Cartoline da Londra: tè letterari, Harry Potter, librerie bellissime e tanto amore

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Per chi mi conosce o mi legge da più di cinque minuti, non è un mistero: Londra è il mio posto preferito al mondo. Ci ho vissuto quando ero ancora una studentessa e poi appena laureata: per me, la capitale del Regno Unito è il simbolo, decadente e romanzato, di tutti quei sogni che sono stati a punto di realizzarsi ma non ce l’hanno fatta, di quelli andati a male e di quelli che aspettano speranzosi nel cassetto, chiedendo a gran voce una possibilità.

Cerco di andare a Londra almeno una, due volte all’anno: quando vivevo a Bruxelles era molto più semplice grazie all’Eurostar, da Lussemburgo è un po’ più complicato, ma nessun ostacolo riuscirebbe a trattenermi dall’andare ad abbracciare gli amici, barcamenarmi tra mostre, musical e mercatini e rilassarmi con l’immancabile rituale dell’afternoon tea.

A questo giro, si è trattato di un tè davvero speciale: quello offerto dal Charlotte Street Hotel e ispirato al Bloomsbury group, un rivoluzionario circolo artistico e letterario degli anni Venti che annovera tra i suoi membri Virginia e Leonard Woolf, Vanessa e Clive Bell, E. M. Forster e l’economista John Maynard Keynes.

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I membri del Bloomsbury group si contraddistinguono per la creatività e il desiderio di cambiamento e innovazione, per la libertà e l’irriverenza. Vivono nell’area intorno a Charlotte Street, dove si incontrano per discutere ed esprimere la loro ribellione nei confronti dei soffocanti costumi vittoriani, tanto che si dice che vivessero in quadrati, dipingessero in circonferenze e amassero in triangoli.

Gli interni del Charlotte Street Hotel sono stati fortemente influenzati dagli illustri vicini; l’hotel ospita capolavori originali di Vanessa Bell, Roger Fry e Duncan Grant.

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Per i membri del Bloomsbury, sedersi a tavola a mangiare tutti insieme è un momento unico e irrinunciabile di condivisione e dialogo; le ricette ricreate dagli chef del Charlotte Street Hotel sono state ispirate da ‘The Bloomsbury Cookbook – Recipes for Life, Love and Art’ di Jans Ondantje Rolls.

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Nessuna passeggiata londinese che si rispetti sarebbe completa senza una tappa potteriana: questa volta è toccato a House of Minalima, negozio-museo dei graphic designer Eduardo Lima and Miraphora Mina, che hanno dato vita alle grafiche e ai prop dei film di Harry Potter e sono poi passati alla saga di Fantastic Beast. Il negozio-museo è situato in un adorabile, fatiscente edificio che non sarebbe affatto fuori posto a Diagon Alley.

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Il terzo piano è un tuffo nella New York degli anni Venti e ospita illustrazioni, riproduzioni e stampe dal magico mondo di Fantastic Beasts and Where to Find Them; il primo e il secondo piano ospitano invece una mostra dedicata a Harry Potter e all’incredibile universo di Hogwarts.

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Il piano terra ospita il negozio vero e proprio, dove ho potuto ammirare dei fantastici libri di favole pop up (i miei preferiti sono La Bella e la Bestia e La Sirenetta).

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Ovviamente, le librerie. Londra ne ha tante, di tutti i tipi, da quelle di settore a quelle di seconda mano, da quelle estremamente curate a quelle piccole e polverose, da quelle che hanno ispirato film celebri (Notting Hill, anyone?) alle piccole opere d’arte, come Daunt Books a Marylebone.

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Lo ammetto: il mio sguardo su Londra è quello di una persona innamorata e leggermente ubriaca, che inforca i suoi occhiali rosa e imposta il filtro ‘ricordi più belli’. Mi rendo conto che sia del tutto irrazionale, ma Londra mi fa battere il cuore, arrossire e perdere la testa, facendomi sentire viva, vitale, piena di speranze e possibilità. È una storia d’amore che dura da quasi vent’anni, e che è difficile da spiegare e da condividere: dopotutto, quella che vedo, quella che amo è la mia Londra, mia e di nessuno. Ho provato a spiegarlo qualche anno fa in questi versi, ma non so se ci sono riuscita: le cose più belle, più intime e personali sono le più difficili da condividere.

My London would never be your London, you said,

because you never fell in love in the city, with the city;

let me set this straight

the city

as seen through your eyes

was the city

seen for the first time

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Per saperne di più sul Bloomsbury group:

Per sbirciare nella mia collezione di cartoline:

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Cartoline da Parigi: la libreria Shakespeare and company

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Quando si abita in un posto piccolo e raccolto come Lussemburgo, passare un fine settimana a Parigi è più che una boccata d’aria fresca : è una scossa elettrica, dalle radici dei capelli alle punte delle dita. La capitale francese vibra di una vitalità incontenibile, che ti trascina per le lunghissime file per entrare in qualsivoglia museo, per i gradini di Montmartre su fino al Sacre Cœur, per il flusso incessante di ragazzi che a tutte le ore fanno l’aperitivo fuori, nonostante il freddo e la pioggerellina costante, per le stradine del Marais o vicino all’Opera.

Ogni mia gita a Parigi inizia o si conclude con una visita a un tempio sacro per gli amanti dei libri e della letteratura, a duecento metri dall’imponente cattedrale di Notre Dame : la libreria Shakespeare & company, nella quale, nonostante le file e la marea di gente che spesso impedisce di guardarsi intorno a piacimento, si respira un’aria di altri tempi. Mentre al piano di sotto si consultano libri, si mettono a confronto edizioni o si chiedono informazioni ai gestori, al piano di sopra è in corso un workshop di scrittura creativa : un gruppo di ragazze, con la voce un po’ rotta dalla consapevolezza di sentirsi e vedersi circondate da turisti curiosi, leggono a turno, in un inglese chiaro e squillante, i loro esercizi di scrittura. Mentre faccio la fila per pagare la mia copia di The Power di Naomi Alderman e contemplo se regalarmi o meno un libro sulla Parigi letteraria della Generazione perduta, non posso fare a meno di immaginarmi negli anni ’20, con Joyce, Fitzgerald, Sylvia Beach e Gertrude Stein seduti sui cuscini di velluto polverosi, tutti presi da un’acceso e appassionato dibattito, esacerbato dal vino di bassa qualità che ingurgitano.

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L’ideatrice e ospite di questo salotto letterario è Sylvia Beach, un’americana tanto rivoluzionaria da pubblicare l’Ulisse di Joyce, giudicato osceno e messo al bando sia in America che in Gran Bretagna. La Beach, arrivata a Parigi durante il primo conflitto mondiale, apre nel 1919 una piccola libreria al 12 di Rue de l’Odéon.

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La libreria della Beach è un vero e proprio porto nel vento, una casa lontano da casa per scrittori e artisti: funge da albergo temporaneo, ufficio postale e biblioteca. In Fiesta mobile, Hemingway descrive la Beach come la persona che più al mondo è stata gentile con lui: una ragazza bruna dagli occhi vivaci e il cuore grande, amante delle battute e dei pettegolezzi. Lo scrittore francese André Chamson ha dichiarato che la Beach ha fatto per l’Inghilterra, gli stati Uniti, la Francia e l’Irlanda il lavoro di quattro ambasciatori messi insieme. Immaginiamoci la giornata tipo della libreria: Joyce non arriva prima di mezzogiorno e chiede spesso prestiti; la Stein arriva seguita dal suo barboncino; Fitzgerald legge in veranda; Hemingway prende in prestito i classici russi ; la Beach sovrintende ai lavori.

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Nel dicembre del 1941, tutto cambia: un ufficiale nazista entra in libreria e chiede alla Beach l’ultima copia di Finnegans Wake. La libraia si rifiuta di vendergliela, l’ufficiale la minaccia di confiscarle tutti i libri e di costringerla a chiudere. La Beach sposta tutti i libri in un appartamento al piano di sopra. Viene poi internata per sei mesi in un campo di concentramento a Vittel : la sua storia di libraia finisce qui, ma non quella della sua libreria.

Quando George Whitman arriva a Parigi dopo la guerra, conosce perfettamente la storia di Sylvia e condivide il suo amore per i libri e la letteratura. Studia alla Sorbonne, colleziona testi di seconda mano comprati dai bouquinistes e sogna ‘un’utopia socialista mascherata da libreria’. Nel 1951, acquista per poco più di 500 dollari tre stanzette a rue de la Bûcherie 37, a pochi metri da Notre Dame. Il sogno della Beach continua a vivere : il cuore della Shakespeare and Company batte di vita nuova.

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Il motto di preferito Whitman, ancora oggi presente in una lavagna all’entrata della libreria, recita ‘Non essere inospitale con gli stranieri, potrebbero essere degli angeli mascherati’.

Whitman scrive di aver creato la sua libreria come uno scrittore scriverebbe un romanzo, costruendo ogni stanza come un capitolo : la Shakespeare & co. diventa casa dei poeti della beat generation, che vivono in un hotel da quattro soldi sulla Rive gauche. La libreria è frequentata assiduamente da William Burroughs, Allen Ginsberg, Henry Miller, Roland Barthes e Anaïs Nin, che lascia il suo testamento sotto il letto di Whitman.

Con Whitman, la Shakespeare&co. diventa una sorta di collettivo letterario, pieno di parole, libri, musica. Chi non ha un posto da chiamare casa, o non può farvi ritorno, si ferma a dormire in libreria in cambio di un paio d’ore di lavoro e la promessa di leggere almeno un libro al giorno.

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La libreria oggi è cambiata tanto, forse commercializzandosi troppo : d’altro canto, bisogna ingegnarsi per sopravvivere, e sappiamo bene che la cultura non sempre paga. Tuttavia, parte della magia rimane inesorabilmente legata al fascino d’altro tempo delle sue pareti, ai libri ammassati ovunque, ai polverosi cuscini di velluto e a quelle panche che permettono al lettore moderno di staccare per un attimo dalla frenesia della vita di tutti i giorni e indugiare nella fantasia della Parigi letteraria degli anni venti e poi degli anni cinquanta, riscoprendo la città con occhi nuovi e innamorati.

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Per saperne di più:

 

Cartoline da Barcellona, con un’inviata speciale

Queste cartoline virtuali ci arrivano direttamente dalla bellissima Barcellona grazie ad Irene di LibrAngolo Acuto, da poco trasferitasi nel cuore della Catalunya e già alla scoperta di passeggiate letterarie e librerie da visitare mentre ci si perde in quella meraviglia che è l’architettura di Gaudí.

Buona passeggiata nelle Barcellona di Irene!

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Libreria italiana Le nuvole, Barcellona

 

 

Non sono una persona metodica. O meglio, mi piace pensare di non esserlo. Eppure, arrivata ai trent’anni, ho capito che ciò che nella vita avevo sempre cercato apparteneva, in un modo o in un altro, a quelle che chiamo le mie comfort zone.

Mi piace pensare a me stessa come una persona creativa, completamente priva di interesse verso ciò gli altri pensano di me, libera da inutili e noiosi schemi mentali, con un’intelligenza fuori dagli schemi. Sebbene mi opponga strenuamente alla ricerca della comfort zone, alla fine cedo sempre. Si tratta di una ricerca che non mi rendo conto di attuare: è un po’ come se le mie gambe mi portassero da qualche parte autonomamente, come se il mio cervello scegliesse in automatico su cosa focalizzarsi, come se le mie mani afferrassero, di propria sponte, un libro di Anne Tyler quando ne ho più bisogno.

Accade, quindi, che mi accorga solo dopo di essere nel bel mezzo di una delle mie, non esattamente numerose ma quasi, comfort zone.

Questo mi succede anche quando viaggio, ovviamente. Non che io sia la classica tipa da stessa spiaggia stesso mare, questo no. Il tutto, in realtà, consiste piuttosto nel cercare una parte di me nel luogo in cui mi trovo in quel momento.

Questo è esattamente ciò che ho fatto, forse un po’ inconsciamente, non appena sono arrivata a Barcellona: ho cercato una parte di me, una cosa alla quale potessi aggrapparmi per non sentirmi totalmente sola in una città a me estranea.

Ho passeggiato su quella meraviglia che è Passeig de Sant Juan, un viale alberato talmente tanto mozzafiato che, davanti alla sua bellezza, al tramonto di una domenica, mi sono commossa. Ebbene, avevo scelto di provare a vivere qui, in questo posto, in una casa proprio su questa via, con le panchine dove i ragazzi leggono al sole, con le aree giochi dove i padri portano i figli, con gli anziani che giocano entusiasti a improbabili tornei di bocce.

E una piccola parte di me l’ho subito incontrata quando ho incrociato la fontana con Cappuccetto Rosso, che se ne stava lì, ferma e immobile, e sembrava che mi stesse aspettando.

Poco distante da lì, a circa una decina di minuti di cammino, Passeig de Sant Joan si trasforma per lasciare il posto al quartiere Gràcia, nel cuore del quale si trova la libreria italiana Le nuvole. Quale miglior comfort zone, se non una libreria italiana?

Le nuvole ha festeggiato i suoi cinque anni dall’apertura proprio lo scorso 23 settembre e, mi tocca dire, se li è davvero meritati perché non è semplicemente una libreria.

Cecilia e Valentina, infatti, non sono libraie qualunque. La loro libreria ospita sì i libri, ma anche gruppi di lettura, lezioni d’italiano, presentazioni di libri, reading e piccole finestre sulla cultura italiana.

Varcare la soglia è stato come fare un piccolo salto e ritrovarsi direttamente trasportati a casa.

L’aria che si respira, complice anche l’originalità dell’arredamento, è senza ombra di dubbio armoniosa e accogliente.

Inoltre, è anche un ottimo punto d’appoggio per gli italiani che si trovano a Barcellona da poco. Non solo, infatti, è possibile ritrovarsi con i propri connazionali, ma si può anche chiedere un consiglio per lasciarsi dietro le paure e iniziare a leggere in lingua (spagnola o catalana) perché all’interno della libreria si trovano anche alcuni titoli in lingua.

 

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Libreria Gigamesh, Barcellona

 

Durante i miei primi giorni a Barcellona ho quasi esclusivamente camminato senza meta. Un po’ era sicuramente dovuto alla necessità di scoprire che cosa la zona dove abito avesse da offrirmi, un po’, invece, era semplicemente voglia di guardare i meravigliosi palazzi liberty (di cui Barcellona è ricca) e ammirare le loro splendide finestre colorate.

Senza sapere bene in che modo – e di questo devo sinceramente ringraziare la mia totale assenza di senso dell’orientamento – mi sono ritrovata in Carrer Bailén.

Carrer Bailén è lunga, anzi, lunghissima e davvero non riesco a ricordare in che modo io sia arrivata dalle parti della Librería Gigamesh.

Uno sguardo veloce alla vetrina e mi ero già innamorata: impossibile, per chi ha una passione per il fantastico e il fantasy (e per chi ne fa una comfort zone, come me), non rimanere letteralmente incantati da questo posto. Dico seriamente. Dieci giorni a Barcellona e la Librería Gigamesh mi ha fatto venir voglia di imparare lo spagnolo il prima possibile, così da poter diventare – come minimo! – cliente abituale. Non sto esagerando: 500 metri quadrati dedicati interamente al fantasy e alla fantascienza, con giochi di ruolo, action figures e carte collezionabili. In una sola parola: genial!

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Libreria Gigamesh, Barcellona

Non so ancora se Barcellona potrà mai diventare una delle mie comfort zone e non so neanche se, un domani, smetterò di cercare una parte di me qui. So solo che, tutte le volte che passeggerò su Passeig de Sant Joan, mi sentirò a casa mia.

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Libreria Gigamesh, Barcellona

Cartoline da New York: passeggiate letterarie

Ho un rapporto un po’ strano con New York. Nel senso, non è stato amore a prima vista, anzi. Ci sono andata per la prima volta tre anni e mezzo fa. Arrivavo da Boston, dal mio New England, dal verdissimo campus di Harvard: New York mi era sembrata troppo. C’è anche da dire che in ogni viaggio cerco qualcosa di quella Albione che possiede il mio cuore da decenni ormai: in questo sono un po’ come Henry James, lo scrittore sospeso tra due continenti, che viveva a Washington Square (che sembra quasi londinese), sostenendo che fosse la parte “più squisita” di New York, più quieta, più ricca, più onorevole. Oggi al posto della casa di Henry James c’è una delle facoltà della NYU, ma Washington Square (dove abitavano anche Edith Warthon, la regina dei salotti newyorchesi, e Edward Hopper) mantiene quell’aspetto un po’ romantico, un po’ decadente, un po’ demodé che mi fa sempre sognare ad occhi aperti.

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Washington Square

 

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Qui ha vissuto Edith Wharton

 

 

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Qui ha vissuto Edward Hopper

Comunque, avevo cercato di mettere nero su bianco i miei alti e bassi con New York in un racconto (che trovate qui) ispirato ad una canzone di Leonard Cohen.
Questa volta, la mia esperienza con New York è stata diversa: sarà stato il Natale, sarà stata la ferrea volontà di cercare di non fare la turista e di andare semplicemente alla ricerca delle cose che mi piacciono, senza orari né programmi.

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Rockefeller Center

Attraversando a piedi il Brooklyn bridge la sera del ventisei dicembre ho capito finalmente cosa intendesse Joan Didion quando scriveva che a New York “tutto sarebbe potuto accadere, ogni minuto, ogni mese”: lasciandomi alle spalle la (relativa) oscurità di Brooklyn per farmi abbracciare dalle sfavillanti luci di Manhattan, ho pensato che in fondo la cosa che rende New York un posto assolutamente unico al mondo non sono gli sgargianti billboard di Times Square, né la silhouette dell’Empire State Building (o dell’elegante Chrysler, il mio preferito, o del buffo Flatiron). La cosa che rende New York unica al mondo è questo senso di possibilità, questa certezza quasi matematica (che magari dura solo mezz’ora, come nel caso della mia traversata) che tutto possa cambiare, che nella Grande Mela sia possibile lasciarsi tutto alle spalle, liberarsi dei fardelli del passato e respirare a pieni polmoni, reinventandosi, imparando di nuovo ad essere felice.

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Con questa nuova sicurezza in tasca ho smesso di pianificare e, affidandomi semplicemente alle mie mappe letterarie di NYC, sono andata alla ricerca di librerie indipendenti e non, mostre, angoli meno popolati ma non per questo meno affascinanti. Ho camminato per ore per il Village sotto la pioggia, ritrovandomi poi a Little Italy e trovando rifugio nella McNally Jackson Books, dove ho afferrato una copia di All My Puny Sorrows (in italiano I miei piccoli dispiaceri, edito da Marcos y Marcos) di Miriam Toews e ne ho letto d’un fiato le prime quaranta pagine, per poi finire il libro nel Greyhound da New York a Philadelphia.

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Tra un pretzel e un sidro di mele dello Union Square Farmers Marker, sono arrivata al mitico Strand Bookstore, che ospita 18 miglia di libri, un piano dedicato a magnifiche edizioni antiche, prime edizioni e edizioni per collezionisti e una sorta di immensa caverna sotterranea di libri usati. Quest’ultima mi ha però deluso: nella sezione saggistica e critica letteraria i libri non erano disposti in ordine alfabetico, ma un po’ a caso. La polvere e il gran numero di persone non aiutano poi a cercare con calma libri interessanti, e i prezzi dell’usato non sono molto bassi. Poco male: sulla Fifth Avenue ho trovato uno stand dello Strand Bookstore, di fronte all’elegante Plaza Hotel, dove ho potuto spulciare libri a piacimento (e all’aperto), nonostante l’aria frizzantina di un tardo pomeriggio dicembrino.

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Copia di “Little failure” autografata da Gary Shteyngart

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Copia di “Invisible Monsters” con autografo e dedica di Chuck Palahniuk

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Sempre alla ricerca di libri usati e edizioni varie, sono finita al Brooklyn Flea Market (che durante i mesi invernali si tiene al chiuso), una vera chicca per gli amanti del vintage.

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Amo i campus delle università americane. Sono così eleganti, così ordinati, dall’architettura raffinata e dalle biblioteche così accoglienti che ti fanno venire voglia di mollare tutto e sederti su una poltrona di pelle e avvicinarti a un tavolo di mogano, alla luce fioca di una lampada, e leggere fino all’orario di chiusura. Non potevo non visitare la Columbia University, dove hanno studiato Isaac Asimov, Paul Auster, Federico García Lorca, Allen Ginsberg, Langston Hughes, Jack Kerouac (che ha abbandonato gli studi prima di laurearsi), Ursula K. Le Guin, Carson McCullers, J.D. Salinger, Hunter S. Thompson, Theodore Roosevelt, Franklin Delano Roosevelt e Madeline Albright, per citare un paio di nomi.
La Columbia è famosa per la sua scuola di giornalismo, fondata da Joseph Pulitzer – sì, quello del premio, che è stato creato appunto dall’università e viene assegnato ogni anno ai fortunati vincitori nella Low Library.

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Columbia University Bookstore

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Columbia University Bookstore

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Columbia University Bookstore

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Columbia University Bookstore

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Columbia University Bookstore

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Wendell Berry 🙂

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Dalla Columbia sono passata a Central Park e sono andata alla ricerca delle anatre di Holden Caulfield (confermo che il lago era pieno di pennuti, probabilmente perchè è stato un Natale caldissimo a New York). Di Central Park amo le panchine: mi piace fermarmi a leggere le dediche sulle targhe, immaginare le vite delle persone che si sono intrecciate magari proprio tra gli alberi, le foglie e i sentieri del parco, i loro volti, le loro storie.

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Pensando a Walt Whitman e alla sua Crossing Brooklyn Ferry, ho preso il traghetto per Staten Island nel corso di una mattinata azzurra e freddissima, contemplando lo skyline di Manhattan e la Statua della Libertà.

What is it, then, between us?

What is the count of the scores or hundreds of years between us?

Whatever it is, it avails not—distance avails not, and place avails not.

Cosa c’è da fare a Staten Island? Poco e niente, come ho avuto modo di appurare. Nell’isola c’è una cittadina storica, Richmond, che avrei voluto visitare, ma dista una cinquantina di minuti dal porto e, nella città che non dorme mai, il tempo è tiranno. Mi sono rifatta con uno stupendo tramonto su Wall Street e una passeggiata a Williamsbourg.

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Una delle tappe più piacevoli della mia vacanza newyorchese è stata la visita alla mostra dedicata a Hemingway, Ernest Hemingway: Between Two Wars, ospitata dalla Morgan Library & Museum. Sfortunatamente non si potevano scattare foto all’interno, ma era ricca di tesori per gli amanti di good ol’Ernest: lettere all’ultima moglie Mary, la lettera che Salinger gli scrisse nel 1945 e che rimane una testimonianza dell’amicizia tra i due scrittori, i divertenti carteggi tra Hemingway e Fitzgerald, le lettere di Dorothy Parker, che si preoccupava alquanto del giudizio di Hemingway. E poi ancora quaderni manoscrittti, progetti di scrittura, appunti: una vera e propria immersione nel mondo di Hemingway e nel ruolo che le due guerre mondiali e la guerra civile spagnola hanno giocato nel suo immaginario di scrittore. Nello shop del museo mi sono regalata Hemingway in love, un memoir su Ernest e le sue donne scritto dall’amico A.E. Hotchner, e una raccolta di racconti di Hemingway.

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La notte del 31 dicembre mi sono ritrovata in mezzo a un milione di persone a Times Square, ad aspettare la caduta della palla. Non amo particolarmente l’ultimo dell’anno: arriva sempre col suo carico di rimpianti, di malinconia e di bilanci, di propositi per l’anno nuovo che verranno puntualmente riscritti o abbandonati nel corso delle prime due settimane di gennaio. Mi sono ritrovata ad osservare le persone intorno a me, armate di fischietti e di incontenibile entusiasmo, e mi sono ritrovata a chiedermi a cosa pensassero, cosa causasse quell’incontenibile allegria. Con la mezzanotte è arrivata anche la mia risposta: festeggiavano semplicemente il fatto di essere vivi, di essere riusciti a rimanere a galla per un altro anno, di essere circondati dalle persone che amavano, di avere la possibilità di dare il benvenuto al 2016 tra le luci sfavillanti di Times Square, nella città in cui ogni strada sembra una possibilità e nessun obiettivo sembra irraggiungibile. Nella città in cui sembra possibile lasciar andare gli errori del passato e ricominciare da zero, abbracciando con fiducioso entusiasmo tutto il futuro che ci sarà.

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Soundtrack: New York, New York,  Frank Sinatra

Cartoline dallo Hampshire, tra i luoghi di Jane Austen

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Ci sono viaggi e altri viaggi.

Ci sono viaggi che si aspettano una vita, che maturano dentro di noi prima ancora che ci avventuriamo effettivamente a percorrerne i sentieri, accarezzandone con lo sguardo ogni dettaglio.
Nel mio caso specifico, il viaggio/pellegrinaggio nei luoghi austeniani è nato come desiderio quand’ero una ragazzina introversa innamorata dei libri di zia Jane, e, tra un partita di pallone e l’altra con i miei due fratelli – che mi obbligavano a fare da portiere – leggevo e desideravo con tutta me stessa di scappare dal paesello calabrese e ritrovarmi improvvisamente nella campagna inglese.
Ci sono voluti un paio di anni, ma finalmente ho preso un treno e sono arrivata a Alton, lussureggiante paesino in mezzo al nulla, e ho macinato tre chilometri a piedi, con tanto di valigia e piumone in una giornata inaspettatamente mite e soleggiata, per arrivare a Chawton, sede del The Jane Austen’s House Museum, l’unica dimora presso la quale la Austen ha soggiornato attualmente aperta al pubblico.

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La passeggiata in mezzo al verde e alla natura, tra case residenziali e qualche sparuto ciclista, mi ha fatto pensare alle centinaia di passeggiate che Jane deve avere fatto negli stessi luoghi insieme alla sorella Cassandra, amica e confidente, magari discutendo nuovi personaggi, raccontando storie, condividendo impressioni, sorridendo delle stramberie di qualche eccentrico vicino.

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Jane Austen nasce il 16 dicembre 1775, settima di otto fratelli, figlia di un pastore anglicano, George Austen, e di Cassandra Leigh, discendente di una famiglia bene della gentry inglese. La famiglia Austen è basata a Steventon, nello Hampshire. Jane e sua sorella Cassandra Elizabeth vengono mandate a studiare ad Oxford e poi a Southampton. Dopo una terribile epidemia di tifo, che quasi costa loro la vita, le due sorelle si spostano a Reading, dove frequentano la Abbey school (oggi una scuola indipendente solo femminile).
Jane viene ritirata da scuola a soli undici anni; inizia la sua carriera di lettrice avida e curiosa, indirizzata dal padre George e dai fratelli James e Henry.
All’età di vent’anni conosce l’amore, fulcro di quelli che sarebbero diventati i suoi romanzi: Tom Lefroy, nipote dei vicini e povero in canna. I due non si sposano molto probabilmente a causa delle loro difficoltà economiche: d’altro canto, se nei suoi romanzi Jane è contraria ai matrimoni d’interesse (ad esempio, in Mansfield Park, Maria Bertram sposa il ricco Mr Rushworth per i suoi soldi, e il matrimonio finisce presto e disastrosamente), è anche consapevole delle difficoltà di mettere su casa quando i mezzi sono limitati (in Ragione e sentimento, Willoughby – che resta comunque un essere spregevole – benchè invaghito della bella Marianne, la pianta senza apparente motivo per sposare una ricca ereditiera; la sorella Elinor riesce a sposare Edward Ferrars solo dopo che l’intercessione del Colonnello Brandon, eternamente innamorato di Marianne, gli consente di iniziare a esercitare la professione di pastore). La Austen riceve una proposta di matrimonio a ventisette anni da Harris Bigg-Wither: la accetta, per pentirsene la mattina dopo e annullare il fidanzamento. In sostanza, la Austen – un po’ come le sorelle Brontë, un po’ come Emily Dickinson – ha poca esperienza diretta con l’amore: nonostante ciò, lo osserva e lo studia minuziosamente per tutta la vita, con una vivacità, una passione e un calore che mi fanno pensare che la cara vecchia Jane  riunisse in sè l’indipendenza di giudizio e la lingua tagliente di Elizabeth Bennet, l’esuberante passionalità di Marianne Dashwood, la tenace costanza e la dolcezza di Anne Elliot.

Nel 1800, il pastore Austen decide di andare in pensione e spostare la famiglia a Bath. Jane è estremamente rattristata da questo cambiamento: le manca il verde del suo Hampshire, in mezzo al quale, appena ventenne, è riuscita a scrivere la prima bozza di Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio.
A Bath Jane smette di scrivere; per questo motivo, a posteriori, sono soddisfatta della mia scelta di iniziare il pellegrinaggio austeniano da Chawton e non da Bath, seppure quest’ultima resti la città simbolo di Jane Austen e ospiti ogni anno il festival a lei dedicato. Gli anni a Bath le servono tuttavia a osservare, a effettuare uno studio profondo di una società più ampia e diversificata di quella con la quale doveva essere a contatto a Steventon: l’eco dei suoi anni a Bath risuona forte e chiaro in Northanger Abbey, ironica revisitazione della devozione al romanzo gotico tanto à la mode tra le fanciulle dell’epoca, tra cui l’ingenua Catherine Morland, che troppo spesso confonde I pettegolezzi delle terme e della Pump room coi misteri di Udolpho. Anche Anne Elliot, la timida, sensibile protagonista di Persuasione, si fa portavoce dell’insofferenza della Austen nei confronti di Bath e della sua società.
La morte del pastore Austen lascia le sue donne in gravi difficoltà finanziarie: nell’impossibilità di mantenersi a Bath, si trasferiscono a Southampton, città nella quale Jane non riesce ad essere felice.
Le cose cambiano quando il fratello Henry, per complicate questioni di eredità (e i fan di Downton Abbey riconosceranno facilmente quanto sia complicato rintracciare cugini di terzo grado mai visti in vita propria per assicurarsi un erede), si ritrova improvvisamente benestante e in grado di assicurare alla madre e alle sorelle un cottage a Chawton, non lontano dal paese natale della Austen. È facile immaginare la gioia di Jane nel tornare nel suo amatissimo Hampshire, insieme alla madre, alla sorella e alla fida amica Martha Lloyd (grazie alla quale ci rimane una raccolta di ricette usate a Chawton, che sono poi state pubblicate da Peggy Hickman nel suo A Jane Austen Household Book e da Maggie Black e Deirdre Le Faye in The Jane Austen Cookbook).
Gli anni di Chawton sono anni felici per Jane, e Martha e Cassandra le permettono di dedicare le mattinate alla sua scrittura. Jane scrive con una penna d’oca (ci ho provato io e credetemi, non è per niente facile), china su un minuscolo tavolino.

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Essere nella stessa stanza in cui Jane ha scritto Emma, Northanger Abbey e The Elliots (poi Persuasion), immaginandola avvolta in uno scialle per difendersi dal freddo, una cuffietta in testa, piegata su se stessa, intenta a dar voce a un mondo a lungo osservato con avida e vivace curiosità negli anni a Steventon e poi a Bath, dipingendo un’intricata ragnatela di delicati, fragilissimi sentimenti appena conosciuti in prima persona, probabilmente soffocati sul nascere, ha gettato una luce diversa, più intima e più profonda, sulla mia fantasia di lettrice popolata dai vari Mr Darcy e Knightley, Emma e Elizabeth Bennet, Anne Elliot e Mr Collins, Wenthworth e Marianne Dashwood.

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Admiral’s room

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Stola ricamata da Jane Austen

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Vestito probabilmente appartenuto a Jane Austen

Il cottage delle Austen a Chawton è una casa semplice, costituita da un dining parlour (sala da pranzo), dove si consumavano i pasti e si preparavano direttamente caffè e tè, tenuto sotto chiave in quanto molto costoso; una drawing room (salotto), dove le donne di casa Austen si riunivano dopo cena per leggere, chiacchierare, cucire o ricamare (Jane eccelleva anche nel ricamo; una delle sue creazioni, una stola bianca, è esposta a Chawton); l’Admiral room, destinata agli ospiti e alle visite dei fratelli; la stanza da letto della madre; la cameretta che Jane divideva con Cassandra, anche questa piccola e semplice, dove attualmente troneggia una replica del letto usato dalle due sorelle; una dressing room, una sorta di spogliatoio probabilmente adibito anche a camera da letto per bambini in visita/servitori; una cucina e una bakeroom esterna, destinata alla produzione di pane e torte.

Stanza da letto di Jane e Cassandra

Stanza da letto di Jane e Cassandra

Dining room

Dining room

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Cucina

Scrivania del padre di Jane Austen

Scrivania del padre di Jane Austen

La casa museo ospita attualmente una mostra dei costumi usati per l’adattamento di Emma a cura della BBC (2009).

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L’intero cottage trasmette l’idea di una vita semplice, intima e raccolta, condivisa da Jane con poche persone, in mezzo al verde della campagna inglese. Una vita che spesso doveva essere anche solitaria e priva di stimoli esterni, cosa che rende ancora più incredibile la capacità della Austen di descrivere e rappresentare quadri di una società ampia e variegata, che non sfuggivano al vaglio del suo spirito critico e della sua ineguagliabile, arguta, elegante ironia. Forse lo stile di vita che più si avvicina a quello della Austen è quello descritto in Emma: l’omonima protagonista, benchè indubbiamente più benestante di Jane, vive una vita alquanto chiusa e raccolta per soddisfare I capricci dell’anziano padre, irritabile e ipocondriaco.

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Parlando di malattia, la salute non arride a lungo alla Austen: debole e malaticcia, nel maggio 1817 lascia il suo amatissimo cottage a Chawton e si trasferisce a Winchester, per essere più vicina al suo dottore, stabilendosi al numero 8 di College Street. Si spegne il 18 luglio dello stesso anno, sul grembo della sorella Cassandra, lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Sanditon.
Le sue ultime parole sono state God grant me patience. Pray for me. Oh pray for me (che il Signore mi conceda di essere paziente. Pregate per me, pregate per me).
Viene sepolta nella cattedrale di Winchester, che tanto ammirava. Ben pochi, a parte I familiari più stretti, sono consapevoli di aver detto addio ad una grande scrittrice: la sua stessa lapide all’interno della Cattedrale non ne fa cenno, sottolineando invece le numerose virtù di Jane, la sua dolcezza, la sua pazienza, la sua benevolenza, la sua fede. Solo quattro persone assistono al funerale della Austen: tre dei suoi fratelli e il nipote Edward. Se ne va in silenzio, così come ha vissuto, lasciando un’eredità di sei romanzi, destinati ad occupare un posto di rilievo nella letteratura mondiale.

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Tuttavia, mano a mano, la sua fama inizia a crescere; sempre più persone visitano la sua tomba, tanto che nel 1850 un sagrestano si domanda cos’abbia di speciale quella semplice lapide, cosa ci sia di speciale nel nome inciso sul marmo.
Nel 1870 il nipote Edward scrive un memoir dedicato alla zia; grazie ai proventi, fa istallare accanto alla lapide una targa commemorativa d’ottone, che la celebra come la grande scrittrice che è stata: Jane Austen, known to many by her writings, da molti conosciuta per I suoi scritti.
L’iscrizione sulla lapide termina con un proverbio biblico (31:26): She openeth her mouth with wisdom; and in her tongue is the law of kindness (Parlava con saggezza, e la sua lingua era governata dalla gentilezza).

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Winchester, oltre ad ospitare le spoglie di Jane Austen, è una cittadina deliziosa, piena di storia: colonizzata dai Romani, è stata capitale dell’Inghilterra dall’871 al XIII secolo circa. Oltre alla bellissima cattedrale (XI secolo), ospita le spoglie di un castello medievale, all’interno delle quali si trova quella che, secondo la leggenda, è la tavola rotonda di Re Artù.

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Dopo un giro nello Hampshire, una sosta a Londra è d’obbligo: io ho usato la mia per visitare la British Library e innamorarmi della libreria al suo interno, fornitissima e piena di curiosità capaci di soddisfare ogni lit-nerd che si rispetti. Se passate dalla British Library, fate una sosta anche al negozio temporaneo dedicato all’anniversario di Alice nel Paese delle Meraviglie: la mostra dedicata al capolavoro di Carroll inizierà il 20 novembre e durerà fino ad aprile 2016.

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King's Cross

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

Non ne avete ancora abbastanza? Vi lascio con una ricettina rinfrescante: la ginger beer (birra allo zenzero) di Martha Lloyd (tratta da Dinner with Mr Darcy, a cura di Pen Vogler).

Ingredienti:
1.75 l di acqua naturale
225 g di zollette di zucchero
40 g di radice di zenzero, pulita e grattuggiata
1 limone a fette
1 cucchiaino di cremor tartaro
2 cucchiani di zenzero in polvere (facoltativo)
1 cucchiaino di lievito di birra

Procedimento:
Bollite lo zucchero nell’acqua fino allo scioglimento. Lasciate raffreddare, aggiungete lo zenzero, il limone e il cremor tartaro (e lo zenzero in polvere, se preferite usarlo). Mescolate e lasciate raffreddare. Aggiungete il lievito, coprite il tutto e lasciate riposare per una notte.
Soundtrack: Kathy’s song, Simon and Garfunkel (to England, where my heart lies)

Cartoline da Riga: il Globuss bookstore

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I carry my love

As a child, a one year old,

Carries a chestnut leaf:

So seriously holds the outstretched hand –

It is so difficult to balance the tiny step

With giant autumn all around.

From the trees

Fall and fall

Rustling golden secrets

And confuse his steps.

But the little one does not slip.

He holds on to his leaf

And elegantly walks into the blizzard of leaves.

Vizma Belševica (1931-2005) Translation from the Latvian by Astrida Stahnke

(Porto il io amore

come il mio bambino, di un anno,

porta una foglia di castagno:

è così serio quando tiene la mano tesa –

È così difficile bilanciare i suoi piccoli passi

circondati dall’immensità dell’autunno.

Dagli alberi

fruscianti segreti dorati

continuano a cadere

confondendo i suoi passi.

Ma il piccolo non scivola.

Regge saldamente la sua foglia

e incede elegantemente nella tempesta di foglie).

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Latito, lo so.

Sono stata un po’ in giro, ho fatto un po’ di cose, che non sono andate esattamente come volevo, ma anche questo fa parte del gioco (almeno così mi sforzo di credere).

Conto di tornare in maniera un po’ più stabile, o manifestarmi in alti luoghi (tipo qui): ma sapete già che programmazione e costanza sono il mio tallone d’Achille, quindi abbiate pazienza, e continuate a sopportarmi.

Nel frattempo, vi mando qualche cartolina virtuale da Riga, dove, tra una coincidenza presa al volo, una valigia persa e un impegno di lavoro, sono riuscita a fare una passeggiata e a fare un giro al bellissimo Globuss bookstore, libreria internazionale che propone titoli in lettone, inglese e russo, con una vasta selezione di classici e testi scolastici. Tra una copia di Anna Karenina (che è un po’ la reginetta della sezione classici, con mio immenso gaudio) e un tè ai mirtilli nel caffè Kafka, al piano superiore della libreria, sono anche riuscita a scattare qualche foto.

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Ho intravisto anche la suggestiva libreria nazionale lettone, dal battello sul fiume Daugava. Il gioco di luci al tramonto sulla piramide è particolarmente suggestivo.

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Se capitate a Riga, passate dal Folkklubs ala pagrabs pub, per un paio di pancake alle patate, un bicchiere di birra locale (la Užavas ha conquistato perfino me, che solitamente vado di Chablis) e una sosta nella biblioteca del pub (la foto è molto scura, ma il pub è una sorta di caverna).

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Buona passeggiata!

Per saperne di più: ho scovato questa bella antologia di poesia lettone, pubblicata dalla University of Iowa Press (purtroppo solo in inglese)

Soundtrack: Liszt – Balada No.2, eseguita dal pianista lettone Armands Abols

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Cartoline da Lisbona: a casa di Fernando Pessoa per il suo compleanno

Fotopost sull’amore per Pessoa e l’amore per Lisbona

 

Aniversário

No tempo em que festejavam o dia dos meus anos,
Eu era feliz e ninguém estava morto.
Na casa antiga, até eu fazer anos era uma tradição de há séculos,
E a alegria de todos, e a minha, estava certa com uma religião qualquer.

No tempo em que festejavam o dia dos meus anos,
Eu tinha a grande saúde de não perceber coisa nenhuma,
De ser inteligente para entre a família,
E de não ter as esperanças que os outros tinham por mim.
Quando vim a ter esperanças, já não sabia ter esperanças.
Quando vim a olhar para a vida, perdera o sentido da vida.

Sim, o que fui de suposto a mim-mesmo,
O que fui de coração e parentesco.
O que fui de serões de meia-província,
O que fui de amarem-me e eu ser menino,
O que fui — ai, meu Deus!, o que só hoje sei que fui…
A que distância!…
(Nem o acho…)
O tempo em que festejavam o dia dos meus anos!

O que eu sou hoje é como a umidade no corredor do fim da casa,
Pondo grelado nas paredes…
O que eu sou hoje (e a casa dos que me amaram treme através das minhas
lágrimas),
O que eu sou hoje é terem vendido a casa,
É terem morrido todos,
É estar eu sobrevivente a mim-mesmo como um fósforo frio…

No tempo em que festejavam o dia dos meus anos…
Que meu amor, como uma pessoa, esse tempo!
Desejo físico da alma de se encontrar ali outra vez,
Por uma viagem metafísica e carnal,
Com uma dualidade de eu para mim…
Comer o passado como pão de fome, sem tempo de manteiga nos dentes!

Vejo tudo outra vez com uma nitidez que me cega para o que há aqui…
A mesa posta com mais lugares, com melhores desenhos na loiça, com mais copos,
O aparador com muitas coisas — doces, frutas o resto na sombra debaixo do alçado —,
As tias velhas, os primos diferentes, e tudo era por minha causa,
No tempo em que festejavam o dia dos meus anos…

Pára, meu coração!
Não penses! Deixa o pensar na cabeça!
Ó meu Deus, meu Deus, meu Deus!
Hoje já não faço anos.
Duro.
Somam-se-me dias.
Serei velho quando o for.
Mais nada.
Raiva de não ter trazido o passado roubado na algibeira!…

O tempo em que festejavam o dia dos meus anos!…

ANNIVERSARIO

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
io ero felice e nessuno era morto.
Nella casa antica, perfino il mio compleanno era una tradizione secolare,
e l’allegria di tutti, e la mia, era giusta come una religione qualsiasi.

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
avevo la grande salute di non capire alcunché,
di essere intelligente per quelli della famiglia,
e di non aver le speranze che gli altri avevano in mia vece.
Quando arrivai ad avere speranze, non sapevo più avere speranze.
Quando arrivai a guardare la vita, avevo perso il senso della vita.

Sì, quello che fui di supposto per me stesso,
quello che fui di cuore e famiglia,
quello che fui di veglie di semiprovincia,
quello che fui perché mi amavano e perché ero bambino,
quello che fui – Dio mio!, quello che solo oggi so di essere stato…
Com’è lontano!…
(Nemmeno l’eco…)
Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!

Ciò che oggi sono è come l’umidità nel corridoio in fondo alla casa,
che provoca muffa nelle pareti…
Ciò che oggi sono (e la casa di quelli che mi hanno amato trema attraverso le mie
[lacrime),
ciò che oggi sono è che abbiano venduto la casa,
è che tutti siano morti,
è che io sia sopravvissuto a me stesso come un fiammifero freddo…

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno…
Quale oggetto d’amore è per me quel tempo, come una persona!
Desiderio fisico dell’anima di essere lì un’altra volta,
attraverso un viaggio metafisico e carnale,
con una dualità da me a me…
Mangiare il passato come pane per l’affamato, senza tempo di burro sotto i denti!

Vedo tutto ancora una volta con una nitidezza che mi rende cieco alle cose presenti…
La tavola apparecchiata con dei posti in più, con la porcellana migliore, con dei
[bicchieri in più,
la credenza con molte cose – dolci, frutta, il resto nell’ombra sotto la scansia –,
le vecchie zie, i cugini estranei, e tutto era per me,
al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno…

Fermati, cuore mio!
Non pensare! Lascia il pensiero alla testa!
Oh mio Dio, mio Dio, mio Dio!
Oggi non compio più gli anni.
Perduro.
I miei giorni si addizionano.
Sarò vecchio quando lo sarò.
Nient’altro.
Rabbia di non aver portato in tasca il passato rubato!

Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!…

15 ottobre 1929

Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, (a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1993.

Esattamente un anno fa ero a Lisbona. E’ stata la mia prima visita in una città già cara al mio immaginario, visitata con la fantasia attraverso le parole di Tabucchi, di Pessoa, di Saramago.
Coincidenze astrali hanno fatto sì che mi trovassi a Lisbona proprio in corrispondenza del compleanno di Pessoa, nato il 13 giugno 1888, nello splendido panorama delle Festas de Lisboa.

 

Tutti i quartieri sfilano con costumi colorati danzando e cantando in competizione. Finita la sfilata si riversano nelle stradine dei vari bairros cantando e facendo baldoria, mentre chioschi in ogni angolo arrostiscono le sarde che si mangiano con le mani su una fetta di pane.

In Portogallo, Santo Antonio è il protettore dell’amore..e del matrimonio. La notte del 12 giugno, gli innamorati si scambiano piantine di basilico come pegno di amore e di fedeltà. Secondo la tradizione, bisogna prendersi cura della propria piantina, per evitare che la passione appassisca…
Sempre in quest’occasione vengono celebrate nella chiesa di Sant’Antonio le nozze collettive (finanziate dal comune di Lisbona), che Pessoa celebra in questi versi:

Manjerico, manjerico,

Manjerico que te dei,

A tristeza com que fico

Inda amanhã a terei.

O manjerico comprado

Não é melhor que o que dão.

Põe o manjerico ao lado

E dá-me o teu coração.

O manjerico e a bandeira

Que há no cravo de papel-

Tudo isso enche a noite inteira,

Ó boca de sangue e mel.

O vaso do manjerico

Caiu da janela abaixo.

Vai buscá-lo, que aqui fico

A ver se sem ti te acho.

Manjerico que te deram,

Amor que te querem dar…

Recebeste o manjerico.

O amor fica a esperar.

 

A chi avrà regalato il basilico Pessoa? A chi avrà chiesto di metterlo da parte per donargli il suo cuore? Mi piace pensare che si tratti di Ophelia Queiroz, ma capirete che sono di parte…
Tornando a Nininho: l’anno scorso, in occasione del suo compleanno, la sua casa-museo era aperta. Quale occasione migliore per passarvi l’intera mattinata, curiosando tra i suoi oggetti, cullati dal portoghese musicale di guide volontarie ed appassionate?
Buon compleanno, Nininho, parabéns. E alla prossima visita nella tua Lisbona vieni a infestarmi, come accadde a Tabucchi nel suo Requiem.
Magari sarà la volta buona. Sarà la volta in cui ti toglierai gli occhiali e finalmente la vedrai, lei che ti ha aspettato tutta la vita.