Giocando con la poesia: Sogno in seppia

Cose belle. Che succedono anche in queste notti bianche, vuote e infinite.
Succede che in una di queste notti scrivo una poesia, Sogno in Seppia.

Le lunghe nottate insonni
stese davanti a me come lenzuola inamidate
fredde e distanti come un risveglio solitario
a cercare i tuoi occhi da gatto
nel fondo del bicchiere di vino ambrato.
Il rincorrersi senza mai raggiungersi
il cercarsi senza mai trovarsi
la consapevolezza della tua assenza
lontana come il tuo riflesso colpevole nello specchio
mentre chiudevo la porta guardandoti con la coda dell’occhio.
Di tutto questo
non resta altro che un calice vuoto
un libro in brossura
l’eco ovattata della tua voce
e il ritratto in seppia di una notte mai vissuta.
Di tutto questo
forse ho solo sognato.
Forse non sono stata.
Forse non sei stato.

 

La stanza di Emily Dickinson (Amherst, MA)

 

Succede che conosco un’anima bella, come fortunatamente mi accade ultimamente, con la quale condivido l’amore per la poesia e la passione sfegatata per Anna Karenina: la bravissima poetessa Titta Schiraldi.
Succede che decidiamo di giocare con le parole e i versi, i sentimenti e le emozioni e di scrivere una poesia a quattro mani. E da quei versi, scritti di getto in una notte insonne come questa, è nata un’altra poesia.

Le lunghe notti insonni
stese davanti a me come lenzuola inamidate
fredde e distanti
come un risveglio solitario
a cercare i tuoi occhi cangianti
nel fondo del bicchiere di vino ambrato.

Il rincorrersi senza mai raggiungersi
il cercarsi senza mai trovarsi.

Di tutto questo
non resta altro che un calice vuoto
un libro in brossura
l’eco ovattata della tua voce
e il ritratto in seppia di una notte mai vissuta.

Avrei voluto raccogliere il libro
sul quale stai lavorando,
fino a tarda notte, é caduto a terra.

E toglierti gli occhiali, pianissimo
sei stanco,
ti sei addormentato così,
senza difese.

Solo parole, conosco solo parole di te.
Mi resta
la consapevolezza della tua mancanza
e mentre chiudo la porta
sul tuo riflesso colpevole nello specchio
siamo già come oggetti desueti
lontani
inservibili.

Di tutto questo
forse ho solo sognato.
Forse non sono stata.
Forse non sei stato.

Ma se deve essere assenza
che sia almeno la nostra.

(@OphelinhaP & Titta Schiraldi) 

 

Cose belle, che succedono in notti bianche come questa. Che ti fanno sentire infinitamente meno sola.
Che ti fanno capire che sei circondata di poesia, e che se ti impegni riesci a trovarla anche dove meno te l’aspetti.
Che catturano e cristallizzano per un attimo istanti di pura bellezza. I sempre nei mai, come li chiamerebbe la Burbery ne L’Eleganza del Riccio.

From an old notebook, in the attic (a poem)

You came to me
albeit it was in a dream
you looked kinda funny
and you broke my heart once again
like a giant nutcracker
shattering the very life out of me
and here I am
with my fake fingernails
and I am silent and quite
but I am dying inside
but I am screaming inside
but I am bleeding inside
and
all I want
is to take my life back
back from you
who never owned it in the first place
back from him
back from everyone we know
and all I want
is to come to you
with my fake fingernails
and to rip your rib cage open
and to tear your heart in pieces
within a inch of its life

and all I want
is to sit there and watch
grinning
the queen of your useless world
while you are dying in agony
slowly
and for once it is you pleading
but
I am soulles lifeless barefoot naked
I am devoid of any life, or joy, or love
or affection of any kind
you sucked those from me – remember?
hoovering me all over

and
I’d just like to have my voice back
to scream at the top of my lungs
only I am on mute
deaf and dumb
and my pain is frozen
in my chest in my mind in my bones in my heart
I cannot even cry
this is killing me
only I am dead already
and it’s kinda funny
but at least here you are
in my dreams at last
rolling at my feet
and I am spitting my sullen swollen soul
all over you
and I am walking with my twelve inches stilettos
all over you
and I’ll do it again and again and again
until the end of the world
every damned day of my cursed life
in my dreams al least
and at last I will laugh histerically
rolling with laughter
I will laugh and laugh until it hurts
more than this pain
I will laugh and hurt until it kills you and me
in my dreams-

(@OphelinhaPequena)

Haiku in libertà

non so
io e te
perchè

Primo sole
primaverile
acre profumo della tua mancanza

Notte stellata
fragrante, profumata
nel tuo ricordo mi perdo

Essere chi loro vogliono
oggi non posso
Stanotte sarò solo me stessa

Vivo dormendo
dormo vivendo
Forse per questo soffro d’insonnia

respirare al mattino
appena svegli
per non doverselo più ricordare

vivere
sopravvivere
accontentarsi di non morire

con te
in te
dentro te

amare
odiare
ricordarsi di dimenticare

From the desert, roses..and the winner is…..

Rosa del deserto Adenium obesum

Dentro. Dal deserto. è la raccolta di poesie gentilmente messa “in palio” dal carissimo Alfonso Angrisani. Che da dento di sè, dal suo deserto personale, ci regala un mazzo di rose profumate. Una tazza di tè caldo e fragrante quando fuori fa freddo. Una brezza tiepida, primaverile, che sta giungendo perfino qui, nella lontana e dimenticata Greyville.
La cosa bella è che queste rose sono per tutti voi, che siete passati da questa finestrella virtuale e avete lasciato le vostre impressioni. Perchè se è vero che solo uno di voi, Clara Brunschvicg, riceverà la raccolta di Alfonso…c’è in serbo una sorpresa destinata a tutti. Lascio la parola al nostro Alfonso 🙂

Premetto che vorrei ringraziare tutti per i commenti espressi, perchè da tutti ho tratto spunti di riflessione. Scegliere è sempre difficile: se poi si tratta di scegliere in campo letterario a mio modesto avviso le cose si complicano ancora di più. Ma devo farlo, e allora tanto vale accettarlo, questo relativismo. E quindi eccomi qua, mi espongo, mi sbilancio, con sincerità e quindi anche con la consapevolezza che niente di quello che dirò ha un valore “oggettivo” (parola peraltro estremamente ambigua).

Mi ha colpito, fra tutti, quel commento che si è diffuso non soltanto su tematiche da critica letteraria ma che ha saputo anche portare – a rischio di confusione – elementi di sincera emotività nell’analisi della mia composizione.

Ricordare con Eliot che “la vera poesia può comunicare ancora prima di essere capita” è certamente argomento suggestivo, che abilita e apre a riflessioni forse senza fine sulla “valenza” di quella particolare forma di comunicazione che da sempre risponde al nome di poesia (e che io, come sapete dalla mia intervista, preferisco chiamare “composizione”).

Molti di noi che “osano” tentare queste strade impervie sono colti proprio da questa aspirazione: riuscire a creare una frequenza d’onda che porti su dimensioni ignote, percebili anche prima ed al di là del linguaggio razionale (Wittgenstein, aiutami tu…). E’ possibile attingere a queste misteriose dimensioni, com-ponendo? Se leggo Borges o Neruda avverto, sento, so che lo è. Ma se non si è, come nel caso del sottoscritto, altrettanto dotati (tranquilli, non è falsa modestia, è semplicemente la verità) questa aspirazione ha un senso? Non lo so, so solo che è nella natura di chi ama la composizione artistica cercare questa terra dorata e al tempo stesso maledetta, al di là di ogni ragionevole speranza di arrivarvi. Ecco perchè il commento di Clara mi ha colpito.

Così come mi ha colpito la storia del suo “scoprire” la poesia dal Brecht-poeta in poi: e dal lasciarsi “travolgere” da questa corrente, fino a collezionare “libroni” o “mini-raccolte in edizioni introvabili scovate principalmente per strada…”. Sinceramente trovo tutto questo emozionante, sa di scoperta dell’amore senza altri aggettivi.

Chiudo qui, con una promessa che faccio a me stesso e che spero però possa incontrare il gradimento di tutti quelli che mi hanno dedicato anche solo un minuto del loro tempo: invierò ad ognuno di voi una copia della mia prossima raccolta di composizioni, sempre se lo vorrete (Ophelinha, please, puoi conservare i recapiti di coloro che hanno scritto?).

Grazie ancora a tutti.

Alfonso A.

Non c’è un vincitore. Perchè la poesia è democratica. Perchè la poesia è di tutti. Perchè la poesia è ovunque.

Prego quindi Clara di inviarmi i suoi recapiti all’indirizzo ophelinha.pequena(at)gmail.com…e allo stesso modo tutti coloro che vorranno ricevere una copia della prossima raccolta di poesie di Alfonso, in fase di pubblicazione.
Ringrazio di cuore Alfonso per la sua generosità ed i suoi contributi..del resto sarà spesso ospite qui (vero Alfo?) e potrete continuare a seguirlo nel suo nuovo blog, ancora under construction.

Grazie ancora a tutti voi per la partecipazione, di cuore.

Vi salutiamo come sappiamo fare noi, a modo nostro: con due poesie.

QUADRI DI EGON SCHIELE  (Alfonso Angrisani)

Due tazze

di caffelatte

e poco prima

appena svegli

sul letto di un livido mattino

allora

io non volevo immaginarla su un foglio

questa storia

volevo che fosse per sempre

ma poi siamo usciti

 

per le strade

 

e per le strade umide di pioggia

 
una stampa di Egon Schiele

di quanta tristezza può vivere

l’ amore

di quante parole attese gesti ricordi

silenzi _

Guadalquivir (OphelinhaPequena)

Ti chiesi di portarmi al fiume

(c’è sempre un fiume, o un mare).

Ma non eri gitano,

e non ero ragazza, né moglie.

Il momento passò

e non fummo cacciatori arditi.

Le nostre frecce non lo raggiunsero

e vuote le nostre faretre.

Tutto quello che rimane tra noi,

tra l’ordito della lontananza

e gli scherzi del tempo,

è una notte di fine estate,

due stelle, erba umida

e al canto dei grilli

quell’angolo di fiume

che attende chi non arrivò.

Ophelinha  & Alfonso

Intervista al poeta A. Angrisani + PRIMO GIVEAWAY!

La vita è altrove è una celebre frase di Rimbaud. Andrè Breton la cita nella conclusione del suo manifesto del Surrealismo e nel maggio del 1968 gli studenti parigini l’adottarono come slogan e la scrissero sui muri della Sorbonne. Ma il titolo originale del mio romanzo era L’età lirica. Lo cambiai all’ultimo momento, di fronte all’espressione dubbiosa dei miei editori che temevano di non riuscire a vendere un libro con un titolo così astruso.
L’età lirica è la giovinezza. Il mio romanzo è un’epica della giovinezza e un’analisi di ciò che io chiamo “atteggiamento lirico”. L’atteggiamento lirico è una potenzialità di ogni essere umano e una delle categorie fondamentali dell’esistenza umana. La poesia lirica come genere letterario è antica di secoli, perchè antica di secoli è nell’uomo la capacità di assumere l’atteggiamento litico. La sua personificazione è il poeta. A cominciare da Dante, il poeta è anche una grande figura che attraversa tutta la storia europea. E’ un simbolo di identità nazionale (Camoes, Goethe, Mieckiewicz, Puskin), è un portavoce delle rivoluzioni (Bèranger, Petofi, Majakovskij, Lorca), è la voce della storia (Hugo, Breton), è un essere mitologico cui si tributa un culto pressocchè religioso (Petrarca, Byron, Rimbaud, Rilke), me è soprattutto il rappresentante di un valore inviolabile che noi siamo pronti a scrivere con l’iniziale maiuscola: la Poesia.
Ma che cosa è accaduto al poeta europeo nell’ultimo mezzo secolo? Oggi la sua voce stenta ad arrivare alle nostre orecchie. Quasi senza che ce ne accorgessimo, il poeta ha lasciato la vasta e rumorosa scena del mondo (la sua scomparsa parrebbe uno dei sintomi della pericolosa epoca di transizione in cui si trova l’Europa e alla quale non abbiamo ancora imparato a dare un nome).

 (Milan Kundera, La vita è altrove. Prefazione)

Questa breve introduzione di Kundera, tratta da La vita è altrove, sul ruolo cruciale che la figura del poeta ha sempre giocato nella società e sulla crisi che da decenni questa figura stessa sta attraversando, mi è sembrato il modo migliore per presentarvi, attraverso le sue parole per giunta, uno dei miei “compositori” contemporanei preferiti, nonchè mio carissimo amico: Alfonso Angrisani.

Alfonso Angrisani

Ve lo presento brevemente..tanto per rompere il ghiaccio.

Alfonso Angrisani nasce a Bari, anno 1962, e vive a Roma.

Nel 1997 è premiato al Concorso Nazionale di Poesia indetto dal Comune di Castelnuovo di Farfa.

E’ tra i poeti pubblicati nella raccolta Poesie d’amore, Moncalieri poetica, Edizioni Il Proclama Saturnio, anno 2000.

Nel 2003 ottiene la “menzione di merito” in occasione della XVII edizione del Premio di Poesia “Lorenzo Montano”, indetto dalla Rivista Anterem, e la “menzione onorevole” nel “2° Premio di letteratura Eugenio Montale”, organizzato dalla Agenzia letteraria Campigli and partners.

E’, inoltre, tra gli autori premiati nel Premio Nazionale di Poesia “Ugo Betti”: due sue composizioni sono pubblicate nell’Antologia curata dal Centro Internazionale Studi Ugo Betti.

Sempre nel 2003 è risultato tra i vincitori del premio indetto dalla casa editrice “Edizioni il Filo” in collaborazione con la Rome University of Fine Arts (RUFA).

Nel 2004 pubblica la raccolta Costellazione aperta, Edizioni Il Filo, che ottiene la menzione d’onore nel Premio nazionale di poesia Città di Legnano, edizione 2005, e la segnalazione di merito al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Firenze Capitale d’Europa”, VII edizione, 2004.

Questa raccolta è stata, inoltre, inserita dal Dipartimento di italianistica dell’Università di Yale nella sezione della biblioteca dedicata agli autori contemporanei.

La sua ultima opera Dentro. Dal deserto, è stata pubblicata dalle Edizioni Il Filo nel marzo del 2006, nella collana “Nuove voci – Le Cose”.

Ha scritto le poesie recitate nell’ambito della serata “Control Arms” organizzata, insieme al Gruppo Pop “Camomilla Isterica”, presso la “Palma Jazz Club” di Roma il 2 aprile 2006, per la raccolta di fondi in favore di Amnesty International.

Nel 2008 è tra i finalisti del Premio De Andrè, una sua composizione è pubblicata nella relativa Antologia curata dalla Casa Editrice Zona.

Di recente i suoi due libri “Costellazione aperta” e “Dentro. Dal deserto” sono recensiti nel catalogo autori Feltrinelli: http://www.lafeltrinelli.it/catalogo/aut/944232.html.

La sua ultima opera “Virus” (copyright SIAE 2010) è un romanzo in attesa di pubblicazione.

Per il resto è un avvocato, non esercita la professione forense, lavora presso una società che si occupa di servizi telematici.

Per ogni domanda, curiosità, informazione scrivetegli a: alfonsoangrisani@libero.it.

E ora…la parola al poeta  🙂

D: Alfonso, una tua definizione di poesia. Di getto, senza pensarci troppo.

R: La poesia è un sostantivo presente sul vocabolario idoneo a definire, secondo me, la dimensione artistica della parola secondo parametri e contenuti ormai desueti. Poesia in senso etimologico è un fare, un fare per significare. Ma in queste ultime stagioni del mondo la poesia non può più essere un fare, in nessun senso, a meno di volerle attribuire una valenza puramente artificiosa. Per questo motivo io non parlerei più di poeti e di poesia, ma di compositori e composizioni. Per lo meno, così preferirei essere qualificato.

D: Quando hai iniziato a scrivere? A quando risale la tua prima poesia?

R: Ho iniziato a scrivere – lo ricordo benissimo ancora adesso – il primo giorno di scuola all’asilo, quando la maestra (che era una suora) ci consegnò delle penne Pelican. Non sapevo ancora scrivere una vocale od una consonante, ma feci dei segni sul foglio e mi misi a respirare l’odore che proveniva dall’inchiostro. Quell’odore mi piacque molto, subito, così come l’odore del foglio. La mia vocazione a scrivere è nata in quel momento. Avevo cinque anni.

D: Quale poeta è stato in grado di donarti emozioni e di influenzare la tua produzione?

R: Tra i poeti un riferimento sicuro è stato Prèvert. Ma non posso negare anche l’influenza esercitata si di me da Majakovskij e, se pur molto diverso da questi, di Hikmet. Tra i compositori, trovo attraenti alcune opere di Bukowski, che non a caso si definiva un non-poeta.

D: Ancora una volta, senza pensarci…la poesia che hai amato di più. Che rileggi quando sei euforico o quando sei triste, con un bicchiere di vino bianco ghiacciato.

R: Barbara, di Prèvert. Non so se pensandoci poi meglio la metterei al primo posto, ma ricordo ancora la mia giovinezza passata a sognare su poesie come questa, fino a vedere in ogni volto femminile quello di Barbara. Per lungo tempo ho coltivato e sofferto di questa allucinazione: mi sono rifiutato di guardare le persone per quello che sono, attribuendo così loro ali che in realtà non hanno, per quanto stupido questo possa sembrare. Ancora adesso tendo a questo, ma ora so evitarmi gli aspetti negativi di questa dimensione immaginaria.

D: Ora una domanda un po’ più introspettiva..in quale delle tue poesie ti rispecchi di più? Quali dei tuoi versi ci rivelano il vero Alfonso?

R: Forse la poesia intitolata Tetti, perché richiama un momento magico sospeso nel tempo e nella memoria.

Tetti

Era  bello

rannicchiati  come  gatti

guardare  dal  nostro  rifugio 

arredato di  camini  e  antenne   televisive

la  fuga  dei  tetti  delle case

fino all’orizzonte

sospendere  i  piedi  nel  vuoto

come  se  si  potesse

camminare  nell’aria

sdraiarsi  e  fare  all’amore

con  il  cemento sulla schiena

e  il  cielo  negli  occhi

aprire  le  braccia  nel  vento

rubare  lenzuola 

e  giocare  a  volare

come  giovani  pazzi   vagabondi

angeli  di  città _
Alfonso Angrisani

D: dulcis in fundo..caro dottor Angrisani :)…e qui le do del lei…abbiamo saputo che sta muovendo anche i suoi primi passi nel mondo della prosa…può darci qualche succulente dettaglio in anteprima assoluta? 🙂

R: Chiamatemi semplicemente Alfonso, dottore o avvocato sono qualifiche che lascio ad altri ambiti della mia vita, magari altrettanto importanti, ma che non hanno relazioni dirette con la mia passione per la letteratura. Forse è bene non confondere troppo essere e dover essere, sbaglio? A parte questo, ecco, per la verità anche la narrativa l’ho sempre praticata, anche se più a livello di racconti. Nel 2010 ho però finito di scrivere un romanzo che ho depositato presso la SIAE e che è in attesa di pubblicazione. Le grandi case editrici cui mi sono direttamente rivolto l’hanno bocciato, nel migliore dei casi: altre non hanno nemmeno risposto. Forse non vale un granché dal punto di vista letterario, comunque scriverlo è stato per me molto motivante. Per quel che riguarda la trama, si tratta delle vicende di un gruppo di hacker e soprattutto del loro capo, che risponde al nome di Marco. Adesso ne sto scrivendo un secondo, ma non vorrei fare anticipazioni, anche perché il materiale su cui sto lavorando non è ancora definitivo.

Dentro. Dal deserto, Alfonso Angrisani, Edizioni Il Filo, 2006

Grazie ad Alfonso per la piacevole chiacchierata e per la panoramica che ci ha offerto del suo universo poetico…e le sorprese non finiscono qui! Alfonso ha infatti deciso di regalare una copia di Dentro. Dal deserto a uno di voi lettori.
Come fare per partecipare al primo giveaway di Impressions chosen from another time? Poche semplici regole:

– essere follower del blog su Blogger;
– essere follower della pagina Facebook o Twitter di Impressions chosen from another time;
– i punti 1 e 2 sono del tutto volontari, nel senso che, se vi va di farlo, mi fa piacere..la cosa davvero davvero importante è che invece passiate da questa pagina a lasciare un commento sulla poesia che Alfonso ha proposto, Tetti. I commenti verranno valutati dalla giuria insindacabile di Alfonso 🙂 …e il fortunato vincitore si porterà a casa una copia di Dentro. Dal deserto (che in ogni caso vi consiglio di leggere e di tenere sul comodino: le sue poesie vi faranno commuovere, emozionare, sognare).
Se commentate come anonimi e non vi va di lasciare un vostro recapito, scrivetemi ad ophelinha.pequena@gmail.com in modo che io ed Alfonso possiamo inviare il libro al vincitore.

Avete tempo fino al 15 Marzo….mi auguro davvero partecipiate numerosi e passiate a lasciare, ancora una volta, le vostre personalissime impressions chosen from another time.

Ophelinha & Alfonso

Di compleanni…e di nuvole

Rieccomi tra queste pagine virtuali…in un periodo un po’ strano e un po’ confuso, un po’ dolce e un po’ amaro…dopo altre candeline appena soffiate, che fanno sempre venire in mente altri compleanni… in cui tutto era meno complicato, in cui si mangiavano le chiacchiere, che saranno per sempre associate alla mia infanzia ed al mio compleanno, che cade quasi sempre durante il carnevale.

Altri compleanni in cui tutto era semplice, in cui si poteva essere più egoisti e avere una torta tutta rosa… ed esprimere qualsiasi desiderio dopo aver soffiato le candeline, perchè  tanto c’era tutta una vita davanti, e le possibilità erano semplicemente infinite…si poteva essere tutto, si poteva diventare tutto, non c’erano limiti…It was my party and I could really cry out loud if I wanted to.

Erano tempi in cui le responsabilità erano molto minori, in cui non si doveva moltiplicare tutto per tre e in cui si poteva perdere una buona ora e mezzo solo per decidere cosa indossare e un’altra ora e mezzo per truccarsi e pettinarsi. In cui si era più leggeri, il cuore era più leggero e si poteva avanzare lungo il percorso dei giorni, attraverso il percorso della vita pattinando, danzando, canticchiando a cuor leggero.
Erano tempi in cui si poteva passare tutta la giornata in spiaggia o in veranda a prendere il sole e a leggere o a scrivere, fantasticando di diventare una giornalista o una scrittrice, di vivere a Londra e di viaggiare, viaggiare.

Anni che passano, nuvole..e una lettera d’amore.
Una lettera sull’amore trascorso, rivissuto in una memoria labile perché ovattata dalla sensazione di stordimento, nella mancanza.
Il ricordo di una relazione amorosa appena conclusa è un cadere lento attraverso le nuvole, un passaggio e ricordo del passaggio, in una realtà nella quale ricordi vivi ma incerti si confondono con il presente perché il vissuto del cuore non procede nel tempo lineare, passato-presente-futuro. Il cuore è senza tempo e così si cade senza sosta nelle nuvole e oltre di esse; mentre la mente cerca di ancorarsi ai ricordi e di ritornare al proprio vissuto, la caduta non trova un’isola sulla quale arrestare il proprio moto. Gli oggetti intorno, reali e emozionali, sono influenzati dagli effetti combinati della forza gravitazionale e della forza centrifuga e costituiscono una corona, un anello, tutt’intorno mentre si cade (“Falling through the ring means falling through the spaces between the objects that together make the ring” – “Cadere attraverso la corona circolare significa cadere attraverso lo spazio fra gli oggetti che insieme formano l’anello” – Sarah Manguso, Lettera d’amore, che riporto in seguito).

Anche il cuore, come la mente, cerca ancora la persona amata e gli oggetti condivisi nel vissuto; ma la forza della caduta e la potenza delle emozioni ci obbligano alla presenza, così la caduta non si arresta.
Prendo in prestito le parole del mio Nininho:

 Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.

Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.

Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.

Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.

Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!

Nuvole… Continuano a passare,alcune così enormi ( poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.

Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto.

Nuvole… Esse sono tutto,crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti.

Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.

Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto

E la discesa non si arresta….

(Nuvole, Fernando Pessoa)

 

Love Letter (Clouds)

By Sarah Manguso

 

for B. H.

I didn’t fall in love. I fell through it:

 

Came out the other side moments later, hands full of matter, waking up from the dream of a bullet tearing through the middle of my body.

 

I no longer understand anything for longer than a long moment, or the time it takes to receive the shot.

 

This kind of gravity is like falling through a cloud, forgetting it all, and then being told about it later. On the day you fell through a cloud . . .

 

It must be true. If it were not, then when did these strands of silver netting attach to my hair?

 

The problem was finding that you were real and not just a dream of clouds.

 

If you weren’t real, I would address this letter to one of two entities: myself, or everyone else. The effect would be equivalent.

 

The act of falling happens in time. That is, it takes long enough for the falling to shear away from the moments before and the moments after, long enough for one to have thought I am falling. I have been falling. I continue to fall.

 

Falling through a ring, in this case, would not mean falling through the center of the annulus—a planet floats there. Falling through the ring means falling through the spaces between the objects that together make the ring.

 

On the way through, clasp your fists around the universe:

 

Nothing but ice-gravel.

 

But open your hands when you reach the other side. Quickly, before it melts.

 

What did I leave you?



Lettera d’amore (Nuvole)
per B.H.

Non mi sono innamorata. La mia è stata una caduta.
Sono riemersa dall’altra parte qualche minuto dopo, le mani piene di materia, risvegliandomi dal sogno di un proiettile
che lacerava il mio corpo a metà.
Non capisco più niente se non per un lungo momento, o per il tempo necessario a ricevere il colpo.
Questo tipo di gravità è simile al cadere attraverso una nuvola, dimenticando tutto, per poi sentirselo raccontare un momento dopo.
Nel giorno in cui sei caduto attraverso una nuvola.
Deve essere vero. Se non lo fosse, allora quando si sarebbero attaccati ai miei capelli questi fili di tulle argentato?
Il problema è stato scoprire che eri tu ad essere vero e non un sogno di nuvole.
Se tu non fossi reale, indirizzerei questa missiva a una di queste entità: me stessa, o chiunque altro.
L’effetto sarebbe lo stesso.

Cadere è un atto puntuale. Vale a dire, ci vuole abbastanza tempo perchè la caduta si stacchi dal momento anteriore e da quello successivo, abbastanza tempo perchè qualcuno pensi che io sto cadendo. Stavo cadendo. Continuo a cadere.

Cadere attraveso un cerchio, in questo caso, non significherebbe cadere attraverso il centro dell’anello – un pianeta vi galleggia.
Cadere attraverso un cerchio significa cadere attraverso lo spazio tra gli oggetti che insieme formano l’anello.
Durante il percorso, afferrati all’universo coi pugni ben stretti:

Null’altro che ghiaia gelata.
Ma apri le tue mani quando arrivi dall’altra parte. Velocemente, prima che si sciolga.

Che cosa ti ho lasciato?
(Traduzione @OphelinhaPequena)

 

Sarah Manguso, scrittrice e poetessa americana nata nel 1974, durante il suo primo anno ad Harvard inizia a soffrire della sindrome di Guillain-Barrè, una malattia molto rara che porta alla paralisi progressiva degli arti – nei casi peggiori entro ventiquattro ore.

Racconta della sua tragica esperienza, così come del taumaturgico potere dell’amore e del sesso, nel suo libro Two kinds of decay.

Per saperne di più:

Una malattia mi ha rubato la giovinezza (La Repubblica, Dmemory)

Sarah Manguso on The Bat Segundo Show

Un giorno di silenzio per Wislawa

Oggi niente lettere, niente racconti, niente parole: solo le sue. La grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la Letteratura 1996, si è spenta ieri nella sua casa di Cracovia a causa di un cancro ai polmoni. Era una fumatrice accanita, e mi piace pensarla così, mentre fuma un’ultima sigaretta prima di chiudere gli occhi per sempre, piena di ironia nei confronti della morte come lo era stata nei confronti della vita.

w7

 

 

È triste perdere una poetessa e una donna del suo calibro, ed è triste perdere le sue parole, le sue parole leggere “Non avermene se prendo in prestito parole patetiche e poi fatico per farle sembrare leggere”.

 

Non avresti mai potuto usare parole patetiche, cara Wislawa. Le tue parole penetravano come lame, erano luminose, erano tenere senza mai essere smielate.

 

Il tuo epitaffio te l’eri già composto, perché non avevi paura della morte, avresti avuto invece paura di essere accompagnata nel tuo viaggio più lungo da parole pesanti, parole sgraziate, parole poco adeguate. Da un’agiografia in cui non ti saresti mai rispecchiata, perché, nonostante tu abbia scritto poesie per decenni, ne hai pubblicate solo quattrocento.

 

    “Qui giace come virgola antiquata

 

    l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata

 

    dell’eterno riposo, sebbene la defunta

 

    dai gruppi letterari stesse ben distante.

 

    E anche sulla tomba di meglio non c’è niente

 

    di queste poche rime, d’un gufo e la bardana.

 

    Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,

 

    e sulla sorte di Szymborska medita un istante”.

 

    (Epitaffio, Sale, 1962)

w3

 

Stamattina, in un bellissimo articolo del Wall Street Journal, leggevo questo aneddoto, che voglio riportare:

 

After arriving in Stockholm to receive her Nobel, reporters at the airport asked Szymborska about the first poem she ever wrote.

 

She replied with modesty and humor familiar to her readers.

 

“It is hard to say what the first one was about because I started very early to write poems. I was about 4 years old,” she said. “Of course they were clumsy and ridiculous. But when one poem was right, my father took it and gave me some money to buy chocolates.

 

“So I can say I started living by my poetry when I was 4.”

 

Voglio salutarti con le sole parole che ritengo appropriate: le tue.

 

w2

 

    Il gatto in un appartamento vuoto

 

 

    Morire – questo a un gatto non si fa.

 

Perché cosa può fare il gatto

 

in un appartamento vuoto?

 

Arrampicarsi sulle pareti.

 

Strofinarsi tra i mobili.

 

Qui niente sembra cambiato,

 

eppure tutto è mutato.

 

Niente sembra spostato,

 

eppure tutto è fuori posto.

 

E la sera la lampada non brilla più.

 

Si sentono passi sulle scale,

 

ma non sono quelli.

 

Anche la mano che mette il pesce nel piattino

 

non è quella di prima.

 

Qualcosa qui non comincia

 

alla sua solita ora.

 

Qualcosa qui non accade

 

come dovrebbe.

 

Qui c’era qualcuno, c’era,

 

e poi d’un tratto è scomparso,

 

e si ostina a non esserci.

 

In ogni armadio si è guardato.

 

Sui ripiani è corso.

 

Sotto il tappeto si è controllato.

 

Si è perfino infranto il divieto

 

di sparpagliare le carte.

 

Cos’altro si può fare.

 

Aspettare e dormire.

 

Che provi solo a tornare,

 

che si faccia vedere.

 

Imparerà allora

 

che con un gatto così non si fa.

 

Gli si andrà incontro

 

come se proprio non se ne avesse voglia,

 

pian pianino,

 

su zampe molto offese.

 

E all’inizio niente salti né squittii.

w

Un amore felice

 

Un amore felice. E’ normale?

è serio? è utile?

Che se ne fa il mondo di due esseri

che non vedono il mondo?

 

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,

i primi qualunque tra un milione, ma convinti

che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;

la luce giunge da nessun luogo –

perchè proprio su questi e non su altri?

Ciò offende la giustizia? Sì.

Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?

Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

 

Guardate i due felici:

se almeno dissimulassero un po’,

si fingessero depressi, confortando così gli amici!

Sentite come ridono – è un insulto.

In che lingua parlano –

comprensibile all’apparenza.

 

E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,

quei bizzarri doveri reciproci che si inventano –

sembra un complotto contro l’umanità!

 

E’ difficile immaginare dove si finerebbe

se il loro esempio fosse imitabile.

Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,

di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,

chi vorrebbe restare più nel cerchio?

 

Un amore felice. Ma è necessario?

Il tatto e la ragione impongono di tacerne

come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.

Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.

Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,

capita, in fondo, di rado.

 

Chi non conosce l’amore felice

dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

 

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

w9

 

 

  Amore a prima vista

  Sono entrambi convinti

  che un sentimento improvviso li unì.

    È bella una tale certezza

    ma l’incertezza è più bella.

 

    Non conoscendosi prima, credono

    che non sia mai successo nulla fra loro.

    Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

    dove da tempo potevano incrociarsi?

 

    Vorrei chiedere loro

    se non ricordano –

    una volta un faccia a faccia

    forse in una porta girevole?

    uno “scusi” nella ressa?

    un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

    – ma conosco la risposta.

    No, non ricordano.

 

    Li stupirebbe molto sapere

    che già da parecchio

    il caso stava giocando con loro.

 

    Non ancora del tutto pronto

    a mutarsi per loro in destino,

    li avvicinava, li allontanava,

    gli tagliava la strada

    e soffocando un risolino

    si scansava con un salto.

 

    Vi furono segni, segnali,

    che importa se indecifrabili.

    Forse tre anni fa

    o il martedì scorso

    una fogliolina volò via

    da una spalla all’altra?

    Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

    Chissà, era forse la palla

    tra i cespugli dell’infanzia?

 

    Vi furono maniglie e campanelli

    in cui anzitempo

    un tocco si posava sopra un tocco.

    Valigie accostate nel deposito bagagli.

    Una notte, forse, lo stesso sogno,

    subito confuso al risveglio.

 

    Ogni inizio infatti

    è solo un seguito

    e il libro degli eventi

    

    è sempre aperto a metà.

 w6

 

 

 

    Il vecchio professore

 

Gli ho chiesto di quei tempi,

    quando ancora eravamo così giovani,

    ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti.

 

    È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto se sa ancora di sicuro

    cosa è bene e male per il genere umano.

 

    È la più mortifera di tutte le illusioni

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto del futuro,

    se ancora lo vede luminoso.

 

    Ho letto troppi libri di storia

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto della foto,

    quella in cornice sulla scrivania.

 

    Erano, sono stati. Fratello, cugino, cognata,

    moglie, figlioletta sulle sue ginocchia,

    gatto in braccio alla figlioletta,

    e il ciliegio in fiore, e sopra quel ciliegio

    un uccello non identificato in volo

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto se gli capita di essere felice.

 

    Lavoro

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto degli amici, se ne ha ancora.

 

    Alcuni miei ex assistenti,

    la signora Ludmilla, che governa la casa,

    qualcuno molto intimo, ma all’estero,

    due signore della biblioteca, entrambe sorridenti,

    il piccolo Jas che abita di fronte e Marco Aurelio

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto della salute e del suo morale.

 

    Mi vietano caffè, vodka e sigarette,

    di portare oggetti e ricordi pesanti.

    Devo far finta di non aver sentito

    -mi ha risposto.

 

    Gli ho chiesto del giardino e della sua panchina.

 

    Quando la sera è tersa, osservo il cielo.

    Non finisco mai di stupirmi,

    tanti punti di vista ci sono lassù

    -mi ha risposto.

 

 w8

 

    Il primo amore

 

 

    Dicono

    che il primo amore sia il più importante.

    Ciò è molto romantico

    ma non è il mio caso.

    Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato,

    è accaduto e si è perduto.

    Non mi tremano le mani

    quando mi imbatto in piccoli ricordi

    e in un rotolo di lettere legate con lo spago

    nemmeno con un nastrino.

    Il nostro unico incontro dopo anni,

    la conversazione di due sedie

    intorno a un freddo tavolino.

    Atri amori

    ancora respirano profondamente in me.

    A questo manca il fiato per sospirare.

    Eppure proprio così com’è,

    è capace di ciò di cui quelli

    non sono ancora capaci:

    non ricordato,

    neppure sognato,

    mi familiarizza con la morte.

w5

 

 

Per non dimenticare.

C’E’ UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

(Joyce Lussu)

Tu che conosci il mio silenzio

Vasilij Kandinskij, Punto, linea, superficie

                                                                                    
                                                                                                 A  Nininho

Tu che conosci il mio silenzio

e non lo interrompi, perché lo comprendi,

tu, lo sguardo che svela mille e poi mille parole,

tu, gli occhi sornioni e canzonatori che fermano il tempo,

tu, la voce di velluto che incanta il rumore e mi insegna il silenzio,

tu, le lunghe mani di cera capaci di cancellare il mondo,

tu, perduto nei meandri della vita,

nei viottoli degli anni,

nelle scorciatoie delle stagioni,

fermo agli incroci dei minuti,

in un battito di secondo

          sei tutto quello che cerco

sei tutto quello che dico

con mille e più mille parole

nei baratri del mio silenzio

 (@OphelinhaPequena)


E ti vengo a cercare (Franco Battiato)

Moretti canta E ti vengo a cercare (Palombella Rossa)

Dancing girl in a crystal cage

La vierge folle
Degas
You are passing by

 

You see her in her crystal cage                                                                                          

 

She is like a danseuse

 

In an old carillon

 

She smiles her crazy smile

 

She dances her wild dance

 

You have no choice but-

 

                you have to let her go.

 

 

People stop by

 

People laugh at her

 

Blissfully unaware

 

Dressed up in feathers and boas

 

With her Bahia hat

 

Made of mangoes and bananas

 

You have no choice but

 

                    you have to let her go.

 

 

You’d like to run away

 

You’d like to hide

 

Except you cannot move

 

You are mesmerised

 

With her perfect porcelain teeth

 

She eats her broken heart

 

Her once blue-skied eyes

 

Are now watery and pale

 

Her oh-so-milky skin

 

Is transparent as glass

 

Her once tangled golden maze

 

Is now fluffy ashes

 

You could break her

 

Except you cannot  -already done

 

You have no choice but –

 

             you have to let her go.  

 

 

You sucked her tender youth

 

You devoured her beauty

 

You wasted her soft skin

 

You stole magic dreams

 

With your net of lies

 

You destroyed her innocence

 

You corrupted her bones

 

You walked all over her heart

 

Wearing her 12-inches stilettos

 

Now there she is

 

Dancing like crazy

 

Singing like she did not even care

 

A poupette without feelings

 

In a sleepless, timeless crystal tower

 

A wooden princess in a cage

 

You, his minstrel

 

Her, your mistress – not your lady, beware

 

Not the sole queen of your heart.

 

 

Betrayal tore her apart

 

She threw away her crimson lips

 

She slept with her worst nightmares

 

Out of pure hate for you

 

You, who used to read her Lee Masters

 

“There is no marriage in heaven.

 

But there is love”.

 

What does she have now?

 

Her unrequited love

 

Smelling of bitter almonds

 

Her never-ending rage

 

Her crystal cage.

 

Now you cannot stop staring

 

She laughs and laughs and laughs

 

As is she did not care anymore

 

 

Ain’t  no choice my friend

 

–          you have to let her go.

 

 

Degas
Degas
Degas