Cartoline dallo Hampshire, tra i luoghi di Jane Austen

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Ci sono viaggi e altri viaggi.

Ci sono viaggi che si aspettano una vita, che maturano dentro di noi prima ancora che ci avventuriamo effettivamente a percorrerne i sentieri, accarezzandone con lo sguardo ogni dettaglio.
Nel mio caso specifico, il viaggio/pellegrinaggio nei luoghi austeniani è nato come desiderio quand’ero una ragazzina introversa innamorata dei libri di zia Jane, e, tra un partita di pallone e l’altra con i miei due fratelli – che mi obbligavano a fare da portiere – leggevo e desideravo con tutta me stessa di scappare dal paesello calabrese e ritrovarmi improvvisamente nella campagna inglese.
Ci sono voluti un paio di anni, ma finalmente ho preso un treno e sono arrivata a Alton, lussureggiante paesino in mezzo al nulla, e ho macinato tre chilometri a piedi, con tanto di valigia e piumone in una giornata inaspettatamente mite e soleggiata, per arrivare a Chawton, sede del The Jane Austen’s House Museum, l’unica dimora presso la quale la Austen ha soggiornato attualmente aperta al pubblico.

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La passeggiata in mezzo al verde e alla natura, tra case residenziali e qualche sparuto ciclista, mi ha fatto pensare alle centinaia di passeggiate che Jane deve avere fatto negli stessi luoghi insieme alla sorella Cassandra, amica e confidente, magari discutendo nuovi personaggi, raccontando storie, condividendo impressioni, sorridendo delle stramberie di qualche eccentrico vicino.

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Jane Austen nasce il 16 dicembre 1775, settima di otto fratelli, figlia di un pastore anglicano, George Austen, e di Cassandra Leigh, discendente di una famiglia bene della gentry inglese. La famiglia Austen è basata a Steventon, nello Hampshire. Jane e sua sorella Cassandra Elizabeth vengono mandate a studiare ad Oxford e poi a Southampton. Dopo una terribile epidemia di tifo, che quasi costa loro la vita, le due sorelle si spostano a Reading, dove frequentano la Abbey school (oggi una scuola indipendente solo femminile).
Jane viene ritirata da scuola a soli undici anni; inizia la sua carriera di lettrice avida e curiosa, indirizzata dal padre George e dai fratelli James e Henry.
All’età di vent’anni conosce l’amore, fulcro di quelli che sarebbero diventati i suoi romanzi: Tom Lefroy, nipote dei vicini e povero in canna. I due non si sposano molto probabilmente a causa delle loro difficoltà economiche: d’altro canto, se nei suoi romanzi Jane è contraria ai matrimoni d’interesse (ad esempio, in Mansfield Park, Maria Bertram sposa il ricco Mr Rushworth per i suoi soldi, e il matrimonio finisce presto e disastrosamente), è anche consapevole delle difficoltà di mettere su casa quando i mezzi sono limitati (in Ragione e sentimento, Willoughby – che resta comunque un essere spregevole – benchè invaghito della bella Marianne, la pianta senza apparente motivo per sposare una ricca ereditiera; la sorella Elinor riesce a sposare Edward Ferrars solo dopo che l’intercessione del Colonnello Brandon, eternamente innamorato di Marianne, gli consente di iniziare a esercitare la professione di pastore). La Austen riceve una proposta di matrimonio a ventisette anni da Harris Bigg-Wither: la accetta, per pentirsene la mattina dopo e annullare il fidanzamento. In sostanza, la Austen – un po’ come le sorelle Brontë, un po’ come Emily Dickinson – ha poca esperienza diretta con l’amore: nonostante ciò, lo osserva e lo studia minuziosamente per tutta la vita, con una vivacità, una passione e un calore che mi fanno pensare che la cara vecchia Jane  riunisse in sè l’indipendenza di giudizio e la lingua tagliente di Elizabeth Bennet, l’esuberante passionalità di Marianne Dashwood, la tenace costanza e la dolcezza di Anne Elliot.

Nel 1800, il pastore Austen decide di andare in pensione e spostare la famiglia a Bath. Jane è estremamente rattristata da questo cambiamento: le manca il verde del suo Hampshire, in mezzo al quale, appena ventenne, è riuscita a scrivere la prima bozza di Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio.
A Bath Jane smette di scrivere; per questo motivo, a posteriori, sono soddisfatta della mia scelta di iniziare il pellegrinaggio austeniano da Chawton e non da Bath, seppure quest’ultima resti la città simbolo di Jane Austen e ospiti ogni anno il festival a lei dedicato. Gli anni a Bath le servono tuttavia a osservare, a effettuare uno studio profondo di una società più ampia e diversificata di quella con la quale doveva essere a contatto a Steventon: l’eco dei suoi anni a Bath risuona forte e chiaro in Northanger Abbey, ironica revisitazione della devozione al romanzo gotico tanto à la mode tra le fanciulle dell’epoca, tra cui l’ingenua Catherine Morland, che troppo spesso confonde I pettegolezzi delle terme e della Pump room coi misteri di Udolpho. Anche Anne Elliot, la timida, sensibile protagonista di Persuasione, si fa portavoce dell’insofferenza della Austen nei confronti di Bath e della sua società.
La morte del pastore Austen lascia le sue donne in gravi difficoltà finanziarie: nell’impossibilità di mantenersi a Bath, si trasferiscono a Southampton, città nella quale Jane non riesce ad essere felice.
Le cose cambiano quando il fratello Henry, per complicate questioni di eredità (e i fan di Downton Abbey riconosceranno facilmente quanto sia complicato rintracciare cugini di terzo grado mai visti in vita propria per assicurarsi un erede), si ritrova improvvisamente benestante e in grado di assicurare alla madre e alle sorelle un cottage a Chawton, non lontano dal paese natale della Austen. È facile immaginare la gioia di Jane nel tornare nel suo amatissimo Hampshire, insieme alla madre, alla sorella e alla fida amica Martha Lloyd (grazie alla quale ci rimane una raccolta di ricette usate a Chawton, che sono poi state pubblicate da Peggy Hickman nel suo A Jane Austen Household Book e da Maggie Black e Deirdre Le Faye in The Jane Austen Cookbook).
Gli anni di Chawton sono anni felici per Jane, e Martha e Cassandra le permettono di dedicare le mattinate alla sua scrittura. Jane scrive con una penna d’oca (ci ho provato io e credetemi, non è per niente facile), china su un minuscolo tavolino.

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Essere nella stessa stanza in cui Jane ha scritto Emma, Northanger Abbey e The Elliots (poi Persuasion), immaginandola avvolta in uno scialle per difendersi dal freddo, una cuffietta in testa, piegata su se stessa, intenta a dar voce a un mondo a lungo osservato con avida e vivace curiosità negli anni a Steventon e poi a Bath, dipingendo un’intricata ragnatela di delicati, fragilissimi sentimenti appena conosciuti in prima persona, probabilmente soffocati sul nascere, ha gettato una luce diversa, più intima e più profonda, sulla mia fantasia di lettrice popolata dai vari Mr Darcy e Knightley, Emma e Elizabeth Bennet, Anne Elliot e Mr Collins, Wenthworth e Marianne Dashwood.

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Admiral’s room

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Stola ricamata da Jane Austen

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Vestito probabilmente appartenuto a Jane Austen

Il cottage delle Austen a Chawton è una casa semplice, costituita da un dining parlour (sala da pranzo), dove si consumavano i pasti e si preparavano direttamente caffè e tè, tenuto sotto chiave in quanto molto costoso; una drawing room (salotto), dove le donne di casa Austen si riunivano dopo cena per leggere, chiacchierare, cucire o ricamare (Jane eccelleva anche nel ricamo; una delle sue creazioni, una stola bianca, è esposta a Chawton); l’Admiral room, destinata agli ospiti e alle visite dei fratelli; la stanza da letto della madre; la cameretta che Jane divideva con Cassandra, anche questa piccola e semplice, dove attualmente troneggia una replica del letto usato dalle due sorelle; una dressing room, una sorta di spogliatoio probabilmente adibito anche a camera da letto per bambini in visita/servitori; una cucina e una bakeroom esterna, destinata alla produzione di pane e torte.

Stanza da letto di Jane e Cassandra

Stanza da letto di Jane e Cassandra

Dining room

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Cucina

Scrivania del padre di Jane Austen

Scrivania del padre di Jane Austen

La casa museo ospita attualmente una mostra dei costumi usati per l’adattamento di Emma a cura della BBC (2009).

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L’intero cottage trasmette l’idea di una vita semplice, intima e raccolta, condivisa da Jane con poche persone, in mezzo al verde della campagna inglese. Una vita che spesso doveva essere anche solitaria e priva di stimoli esterni, cosa che rende ancora più incredibile la capacità della Austen di descrivere e rappresentare quadri di una società ampia e variegata, che non sfuggivano al vaglio del suo spirito critico e della sua ineguagliabile, arguta, elegante ironia. Forse lo stile di vita che più si avvicina a quello della Austen è quello descritto in Emma: l’omonima protagonista, benchè indubbiamente più benestante di Jane, vive una vita alquanto chiusa e raccolta per soddisfare I capricci dell’anziano padre, irritabile e ipocondriaco.

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Parlando di malattia, la salute non arride a lungo alla Austen: debole e malaticcia, nel maggio 1817 lascia il suo amatissimo cottage a Chawton e si trasferisce a Winchester, per essere più vicina al suo dottore, stabilendosi al numero 8 di College Street. Si spegne il 18 luglio dello stesso anno, sul grembo della sorella Cassandra, lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Sanditon.
Le sue ultime parole sono state God grant me patience. Pray for me. Oh pray for me (che il Signore mi conceda di essere paziente. Pregate per me, pregate per me).
Viene sepolta nella cattedrale di Winchester, che tanto ammirava. Ben pochi, a parte I familiari più stretti, sono consapevoli di aver detto addio ad una grande scrittrice: la sua stessa lapide all’interno della Cattedrale non ne fa cenno, sottolineando invece le numerose virtù di Jane, la sua dolcezza, la sua pazienza, la sua benevolenza, la sua fede. Solo quattro persone assistono al funerale della Austen: tre dei suoi fratelli e il nipote Edward. Se ne va in silenzio, così come ha vissuto, lasciando un’eredità di sei romanzi, destinati ad occupare un posto di rilievo nella letteratura mondiale.

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Tuttavia, mano a mano, la sua fama inizia a crescere; sempre più persone visitano la sua tomba, tanto che nel 1850 un sagrestano si domanda cos’abbia di speciale quella semplice lapide, cosa ci sia di speciale nel nome inciso sul marmo.
Nel 1870 il nipote Edward scrive un memoir dedicato alla zia; grazie ai proventi, fa istallare accanto alla lapide una targa commemorativa d’ottone, che la celebra come la grande scrittrice che è stata: Jane Austen, known to many by her writings, da molti conosciuta per I suoi scritti.
L’iscrizione sulla lapide termina con un proverbio biblico (31:26): She openeth her mouth with wisdom; and in her tongue is the law of kindness (Parlava con saggezza, e la sua lingua era governata dalla gentilezza).

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Winchester, oltre ad ospitare le spoglie di Jane Austen, è una cittadina deliziosa, piena di storia: colonizzata dai Romani, è stata capitale dell’Inghilterra dall’871 al XIII secolo circa. Oltre alla bellissima cattedrale (XI secolo), ospita le spoglie di un castello medievale, all’interno delle quali si trova quella che, secondo la leggenda, è la tavola rotonda di Re Artù.

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Dopo un giro nello Hampshire, una sosta a Londra è d’obbligo: io ho usato la mia per visitare la British Library e innamorarmi della libreria al suo interno, fornitissima e piena di curiosità capaci di soddisfare ogni lit-nerd che si rispetti. Se passate dalla British Library, fate una sosta anche al negozio temporaneo dedicato all’anniversario di Alice nel Paese delle Meraviglie: la mostra dedicata al capolavoro di Carroll inizierà il 20 novembre e durerà fino ad aprile 2016.

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King's Cross

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

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The British Library Bookshop

Non ne avete ancora abbastanza? Vi lascio con una ricettina rinfrescante: la ginger beer (birra allo zenzero) di Martha Lloyd (tratta da Dinner with Mr Darcy, a cura di Pen Vogler).

Ingredienti:
1.75 l di acqua naturale
225 g di zollette di zucchero
40 g di radice di zenzero, pulita e grattuggiata
1 limone a fette
1 cucchiaino di cremor tartaro
2 cucchiani di zenzero in polvere (facoltativo)
1 cucchiaino di lievito di birra

Procedimento:
Bollite lo zucchero nell’acqua fino allo scioglimento. Lasciate raffreddare, aggiungete lo zenzero, il limone e il cremor tartaro (e lo zenzero in polvere, se preferite usarlo). Mescolate e lasciate raffreddare. Aggiungete il lievito, coprite il tutto e lasciate riposare per una notte.
Soundtrack: Kathy’s song, Simon and Garfunkel (to England, where my heart lies)

The Ophelinha Gazette#6 – articoli, segnalazioni, aneddoti e curiosità letterarie

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Avete presente quando a Roma è nevicato, nel 2011? Guardavo sui social media le foto dei miei ex colleghi che, felici come bambini, dedicavano la loro pausa pranzo a battaglie con palle di neve.

Qui a Greyville, signore e signori, c’è il sole. Avete capito bene: non il solito raggio di sole pallido dietro la nebbiolina, ma un sole arancione sullo sfondo di un cielo blu che mi fa sospirare di nostalgia per quello calabrese. Non un giorno di sole, non due, ma ben cinque.

Ora, una settimana di sole a voi parrà niente, ma da queste parti è un evento raro e inspiegabile come, non so, non strappare i collant in giornata, non finire una bottiglia di Chablis, non guardare Anna Karenina perché il Crotone gioca contro il Trapani (Lupster, dico a te).

Quindi, col senso di colpa tipico di chi vive su al Nord e sa che l’ebbrezza da luce solare non durerà, taglio corto e scappo al parco in maniche corte (ci sono 13 gradi, ma equivalgono a 23 in terra italica).

La redazione augura a tutti un ottimo fine settimana assolato di camminate a piedi nudi nel parco.

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1) Qualche notte fa ho fatto un sogno stranissimo (che s’inserisce nella mia lista di sogni deliranti). Ho sognato che Humbert Humbert mi declamava la poesia che compone per Lolita quando lei scappa con Clare Quilty (che è davvero bellissima, tra l’altro: se non la conoscete, correte ai ripari).

Mi sono svegliata piena di parole, my Dolly, my folly. Quindi vi propongo un bellissimo articolo sulla biografia di Nabokov e sulla sua vita pre-ninfette, che poi è anche un’interessante riflessione sul concetto di autobiografia: non basta essere un ottimo scrittore, bisogna anche aver vissuto una vita straordinaria, fuori dal normale, piena di eventi interessanti.

E un’altra lista (lo so, lo so, si era detto niente più liste. Ma è Nabokov, quindi facciamo un’eccezione) dei libri più belli del XX secolo (e di quelli più sopravvalutati).

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2) Cosa rende un libro più o meno facile da leggere, e perché i libri che non ci piacciono ci risultano più difficili da leggere, benché siano apparentemente più “leggeri”?

3) Il sei marzo Gabo e il suo realismo magico avrebbero compiuto 88 anni. Brain Pickings lo celebra ricordando i suoi difficili (e tardivi) inizi di scrittore, che sfatano il mito secondo il quale scrittori si nascerebbe, non si diventerebbe. Marquez voleva fare il musicista, invece ha creato l’universo di Macondo e vinto il Nobel per la letteratura. Come direbbe Svevo, la vita non è né bella né brutta, ma originale.

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4) Janeite, vi siete mai chiesti quali biscotti Aunt Jane avrebbe scelto come accompagnamento al tè? Qui uno spunto interessante e goloso (con un intervento a sorpresa della sottoscritta, eheh).

E, dato che siamo in tema, beccatevi quattordici consigli della Austen per dirimere i casini della vostra vita sentimentale e renderla Darcy-approved.

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Photo courtesy Il Cavoletto di Bruxelles

La pace delle cose selvagge: perché tradurre le poesie di Berry è un imperativo morale

wendellberryAlla fine del 2014 ho scoperto lo scrittore americano Wendell Berry, e l’ultimo libro dell’anno per me è stato il suo intenso Hannah Coulter. Innamorarsi di uno scrittore, come ogni infatuazione, richiede una buona dose di irrazionalità, un cuore aperto, una dose immensa di curiosità, una sete inestinguibile di conoscerlo meglio.

Come accade per ogni infatuazione che si rispetti, bisogna leggere qualcosa di suo ogni giorno, sentire il suono della sua voce mentre legge qualcosa che ha scritto, cercare vecchie interviste e articoli su di lui, promettere a se stessi di leggere tutto quello che ha scritto.

E Berry è a many splendored thing, per dirla con Han Suyin. Ha inventato una cittadine fittizia nel Kentucky, Port William, dove sono ambientati Hannah Coulter e Storia della vita di Jayber Crow, barbiere, membro della comunità di Port William, scritta da lui medesimo, entrambi pubblicati in Italia dai simpaticoni di Lindau nella collana Senza frontiere.

Per Berry, l’agricoltura è la vera base dell’economia americana tutta, il pilastro sul quale è stata fondata e che sostiene il sistema. In diversi saggi, come quelli della raccolta The Unsettling of America: Culture and Agriculture, Berry critica con veemenza la politica agricola statunitense, che promuove sovrapproduzione, inquinamento, erosione del suolo.

Leon V. Driskell, che ha contribuito al Dictionary of Literary Biography, ha definito The Unsettling of America

an apocalyptic book that places in bold relief the ecological and environmental problems of the American nation

(un libro apocalittico che mette coraggiosamente in rilievo i problemi ecologici ed ambientali della nazione americana).

Un’altra sua raccolta di saggi, Recollected Essays, 1965-1980, è stata paragonata da diversi critici a Walden di Thoureau. Charles Hudson, in un articolo pubblicato nella Georgian Review, ha scritto che

like Thoreau, one of Berry’s fundamental concerns is working out a basis for living a principled life. And like Thoreau, in his quest for principles Berry has chosen to simplify his life, and much of what he writes about is what has attended this simplification, as well as a criticism of modern society from the standpoint of this simplicity

(come per Thoureau, anche nel caso di Berry una delle preoccupazioni fondamentali era trovare un modo per vivere una vita di princìpi. E, come Thoureau, Berry, nella sua ricerca di princìpi, ha scelto di semplificarsi la vita. Molto di quello che scrive riguarda la conquista di questa semplicità, e, al tempo stesso, la critica della società moderna partendo dal punto di vista della semplicità stessa).

Ma Wendell non è solo uno scrittore, un saggista, docente presso le università di Stanford, Georgetown College, NYU, Cincinnati, Bucknell, Kentucky (la sua Alma Mater): Wendell è un grande poeta, che celebra nei suoi versi la vita bucolica, l’alternarsi delle stagioni, la famiglia, la natura in tutti i suoi aspetti, specie quello spirituale, la vita delle piccole comunità locali, il ritmo dolce e melodico della vita della fattoria, lo scorrere gentile del tempo.

Nella sua recensione a Collected Poems, 1957-1982, David Ray del New York Times Book Review ha scritto che

(Berry)…can be said to have returned American poetry to a Wordsworthian clarity of purpose. … There are times when we might think he is returning us to the simplicities of John Clare or the crustiness of Robert Frost. … But, as with every major poet, passages in which style threatens to become a voice of its own suddenly give way, like the sound of chopping in a murmurous forest, to lines of power and memorable resonance. Many of Mr. Berry’s short poems are as fine as any written in our time.

(si può dire che Berry abbia fatto tornare la poesia americana a quella chiarezza di intenti che era caratteristica di Wordsworth… Ci sono momenti in cui pare quasi che stia tornando alla semplicità di John Clare o all’asprezza di Robert Frost… ma, come accade con ogni grande poeta, alcuni passaggi in cui lo stile minaccia di prendere il sopravvento lasciano improvvisamente spazio, come il suono della legna tagliata a pezzi in una foresta piena di sussurri, a versi pieni di potere, di risonanza memorabile. Berry ha scritto alcune delle poesie brevi più belle dei nostri tempi).

Purtroppo, le poesie di Berry non sono state (finora) tradotte in Italiano, privando i suoi lettori della musicalità dei suoi versi, della bellezza semplice e poco pretenziosa delle immagini che prendono vita tra le strofe.

Edizioni Lindau ha annunciato su Twitter, qualche giorno fa, la prossima pubblicazione di un’altra opera di Berry, che rimane tuttora top secret, lanciando l’hashtag #TotoBerry.

Nella speranza che qualcuno raccolga la sfida, che poi è un imperativo morale, e pubblichi una traduzione delle sue poesie (si, amici di Lindau, vi sto facendo l’occhiolino), vi propongo una mia modestissima traduzione di una della poesie che preferisco, The peace of wild things (La pace della cose selvagge).

When despair for the world grows in me

and I wake in the middle of the night at the least sound

in fear of what my life and my children’s lives may be,

I go and lie down where the wood drake

rests in his beauty on the water, and the great heron feeds.

I come into the peace of wild things

who do not tax their lives with forethought

of grief. I come into the presence of still water.

And I feel above me the day-blind stars

waiting for their light. For a time

I rest in the grace of the world, and am free.

Wendell Berry, “The Peace of Wild Things” from The Selected Poems of Wendell Berry. Copyright © 1998. Published and reprinted by arrangement with Counterpoint Press.
Source: Collected Poems 1957-1982 (Counterpoint Press, 1985)

Quando ho il cuore pieno di disperazione per lo stato del mondo

e mi sveglio nel cuore della notte al minimo rumore

paventando quello che potrebbe accadere a mia moglie, ai miei figli

vado a sdraiarmi lì dove il maschio dell’anatra

riposa nell’acqua in tutta la sua bellezza, e l’airone azzurro si nutre.

Mi addentro nella pace delle cose selvagge

che non caricano la loro esistenza di premonizioni

di sofferenza. Raggiungo l’acqua immobile.

E avverto sopra di me le stelle, pallide e cieche durante il giorno,

in attesa di venire accese. Per un istante,

riposo nella grazia del mondo, e sono libero.

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Mappa di Port William dal sito http://www.wendellberrybooks.com/index.html

 

Effetti collaterali e istruzioni per l’uso

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Alfred Gockel Series

 

Niente buoni propositi per questo 2015, come si è già detto più volte.

Solo un libro bello bello, che mi ha accarezzato l’anima e mi ha aiutato a salutare un 2014 greve, pesante, pieno di disordini indiscreti.

E un monito, affinché per questo anno nuovo non ci si dimentichi che i cuori non saranno una cosa pratica finché non ne faranno di infrangibili, e che, come cantava De Andrè

 

c’è un termometro del cuore
che non rispettiamo mai
un avviso di dolore
un sentiero in mezzo ai guai

cose che dimentico
sono cose che dimentico

 

Quindi una poesia, per ricordare che sognare costa poco, anche pochissimo, ma il risveglio può fare male, molto male (oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti! Allora io e voi, e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi! lamentava Antonio sul corpo esangue di Giulio Cesare nell’omonima tragedia shakesperiana).

Una poesia per ricordare che bisognerebbe vaccinarsi dalle delusioni come ci si vaccina per l’influenza. Che bisognerebbe misurare con cura lo spettro dei cambiamenti possibili, disegnare un perimetro accurato, e cercare di restarci dentro.

Una poesia per ricordare che, se Mark Strand scrive di muoversi per tenere le cose insieme, quando non si sa dove andare e si è persa ogni direzione, bisognerebbe fermarsi per un attimo e ascoltare il rumore dell’acqua che scorre, del vento che spazzola via le ultime foglie ruggine e oro e porta eco di storie lontane.

E sì, una poesia in Inglese, perché nella mia confederazione di anime l’Inglese è la lingua del vino e della poesia.

Buon anno dispari, e non trascurate la profilassi di cuore e anima.

 

Side effects (istruzioni per l’uso)

Be frozen

my heart.

Be still

as a star.

Stay algid

don’t beat

forget

the rise and the fall.

 

Stay gone,

my heart.

Be remorseful

and forgetful

and never come back.

Shine

– albeit modestly

without trying too hard.

 

Stay put,

my heart.

Never let go

of what’s holding you behind.

Don’t fret.

Those are just memories

of rails,

tales of pale blades.

 

Be quiet

my heart.

Bite your tongue

forget that haunting tune

rewrite the lyrics

– no reason, nor rhyme.

 

Stay strong,

my heart

for the tide is too high

the chains are too heavy

the moon shies away.

The wind will blow you off.

 

Stay cold,

my heart.

Don’t let the warmth

melt you down

for too much tenderness,

too much longing,

too much desire.

 

Be a stranger,

my heart.

Lock yourself in a tower

far away as a nightmare

cold as clean cut glass.

Toss the keys away

and hire an unemployed dragon.

 

Be frozen

Be quiet

Be a stranger.

 

Stay gone

Stay put

Stay strong

Stay cold

 

like a mirror

like a stone

like a sharp blade

 

just as ice would

 

or else

you’ll be broken

 

or else

you’ll melt away

 

or else

you’ll beat yourself to exhaustion

 

or else

you’ll be smashed – yet again.

Keeping things whole (l’arte di tenere le cose insieme)

images In a field

I am the absence of field.

This is always the case.

Wherever I am

I am what is missing.

When I walk

I part the air

and always

the air moves in

to fill the spaces

where my body’s been.

We all have reasons

for moving.

I move

to keep things whole.

(Keeping things whole, Mark Strand, from Reasons for Moving: Poems, 1968)

In un campo

io sono l’assenza

del campo.

E’ sempre così.

Ovunque io sia

io sono ciò che manca.

Quando cammino

divido l’aria

e sempre

l’aria rifluisce

a riempire gli spazi

in cui era stato il mio corpo.

Abbiamo tutti motivi

per muoverci.

Io mi muovo

per tenere insieme le cose.

– da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio” Poesie 1964-2006, traduzioni di Damiano Abeni (Mondadori, 2011)

Respirare per sentirsi interi. Inspirare a fondo l’aria fredda fino a che brucia la bocca dello stomaco. Riempirsi i polmoni e buttarla giù, tutta d’un tiro, per non pensarci più, per togliersi di torno l’ennesimo obbligo del giorno. Respirare a pieni polmoni. Respirare con la pancia. Inspirare. Aspirare. Contare fino a trentatré.

Camminare veloci tagliando la nebbia, fendendola col proprio corpo, per poi sorprendersi del fatto che il movimento della massa d’aria sia effettivamente causato dalla massa corporea (braccia, gambe, avanti, indietro) che continua ad esistere nonostante la spinta gravitazionale dei pensieri. Pensieri che sono tanti, vorticosi, disordinati. Un mare color del vino, in cui annegare. E quel muoversi diventa un non essere, una questione di vuoti pieni e di pieni vuoti, le parentesi lasciate dal corpo in movimento immediatamente farcite dall’aria, quel tutto che scorre, quell’impossibilità di essere uguali a se stessi per due secondi di fila.

Quel mancarsi. Quel perdersi. Quel ritrovarsi, interi, che evidentemente è necessario prima perdersi, a pezzi. Lasciare pezzi di sè alle spalle e ritrovarli diversi. Migliori, peggiori, non importa: mai uguali a se stessi. Vite come castelli di carte da gioco, che c’è bisogno di far crollare tutto per poter ricominciare. Vite come disordini discreti che hanno bisogno di caos devastante per ritrovare una loro forma, una loro ragione d’essere, un loro equilibrio. Si, bisogna restare in movimento per sentirsi vivi, anche se il movimento in questione dovesse includere un paio di aerei e di treni e pochissime ore di sonno e una babele linguistica in testa. Si spera sempre di ritrovarsi interi, prima o poi.

Mark Strand, poeta canadese scomparso pochi giorni fa, è celebrato come il poeta dell’assenza. Nei suoi versi si interroga sulla morte, sul senso d’identità, sul senso del ritorno, sulla perdita.

Personalmente, la cosa che mi fa impazzire è questo suo essere profeta del futuro anteriore, cantore di cose che potevano essere, ma non sono state e non saranno più (e, anche se fossero state, sarebbero state diverse. Cose da tenere insieme, lievemente, respirando).

Ha vinto il MacArthur Fellowship (1987), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004); ma, anche se non avesse vinto un fico secco, ci sarebbe piaciuto lo stesso.

Fissare il nulla è imparare a memoria quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi al vento è sentire l’inafferrabile “qualche luogo” farsi vicino. Strand

Alice and the maze (playing with words)

 
 
I was little Alice

and you were the maze.

I tried to break in

 – wanted to get lost,

   never to be found.

There was no key

the maze was sound-proof

double-glazed.

 

There was a bowl of icecream

for a ravenous child

 – a scrumptious sight for sore eyes.

You were the silver spoon

the table so tall

 – I was too small.

I could just break down and cry

out of anger and exhaustion.

 

You were a blue cool lake

so far away.

I tried to reach out to you

 – the harder I tried, the further you moved away.

Besides, I couldn’t swim, nor dive.

 

You spoke a language

I could not understand.

You were telling me stories

and you wouldn’t translate.

I was bored and fed up

 – needed to be entertained.

I cried out of sheer loneliness.

You just faded away.

 

You were the White Rabbit

I met you in the dark

I tried to catch up with you

You were running so fast

Always looking at your funny turnip pocket watch

 – never looking at me.

I tried to call you

but I had no voice

 – there and then you were gone.

 

You were the Mad Hatter

giving a tea party.

I was so thirsty

but you said it didn’t matter.

You said you were no judge

but there you were assessing me

dismissing me

shrugging me off

 – I was no good.

I would have cared for a cupcake.

You told me, child don’t bother

love is not easy game to play

not even in Wonderland

and lies are no currency

not even in Wonderland.

I cried out of guilt

loneliness and abandonment

 – more invisible than a pale ghost.

 

You were the Cheshire cat

whimsical look

quixotic smile

 – eyes wider and wilder than life.

I felt kinda obnoxious

but all the same besotted.

I read you a poem

you said, little girl, you’re just a child

you’ll never know better

and love is not easy game

not even in Wonderland.

I tore my notebook in pieces

and cried my eyes out.

 

You were the Queen of Hearts

 – frozen pale eyes, algid grin.

I bowed and sang you a song

trying so hard to please

you said, little girl, don’t bother

love is not easy game to play

not even in Wonderland

leave my kingdom of broken hearts

or else I’ll smash yours.

My feet were sore

My mind was numb

Nowhere to go.

I cried out of randomness,

a ragged bum.

 

We were sitting in the grass

and there was chilled wine.

My favorite word was “complicated”

yours were “never mind”.

You said, don’t drink little girl

 – it will not help you grow up

   nor older nor wiser.

I am sorry I have judged you

  – that’s just how it goes.

You were snotty and curious

you wanted to be beguiled.

Well that’s Wonderland for you

 – you were not invited

   and love is not easy game

   not even in Wonderland.

Take a sip and forget

 – take it from me, you’ll never come back.

I cried out of sheer rejection

 – was that my reflection

   in your iridescent eyes?

 

I am such a mess.

 

I was little Alice

and you were the maze.

The locket was empty

the moon was pale white

the pages were torn

the glass was half drunk

 – I was just so tired.

I wanted to get lost

 – so I sat there and waited and waited and waited

to find a way

to get into you.

 

Love is not easy game to play

not even in Wonderland

and moonlights

are heartaches in disguise.
 

So we bid farewell to the arms (a short story)

Budapest, Feb 2013

(scroll down for the Italian version)

                                               ************************************

I am getting used at dressing for myself only. Here, in my hotel room in Budapest, time passes slowly, according to my own caprices. I am an awful sleeper, even more in a bed that is not mine; even more on my first holiday alone – without you, without the idea of you.
Getting dressed for myself is trickier and easier at the same time. On the one hand, I can follow my gut instinct, my mood swings. I can be vintage one day, sporty the following, classy when I feel like it.
On the other hand, the temptation to avoid looking at any mirror and just tossing out of my wardrobe the first thing I find is huge. Picking clothes was  – with you, for you – a religious act: I’d go shopping and, more or less consciously, I’d look at stuff that I knew you would have loved: mostly, romantic, vintage dresses. Every morning, every evening, while dressing and undressing, I’d see myself in your eyes. I could spot the sparkle, the tiny glittery speckles at the corner of your wide, luminous, ambiguous eyes.
Every single garment was lovingly picked, nothing was left to the fate. For I never knew when I would see you, and my hours would stretch achingly into the agony and ecstasy of waiting, waiting, waiting. The endless waiting. For I knew that, the exact moment you spotted me, I would become something liquid and frail, breathing you, living you, existing into you.
I stroll carelessly along the Danube, admiring the way the Duma falls in love with itself in the water, timeless, elegant, majestic Narcissus promenading the river. Trying to recall the moment I broke in one thousand pieces, the moment when I had to give everything up and get away from you. The moment where I left the city where I met you and all the safe little world I had built around me.
It was a weird late winter day. I should have sussed out something was going to happen. I had indeed been dressing again, for a couple of days, as if you were to see me. It was a weird Wednesday, the sun was shining and I felt compelled to go out in the terrace, in the sun – compelled the way you only feel when you are living in Northern countries and you know that a lukewarm, sunny, spotless day it is indeed a luxury and something to treasure, to seize – and do something I hadn’t been doing for a long time: having a fag. Just one, for old times’ sake. And there you were, indeed, in the last place I expected to meet you, sitting on the steps of our broken rendez-vous, drinking your coke, your eyes closed, sun stroking your golden hair. I saw your look – that look – carefully assessing my outfit, lovingly assembled against my own conscience, just hoping, just waiting for this moment to come: layers of carefully mismatched t-shirts, a funky gipsy skirt, colorful tights, cowboy boots. And confusion, and my heart beating savagely as I slowly approached you. You didn’t even look up; you just said “You are doing your hair differently; I liked it better before”.
I sat down and we talked – it was books, as always: our safe haven, our curfew. As we were talking, you stopped all of a sudden and said: “so we bid farewell to the arms”.
When we started our “thing” (you never wanted labels) you once asked me which book I would pick if I was supposed to die in a couple of hours. Instinctively, I skipped my classic faves, like Pride and Prejudice or Wuthering Heights, and also my beloved Anna Karenina: I went straight to Farewell to arms by Hemingway, because I kind of thought it made sense to read about the wild beauty of life and the everlasting battle fought between eros and thanatos in a moment like that.
However, when you mentioned the title I sat there, frozen, because I knew you weren’t recalling that moment: you had simply realized I had given up on fighting for you. I was wasted, I was tired. I was empty.
I felt nothing, I wanted nothing but oblivion.
There I sat, your shoulder brushing casually against mine – the first physical contact we had in months – and I couldn’t help but wonder: that was the chest upon which I used to sleep. Those were your insolent, provocative, cat eyes I had fallen in love with, at first side. Those were the tiny wrinkles I used to kiss, one by one. You were saying something, but I wasn’t listening anymore: I was listening instead to a tune in my head, our favorite singer, Leonard Cohen, or, as you put it, “the patron saint of unhappy endings”:

I loved you in the morning, our kisses deep and warm,
your hair upon the pillow like a sleepy golden storm

That was your golden maze, that used to end up tangles in my long dark curls. There was the flesh, the skin, the blood I had worshipped and loved drop by drop – because we where one. Together, we were better, we created a sort of third entity that was us. And “Us” used to be freer and happier and more careless and more adventurous. And astonishingly beautiful. You used to lead me to the mirror and say: “Look at us: don’t we just look better together? Don’t we just feel better together?”
How I wish those were not just empty, shallow words.
I go back to my hotel room. I feel tired, tired of myself, tired of everything. Of this endless waiting for someone who is not going to show up.
This whole trip idea was a mistake. Begging my boss for a sabbatical, leaving my flat in a rush, planning haphazardly a trip across Eastern Europe, since I had stuck mostly to the Western part.
As I lay in my bed, I do something I had sworn not to do: I open up my pc and go through my emails. Sure as hell, your name pops up. Something about a poem you hated, and then one question: when will you come back? And my heart stops, because you are not asking me what’s next, or when will I go back; but when will I  come back.
I know it is preposterous and stupid. I know you don’t mean coming back to you. But all of a sudden, I cannot stand being here anymore. I start packing, tossing stuff without really looking at it. Packing for Romania, as I planned to do, or packing for coming back to you?
Words are a powerful – and dangerous –  tool. A single verb can change everything.
I stop packing and undress slowly, and, in front of my mirror, start getting dressed, putting the same clothes I had on the first time I met you – your transparent eyes, your baby blue shirt, your tousled hair. The first time I stopped existing an individual entity and started existing as a third part. And in the moment, in this moment, you are mine again. More than ever.

(scroll up for the English version)
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Così diciamo addio alle armi

Mi sto abituando a vestirmi solo per me stessa. Qui, nella mia stanza d’albergo a Budapest, il tempo passa lentamente, secondo il mio capriccio. Ho sempre avuto problemi di insonnia, ancora di più in un letto che non sia il mio; ancora di più durante la mia prima vacanza da sola – senza te, senza l’idea di te.
Vestirmi per me soltanto è semplice e al tempo stesso immensamente difficile. Il vantaggio è che posso seguire il mio istinto, le mie oscillazioni d’umore. Posso essere vintage per un giorno, sportiva il successivo, elegante quando mi va di esserlo.
Tuttavia, la tentazione di ignorare lo specchio e tirare fuori dall’armadio la prima cosa che capita è forte. Scegliere cosa indossare era – con te, per te – un rituale sacro: andavo a fare spese e, in modo più o meno consapevole, guardavo solo quei vestiti che sapevo tu avresti amato, per lo più romantici vestiti vintage. Ogni mattina, ogni sera, mentre mi vestivo e mi spogliavo, mi vedevo riflessa nei tuoi occhi. Mi vedevo attraverso i tuoi occhi. Potevo intravedere quella scintilla, quei puntini luminosi agli angoli dei tuoi larghi occhi, ambigui, luminosi.
Ogni singolo indumento veniva scelto con amore: nulla veniva lasciato al destino. Perché non sapevo mai quando ti avrei visto, e le mie ore sofferte si allungavano nell’agonia e nell’estasi dell’attesa. Un’attesa infinita. Ma sapevo che, nel momento esatto in cui mi avresti intravista, sarei diventata liquida e fragile, senza contorni, diluita in te, nel tuo respiro.
Mi trascino svogliatamente lungo il Danubio, ammirando il modo in cui la Duma si innamora del suo riflesso nell’acqua, elegante e maestoso Narciso sempiterno che passeggia lungo la riva del fiume. Cercando di ricordare il momento in cui mi sono rotta in mille pezzi, il momento in cui ho dovuto abbandonare tutto e andare via da te. Il momento in cui ho lasciato quella città in cui ti avevo incontrato, il piccolo mondo sicuro che avevo costruito intorno a me.
Era uno strano giorno di fine inverno. Avrei dovuto capire che qualcosa stava per succedere. Avevo ripreso, da un paio di giorni, a vestirmi per te. Era uno strano mercoledì, il sole brillava luminoso e avevo sentito il bisogno di uscire in terrazza – quel bisogno impellente che ti coglie solo quando vivi in paesi del Nord Europa e sai vene che una giornata di sole, tiepida e senza nuvole, è un lusso, un’opportunità da cogliere, da conservare nella memoria come un tesoro – e fare qualcosa che non facevo da tempo: fumare.
Solo una, in ricordo dei bei vecchi tempi. Avrei dovuto dare retta al mio sesto senso: eri lì, nell’ultimo posto in cui mi sarei aspettata di incontrarti, seduto sul gradino dei nostri incontri spezzati, una Coca in mano, gli occhi chiusi, il sole che accarezzava i tuoi capelli dorati. Hai socchiuso gli occhi, e ho intravisto il tuo sguardo – quello sguardo – studiare con cura il mio abbigliamento, inconsciamente studiato con cura, come se per giorni mi fossi preparata a quel momento, a quell’incontro: strati di T-shirt accuratamente scoordinate, un’eccentrica gonna da zingara, calze colorate, stivali da cowboy. Ma indossavo anche confusione, e il mio cuore che batteva selvaggiamente mentre mi avvicinavo a le, lentamente. Non hai nemmeno sollevato lo sguardo; hai detto soltanto: “Hai un taglio diverso; mi piacevano più prima, i tuoi capelli”.
Mi sono seduta e abbiamo parlato – di libri, come sempre; il nostro porto sicuro, il nostro coprifuoco. Mentre parlavamo, ti sei fermato di scatto e hai detto: “e così diciamo addio alle armi”.
Ai tempi di me e te (non saprei che definizione usare; non avevi mai voluto etichette) mi avevi chiesto una volta che libro avessi scelto se mi fosse rimasta una manciata di ore da vivere. Avevo istintivamente saltato i miei amato classici, come Orgoglio e Pregiudizio o Cime tempestose, e anche la mia amata Anna Karenina: avevo scelto Addio alle armi di Hemingway, pensando che, in un momento come quello, avrebbe avuto senso leggere della bellezza selvaggia della vita, della lotta sempiterna tra eros e thanatos.
Tuttavia, quando hai menzionato quel titolo sono rimasta seduta sul gradino, immobile, perché sapevo non stavi ripensando alla nostra conversazione: avevi semplicemente capito che avevo smesso di lottare per te. Ero esausta, allo stremo delle mie forze. Ero vuota.
Non sentivo niente. Non volevo niente al di fuori dell’oblio.
Sedevo lì, e mentre la tua spalla sfiorava casualmente la mia – il primo contatto dopo mesi – non potevo impedirmi di pensare al fatto che quello era il petto sul quale ero solita dormire. Quelli erano gli stessi occhi da gatto, insolenti e provocatori, dei quali mi ero innamorata, a prima vista. Quelle erano le rughe sottili che ero solita baciate, una ad una. Continuavi a parlare, ma non ti ascoltavo più: ero persa nel ricordo di una canzone del nostro cantante preferito, Leonard Cohen, o, come ti piaceva definirlo, “il santo patrono dei finali tristi”:

I loved you in the morning, our kisses deep and warm,
your hair upon the pillow like a sleepy golden storm
Ti ho amato al mattino, i nostri baci caldi e profondi,
i tuoi capelli sul cuscino come una tempesta d’oro insonnolita

Quello era il labirinto dei tuoi capelli d’oro, che finivano per intrecciarsi ai miei lunghi ricci scuri. Quella era la carne, la pelle, il sangue che avevo venerato, che avevo amato, goccia a goccia  -perché eravamo uno. Insieme eravamo migliori, finivamo per creare una sorta di entità terza, un noi esterno, estraneo alle nostre individualità. E noi eravamo più liberi e più felici e più distratti e più avventurosi. E belli, di una bellezza commovente. Mi portavi davanti allo specchio e mi dicevi: “Guardaci: non siamo più belli insieme? Non ci sentiamo migliori insieme?”
Vorrei che queste non fossero state soltanto parole vuote, sterile.
Torno alla mia stanza d’albergo, nauseata, stanca, stanca di me stessa, stanca di tutto. Dell’attesa perenne di qualcuno che non arriverà mai.
Questo viaggio è stato un errore. Scongiurare il mio capo per un anno sabbatico, lasciare il mio appartamento in fretta e furia, pianificare a caso un viaggio attraverso l’Europa dell’est, dato che mi ero sempre limitata ad ovest.
Mentre sono sdraiata a letto, faccio qualcosa che mi ero ripromessa di non fare: apro il mio computer e guardo le mie email. Ovviamente, il tuo nome. Un’email sconclusionata su una poesia che avevi odiato, e una domanda, quella domanda: quando torni? E il mio cuore si ferma, perché non mi chiedi quali sono i miei progetti futuri, né “quando vieni”, ma “quando torni?”
So che è presuntuoso e stupido. So che non intendi chiedermi quando torno da te. Ma, improvvisamente, non posso sopportare un minuto di più il pensiero di essere qui. Mi manca l’aria. Inizio a fare le valigie, lanciandovi cose a caso, senza nemmeno guardarle. Fare le valigie per andare in Romania, secondo i piani, o per tornare, tornare da te?
Le parole sono un’arma pericolosa. Un singolo verbo può cambiare un intero corso di azioni.
Smetto di fare le valigie e mi spoglio lentamente, e, davanti allo specchio, mi rivesto, indossando gli stessi vestiti che avevo la prima volta che mi hai visto – i tuoi occhi trasparenti, la camicia azzurra, i capelli spettinati, il sorriso sornione. La prima volta che ho smesso di esistere come entità individuale e ho iniziato a vivere come terza parte. E nel momento, in questo momento, sei mio, di nuovo. Più che mai.

Budapest, Feb 2013

My heart missed a bit (a poem from a deserted station)

First time we met

My heart missed a beat.

I am still looking for it

in the lost-and-found section

of this deserted station,

ice-cold as this steel

that’s holding me still.

That’s true, I am waiting for you

Cannot deny, that much is the truth;

and my heart beats and beats and beats

sinking even deeper into my chest.

You’ll come, you won’t come

That much I don’t know:

elated frustrated tormented

I wait and wait and wait

ready to run into your arms

before this frozen grip wins me

and I lay on this cold grey floor

of this deserted station

listening to the last beat of my heart.

From an old notebook, in the attic (a poem)

You came to me
albeit it was in a dream
you looked kinda funny
and you broke my heart once again
like a giant nutcracker
shattering the very life out of me
and here I am
with my fake fingernails
and I am silent and quite
but I am dying inside
but I am screaming inside
but I am bleeding inside
and
all I want
is to take my life back
back from you
who never owned it in the first place
back from him
back from everyone we know
and all I want
is to come to you
with my fake fingernails
and to rip your rib cage open
and to tear your heart in pieces
within a inch of its life

and all I want
is to sit there and watch
grinning
the queen of your useless world
while you are dying in agony
slowly
and for once it is you pleading
but
I am soulles lifeless barefoot naked
I am devoid of any life, or joy, or love
or affection of any kind
you sucked those from me – remember?
hoovering me all over

and
I’d just like to have my voice back
to scream at the top of my lungs
only I am on mute
deaf and dumb
and my pain is frozen
in my chest in my mind in my bones in my heart
I cannot even cry
this is killing me
only I am dead already
and it’s kinda funny
but at least here you are
in my dreams at last
rolling at my feet
and I am spitting my sullen swollen soul
all over you
and I am walking with my twelve inches stilettos
all over you
and I’ll do it again and again and again
until the end of the world
every damned day of my cursed life
in my dreams al least
and at last I will laugh histerically
rolling with laughter
I will laugh and laugh until it hurts
more than this pain
I will laugh and hurt until it kills you and me
in my dreams-

(@OphelinhaPequena)

There was a time (but it was already some time ago)

Magritte

There was a time, but it was already some time ago.
There was a time when we were younger, and we thought we were going to be real changemakers, and we could have an impact on the world we lived in. There was a time we collected speeches, articles, we subscribed to petitions, we supported everything was green, was fair, was in line with our values.
And yes, we had great values. And we were sure we were going to make something big out of them, something important, like writing a novel or writing poetry, because our words were our swords.
Or we were going to become war reporters, and write about the atrocities of conflicts. Whatever we were going to become, we were going to be proud of ourselves. We were going to be able to look at our image in the mirror every morning and feel good about ourselves.
There was a time, but this was really long time ago, when we fell in love. Falling in love was simple and complicated at the same time. We could fall in love with a movie and cry our eyes out. With a book. With a line. With a rhyme.
We could fall in love one summer evening in the Coliseum with an American guy who was going to leave in two days, spend the night thinking about him and spend the following day looking frantically for him in every hotel in the area he had mentioned he lived. But oh, the moment we found him. That kiss. How many buses we let go before letting him go.
We could fall in love with someone we had never seen, living far away from us, for his writing, because we wanted to be the woman he was so clearly – or had been  – in love with. We could fall in love out of curiosity. We could write to him, holding our breath for his reply. He could surprise him by coming to visit us. But oh, the moment we first laid eyes on him, under the Cupid statue in Piccadilly. That moment. And the loss, afterwards. The sense of loss. The excruciating pain.
We could fall in love while stile at uni, with someone who was preparing his speech for his simulation of a UN Security Council meeting. He would repeat his speech by whispering it in our ear, while holding our hand, at the Christmas market.
And there was a time when we really fell in love, and that was really it. When we were in the same room, the two of us, a room crowded with people, full of noise and music, our eyes would lock, and everything else wouldn’t make sense anymore. No more noise, no more people. Ignore he or she who is talking to you. Just the two of us. Except that it was horribly wrong, and it couldn’t be, and it broke our heart. It really hurt, like hell. And that was it, folks. We lost a big piece of ourselves and we are still engaged in a neverending quest to find it. Do we still fall in love? Yes we do. Does it fell the same??? Does it???
There was a time we felt pretty. There was a time we felt free. There was a time in which even making the wrong things made sense.

There was a time we didn’t know our place in the world, and we were afraid, but this made sense too, because we were confident we were going to get there, and, once there, we would just know. Love at first sight.
And now? Now we are plain scared, because we are older but none the wiser, we still are helpless and clueless and we don’t belong anywhere. We just don’t belong.

I have used “we” because I really hope that, in all this ranting, some of you have felt the same…at least once..at least a little bit..that I am not tha scary odd bugger out of a mad, but still comfortably homogeneous, crowd.

Have you ever felt the same? Have you?

There was a time, Guns N’ Roses