Mary Oliver, una poesia e i bicchieri mezzi vuoti

mary-oliver

The uses of sorrow

(In my sleep I dreamed this poem)

Someone I loved once gave me

a box full of darkness.

 

It took me years to understand

that this, too, was a gift.

 

(Mary Oliver, The uses of sorrow)

tumblr_mfjnpbioej1rbkb75o1_500

 

L’utilità della sofferenza

(Mentre dormivo ho sognato questi versi)

Una persona che amavo mi ha dato una volta

una scatola piena di buio.

 

Ci sono voluti anni perché capissi

che anche quello era un dono.

 

510CBQQA3LL._SX258_BO1,204,203,200_.jpg

 

In quattro versi, Mary Oliver riesce a sintetizzare, con un’immediatezza che risuona in ogni sillaba di un dolore freddo e vuoto – simile al rumore che fa un centesimo che cade in una lattina vuota – una condizione di cui non siamo più bravi a parlare, uno stato d’animo che cerchiamo di abbellire costantemente, rivestendolo di una patina dorata per non vederne la ruggine. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, o di esercitare la tanto decantata mindfulness, di praticare più o meno complicati giochi della felicità o di cercare – solitamente per condividerli sui social – motivi per cui essere grati: Mary Oliver ricorda al lettore  – così come Elizabeth Bishop, in un’altra bellissima poesia, L’arte di perdere che a volte si ricevono colpi talmente forti ed inaspettati che nemmeno il pugile più esperto ed allenato riuscirebbe a prevederli. Delusioni inflitte da una persona cara, che lasciano senza fiato, peggio di un pugno allo stomaco. Fallimenti professionali o personali, che stendono peggio di un pugno sui denti, tanto per rimanere nella metafora agonistica.

Possibilità che giungono travestite da pacchi regalo, ma che, una volta aperte, si rivelano piene di vuoti, ché se fossero semplicemente vuote sarebbe più facile. E ci si ritrova, soli, a contemplare l’oscurità in fondo alla scatola. Sconfitti, almeno momentaneamente, almeno apparentemente. Perché, come la Oliver insegna, forse non ha sempre senso ricoprire il buio di glitter, chiamarlo con altri nomi per esorcizzarlo, trasformarlo, camuffarlo, evitarlo, nasconderlo. A volte bisogna semplicemente sedersi, al buio, da soli, e accettare di essere pervasi dal contenuto di quella scatola, per imparare a non averne paura, per essere pronti a riconoscerla tra mille ed evitarla. Per diventare più forti. Per imparare da un dolore che un giorno, forse, potrebbe tornare utile, per parafrasare Peter Cameron.

Non a caso, la poesia della Oliver si intitola The uses of sorrow, l’utilità – o meglio, le molteplici utilità – della sofferenza, e il titolo della raccolta che la ospita è Thirst, sete.

La Oliver, che cerca di affrontare la morte del partner, con cui ha condiviso quarant’anni di vita, si getta nella sofferenza a capofitto, con la voluttà del martirio immediato, con la volontà di accettare la morte come parte della vita affrontandola, e disarmandola.

My work is loving the world, amare il mondo è il mio lavoro, dichiara la poetessa all’inizio della raccolta: i suoi versi dimostrano il coraggio nell’affrontare quello stesso mondo nella sua interezza, l’umiltà di chi riesce a fare anche dell’oscurità una lezione di vita, andando avanti, sempre, per mantenere le cose insieme, come insegna anche Mark Strand.

Perché a volte bisogna imparare a vedere il bicchiere mezzo vuoto, per riuscire a riempirlo di nuovo.

 

Soundtrack: The Darkness, Leonard Cohen

 

Advertisements

Barbara, che cazzata la guerra

willy-ronis-place-vendc3b4me-sous-la-pluie-paris-1947-e1429135616187

Willy Ronis, Place Vendôme sous la pluie, Paris, 1947

Questo fine settimana non ho letto, non ho scritto, non ho studiato.

Non sono nemmeno andata a mangiare le crêpes in un locale bretone, come avevo previsto. Sono stata invece incollata giorno e notte ai social media e a un flusso continuo ma incostante di notizie, espresse in lingue che conosco ma che improvvisamente mi sono diventate sconosciute: allerta quattro, codice giallo, minaccia terroristica, coprifuoco.
Vi scrivo da una Bruxelles che si prepara ad affrontare il suo quarto giorno di blocco: scuole chiuse, metro chiusa, centri commerciali chiusi, trasporti pubblici che funzionano solo parzialmente. Scrivo, e cerco di rielaborare settantadue ore di insonnia e inquietudine: si consiglia di non uscire di casa, di evitare luoghi affollati, di evitare il centro, di evitare i mercati, di evitare i trasporti pubblici, di evitare i luoghi chiusi. Il cielo sopra Bruxelles è gravido non solo del primo, grande freddo e della prima neve, ma di una minaccia costante, indefinibile, impronunciabile.
Dieci giorni dopo il massacro di Parigi, Bruxelles è una città sospesa, un animale nascosto nell’ombra che ansima, spaventato, e spera di riuscire a sfuggire ai colpi del cacciatore.
È una città confusa, stanca, spaventata. E ho paura anch’io.
Una paura, del tutto folle e insensata, che le cose non tornino più come prima, che la routine fin troppo monotona delle mie giornate diventi ancora più soffocante tra questre quattro mura. Paura che questo Paese che non è il mio – e che probabilmente non sentirò mai mio – ma che mi ospita da quasi sei anni, non sia in grado di proteggere me e le persone a me care, specie quelle piccole.
Ho un nodo allo stomaco, una stretta al cuore davanti a queste strade desolate, bagnate di pioggia e di silenzio. Non voglio ricevere una telefonata come quelle madri, quelle figlie, quelle mogli di Parigi. Non voglio dover scrivere una di quelle lettere piene di dolore e di compassione e di perdono che persone più grandi, più mature e più forti di me sono riuscite a scrivere dopo quel maledetto tredici novembre, perché non sono grande, né forte, né matura, e non ho confidenza con la paura, né col dolore.
Vorrei ringraziare tutte le persone che mi sono state vicine queste settantadue ore. Le mie amiche dell’università, che mi hanno tenuto compagnia fino a tardi su whatsapp, mi hanno spronata a parlare su BBC radio 2 di quello che sta succedendo, mi hanno suggerito di scrivere.
Tutte quelle bellissime persone che ho conosciuto attraverso il blog, che mi hanno scritto email e messaggi, preoccupandosi per me. Vi ringrazio di cuore, e spero di poterlo fare di persona, un giorno, presto, davanti a un pacco gigante di cioccolatini belgi.
Non ho letto questi giorni, ma ho una poesia che mi gira in testa. Una poesia di Jacques Prévert, che amava Parigi e amava la vita e amava l’amore. Una poesia che parla di una ragazza – Barbara – che corre incontro all’uomo che ama, incurante della pioggia parigina, e sorride, grondante rapita raggiante, in una città felice. Prévert le dà del tu, perché dà del tu a tutti quelli che ama e perchè la felicità della ragazza gli si trasmette, per osmosi.
Prévert le dà del tu, perché tutto quello che resta è il ricordo di una pioggia buona e felice, che diventa pioggia di sangue e lacrime e metallo e proiettili: una pioggia di paura, come dev’essere stata quella del maledetto tredici novembre. Una pioggia crudele, una pioggia di mancanze. Poi il nulla.

Oh Barbara
che cazzata la guerra.

Che cazzata la guerra, che cazzata ogni guerra, specie una guerra che mi sembra così estranea, che non riesco a comprendere, di cui non so abbastanza.
Che spreco, tutta quella vita, tutta quell’energia, tutta quella giovinezza, tutto quell’amore.
Quanto dovrebbe essere superfluo, tutto quel dolore, tutta quella mancanza.
Ma io non trovo le parole giuste, anzi, non trovo più parole. Vi lascio quelle di Prévert, nella traduzione di R. Cortiana.

Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Raggiante rapita grondante
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Pioveva senza tregua su Brest
E t’ho incontrata in rue de Siam
Tu sorridevi
E sorridevo anch’io
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati
Ricordati comunque di quel giorno
Non dimenticare
Un uomo si riparava sotto un portico
E ha gridato il tuo nome
Barbara
E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia
Grondante rapita raggiante
Gettandoti tra le sue braccia
Ricordati di questo Barbara
E non volermene se ti do del tu
Io do del tu a tutti quelli che amo
Anche se non li ho visti che una sola volta
Io do del tu a tutti quelli che si amano
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara
Non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
Sul tuo viso felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare
Sull’arsenale
Sul battello d’Ouessant
Oh Barbara
Che cazzata la guerra
E cosa sei diventata adesso
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco acciaio sangue
E lui che ti stringeva fra le braccia
Amorosamente
È forse morto disperso o invece
Vive ancora
Oh Barbara
Piove senza tregua su Brest
Come pioveva prima
Ma non è più così e tutto si è guastato
È una pioggia di morte desolata e crudele
Non è nemmeno più bufera
Di ferro acciaio sangue
Ma solamente nuvole
Che schiattano come cani
Come cani che spariscono
Seguendo la corrente su Brest
E scappano lontano a imputridire
Lontano lontano da Brest
Dove non c’è più niente.
(Traduzione di R. Cortiana)
da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

What we talk about when we talk about poetry

neruda

Vedere il Cielo d’estate è Poesia

Anche se in nessun libro puoi trovarlo

Le poesie vere fuggono

scriveva Emily Dickinson, illustrando meravigliosamente la natura schiva della poesia, che elude chi non la cerca senza pregiudizi, col cuore e la mente aperta, l’anima nuda, gli occhi chiusi. Leggere una poesia significa abbandonarsi con fiducia a un flusso di parole che custodiscono significati nascosti, a immagini magiche, mitiche, nelle quali quasi tutto è un’altra cosa.

Non per niente, Federico García Lorca scriveva che la poesia non cerca adepti, ma amanti.

Come con ogni amante che si rispetti, il mio rapporto con la poesia non è mai stato semplice, né uguale a se stesso: ma l’intensità non è mai variata. Forse per questo sentire che così tanti lettori evitano la poesia come la peste bubbonica, spesso in base a cattive esperienze in età scolastica, mi rattrista enormemente. Nel tempo ho raccolto un po’ di pregiudizi tra i più comuni, che mi piacerebbe provare ad analizzare, e, ove possibile, a sfatare. Pronti? Via.

1. La poesia è snob ed elitaria

La poesia è accessibile a tutti, perché soddisfa un tipo di sete che altre forme di letteratura, o di arte in senso lato, non riescono ad estinguere. Tocca corde sensibili, sazia quel bisogno di conferme, quel sentirsi parte di qualcosa, un uno universale, ma non unico, bensì multiforme, poliedrico, dai molti splendori e sfaccettature. La poesia abbraccia un concetto di umanità secondo il quale nessun uomo è un’isola, e quando suona la campana suona per tutti, e un pezzo di questo unicum muore, per dirla con John Donne – visto che grande fetta del nostro immaginario collettivo, dei nostri modi di dire deriva dalla poesia e non dalla prosa? Un’ulteriore riprova del fatto che Calliope, Erato ed Euterpe  – muse della poesia epica, della poesia amorosa e della poesia lirica- non sono poi così distanti dai comuni mortali.

La poesia aiuta a non sentirsi soli, a rendersi conto che qualcuno è già stato prima di noi, ha vissuto le stesse cose, si è sentito nello stesso modo. Stati d’animo ed esperienze non sono isolate, ma parte armonica di una trama che contribuisce a rendere il particolare universale.

2. La poesia non vende

Probabilmente è anche vero, ma non è un motivo per smettere di pubblicarla, no?

Se acquistassimo tutti le stesse cose, leggessimo esattamente gli stessi libri (ah, le mode) e iniziassimo a pensarla allo stesso modo, su tutto, il mondo sarebbe un posto infinitamente meno interessante.

3.La poesia è inutile

Ne siete ancora convinti? Andate e rileggere il punto 1) e un vecchio post sull’utilità della poesia.

La mia personalissima esperienza è che la poesia ha una funzione consolatoria, alla quale non sempre la prosa riesce ad assurgere. Nel periodo un po’ complicato che sto vivendo, che giustifica la mia latitanza dal blog e dai social media, mi rifugio spesso e volentieri tra i versi, e mi fa un gran bene

4. La poesia è difficile

Può esserlo anche la prosa. E, comunque, spesso le cose più belle sono le più difficili.

Oltre la metrica, oltre lo stile, oltre le infrastrutture, oltre il suo “abito” più o meno pesante, più o meno intricato, la poesia si presenta nuda, semplice, schietta agli occhi del lettore, offrendogli verità individuali e universali.

4. La poesia è per depressi

Surreale ma vero, me lo sono sentito ripetere più e più volte. Rieccheggia nelle mie orecchie quel giocherellone di Gozzano ne La Signorina Felicita, ovvero la Felicità:

Oh! questa vita sterile, di sogno!

Meglio la vita ruvida concreta

del buon mercante inteso alla moneta,

meglio andare sferzati dal bisogno,

ma vivere di vita! Io mi vergogno,

sì, mi vergogno d’essere un poeta!

E penso ai versi pieni di vita e di passione di Pablo Neruda, alle linee di luna e ai sentieri di mela, alla notte azzurra di Cuba e ai rampicanti di stelle tra i capelli.

E mi vengono in mente alcune poesie di ee cummings, i suoi versi giocosi, i suoi elefanti, uccelli e alberi, le sue metafore ardite, la sua celebrazione della vita e di quel che è la chiave di un mondo di parole arricciate. E i gatti e i libri sempre aperti a metà di Wislawa Szymborska, i ragazzi che si amano di Jacques Prévert, la speranza piumata e i poeti che accendono lampade di Emily Dickinson.

E resto in ammirata soggezione davanti all’incanto e alla meraviglia della poesia, antica come il mondo e sempre nuova, piena di significati cangiati, sempre diversi, che si adattano alla sensibilità e ai bisogni del lettore.

E ammiro sempre di più il coraggio spavaldo dei poeti, le loro timide rivoluzioni.

C’è bisogno di poesia, e c’è bisogno di silenzio.

C’è bisogno di lentezza, e di tempo.

C’è bisogno di aria, di luce naturale, di ricordarsi di respirare.

C’è bisogno di un posto da chiamare proprio.

Fortuna che c’è Wendell Berry coi suoi versi a ricordarcelo (potete leggere il testo originale qui).

Come essere un poeta

(un promemoria)

Trova un posto dove sederti.

Siediti. Osserva il silenzio.

Affidati con fiducia

agli affetti, alle letture, alle conoscenze

alle capacità – più di quelle che possiedi –

all’ispirazione, al lavoro, alla maturità, alla pazienza,

perché la pazienza unisce tempo

ed eternità. Metti in dubbio il giudizio

dei lettori che amano le tue poesie.

 

Respira incondizionatamente

l’aria non condizionata.

Evita l’elettricità.

prenditi tempo per comunicare. Vivi

una vita a tre dimensioni;

rifuggi dagli schermi.

Sta’ lontano da tutto quello

che oscura il posto dove si trova.

Non ci sono luoghi profani;

ci sono solo luoghi sacri

e luoghi sconsacrati.

Accetta quello che arriva dal silenzio.

Cerca di trarne il meglio.

Di quelle semplici parole che provengono

dal silenzio, come preghiere

restituite a chi prega,

fanne una poesia che non disturbi

il silenzio da cui è arrivata.

wbb

Soundtrack: Pour toi mon amour, Thomas Fersen (dall’omonima poesia di Jacques Prévert)

Dev’esserci un posto.

egg

William Eggleston

 

In questo periodo non ho molta voglia di scrivere.

Prima bugia del caso: ne ho, e molta, anche. Ma, se iniziassi, non scriverei di libri, o di letteratura: darei libero sfogo al turbinio di pensieri e impressioni che mi abita, rendendomi sempre più simile a una casa infestata dagli spiriti. Una di quelle case tristi, che non fanno nemmeno paura; semplicemente, una di quelle case vecchie, trascurate, abbandonate, il cui destino è poi essere dimenticate.

Se dovessi scrivere, scriverei di paura. Quella paura che prima o poi capita a tutti di incontrare, e che precede solitamente un cambiamento, un tuffo nell’ignoto. Quella paura che si presenta al cospetto delle grandi decisioni, e si siede e resta lì, tra una pioggia fredda di punti interrogativi ed esclamativi.

Quella paura che paralizza proprio quando ci sarebbe bisogno di agire, di andare, di muoversi per tenere le cose insieme, come ci ricorda Mark Strand. Quella paura che è come una domanda, e si interroga incessantemente – e senza risposte- sulla possibilità che esista un limite al numero di volte per reinventarsi, al numero di case in cui abitare, al numero di lingue da imparare, al numero di persone da amare.

Per fortuna ci sono persone che l’hanno scritto infinitamente meglio di quanto potrei mai fare io, tipo Bukowski, che, in questa poesia – che vi propongo in traduzione; potete leggere il testo originale qui – cerca disperatamente un posto dove rifugiarsi per scappare da se stesso, al di là della possibilità della morte e dell’insostenibile leggerezza dell’amore.

 

un finale plausibile

 

Dev’esserci un posto dove andare

quando non riesci a dormire

o non ne puoi più di ubriacarti

e l’erba non funziona più,

e non parlo di passare

all’hashish o alla cocaina,

parlo di un posto dove andare

al di là della morte che ci aspetta

e un amore che non funziona più

 

dev’esserci un posto dove andare

quando non riesci a dormire

che non sia la televisione o un film

o un giornale

o un romanzo su una donna

col clitoride in gola

 

è non avere un posto come quello

che fa finire la gente al manicomio

e causa i suicidi.

Credo che la maggior parte delle persone

in mancanza di un posto dove andare

si rifugi in luoghi o cose

che soddisfano a malapena,

e questo rituale tende a consumare

riducendo a uno stato apatico

in cui rilassarsi senza speranza

 

quelle facce che vedi ogni giorno per strada

non sono venute fuori

totalmente a caso:

sii gentile con loro:

sono riuscite a scappare

 

Soundtrack: Sink to the bottom, Fountains of wayne

egg2

William Eggleston

 

 

 

Il vino è poesia in bottiglia

drink-1_1000x677

Credit: Matt Taylor-Gross

Non so voi, ma la cosa che mi rilassa di più dopo una giornata lavorativa lunga e storta (ultimamente, l’80% delle mie giornate) è prendere in mano un libro di poesie.

La poesia sortisce un effetto su di me che la prosa non riesce a eguagliare: quando sono molto triste o molto scossa, stanca o con la sinusite, felice o innamorata, quando sono talmente irrequieta da non trovare pace per due minuti di seguito, i versi riescono a infondere in me calma, accettazione, prospettiva. Più semplicemente, mi regalano una boccata d’aria, un pensiero di bellezza. La stessa cosa succede quando mi metto a scribacchiare poesie.

La seconda cosa che mi rilassa di più è un bicchiere di vino, rigorosamente bianco. Non amando la birra né i superalcolici e non potendo bere vino rosso, sono diventata incredibilmente esigente dico a te, Chablis) e sempre più interessata agli abbinamenti eno-letterari.

In fondo, dovrebbe funzionare un po’ come con lo champagne e le fragole, no? Scegliere la poesia giusta non può che valorizzare un buon vino, e viceversa.

Ho chiesto quindi aiuto alla mia amica Cinzia Bonfà, master sommelier e giornalista (potete leggerla su bibenda.it o Cosedellaltrogusto.it, seguirla su Twitter e su Instagram).

Io ho scelto le poesie e l’accompagnamento musicale, Cinzia ha fatto il resto.

Buona lettura (con moderazione).

Ndrm (nota della redazione mia): il titolo del post è una citazione di Robert Louis Stevenson, tratta dal suo memoir di viaggio The Silverado Squatters, cronistoria del suo viaggio di nozze con Fanny Vandegrift a Napa Valley, California nel 1880.

Patrizia Cavalli

E se mi guardi davvero e poi mi vedi?

Io voglio che stravedi non che vedi!

(da Datura, Einaudi editore)

L’abbinamento di Cinzia:

Mi piace la destabilizzazione perché mi scuote e mi fa sentire viva e lo Champagne Franck Pascal Cuvée Emeric Extra Brut, dosato al minimo, lo ha fatto in modo prima elegante e poi impetuoso, presentando una personalità poliedrica.

Assorta nel brillìo di un tulle dorato ne scrutavo anche gli indolenti riflessi ramati nascosti da un sottilissimo perlage.

Un biodinamico lunatico, questa Cuvée Emeric di sole uve Pinot Meunier, perché cambia d’abito velocemente in un crescendo di profumi provocanti quali il pain grillé, la cotognata e richiami di terra umida e un che di metallico. Affascinante e ingannevole poesia dei sensi…

Soundtrack: Joni Mitchell, A case of you

Patrizia Valduga

Cos’è l’amore che mi mandi intorno?

Libido narcisistica con tanto di biglietto di ritorno.

Cosa farfugli di fusione mistica?

Ochetta che s’impanca…

L’amore è in ciò che manca, è l’Io che manca.

(da Lezione d’amore, Einaudi editore)

L’abbinamento di Cinzia:

Il Ruinart Blanc de Blancs è un abbraccio tra l’eleganza e la potenza dello Chardonnay in purezza.

Dorato, brillante con perlage che si eleva al cielo ma che rimane ancora un po’ sul bordo del calice; rimane lì in attesa di finire il suo meraviglioso respiro. La cremosità e il lungo ricordo del passaggio nel palato edificano un “sì”, un sì all’attimo fuggente, a ciò che non ritorna, a quel treno che passa una volta e che con “lui ” (#Champagne) può ritornare.

Soundtrack: Between the bars, Elliot Smith

Edgar Lee Masters

Sarah Brown

Maurizio, non piangere, non sono qui sotto il pino.

L’aria profumata della primavera bisbiglia nell’erba dolce,

le stelle scintillano, la civetta chiama,

ma tu ti affliggi, e la mia anima si estasia

nel nirvana beato della luce eterna!

Va’ dal cuore buono che è mio marito,

che medita su ciò che lui chiama la nostra colpa d’amore: –

digli che il mio amore per te, e così il mio amore per lui,

hanno foggiato il mio destino – che attraverso la carne

raggiunsi lo spirito e attraverso lo spirito, pace.

Non ci sono matrimoni in cielo,

ma c’è l’amore.

(dall’ Antologia di Spoon River, a cura di Fernanda Pivano, Einaudi editore)

 

L’abbinamento di Cinzia:

Luce 2000 di Luce della Vite, Frescobaldi.

Il tempo addolcisce le asperità, il dolore e anche i ricordi nella vita, così fa anche con il vino dove il tempo arrotonda, leviga, ammorbidisce creando sfericità nei sapori e negli odori. Pennellate rubino con riflessi granato. Spaziatura dolce, chiodi di garofano, tabacco su una distesa di confettura di fragole. Il calore bilanciato da una bella freschezza e i tannini ammorbiditi dal tempo rendono questo vino splendido e il suo ricordo sempre vivo.

Soundtrack: Fabrizio De André, Non al denaro non all’amore né al cielo (Si, l’intero disco, ispirato appunto all’antologia di Spoon River)

Sylvia Plath. Solitudini e moltitudini.

imagesJ13HMOB3

Penso spesso alla solitudine di Sylvia Plath.

Non in modo morbosamente curioso: succede quando leggo una sua poesia, quando sfoglio i suoi diari (ritrovando tra le sue parole tanto di me, più di quello che vorrei), quando ripercorro le tappe della sua vita attraverso le sue lettere – quasi come sfiorare una persona cara al buio, riconoscerne i tratti, colline di guance e vallate di collo.

Penso a quanto si sia sentita sola, quella sera di febbraio del 1963. Così sola che nessuno sarebbe più riuscita a toccarla, pelle e anima, che nessuno sarebbe più riuscito a guardarla e vederla, veramente. Sola di quella solitudine che ti avviluppa tutta e diventa una seconda pelle scomoda, appiccicosa, sudaticcia. La pelle di qualcun altro.

Così sola che nessuno sarebbe più riuscito ad ascoltarla – non sentirla, ascoltarla – e capire quella voglia di gridare e battere i denti e strapparsi vestiti e capelli di dosso ed esorcizzare tutto quel dolore, quella stanchezza di secoli, quell’impossibilità di rassegnarsi al flusso degli eventi, di vivere giorno per giorno.

Penso a quanto debba aver lottato per anni senza mai rassegnarsi alla mediocrità, senza riuscire a cercare pace, cercando qualcosa e qualcuno da amare così tanto da farle male, da farla sentire profondamente, inesorabilmente viva. Da distruggerla.

Penso a quanto debba aver avuto freddo, quella notte, nel suo appartamentino londinese. Così freddo da essere scossa da brividi dalla testa ai piedi, lame di gelo conficcate tra le scapole, stalattiti di ghiaccio a perforare il cuore, con la convinzione recondita di non riuscire mai più a provare l’abbraccio del calore. Un abbraccio capace di liberarla da quell’inverno perpetuo e riportarla nelle sue amate spiagge della East Coast, la pelle giovane sporca di sabbia bianca e tostata dal sole, i piedi immersi nell’acqua trasparente come quando, a due anni e mezzo, la madre le aveva annunciato l’arrivo del fratello Warren, e Sylvia aveva preso coscienza di essere parte del tutto ed essere al tempo stesso un essere autonomo, con limiti e confini ben delimitati.

Penso a quanto dovesse avere fame. Non fame di quel pane e quel latte che avrebbe lasciato per la colazione dei suoi bambini: fame di vita, così tanta da esplodere, fame di balli e vestiti che lasciavano le spalle scoperte e macchine decappottabili e ragazzi alti Ivy League e scarpe a tacco e vento tra i capelli . Fame di parole, parole partorite dal sangue e dall’inchiostro che trovavano la loro collocazione in strutture retoriche perfette, parole che messe tutte insieme avevano senso, davano un senso al dolore, all’alienazione, all’impossibilità di essere capite, a quell’amore così assoluto da tradursi nell’impossibilità di respirare. Nostalgia di un tempo in cui quelle parole, quei versi, quelle frasi si facevano ricettacolo di una rabbia muta e sorda, e sfamavano la necessità di capire, di capirsi, di riconoscersi.

Penso a Sylvia, seduta a tavola, il capo chino sulle mani, a ripercorrere la trama dei suoi errori, di tutte le cose che avrebbe potuto fare meglio, di tutte le cose che aveva voluto fare e non aveva mai fatto. Quella lettera di rifiuto alla scuola estiva di Harvard, quell’esperienza newyorkese che sapeva di cocktail andati a male, le poesie più belle che non avrebbe mai scritto, Ted. Quella pantera che le aveva strappato la fascia dai capelli e aveva preteso di cibarsi del suo cuore. Quel poeta dal quale si era spesso sentito oscurata, e dal quale, al tempo stesso, era incoraggiata a scrivere, a fare di più, a fare meglio. Quello stesso Ted che avrebbe poi scritto Birthday Letters, uno struggente commiato in versi (che emana anche l’odore pungente di una catarsi tardiva dai sensi di colpa) dalla moglie abbandonata, ormai morta, che fa intravedere in quella stanzetta londinese anche la sua ombra: un’ombra scomoda, che non c’era quando Sylvia ne avrebbe più avuto bisogno. Too little, too late.

Penso a Sylvia, che ha amato così tanto Ted senza forse mai conoscerlo veramente, e a Ted, che proprio non riesco a farmi stare simpatico, che forse ha amato Sylvia senza mai capirla a fondo. Senza mai vederla davvero, quella bellissima ragazza di vetro incrinata da tante, troppe fragilità.

E penso a Sylvia e ai suoi bambini, a Nicholas e Frieda. Penso al dolore struggente di una madre che sa che non li vedrà mai crescere, che li abbraccia col cuore, con gli occhi, con la memoria, nella quale rimarranno sempre piccoli, nella quale non cresceranno mai. Sylvia non sarà con loro il primo giorno di scuola, non nasconderà i loro regali sotto l’albero di Natale, non asciugherà le lacrime delle prime delusioni d’amore, non assisterà alla loro cerimonia di laurea.

Cerco di immaginarmi come sia stato, quando tutto è diventato troppo, quando il peso di se stessa, l’orrore di convivere con se stessa, il peso delle responsabilità e di tutte le decisioni moltiplicate per tre sono diventati semplicemente insopportabili. Ripercorro i suoi passi silenziosi, forse scalzi sul pavimento gelido, rivedo quelle azioni così semplici e quotidiane eseguite con maldestra maestria per l’ultima volta: aprire il frigo, versare il latte nei bicchieri, affettare il pane (sentire la lama fredda del coltello contro la guancia, indugiare in una voluttà momentanea, un desiderio di sangue: il sangue della ferita di Ted dopo quel morso irruento di Syvvy alla prima festa, il sangue mensile, il sangue dell’imene lacerato di Esther Greenwood; ma non è così che deve finire).

Penso a Sylvia che prepara con cura gli asciugamani col monogramma (magari SH, non SP) e tappa ogni fessura con cura maniacale, il suo modo di accomiatarsi.

E penso a Sylvia, sdraiata per terra sul pavimento gelido, cercando di colmare quella voragine nel cuore che, nonostante tutto l’amore e le parole e i ricordi e i successi, diventa sempre più profonda, aspettando che il suo cuore esploda, sperando con tutta la se stessa che le rimane di trovare pace.

Tutto questo Katie Crouch l’ha raccontato molto meglio di me qui. Perché, quando quella particolare campana ha suonato, ha toccato – e continua a toccare, e a scuotere nel profondo – migliaia di non isole che abitano acque agitate, e che hanno bisogno di non sentirsi soli come Sylvia, quella notte. Hanno bisogno di dissetarsi di versi che testimonino che qualcun altro, un giorno, una notte, si è sentito esattamente nello stesso modo, e ha trasformato la rabbia e il dolore in energia creativa, in poesia immortale. La solitudine di una donna in una freddissima notte di febbraio è diventata il cuore pulsante di una moltitudine viva, vitale, vibrante: tre aggettivi che Sylvia – sia quella bionda che quella bruna – avrebbe amato.

cropped-sylvialeonard.jpg

e.e. cummings, tutto minuscolo

cummingsbe of love (a little) more careful
than of everything
guard her perhaps only
A trifle less (merely beyond how very)
closely than nothing
remember love by frequent
anguish (imagine
her least never with most
memory)
give entirely each
forever its freedom

(dare until a flower,
understanding ceaselessly sunlight
open what thousandth why
and discover laughing)

sta’ un po’ più attento all’amore

più che alle altre cose

proteggila forse soltanto

un po’ meno

(appena più di molto)

vicino

ricorda l’amore con tormento

frequente (non immaginarla

mai di meno

con tutta la memoria possibile)

le due metà per sempre libere

(osa fino a quando un fiore,

comprendendo la luce imperitura del sole

sboccerà con mille perché e

imparerà a ridere)

Stare attenti all’amore. Prendersene cura, un po’ più di quanto facciamo col resto dei sentimenti che popolano le varie sfere del quotidiano. Il problema è che ce lo dimentichiamo troppo di sovente: allora interviene e.e, cummings (si, tutto minuscolo) a ricordarcelo. Lo fa col suo linguaggio un po’ criptico, con le sue immagini delicate di pittore di parole, con un tono leggero e scanzonato, con un verso frammentato che sembra prendere in giro il lettore, lasciandolo sospeso con la promessa di un avverbio.

Parole come pesci guizzanti, come un torrente d’acqua mai uguale a se stesso. Parole indomabili, impossibili da acciuffare, che sfuggono a ogni tentativo di incasellarle dentro un’interpretazione ben definita. Susan Cheever, nella sua biografia di e.e., scrive:

Modernism as Cummings and his mid-twentieth-century colleagues embraced it had three parts. The first was the exploration of using sounds instead of meanings to connect words to the reader’s feelings. The second was the idea of stripping away all unnecessary things to bring attention to form and structure: the formerly hidden skeleton of a work would now be exuberantly visible. The third facet of modernism was an embrace of adversity. In a world seduced by easy understanding, the modernists believed that difficulty enhanced the pleasures of reading. In a cummings poem the reader must often pick his way toward comprehension, which comes, when it does, in a burst of delight and recognition.  

(Il Modernismo, così come l’hanno abbracciato cummings e I suoi colleghi intorno alla metà del XX secolo, era costituito da tre parti. La prima comprendeva gli esperimenti sonori che avevano come scopo quello di collegare le parole alla percezione del lettore. La seconda si concentrava nel tentativo di depurare tutti gli elementi superflui per soffermarsi sulla forma e sulla struttura: lo scheletro, prima nascosto, diventava così prepotentemente visibile. La terza era la volontà di abbracciare le avversità; in un mondo sedotto dalla facilità di comprensione, i modernisti credevano che la difficoltà incrementasse il piacere della lettura. Con le poesie di cummings, il lettore deve trovare la sua strada per arrivare alla comprensione, che arriva –quando arriva – in un’esplosione del piacere del riconoscimento).

L’arte di vedere deve essere imparata, scriveva Marguerite Duras ne L’amante: cummings, il poeta bambino (aveva composto la sua prima poesia a tre anni), appassionato di disegno, aveva imparato a “vedere” e coltivato un immaginario poetico grazie alle sue fantasie infantili, popolate di elefanti, uccelli, alberi. Sviluppa un suo alfabeto e un suo stile, eliminando la presunzione delle lettere maiuscole, coltivando una punteggiatura fresca, frizzante, riducendo la lunghezza dei versi e conferendo loro un ritmo sinuoso e dinamico, in un’esplosione di sinestesie e suggestioni. La poesia di cummings è un inno al , consacrazione e celebrazione vitalistica di tutto quello che e.e. ama:

yes is a world

& in this world of yes live

(skillfully curled)

all words  

sì è un mondo

& in questo mondo di sì vivono

(arricciate ad arte)

tutte le parole

enormoussmallness2 enormoussmallness9 enormoussmallness20 enormoussmallness30

Un modo originale (e poetico, e bellissimo) di ripercorrere i passi di Edward Estlin, di rivedere il poeta bambino amorevolmente incoraggiato dalla madre, che inizia a raccogliere i suoi versi in un quadernetto intitolato Estlin’s Original Poems, mentre il padre finge di essere un elefante, in omaggio alla musa poetica del figlio, è sfogliare le pagine della biografia Enormous Smallness: A Story of e. e. cummings, a cura di Matthew Burgess, splendidamente illustrata da Kris di Giacomo.

Una biografia apparentemente destinata a un pubblico infantile che in realtà diventa, mediante i versi e le bellissime illustrazioni che e.e. tanto avrebbe amato, una degna celebrazione di un poeta che voleva restare piccolo, ma che, volente o nolente, è diventato enorme.

(Tutte le immagini di questo post sono tratte da quest’articolo su Brain Pickings). enormoussmallness10

Wendell Berry, be my Valentine!

Si, siamo tutti d’accordo: San Valentino è un’operazione commerciale bella e buona  (Bridget Jones docet).
Ma il mondo non sarebbe un posto più bello se ad augurarci un buon San Valentino fosse uno dei nostri scrittori preferiti, tipo…la butto lì, Wendell Berry? (E non perché sia uno degli scrittori più amati dalla sottoscritta, eh).
Grazie al poliedrico genio creativo degli amici di Edizioni Lindau, yes, you can!

Preparatevi dunque a celebrare l’amore (o quello che vi pare, fate voi) con le cartoline scaricabili di Wendell Berry. Festeggiate la buona letteratura, i libri che rimangono dentro e cambiano il lettore per sempre, le storie ben raccontate, l’incanto delle parole, tasselli di un mosaico perfetto, con una selezione di frasi tratte da Hannah Coulter e Jayber Crow (e, dato che ci siete, fatevi anche un regalo: leggeteli. Ve ne innamorerete).

Dato che siamo in vena di regali, ve ne faccio uno anch’io, piccolo piccolo: la traduzione di una poesia di Wendell Berry, Come l’acqua (Like the water). Una poesia che parla, appunto, d’amore. Da leggere mentre ascoltate Ovunque proteggi di Vinicio Capossela, magari.

E un grazie sonoro e corale a Edizioni Lindau per la bellissima e originale iniziativa.

Come l’acqua
di un torrente profondo,
l’amore è troppo, sempre.
Non ce l’abbiamo fatta.
Ne abbiamo bevuto fino a scoppiare,
ma non possiamo averlo tutto
o volerlo nella sua interezza.
Nella sua prodigalità
sopravvive alla nostra sete.
La sera scendiamo verso la riva
per bere fino a riempirci,
e dormire
mentre l’acqua scorre
attraverso regioni oscure.
Non ci trattiene,
ma continuiamo a ritornare alle sue acque fragranti
assetati.
Entriamo
nel regno della sua gioia,
pronti a morirne.

Like the water
of a deep stream,
love is always too much.
We did not make it.
Though we drink till we burst,
we cannot have it all,
or want it all.
In its abundance
it survives our thirst.
In the evening we come down to the shore
to drink our fill,
and sleep,
while it flows
through the regions of the dark.
It does not hold us,
except we keep returning to its rich waters
thirsty.

We enter,
willing to die,
into the commonwealth of its joy.

JCAV

stanza HC

Sylvia Plath tra poesia e mito

I think I would like to call myself “The girl who wanted to be God”
(Sylvia Plath, Words)

paris

Perché continuiamo a leggere Sylvia Plath, a cinquantadue anni dalla sua morte, e ad immedesimarci nei suoi scritti?
Perché Sylvia Plath incarna e simboleggia la dicotomia che ogni donna (e, in una certa misura, ogni essere umano) si trova ad affrontare: l’eterna lotta tra essere e dover essere, tra io privato e io pubblico. La disperata ricerca di conformarsi allo stereotipo di ragazza americana (sana, bella, intelligente, simpatica, sportiva, competitiva) cercando di nascondere, dietro questa patina dorata, il suo essere una ragazza di vetro sotto una campana di vetro.

american girl

Questa dicotomia viene analizzata da Ginevra Bompiani nel suo Lo spazio narrante, e viene messa in relazione con la poetica della Plath.
Nell’estate del 1954, Sylvia cerca di dare forma concreta (e ironica) alle contraddizioni che le straziano l’anima (l’anno precedente la ragazza aveva cercato di uccidersi ed era stata ricoverata in una serie di cliniche psichiatriche, dove aveva sperimentato una delle sue più grandi paure, l’elettroshock; l’intera esperienza viene raccontata dalla Plath nel suo unico romanzo, The Bell Jar, La campana di vetro) tingendosi i capelli biondo platino.

Il suo io biondo platino rappresenta il suo tentativo di ribellarsi all’io bruno, “…la grigio vestita, sobria, bevitrice d’acqua, presto-a-letto, economa, pratica ragazza che ero diventata…” (da una lettera alla madre del 13 ottobre 1954).
Non stupisce dunque che Sylvia abbia scelto come argomento di tesi il tema della doppia personalità in Dostoevskij, né che elementi come lo specchio, l’acqua, il riflesso, le ombre, i gemelli diventino parte integrante dell’immaginario mitico della sua poesia. La cura rigorosa, quasi maniacale della forma e dello stile serve a contenere, a plasmare quelle poesie che “…non sono ispirate da nient’altro che un ago o un coltello o quel che sia” (da una dichiarazione per la  BBC del 1963, prima di un suo reading di poesie).

reading
Non c’è tuttavia una contraddizione tra un “io vero” e un “io falso” nella Plath: la poetessa accetta il mondo per quello che è, pur vedendolo come una comunità a lei estranea in cui ha bisogno di essere riconosciuta.
Per questo motivo Sylvia cerca di conformarsi e di accettare quelle regole che la vogliono studentessa modello, figlia affezionata, moglie innamorata, madre devota. La Sylvia delle lettere è la Sylvia pubblica, la Sylvia bruna: tutta la vita degli affetti appare nelle sue corrispondenze costante e tale da riscuotere l’approvazione dell’Americano medio. Nelle lettere, Sylvia dichiara di amare sua madre, suo fratello, le amiche, i bei ragazzi alti e sportivi.

pinkLa Sylvia bionda, che non ha bisogno di essere riconosciuta, emerge nelle sue poesie: qui viene fuori l’odio/amore per la madre, garante della Sylvia convenzionale, che si rifiuta di accettare la confusione, i problemi mentali della figlia.

enhanced-buzz-20118-1389222990-13

Le lettere di Sylvia alla madre sono sempre piene di affetto e di riconoscenza nei suoi confronti, in contraddizione con l’insofferenza e il rancore che emergono in The Bell Jar; Aurelia, la madre-vampiro, non deve, non può vedere sua figlia come quel calice di cristallo, prossimo a frantumarsi, come quella ragazza di vetro dentro una campana di vetro dopo che Ted l’ha lasciata. Silvia, spezzata dal dolore, proibisce alla madre di raggiungerla a Londra.
Un’altra delle colpe imputate alla madre Aurelia è la morte del padre Otto. Quest’ultimo aveva deciso che sarebbe morto precocemente di malattia e si era autodiagnosticato un tumore, chiudendosi nelle sue stanze e vivendo totalmente alienato dai figli. In realtà, Otto sarebbe morto nel 1940 di diabete. Per Sylvia, il padre avrebbe rappresentato, nel suo immaginario poetico, la volontà di morte.
Altro rapporto problematico è quello col fratello Warren. A due anni e mezzo, mentre Sylvia cammina sulla riva del mare (che identifica come il suo elemento naturale; appena in grado di gattonare, Aurelia l’aveva portata sulla spiaggia e Sylvia si era diretta con decisione verso l’onda) le viene annunciato l’arrivo del fratello.

warrenLa bambina, mentre riflette su quest’inaspettata notizia dalle prospettive incerte, avverte per la prima volta la “separatezza” di ogni cosa:

Avvertii  la parete della mia pelle: Io sono Io. Questa pietra è una pietra. La mia meravigliosa fusione con le cose di questo mondo era finita.
(Ocean 1212-W)

plath1

Sylvia definisce quel giorno “l’orribile compleanno dell’alterità”, data in cui ha inizio il suo esilio dall’unità.
Tutti questi elementi si ritrovano nell’immaginario poetico di Sylvia, che la Bompiani ricollega a quello che Northrop Frye in The Secular Scripture definisce “the Night World”, la terza fase di discesa negli Inferi, nell’utero della terra. Questa fase è caratterizzata da sofferti riti di passaggio, parte del ciclo della morte e della rinascita; da sacrifici umani;  da una progressiva, solitaria alienazione; da figure oracolari e dal tema del Doppelgänger, il doppio, che si ritrova in elementi quali lo specchio.
Nella raccolta The Colossus (Il Colosso), la figura maschile è legata all’abisso e alle profondità marine. I suoi colori sono quelli dei fondali dell’abisso: il fango, il nero, il verde.
La figura femminile appartiene invece alla superficie; è algida e fredda, pallida come la luna, bianca come il ghiaccio.

ST2
La sapienza di questo mondo di uomini marini e vergini lunari è oracolare: la conoscenza non arreca sollievo e non può essere salvifica, ma pura consapevolezza di un destino ineluttabile.
Il sangue invece è la vita, il suo calore, la terra, il corpo, il sesso: non a caso il primo rapporto sessuale di Sylvia/Esther in The Bell Jar culmina in un’emorragia.

Le nozze di Sylvia e Ted sono nozze di sangue: nella sua poesia Pursuit (Inseguimento), Sylvia scrive:

There is a panther stalks me down:
One day I’ll have my death of him;

I hurl my heart to halt his pace,
To quench his thirst I squander blood;
He eats, and still his need seeks food,
Compels a total sacrifice.

(C’è una pantera che m’incalza:
un giorno me ne vorrà morte.

Scaglio il mio cuore per fermarne il passo,
per spegnerne la sete effondo il sangue;
lui mangia, e ancora il suo bisogno vuole cibo,
pretende un assoluto sacrificio.)
(da Sylvia Plath – Tutte le poesie, Oscar Mondadori, trad. Anna Ravano).

ST3Da queste nozze di sangue nasce la Sylvia, poetessa.

Not easy to state the change you made
If I’m alive now, then I was dead.
Though, like a stone, unbothered by it,
Staying put according to habit.
You didn’t toe me just an inch, no –
(Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingere un po’ col piede, no –
(Love Letter – Lettera d’amore, da Sylvia Plath – Tutte le poesie, Oscar Mondadori, trad. Anna Ravano).

Dopo il matrimonio con Ted, la maternità diventa un altro elemento essenziale della poesia di Sylvia: è per la poetessa un’esperienza profondamente simbolica e salvifica, perché trasmette la vita. La madre si rigenera nel figlio, mentre il padre scompare (come Otto era scomparso per la sua volontà di morte, come Ted scompare per inseguire Assia).
Nel suo poemetto a tre voci Three Women (Tre donne), trasmesso dalla BBC nell’agosto del 1962, la maternità viene rappresentata in tutti i suoi aspetti e tutti i suoi contrasti, senza idilli né idealizzazioni. Le protagoniste sono tre donne: una ragazza madre che abbandona il bambino (il rifiuto); una donna che lo perde (l’incapacità; Sylvia stessa perde un bambino, tra Frieda e Nicholas); la donna che abbraccia la sua nuova condizione di madre (l’accettazione).

mom

La Bompiani osserva che il viaggio poetico di Sylvia coincide anche col suo viaggio esistenziale: la maturità poetica coincide con la fine del viaggio.
Al  Alvarez, saggista inglese che era anche stato amico della Plath, nel suo The Savage God, una riflessione sul suicidio, osserva che “la poesia di quest’ordine è un’arte omicida”: la poesia succhia a Sylvia la vita che le è rimasta, taglia i suoi ultimi legami col mondo, traduce in morte il desiderio di morte. I versi sono specchio ed emulazione di una tragedia per attrice sola, un monologo che vede come protagonista Sylvia, chiusa nella sua campana di vetro, in un freddissimo inverno londinese.
La poesia, non l’amore, ha fatto nascere e rinascere Sylvia Plath.
Attraverso la poesia Sylvia Plath conosce e riconosce la realtà, quella stessa realtà che non riesce ad accettare.
Di quella stessa poesia la ragazza di vetro, la ragazza che voleva essere Dio, muore.

smiling

Letture consigliate:
– Ginevra Bompiani, Lo spazio narrante. Jane Austen, Emily Brontë, Sylvia Plath, et al. edizioni
– Katie Crouch, Making sense of suicide with Sylvia Plath (trovate l’articolo in traduzione qui sul blog)
– Sylvia Plath, Tutte le poesie, Oscar Mondadori, trad. Anna Ravano, prefazione a cura di Seamus Heaney
– Northrop Frye, The Secular Scripture: A Study of the Structure of Romance, Harvard University Press
– Sylvia Plath, La campana di vetro, Mondadori, trad. Adriana Bottini, Anna Ravano
– Al Alvarez, The Savage God, Bloomsbury Publishing PLC

– Andrew Wilson, Mad Girl’s Love Song. Sylvia Plath and Life before Ted, Scribner

bc329-jarlo-spazio-narrante-L-yiqH8o

Un’ora con…Manuela Bosio di Parole senza rimedi

Processed with VSCOcam with x1 preset

Sono passati già sei mesi dalla prima puntata di Un’ora con, rubrica di interviste spuntata fuori un po’ come un fungo dopo un acquazzone a seguito di una lunga chiacchierata transoceanica con Giulia di The Blooker, che all’epoca viveva ancora in Nuova Zelanda, scrivendo e esportando Bookstee a tutti noi poveri book nerd.

Ci ho preso gusto, a parlare di persone che mi piacciono. Persone belle, persone da cui imparare, persone che, pur attraverso conversazioni esclusivamente virtuali (email, Skype, chat, whatsapp) mi hanno toccato, mi hanno arricchito, mi hanno lasciato qualcosa.

Ho chiacchierato quindi con Alessandra di Una lettrice, con Valentina Stella di Bellezza rara, con Valentina Meloni di Travel Upside Down e con Marta Ciccolari Micaldi de LaMcMusa, tanto per farvi il riassunto delle puntate precedenti.

E sono felice di inaugurare il 2015 con una blogger che riempie le sue pagine virtuali di poesia, perché ultimamente mi sono interrogata un bel po’, sul valore, sullo status e sul ruolo (apparentemente inesistente) della poesia nella nostra società: Manuela Bosio di Parole senza rimedi.

Il blog di Manuela è un posto bello. È un posto in cui rifugiarsi quando si ha bisogno di cercare quella bellezza, quel sempre nei mai di cui parla la Barbery ne L’eleganza del riccio.

Parole senza rimedi è la prova che la poesia è più necessaria che mai, oggi. Perché si ha bisogno di pensieri di bellezza per contrastare tutta la bruttezza che ci circonda. E Manuela la rende accessibile, la poesia, distillandola, alternandola a pillole di pensieri e vissuto. Grazie a lei ho scoperto – o riscoperto, a seconda dei casi – Luzi, Manganelli, Raboni, la Valduga.

E mi sono persa nella sue parole – che fossero parole che non avrebbe dovuto scrivere, riflessioni sulla memoria nate in una sala d’aspetto, bilanci di fine anno apparentemente casuali, altri e bassi della vita da prof.

E mi sono tuffata nelle sue recensioni, mai asettiche, sempre partecipate, quasi come se in realtà si stesse parlando davanti a una tazza di tè e la Mallarmeana fosse lì a raccontarti Giusi Marchetta, o Paolo Cognetti .

Ultima cosa, giuro: Manuela è una persona spontanea e lunare, trasparente come i pensieri e i frammenti di sè che riversa nei suoi post. È una persona che si mette in discussione e si pone domande, cosa che riscontro sempre di meno nell’esercito di tuttologi imperanti. E questa è una delle qualità che apprezzo di più in una persona.

Quindi, che aspettate a perdervi nelle sue parole senza rimedi?

Manuela Bosio

1) Come nasce Parole senza rimedi, e cosa rappresenta per te?

Come e quando, soprattutto. Il blog nasce in un gennaio particolarmente freddo di un anno molto importante per la mia vita, il 2012, a cui devo molto del mio essere attuale.

Non parlo soltanto di fatti, parlo soprattutto di sensazioni. È stato un crescere e un regredire contemporaneamente, il punto di avvio di una stagione stabile e inquieta allo stesso tempo.

Tutta questa necessità di dire aveva bisogno di uno spazio che la contenesse.

Così, il blog, che parte prima come luogo di commento poetico, o di libri letti e amati, di parole nascoste nelle pieghe delle pagine, poi si trasforma – e questo non so se sia un bene o un male – in parentesi di impressioni sulla realtà che mi circonda, di stati interiori che spesso galleggiano tra il detto e il non detto.

Nasce parallelamente alla mia esperienza come Professoressa di Italiano alla Scuola Secondaria, alla paura matta che avevo della mia vita in rapido cambiamento, a una visione nuova di alcune cose.

Provare a crescere a trent’anni senza rete di sicurezza è più difficile di quanto si creda.

Tra i primissimi post, quello a cui sono più affezionata è quello che riguarda Le notti difficili e il mio incontro con la lettura di Buzzati, autore che amo da sempre, che risulta ancora oggi uno dei più letti.

2) Chi c’è dietro Parole senza rimedi?

Bella domanda. Ci sono soprattutto io, penso si percepisca, ma anche chi mi sta intorno, la mia casa, il mio lavoro. E c’è anche chi è distante, soprattutto temporalmente, i personaggi dei libri che leggo, la loro vita pensata e immaginata, o fisicamente, ma presente attraverso le parole, dei libri, delle poesie, dei discorsi persi nella memoria.

C’è la provincia, facile e difficile, il mondo della scuola, i ragazzi con cui passo la maggior parte del tempo e ci sono i piccoli alunni con cui lavoro oggi.

Ci sono i ricordi, tanti, e i desideri. C’è la mente ma anche il corpo, le sue ferite, i suoi segni. Tutto condito con un po’ di malinconia, che non penso sia il mio tratto caratteriale predominante, ma esce spesso quando scrivo, chissà perché.

3) Il tuo scaffale d’oro

Premetto, non amo le liste. Chi mi conosce sa che rifuggo ogni idea di progetto che preveda elenchi di cose da dire o da fare. Per te farò un’eccezione.

Nel mio scaffale d’oro non può mancare la poesia, che compro e leggo da quando ero piccolissima, e tutti dicevano “Che schifo la poesia”, mentre io rimanevo affascinata da quei versi che sembravano dire ciò che io non sarei mai riuscita.

lo scaffale d’oro è un luogo che non contemplo, sarebbe infinito, ma ti posso dire ciò che occupa alcuni spazi importanti

Tutte le poesie di Giovanni Raboni

I sessanta racconti di Dino Buzzati

Il Maestro e Margherita di Bulgakov

Poesie 1972-2002 di V. Lamarque

L’isola di Arturo di Elsa Morante

Tutte le poesie di e. e. cummings

per dirti dei nomi, così, i primi che mi sovvengono.

4) Se Parole senza rimedi fosse una canzone (o una colonna sonora)….

Anche questa domanda è difficile, forse sarebbe una di quelle musiche brasiliane che sanno di tormento e abbandono e che, nel passaggio dopo esplodono di allegria, come un lampo, guardando con nostalgia al passato, all’infanzia e con gioia al presente e illusione al futuro, magari.

Una nenia che culla come un’onda, che annoia un po’, che poi, però, lascia qualcosa di dolce.

Ascolto musica di quasi tutti i generi, mi piace variare, dipende dai periodi, spesso dall’umore.

5) Cos’è per te la poesia, e una poesia che ti rappresenta, che senti tua (o più di una se vuoi)

Per me la poesia è molto importante, un fatto quasi naturale (lo so, è patetico, lo so.)

Devo premettere che non vengo da una famiglia di grandi lettori, a parte mia madre.

Quando ero piccola, mi accostavo alla lettura soprattutto su testi scolastici e, guarda caso, i testi più accattivanti risultavano sempre quelli poetici.

È un linguaggio che riesce a toccarmi nel profondo, che parla con le parole che vorrei sentirmi dire. Il passato ha visto anche un periodo di sventurata produzione poetica adolescenziale che ho dato in pasto alla polvere e all’umidità della cantina.

Ci sono molte poesie che sento mie, sarebbe impossibile elencarle tutte.

Mi piace molto una poesia di Giorgio Manganelli, il cui primo verso recita:

Desideravo vederti, desidero la fantasia dei tuoi capelli.

È un componimento che esprime un tormento d’amore e che mi piace soprattutto perché dice fantasia dei tuoi capelli, che considero da sempre una bellissima immagine.

Un’altra poesia che amo è quella, bellissima, di cummings

Mi piace il mio corpo

quando è con il tuo / corpo. È una cosa tanto nuova…

perché è l’idea che ho dell’amore.

Ultima, una poesia di Giovanni Raboni che mi è rimasta nel cuore per la malinconica familiarità che accomuna le nostre vite:

Vivi, io e te, per quanto?

contenuta nei Barlumi di storia.

Amo molto Patrizia Valduga e Vivian Lamarque, donne di poesia molto diverse tra di loro, ma capaci di appassionare le diverse parti di me.

Ce ne sarebbero molte altre, ma temo che non ci sia lo spazio sufficiente.

6) Il tuo rapporto con la scrittura

Premetto che nutro parecchi dubbi su ciò che sia realmente la scrittura e sul fatto che ciò che lascio sul blog possa essere definito tale.In generale, posso dire che il mio rapporto con la scrittura è abbastanza conflittuale.

Ci sono momenti in cui sento il bisogno compulsivo di scrivere, una sorta di “fame” che mi spinge a tracciare segni e raccontare le mie storie, lasciando andare impressioni emozioni anche molto intime e profonde.

Ci sono altri periodi in cui non mi è possibile nemmeno il pensiero della scrittura, e spesso ciò accade nei giorni in cui sto poco bene, o sono molto felice.

La scrittura resta comunque una passione che non mi lascia, che mi accompagna da anni e mi aiuta a liberarmi di certi fantasmi, a lasciarli andare, o a creare loro uno spazio confortevole..

Importante il legame con la lettura, infatti, più leggo cose che mi stimolano e mi coinvolgono, più riesco a vedere ciò che mi circonda con occhi nuovi, e magari a scriverne un frammento, un’immagine.

7) Progetti in cantiere

Progetti nuovi, no, oltre a quello di vivere tutto, forte. Ultimamente scrivo poco, un po’ perché ho meno tempo, a volte perché mi sembra di avere meno cose da dire. Spero di continuare a scrivere ancora per un po’ su Parole senza rimedi senza annoiare troppo chi mi legge, raccontando storie a chi le vuole sentire, consigliando i libri e le poesie che amo e ho amato di più. Regalando parole. Senza rimedi, naturalmente.

verde