Un’ora con…Manuela Bosio di Parole senza rimedi

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Sono passati già sei mesi dalla prima puntata di Un’ora con, rubrica di interviste spuntata fuori un po’ come un fungo dopo un acquazzone a seguito di una lunga chiacchierata transoceanica con Giulia di The Blooker, che all’epoca viveva ancora in Nuova Zelanda, scrivendo e esportando Bookstee a tutti noi poveri book nerd.

Ci ho preso gusto, a parlare di persone che mi piacciono. Persone belle, persone da cui imparare, persone che, pur attraverso conversazioni esclusivamente virtuali (email, Skype, chat, whatsapp) mi hanno toccato, mi hanno arricchito, mi hanno lasciato qualcosa.

Ho chiacchierato quindi con Alessandra di Una lettrice, con Valentina Stella di Bellezza rara, con Valentina Meloni di Travel Upside Down e con Marta Ciccolari Micaldi de LaMcMusa, tanto per farvi il riassunto delle puntate precedenti.

E sono felice di inaugurare il 2015 con una blogger che riempie le sue pagine virtuali di poesia, perché ultimamente mi sono interrogata un bel po’, sul valore, sullo status e sul ruolo (apparentemente inesistente) della poesia nella nostra società: Manuela Bosio di Parole senza rimedi.

Il blog di Manuela è un posto bello. È un posto in cui rifugiarsi quando si ha bisogno di cercare quella bellezza, quel sempre nei mai di cui parla la Barbery ne L’eleganza del riccio.

Parole senza rimedi è la prova che la poesia è più necessaria che mai, oggi. Perché si ha bisogno di pensieri di bellezza per contrastare tutta la bruttezza che ci circonda. E Manuela la rende accessibile, la poesia, distillandola, alternandola a pillole di pensieri e vissuto. Grazie a lei ho scoperto – o riscoperto, a seconda dei casi – Luzi, Manganelli, Raboni, la Valduga.

E mi sono persa nella sue parole – che fossero parole che non avrebbe dovuto scrivere, riflessioni sulla memoria nate in una sala d’aspetto, bilanci di fine anno apparentemente casuali, altri e bassi della vita da prof.

E mi sono tuffata nelle sue recensioni, mai asettiche, sempre partecipate, quasi come se in realtà si stesse parlando davanti a una tazza di tè e la Mallarmeana fosse lì a raccontarti Giusi Marchetta, o Paolo Cognetti .

Ultima cosa, giuro: Manuela è una persona spontanea e lunare, trasparente come i pensieri e i frammenti di sè che riversa nei suoi post. È una persona che si mette in discussione e si pone domande, cosa che riscontro sempre di meno nell’esercito di tuttologi imperanti. E questa è una delle qualità che apprezzo di più in una persona.

Quindi, che aspettate a perdervi nelle sue parole senza rimedi?

Manuela Bosio

1) Come nasce Parole senza rimedi, e cosa rappresenta per te?

Come e quando, soprattutto. Il blog nasce in un gennaio particolarmente freddo di un anno molto importante per la mia vita, il 2012, a cui devo molto del mio essere attuale.

Non parlo soltanto di fatti, parlo soprattutto di sensazioni. È stato un crescere e un regredire contemporaneamente, il punto di avvio di una stagione stabile e inquieta allo stesso tempo.

Tutta questa necessità di dire aveva bisogno di uno spazio che la contenesse.

Così, il blog, che parte prima come luogo di commento poetico, o di libri letti e amati, di parole nascoste nelle pieghe delle pagine, poi si trasforma – e questo non so se sia un bene o un male – in parentesi di impressioni sulla realtà che mi circonda, di stati interiori che spesso galleggiano tra il detto e il non detto.

Nasce parallelamente alla mia esperienza come Professoressa di Italiano alla Scuola Secondaria, alla paura matta che avevo della mia vita in rapido cambiamento, a una visione nuova di alcune cose.

Provare a crescere a trent’anni senza rete di sicurezza è più difficile di quanto si creda.

Tra i primissimi post, quello a cui sono più affezionata è quello che riguarda Le notti difficili e il mio incontro con la lettura di Buzzati, autore che amo da sempre, che risulta ancora oggi uno dei più letti.

2) Chi c’è dietro Parole senza rimedi?

Bella domanda. Ci sono soprattutto io, penso si percepisca, ma anche chi mi sta intorno, la mia casa, il mio lavoro. E c’è anche chi è distante, soprattutto temporalmente, i personaggi dei libri che leggo, la loro vita pensata e immaginata, o fisicamente, ma presente attraverso le parole, dei libri, delle poesie, dei discorsi persi nella memoria.

C’è la provincia, facile e difficile, il mondo della scuola, i ragazzi con cui passo la maggior parte del tempo e ci sono i piccoli alunni con cui lavoro oggi.

Ci sono i ricordi, tanti, e i desideri. C’è la mente ma anche il corpo, le sue ferite, i suoi segni. Tutto condito con un po’ di malinconia, che non penso sia il mio tratto caratteriale predominante, ma esce spesso quando scrivo, chissà perché.

3) Il tuo scaffale d’oro

Premetto, non amo le liste. Chi mi conosce sa che rifuggo ogni idea di progetto che preveda elenchi di cose da dire o da fare. Per te farò un’eccezione.

Nel mio scaffale d’oro non può mancare la poesia, che compro e leggo da quando ero piccolissima, e tutti dicevano “Che schifo la poesia”, mentre io rimanevo affascinata da quei versi che sembravano dire ciò che io non sarei mai riuscita.

lo scaffale d’oro è un luogo che non contemplo, sarebbe infinito, ma ti posso dire ciò che occupa alcuni spazi importanti

Tutte le poesie di Giovanni Raboni

I sessanta racconti di Dino Buzzati

Il Maestro e Margherita di Bulgakov

Poesie 1972-2002 di V. Lamarque

L’isola di Arturo di Elsa Morante

Tutte le poesie di e. e. cummings

per dirti dei nomi, così, i primi che mi sovvengono.

4) Se Parole senza rimedi fosse una canzone (o una colonna sonora)….

Anche questa domanda è difficile, forse sarebbe una di quelle musiche brasiliane che sanno di tormento e abbandono e che, nel passaggio dopo esplodono di allegria, come un lampo, guardando con nostalgia al passato, all’infanzia e con gioia al presente e illusione al futuro, magari.

Una nenia che culla come un’onda, che annoia un po’, che poi, però, lascia qualcosa di dolce.

Ascolto musica di quasi tutti i generi, mi piace variare, dipende dai periodi, spesso dall’umore.

5) Cos’è per te la poesia, e una poesia che ti rappresenta, che senti tua (o più di una se vuoi)

Per me la poesia è molto importante, un fatto quasi naturale (lo so, è patetico, lo so.)

Devo premettere che non vengo da una famiglia di grandi lettori, a parte mia madre.

Quando ero piccola, mi accostavo alla lettura soprattutto su testi scolastici e, guarda caso, i testi più accattivanti risultavano sempre quelli poetici.

È un linguaggio che riesce a toccarmi nel profondo, che parla con le parole che vorrei sentirmi dire. Il passato ha visto anche un periodo di sventurata produzione poetica adolescenziale che ho dato in pasto alla polvere e all’umidità della cantina.

Ci sono molte poesie che sento mie, sarebbe impossibile elencarle tutte.

Mi piace molto una poesia di Giorgio Manganelli, il cui primo verso recita:

Desideravo vederti, desidero la fantasia dei tuoi capelli.

È un componimento che esprime un tormento d’amore e che mi piace soprattutto perché dice fantasia dei tuoi capelli, che considero da sempre una bellissima immagine.

Un’altra poesia che amo è quella, bellissima, di cummings

Mi piace il mio corpo

quando è con il tuo / corpo. È una cosa tanto nuova…

perché è l’idea che ho dell’amore.

Ultima, una poesia di Giovanni Raboni che mi è rimasta nel cuore per la malinconica familiarità che accomuna le nostre vite:

Vivi, io e te, per quanto?

contenuta nei Barlumi di storia.

Amo molto Patrizia Valduga e Vivian Lamarque, donne di poesia molto diverse tra di loro, ma capaci di appassionare le diverse parti di me.

Ce ne sarebbero molte altre, ma temo che non ci sia lo spazio sufficiente.

6) Il tuo rapporto con la scrittura

Premetto che nutro parecchi dubbi su ciò che sia realmente la scrittura e sul fatto che ciò che lascio sul blog possa essere definito tale.In generale, posso dire che il mio rapporto con la scrittura è abbastanza conflittuale.

Ci sono momenti in cui sento il bisogno compulsivo di scrivere, una sorta di “fame” che mi spinge a tracciare segni e raccontare le mie storie, lasciando andare impressioni emozioni anche molto intime e profonde.

Ci sono altri periodi in cui non mi è possibile nemmeno il pensiero della scrittura, e spesso ciò accade nei giorni in cui sto poco bene, o sono molto felice.

La scrittura resta comunque una passione che non mi lascia, che mi accompagna da anni e mi aiuta a liberarmi di certi fantasmi, a lasciarli andare, o a creare loro uno spazio confortevole..

Importante il legame con la lettura, infatti, più leggo cose che mi stimolano e mi coinvolgono, più riesco a vedere ciò che mi circonda con occhi nuovi, e magari a scriverne un frammento, un’immagine.

7) Progetti in cantiere

Progetti nuovi, no, oltre a quello di vivere tutto, forte. Ultimamente scrivo poco, un po’ perché ho meno tempo, a volte perché mi sembra di avere meno cose da dire. Spero di continuare a scrivere ancora per un po’ su Parole senza rimedi senza annoiare troppo chi mi legge, raccontando storie a chi le vuole sentire, consigliando i libri e le poesie che amo e ho amato di più. Regalando parole. Senza rimedi, naturalmente.

verde

La libreria che vorrei

post4La libreria che vorrei è grande e luminosa. Ha il parquet o la moquette, perché spesso c’è bisogno di guardarli dal basso, i libri, o di sedersi e accarezzarli.

Nella libreria che vorrei il tempo si ferma. Non ci sono orologi, se non quello del Bianconiglio, che tanto è sempre in ritardo. Nessuno ha fretta: tanto i commessi quanto i clienti si prendono il tempo di accarezzarli con lo sguardo, i libri, confrontare le edizioni, sdilinquirsi davanti allo scaffale delle edizioni rare e costose. Sentire l’odore della pelle, della carta, del cartone. Quando qualcuno urta un lettore distratto non si arrabbia: ci si scambia uno sguardo di intesa, che in fondo si è complici in questo mondo parallelo.

Nella libreria che vorrei il cliente/lettore ha tempo di sedersi per terra/sulla poltrona/ su una panca e sfogliarlo, un libro. Questione di feeling, a volte. Conoscerlo, capire se si tratta dell’accoppiamento giusto. In fondo è un po’ come l’amore, no? Si vuole essere sicuri che ci piaccia, quella persona (in questo caso, libro) che ci portiamo a casa. E questa serendipità non può accadere se commessi sgradevoli e sgarbati ti fulminano con lo sguardo o ti invitano dopo due minuti con pochissima cortesia a riporlo, il libro (è un bene di consumo! Non si può sbirciarlo prima di comprarlo!)

Nella libreria che vorrei ci sono i gruppi di lettura. Ma non fatti all’acqua di rose, eh. Tematici, e in lingue diverse, che ormai il multilinguismo è una realtà assodata, quantomeno nelle capitali, vero?

E ci sono corsi di letteratura strepitosi, come quelli dell’amica Marta di LaMcMusa. E ci sono reading di poesia, ché non mi fido di coloro che non amano la poesia, o la ripudiano come forma d’arte elitaria o “difficile da comprendere”. La poesia è democratica e appartiene a tutti. Tutti siamo poeti, in fondo, ma non tutti siamo in grado di accendere quella luce che poi sfocia nei versi: una grande, grandissima, eccentrica poetessa, Emily Dickinson, scriveva che la funzione dei poeti è accendere lampade, e scriveva che

Vedere il Cielo d’Estate
È Poesia, anche se mai in un Libro costretta –
Le vere Poesie fuggono –

(Traduzione a cura di Giuseppe Ierolli)

Ma ve la ricordate, la bellissima scena de Il Postino in cui il postino – Troisi e Neruda – Noiret discutono di metafore?

Neruda: La metafora…come dirti…è quando parli di una cosa paragonandola a un’altra…per esempio quando dici “Il cielo piange” che cosa vuol dire?”
Troisi: “Che…che sta piovendo?
Neruda: “Sì, bravo. Questa è una metafora.”
Troisi: “Allora è semplice…ebbè perché ci ha questo nome così complicato?”
Neruda: “Gli uomini non hanno niente a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose.”

(A proposito, se non avete ancora mai letto il bellissimo libro di Antonio Skármeta da cui è stato tratto il film, correte al più presto ai ripari!)

Credo sia inevitabile interrogarsi sull’ “utilità” della poesia, specie in un’epoca in cui le cose per esistere devono essere fruibili, vendibili, pubblicizzabili; tuttavia – l’ho già detto e lo ripeto – è proprio per questo che abbiamo bisogno di poesia, oggi più che mai. Perché si ha bisogno di essere consolati. Si ha bisogno di essere compresi, e di comprendere se stessi. Soprattutto, si ha bisogno di trovare un po’ di bellezza, anche quando sembra che non ce ne sia proprio più a disposizione. Si avrà bisogno di poesia finché l’ultimo cuore umano batterà. Ma divago.

Nella libreria che vorrei la sezione dedicata alla poesia non è un misero scaffale tra la X e la Y della narrativa, e non comprende solo raccolte dai titoli obbrobriosi, tipo Poesie per i matrimoni o Poesie per la tua amata, né striminzite antologie di Whitman, di Cummings, di Lee Masters (per striminzite intendo una trentina di pagine). No, la mia libreria ideale avrebbe scaffali e scaffali di edizioni bellissime, con tutti i poeti (intendo tutti, non solo i soliti sospetti: l’onnipresente Alda Merini, Neruda, Bukowski, la mia amata Szymborska, e poco altro) religiosamente catalogati in ordine alfabetico. Se la mia libreria ideale esistesse, non avrei dovuto cercare Mark Strand in tre capitali europee diverse, farmi portare un’edizione decente di Puskin direttamente dalla Russia e essere guardata in tralice quando chiedo raccolte della Manguso, della Achmatova, di Blok o del mio ultimo coup de foudre, Svetlana Kekova.

Nella libreria che vorrei c’è una sezione dedicata ai giovani lettori, che non devono annoiarsi mentre i genitori li trascinano di scaffale in scaffale; una sezione colorata, piena di giocattoli per i più piccoli, con elfi e fate gentili che leggono storie e aiutano a scegliere un libro da portare a casa. Perché non è mai troppo presto per diventare lettori, e qual è la cosa che i bambini amano di più, se non le storie?

Infine, nella libreria che vorrei c’è un caffè spazioso dove i lettori infreddoliti (o accaldati, a seconda delle stagioni) possono sedersi, bere qualcosa come una cioccolata calda con i marshmallows (o un bicchiere di Chablis)  e iniziare a leggere. Un caffè silenzioso, con musica classica o jazz in sottofondo. Un caffè in cui i tavolini non sono attaccati e le sedie non fanno quell’odiosissimo rumore che fa accapponare la pelle quando vengono spostate. Sui tavolini ci sono lampade che diffondono una luce morbida, soffusa.

Un caffè in cui le sedie sono poltrone , magari tutte diverse tra di loro, e c’è qualche vecchio gioco di società negli scaffali, come nei pub inglesi vecchio stile. E no, non c’è il WiFi, perché in alcuni momenti bisognerà pure staccare, no?

Se una libreria così esiste davvero, vi prego di segnalarmela. Io non l’ho ancora trovata.

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PS: le immagini del post sono ovviamente tutte tratte dal (bellissimo) film con Meg Ryan e Tom Hanks, C’è posta per te

La pace delle cose selvagge: perché tradurre le poesie di Berry è un imperativo morale

wendellberryAlla fine del 2014 ho scoperto lo scrittore americano Wendell Berry, e l’ultimo libro dell’anno per me è stato il suo intenso Hannah Coulter. Innamorarsi di uno scrittore, come ogni infatuazione, richiede una buona dose di irrazionalità, un cuore aperto, una dose immensa di curiosità, una sete inestinguibile di conoscerlo meglio.

Come accade per ogni infatuazione che si rispetti, bisogna leggere qualcosa di suo ogni giorno, sentire il suono della sua voce mentre legge qualcosa che ha scritto, cercare vecchie interviste e articoli su di lui, promettere a se stessi di leggere tutto quello che ha scritto.

E Berry è a many splendored thing, per dirla con Han Suyin. Ha inventato una cittadine fittizia nel Kentucky, Port William, dove sono ambientati Hannah Coulter e Storia della vita di Jayber Crow, barbiere, membro della comunità di Port William, scritta da lui medesimo, entrambi pubblicati in Italia dai simpaticoni di Lindau nella collana Senza frontiere.

Per Berry, l’agricoltura è la vera base dell’economia americana tutta, il pilastro sul quale è stata fondata e che sostiene il sistema. In diversi saggi, come quelli della raccolta The Unsettling of America: Culture and Agriculture, Berry critica con veemenza la politica agricola statunitense, che promuove sovrapproduzione, inquinamento, erosione del suolo.

Leon V. Driskell, che ha contribuito al Dictionary of Literary Biography, ha definito The Unsettling of America

an apocalyptic book that places in bold relief the ecological and environmental problems of the American nation

(un libro apocalittico che mette coraggiosamente in rilievo i problemi ecologici ed ambientali della nazione americana).

Un’altra sua raccolta di saggi, Recollected Essays, 1965-1980, è stata paragonata da diversi critici a Walden di Thoureau. Charles Hudson, in un articolo pubblicato nella Georgian Review, ha scritto che

like Thoreau, one of Berry’s fundamental concerns is working out a basis for living a principled life. And like Thoreau, in his quest for principles Berry has chosen to simplify his life, and much of what he writes about is what has attended this simplification, as well as a criticism of modern society from the standpoint of this simplicity

(come per Thoureau, anche nel caso di Berry una delle preoccupazioni fondamentali era trovare un modo per vivere una vita di princìpi. E, come Thoureau, Berry, nella sua ricerca di princìpi, ha scelto di semplificarsi la vita. Molto di quello che scrive riguarda la conquista di questa semplicità, e, al tempo stesso, la critica della società moderna partendo dal punto di vista della semplicità stessa).

Ma Wendell non è solo uno scrittore, un saggista, docente presso le università di Stanford, Georgetown College, NYU, Cincinnati, Bucknell, Kentucky (la sua Alma Mater): Wendell è un grande poeta, che celebra nei suoi versi la vita bucolica, l’alternarsi delle stagioni, la famiglia, la natura in tutti i suoi aspetti, specie quello spirituale, la vita delle piccole comunità locali, il ritmo dolce e melodico della vita della fattoria, lo scorrere gentile del tempo.

Nella sua recensione a Collected Poems, 1957-1982, David Ray del New York Times Book Review ha scritto che

(Berry)…can be said to have returned American poetry to a Wordsworthian clarity of purpose. … There are times when we might think he is returning us to the simplicities of John Clare or the crustiness of Robert Frost. … But, as with every major poet, passages in which style threatens to become a voice of its own suddenly give way, like the sound of chopping in a murmurous forest, to lines of power and memorable resonance. Many of Mr. Berry’s short poems are as fine as any written in our time.

(si può dire che Berry abbia fatto tornare la poesia americana a quella chiarezza di intenti che era caratteristica di Wordsworth… Ci sono momenti in cui pare quasi che stia tornando alla semplicità di John Clare o all’asprezza di Robert Frost… ma, come accade con ogni grande poeta, alcuni passaggi in cui lo stile minaccia di prendere il sopravvento lasciano improvvisamente spazio, come il suono della legna tagliata a pezzi in una foresta piena di sussurri, a versi pieni di potere, di risonanza memorabile. Berry ha scritto alcune delle poesie brevi più belle dei nostri tempi).

Purtroppo, le poesie di Berry non sono state (finora) tradotte in Italiano, privando i suoi lettori della musicalità dei suoi versi, della bellezza semplice e poco pretenziosa delle immagini che prendono vita tra le strofe.

Edizioni Lindau ha annunciato su Twitter, qualche giorno fa, la prossima pubblicazione di un’altra opera di Berry, che rimane tuttora top secret, lanciando l’hashtag #TotoBerry.

Nella speranza che qualcuno raccolga la sfida, che poi è un imperativo morale, e pubblichi una traduzione delle sue poesie (si, amici di Lindau, vi sto facendo l’occhiolino), vi propongo una mia modestissima traduzione di una della poesie che preferisco, The peace of wild things (La pace della cose selvagge).

When despair for the world grows in me

and I wake in the middle of the night at the least sound

in fear of what my life and my children’s lives may be,

I go and lie down where the wood drake

rests in his beauty on the water, and the great heron feeds.

I come into the peace of wild things

who do not tax their lives with forethought

of grief. I come into the presence of still water.

And I feel above me the day-blind stars

waiting for their light. For a time

I rest in the grace of the world, and am free.

Wendell Berry, “The Peace of Wild Things” from The Selected Poems of Wendell Berry. Copyright © 1998. Published and reprinted by arrangement with Counterpoint Press.
Source: Collected Poems 1957-1982 (Counterpoint Press, 1985)

Quando ho il cuore pieno di disperazione per lo stato del mondo

e mi sveglio nel cuore della notte al minimo rumore

paventando quello che potrebbe accadere a mia moglie, ai miei figli

vado a sdraiarmi lì dove il maschio dell’anatra

riposa nell’acqua in tutta la sua bellezza, e l’airone azzurro si nutre.

Mi addentro nella pace delle cose selvagge

che non caricano la loro esistenza di premonizioni

di sofferenza. Raggiungo l’acqua immobile.

E avverto sopra di me le stelle, pallide e cieche durante il giorno,

in attesa di venire accese. Per un istante,

riposo nella grazia del mondo, e sono libero.

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Mappa di Port William dal sito http://www.wendellberrybooks.com/index.html

 

Effetti collaterali e istruzioni per l’uso

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Alfred Gockel Series

 

Niente buoni propositi per questo 2015, come si è già detto più volte.

Solo un libro bello bello, che mi ha accarezzato l’anima e mi ha aiutato a salutare un 2014 greve, pesante, pieno di disordini indiscreti.

E un monito, affinché per questo anno nuovo non ci si dimentichi che i cuori non saranno una cosa pratica finché non ne faranno di infrangibili, e che, come cantava De Andrè

 

c’è un termometro del cuore
che non rispettiamo mai
un avviso di dolore
un sentiero in mezzo ai guai

cose che dimentico
sono cose che dimentico

 

Quindi una poesia, per ricordare che sognare costa poco, anche pochissimo, ma il risveglio può fare male, molto male (oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti! Allora io e voi, e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi! lamentava Antonio sul corpo esangue di Giulio Cesare nell’omonima tragedia shakesperiana).

Una poesia per ricordare che bisognerebbe vaccinarsi dalle delusioni come ci si vaccina per l’influenza. Che bisognerebbe misurare con cura lo spettro dei cambiamenti possibili, disegnare un perimetro accurato, e cercare di restarci dentro.

Una poesia per ricordare che, se Mark Strand scrive di muoversi per tenere le cose insieme, quando non si sa dove andare e si è persa ogni direzione, bisognerebbe fermarsi per un attimo e ascoltare il rumore dell’acqua che scorre, del vento che spazzola via le ultime foglie ruggine e oro e porta eco di storie lontane.

E sì, una poesia in Inglese, perché nella mia confederazione di anime l’Inglese è la lingua del vino e della poesia.

Buon anno dispari, e non trascurate la profilassi di cuore e anima.

 

Side effects (istruzioni per l’uso)

Be frozen

my heart.

Be still

as a star.

Stay algid

don’t beat

forget

the rise and the fall.

 

Stay gone,

my heart.

Be remorseful

and forgetful

and never come back.

Shine

– albeit modestly

without trying too hard.

 

Stay put,

my heart.

Never let go

of what’s holding you behind.

Don’t fret.

Those are just memories

of rails,

tales of pale blades.

 

Be quiet

my heart.

Bite your tongue

forget that haunting tune

rewrite the lyrics

– no reason, nor rhyme.

 

Stay strong,

my heart

for the tide is too high

the chains are too heavy

the moon shies away.

The wind will blow you off.

 

Stay cold,

my heart.

Don’t let the warmth

melt you down

for too much tenderness,

too much longing,

too much desire.

 

Be a stranger,

my heart.

Lock yourself in a tower

far away as a nightmare

cold as clean cut glass.

Toss the keys away

and hire an unemployed dragon.

 

Be frozen

Be quiet

Be a stranger.

 

Stay gone

Stay put

Stay strong

Stay cold

 

like a mirror

like a stone

like a sharp blade

 

just as ice would

 

or else

you’ll be broken

 

or else

you’ll melt away

 

or else

you’ll beat yourself to exhaustion

 

or else

you’ll be smashed – yet again.

Keeping things whole (l’arte di tenere le cose insieme)

images In a field

I am the absence of field.

This is always the case.

Wherever I am

I am what is missing.

When I walk

I part the air

and always

the air moves in

to fill the spaces

where my body’s been.

We all have reasons

for moving.

I move

to keep things whole.

(Keeping things whole, Mark Strand, from Reasons for Moving: Poems, 1968)

In un campo

io sono l’assenza

del campo.

E’ sempre così.

Ovunque io sia

io sono ciò che manca.

Quando cammino

divido l’aria

e sempre

l’aria rifluisce

a riempire gli spazi

in cui era stato il mio corpo.

Abbiamo tutti motivi

per muoverci.

Io mi muovo

per tenere insieme le cose.

– da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio” Poesie 1964-2006, traduzioni di Damiano Abeni (Mondadori, 2011)

Respirare per sentirsi interi. Inspirare a fondo l’aria fredda fino a che brucia la bocca dello stomaco. Riempirsi i polmoni e buttarla giù, tutta d’un tiro, per non pensarci più, per togliersi di torno l’ennesimo obbligo del giorno. Respirare a pieni polmoni. Respirare con la pancia. Inspirare. Aspirare. Contare fino a trentatré.

Camminare veloci tagliando la nebbia, fendendola col proprio corpo, per poi sorprendersi del fatto che il movimento della massa d’aria sia effettivamente causato dalla massa corporea (braccia, gambe, avanti, indietro) che continua ad esistere nonostante la spinta gravitazionale dei pensieri. Pensieri che sono tanti, vorticosi, disordinati. Un mare color del vino, in cui annegare. E quel muoversi diventa un non essere, una questione di vuoti pieni e di pieni vuoti, le parentesi lasciate dal corpo in movimento immediatamente farcite dall’aria, quel tutto che scorre, quell’impossibilità di essere uguali a se stessi per due secondi di fila.

Quel mancarsi. Quel perdersi. Quel ritrovarsi, interi, che evidentemente è necessario prima perdersi, a pezzi. Lasciare pezzi di sè alle spalle e ritrovarli diversi. Migliori, peggiori, non importa: mai uguali a se stessi. Vite come castelli di carte da gioco, che c’è bisogno di far crollare tutto per poter ricominciare. Vite come disordini discreti che hanno bisogno di caos devastante per ritrovare una loro forma, una loro ragione d’essere, un loro equilibrio. Si, bisogna restare in movimento per sentirsi vivi, anche se il movimento in questione dovesse includere un paio di aerei e di treni e pochissime ore di sonno e una babele linguistica in testa. Si spera sempre di ritrovarsi interi, prima o poi.

Mark Strand, poeta canadese scomparso pochi giorni fa, è celebrato come il poeta dell’assenza. Nei suoi versi si interroga sulla morte, sul senso d’identità, sul senso del ritorno, sulla perdita.

Personalmente, la cosa che mi fa impazzire è questo suo essere profeta del futuro anteriore, cantore di cose che potevano essere, ma non sono state e non saranno più (e, anche se fossero state, sarebbero state diverse. Cose da tenere insieme, lievemente, respirando).

Ha vinto il MacArthur Fellowship (1987), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004); ma, anche se non avesse vinto un fico secco, ci sarebbe piaciuto lo stesso.

Fissare il nulla è imparare a memoria quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi al vento è sentire l’inafferrabile “qualche luogo” farsi vicino. Strand

Immensamente Sylvia Plath

Dying is an art, like everything else. I do it exceptionally well.

Lady Lazarus, Sylvia Plath

L’11 febbraio 1963, la giovane Sylvia Plath, appena trentenne, lascia sul comodino dei suoi due figli (Nicholas, nato l’anno prima, e Frieda, nata nel 1960) latte e pane. Sigilla la porta della loro stanza usando degli asciugamani, e infila la testa nel forno a gas. Muore così una delle più grandi poetesse americane, e nasce una leggenda.
Tradizionalmente, il suicidio della Plath viene attribuito al tradimento del marito, Ted Hughes, che, poco dopo la nascita del figlio Nicholas, lascia la moglie per l’esotica Assia Wewill, moglie del poeta canadese a cui gli Hughes avevano affittato l’appartamento londinese per trasferirsi nella quiete rurale di un cottage nella campagna del Devon. Ma andiamo con ordine.
Sylvia Plath nasce nel 1932 a Boston (insieme alla Dickinson, è quindi una delle grandi poetesse del New England) da Otto, di origine tedesca, e Aurelia Schober, di origine austriaca. Il padre muore nel 1940 a causa di un diabete troppo a lungo trascurato; Sylvia non si riprenderà mai dalla morte del padre (nella poesia Daddy la Plath scrive: I was ten when they buried you./At twenty I tried to die/And get back, back, back to you. Nella stessa poesia, Sylvia definisce Aurelia “vampiro succhiasangue”: in effetti, il rapporto tra Sylvia e Aurelia è a dir poco complicato. Aurelia è molto orgogliosa dell’intelligenza vivissima della figlia, e lavora duramente per permettere a Sylvia un’educazione di eccellenza (la ragazza viene accettata alla Smith con una borsa di studio); al tempo stesso, incita Sylvia a perseguire quell’eccellenza e quel perfezionismo che diventeranno una vera e propria ossessione, fino ad un fortissimo esaurimento nervoso quando Sylvia non viene accettata alla scuola estiva di Harvard.
Sylvia è una ragazza complessa, che vive in modo complicato la sua fisicità, la sua femminilità, il suo essere donna, la sua bellezza. I suoi diari sono intrisi del racconto delle sue avventure galanti, del suo bisogno e desiderio di piacere, della sua insofferenza nei confronti delle convenzioni sociali dell’epoca che le impediscono di vivere la scoperta del sesso apertamente, serenamente. Come fanno gli uomini.
Quando riceve una Fulbright per studiare a Cambridge, Sylvia incontra Ted Hughes a una festa. L’attrazione tra i due è istantanea: Ted si dimentica della ragazza con cui si era recato alla festa e sottrae a Sylvia la sua fascia per i capelli per assicurarsi di rivederla. Sylvia è così turbata ed emozionata da mordergli la guancia fino a farla sanguinare. I due si sposano quattro mesi dopo, e abbandonano presto Londra per vivere nella quiete della campagna del Devon, dove lui fa il grande poeta e lei..lei fa la moglie e la mamma.

È difficile dirsi quanto si possa parlare di idillio nel caso della relazione tra questi due giganti della poesia, entrambi dotati di un ego molto sviluppato. Probabilmente, Sylvia soffriva nel vivere all’ombra del marito, relegata nella quiete campestre, lei che aveva così amato il suo stage presso la famosa rivista Mademoiselle a New York, lei che aveva sempre eccelso in tutto. Non è un caso che la fase più produttiva della Plath coincida col periodo di separazione da Ted Hughes, nel corso del quale scrive anche il suo unico romanzo, The Bell Jar, metafora del senso di soffocamento provocatole dal piccolo appartamento londinese in cui vive sola con i due figli dopo l’abbandono di Hughes.
Il fantasma di Sylvia tormenta l’amante di Hughes, che qualche anno dopo la morte della poetessa mette in scena una macabra emulazione del suicidio della Plath, uccidendo se stessa e la figlia di soli cinque anni col gas.

Frieda Plath, unica figlia di Plath e Hughes ancora in vita (il figlio Nicholas si è suicidato a quarantasei anni), si è opposta violentemente alla produzione della BBC dedicata alla vita di Sylvia Plath, pubblicando la toccante poesia My mother, il grido accorato di una bambina che ha perso sua madre in circostanze tragiche e viene condannata a rivedere quella morte ripetuta sullo schermo:

They are killing her again.
She said she did it
One year in every ten,
But they do it annually, or weekly,
Some even do it daily,
Carrying her death around in their heads
And practising it. She saves them
The trouble of their own;
They can die through her
Without ever making
The decision. My buried mother
Is up-dug for repeat performances.

Now they want to make a film
For anyone lacking the ability
To imagine the body, head in oven,
Orphaning children. Then
It can be rewound
So they can watch her die
Right from the beginning again.

Sylvia Plath resta una delle figure più complesse ed affascinanti della letteratura anglo-americana, che non si può ridurre assolutamente solo agli anni passati con Hughes, come ha sottolineato Andrew Wilson nella sua biografia Mad Girl’s Love Song: Sylvia and life before Ted (il titolo è tratto dalla villanelle omonima della Plath, che trovate qui). La biografia di Wilson rappresenta una chiave interessante di lettura delle personalità della Plath, anche se, personalmente, l’ho trovata eccessivamente ancorata alla vita sentimentale e alle prime scoperte sessuali di Sylvia, mentre i suoi diari offrono una visione dettagliata e a tuttotondo della personalità della scrittrice (fin da piccola, la Plath scriveva lettere e diari come se fossero già destinati alla pubblicazione).

La poesia Elm (L’olmo) è stata composta dalla Plath nel 1962, solo un anno prima del suo suicidio. Fin dall’inizio, la Plath vuole far capire al lettore la gravità della situazione, che ha toccato un punto di non ritorno: Sylvia ha ormai toccato il fondo, e non ne ha più paura, perché lo conosce. Tuttavia, è terrorizzata da qualcosa di silenzioso e maligno che dorme in lei, e le fa venire voglia di urlare la sua rabbia, la sua disperazione. L’amore ormai altro non è che una “pallida irrecuperabilità”; è solo un’ombra, e per la Plath ormai è perduto. Per sempre. Traspare dai suoi versi non solo una disperazione profonda, ma anche un senso di ineluttabilità del proprio destino, un campanello d’allarme per la tragedia imminente. Sono le colpe “isolate e lente” che uccidono.

I know the bottom, she says. I know it with my great tap root:   

It is what you fear.
I do not fear it: I have been there.

Is it the sea you hear in me,   

Its dissatisfactions?
Or the voice of nothing, that was your madness?

Love is a shadow.

How you lie and cry after it
Listen: these are its hooves: it has gone off, like a horse.

 All night I shall gallop thus, impetuously,

Till your head is a stone, your pillow a little turf,   
Echoing, echoing.

Or shall I bring you the sound of poisons?   

This is rain now, this big hush.
And this is the fruit of it: tin-white, like arsenic.

I have suffered the atrocity of sunsets.   

Scorched to the root
My red filaments burn and stand, a hand of wires.

 
Now I break up in pieces that fly about like clubs.   

A wind of such violence
Will tolerate no bystanding: I must shriek.

 
The moon, also, is merciless: she would drag me   

Cruelly, being barren.
Her radiance scathes me. Or perhaps I have caught her.

 
I let her go. I let her go

Diminished and flat, as after radical surgery.   
How your bad dreams possess and endow me.

 
I am inhabited by a cry.   

Nightly it flaps out
Looking, with its hooks, for something to love.

 I am terrified by this dark thing   

That sleeps in me;
All day I feel its soft, feathery turnings, its malignity.
Clouds pass and disperse.
Are those the faces of love, those pale irretrievables?   
Is it for such I agitate my heart?

I am incapable of more knowledge.   

What is this, this face
So murderous in its strangle of branches?——

Its snaky acids hiss.

It petrifies the will. These are the isolate, slow faults   
That kill, that kill, that kill.
 
                      *************************************************


Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa
radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

È il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L’amore è un’ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino
una zolla,
rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l’atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di
ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmemte, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,
la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono
Sono quelli i volti dell’amore, quelle pallide
irrecuperabilità?
È per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos’è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate
e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.
(trad. a cura di Anna Ravano)

Walt Whitman, Wislawa Szymborska e due poesie che battono all’unisono

Walt Whitman (1819 – 1892)
 
In un momento di serendipità, due poeti diversi, due poesie che battono con un unico cuore: A uno sconosciuto (To a stranger) e Amore a prima vista (Love at first sight).
Lui è Walt Whitman, il celeberrimo poeta statunitense autore di Leaves of Grass e di Song of the open road; lei è la polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura 1996.

Entrambi si rivolgono allo sconosciuto, al passante, partendo da due punti di vista diversi: Whitman è il protagonista della poesia, colui che osserva lo sconosciuto, la passante, e si sente esplodere di una divina impazienza, perché la sua ricerca potrebbe essere finita: lui/lei potrebbero essere l’amore della sua vita, l’amico che cercava, qualcuno con cui in passato ha già condiviso momenti e sorrisi. Qualcuno che ha già toccato la sua vita e tornerà a toccarla, qualcuno con cui correre, qualcuno che diventa lo stesso Whitman: i confini tra le due diverse fisicità si perdono, e i due diventano stesso corpo, stesso sangue, due cuori che battono all’unisono fino a fondersi in uno solo.

La Szymborska, invece, si diverte a fare la benevola osservatrice esterna di una coppia di passanti, convinti di essersi appena incontrati, di essere uno dei fortunatissimi (e fortuiti) casi di amore a prima vista. La poetessa ne immagina tutte i momenti, le situazioni in cui la loro vita deve essersi inconsapevolmente toccata: i segni, i segnali, i sogni. Perché non esistono lieti inizi, ma solo lieti seguiti, e non esistono lieti fini, perché il libro degli eventi è sempre aperto a metà.

Entrambi i poeti accarezzano l’idea del passante come contenitore delle infinite possibilità della vita, una sorta di giardino dei sentieri che si biforcano alla Borges. I due sembrano rifarsi alla filosofia di John Donne: nessun uomo è un’isola, e quando suona la campana a morte una piccolissima parte di noi muore. Perché tutti noi siamo parte di un unico corpo, e quando un braccio o un dito o il collo fanno male, l’intero organismo si abbatte. Non esistono dunque sconosciuti, ma soltanto misteri, punti interrogativi, incroci, possibilità.
E tutti in qualche modo riescono a toccare la nostra vita, seppur per un momento fugace.

 

 

To a Stranger, Walt Whitman (Leaves of grass)

PASSING stranger! you do not know how longingly I look upon you,
You must be he I was seeking, or she I was seeking, (it comes to me, as of a dream,)
I have somewhere surely lived a life of joy with you,
All is recall’d as we flit by each other, fluid, affectionate, chaste, matured,
You grew up with me, were a boy with me, or a girl with me, 5
I ate with you, and slept with you—your body has become not yours only, nor left my body mine only,
You give me the pleasure of your eyes, face, flesh, as we pass—you take of my beard, breast, hands, in return,
I am not to speak to you—I am to think of you when I sit alone, or wake at night alone,
I am to wait—I do not doubt I am to meet you again,
I am to see to it that I do not lose you.

Ad uno sconosciuto
 Sconosciuto che passi! tu non sai con che desiderio io ti guardo,
tu devi essere colui che io cercavo, o colei che cercavo
(mi arriva come un sogno),
certamente ho vissuto in qualche luogo una vita di gioia,con te
tutto è ricordato, mentre passiamo l’uno vicino all’altro
fluido, amorevole, casto, maturo
sei cresciuto con me, sei stato ragazzo o ragazza con me,
io ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo è diventato
qualcosa che non appartiene soltanto a te, nè ha
lasciato che il mio restasse mio soltanto,
mi hai dato il piacere dei tuoi occhi, del tuo volto, della
tua carne, mentre io passo tu ne prendi in cambio
dalla mia barba, dal mio petto, dalle mie mani,
non devo parlarti, devo pensarti a te quando seggo da solo o
veglio la notte da solo
devo aspettarti, non dubito che t’incontrerò ancora,
e a questo devo badare, di non perderti.

Wislawa Szymborska (1923 – 2012)

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Traduzione di Pietro Marchesani

Love at first sight

Both are convinced
that a sudden surge of emotion bound them together.
Beautiful is such a certainty,
but uncertainty is more beautiful.

Because they didn’t know each other earlier, they suppose that
nothing was happening between them.
What of the streets, stairways and corridors
where they could have passed each other long ago?

I’d like to ask them
whether they remember– perhaps in a revolving door
ever being face to face?
an “excuse me” in a crowd
or a voice “wrong number” in the receiver.
But I know their answer:
no, they don’t remember.

They’d be greatly astonished
to learn that for a long time
chance had been playing with them.

Not yet wholly ready
to transform into fate for them
it approached them, then backed off,
stood in their way
and, suppressing a giggle,
jumped to the side.

There were signs, signals:
but what of it if they were illegible.
Perhaps three years ago,
or last Tuesday
did a certain leaflet fly
from shoulder to shoulder?
There was something lost and picked up.
Who knows but what it was a ball
in the bushes of childhood.

There were doorknobs and bells
on which earlier
touch piled on touch.
Bags beside each other in the luggage room.
Perhaps they had the same dream on a certain night,
suddenly erased after waking.

Every beginning
is but a continuation,
and the book of events
is never more than half open.

-translated by Walter Whipple

 


 

 
 

2 novembre

Dicono morire sia un andarsene
dopo essere da lungo tempo tornati.

Penso piuttosto sia un ritrovarsi
dopo essersi a lungo cercati

un tornare al posto a cui si appartiene
depositando pesanti valigie
stanchi, affaticati

un dimenticare orari e coincidenze sul sedile del treno
dopo averli così tanto consultati da lasciarli consumati

un accomiatarsi con un respiro lieve
in attesa di ritrovarsi, dopo essersi tanto aspettati.

Moonstruck (variazioni su un bacio)

Munch
Magritte
Sinfonia di un bacio
il tempo scandito da una clessidra
capovolta per sbaglio, forse, o per caso;
bacio come fiocco di neve
– lieve silenzioso soave indicibile
inenarrabile
senza fa rumore
cade
sul tabasco
delle pause pranzo quotidiane.
Ho chiuso il cuore a chiave
e l’ho buttata via.
I cuori non saranno una cosa pratica

se non ne inventeranno di infrangibili.

Klimt






Have been walking barefoot

stark naked

moonstruck

quite besotted

amidst the dew

your kiss

lingering

on my lips

burning

centuries of unintelligible unutterable desire

no direction no possession no present no future

– no clue, to be honest

forever held hostage in this no man’s land

of things past and regrets.

I had lost myself

and found you.

My mystery

lies

in my eternal absence

my not being here,

hic et nunc

My bare body

a shrine

to things I have long forgotten

My secret

lies

in the untold

My secret

inhabits me
Hayez



Picasso

The moment of change is the only poem

Jean-Michel Folon

C’è una frase di Adrienne Rich, poetessa statunitense che ho scoperto recentemente, che continua a tormentarmi da quest’estate, quasi fosse una sveglia, o un campanello d’allarme: the moment of change is the only poem, il momento del cambiamento è l’unica poesia.
Continuo a ripeterla tra me e me anche quando non mi fa comodo, anche quando non vorrei, perchè è una sorta di passe-partout che potrebbe aprire quel vaso di Pandora che ho nascosto in soffitta e nelle voragini del cuore.
L’autunno è la stagione dei cambiamenti. Dopo un fine settimana trascorso ad osservare le gradazioni dorate e ruggine delle foglie e cieli decadenti che si rispecchiano su laghetti che tanto avrebbero attratto l’Ofelia di Millais continuo a nascondermi.
Mi rendo conto che tutto intorno a me cambia costantemente, e il pazzo cielo nordeuropeo mi ha regalato qualche giorno di sole per farmi contemplare la natura che si prepara ad accogliere il brevissimo autunno e il lungo, lunghissimo, statico inverno.

Mi rendo conto che tutti intorno a me cambiano: c’è chi arriva e c’è chi parte, c’è chi se ne va per non tornare più, c’è chi scrive un romanzo e c’è chi accoglie una nuova vita, c’è chi si mette in gioco e chi si ritira a riflettere per qualche tempo.
La gente evolve, cresce, migliora, peggiora. Rivoluziona la sua vita, si trasferisce in una nuova città, in un nuovo paese, in un nuovo continente. Taglia i capelli e ne cambia il colore come se niente fosse, si innamora e smette di amare, cambia casa e cambia partner, fa e disfa, cade e si rialza. Io sto ferma.

Se la mia immobilità derivava da mancanza di occasioni, la domanda fatidica è: perchè, ora che ho ricevuto la possibilità di cambiare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il luogo fisico e il ritmo di una quotidianità fin troppo rutinaria, non la abbraccio con fiducia, speranza, intraprendenza ed eccitazione, ma mi richiudo in se stessa e mi rifugio nei miei silenzi, paralizzata dalla paura, congelata dall’incapacità di prendere una decisione?

Cosa succede quando it doesn’t feel quite right, ma l’alternativa, dall’altra parte del fiume, è un minestrone stantio riscaldato fin troppe volte?
Come si fa a capire quando un cambiamento è IL cambiamento che abbiamo lungamente atteso, quando un’occasione è LA NOSTRA occasione, quella per cui ci siamo certosinamente preparati nel corso di lunghe notti insonni e di giornate senza requie?
Cosa succede se, semplicemente, sono troppo codarda per decidere e ho perso la capacità di cambiare pelle, di darmi un’altra chance, di cercare di diventare farfalla? Sarò destinata a rimanere per sempre bruco?

Per dirla sempre con Adrienne Rich, tonight no poetry will serve.


Saw you walking barefoot
taking a long look
at the new moon’s eyelid
later spread
sleep-fallen, naked in your dark hair
asleep but not oblivious
of the unslept unsleeping
elsewhere
Tonight I think
no poetry
will serve
Syntax of rendition:
verb pilots the plane
adverb modifies action
verb force-feeds noun
submerges the subject
noun is choking
verb    disgraced    goes on doing
now diagram the sentence

Ti ho vista camminare a piedi nudi
mentre lanciavi una lunga occhiata
alla palpebra della luna nuova
poi distesa
tra le braccia di Morfeo, nuda nei tuoi capelli scuri
addormentata e tuttavia consapevole
del sonno non dormito degli insonni
altrove
Stanotte penso
che nessuna poesia
potrà servire
Sintassi dell’esecuzione:
il verbo pilota l’aereo
l’avverbio modifica l’azione
il verbo costringe i verbi a mangiare
sommerge il soggetto
il nome si sta strozzando
il verbo caduto in disgrazia insiste
adesso illustra la frase con un diagramma

Jean-Michel Folon