A thousand kisses deep

I know she is coming
I know she will look
And that is the longing
And that is the book
Leonard Cohen

 

Niente di meglio di una poesia per donare colori sfumature profumi nuovi a un autunno già iniziato da troppo tempo. Un autunno lento e statico, dove il grigiore mattutino nasconde troppo spesso l’oro e il rame delle foglie cadenti.
E non una poesia qualunque: una di quelle che rimangono dentro, che ti infestano, che ti perseguitano, che continui a ripetere a bassa voce come un mantra. Una poesia del mio amatissimo Leonard Cohen (nella rosa dei candidati per il prossimo premio Nobel per la letteratura), tratta dal suo Book of Longing.

A thousand kisses deep è una prima versione della celebre canzone. Una poesia sensuale, a tratti cruda, che regala inaspettate immagini di una dolcezza struggente (il protagonista come pupazzo di neve sotto la pioggia e la grandine; l’amata che si apre come un giglio al calore).
Il protagonista inizia con l’identificarsi completamente con la persona amata, sangue del suo sangue, suo specchio gemello, per poi svilupparne l’identità nel corso dei versi come un’entità del tutto separata e altra-da-sè.
Il protagonista dichiara di essere bravo ad amare, bravo ad odiare ma di congelarsi nel mezzo: non è bravo a ricordare e a rimpiangere colei che ha perduto, che, ben lontana dall’essere perfetta, circondata da un alone di mistero, di artificio, di bugie, continua a farlo aspettare, sciogliendosi sotto la pioggia ed il nevischio: ma lei ormai non è più obbligata ad ascoltare le sue parole, muta condanna, che si perdono nel silenzio di una nottata d’inverno, rotto soltanto dal rumore della pioggia, o annegate a un migliaio di baci di profondità.

A proposito di questo verso, presente anche nell’omonima canzone, lo stesso Cohen ha scritto:

It’s a song that summaries quite well this feeling of invincible defeat anyone is affected by. The feeling that everything is temporary and unsubstantial. Of course you have to live your life as though it were all real, but the fundamental reality is far beyond the human’s understanding. Nowadays we know much more the mechanism of the Human, we’re decoding his genes, but no one can tell what is the meaning of that “Boogie street”. You can only have this feeling everything escapes us. Finally it’s an instructive feeling, that drive us ahead.
(..) It’s taken so long to write and it was so much of my ordinary day even when I was in the meditation hall spending long hours. I suppose I was supposed to be calming my mind or directing it to other areas, but I was working on the rhymes for A Thousand Kisses Deep. I found the mediation hall was an excellent place to work on songs. I could concentrate on a verse, work out the rhymes and the ideas would come.

(È una canzone che riesce a riassumere quel senso di invincibile sconfitta che colpisce tutti. La sensazione che tutto sia temporaneo, privo di sostanza. Ovviamente bisogna vivere come se tutto fosse reale, ma la realtà fondamentale trascende la comprensione umana. Oggi conosciamo molto meglio il corpo umano, ne decodifichiamo i geni, ma nessuno può illuminarci sul significato di quella “Boogie Street”). L’unica cosa che ci resta è quella sensazione che tutto sia transeunte. Tutto considerato, è un sentimento istruttivo, che ci fa andare avanti. (..) Ho impiegato gran parte delle mie giornate a scriverla, anche quando passavo lunghe ore nella sala di meditazione. Avrei dovuto rilassarmi, indirizzare la mia mente verso altri pensieri, ma la verità è che stavo lavorando alle rime per A thousand kisses deep. Trovavo la sala di meditazione un posto eccellente per lavorare alle mie canzoni. Potevo concentrarmi su un verso, lavorare sulle rime e aspettare il flusso di idee…)

Ve la propongo nella mia traduzione, sperando riesca ad incantarvi e a regalarvi istanti di non trascurabile estate.

You came to me this morning
And you handled me like meat
You’d have to be a man to know
How good that feels, how sweet
My mirror twin my next of kin
I’d know you in my sleep
And who but you would take me in
A thousand kisses deep

I loved you when you opened
Like a lily to the heat
I’m just another snowman
Standing in the rain and sleet
Who loved you with his frozen love
His second-hand physique
With all he is, and all he was
A thousand kisses deep

I know you had to lie to me
I know you had to cheat
To pose all hot and high behind
The veils of sheer deceit
Our perfect porn aristocrat
So elegant and cheap
I’m old but I’m still into that
A thousand kisses deep

And I’m still working with the wine
Still dancing cheek to cheek
The band is playing Auld Lang Syne
But the heart will not retreat
I ran with Diz and I sang with Ray
I never had their sweep
But once or twice they let me play
A thousand kisses deep

The autumn slipped across your skin
Got something in my eye
A light that doesn’t need to live
And doesn’t need to die
A riddle in the book of love
Obscure and obsolete
Until witnessed here in time and blood
A thousand kisses deep

I’m good at love, I’m good at hate
It’s in between I freeze
Been working out, but its too late
It’s been too late for years
But you look fine you really do
The pride of Boogie Street
Somebody must have died for you
A thousand kisses deep

I loved you when you opened
Like a lily to the heat
You see I’m just another snowman
Standing in the rain and sleet
But you don’t need to hear me now
And every word I speak
It counts against me anyhow
A thousand kisses deep

leonard-4

Questa mattina sei venuta da me
maneggiandomi come se fossi un pezzo di carne
Dovresti essere un uomo per sapere
quanto faccia bene, quanto sia dolce
Mio specchio, sangue del mio sangue
ti riconoscerei nel sonno
e chi oltre a te riuscirebbe a portarmi
a mille baci di profondità

Ti ho amato quando ti schiudevi al calore
come un giglio
sono solo un altro pupazzo di neve
sotto la pioggia e la grandine
che ti ha amato col suo amore di ghiaccio
il suo fisico di seconda mano
con tutto quello che è e tutto quello che è stato
a mille baci di profondità

So che dovevi mentirmi
So che dovevi tradirmi
Fingerti sensuale, di classe
dietro i veli dell’inganno assoluto
La nostra perfetta porno-aristocratica
così elegante e a poco prezzo
Sono vecchio ma mi piace ancora
a mille baci di profondità

Ma seduco ancora col vino
e ballo guancia a guancia
la banda suona Auld Lang Syne
ma il cuore non vuole battere in ritirata
ho corso con Ditz, ho cantato con Ray
non ho mai avuto la loro abilità
ma una volta o due mi hanno lasciato suonare
a mille baci di profondità

L’autunno è scivolato sulla tua pelle
facendo arrivare al mio occhio
una luce che non ha bisogno di vivere
e non ha bisogno di morire
un enigma nel libro dell’amore
oscuro ed obsoleto
e ha fatto da testimone qui nel tempo e nel sangue
a mille di baci di profondità

Sono bravo ad amare, sono bravo ad odiare
è nel mezzo che mi congelo
mi sono esercitato ma è troppo tardi
(è stato troppo tardi per anni)
ma tu sei bella, lo sei davvero
l’orgoglio di Boogie Street
qualcuno deve essere morto per te
a mille baci di profondità

Ti ho amato quando ti schiudevi al calore
come un giglio
sono solo un altro pupazzo di neve
sotto la pioggia e la grandine
Ma non hai bisogno di sentirmi ormai
ed ogni mia parola
si ritorce comunque contro di me
a mille baci di profondità

 

leonard5

coat

Alice and the maze (playing with words)

 
 
I was little Alice

and you were the maze.

I tried to break in

 – wanted to get lost,

   never to be found.

There was no key

the maze was sound-proof

double-glazed.

 

There was a bowl of icecream

for a ravenous child

 – a scrumptious sight for sore eyes.

You were the silver spoon

the table so tall

 – I was too small.

I could just break down and cry

out of anger and exhaustion.

 

You were a blue cool lake

so far away.

I tried to reach out to you

 – the harder I tried, the further you moved away.

Besides, I couldn’t swim, nor dive.

 

You spoke a language

I could not understand.

You were telling me stories

and you wouldn’t translate.

I was bored and fed up

 – needed to be entertained.

I cried out of sheer loneliness.

You just faded away.

 

You were the White Rabbit

I met you in the dark

I tried to catch up with you

You were running so fast

Always looking at your funny turnip pocket watch

 – never looking at me.

I tried to call you

but I had no voice

 – there and then you were gone.

 

You were the Mad Hatter

giving a tea party.

I was so thirsty

but you said it didn’t matter.

You said you were no judge

but there you were assessing me

dismissing me

shrugging me off

 – I was no good.

I would have cared for a cupcake.

You told me, child don’t bother

love is not easy game to play

not even in Wonderland

and lies are no currency

not even in Wonderland.

I cried out of guilt

loneliness and abandonment

 – more invisible than a pale ghost.

 

You were the Cheshire cat

whimsical look

quixotic smile

 – eyes wider and wilder than life.

I felt kinda obnoxious

but all the same besotted.

I read you a poem

you said, little girl, you’re just a child

you’ll never know better

and love is not easy game

not even in Wonderland.

I tore my notebook in pieces

and cried my eyes out.

 

You were the Queen of Hearts

 – frozen pale eyes, algid grin.

I bowed and sang you a song

trying so hard to please

you said, little girl, don’t bother

love is not easy game to play

not even in Wonderland

leave my kingdom of broken hearts

or else I’ll smash yours.

My feet were sore

My mind was numb

Nowhere to go.

I cried out of randomness,

a ragged bum.

 

We were sitting in the grass

and there was chilled wine.

My favorite word was “complicated”

yours were “never mind”.

You said, don’t drink little girl

 – it will not help you grow up

   nor older nor wiser.

I am sorry I have judged you

  – that’s just how it goes.

You were snotty and curious

you wanted to be beguiled.

Well that’s Wonderland for you

 – you were not invited

   and love is not easy game

   not even in Wonderland.

Take a sip and forget

 – take it from me, you’ll never come back.

I cried out of sheer rejection

 – was that my reflection

   in your iridescent eyes?

 

I am such a mess.

 

I was little Alice

and you were the maze.

The locket was empty

the moon was pale white

the pages were torn

the glass was half drunk

 – I was just so tired.

I wanted to get lost

 – so I sat there and waited and waited and waited

to find a way

to get into you.

 

Love is not easy game to play

not even in Wonderland

and moonlights

are heartaches in disguise.
 

A cosa serve la poesia?

Riflessioni (in prima persona) di un lunedì sera di un marzo che stenta ad ingranare e a farmi sperare in un po’ di primavera.

E’ una sera così: rientro stanca, affamata, bagnata e senza poterne più di tutta questa neve, tanta che è bianco ovunque guardi e sembra non dover finire mai, non doversi sciogliere mai. Non dover mai lasciar spazio al tepore di un raggio di sole, al sorriso di una margherita, a una giacca leggera, a colori vivaci.
Una sera in cui rientro più precaria che mai, più che mai spaventata dall’impossibilità di pianificare alcunchè, io che ho sempre voluto avere in mano il controllo della situazione, e improvvisamente vorrei riuscire a organizzarmi la vita come organizzavo le sessioni di esami, in maniera razionale, analitica, ordinata, quel tanto che bastava da avere qualche sabato libero e un po’ di vacanze.

E invece here I am, expat desiderosa di evadere da Greyville ma senza nessuna idea di dove andare, senza nessuna idea di chi sono professionalmente e di quello che posso – o non posso – fare. E con la prospettiva di riprendere in mano le sudate carte per tentare gli ennesimi concorsi con un tasso di riuscita dell’1%, e di mettere da parte il teatro, i libri, la scrittura, lo studio del Portoghese, per lasciare spazio alla realtà vera, nella quale non posso che desiderare di essermi laureata in qualcosa di “serio”, di essere, che so io, un ingegnere petrolifero o un chirurgo plastico. Tutto fuorchè una giocoliera senz’arte nè parte, innamorata delle lingue, delle parole, della poesia. Chè di poesia non si mangia, e arrivo a chiedermi: qual è l’utilità sociale della poesia? cui prodest?
Qual è l’utilità sociale di una persona come me e dei suoi scarni versi insonni? In un mondo tormentato dal dubbio, dall’incertezza, dalla crisi, dalla volatilità, dalla precarietà, dal senso di sradicamento, come può la poesia salvarci?

E mi viene in mente quella poesia di Guido Gozzano, La Signorina Felicita ovvero la felicità; una poesia che chiede quasi scusa di esistere, scritta da un poeta che timidamente si vergogna della sua vocazione:

(…) Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi.
Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…
Oh! Questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatto la seconda
classe, t’han detto che la terra è tonda,
ma non ci credi… E non mediti Nietzsche…
mi piaci. Mi faresti più felice
d’un intellettuale gemebonda…
Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…
Ed io non voglio più essere io!

(…)

Gozzano non avrebbe potuto esprimere meglio quello che provo esattamente in questo momento: non vorrei essere più io. Vorrei essere placida e inquadrata, avere un piano pensionistico e un libretto di risparmi. Vorrei dormire almeno otto ore a notte e mangiare sano, non sperperare una piccola fortuna in libri e vestitini che non posso indossare (causa clima polare di Greyville). Vorrei non avere più paura del futuro, essere più nichilista e meno socratica. Sognare solo di notte, con moderazione, e smettere di credere che nel potere taumaturgico delle parole si nasconda la chiave ultima per arrivare alla felicità, per comprendere le persone e la realtà che ci circonda.
Vorrei imparare a cucinare, a cucire, a montare i mobili Ikea. Ad essere una persona più pratica e con i piedi ben saldi per terra, che la sera a cena guarda il telegiornale e poi discute di politica, con moderazione.

Essere, in sostanza, un’altra me.

Accendo il pc, scorro il feed dei miei siti preferiti…e il mio sguardo si ferma su una poesia di Sylvia Plath, Kindness:

Kindness glides about my house.

Dame Kindness, she is so nice!

The blue and red jewels of her rings smoke

In the windows, the mirrors

Are filling with smiles.

What is so real as the cry of a child?

A rabbit’s cry may be wilder

But it has no soul.

Sugar can cure everything, so Kindness says.

Sugar is a necessary fluid, Its crystals a little poultice.

O kindness, kindness Sweetly picking up pieces!

My Japanese silks, desperate butterflies,

May be pinned any minute, anesthetized.

And here you come, with a cup of tea

Wreathed in steam.

The blood jet is poetry,

There is no stopping it.

You hand me two children, two roses.

E penso alla giovane e ribelle Sylvia, che fa fatica ad accettare la logica nichilista del mondo capitalista, che si sforza di adeguarsi al suo ruolo di casalinga, mamma e soprattutto moglie del grande Ted Hughes. Che vive nella sua ombra, e non riesce a trovare dentro sè la forza necessaria a brillare di luce propria.
E in pochi versi, usando immagini casalinghe, familiari – il tè, lo zucchero, le farfalle che rifiutano di essere fissate con degli spilli sulla sua veste di seta giapponese, di giacere anestetizzate; la falsa gentilezza del marito, l’ipocrisia di quest’aura che incombe sulla loro apparente quiete domestica come una maledizione – la Plath riassume quell’ ennui, quel disagio esistenziale, quella paura del presente e del futuro, quel rendersi conto che la vita che si sta vivendo non è esattamente quella  accarezzata lungamente. Nei sogni, nei progetti, nei discorsi “quando sarò grande”.

Tuttavia, tutte queste immagini falsamente rassicuranti, lo zucchero amaro, i sorrisi forzati, il vapore del tè caldo che appanna la vista confluiscono in un finale forte, ma al tempo stesso pieno di speranza: l’inchiostro insanguinato è la poesia, e l’unico dono che il marito sia davvero riuscito a fare a Sylvia sono i loro due bambini, due rose.

Allora, c’è speranza: e se non ce n’è nel presente ce n’è nella vita futura, nella vita che verrà, in questi bambini dalle gote rosee il cui pianto ha un’anima.

Forse la poesia non serve a molto, e la funzione sociale dei poeti diventa sempre più esile, più magra, più ridotta. Eppure, versi come questi sono un balsamo per l’anima infreddolita e scoraggiata, in una sera di quasi primavera che sembra quasi inverno.

Te ne sei andato (una lettera d’addio, in versi)

Te ne sei andato.

Il biglietto da tempo prenotato.

Te ne sei andato.

(Troppo leggero il tuo bagaglio,

troppo pesante il mio).

Te ne sei andato

senza aspettare coincidenze, senza ritardi,

senza cambiare i tuoi programmi

senza un biglietto né un saluto

senza avvertirmi.

Te ne sei andato.

Ti avrei dato i miei occhi ed il mio fucile.

Te ne sei andato

(essere odiato, amato, odiato, amato)

Non ho mai potuto chiamarti amore.

Ora posso farlo – che paradosso!

Mio amore, mio amato,

te ne sei andato.

Ti avrei donato i miei occhi ed il mio fucile.

Ti avrei donato il mio cuore e la mia pelle.

Ti avrei donato la mia anima e le mie viscere

(Eri me più di me stessa,

ero te più di te stesso).

Il tuo ricordo mi lacera e mi dilania,

cane arrabbiato che urla e non sai mai quando morderà,

Prometeo sospeso proteso bloccato in un attimo

l’unico

l’ultimo.

Un attimo

l’ultimo

tu che mi giri le spalle

(l’odore di te ancora sulla mia pelle)

e te ne vai.

Semplicemente.

Ma io darei

i miei occhi ed il mio fucile,

la mia testa e la mia anima

ogni singolo pezzetto della mia essenza

per il mio amato amore

per riaverti qui con me.

Ma io guaderei

torrenti di lacrime amare

ma io scalerei

picchi ibernati di sofferenza e di oblio

per essere rischiarata

dall’unico raggio di sole

l’unico

l’ultimo…

E la chiarezza abbacinante

di averti già vissuto

di vedere me stessa nei tuoi occhi.

Lo stupore allucinante

di essere complici,

come riprendere una conversazione mai interrotta

come ritrovare il compagno di un viaggio lasciato a metà.

Te ne sei andato

senza avere avvisato.

La voragine mi divora dentro,

il buco nero mi dilania,

il freddo mi iberna e mi isola,

rendendomi invisibile,

alienandomi.

Ma io darei

diecimila anni della mia inutile vita

ventimila gocce del mio sangue

ogni fibra del mio essere

per riavere

le tue mani.

Le tue mani,

semplici lunghe lisce essenziali,

le tue dita di luce e di ombra,

piacere e dolore.

Il tuo viso.

Metafora obliata già amata in una vita passata,

agrodolce rimembranza viva più che mai,

pena costante ulcera ferita piaga che nessuno può vedere

(sono piena di cicatrici).

Le tue mani

Il tuo viso

Il tuo sorriso.

Raggio di sole in una giornata spettrale,

tanto timido quanto inaspettato quanto

amato.

Le tue mani, il tuo viso ed il tuo sorriso.

Tutto ciò che ricordo

di quegli attimi amari

sono le tue ossa e le tue guance.

Tu

le tue mani

il tuo viso ed il tuo sorriso

le tue ossa e le tue guance

il tuo sonno ed il tuo cuore

la tua insonnia e la tua anima

così semplice così essenziale

vorrei essere polvere e mischiarmi alla tua

così semplice così essenziale

sarò giorno e notte sarò alpha ed omega

sarò la tua dea sarai il mio signore

sarò se.

Se tu tornerai da me.

E tornerai da me.

Se tornerai da me

Ma tornerai da me.

Se.

states_of_mind-_the_farewells_by_umberto_boccioni_1911
Stati d’animo: gli addii (Umberto Boccioni)

Preferisco.

Vasily Kandinsky: “Giallo rosso blu
1925 – Olio su tela – Musée national d’Art moderne, Centre Georges Pompidou – Parigi

Preferisco il mare alla terra.
Preferisco le parole ai silenzi.
Preferisco gli addii ai punti interrogativi
(odio i punti esclamativi).

Preferisco le partenze ai ritorni.
Preferisco l’inizio alla fine
(non credo nei lieti fini).

Preferisco i rimorsi ai rimpianti.
Preferisco l’ansia del cuore in gola alla freddezza di marmo dei ricordi.
Preferisco gli occhi trasparenti agli occhi opachi
                                                                      da gatto.

Agli intellettuali tronfi e pretenziosi
preferisco gli animi nobili.
All’onere, preferisco l’onore.
Alle apparenze e alle convenzioni, preferisco l’amore.
Alle false promesse mai mantenute preferisco una stretta di mano.

Preferisco.
Preferisco le ferite alle menzogne.
Preferisco i rospi ai principi azzurri.
Preferisco un libro a un film.
Preferisco lacrime facili a sorrisi falsi.
Preferisco recitare solo su un palcoscenico.
Preferisco il coraggio di essere quello che si è
alla facile codardia indulgente dell’omologazione.

Al grigio, preferisco i colori.

Preferisco.
Preferisco l’insonnia agli incubi.
Preferisco una carezza a mille discorsi stantii.
Preferisco i pieni ai vuoti.
Preferisco la presenza all’assenza.
Preferisco l’incontro alla perdita,
l’oblio alla memoria,
la rabbia alla mancanza.

Odio l’indifferenza.

Alla prosa, preferisco la poesia.
Preferisco la realtà che si crede
a quella che si vede.

Tutto questo io preferisco.

One night (Anna to Vronskij) – a poem

Naked
pale
snow-white pale
under the moonlight

rain
tapping gently
on the window
soothing me
reassuring me
as if
nothing could ever be wrong
as if
at the end of the day
it was nobody’s fault

(Nobody deserves to be that unhappy)

all sins
washed away
snow-white clean
under the moonlight

you
standing next to me
drawing on my bare pale skin
rainbowloands and moonwalks

your eyes
have a cat-like quality
they are never the same
iridescent
lit by the moonlight

they are autumn leaves
of glorious gold
or ocean’s tides
of sapphire and blue
or meadows
gloriously green under the sun

do they tell the truth
oh please let them tell me the truth
under the moonlight
there can be no liars
under this moonlight
there can be no sinners
under this moonlight
not rights, nor wrongs

(Nobody deserves to be that unhappy)

You see, it is so algid and white and clean
it washes sins away
it washes guilt away
it washes wrongs away
wiping tears away
turned into pearls
by this moonlight

(Nobody deserves to be that unhappy)

My bare naked skin
becomes translucent
and I
am not myself anymore
I am putty in your hands
under this moonlight
you can mold me
under this moonlight
yon can reshape remake me
under this moonlight

(Nobody deserves to be that unhappy)

right now
I am all yours
under this moonlight
you can even see my soul
through my translucent skin
through my transparent bones
through my effervescent aura
through my evanescent breath
under this moonlight

oh please do not break me
so pale so fragile so precarious
under this moonlight
do not tear me apart
do not destroy my heart
under this moonlight

or I
will fall apart
thousand of pieces
of translucent skin
in your hands
under this moonlight.

(Noboby deserves to be that unhappy)

No lies
no sins
no tomorrows
under this moonlight.
It is just you and me
and our bare naked skin
translucent
borderless
under this moonlight.

(Nobody deserves to be that unhappy)

Mad Girl’s Love Song (appunti disordinati)

 

Oggi sono un po’ così.
Di quel così che mi rende taciturna e antipatica, che mi fa rinchiudere a riccio (l’hérisson, c’est moi) e che mi fa venire voglia di stare per conto mio.
Di quel così che vorrebbe far uscire le parole che non riesce a trovare scrivendo, ma vigliaccamente si rifugia nella lettura (forse si legge perchè si ha paura di scrivere, e perchè è più facile vivere le vite degli altri e veder vivere la propria vita anzichè viverla. Forse leggere è il refugium peccatorum dello scrittore mancato).
Di quel così che ti va a cercare, nelle pieghe più recondite e nascoste della mente, del cuore, della memoria. Di quel così che ti cerca anche dove sa che non potrebbe mai trovarti.
Di quel così che avrebbe bisogno di essere rassicurata, di avere delle piccole certezze, di sapere che anche se non è si e non è no, magari forse. Delle possibilità ci si accontenta, in fondo. Basta dirle ad alta voce e metterle per iscritto, e diventano un po’ più vere.
Di quel così che sa che un giorno mi guarderai e mi vedrai per quello che sono, per quella pesantezza dell’essere che Kundera ha così magistralmente incarnato in Tereza in opposizione a Sabine, lieve, leggera, complice, amante, ballerina, pittrice. O forse non avrai nemmeno bisogno di guardarmi per saperlo. Non avrai nemmeno bisogno di guardarmi perchè ti sveglierai una mattina e semplicemente lo saprai, che in un salone da ballo sarei stata Anna dal velluto nero e non Kitty dalla mussolina bianca.
Saprai che sono Nausicaa dalle bianche braccia, negli occhi l’immagine dell’affascinante straniero, irretita dalle sue parole,

Mi inchino a te, signora: sei una dea o una donna mortale?
Se infatti sei una dea di quelle che abitano l’ampio cielo,
Artemide sembri, figlia del grande Zeus,
per l’aspetto e la figura slanciata;
ma se sei una donna mortale, di quante abitano la terra,
tre volte beati il padre e la madre veneranda,
tre volte beati i fratelli: molto il loro cuore
sempre si colma di gioia grazie a te,
quando vedono un simile bocciolo intrecciare movenze di danza.
Ma felice in cuore più di ogni altro
chi, portando più doni, ti condurrà alla sua casa in sposa. (l.VI, vv.149-159)

gli occhi pieni di quello straniero che deve ripartire, che deve andare per mare per far ritorno ad Itaca Itaca Itaca, che la sua casa ce l’ha solo là, dove l’algida e perfetta Penelope tesse e distrugge la sua tela nella sua attesa paziente e sicura di sè. Dell’arrivo di Odisseo.

Saprai che ero Calipso, e una mattina ti sveglierai e scoprirai che non sarò stata capace di averti irretito con la mia bellezza di ninfa con le mie promesse di immortalità.

Ti sveglierai e lo saprai, semplicemente. E quella mattina inizierò a ricominciare a perderti. Per poi ritrovarti, se riuscirai ad accettare che le mie ombre spesso prevalgano sulle luci, la pesantezza sulla leggerezza. Se smetterai di rimproverarmi che non rido mai e imparerai ad accontentarti dei miei sorrisi.
Altrimenti.
Altrimenti ti avrò solo immaginato. Sarai stato solo una creazione della mia mente. Avrai vissuto solo nei miei pensieri.
O forse, sarò stata io ad essere solo l’idea di me stessa, per te.

“I shut my eyes and all the world drops dead;

I lift my lids and all is born again.

(I think I made you up inside my head.)

The stars go waltzing out in blue and red,

And arbitrary darkness gallops in:

I shut my eyes and all the world drops dead.

I dreamed that you bewitched me into bed

And sung me moon-struck, kissed me quite insane.

(I think I made you up inside my head.)

God topples from the sky, hell’s fires fade:

Exit seraphim and Satan’s men:

I shut my eyes and all the world drops dead.

I fancied you’d return the way you said,

But I grow old and I forget your name.

(I think I made you up inside my head.)

I should have loved a thunderbird instead;

At least when spring comes they roar back again.

I shut my eyes and all the world drops dead.

(I think I made you up inside my head.)”

Sylvia Plath

 

Soundtrack

Ain’t no cure for love (Leonard Cohen)
Walk the line (Johnny Cash e June Carter)
Itaca (Lucio Dalla)

My heart missed a bit (a poem from a deserted station)

First time we met

My heart missed a beat.

I am still looking for it

in the lost-and-found section

of this deserted station,

ice-cold as this steel

that’s holding me still.

That’s true, I am waiting for you

Cannot deny, that much is the truth;

and my heart beats and beats and beats

sinking even deeper into my chest.

You’ll come, you won’t come

That much I don’t know:

elated frustrated tormented

I wait and wait and wait

ready to run into your arms

before this frozen grip wins me

and I lay on this cold grey floor

of this deserted station

listening to the last beat of my heart.

L’arte di perdere

I desire the things that will destroy me in the end.
Sylvia Plath

no more.png

L’arte di perdere non è difficile da imparare
scriveva Elizabeth Bishop.
Ovviamente era ironica
o forse non aveva conosciuto te.
Io ti ho conosciuto

ti ho amato e ti ho perduto.
Un attimo o un millennio
non ho tenuto il conto-
il tempo con te si fermava

liquefatto
nei tuoi occhi d’ambra
assuefatto
al profumo dei tuoi capelli
sottomesso
ai capricci di un cuore leggero
ballerino
marinaio.

Ora il tempo mi sembra una condanna
l’eterna espiazione di una colpa
ora i luoghi
– quegli stessi luoghi rinati alla luce del tuo sorriso
sono freddi corridoi di ospedali abbandonati
lungo i quali il vento soffia
gelido
lugubre
impietoso
– non ti ritrovo neanche nei sogni.

E non so se sorridi
se leggi o dipingi
se dormi, se sogni
amore perduto,
col tuo disordine polveroso
sulla scrivania e dentro al cuore
– ma dove avrai gettato il mio cuore?
ma dove, dov’è finito tutto quell’amore?
E il dolore è silenzioso
ma vorrebbe urlare,
raggiungerti, superarti
e spingerti a parlare
e ritrovarti lì
dove ti ho lasciato
assorto
nel tuo volume di storia americana
in brossura

alzi lo sguardo e dici ciao col tuo fare distratto
col tuo accento strascicato
– tu solo capace di raccogliere in quattro lettere fredde impersonali tutto il calore che c’è.

love_hurts.png

Per chi non la conoscesse, One Art, la poesia che ha ispirato questi versi, è un capolavoro di Elizabeth Bishop, che riporto di seguito.

One Art
by Elizabeth Bishop

The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

—Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

disappear.jpg

Amo questi versi della Bishop. Questo suo parlare dell’arte di perdere come una sorta di esercizio metodico, una capacità che si affina con la pratica. Amo il suo raffinato sarcasmo, il suo elegante distacco,  quel climax ascendente che va da una cosa semplice, quotidiana e frequente, come perdere le chiavi di casa, alla perdita di case, città, fiumi, continenti. Ma tutto questo continua a non essere un disastro: il disastro, quello vero, si consuma quando il climax ascendente raggiunge il suo apex, quando la poetessa perde lui, la sua voce scherzosa, quei gesti che amava.

E, negli ultimi versi è racchiusa l’amarissima lezione, che non può essere addolcita da nessuno zuccherino:

It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

love_sucks.png

Se è vero che l’arte di perdere non è troppo difficile da imparare, alcune perdite sono e restano un distastro. E conviene scriverlo, per non perdere mai di vista il dolore. Per non dimenticare che ci sarà da soffrire.

Per ogni sentiero non percorso perché considerato troppo ripido e impervio. Per ogni persona lasciata andare via, scivolata come sabbia tra le dita. Per ogni parola non detta che pesa come un macigno sul cuore. Per ogni volta che non siamo stati capaci di dire ti voglio bene, di perdonare, di ricominciare.
Per ogni volta che abbiamo avuto paura di deviare il cammino, di mollare tutto e ricominciare da capo, o che non abbiamo potuto farlo.
Scrivetelo, perché alcune perdite si rivelano cataclismi veri e propri.

Le parole che non ti ho detto

Le parole che non ti ho mai detto

le lettere che non ti ho scritto

le porto dentro

come un rimpianto

le indosso

come un lutto

mi infestano

come fantasmi

sempre accanto a me mi fanno compagnia

– custodi di un’eternità senza fine

un’eternità senza te

piena del vuoto che hai lasciato

piena del tuo odore

piena del tuo sapore

piena del tuo rumore

piena della tua assenza

della consapevolezza della tua astratta distante immutevole invisibile presenza

anche se sei solo solo un’idea

anche se sei solo un ricordo

anche se sei solo il sogno

che mi tiene sveglia

nella mia notte senza sonno –
 

Soundtrack

Vorrei essere tua madre, Roberto Vecchioni