Quando Nabokov incontrò la sua Vera

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È l’otto maggio 1923. Lui è un giovane poeta ventiquattrenne in cerca di affermazione e successo, lei una ventunenne pronta a sfidare il suo destino. Lo sfondo è quello di una festa di beneficenza a uso e consumo degli émigrés di Berlino.

La ragazza si materializza davanti al poeta. Indossando una maschera da Arlecchino, che si rifiuta di togliere, inizia a declamare i versi di una delle poesie di Nabokov, ritagliata dal giornale russo liberale Rul’ qualche mese prima e imparata a memoria. È un incontro quasi shakesperiano, che richiama il destino di altre  coppie letteraria – Pessoa si dichiara a Ofelinha usando i versi dell’Amleto; Olga Ivanskaja (eternata come Lara in Dottor Zhivago – anche se il suo ruolo di musa ispiratrice è tuttora contestato) si innamora di Pasternak attraverso le poesie di lui, dopo averlo conosciuto confessa a un’amica di aver ‘parlato con Dio’ e lo incontra ogni giorno sotto la statua di Pushkin a Mosca.

Nabokov esce da un periodo di dolore ovattato, in cui la fine del suo primo amore si fonde con la morte del padre. Svetlana Siewert, sua promessa sposa, ha infatti rotto il fidanzamento col giovane poeta, cedendo alle pressioni della sua famiglia, dubbiosa sul futuro e sulle possibilità economiche di Nabokov come marito; il padre dello scrittore, Vladimir Dmitrievich Nabokov, avvocato, statista e giornalista, viene ucciso dal monarchico Pavel Milyukov, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Vladimir, e un’eco tragica e profonda nella sua poetica.

L’incontro con Vera fende la nebbia della sua sofferenza e della sua confusione e regala a Nabokov una nuova, luminosa speranza: quella di poter essere amato, di poter essere compreso, di essere riuscito a trovare qualcuno in cui rispecchiarsi (my mirror twin, my next of kin, scriveva Leonard Cohen: mio specchio, sangue del mio sangue). Grazie a Vera, Nabokov riscopre una rinnovata fiducia nella vita e nella possibilità di essere felice. Vera diventerà non solo sua moglie e madre di suo figlio, ma sua partner in crime, sua compagna in senso più simbiotico del termine: assistente, amministratrice, autista (Nabokov ha paura di guidare), archivista, stenografa in quattro lingue diverse, bodyguard (inizia a portare una pistola nella borsetta dopo la pubblicazione di Lolita, paventando la possibilità di attentati a seguito delle tematiche scottanti presenti nel romanzo). Vera salverà anche il destino della stessa Lolita, eterna, ribelle, ineffabile ninfetta, sottraendo il romanzo dalle fiamme in cui Vladimir l’ha gettato.

A luglio 1923, appena due mesi dopo il fatale incontro, Vladimir scrive a Vera:

I won’t hide it: I’m so unused to being — well, understood, perhaps, — so unused to it, that in the very first minutes of our meeting I thought: this is a joke… But then… You are lovely…

(Non posso nasconderlo: non sono abituato a essere – beh, compreso, probabilmente. Sono così poco avvezzo a questa sensazione che già durante i primi minuti del nostro incontro ho pensato: è uno scherzo. E invece… Sei adorabile…)

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Nabokov eterna la magia dell’incontro con Vera nella poesia The encounter, un trionfo di immagini ricche di suggestioni: la notte vellutata, il profilo da lupo di Vera, le sue labbra tenere, la seduzione dei castagni. Forse una sorta di romantica pietà commuove l’innominata seduttrice, facendole intravedere il suo destino: Vera è colei che Nabokov ha tanto atteso. Il fato ha scoccato i suoi inesorabili strali, e la possibilità di soffrire aleggia come uno spettro sulla giovane coppia: il cuore del poeta esplode allora in una supplica accorata, pregando Vera che non lo lasci viaggiare da solo, ma condivida gioie e fardelli di questo nuovo, inevitabile, meraviglioso destino condiviso.

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The Encounter (enchanted by this strange proximity)

Longing, and mystery, and delight…
as if from the swaying blackness
of some slow-motion masquerade
onto the dim bridge you came.

And night flowed, and silent there floated
into its satin streams
that black mask’s wolf-like profile
and those tender lips of yours.

And under the chestnuts, along the canal
you passed, luring me askance.
What did my heart discern in you,
how did you move me so?

In your momentary tenderness,
or in the changing contour of your shoulders,
did I experience a dim sketch
of other — irrevocable — encounters?

Perhaps romantic pity
led you to understand
what had set trembling that arrow
now piercing through my verse?

I know nothing. Strangely
the verse vibrates, and in it, an arrow…
Perhaps you, still nameless, were
the genuine, the awaited one?

But sorrow not yet quite cried out
perturbed our starry hour.
Into the night returned the double fissure
of your eyes, eyes not yet illumed.

For long? For ever? Far off
I wander, and strain to hear
the movement of the stars above our encounter
and what if you are to be my fate…

Longing, and mystery, and delight,
and like a distant supplication….
My heart must travel on.
But if you are to be my fate…

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Frammenti di un discorso amoroso #5: Charlotte Brontë e l’amore non corrisposto

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Una delle condizioni peggiori, che prima o poi sperimentiamo tutti (se non vi è mai successo che dire, siete molto, molto fortunati) è amare senza essere ricambiati. È un enorme spreco di tempo, sonno ed energie emotive, indirizzate a qualcuno che, nel migliore dei casi, ignora allegramente la nostra esistenza.

Non è facile parlare dell’amore in generale, a maggior ragione quando è un sentimento a una sola direzione, un vicolo cieco, un buco nero di insicurezza e inadeguatezza e domande senza risposta. Chi ama di più è il sottomesso, e deve soffrire, scriveva Thomas Mann in Tonio Kröger: ma qual è il destino di chi ama immensamente senza essere ricambiato, nemmeno in minima parte? Se è difficile comprendere – e spiegarsi – perché ci si innamora di qualcuno che magari è lontanissimo dall’idea di compagno/a che si è sempre nutrita, è ancora più difficile spiegarsi – ed accettare – il fatto di non essere ricambiati. Se siete un po’ simili a me, combattuta dall’adolescenza in poi tra il desiderio di non fallire – nemmeno nella conquista degli affetti altrui – e l’impossibilità di lasciar andare, capirete come doveva sentirsi la povera Charlotte Brontë, che, nell’algida Bruxelles, perde la testa per un uomo che è un po’ un connubio delle caratteristiche peggiori: è il suo insegnante di francese (l’infelice vicenda le ispira appunto il romanzo Il professore), è sposato, è indifferente alle sue grazie.

Cercando probabilmente un po’ di chiusura, Charlotte scrive al professore dei suoi desideri una lettera sofferta e sentita, che vi propongo nella traduzione di Laura Ganzetti de Il tè tostato (tratta da Ma la vita è una battaglia, L’orma editore).

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A Costantin Héger

8 gennaio 1845

Haworth – Bradford – Yorkshire

 

Il signor Taylor è tornato, gli ho domandato se avesse una lettera per me: “No, nulla”. “Pazienza,” mi sono detta “sua sorella arriverà presto.”

È tornata anche la signorina Taylor: “Non ho niente per lei da parte del signor Héger” mi ha detto “né lettere né messaggi”.

Ho capito quel che c’era da capire. Mi sono ripetuta ciò che avrei detto a chiunque altro si fosse trovato nella mia stessa situazione: “Devi rassegnarti, e, soprattutto, non affliggerti per un dolore che non meriti”. Mi sono sforzata di non piangere, di non lamentarmi. Ma quando non ci si lagna e ci si costringe tirannicamente a dominarsi, ogni facoltà inizia a ribellarsi, e si paga la calma esteriore con una lotta interiore quasi insostenibile. Giorno e notte non trovo riposo né pace. Quando riesco a addormentarmi sono tormentata da brutti sogni in cui lei è sempre severo, sempre accigliato, sempre arrabbiato con me.

Mi perdoni dunque, signore, se mi sono decisa a scriverle ancora. Ma come potrei sopportare la vita senza fare alcuno sforzo per alleviare la sofferenza? So che leggere questa lettera la farà innervosire. Si dirà ancora una volta che sono un’esagitata, che ho pensieri cupi e così via. E sia, non voglio giustificarmi, accetto ogni suo rimprovero. Ciò che so è che non posso e non voglio rassegnarmi a perdere del tutto l’amicizia del mio maestro. Preferirei patire i più grandi dolori fisici che avere il cuore lacerato da rimpianti tanto cocenti. Se il mio maestro mi priva di tutta la sua amicizia perderò ogni speranza, ma se me ne concederà un poco, anche solo pochissima, io sarò contenta, felice, avrò un motivo per vivere, per lavorare.

Signore, il povero non ha bisogno di molto per vivere, chiede soltanto le briciole che cadono dalla tavola dei ricchi. Ma se gli sono negate, morirà di fame. Così anch’io non ho bisogno di un grande affetto da parte delle persone che amo, non saprei cosa farne di un’amicizia piena e completa, cosa a cui non sono abituata. Eppure quando ero sua allieva a Bruxelles lei ha manifestato un poco di interesse nei miei confronti, e tengo a quel poco quanto tengo alla vita stessa.

Forse mi dirà: “Non provo più il minimo trasporto per lei, signorina Charlotte, non fa più parte della mia vita, l’ho dimenticata”. Ebbene signore, se le cose stanno così me lo dica con franchezza. Ne resterò sconvolta, ma non importa, sarà comunque meno orribile dell’incertezza. 

Non voglio rileggere questa lettera, la spedisco così come l’ho scritta. Tuttavia ho l’oscura consapevolezza che persone fredde e assennate leggendola potrebbero dire: “Costei vaneggia”. Per vendetta augurerei a costoro un solo giorno dei tormenti che ho subito negli ultimi otto mesi, e allora voglio vedere se non vaneggerebbero anche loro.

Si soffre in silenzio finché se ne ha la forza, quando questa viene meno ci si lascia andare senza misurare troppo le parole.

Le auguro, signore, felicità e prosperità.

CB

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                                  Constantin Georges Romain Héger (1809 – 1896)

 

Soundtrack: Stubborn love, The Lumineers

 

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Frammenti di un discorso amoroso #4: Henry James e gli errori generosi dell’amore

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Isabel Archer, l’affascinante, sfortunata protagonista di Ritratto di signora, capolavoro di Henry James, è una delle mie eroine preferite. È bella, intelligente, intraprendente e non priva di una certa hybris che, insieme alla caparbietà esacerbata dalla sua giovane età, la conduce a scelte rovinose.

La giovane americana si ritrova per la prima volta in visita nel vecchio mondo ed eredita inaspettatamente un discreto patrimonio, che le regala indipendenza e mezzi per poter esplorare l’Europa secondo il suo capriccio. Ed è proprio qui che tutto inizia ad andare storto, quando Isabel ha tutto, bellezza, ricchezza, un continente da esplorare e un discreto contingente di spasimanti tra cui scegliere: l’americano Caspar Gloomwood, l’inglesissimo Lord Warburton, lo sfuggente, malaticcio cugino Ralph, suo segreto benefattore, e l’enigmatico, oscuro Gilbert Osmond, dalle motivazioni dubbie e dai tanti, troppi segreti. Indovinate per quale di questi gentiluomini Isabel decide di sacrificare la tanto agognata indipendenza? Ecco, appunto.

Il suo percorso è un percorso di crescita e maturazione, al cui termine Isabel è costretta però a rendersi conto di quanto abbia sbagliato, di quanto abbia sacrificato per un uomo che in cambio non le ha dato che sofferenze e bugie. Isabel scopre quanto l’amore, quello stesso sentimento che aveva evitato con cura e corteggiato con curiosità a fasi alterne, possa attutire i sensi e la ragione fino a perdere di vista la propria identità, il proprio percorso, il proprio posto nel mondo.

Nel frammento che vi propongo oggi, Isabel è un’eroina spezzata, confusa, spaventata. Ha scoperto che l’uomo che ha scelto di sposare non è la persona che sperava, ma un estraneo dal passato torbido, che non può offrirle altro che un futuro di ipocrisie e disprezzo in una gabbia dorata, una casa di specchi. La situazione tra i due esplode quando Isabel si strugge per raggiungere suo cugino Ralph, le cui condizioni di salute non lasciano più adito a speranze: il marito glielo vieta tassativamente, ma Isabel decide di partire lo stesso, essendosi resa conto di essere innamorata di Ralph, che a sua volta l’ha sempre amata. Sul letto di morte, Ralph le insegna a vivere con se stessa e con i suoi errori, a perdonarsi, ad avere ancora fiducia in quell’amore che è l’unica cosa che resta, l’unica cosa in grado di cancellare odio e dolore.

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Isabel Archer mi fa sperare. Sì, mi fa sperare in una sorta di redenzione collettiva, un’amnistia generale, un’indulgenza universale che cancelli tutti gli errori, una sorta di rieducazione per quella diabolica tendenza a continuare a commetterne, un barlume di speranza nelle terze, nelle quarte, nelle quinte possibilità, senza cedere alle facili tentazioni del cinismo e del disincanto.

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– Oh, sì, sono stata punita – singhiozzò Isabel.

Egli rimase un poco in ascolto, e poi continuò:

– Ha preso molto male la vostra venuta?

– Mi ha reso la cosa molto dura. Ma non m’importa.

– È tutto finito tra voi?

– Oh no; non credo sia finito tutto.

– Tornerete da lui? – ansimò Ralph.

– Non lo so…non posso dirlo. Rimarrò qui più che potrò. Non voglio pensare…non ce n’è bisogno. Non m’importa d’altro che di voi, e ciò mi basta, per adesso. Durerà ancora un poco. Qui, in ginocchio, con voi morente tra le mie braccia, sono più felice di quanto non fossi da gran tempo. E voglio che siate felice anche voi…che non pensiate a niente di triste; che sentiate solo che vi sono vicina, che vi amo. Perché dovrebbe esserci il dolore? In ore come queste che cosa abbiamo a che fare con il dolore? Non è il dolore la cosa più profonda; c’è qualcosa di più profondo ancora.

Ralph evidentemente trovava di momento in momento sempre più difficoltà a parlare; doveva aspettare più a lungo per riprendersi. Dapprima parve non rispondere a queste ultime parole; lasciò passare molto tempo. Poi mormorò soltanto:

– Dovete restare qui.

– Vorrei restare…finché sembrerà giusto.

(….)

– Passa, dopo tutto; sta passando, ora. Ma l’amore rimane. Non so perché dobbiamo soffrire tanto. Forse lo scoprirò. Vi sono molte cose nella vita E voi siete molto giovane.

– Mi sento molto vecchia – disse Isabel.

– Tornerete ad essere giovane. È così che vi vedo io. Io non credo…non credo…. – ma si fermò di nuovo; le forze gli mancavano.

Ella lo pregò di stare calmo, ora.

– Non abbiamo bisogno di parlare, per capirci – ella disse.

– Non credo che un errore generoso come il vostro possa farvi del male troppo a lungo.

– Oh, Ralph, sono molto felice ora – ella proruppe tra le lacrime.

– E ricordatevi questo – egli disse ancora – che se siete stata odiata, siete anche stata amata.

(Trad. a cura di Pina Sergi Ragionieri, Biblioteca Economica Newton)

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Soundtrack: Comes love, Billie Holiday

Frammenti di un discorso amoroso#3: Doris Lessing e l’esilio degli amanti

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

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Innamorarsi significa ricordare il proprio esilio.

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In uno dei miei rari momenti di decluttering matto e disperato, conseguenza di un giugno di piogge autunnali, tra le mie carte, le mie scartoffie e i miei mille quadernini ho trovato un quaderno del 2007, in cui, oltre ai miei soliti deliri, avevo appuntato alcuni passaggi di Amare, ancora di Doris Lessing.

È stato il primo (e finora unico) libro della Lessing che abbia letto; se aveste quindi consigli e/o suggerimenti per approfondirla, mi farebbe piacere che me li lasciaste nei commenti.

Ho scelto questa citazione non solo perché la trovo molto bella, ma anche perché mi ha ricordato “la stanza dell’amore” che Wendell Berry racconta in Hannah Coulter e una poesia di Elizabeth Barrett Browning, il Sonetto 22, una sorta di preghiera per

A place to stand and love in for a day, 

With darkness and the death-hour rounding it.

(un posto dove restare e amare per un giorno,

con intorno le tenebre e l’ora della morte).

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In Amare, ancora Doris Lessing affronta, da una prospettiva tutta femminile, amore e sessualità delle persone di mezza età (per fare un collegamento un po’ poptimist, la stessa tematica affrontata dalla serie Netflix Grace and Frankie, con una Jane Fonda in forma smagliante). La Lessing racconta quella passione – e quel dolore – che non conoscono età, quell’inarrestabile bisogno d’amore che accompagna gli esseri umani lungo l’intero corso della loro vita.

Rileggendo questo estratto, nove anni dopo, la Lessing mi ha ricordato, dalle pagine del mio quadernino, quanta voglia avessi di innamorarmi e di entrare a far parte di quello che mi sembrava un club esclusivo, aperto solo a persone che  – specie durante la fase dell’innamoramento – sperimentano una serie di sintomi più o meno preoccupanti, dalla cecità parziale (che esclude la persona amata) a livelli altissimi di imbarazzo e goffaggine, dalle farfalle nello stomaco alla distrazione celestiale, dalla balbuzie temporanea al cuore in gola.

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Lorusso, Lovers and Lautrec

Che strana cosa che la prima aspirazione di quanti sono in preda all’amore o al desiderio sia quella di rinchiudersi insieme in un qualche rifugio o in una solitudine, io e te da soli, tu e io soltanto, per un anno almeno o per venti, e che poi ben presto, o in ogni caso dopo un salutare lasso di tempo, coloro che un tempo sono stati tanto ardentemente ed esclusivamente desiderati vengano lasciati liberi in un paesaggio popolato da amici e da amori, legati tra loro dal richiamo di invisibili e segrete affinità: se abbiamo amato, o amiamo, la stessa persona, allora dobbiamo amarci anche noi.

Una situazione tanto improbabile può appartenere soltanto a un regno o a un luogo distante dalla vita quotidiana, come un sogno o una favola, una terra tutta sorrisi.

Si potrebbe quasi credere che il fatto di innamorarsi sia stato architettato allo scopo di introdurci in questa terra dell’amore e ai suoi baci paradisiaci.”

(Doris Lessing,  Amare, ancora, Feltrinelli, trad. di Bianca Lazzaro)

Soundtrack: Burning love, Elvis Presley

Frammenti di un discorso amoroso#2: dell’amore e di altri demoni

Per te nacqui, per te ho vita, per te morirò e per te muoio.
Garcilaso de La Vega
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 I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.
Il 26 ottobre 1949, nella cripta dello storico convento colombiano di Santa Clara, viene rinvenuto un cranio di ragazzina con una splendida chioma ramata, lunga ben ventidue metri e undici centimetri.
A  Márquez, giornalista alle prime armi inviato a occuparsi della storia, questa chioma straordinaria ricorda una leggenda narratagli da sua nonna: quella di una marchesina di dodici anni dalla chioma lunga come un velo da sposa, morta per aver contratto la rabbia dopo il morso di un cane.
La leggenda e il ritrovamento della cripta ispirano a  Márquez una delle sue storie più poetiche, Dell’amore e di altri demoni, da cui è tratto il frammento di oggi.
Sierva María de Todos los Ángeles è una ragazzina magra, dalla timidezza irrimediabile, la pelle livida, gli occhi azzurri e silenziosi e una splendida chioma ramata. Cresce nel disinteresse totale dei genitori, affidata alle cure degli schiavi della casa paterna: parla svariate lingue africane, imita le voci degli uccelli e degli animali, si dipinge il viso di nero, indossa collane stregonesche, impara a camminare così silenziosamente che la madre le mette un campanello al collo per sentirla.
Durante una spedizione al mercato per i festeggiamenti per il suo dodicesimo compleanno, Sierva María viene morsa da un cane nero con una stella bianca sulla fronte: contrae la rabbia, che viene scambiata per possessione demoniaca, e inizia il suo lento martirio.
Cayetano Delaura è candidato per la carica di custode del fondo sefardita presso la biblioteca del Vaticano. È brillante, intelligente, benvoluto dal vescovo, che gli affida il caso di Sierva María, nonostante Cayetano non sia un esorcista.
Cayetano ha poca dimestichezza con le donne: è spaventato da Sierva María più che dal diavolo. Intravede presto il vero problema della ragazzina, e decide di curarlo con i sonetti di Garcilaso de la Vega e non con gli esorcismi. Ma la poesia ha i suoi effetti collaterali, e i due si ritrovano presto prigionieri di un sentimento che può esistere solo all’interno degli esigui confini della cella di Sierva María, a riprova del fatto che l’amore va sempre preso molto sul serio.
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Fino ad allora non aveva smesso di guardarla negli occhi e lei non dava mostra di arrendersi. Lui sospirò profondamente, e recitò:
Oh bel sembiante per mia sventura incontrato”.
Lei non capì.
“È un verso del nonno della mia trisnonna” le spiegò lui. “Ha scritto due egloghe, due elegie, cinque canzoni e quaranta sonetti. E quasi tutti per una portoghese senza grandi attrattive che non fu mai sua, in primo luogo perché lui era sposato, e in secondo perché lei si sposò con un altro e morì prima di lui”.
“Frate pure lui?”
“Soldato” disse Cayetano.
Qualcosa si mosse nel cuore di Sierva Maria, perché volle riascoltare il verso. Lui lo ripeté, e questa volta proseguì, con voce intensa e ben articolata, fino all’ultimo dei quaranta sonetti del gentiluomo d’amore e armi, don Garcilaso de la Vega, morto nel fiore degli anni per una sassata in guerra.
Quando ebbe finito, Cayetano prese la mano di Sierva Maria e se la posò sul cuore. Lei vi sentì dentro il fragore della sua bufera.
“Sono sempre così” disse lui.
E senza lasciare tempo al panico si liberò della materia torbida che gli impediva di vivere. Le confessò che non passava un istante senza pensare a lei, che tutto quanto mangiava e beveva aveva il sapore di lei, che la vita era lei a ogni ora e ovunque, come solo Dio aveva il diritto di esserlo, e che il godimento supremo del suo cuore sarebbe stata morire con lei. Continuò a parlarle senza guardarla, con la stessa fluidità e lo stesso calore con cui pregava, finché ebbe l’impressione che Sierva Maria si fosse addormentata. Ma era sveglia, con i suoi occhi da cerva impaurita fissi su di lui. Si azzardò solo a domandare:
“E adesso?”
“Adesso nulla” disse lui. “Mi basta che tu lo sappia”.
Non gli fu possibile proseguire. Piangendo in silenzio passò un braccio sotto la testa di lei affinché le servisse da guanciale, e lei si rannicchiò contro il suo fianco. Rimasero così, senza dormire, senza parlare, fin quando cominciarono a cantare i galli, e lui dovette sbrigarsi per arrivare in tempo alla messa delle cinque.
(…) Il panico era stato sostituito dall’affanno del cuore. Delaura non aveva tregua, faceva le cose come gli venivano, fluttuava, fino all’ora felice in cui fuggiva dall’ospedale per incontrare Sierva Maria. Arrivava ansante nella cella, inzuppato dalle piogge perpetue, e lei lo aspettava con tale inquietudine che il solo sorriso di lui le restituiva il respiro.
(Dell’amore e di altri demoni, Gabriel García Márquez, traduzione a cura di Angelo Morino, Mondadori)

Frammenti di un discorso amoroso#1: Emily Dickinson a Susan Gilbert

I Frammenti di un discorso amoroso sono citazioni letterarie per ricordare che love is not a dirty word, l’amore non è una parolaccia. Usciranno a cadenza imprevedibile, come imprevedibile è il resto del blog. Come imprevedibile è l’amore stesso.

 

Questa citazione è speciale, perchè è dedicata al mio amico Nicola, che amava leggere.

Il frammento di oggi è tratto da una lettera di Emily Dickinson alla cognata, Susan Gilbert, moglie del fratello Austin. Il matrimonio di Susan e Austin è tormentato, segnato dalla morte del figlio Gib, di soli otto anni, e dalla storia tra Austin e Mabel Loomis Todd, durata ben tredici anni.

La corrispondenza pluridecennale tra Emily e “Susie” risponde a quell’ideale di “amicizia romantica” tipico del XIX secolo, caratterizzato da una prosa innocente e piena di affetto. Tuttavia, Susan riveste un ruolo ben più importante nella vita e negli affetti di Emily: la poetessa le manda tutti i suoi versi, chiedendole opinioni e revisioni. Susie è per lei amica, confidente, un tassello della sua vita e delle sua giornate di cui sente acutamente la mancanza; in una lettera datata agosto 1854, Emily le scrive;

“Non è passato giorno, bambina mia, in cui non ti abbia pensata, in cui io non abbia chiuso gli occhi su una serata estiva senza il ricordo dolce di te….Non mi manchi Susie – è ovvio che non mi manchi – semplicemente me ne sto seduta davanti alla finestra a fissare il vuoto e so che non c’è più nulla…”

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Il sentimento che unisce le due donne è forte, delicato, giocoso, possessivo, pervaso di una vena di gelosia e di costante malinconia.

La stessa Emily ha eternato l’impossibilità di definire ed etichettare l’amore nei suoi versi:

 

That Love is all there is,
Is all we know of Love;

(Che l’Amore è tutto/È tutto ciò che sappiamo dell’Amore).

Senza cercare quindi di stabilirne limiti e confini, le lettere di Emily Dickinson a Susie traboccano di questo tutto.

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Susan Gilbert Dickinson, Courtesy of John Hay Library, Brown University)

 

“A Susan Gilbert, 11 giugno 1852

In questo pomeriggio di giugno, Susie, ho un solo pensiero, e quel pensiero riguarda te, e una sola preghiera: cara Susie, anche quella riguarda te. Che tu e io, mano nella mano, come facciamo dentro di noi, possiamo vagabondare lontano, nei boschi e nei campi, come fanno i bambini, possiamo dimenticare tutti questi anni, dimenticare affanni, e tutte e due ridiventare bambine – ci riuscirei, se fosse così, Susie, e quando mi guardo intorno e mi ritrovo sola, di nuovo sospiro per te; sospiri brevi, sospiri inutili, che non ti riporteranno a casa.

Ho bisogno di te ogni giorno di più, il mondo che è già grande diventa sempre più vasto, il numero di coloro che amo sempre più piccolo, ogni giorno che passa e che tu sei lontana – mi manchi, tu cuore mio grande: il mio cuore se ne va in giro a vuoto e chiama Susie – gli amici sono troppo preziosi perché ce ne si separi, sono troppo pochi, e quanto presto se ne andranno là dove tu ed io non riusciremo a trovarli, non dimentichiamolo tutto questo, perché il loro ricordo, ora, ci risparmierà molte angosce, per quando sarà troppo tardi per amarli! Mia dolce Susie perdonami, tutto quello che ti dico – ho il cuore pieno di te, nessun altro all’infuori di te nei miei pensieri, eppure quando cerco di dire parole che non riguardano il mondo, il mondo mi viene meno. Se tu fossi qui – oh se solo lo fossi, Susie mia, non avremmo assolutamente bisogno di parlare, perché i nostri occhi bisbiglierebbero per noi, e la tua mano stretta nella mia, non avremmo bisogno della parola – cerco di avvicinarti sempre di più, scaccio le settimane fino al punto in cui sembrano del tutto dissolte, poi mi immagino che tu sia arrivata, e mi immagino mentre cammino lungo il sentiero verde per venirti incontro e il cuore mi scappa di mano e ho un gran da fare a riportarlo al passo e a insegnargli ad essere paziente, fino al momento in cui arriverà la dolce Susie. Tre settimane – non possono durare per sempre (……)

Diventerò impaziente ogni giorno di più fino al momento in cui quel giorno arriverà, perché fino ad ora non ho fatto altro che piangere e lamentarmi in attesa di te: adesso comincio a sperare.

Cara Susie, ho cercato in tutti i modi di farmi venire in mente che cosa ti avrebbe dato piacere, una qualche cosa da spedirti – poi alla fine ho visto le mie piccole Viole, mi supplicavano di lasciarle andare, così eccole qui – e con loro, quale Guida, un briciolo di erba che gli farà da cavaliere, che parimenti mi chiese il favore di accompagnarle – sono solo piccole, Susie, e temo non più profumate, ma ti parleranno degli affetti di casa, di quel qualcosa fedele che “mai si assopisce nè dorme”. Tienile sotto il cuscino, Susie, ti faranno sognare cieli azzurri, casa, il “paese benedetto”!

(…) Ora, Susie, addio, Vinnie* ti manda saluti affettuosi, la mamma i suoi, e io ci aggiungo un bacio, timidamente, per paura che ci sia lì qualcuno! Non lasciare che guardino, lo farai Susie?

 Emilie –”

(Da Emily Dickinson, Lettere, 1845 – 1886, Einaudi, a cura di Barbara Lanati)

 

*Lavinia Dickinson, sorella di Emily

Soundtrack: For Emily, whenever I may find her, Simon&Garfunkel

 

Love Stories (sui pericoli di innamorarsi delle parole)

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L’amore mi sfugge.
Un tempo scrivevo racconti e tante, tantissime poesie d’amore. Mi piaceva pensare all’amore, analizzarlo, osservarlo, metterlo in discussione, cercare di capire il suo rapporto con la felicità e col dolore. Trovarlo ovunque, re-inventarlo, celebrarlo, accusarlo, cercare di comprenderlo.
Ora mi sfugge, letteralmente, e non riesco a riacciuffarlo. Elude il mio comprendonio e la mia immaginazione, rimanendo quel mistero così difficile da afferrare e da raccontare, come insegna anche Carver. Pessoa scrive (e Vecchioni canta) che più ridicolo di colui che scrive d’amore è colui che non ne scrive, mai. Non pensavo sarei mai rientrata in questa seconda categoria e invece ci sono finita. Sarà l’età, sarà la timidezza, sarà la mancanza di coraggio o di onestà con me stessa.
Continuo a cercarlo in quello che leggo, come in quest’articolo della Paris Review scritto da Phoebe Connelly. È il genere di storia d’amore che preferisco: eterea, surreale, nata sui libri, condannata fin dall’inizio da un’estrema difficoltà, quasi impossibilità di concretizzarsi.
Cosa succede quando ci si innamora delle parole? Una volta il mio motto era “le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire”: me l’aveva scritto una persona che, pur conoscendomi pochissimo, è riuscita a vedere in me e a capire quanto bisogno avessi di credere nel potere taumaturgico delle parole. Ho perso un po’ di vista questa fede cieca dei vent’anni, così come ho perso di vista la persona che ero a vent’anni: mi capita di intravederla, di incrociarla, ogni tanto, col suo disordine discreto dentro al cuore, per parafrasare De Andrè, in mezzo a un marasma di dubbi, di scelte, di confusione. Ma dove hai lasciato il tuo cuore?
Anche Phoebe, come la me ventenne, è affascinata dal potere delle parole, e racconta in questa storia – che mi ha gentilmente concesso di tradurre – le conseguenze dell’amore. Quell’amore nato sui libri, in un vortice di parole, personaggi, storie.
Buona lettura.

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F. mi è stato presentato da un amico comune durante un viaggio a Los Angeles. Vivevo a D.C., ero da poco single e lavoravo per una rivista di politica. Mi ero data una regola ferrea: mai uscire con giornalisti. In una sonnolente cittadina aziendale* dove, per motivi etici, dovevo evitare coinvolgimenti romantici con le mie fonti, iniziavo a credere di essermi condannata a restare da sola.
F. era uno scrittore che aveva appena finito il suo primo film e si occupava di rubriche di spettacoli per passare il tempo. A volte giocava a tennis con la mia migliore amica. “Ti piacerà” mi aveva promesso mandandogli un messaggio, mentre io ficcavo la mia borsa nel sedile posteriore della sua macchina all’aereoporto internazionale di Los Angeles (LAX). “Gli dirò di incontrarci per bere qualcosa insieme in questo locale tedesco all’aperto”. Ci siamo piaciuti subito.
Tutto è iniziato con una sfida. Quella prima sera, gli ho detto che avevo trovato Il verificazionista di Donald Antrim troppo affettato, così ha fatto scivolare I cento fratelli nel mio bagaglio a mano per il volo notturno che mi avrebbe riportato ad est. La moltiplicazione costante dei fratelli di Antrim e la sua prosa claustrofobica si addicevano benissimo ai monotonia degli spazi del LAX. Il mio profumo si è aperto in valigia durante il volo, ma gli ho restituito lo stesso la sua copia insieme a un biglietto scritto a mano, con lo stesso odore della mia nuca.
Abbiamo passato i due anni successivi a corteggiarci con le parole – le nostre, ma anche quelle di qualsiasi scrittore per mezzo del quale pensavamo di fare colpo. Non eravamo di certo i primi a intraprendere questo cammino; tuttavia, come in ogni storia d’amore – e lista di libri da leggere- che si rispetti, ci sembrava di essere gli unici. La domanda “cosa stai leggendo?” diventava una scusa molto conveniente per iniziare a parlare ogni volta che eravamo tutt’e due online, per mandarci link, per scriverci lettere lunghe e complicate il cui messaggio subliminale era il desiderio.
Per lui ho letto Sportwriter di Richard Ford, che avevo scartato, etichettandolo come troppo sessista, prima ancora di leggerlo. (La mia opinione non è migliorata di molto dopo la lettura, ma lui sosteneva che il protagonista offrisse una rappresentazione fedele del maschio scrittore). Gli ho mandato La talpa di John le Carré, dopo avergli citato una descrizione della moglie di Smiley fuori contesto. Mi ha detto che il fatto che la citazione non arrivasse fino alla penultima scena del libro l’aveva fatto quasi uscire fuori di testa.
Ho iniziato a leggere compulsivamente libri ambientati nella West Coast. Ho passato un luglio umido ad appiccicoso a completare la mia serie di Lew Archer; ho fatto scorta di malconci libri in brossura di James M. Cain, sognando pomeriggi all’insegna dello smog e inverni senza neve. Mi stavo innamorando di F. o dell’idea di una città che si prestava così facilmente alla narrazione? All’epoca non me lo sono chiesto. Ero grata di avere un posto nuovo da abitare, anche se questo avveniva solo in weekend rubati e nei titoli della Library of Congress.
Un paio di mesi dopo il nostro incontro, Farrar, Straus e Giroux ha pubblicato la corrispondenza completa tra Elizabeth Bishop e Robert Lowell. Abbiamo studiato attentamente i dettagli delle loro rispettive esperienza a D.C. come poeti insigni e consulenti di poesia presso la Library of Congress; gli ho scritto una lettera durante una noiosa lezione sulla politica del deficit presso il Cosmos Club, dove Lowell aveva vissuto nel 1947 e nel 1948. “Il clima invernale di Washington è come quello di Parigi, ma senza compensazioni” osservava seccamente la Bishop in una lettera a Lowell nel dicembre 1949.
Thomas Travisano scrive nell’introduzione che “quelle lettere erano diventate parte della loro persistenza: parte di quell’enorme pezzo di vita che avevano condiviso, vicini e lontani, attraverso trent’anni di corrispondenza intima e acuta”
Quando arrivavo a casa, mi sdraiavo in un letto solitario con quel volume, trovando nelle loro poesie un mezzo per esprimere tutto ciò che io e F. esitavamo a dirci.
“A volte/ sorprendo la mia mente/ ruotare intorno a te con occhi di vetro-/ il mio amore perduto a caccia/ del tuo viso perduto”. La nostra corrispondenza manteneva un tono stranamente cortese e formale, nonostante il flirt. I romanzi spediti dall’altra parte del continente, le caustiche osservazioni dei due poeti: tutto ciò ci permetteva di fingere che si trattasse di un gioco letterario, che non coinvolgesse i nostri cuori pulsanti, ad alto rischio di spezzarsi.
Dimmi perchè ami questo libro, gli chiedevo, e lui me lo spiegava.
I libri sostituivano il sesso, reso impossibile dalla distanza. Gli avevo mandato La biblioteca della piscina di Alan Hollinghurst; durante una delle mie puntatine a L.A., ci siamo infiltrati nel Los Angeles Athletic Club, prossimo alla chiusura, e abbiamo trascorso un’ora di felicità a galla nella piscina circondata da colonne del 1910, scambiandoci baci al cloro. Avevamo una sorta di romantico riflesso condizionato: immergerci in quegli scenari che avevamo condiviso attraverso la lettura. Mi aveva mandato Dieci giorni sulle colline di Jane Smiley, ambientato a L.A., che ho abbandonato più o meno alla metà del Quarto Giorno. “Leggere di politica per me è come lavorare”, gli ho confessato. “Magari leggo solo le parti sexy”.
Dopo un anno di libri spediti, occasionali fine settimana insieme, e molte lacrimevoli telefonate su quanto difficile stesse diventando stare lontani, F. ha fatto le valigie e si è trasferito ad est. Era impaziente di sperimentare un’altra città: la superficialità di L.A. lo stava logorando, diceva. Invidiava il fatto che ogni notte passata in un bar di D.C. sfociasse in infiniti dibattiti. Aveva iniziato a lavorare nella mia libreria preferita e a dedicarsi seriamente alla scrittura. Io continuavo a dedicarmi al giornalismo politico.
Ma il nostro circospetto corteggiamento letterario continuava. Lui mi aveva trovato una copia del 1997 della rivista Granta, dedicata alla Francia, in previsione del mio primo viaggio a Parigi, e al mio ritorno mi aveva aspettato a Dulles con una copia di Il flâneur. Vagabondando tra i paradossi di Parigi di Edmund White, che avevo letto durante il mio viaggio. Appoggiati al cofano della sua macchina, nel parcheggio dell’aeroporto avvolto dal crepuscolo rosa di una sera di fine marzo, avevamo fumato sigarette e ripercorso i nostri rispettivi viaggi a Parigi – il mio effettivo, il suo letterario.

Aveva imparato a memoria il contenuto della mia libreria. “Quello ce l’hai già, Connelly. Stessa copertina, ma edizione anni ’80” mi ha avvertito quando ho preso in mano una copia di La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin. Sono andata alla ricerca di un memoir sulla manifattura tessile nel Sud per un articolo che aveva pensato di scrivere. Ma continuava a rimandare; gli spunti per una nuova sceneggiatura erano in continua revisione, e la routine lavorativa faceva a pezzi il resto. Nonostante vivessimo ora nella stessa città, la nostra storia necessitava di manutenzione.
Ognuno di noi aveva il suo appartamento. Quando passavo il weekend da lui, cercavo qualcosa da leggere tra i suoi scaffali. Ho pescato da lì uno dei primi Ian McEwan che non avevo mai letto, e, nel corso dei mesi, ho riletto Territori londinesi di Martin Amis. Teneva una copia del Decameron in bagno, e la mattina mi ritrovavo appollaiata sul davanzale della finestra a leggere anzichè prepararmi per andare a lavorare.
F. sapeva quanto mi mancassero i libri che non mi ero portata dietro quando mi ero trasferita a D.C. Per il mio ventinovesimo compleanno, dopo aver festeggiato in un bar invaso da un’orda di miei amici, arrivati a casa mi aveva passato una pila di tascabili Pocket Press di Joan Didion. In cima troneggiava una prima edizione di The White Album. La sua dedica, “A Phoebe, per il suo trentesimo compleanno”, voleva prendermi in giro per la mia abitudine di aggiungere un anno o due alla mia età effettiva.

Avevamo tutte le carte in regola: se potevo parlare di libri con lui, se capiva perchè piangevo su un romanzo, perchè sognavo rubriche, tutto il resto doveva venire da sè. Ma le parole, da sole, non ci sono bastate. Dopo due anni e un trasferimento dall’altra parte del continente, ci siamo lasciati.
“Mi dispiace non averti risposto prima” mi ha confessato nella sua ultima lettera. “Ci ho provato un paio di volte, ma non ho mai trovato le parole giuste. Anzi, non le ho trovate proprio, le parole”

*(Ndrm – nota della redazione mia : le company town sono città in cui la maggior parte o tutti gli immobili, sia residenziali che commerciali, sono di proprietà di una singola azienda che provvede, in genere, anche alla pianificazione urbana)

Soundtrack: Half the world away, Aurora (cover della celeberrima canzone degli Oasis)

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Il vino è poesia in bottiglia

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Credit: Matt Taylor-Gross

Non so voi, ma la cosa che mi rilassa di più dopo una giornata lavorativa lunga e storta (ultimamente, l’80% delle mie giornate) è prendere in mano un libro di poesie.

La poesia sortisce un effetto su di me che la prosa non riesce a eguagliare: quando sono molto triste o molto scossa, stanca o con la sinusite, felice o innamorata, quando sono talmente irrequieta da non trovare pace per due minuti di seguito, i versi riescono a infondere in me calma, accettazione, prospettiva. Più semplicemente, mi regalano una boccata d’aria, un pensiero di bellezza. La stessa cosa succede quando mi metto a scribacchiare poesie.

La seconda cosa che mi rilassa di più è un bicchiere di vino, rigorosamente bianco. Non amando la birra né i superalcolici e non potendo bere vino rosso, sono diventata incredibilmente esigente dico a te, Chablis) e sempre più interessata agli abbinamenti eno-letterari.

In fondo, dovrebbe funzionare un po’ come con lo champagne e le fragole, no? Scegliere la poesia giusta non può che valorizzare un buon vino, e viceversa.

Ho chiesto quindi aiuto alla mia amica Cinzia Bonfà, master sommelier e giornalista (potete leggerla su bibenda.it o Cosedellaltrogusto.it, seguirla su Twitter e su Instagram).

Io ho scelto le poesie e l’accompagnamento musicale, Cinzia ha fatto il resto.

Buona lettura (con moderazione).

Ndrm (nota della redazione mia): il titolo del post è una citazione di Robert Louis Stevenson, tratta dal suo memoir di viaggio The Silverado Squatters, cronistoria del suo viaggio di nozze con Fanny Vandegrift a Napa Valley, California nel 1880.

Patrizia Cavalli

E se mi guardi davvero e poi mi vedi?

Io voglio che stravedi non che vedi!

(da Datura, Einaudi editore)

L’abbinamento di Cinzia:

Mi piace la destabilizzazione perché mi scuote e mi fa sentire viva e lo Champagne Franck Pascal Cuvée Emeric Extra Brut, dosato al minimo, lo ha fatto in modo prima elegante e poi impetuoso, presentando una personalità poliedrica.

Assorta nel brillìo di un tulle dorato ne scrutavo anche gli indolenti riflessi ramati nascosti da un sottilissimo perlage.

Un biodinamico lunatico, questa Cuvée Emeric di sole uve Pinot Meunier, perché cambia d’abito velocemente in un crescendo di profumi provocanti quali il pain grillé, la cotognata e richiami di terra umida e un che di metallico. Affascinante e ingannevole poesia dei sensi…

Soundtrack: Joni Mitchell, A case of you

Patrizia Valduga

Cos’è l’amore che mi mandi intorno?

Libido narcisistica con tanto di biglietto di ritorno.

Cosa farfugli di fusione mistica?

Ochetta che s’impanca…

L’amore è in ciò che manca, è l’Io che manca.

(da Lezione d’amore, Einaudi editore)

L’abbinamento di Cinzia:

Il Ruinart Blanc de Blancs è un abbraccio tra l’eleganza e la potenza dello Chardonnay in purezza.

Dorato, brillante con perlage che si eleva al cielo ma che rimane ancora un po’ sul bordo del calice; rimane lì in attesa di finire il suo meraviglioso respiro. La cremosità e il lungo ricordo del passaggio nel palato edificano un “sì”, un sì all’attimo fuggente, a ciò che non ritorna, a quel treno che passa una volta e che con “lui ” (#Champagne) può ritornare.

Soundtrack: Between the bars, Elliot Smith

Edgar Lee Masters

Sarah Brown

Maurizio, non piangere, non sono qui sotto il pino.

L’aria profumata della primavera bisbiglia nell’erba dolce,

le stelle scintillano, la civetta chiama,

ma tu ti affliggi, e la mia anima si estasia

nel nirvana beato della luce eterna!

Va’ dal cuore buono che è mio marito,

che medita su ciò che lui chiama la nostra colpa d’amore: –

digli che il mio amore per te, e così il mio amore per lui,

hanno foggiato il mio destino – che attraverso la carne

raggiunsi lo spirito e attraverso lo spirito, pace.

Non ci sono matrimoni in cielo,

ma c’è l’amore.

(dall’ Antologia di Spoon River, a cura di Fernanda Pivano, Einaudi editore)

 

L’abbinamento di Cinzia:

Luce 2000 di Luce della Vite, Frescobaldi.

Il tempo addolcisce le asperità, il dolore e anche i ricordi nella vita, così fa anche con il vino dove il tempo arrotonda, leviga, ammorbidisce creando sfericità nei sapori e negli odori. Pennellate rubino con riflessi granato. Spaziatura dolce, chiodi di garofano, tabacco su una distesa di confettura di fragole. Il calore bilanciato da una bella freschezza e i tannini ammorbiditi dal tempo rendono questo vino splendido e il suo ricordo sempre vivo.

Soundtrack: Fabrizio De André, Non al denaro non all’amore né al cielo (Si, l’intero disco, ispirato appunto all’antologia di Spoon River)

The rules of (literary) dating – un elenco semiserio di frequentazioni letterarie

indexUn’educazione bovaristica e un’esposizione precoce a certi tipi di letture hanno l’indubbio svantaggio di generare aspettative che non potranno mai essere soddisfatte. Tuttavia, perché guardare il bicchiere mezzo vuoto? Se Jane Austen & company ci hanno insegnato qualcosa, è anche – e soprattutto – l’arte di percepire determinati segnali che, come campanelli d’allarme, gettano una nuova luce sul protagonista di una storia, rendendolo un eroe degno delle attenzioni della protagonista, un perfido cialtrone, un’insignificante macchietta.

Perché allora non utilizzare questo “superpotere” anche nella vita di tutti i giorni? In fondo, la letteratura è imitazione della vita, no?

Quindi vi propongo un inventario semiserio (che mi sono divertita un sacco a compilare) di tipologie di eroi/vili marrani in cui ogni lettrice che si rispetti è incappata, prima o poi, tanto tra le pagine di un libro che nella vita vera.

In quale tipologia vi rispecchiate maggiormente? In ogni caso, niente panico: come scriveva Jane Austen alla nipote Fanny Knight

Non andare di fretta; abbi fiducia, l’Uomo giusto alla fine arriverà; nel corso dei prossimi due o tre anni, incontrerai qualcuno più unanimemente ineccepibile di chiunque tu abbia già conosciuto, che ti amerà con un ardore che Lui non ha mai avuto, e che ti affascinerà in modo così totale, da farti sembrare di non aver mai veramente amato prima.

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Tipologia A – Il Mr Darcy (Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen)

Non è sicuramente il tipo adatto a fare il +1 ad un matrimonio, un compleanno, una cena di lavoro, nè il partner ideale per il corso di tango, dal momento che si rifiuta di ballare. A pensarci bene, non è solo il ballo il problema: la sua vita sociale è fortemente limitata dalla sua scarsa disponibilità a mescolarsi con la gente che non conosce, da quella sua tendenza a fare un po’ l’orso della situazione e a starsene in disparte, con un’espressione tra il serio e l’annoiato, studiando attentamente i titoli della libreria del padrone di casa di turno (probabilmente per criticarne segretamente gusti e scelte).

Non ha un grandissimo senso dell’umorismo, è riservato e ha bisogno di (tanto) tempo per aprirsi, e accordare la sua fiducia: tempo che passerete cercando di capire cosa gli passi veramente per la testa. In fondo è un po’ come un riccio, irto e irsuto fuori, sorprendentemente dolce e gentile dentro. Onesto, leale, generoso, è sempre pronto a dare una mano, specie se si tratta di tirare fuori dai guai la fanciulla che occupa gran parte dei suoi (criptici) pensieri, magari a sua insaputa. Dire che ha un brutto carattere è un eufemismo: è spesso burbero e cupo, tremendamente orgoglioso (potremmo dire pieno di sé..): una volta persa, la sua stima è persa per sempre. Testardo fino all’esasperazione, non darà soddisfazione alle insicure in cerca di conferme: ma le sue (rarissime) dichiarazioni, lungamente represse, sono sincere e impetuose, e non ci si dimentica facilmente della sua ardente stima e ammirazione.

Il Mr Darcy scrive inoltre bellissime lettere, ma le amanti del genere epistolare non dovrebbero nutrire illusioni: le sue missive sono infatti volte a riparare qualche suo errore di giudizio tremendamente stupido, che avrà diminuito infinitamente il suo valore agli occhi della Lizzie di turno, incline, a sua volta, a cadere vittima dei suoi pregiudizi. Ma, in fondo, il bel tenebroso piace anche per questo, no? Lunghe passeggiate all’aria aperta possono rivelarsi il metodo migliore per superare le (innumerevoli) controversie, perché, ammettiamolo, quando ci innamoriamo perdiamo tutti la ragione (vero, zia Jane?)

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Tipologia B – L’ Heatchcliff (Cime tempestose, Emily Brontë)

Ammettetelo: vi piacciono i bad boy, i tipi cupi, tormentati, misteriosi, irrequieti, inquieti, sempre fuori posto e fuori tempo. Se è cosi, Heathcliff, il selvatico e appassionato protagonista maschile di Cime tempestose, la cui complicata personalità, a cavallo tra bene e male, incarna quelle lande selvagge e desolate dello Yorkshire che fanno da sfondo alla sua storia d’amore con la capricciosa Cathy, fa al caso vostro.

Non potreste mai invitarlo a mangiare la lasagna a casa di vostra madre la domenica, anche perché, diciamocela tutta, molto probabilmente non si presenterebbe (senza nemmeno avvisarvi): ma riuscirebbe comunque a farsi perdonare il bidone, perché il ragazzo sa farci con le parole, quando vuole.

Non è di certo una persona convenzionale o ortodossa: gli piace distinguersi e fare l’alternativo, e poco gli importa dell’opinione altrui.

Nessuno potrebbe mai capire il vostro amore: ma, anche se il mondo intero fosse contro di voi, non v’importerebbe, perché le vostre anime sono fatte esattamente della stessa sostanza. Il vostro amore non cambierà come le foglie d’autunno: piuttosto, somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi stessi, una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria.

Il problema è che, a volte, il suo comportamento fin troppo eccentrico e sprezzante potrebbe portarvi a vergognarvi di lui, e ad allontanarvi. In questo caso, l’Heatchliff sarebbe portato a farvi vedere la sua parte peggiore di sé: sprezzante, possessiva, gelosa, poco incline a perdonare e a dimenticare.

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Tipologia C – Il Rhett Butler (Via col vento, Margaret Mitchell)

(Vedi anche alla voce: potrei ma non voglio, vorrei ma non posso)

Che strazio i se e i forse! Se non aveste sprecato tempo prezioso sospirando drammaticamente per qualcuno che, in fondo, non sarebbe mai stato quello giusto, forse vi sareste accorte prima di quel Rhett che vi stava accanto, aspettando solo di essere notato da voi.

Il Rhett non corrisponde allo stereotipo di gentiluomo americano del Sud – anzi. Beve come una spugna, bestemmia come un camionista, non si sottrae mai a una rissa, e, francamente, se ne infischia dell’opinione altrui.

Non si sdilinquisce in complimenti, dice sempre quello che pensa, è egoista ma generoso al momento opportuno, protettivo dei più deboli (Bella Waitling vi dice qualcosa?), e, udite! udite! Ama i bambini!

La sua pazienza sconfina nella testardaggine: tuttavia, dopo aver superato un certo limite, francamente se ne infischia. Poco male: domani è un altro giorno, vero?

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Tipologia D – Il Florentino Ariza (L’amore ai tempi del colera, Gabriel García Márquez)

Il Florentino non è un tipo che si fa notare: è quasi insignificante, nascosto sotto un mantello dell’invisibilità di potteriana memoria. Eppure, ha un suo perché: scrive incantevoli lettere d’amore, e si distingue per la sua incredibile tenacia, che lo rende capace di attendere 51 anni, nove mesi e quattro giorni (beh, forse non così tanto: ma ho reso l’idea, no?), sfidando l’odore penetrante delle mandorle amare armato delle sua silenziosa pertinacia.

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Tipologia E – Il Willoughby (Ragione e sentimento, Jane Austen)

Fanciulle, fate attenzione: il Willoughby vi mentirà spudoratamente, negando davanti alla più palese evidenza; vi farà aspettare ore e ore (con conseguenti gastriti e insonnie) una sua chiamata (che non arriverà mai, ovviamente); vi farà credere di essere l’unica (ingenua, che crede che le “telefonate di lavoro” possano arrivare anche dopo mezzanotte). Arriverà perfino a chiedervi un ricciolo da tenere sempre con sé, e a farvi visitare (di nascosto, s’intende) la magione di sua zia che spera di ereditare, un giorno.

Diciamocela tutta: è insopportabilmente affascinante, ha (o finge di avere) i vostri stessi gusti musicali e letterari, è sempre pronto a farvi da complice quando avete voglia di ridere di voi stesse e degli altri – specie di quel qualcuno timido e un po’ imbranato che cerca di ronzare dalle vostre parti (povero colonnello Brandon).

Poi non dite che zia Jane non vi aveva messo in guardia: lettrice avvisata, mezza salvata.

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Tipologia F – Il Rochester (Jane Eyre, Charlotte Brontë)

Date retta a Charlotte Brontë: non uscite col vostro capo (o collega). Se proprio non riuscite a farne a meno (ah, l’ammmmore), cercate almeno di capire se avete a che fare con Il Rochester.

Se fa finta di flirtare con fanciulle dal nome pretenzioso (Blanche, dico a te) e il suo comportamento oscilla schizofrenicamente tra il possessivo e il distaccato, è molto probabile che nasconda in soffitta qualche scheletro (o una moglie pazza).

Tuttavia, se riuscite a fare breccia nel suo cuore di pietra, dirimere i nodi del suo oscuro e tormentato passato e raggiungere con lui un rapporto assolutamente paritario (senza aspettare che, per esempio, perda parzialmente la vista in un incendio per riconoscere che ha bisogno di voi, perché, per dirla tutta, è anche un po’ misogino) allora, lettrici, potreste anche arrivare a sposarvelo.

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Tipologia G – L’Amleto (Amleto, William Shakespeare)

V’ama, non v’ama, v’ama, non v’ama. Vi trova fin troppo belle, così belle che l’unico modo per preservare la vostra purezza e onestà è chiudervi in un convento. Ha problemi a casa (e che problemi, tra complesso di Edipo, di Medea, ecc.), il momento non è quello giusto, probabilmente frequenta compagnie (fantasmi) sbagliate (defunte).

In ogni caso, i suoi problemi esistenziali sono decisamente più grandi di voi due messi insieme. Se passa troppo tempo a parlare da solo con un teschio in mano, non aspettate di fare la fine della dolce e bellissima Ofelia: scappate.

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Tipologia H – L’Otello (Otello, William Shakespeare)

Attenti alla gelosia, quel mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre!

Tutto va bene tra voi; eppure, per qualche oscuro, recondito motivo, L’Otello avverte l’insana necessità di controllare costantemente il vostro telefono (appena vi girate dall’altra parte), giocare al piccolo hacker col vostro account Facebook, chiedere a un amico di sorvegliarvi.

L’Otello sembra forte, ma ha una personalità molto debole: è facile manipolarlo e convincerlo del fatto che due più due faccia cinque, a scapito della vostra relazione (e della vostra salute mentale).

Ricordatemi se queste cose finiscono bene, ché ho un’amnesia temporanea.

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Tipologia I – L’Humbert Humbert (Lolita, Vladimir Nabokov)

Magari è amore a prima vista, ultima vista, eterna vista, ma lui vi sembra forse lievemente ossessionato dal suo primo amore pre-adolescenziale e non riesce proprio a smettere di parlarne?

Scappate.

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Tipologia J : Il Vronskij (Anna Karenina, Leo Tolstoj)

Il Vronskij non è tipo da tirarsi indietro davanti a una sfida: quando si prefigge un obiettivo, niente può fermarlo. Quando vuole qualcosa, deve averla. Più è difficile ottenerla, più la vuole. Niente e nessuno (che sia un noioso marito burocrate, o una madre desiderosa di farlo sposare per soldi) possono distoglierlo dalla meta prefissa.

Il fatto che sia estremamente affascinante è innegabile: tuttavia, la sua esteriorità patinata spesso nasconde una personalità narcisistica e superficiale, interessante e profonda quanto i discorsi motivazionali delle candidate a Miss Italia.

Siete sicure di aver veramente trovato l’anima gemella, e di voler sacrificare tutto per lui?

Potete leggere questo post in Inglese qui.

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Versus

Caro Nelson, cara Simone

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L’amore non è mai facile, nemmeno se si risponde al nome di Simone de Beauvoir, compagna del filosofo Jean-Paul Sartre, scrittrice affermata alla scoperta degli Stati Uniti, dove viaggia da sola per una serie di reading e lezioni universitarie.

Non è facile, quando si ha fiducia nel destino luminoso dei colpi di fulmine – gli stessi che la Szymborska ha descritto mirabilmente come seguiti, non inizi, in un libro degli eventi che resta sempre, inesorabilmente aperto a metà.

Simone, partita alla conquista degli USA, incontra a Chicago Nelson Algren, bad boy della letteratura made in Illinois, oracolo dei postriboli e dei bassifondi. Lo incontra per qualche ora, prima di essere trascinata a cena dal console francese. E si innamora. E gli scrive la prima di centinaia di lettere.

Difficile cercare di ricostruire motivazioni e dinamiche che portano a innamorarsi due artisti diversissimi tra loro  – lei, l’algida e fredda “Castor” di Sartre; lui, che disprezza tutto quello che Simone incarna – la borghesia e il freddo intellettualismo della capitale francese – preferendo la boxe, imparando a conoscere la filosofia di Sartre da una bionda ossigenata che tiene cassa in una bettola di Chicago, frequentata da vecchie prostitute, senzatetto, drogati, alcolizzati.

Simone incarna l’intellettuale borghese bene, ombra di Sartre, a cui fa da editor, da assistente, da correttrice di bozze, anche a causa dei suoi problemi di vista: insomma, una Véra Nabokov occidentale. Il rapporto tra lei e Sartre ha smesso di essere fisico da molto, troppo tempo, tanto che a volte la Beauvoir si trova gravata del compito di aiutare Sartre a scegliere le sue amanti.

Simone, appena trentanovenne, vuole concedere a se stessa e al suo corpo un ultimo amore, una passione assoluta, incendiaria.

Per Nelson, figlio di uno Svedese convertitosi alla religione ebraica, la dimensione fisica è la più importante: assegna un’importanza fondamentale al sesso (e regala alla Beauvoir il suo primo orgasmo), beve, gioca  a poker, vaga di notte per i bassifondi di Chicago alla ricerca di amori facili, avventure, storie, personaggi. Come Chekov, Algren è il poeta dei perdenti. Questo contrasto resta ben evidente nel corso della loro storia e della loro lunga corrispondenza: lei sostiene che scrivere sia un atto fisico, come baciare; lui replica che, dall’altra parte dell’oceano, le sue braccia restano vuote e fredde, senza lei.

Ma andiamo con ordine. A New York, nel 1947, Simone viene invitata a cena da Mary Guggenheim, ex compagna di classe di Indira Gandhi, ballerina, pittrice, scultrice, scrittrice, interprete..e da qualche mese amante di Nelson Algren. La Guggenheim ha piani ambiziosi nei confronti di Nelson, che le ha da poco presentato sua madre: vuole valersi delle sue conoscenze per lanciarlo, farlo conoscere, farlo diventare la stella del firmamento letterario americano. Per questo motivo tiene segreta la loro relazione: vuole essere sicura di avere Nelson tutto per sé. Tuttavia, la fredda e ostinata francese, verso la quale nutre una spontanea e subitanea antipatia, chiacchiera senza sosta, e insiste per avere il nominativo di qualcuno da contattare a Chicago, sua prossima tappa in terra USA. Mary, distratta e innervosita per aver bruciato lo zabaione che stava preparando per l’ospite indesiderata, compie l’errore strategico di dare a Simone il nome e il numero di Nelson.

Simone è entusiasta: è ansiosa di conoscere artisti americani, migliorare il suo inglese (che è pessimo) e, soprattutto, sperimentare la vita dei bassifondi di Chicago.

Arrivata al Palmer House, il suo hotel a Chicago, dopo una giornata trascorsa al Modern Art Institute, Simone cerca di chiamare Algren, che non la capisce a causa del suo marcato accento francese e interrompe la conversazione per ben tre volte, finchè l’operatrice telefonica intercede per Simone e la scrittrice riusce e pronunciare i nomi dello scrittore americano Richard Wright e di Mary Guggenheim, facendosi riconoscere. Fin dalla loro prma conversazione, Algren si fa vedere per quello che è, senza filtri: irascibile, impaziente (uno dei motivi per cui non vuole rispondere al telefono è che ha qualcosa sul fuoco), intollerante verso quell’accento sconosciuto che non vuole impegnarsi a decifrare, lui, che mette la musicalità delle parole sopra ogni altra cosa. I due si incontrano al bar del Palmer, dove Nelson non è mai stato, perché troppo chic e borghese per lui. Lei lo aspetta stringendo al petto un copia della Partisan Review, rivista che lui detesta, tacciandola di snob, pseudo-intellettuale, pseudo-letteraria. Lui arriva con più di un quarto d’ora di ritardo, a causa della Frenchie, che l’ha invitato a raggiungerla al Liteul (little) Cafè, mentre il nome esatto è Le Petit Cafè, alla francese.

Intrigato suo malgrado dagli occhi azzurrissimi e dall’eleganza francese di Simone, si propone di scioccarla, di farle abbassare le arie da istitutrice impettita con una serata a base di passeggiate tra flop-houses (hotel a basso costo che offrono servizi minimi, destinati a chi non poteva permettersi una casa), immigrati senza tetto e spogliarelliste. Nelson vuole scuotere quella Frenchie arrogante, farle capire che l’America non è Ivy League e country club: una buona metà degli Americani non hanno che i mezzi per andare sempre più in basso, imboccando una strada che li conduce direttamente in prigione. Nelson ne sa qualcosa, essendo stato imprigionato in Texas per aver rubato una macchina da scrivere e avendo condiviso la sua cella con un assassino. Fallisce miseramente: Simone è entusiasta di tutta quella vita che ha visto scorrere davanti ai suoi occhi, totalmente diversa dall’esistenza protetta e sicura alla quale è abituata. I due parlano, abituandosi con estrema sorpresa e rapidità l’uno all’accento dell’altro: in giro per il quartiere polacco, bevono vodka (il cui sapore Simone assocerà sempre a Chicago) e lui le racconta di New Orleans, del suo Sud.

CHICAGO flophouse during the Great Depression of the 1930s

CHICAGO flophouse during the Great Depression of the 1930

Nelson e Simone decidono di passare la giornata seguente insieme, ma i loro piani vengono ostacolati daal console francese a Chicago, che ha già organizzato un pranzo e una cena per Simone, tenendola impegnata fino all’ora della sua partenza. Simone riesce a passare a salutarlo al 1523 di Wabansia Street: un modesto due stanze senza il bagno, con dei tocchi di giallo – tipo la sedia vicino al letto – che le ricordano il suo amato Van Gogh, e le fanno venire voglia di restare ad abitare lì, tra quelle quattro mura che sono Nelson, che aderiscono alla sua immagine e al suo carattere come una seconda pelle.

Quando la accompagna alla macchina, Nelson prende Simone tra le braccia. E la bacia. E le fa promettere di tornare, tornare da lui, per dare un senso a quell’attrazione assoluta, repentina, incontrollabile. Le fa promettere di tornare, perché l’alternativa – non vedersi mai più – fa così male da sembrare impossibile.

In treno, Simone si immerge negli scritti di Nelson, e inizia a buttare giù, nel suo inglese stentato, la prima di tante lettere, tentativo di far durare l’attimo vissuto insieme il più possibile, allungarlo fino a metterne a dura prova la resistenza, sfidando le leggi della logica e della fisica.

I due si scrivono per quasi vent’anni, fino al 1964. Lei torna più volte in America, lui va a trovarla a Parigi. Tra Sartre, il matrimonio e il divorzio di Algren e Amanda Kontowicz, i successi letterari di Simone e il disincanto di Nelson, i due riescono a partire per una sorta di luna di miele nel 1948 – interrotta bruscamente da Sartre, che rivuole Simone accanto a sé. Partono insieme dopo non essersi visti per più di otto mesi ed essersi scritti più di cinquanta lettere. Le aspettative sono altissime: entrambi sono ansiosi di ricreare l’incanto dei giorni di Wabansia, e Nelson propone una sorta di gioco letterario per fingere che il tempo non sia mai passato. Alla fine di ogni giornata passata insieme, i due dovranno registrare quello che è successo dal proprio punto di vista, sensazioni ed emozioni, in una sorta di gioco della verità a due voci.

Simone chiama Nelson “marito lontano, marito amato”, sostenendo che lui l’ha aiutata a crescere, a maturare, a diventare veramente donna, facendole scoprire il suo corpo, facendole il dono della verità, sempre e comunque. Eppure, lei ha una visione astratta e letteraria dell’amore: una visione che alimenta le assenze di lettere e di parole. Per Nelson, l’amore è una cosa semplice: ci si incontra, ci si innamora, si dorme insieme, si vive insieme, si fanno dei bambini.

I due si sono amati alla follia, a scapito dei chilometri, dei pregiudizi, delle barriere linguistiche. Si sono forse amati tutta la vita, tanto che Simone è stata sepolta accanto a Sartre, ma con l’anello che Nelson le aveva regalato al dito.

Eppure, c’è qualcosa che per i due scrittori è più grande del loro amore: la scrittura, Parigi per lei, Chicago per lui.

Lei gli scrive di non essere capace di vivere solo in funzione del loro amore: ha bisogno di scrivere, e per scrivere ha bisogno di Parigi. Lui scrive di Chicago e per Chicago: non è una città facile, non è una città che ama e celebra i suoi scrittori (come fa invece Parigi), ma Nelson non può farne a meno.

Le istanze geografiche, la scomoda, ingombrante ombra di Sartre, la pubblicazione de I Mandarini, il romanzo della Beauvoir in cui Algren compare come Lewis Brogan, un cupo zoticone, fanno sì che i due si rendano conto che anche una passione come la loro non può reggere al tempo, alle distanze, a due vite che sono semplicemente troppo diverse per fondersi.

Quando, nel 1950, Algren decide di risposarsi con l’ex moglie Amanda, Simone, in viaggio alla volta della Francia, scrive a un Nelson da lei sempre più lontano questa bellissima lettera (che vi propongo in traduzione), che compare nel volume Hell Hath No Fury: Women’s Letters from the End of the Affair, una raccolta di lettere di rottura a cura di Anna Holmes. Le parole di Simone a Nelson sono una malinconica riflessione sulla straziante capacità dell’amore di torturare colui che ha perso l’amato, portandogli via ogni parvenza di pace, facendogli bramare la vicinanza, quando quello che resta è solo perdita, e vuoto, e freddezza. Quando non resta più nulla.

La tristezza senza lacrime mi si addice più della fredda rabbia. Per questo finora non ho versato lacrime, secca come un pesce affumicato, il cuore molle come un budino stantio.[…]

Non sono triste. Sono fuori di me, lontanissima da me, incredula, tu così lontano da me, tu, tu così vicino.

Voglio dirti solo due cose prima di partire, e poi non ne parlerò mai più, te lo prometto. In primo luogo, voglio rivederti, ho bisogno di rivederti, un giorno. Ma ti prego di ricordarti che non te lo chiederò mai più  – non per orgoglio, perché con te non sono mai stata orgogliosa, come sai, ma perché un nostro incontro significherebbe qualcosa solo se tu lo volessi veramente.

Quindi aspetterò. Quando lo vorrai, dimmelo. Non mi illuderò che tu mi ami ancora, o che tu voglia fare l’amore con me, e non dovremo necessariamente passare molto tempo insieme – sarà quello che vorrai, quando vorrai. Sappi solo che io aspetterò che tu me lo chieda.

No, non posso pensare di non rivederti mai più. Ho perso il tuo amore, e ha fatto male, fa male: ma non voglio perdere anche te. In ogni caso, mi hai dato così tanto, Nelson, e quello che mi hai dato è stato così importante che non potresti mai portarmelo via. La tua tenerezza, la tua amicizia sono state per me così preziose che quando penso a te in me, dentro me, un’ondata di felicità e gratitudine mi invade.

Spero di portare con me questa tenerezza e quest’amicizia per sempre. Per quanto mi riguarda, la verità – per quanto sconcertante e umiliante – è una sola: ti amo come ti ho amato la prima volta che mi hai stretto tra quelle braccia che tanto mi hanno delusa. Ti amo con tutta me stessa, con tutto il mio cuore inquinato: non posso fare altrimenti. Ma non ti darò noia, tesoro. Non fare delle nostre lettere un dovere: scrivimi solo se e quando ne hai voglia, ricordandoti che mi farai molto felice..

Ogni parola sembra superflua. Tu mi sembri vicino, così vicino: permettimi di avvicinarmi a mia volta. E permettimi, come una volta, di essere nel mio stesso cuore, per sempre.

La tua Simone

Come per tutti gli amori contrastati, resta sempre un dubbio amletico: senza quegli ostacoli, ci sarebbe stato un lieto inizio? O sono gli ostacoli stessi a essere cuore pulsante di un amore come quello tra Simone e Nelson, incontro di due menti lucidissime, di due sensibilità tanto diverse eppure tanto affini, tanto vicine eppure tanto lontane?

Resta nell’aria un vago, insistente odore di mandorle amare, quello che Marquez aveva assegnato agli amori senza capo né coda.

Per saperne di più:

A Transatlantic Love Affair: Letters to Nelson Algren, Simone de Beauvoir, New Pr

Lo scrittore americano e la ragazza per bene. Storia di un amore: Nelson Algren e Simone de Beauvoir, Fernanda Pivano, Tullio Pironti

Beauvoir in love, Irène Frain, trad. E. Cappellini, Mondadori

I mandarini, Simone de Beauvoir, trad. F. Lucentini, Einaudi

Walk on the wild side, Nelson Algren, Minimum Fax

Il corso di letteratura americana de LaMcMusa

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay

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Simone de Beauvoir e Nelson Algren, Art Shay