aveva trovato un giocattolo degno di quel bambino così speciale. Quando però li ebbe puliti tutti le parvero bellissimi e finalmente il terzo giorno Babushka partì; chiedeva dei pastori e le persone le indicavano la strada, ma quando arrivò a Betlemme un albergatore le disse che da lui era pieno e il bambino era in una stalla su una collina. Arrivata lì, però, non trovò nessuno, erano andati tutti via. Ma lei non si è mai persa d’animo e secondo la leggenda sta ancora cercando quel piccolo re, ogni anno va di casa in casa a chiedere se ci sia Gesù Bambino e anche se non lo trova lascia uno di quei giocattoli con cui era partita per altri bambini che, pur non essendo Gesù, sono sempre un dono del Signore.

Il Calendario dell’Avvento letterario #12: il pianeta degli alberi di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di Librangolo acuto

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Anche quest’anno, come tutti gli anni, non poteva mancare il mio post “natalizio ma non troppo” su questo blog.

Giuro, quest’anno ci ho provato – e lo dico veramente – a farmi pervadere dalla gioia del Natale, dalle luci dei mercatini e dal profumo di cannella.

Proprio ieri sono uscita a farmi un giro per negozi, per scegliere qualche regalo da acquistare e farmi, appunto, pervadere dalla gioia.

Ho passeggiato per le strade del centro di Barcellona, ho comprato una sciarpa in puro acrilico della quale non avevo bisogno, ho bevuto un caffè bollente accompagnato da una treccina di pasta sfoglia, ho guardato le vetrine e valutato l’ipotesi di acquistare una barretta di cioccolato avvolta in una carta colorata e piena di simpatici pupazzi di neve.

Ho fatto tutto secondo i piani, ho seguito le azioni e le regole di chi, appunto, gioisce del Natale.

E quindi, mi chiederete, come è andata? Eh. È andata che non vedevo l’ora di tornare a casa, che ho dribblato la gente per le strade, ho ingurgitato la treccia al cioccolato senza neanche masticarla, ho bevuto il caffè rischiando un’ustione di terzo grado alla lingua, ho scelto la sciarpa meno natalizia all’interno di tutto il negozio e poi, per tornare alla normalità, sono andata al Lidl a comprare la carta igienica, preferendola alla barretta di cioccolato con pupazzetti e fiocchi di neve.

Dove ho sbagliato? Non lo so dove ho sbagliato, forse, in verità, semplicemente non sono ancora pronta.

Una cosa, però, rispetto agli anni scorsi è sicuramente cambiata: ho iniziato a considerare di leggere anche romanzi normali in questo periodo dell’anno.

Ebbene sì, gente, forse la vecchiaia mi fa essere meno scontroso Grinch e più nostalgica Piccola fiammiferaia. Certo, pur sempre in quantità molto limitate, per non dire quasi completamente nulle, ma meglio di niente. Sono cosciente, diciamo, di avere margini di miglioramento ma che non tutto è perduto: la mia umanità è salva!

Per questa casella, infatti, non ho scelto libri che parlano di morti sanguinolente, parchi natalizi dell’orrore ed efferati omicidi, nossignori. Per questa casella ho scelto di parlarvi di Gianni Rodari e del suo Il pianeta degli alberi di Natale.

 

Ho conosciuto Rodari ad appena 6 anni, credo, grazie al suo romanzo C’era due volte il Barone Lamberto ovvero i misteri dell’isola di San Giulio. Lo leggevo a ripetizione, giuro, forse una volta ogni tre-quattro mesi, perché mi divertiva moltissimo, lo trovavo geniale e piacevole (la dolcissima signorina Delfina occuperà per sempre un posticino nel mio cuore).

Per anni – e vi assicuro che non ero più una bambina ma una grande, grossa adolescente con svariati problemi ormonali e di seboregolazione –, ho cercato di diffonderne il verbo, regalandone copie a destra e a manca e costringendo mia cugina ad ascoltarmi mentre lo leggevo ad alta voce, sputacchiando parole a caso a causa dell’evidente difetto di pronuncia dovuto all’apparecchio per i denti.

Purtroppo la mia passione è rimasta solo mia: il Barone Lamberto nessuno delle mie conoscenze se lo è cagato di striscio e io ho imparato a capire quando è bene lottare per qualcosa e quando, invece, il rischio concreto di identificarsi con il Don Quijote è dietro l’angolo.

Così, visto che con lo sfigato Lamberto non ho ottenuto nulla di buono e visto soprattutto che un po’ di quell’animo giovane e combattivo mi è rimasto, quest’anno ho deciso di riprovare a diffondere il verbo di Rodari e ho scelto Marco invece che il Barone, sperando di trovare qualcuno, questa volta, che mi stia a sentire.

Vi risparmierò la lettura ad alta voce, soprattutto perché negli anni ho appreso che sono brava solo a leggere gli oroscopi con lo stesso tono di voce e lo stesso irrefrenabile entusiasmo dell’ora esatta e vi risparmierò anche il regalo di una copia sgualcita trovata al mercatino dell’usato (cosa che ho fatto, credetemi, per diversi anni con il povero Lamberto).

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Marco è un bambino romano – di Testaccio, per essere precisi – che per il giorno del suo compleanno riceve in regalo dal nonno un cavallo a dondolo, di quelli di legno, un po’ vintage, che nessuno, ormai, regala più. Triste e un po’ deluso da questo regalo insolito e anche un po’ sgradito, poco prima di mettersi a letto, decide di maledirlo un po’ e poi di montarci su.

D’un tratto, senza che se ne renda neanche conto, Marco viene catapultato nello spazio e poi su una navicella spaziale e si trova così lontano, ma così lontano, che la Terra non è che un anonimo puntino.

Senza che vi sveli troppo i dettagli del perché e del per come – che sì che tanto siamo tra amici e ce piace cazzarà, ma lo spoiler va accuratamente negato –, Marco raggiunge il pianeta degli alberi di Natale, dove l’aria è sempre dolce, non piove mai e se piove piovono coriandoli, le vetrine non hanno i vetri, esistono i marciapiedi mobili e, cosa più importante, ogni giorno è giorno di Natale.  Le strade sono sempre addobbate e sui davanzali delle finestre, in piccoli vasi colorati, si trovano degli alberi di Natale che nascono già decorati, con palline, nastrini, stelle comete e tutto l’armamentario.

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Su questo pianeta, più piccolo della Terra, l’anno solare dura solo 6 mesi, ogni mese dura 15 giorni e ogni settimana dura solamente 3 giorni: un sabato e due domeniche.

Il clima non è mai troppo caldo o troppo freddo, non esistono i soldi o le monete e gli abitanti del posto, oltre ad andare in giro sempre in pigiama – che è e rimarrà per sempre un mio sogno nel cassetto – si cibano di tristecche e zuppe di mattoni traforati ripieni.

In un posto così, nonostante la mia avversione per il clima natalizio, ci vivrei persino io, per poter chiamare il 17 e farmi raccontare delle fiabe al telefono, quando non riesco a dormire.

Certo, l’alimentazione a base di mattoni non è esattamente invidiabile, ma è un compromesso al quale posso scendere. Nel Pianeta degli alberi di Natale non manca nulla, sono tutti felici, l’aria profuma di mughetto, è possibile farsi intestare le strade e basta semplicemente chiedere per avere qualcosa, senza che sia necessario acquistarla, dopo aver magari fatto un giro sul cavallo a dondolo mezzo pubblico della città.

L’unica preoccupazione degli abitanti di questo pianeta è la Terra, da loro chiamata Serena, con i suoi abitanti. Quando i sereniani scopriranno l’esistenza di questo pianeta, come si comporteranno con i suoi abitanti? Saranno ostili e cercheranno di sopraffarli? Avranno paura del diverso oppure cercheranno una soluzione per coesistere e, perché no, coabitare garantendo la pace cosmica?

Lo scopo della visita di Marco e di tantissimi bambini come lui è proprio quello di scongiurare un possibile atteggiamento di chiusura.

Un libro, questo, dedicato “ai bambini di oggi, astronauti di domani”, portavoce del cambiamento e del progresso tecnologico.

È questa, in fondo, la preoccupazione di Rodari e anche un po’ la mia: gli esseri umani smetteranno mai di avere paura del diverso? Forse sì, ma solo se si lavora su di loro prima che diventino astronauti del domani.

Il Natale, con tutto il suo carico di buoni sentimenti e altruismo, mi sembra proprio un ottimo momento per riflettere e far riflettere su questo argomento. Magari i diversi di oggi non vivono la loro giornata in pigiama e non mangiano tristecche, non usano i trinocoli per guardare in mare e non si spostano con i cavalli a dondolo, ma forse importa?

A me piacerebbe averceli amici gli abitanti di questo pianeta, sia mai che dovessero esportare il brevetto dei marciapiedi mobili, soprattutto nei tratti in salita!