Sylvia, Ted e una lettera d’addio lunga un’eternità

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C’era una volta una principessa bionda, dalle labbra rosso carminio e dall’accento squillante, dalle cadenze del New England.

C’era una volta un principe alto, scuro, dal ciuffo perennemente scomposto e dalla voce profonda, dal forte accento dello Yorkshire. Se questa fosse una favola, i due assumerebbero sembianze animalesche: lei sarebbe un cervo, lui diventerebbe un corvo, o una snella e veloce pantera.

There is a panther stalks me down:
One day I’ll have my death of him;
His greed has set the woods aflame,
He prowls more lordly than the sun.

(Sylvia Plath, Pursuit)

Questa non è una favola, anche se contiene tutti gli ingredienti per una perfetta tragedia greca: questioni irrisolte col padre e con la madre, folle passione, tradimento, suicidio, in una sorta di fatale circolo chiuso che ricorda l’Edipo re pasoliniano e l’idea che la vita finisca dove comincia. Ma di vita vera si tratta, pur sempre: quella vita di due poeti, Sylvia Plath e Ted Hughes, così vicini alla loro poesia da farla diventare vita stessa, da far perdere i confini tra biografia e finzione letteraria. Da eternare il dramma biografico in testamento letterario.

Il mio amore per la bionda poetessa del New England è cosa saputa e risaputa: la lettura di Tu l’hai detto, biografia romanzata di Connie Palmen, mi ha fatto avvicinare, incuriosita ed intimidita – e non senza un pizzico di pregiudizio, alla vita e alle opere del poeta laureato Ted Hughes. Ho scelto come punto di partenza la biografia non autorizzata, curata da Jonathan Bate, e Birthday letters, la raccolta di poesie che Hughes ha dedicato alla Plath e che è stata pubblicata trent’anni dopo la morte della Plath.

Sbirciando tra le pagine della vita di Hughes, dalla sua infanzia nello Yorkshire al suo – fulmineo e fulminante – incontro con la Plath, dal suo amore per le donne alla passione minuziosa con cui ha studiato Shakespeare, dall’amore per la pesca alla meticolosa traduzioni delle tragedie greche, non ho potuto fare a meno di pensare una cosa: anche io avrei perso la testa per Hughes. Le foto selezionate da Bate lo immortalano col ciuffo ribelle, gli occhi scuri e profondi, l’espressione sorniona: uno sguardo che trasuda intelligenza e ironia, che sembra sfidare l’interlocutore.

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Hughes è legato alla terra, al suo Yorkshire, alla natura, alla vita all’aria aperta, ai misteri e alle necessità del corpo e dell’amore, alle belle donne. Ha un rapporto un po’complesso col fratello maggiore, Gerald, colpevole di essere il preferito della madre e di essere andato via, a vivere in Australia. Ogni volta che Ted torna a casa, ha la sensazione che, con lo sguardo, sua madre gli rimproveri di non essere Gerald. Ha un rapporto strettissimo, quasi morboso, con la sorella Olwyn, una delle principali antagoniste di Sylvia; nel tempo, Olwyn diventerà agente di Ted e curerà con lui il lascito letterario di Sylvia.

A Cambridge, Ted tinge tutti i suoi vestiti di nero, fa un po’ di bravate, lascia la facoltà di inglese per passare ad antropologia, continua a vivere nel campus anche dopo esserne stato allontanato, ha una serie di ragazze, tra cui l’irlandese Shirley, che frequenta ancora all’epoca del suo incontro fulmineo con la Plath. I due si dichiarano scrivendosi poesie a vicenda.

Ted racconta la loro prima notte insieme a Londra in una delle poesie di Birthday letters, 18 Rugby street: l’attesa di Sylvia, di passaggio nella capitale inglese prima di partire per Parigi; la scoperta della ragazza, del mistero delle sue labbra piene, da aborigena, del suo naso da Apache, del piccolo mento da pesce (il suo segno zodiacale), del suo viso che è come il mare, eternamente cangiante. Della piccola cicatrice, retaggio degli elettroshock subiti dopo il primo tentativo di suicidio della ragazza. Del suo corpo liscio e sinuoso, da creatura dell’acqua:

You were a new world. My new world.

So this is America, I marvelled.

Beautiful, beautiful America!

In una lettera a Sylvia dopo la loro notte a Londra, Ted scrive:

[March 1956] Sylvia, That night was nothing but getting to know how smooth your body is. The memory of it goes through me like brandy. If you do not come to London to me, I shall come to Cambridge to you.

(Sylvia, quella notte per me non è stata altro che la scoperta di quando il tuo corpo sia liscio. Il suo ricordo scorre in me come brandy. Se non vieni da me a Londra, verrò a Cambridge da te).

(da Letters of Ted Hughes, edite da Christopher Reid, Faber & Faber)

1798

La loro storia d’amore è talmente vorticosa da togliere il respiro: pochi mesi dopo il primo incontro a Cambridge, I due si sposano segretamente (perché Sylvia teme di perdere la sua borsa di studio Fullbright) il 16 giugno, in onore di James Joyce e del suo Bloomsday. Sylvia ha un vestito di lana rosa, Ted indossa la sua giacca tinta di nero. Sotto la pioggia, nel ricordo di Ted, Sylvia diventa di nuovo una figura marina, gli occhi immensi come due gioielli offerti in dono proprio a lui, un improbabile principe azzurro:

You were tranfigured.

So slender and new and naked,

A nodding spray of wet lilac,

You shook, you sobbed with joy, you were ocean depth

Brimming with God.

Dopo un periodo in Inghilterra, i due si trasferiscono in America, dove Sylvia insegna e Ted è libero di dedicarsi alla scrittura. Non ama l’America, Ted, quest’America fuori dalle linee del corpo di Sylvia; brama gli spazi più ristretti e contenuti della sua Inghilterra, i contorni sfumati del suo amatissimo Yorkshire. La coppia torna in Inghilterra, prima a Londra, poi a Court Green, un cottage nel Devon acquistato su insistenza di Ted, una promessa di vita arcadica e idilliaca che preoccupa e spaventa Sylvia, amante delle luci e della vitalità di Londra. Da lì il declino, che inizia con le forme voluttuose di Assia Wewill e culmina nella notte del suicidio di Sylvia.

L’incubo di quella notte dell’11 febbraio del 1963 viene raccontato da Hughes nei versi di Last letter, la sua ultima missiva a Sylvia, pubblicata postuma. La poesia inizia con una domanda piena d’angoscia (“What happened that night? Your final night?”) e termina col momento in cui a Hughes viene annunciata la morte di Sylvia  (“Then a voice like a selected weapon or a measured injection, coolly delivered its four words deep into my ear: ‘Your wife is dead.’”)

Secondo Bates, la poesia sarebbe stata ispirata da un litigio della coppia durante quel fatidico fine settimana. Il venerdì mattina, Sylvia manda una lettera concitata a Ted, comunicandogli la sua decisione di lasciare l’Inghilterra e non vederlo mai più. Sylvia pensa che la lettera sarebbe arrivata a Ted solo il giorno dopo, ma, per una volta, il servizio postale la sorprende e la missiva arriva al suo destinatario il venerdì pomeriggio.

Lettera alla mano, Ted corre a Primrose Hill, all’appartamento di Sylvia. I due litigano, e la poetessa gli strappa la lettera di mano e la brucia, dicendogli di andarsene. Sarebbe stato il loro ultimo incontro.

Il sabato, Sylvia telefona a Ted da una cabina pubblica, sfidando il freddo glaciale. Ted è con una delle sua amanti, Carol Alliston, nel suo studio a Cleveland street. Sylvia è isterica, e gli chiede di portarla via. Lui le consiglia di stare tranquilla (take it easy, Sylvie). Quando chiude il telefono, dice a Carol che tornare da Sylvia per lui sarebbe come morire.

Ted passa domenica con la sua amante, ma decide di portarla nello stesso appartamento in cui lui e la Plath avevano trascorso la loro prima notte insieme, sette anni prima, a Rugby street, forse per evitare le telefonate di Sylvia. Lunedì mattina scopre che Sylvia è morta.

Quella notte, il suono del telefono che dev’essere squillato a lungo nello studio di Cleveland street, l’immagine di Sylvia sola, che, avvolta nel suo cappotto nero, affronta la neve e il gelo per arrivare alla cabina telefonica: tutte immagini e suggestioni che perseguiteranno a lungo Hughes.

Tuttavia, per la maggior parte della sua carriera, Ted mantiene la sua poesia asettica, impersonale: rifugge dall’uso della prima persona, evita materiali autobiografici, trasforma ogni esperienza, affidandola alla creatività e alle forze dell’’immaginazione. Un altro elemento che lo trattiene è la lettura femminista della vita, delle opere, della morte della Plath: una lettura in cui Hughes diventa spietato carnefice. Verso la fine, ormai ammalato, Ted si convince del fatto che il suo sviluppo creativo, e anche la sua salute mentale e fisica, siano stati danneggiati dal suo rifiuto di affrontare nei suoi versi la morte di Sylvia. Così, nel 1998, decide di pubblicare Birthday letters, una selezione di poesie scritte nell’arco di venticinque anni: il suo modo di congedarsi finalmente dal fantasma di Sylvia, di assolversi, di dirle finalmente tutte quelle cose che erano rimaste in sospeso. Una lettera d’addio lunga venticinque anni, una lettera d’addio lunga un’eternità.

Chi ha rubato il Natale?

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Chi ha rubato il Natale?

Forse è stata quella persona che ha sparato sulla folla a Strasburgo, città simbolo di pace che ospita uno dei mercatini di Natale più magici e suggestivi del mondo. Forse quel capo di stato col parrucchino arancione, che ragiona in termini di gabbie e confini.

Forse la malattia che consuma un nostro caro. Forse l’ansia di arrivare a fino mese, lo stress, andare sempre di corsa, in un mondo sempre più ostile alla fantasia, alla creatività, all’improvvisazione.

Ci sono tanti motivi per non essere felici nemmeno a Natale, quando il mondo intorno a noi sembra impazzire.

Eppure, forse per questo occorre fermarsi e fare del nostro meglio per restituire, nel nostro piccolo, per quanto possibile, un pezzetto di Natale a noi stessi e alle persone che amiamo.

Vi ricordate il Grinch? È l’unico abitante di Whoville a non amare il Natale: forse ha le scarpe troppo strette, forse ha il cuore troppo piccolo, forse è troppo solo e non ha nessuno con cui condividerlo.

Invidioso delle famiglie di Whoville, decide di rubare tutti i regali e le leccornie preparate dalle famiglie. Tuttavia, quando gli abitanti di Whoville si svegliano la mattina di Natale, il Grinch non li sente lamentarsi. I bambini non piangono di disappunto e delusione. I golosi non rimpiangono il tacchino e il pudding perduto. No: gli abitanti di Whoville si mettono a cantare, tutti insieme, esorcizzando la cattiveria e dando il benvenuto a un giorno di tregua, in cui i problemi sembrano lontanissimi e la felicità sembra a portata di mano.

Il Grinch li osserva, attonito, con i piedi congelati, e ha un’illuminazione da novello Scrooge: forse il Natale non si può comprare in negozio, forse non è (solo) l’invenzione di un apparato commerciale e consumistico che sembra non fermarsi mai e schiacciare tutti sotto i suoi ingranaggi. Forse è anche e soprattutto qualcosa di più:

 

And the Grinch, with his grinch-feet ice-cold in the snow,

Stood puzzling and puzzling: “How could it be so?”

“It came without ribbons! It came without tags!”

“It came without packages, boxes or bags!”

And he puzzled three hours, till his puzzler was sore.

Then the Grinch thought of something he hadn’t before!

“Maybe Christmas,” he thought, “doesn’t come from a store.”

“Maybe Christmas…perhaps…means a little bit more!”

Sediamoci allora col Grinch a tagliare il tacchino e a riflettere un po’su cosa questo giorno significhi davvero, su cosa potrebbe significare.

Buon Natale e tutti voi, e grazie di averci fatto compagnia anche quest’anno col nostro calendario dell’Avvento letterario. Ad maiora!

Soundtrack: Have yourself a merry little Christmas

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Il Calendario dell’Avvento letterario #24: Natale in giallo. Nuove frontiere che vengono dal passato

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Questa casella è scritta e aperta da Simona di Letture sconclusionate

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Ciao, io sono quella che l’anno scorso si domandava chi invitare a cena a natale, ricordi? E alla fine la scelta era caduta su Tom Perrotta. Quest’anno già da settembre sapevo chi avrei invitato, ma sapevo che non sarebbe potuto star lì da solo, perché il protagonista di questa casella ha una caratteristica molto particolare è uno un po’ schivo, sta sulle sue. Non lo fa apposta ma ha scelto nel tempo di vivere in un luogo tranquillo e, quando vivi in posti in cui il silenzio urla, circondato da animali e natura, tornare al mondo è sempre una faccenda complessa. Per cui quest’anno ti chiedo di seguire le peregrinazioni dei miei pensieri e alla fine, magari, converrai con me, che questo insolito duetto che si formerà, che si burla del tempo e anche dello spazio, non poteva essere meglio assortito.

Ci sono volte in cui mi domando perché si preferisca leggere i classici invece dei contemporanei e la risposta universalmente accettata è che “i classici servono, non solo per il peso che hanno avuto nel tempo in cui sono stati concepiti e pubblicati ma, anche e soprattutto, a capire e apprezzare la buona letteratura“. Il punto è che spesso, questo “apprezzamento“, non viene messo a frutto e, quello che impariamo dai classici, allora serve a poco se non si prova a verificare ciò che viene pubblicato oggi.
Dopotutto che gusto c’è a conoscere buona parte dell’opera e dell’ingegno di Wilkie Collins, definito come “il padre del poliziesco moderno“, se poi i gialli non si leggono?
Stamattina ho finito l’ultimo libro della serie di romanzi, e ci tengo a sottolinearlo “Romanzi”, di Antonio Manzini e mi sono domandata come possa uno scrittore così schivo e defilato, rispetto a colleghi decisamente più “star”, essere entrato così tanto nelle mie grazie da costringermi a fare quello in cui nemmeno Collins, il mio amato Wilkie, è riuscito, ovvero leggere tutta una serie – quella dedicata a Rocco Schiavone- e avermi costretta a cercare e comprare tutti i lavori precedenti o successivi non legati a questo ciclo.

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Alla fine mi sono risposta che quello che mi piace, di Antonio Manzini, è che è un po’ come me: vive in provincia, sembra un tipo che ami il silenzio e il rumore della natura, vive di distopie personali e le mette in tutto ciò che scrive. Se poi andiamo un po’ più a fondo, riguardo il lavoro che lo ha reso particolarmente famoso e amato dai lettori ovvero Rocco Schiavone, si scopre che non scrive gialli ma romanzi, in cui l’omicidio è un mezzo per parlare di società, etica, costume, cultura e sociale ovvero ciò che vediamo per abitudine ma non guardiamo davvero.
E per me è stata una vera e propria sorpresa scoprire che quel che avevo stabilito fosse l’ennesimo caso letterario, in fondo,non era così male. Mi piace questo modo di approcciare alla questione: un giallo che non è un giallo, che comprende delle indagini che non sono solo focalizzate a risolvere il caso ma anche a svolgere la complessa matassa di cui è composta l’anima dannata di questo ispettore. E’ un noir perché scava nelle persone che vediamo scorrere davanti, nel loro rispondere alle domande e giustificarsi, è un romanzo perché ha particolare attenzione nella costruzione del complesso mondo delle relazioni e di come si percepisce e si è percepiti nel mondo. Ed è anche una delle basi dei mondi disegnati proprio da Collins che in uno stile concentrato in puntate settimanali ottiene lo stesso effetto portando innovazione in un mondo popolato di romanzi, portando l’omicidio, non più ai fini romantici, alla creazione di un nuovo genere di scrittura, non con l’eroe indagatore ma in un certo modo in una versione più verosimile.

Nel lavoro di lettura e scrittura dei post relativamente a questa serie  mi sono resa conto che, questo mio interesse tardivo all’opera manziniana, è stato un colpo di fortuna perché se non avessi affrontato in questo modo tutto l’insieme, di quel che ha scritto in merito, certe sfumature, non mi sarebbero saltate all’occhio.
Per esempio, dopo aver ripetutamente sentito chiedere “chi sia effettivamente il protagonista e da dove gli sia venuta l’ispirazione per crearlo così e non in un altro modo“, io oggi potrei rispondere che Rocco Schiavone è Manzini ma non negli aspetti che noi possiamo vedere. Non lo è né caratterialmente o fisicamente. E’ una trasposizione e l’insieme delle emozioni e delle rivalse di un uomo che guarda alla società con occhi diversi e che ne vede il lato oscuro. Quindi non importa che il protagonista appaia alto o basso e nemmeno che sia figo o pure bruttarello perché non è questo il punto: Rocco rimane sempre solo e non si può innamorare perché è inconsistente, non è materia del nostro mondo tangibile e, proprio per questo, piace così tanto perché, seppur diversi gli uni dagli altri, tutti abbiamo provato almeno una volta il senso di sconfitta, di colpa, la solitudine, l’impotenza, la voglia di menar le mani o di insultare qualcuno che, cosciente o no, stava minando il nostro angolo di serenità personale o fisica.

Manzini vive di distopie personali, un po’ come Wilkie Collins e come lui le sviscera puntata dopo puntata. Nella seconda metà del 1800 Collins, come oggi fa Manzini, prendeva a piene mani dalla realtà e dalla cronaca, trasformando quei lunghissimi romanzi dickensiani, pieni di invettiva su una società che socialmente era un vero disastro, in una raffinata antologia di mostri che riassumevano i limiti di tutti noi, che siamo la base della società stessa, con l’istitutrice assassina, il marito infame e la ragazzina che si faceva sposare prima che l’incauto innamorato si accorgesse di quel che nascondeva. Aveva meno mezzi di Manzini, ma riuscì in delle soluzioni, veri punti di svolta delle sue intricate trame, che ancora oggi vengono utilizzate in libri e anche in serie TV come ad esempio la chiave di volta de “La signora in bianco” che si ritrova “para para” in uno degli episodi di Law&Order delle prime stagioni.

Come detto, ho schivato a lungo l’opera manziniaia convinta che fosse l’ennesimo caso, l’ennesimo ispettore, magari il solito rude e antipatico che diventa l’amore di tutte le signore perché contrappone, a quel piglio, questa sua dote di saper risolvere un sacco di casi senza perdere l’aura del leader, anche perché è sempre ignobilmente affiancato da emeriti idioti che pendono dalle sue labbra come fosse il salvatore.
Quando quel giorno ho scelto di vedere la serie TV io nemmeno sapevo chi fosse l’attore, figuriamoci il personaggio. Ho persino dovuto chiedere ad un’amica chi ne fosse il creatore (se avessi guardato attentamente i titoli magari avrei avuto un indizio, visto che è Manzini stesso lo sceneggiatore, ma io con TV e cinema non ho mai avuto un grande feeling!). Però questo improbabile tizio, vestito in maniera quanto mai stupida, che molleggiando se ne va per Aosta, fumando come una ciminiera ma che trova anche il tempo di guardare il mondo dagli archi delle rovine di Aosta mi aveva particolarmente colpito. Volevo proprio capirlo, capire come si fa a vivere una vita incastrata in una distopia puntando i piedi ad ogni mano che ti si porge in aiuto.

E così ho letto, un libro al giorno, ho rivisto episodio dopo episodio confrontando la differenza fra sceneggiatura e scrittura, ho apprezzato le sfumature aggiunte da Marco Giallini, un po’ meno alcune situazioni tagliate, ho capito i meccanismi dell’indagine e apprezzato l’indubbio talento di Antonio nel costruire questi omicidi, la raffinatezza della differenza fra indagine e prova, quella fra Giustizia e “senso della Giustizia” e infine quell’urlo della morale che avvolge le storie che sono un po’ come le fiabe de “Lo cunto de li cunti” di Basile. E guardando l’insieme così, il quadro diventa più chiaro.
Rocco Schiavone è stronzo, un po’ infame, divertente quando gli gira bene, antipatico la maggior parte delle volte e pieno di”rotture di coglioni” affibbiategli dal mondo che non si decide a lasciarlo in pace. Proprio il carnet di emozioni che non appartengono solo ad Antonio ma anche a tutti noi.
Rocco Schiavone è “costretto” nel senso che vive una vita che non vuole vivere, che si è fermata il giorno in cui ha subito un agguato, che si svolge in una città che non gli appartiene, che è fredda, innevata e spesso buia e che lo destabilizza. Aosta è una città piccola, in una vallata circondata da catene montuose, e non ha nulla a che vedere con quel panorama quasi infinito di tetti e cupole di Roma.
È “costretto” nel lavoro, perché circondato da persone con cui non vuole legare, e nella vita, perché questi valdostani sembrano strani e invece sono come un grosso quartiere dove tutti sanno di tutti.
E ancora è “costretto” nell’amore perché, sebbene Marina sarà sempre il suo unico amore, tende ad avere bisogno di calore umano che per lui è sinonimo di continuo tradimento e dalle altre è percepito solo come una comune relazione.

Anche qui le somiglianze fra i miei improbabili ospiti non si fermano. “Le puntate di Rocco Schiavone sono poche in confronto a quelle de La donna in bianco che durarono in uscite settimanali per circa un anno!” esclamerebbe Wilkie Collins. Fu il romanzo che più lo fece conoscere e apprezzare dal grande pubblico del All The Year Round di Dickens, definito come una “sensation novel” che fu di moda in tutto il periodo vittoriano. La sua protagonista è presente e vivida, anche se assente fisicamente per gran parte del romanzo, ma di lei si parla in continuazione, lo fanno tutti i testimoni del processo e la narrazione cambia di registro ogni volta che cambia colui che riferisce dei fatti. E’ forse l’unica delle donne di Collins che subisce totalmente, ma è anche la prima ad essere cesellata e descritta minuziosamente, quasi fino all’ultimo respiro. Ne verranno tante altre e altre ce n’erano state prima, ma lo scettro della “prima” spetta solo a lei.

Rocco Schiavone è uomo e prima ancora un essere umano diviso fra la Giustizia, uguale per tutti ma mai per nessuno, e il “senso della giustizia” che è quella Giustizia filtrata attraverso i nostri occhi, la nostra etica e i nostri valori, quello che ci fa dare due pesi e due misure a due reati identici commessi però da un povero o da un ricco: se è povero, aveva bisogno, il ricco è solo un’infame.
Lo ribadisce anche quando schiaffeggia l’uomo che urla la sua innocenza di “educatore della moglie che solo a schiaffi poteva essere disciplinata” e lo è quando si arrabbia con le donne che deve interrogare rivendicando quell’immagine di essere umano nato “per dare la vita” e non “per toglierla” e nello stesso tempo non è in grado di percepire i bisogni delle sue donne, seppur amanti. Non ha mezze misure e il suo senso di giustizia difficilmente riesce a contenerlo. Lo è quando risparmia la famiglia indigente o salva gli immigrati clandestini, lo è quando vendica le ragazzine stuprate, indifferente al rischio a cui si espone,  lo è ancor di più quando parla alla sua adorata, con la voce rotta dal peso di una colpa, quando ride con gli amici o quando ne piange la perdita.

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Lo è come la protagonista di Armadale che in maniera del tutto simile descrive la sua distopia attraverso la sua malvagità. Nulla può il mondo che la circonda perché è proprio da lì che nasce la sua rivalsa, il suo odio e la sua sete di arrivismo. L’epoca che vive, le classi sociali che compongono la società, la formazione, l’hanno forgiata a sapere quello che si deve volere, le hanno dato la ragione per perseguire l’obiettivo senza distrarsi. E’ un po’ lo sguardo di Wilkie, che filtra quell’apparenza fatta di buone maniere ed ipocrisia, mettendola in crisi con ciò che teme, ovvero la bellezza che incanta, con il rapporto fra due consanguinei e gioca sul malinteso in maniera, per certi versi, maliziosa un po’ come lo sguardo del suo creatore, che, seppur certo che a questa storia c’è da mettere il punto, non riesce ad eliminarla. Sarebbe troppo il dolore di ucciderla e, alla fine, la salva.

Rocco è un insieme contorto di emozioni, sensazioni, cultura, ricordi, formazione che si arricchisce delle stesse manie dello scrittore. Manie che non possono essere concentrate tutte in un unico personaggio che già è sul punto di scoppiare. E così escono fuori le parole di Marina che fanno il paio con gli “occhi che spennazzano” o le terminologie mediche dell’anatomopatologo che fanno sembrare Manzini uno scrittore ipocondriaco, strappandoti un sorriso perché, va bene la precisione, ma tanta pedanteria un dubbio te lo lascia! L’amore per l’arte e per le meraviglie che l’uomo abbia potuto realizzare sono solo un compendio dell’amore per la bella scrittura che però non tralasci un aspetto importante: la leggibilità, la possibilità di essere fluente anche se letta ad alta voce; deve poter essere apprezzata perché l’armonia, con il ritmo incalzante delle situazioni che si susseguono, non permetta la distrazione di colui che ascolta, cosa che non sempre i classici moderni ricordavano ma per i romani e i greci, nonché i romantici tra il ‘200 e il ‘300, persino per Dante,Boccaccio e Petrarca era imprenscindibile.

In che cosa Manzini e Collins si distinguono? Solo nei personaggi, sebbene Collins nel suo mondo abbia avuto anche dei protagonisti uomini, la facevano da padrone le donne, anche se lui le vedeva in maniera molto diversa dai suoi contemporanei. Sapeva del loro intuito e delle loro mille sfaccettature e permetteva loro di interpretare il bello della natura e anche il brutto. Le donne di Collins sono volitive e a volte volubili, sanno quello che vogliono e hanno una sintesi che permette loro di guardare alle situazioni e al delitto in modo pragmatico.
Le donne di Collins racchiudono le diversità dell’umana natura, come anche Schiavone con le sue mille sfaccettature, nate dalle mille declinazioni di uno scrittore che cercava di vedere e rappresentare l’uomo che avrebbe probabilmente voluto conoscere.
Ma il fattore che li rende ancora più simili è questo grande interesse per la contrapposizione fra Giustizia e il senso di giustizia. Entrambi presentano storie e protagonisti con descrizioni fatte al millimetro dove l’omicidio è parte di un contesto, che non è solo delittuoso, ma prima di tutto sociale. Così il peso è spostato e il delitto non è solo quello di colui che commette il reato ma l’insieme delle responsabilità di molti, di una comunità rea, molto spesso, di creare le condizioni perché questi fatti avvengano.

Che cosa si direbbero questi improbabili due, magari seduti in una tavola che sta per essere sparecchiata mentre con le dita giocano distrattamente con le briciole rimaste sulla tovaglia ancora non sparecchiata? Manzini probabilmente nulla, magari dondolerebbe sulla sedia come fa spesso, se la sedia glielo permette, nell’attesa che tutto questo finisca e possa tornare a casa. Collins invece con la sua aria panciuta e soddisfatta, di uno che ama l’atmosfera natalizia in quanto inglese, lamentando con gli occhi la mancanza del Christmas Pudding e della classica torta di formaggio, probabilmente, con tanto di pipa o sigaro alla mano tenterebbe l’approccio con un classico “Quindi lei è uno scrittore? E cosa scrive?“.
Devo ammettere che pagherei per avere questa opportunità di guardarli confrontarsi sul mondo di oggi e sulle differenze con quello di ieri. Probabilmente Collins racconterebbe con orgoglio la sua storia nata da un giorno in tribunale (La signora in bianco) e Manzini ascolterebbe con interesse le soluzioni adottate e i trucchi dello scrittore per mantenere in un numero elevatissimo di puntate l’attenzione dei lettori. magari si confronterebbero sulle trame e converrebbero che seppur passato più di un secolo in fondo, la forma del delitto, non è poi così diversa. Ma alla fine arriverebbero comunque al punto che li unisce “l’unica distopia che ognuno di noi vive ogni giorno è la vita” puoi scegliere di voltarti dall’altro lato, ma lì rimane a ricordarti che sei un uomo e che qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa tu faccia, in fondo, ogni vita è destinata a finire, il dubbio è il come e il quando. Chi vive di distopie, in fondo non è mai un grandissimo ottimista.

In questa conversazione potrei interloquire anche io sostenendo che non è la vita una distopia, ma in un mondo perfetto di giorni che si susseguono senza soluzione di continuità, la vera distopia è ognuno di noi. Ogni volta che cerchiamo di vivere creiamo una distopia. E quindi siamo noi stessi un elemento della scala delle “rotture di coglioni”. E probabilmente, dopo aver spiegato a Collins che sono le “rotture di coglioni”, converrebbe con me che è un punto di vista su cui riflettere. Mi piacerebbe davvero vederli insieme questi due davanti al camino, siccome è fantasia facciamo anche che sia decorato, intenti in questa discussione. Probabilmente Collins sarebbe incuriosito da questa nuova mania che vede gente leggere romanzi a rotta di collo in serie e non in puntate settimanali, Manzini risponderebbe che la gente non aspetta più e persino il suo editore quando ha la data dell’uscita dell’ultimo libro consegnato chiede già quando arriverà il successivo. Il suo interlocutore assentirebbe pensieroso e rimarrebbe stupito se Antonio facesse anche un’affermazione che spesso ripete: la maggior parte dei lettori in Italia sono donne. Wilkie sorriderebbe e poi direbbe,”Ma certo! Le donne hanno sempre amato la lettura, gli intrighi e i misteri”. Allora Manzini sospirerebbe e sottovoce direbbe: se solo smettessero di chiedermi quando Rocco si innamorerà…

Sarebbe probabilmente la maniera perfetta per passare il pomeriggio post prandiale di Natale…
E per finire, c’è una cosa che ad oggi un po’ ci unisce tutti e tre: nello scorrere degli anni io ho perso la magia del Natale, non è una cosa triste in sé, succede crescendo. Manzini nell’unico racconto che mi è capitato in cui si cita la festività, “Buon Natale Rocco” ne parla proprio poco dello “spirito di Natale” regalando ai suoi lettori il momento da cui nascerà l’intera serie. E, ultimo ma mai tale, Wilkie Collins: lui di racconti di Natale ne ha scritti un po’ e cominciò nel 1852. L’anno prima aveva conosciuto Charles Dickens ed era rimasto stupito da quanto guadagnasse proprio scrivendo racconti di Natale. Anche qui, Manzini avrebbe a che dire… Probabilmente che i tempi son diversi, almeno me lo auguro!

Buone letture e buone feste!

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #23: un Natale da babbani

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Questa magica casella è scritta e aperta da me medesima

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Parafrasando Tolstoj: ogni Natale è magico a modo suo, ma qualcuno ci mette un po’ di magia in più. Questo Natale per me sarà diverso dai precedenti perché non lo trascorrerò in Italia, ma in Lussemburgo, mentre, per la fine dell’anno, volerò a festeggiare in Florida al Wizarding World of Harry Potter. Non vedo l’ora di accogliere l’anno nuovo non da babbana, ma circondata dalla magia di Hogwarts. Ma quali sono le differenze fondamentali tra un Natale babbano e un Natale da mago/strega?

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La cena di Natale

Una cena a Hogwarts non sarebbe poi così diversa da una cena di Natale babbana in Inghilterra. A Hogwarts si pasteggia a suon di tacchini e pudding flambé: nemmeno il mago più potente riesce a resistere alla bontà delle leccornie, o ad evitare di addormentarsi sul tavolo dopo il lauto pasto. Il tocco magico che manca decisamente nelle tavole babbane? Ogni volta che sono vuoti, i piatti si riempiono magicamente da soli (anche se in realtà anche molte nonne e mamme meridionali sembrano avere questo superpotere…il potere del desiderio di condividere e stare insieme supera in questo caso le bacchette magiche). Volete provare l’emozione di cenare a Hogwarts? È possibile presso gli Harry Potter Studios a Londra, che organizzano cene a tema sia per Halloween che a Natale. Se visitate Oxford, la mensa del college di Christ Church sembra uscita direttamente dalle pagine della Rowling. Se invece volete provare a portare un po’della magia di Hogwarts a casa vostra, armatevi di grembiule e di The unofficial Harry Potter cookbook. Wooden spoons at the ready!

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I regali

Alcuni dei regali ricevuti dal povero Harry finiscono dritti nella lista dei peggiori regali della storia (tipo gli stuzzicadenti e le monete da 50 centesimi omaggiate dai Dursley). Personalmente, non mi dispiacerebbe invece ricevere uno dei maglioni fatti a mano dalla signora Weasley (riproposti da Primark a prezzi molto accessibili, ma senza l’elemento casalingo e artigianale, purtroppo).

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Temo invece che altri regali siano purtroppo un pelino più difficili da ricevere, tipo il mantello dell’invisibilità o una Firebolt. Si può invece rimediare a colpi di Cioccorane, caramelle di Bertie Bott o bottiglie di Burrobirra (ormai reperibili in diversi negozi specializzati o su Amazon).

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Tradizioni natalizie

Per alcuni versi, il Natale a Hogwarts ricorda quello babbano: eggnog, baci sotto il vischio (vi ricordate il primo bacio di Harry e Cho nella stanza delle necessità?) e canti di Natalecon la differenza che a cantarli spesso non sono carolers col cappello di Babbo Natale, ma giganti mezzi ubriachi, fantasmi quasi senza testa o il coro di Hogwarts, sotto la direzione del professor Vitious. La signora Weasley ama ascoltare le canzoni di Natale della sua cantante preferita, Celestina Warbeck; niente tombola per Harry e Ron, che preferiscono giocare agli scacchi dei maghi.

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Non possiamo dimenticare le elitarie ed aristocratiche feste di Natale del professor Lumacorno (non che noi umili babbani saremmo mai stati invitati), o le magiche decorazioni di Natale della Sala Grande di Hogwarts, che farebbero impallidire anche i fanatici del Natale più entusiasti ed estremi: una dozzina di alberi decorati e illuminati da candeline accese, agrifoglio e gufi dorati, ghiaccioli e luci incantate che in realtà sono fatine, neve magica che cade dal soffitto.

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Hogwarts raggiunge il suo massimo splendore in occasione dello Yule ball, diventando una Winter wonderland, un paesaggio incantato di neve e ghiaccio: una celebrazione della luce prima che Hogwarts precipiti nel caos e nell’oscurità.

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Lo spirito del Natale

Per dirla tutta, Natale non è sempre un periodo felice per Harry Potter. Non lo è quando vive della carità forzata dei Dursley, interrogandosi sulla sua identità e sentendo la mancanza dei genitori come non mai; non lo è durante il suo primo Natale a Hogwarts, durante le ore spese a guardare lo specchio delle brame, coltivando l’illusione di poter magicamente congiurare James e Lily  accanto a sé: non lo è quando, nell’ultimo capitolo della serie, Harry visita per la prima volta la tomba dei suoi genitori a Godric Hollow, dando una valenza quasi fisica a quella voragine che è la loro perdita.

Ma il nostro mago preferito è magico anche e soprattutto perché non ha paura di confrontarsi con il dolore, con la perdita, con il male, con l’oscurità che alberga dentro di lui, con la confusione, con la rabbia. Nel bene e nel male, Hogwarts gli regala una casa, una famiglia di amici, un posto nel mondo: anche quando la pace e la serenità di questo posto vengono messe in discussione dalle forze del male, Hogwarts rimane sempre la casa di Harry e di tutti noi che amiamo rifugiarci tra le pagine della Rowling.

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A Hogwarts Harry riceve i suoi primi regali di Natale: il mantello dell’invisibilità, il maglione fatto a mano dalla mamma di Ron, il flauto di legno fatto da Hagrid, le cioccorane di Ermione. In realtà, tra quei pacchetti più o meno magici sono nascosti i veri regali che Harry riceve: il senso di appartenenza, una maggiore consapevolezza e accettazione della sua identità e del suo passato, una famiglia di amici che rimarrà accanto a lui per tutta la vita, in modi e forme diverse.

Che sia un Natale magico per tutti, anche per noi babbani.

Soundtrack: Carol of the Bells

Il Calendario dell’Avvento letterario #22: più ci parliamo, più siamo vicini

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Questa casella è scritta e aperta da Marianna di Cose che non esistono

Pier-Vittorio-Tondelli

Ragazzi a Natale venne pubblicato nel dicembre 1985 su Per lui, mensile del gruppo Vogue. Oggi possiamo leggere questo raccontino di Pier Vittorio Tondelli in L’abbandono, una raccolta di testi di vario genere che avrebbe dovuto rappresentare nelle intenzioni dell’autore (che riuscì a curarne solo l’indice, prima di morire) la naturale prosecuzione del lavoro iniziato con Weekend postmoderno. Se quest’ultimo era stato un viaggio negli anni ‘80, quasi un reportage tra le stranezze, le euforie, gli scenari, le ossessioni di un decennio, L’abbandono ha preso forma come dialogo dell’autore con se stesso e riflessione sul suo ruolo culturale tra scritti d’occasione, lezioni, relazioni per convegni e interviste.
Troviamo anche una sezione dedicata ai racconti e qui Ragazzi a Natale che ha una struttura molto semplice: tre voci in prima persona raccontano il proprio Natale, uno a Roma, uno a Berlino e uno a Corvara.
(Spoiler: leggete bene il racconto e poi contate di nuovo le voci.)

Un ventiquattrenne italiano è a Berlino da poche settimane e si aggira da solo per le strade fredde e innevate. La scena è ostile su più livelli. La Gedächtniskirche, la chiesa della memoria, domina la Kurfürstendamm, la via dello shopping, con il suo cupo memento alla follia della guerra. Le difficoltà linguistiche creano una condizione di incomunicabilità e di isolamento quasi completo: per il giovane protagonista non c’è possibilità di contatto umano. Tutti si augurano Buon Natale e lui ancora non padroneggia bene la lingua. Ancora: dalla strada sbircia nelle case, dove la gente festeggia e le ombre danzano davanti alle finestre. La vicinanza, il contatto, il calore sono altrove e gli sono preclusi.
Queste immagini finiscono per sovrapporsi e concretizzarsi in condanna:  «[…]la vera guerra è questa, non l’odio che getta le persone l’una contro l’altra, ma soltanto la distanza che separa le persone che si amano […]. Per questo, in un certo senso, io sono in guerra.»

A Roma un ragazzo in servizio militare cerca disperatamente di farsi convalidare il permesso di trentasei ore grazie a cui potrà uscire a festeggiare. Ma non si riesce a trovare il colonnello responsabile, così il ragazzo è costretto a rimanere in caserma, rinunciando alla festa di Clara e allo smoking che già pregustava di indossare al posto della divisa. Da solo, steso sulla branda, la rabbia inizia a montare: prende forma anche qui un ostacolo linguistico. Gli altri ragazzi in caserma festeggiano spensierati col cibo del magazzino: sono tutti del sud e il protagonista è completamente escluso: «I siciliani, i napoletani, gli abruzzesi, i casertani, i sardi, i calabresi e i pugliesi fanno un casino della madonna. Hanno acceso la radio e cantano come indemoniati. Bevono e mangiano, ballano e brindano. Li odio! […] Si abbracciano e gridano e cantano, guardando le foto delle ragazze. Di questa ciurmaglia non capisco né le parole né i gesti: per me, sono arabi. È ormai mezzanotte: piangerei dalla rabbia».

Al contrario, il natale di Corvara fila proprio come il giovanissimo protagonista ha preventivato. Dopo aver sciato tutto il giorno con Marisa, una ragazza «veramente fuori dall’ordinario», cena velocemente in famiglia e poi di nuovo con Marisa a una festa in casa di lei, senza genitori, solo tanto cibo e spumante «benché siamo tutti minorenni». Il suo sogno romantico si realizza con tutti i cliché del caso: le mani si stringono, un bacio sulla guancia, i fuochi d’artificio a mezzanotte e la fiaccolata che scende a valle sullo sfondo. Non ci sono dubbi per il protagonista: «È Natale, e tutti sono felici».
Non c’è un’immagine che possa dirsi negativa o situazione che rappresenti una minaccia.
L’incomunicabilità non ha luogo e dunque non genera bolle di solitudine da scalfire. Al contrario: «[…] abbiamo sciato tutto il giorno a Pralongià: piste facilotte, sia ben chiaro, però ottime per conoscersi e fare conversazione, non essendo troppo impegnati nelle discese». Non ci sono barriere tra i personaggi: comunicare con un altro essere umano è la cosa più facile del mondo.

Ma si spera che almeno a Natale le storie abbiano un lieto fine, no? Non sarà merito della musica o del cibo o di qualche evento miracoloso che concederà ai protagonisti proprio quello che desideravano. La possibilità di essere felici si darà grazie alla comunicazione.

Al ragazzo di Roma si avvicina un commilitone con un bicchiere di vino. Qualcosa si scioglie: «E tutto strano, così strano. Mi sembra di non aver aspettato altro […]. È subito una gran festa, una povera festa per ragazzi in divisa».
Il ragazzo di Berlino prende un autobus e l’autista gli rivolge la parola: gli fa gli auguri e lo invita a una festa. Ammette allora di non sentirsi più in guerra e finisce per riferirsi alla capitale tedesca (che all’inizio lo allontanava e lo isolava) come a «la mia metropoli»: ritrovare una dimensione comunicativa, riappropriarsi  investe di strascischi positivi ogni altro aspetto dell’esistenza.

I personaggi più intensi di Tondelli sono spinti proprio da questo tipo di tensione: un bisogno di vicinanza, di affondare a piene mani in rapporti umani più sinceri possibile, più veri, più coinvolgenti. Soddisfare questo bisogno, o almeno agire nel tentativo di, li avvicina a qualcosa che può dirsi felicità.

Laddove hanno luogo difficoltà di comunicazione e comprensione l’epilogo non può essere che tragico, come accade per i protagonisti di Camere separate.

Invece, la storia di ognuno deve mescolarsi a quella degli altri. È quello che sta dietro alle scorribande notturne dei personaggi di Altri libertini e alla frenetica ricerca di sempre nuovi alleati sentimentali nel territorio nemico della caserma raccontata in Pao Pao. È proprio in Pao Pao che questa tensione trova formulazione come il destino dell’umanità intera: “[…] Noi siamo cariche affettive che vanno e girano e s’attaccano dove s’attaccano senza possibilità di spiegazione, insomma quel che sta succedendo o ci succederà non puoi né spiegarlo né prevederlo, tutto meno che la morte.”
E, ancora in Pao Pao, quella che inizia come una constatazione assolutamente privata, legata a fatti personali, tira poi in mezzo la voce, l’aspetto della comunicazione più carico di elementi sentimentali e sensoriali fino a tirare in mezzo, sul finire, addirittura la salvezza. Se consideriamo che viene pronunciata dal protagonista durante il periodo romano della sua leva militare, il più difficile, lontano dalle amicizie che era riuscito a crearsi nei mesi precedenti, questa brano sembra quasi prendere l’andamento di una preghiera: […] di loro non mi mancavano tanto i ricordi dei visi o i sorrisi che avevo stampati bene in mente, ma soprattutto la voce, le loro cantilene, le loro inflessioni […] io stavo lì a Piazza Farnese completamente rapito dalla mia babele di affetti vocali, espandendo le mie leggere disgrazie in quel profondo blu notte e bevendomi litri e litri  di disastratissima birra in lattina e cantandomi qualche accordo di quelli buoni per sentirmi meno solo, ma era tutta una bugia, mi guardavo e mi accorgevo che non c’era niente da fare: finivo dove finivano le mie mani, le mie labbra inaridivano una sull’altra […] Non so se il mio destino sarà rifiorire e trapiantarmi come sempre su altre storie e altri incroci e di là di nuovo ripartire e splendere e mischiarmi e intrecciarmi, oppure seccarmi e morire […] in fondo basta che abbia qualcuno da amare, basta un territorio di diffusione d’affetto e sarò per sempre salvo».

Dunque è arrivato il momento: Buon Natale, di cuore. Dove siete in questo momento? A Roma, a Berlino, a Corvara? Nell’affollato pranzo di famiglia chi occupa la sedia alla vostra destra e alla vostra sinistra? Quanto si stanno intrecciando le vostre storie? Quanto è grande il vostro territorio di diffusione d’affetto?

Il Calendario dell’Avvento letterario #21: se la neve è radioattiva. L’eternauta di Oesterheld

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Questa casella è scritta e aperta da Valeria di Chi legge trova

Natale: tempo di neve. I bambini la desiderano, i grandi la guardano con occhi sognanti, ricordando di battaglie epiche e di scuole chiuse. Eppure, la neve non è sempre ben accolta – e non sto parlando dei disagi causati al traffico. No, sto parlando di una neve più pericolosa, diciamo “radioattiva” o fosforescente: che fare se il semplice contatto con una neve arrivata dallo spazio, una neve aliena, uccide?

Sono le premesse de L’Eternauta, fumetto di fantascienza scritto da Héctor Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López, pubblicato dal 1957 in Argentina – oggi in un fantastico cartonato, con copertina di LRNZ.

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In Argentina il fumetto in questione ha raggiunto un notevole successo; oggi è considerato – a ragione – un capolavoro del fumetto mondiale. La saga, pur essendo puramente fantascientifica, fa riferimento alla situazione geopolitica del Sudamerica del periodo. La trama – un’invasione aliena violenta e improvvisa – è spesso considerata una sorta di anticipazione del golpe argentino del 1976 di Jorge Videla, del quale rimarrà vittima lo stesso Oesterheld, scomparso nel 1977, insieme alle sue quattro figlie e rispettivi mariti.

L’autore rimane vittima della profezia contenuta nella sua opera. Scrive la moglie Elsa a proposito di suo marito, uno dei tanti desaparecidos: “Ciò che nessuno poteva immaginare è che quella storia si sarebbe trasformata in una premonizione. La nevicata mortale cadde effettivamente sull’Argentina, facendo ‘sparire’ tutti coloro che credevano di poter aspirare a vivere in un paese più giusto: lo stesso Héctor ne rimase vittima, assieme alle nostre quattro figlie, ai mariti delle due più grandi e ai due nipoti che dovevano nascere”.

L’eternauta racconta una storia inquietante, tanto più inquietante perché il lettore sa che l’orrore è uscito dalle pagine di carta, ed è finito nel mondo reale.

La storia comincia e finisce nella stanza di uno sceneggiatore di fumetti nella Buenos Aires del 1957, e ha come protagonista Juan Galvez, uno strano personaggio che appare dal nulla e racconta di una misteriosa nevicata che, in una sera come quella, è entrata nella vita borghese in una grande città dell’America Latina (una Buenos Aires non ancora distrutta dalla dittatura e dalle crisi economiche). La nevicata è l’inizio di un’invasione aliena.

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Il racconto è lucido, cupo, freddo, ed è una premonizione della tragica situazione economica dell’America Latina e dell’Argentina, prossima alla fine temporanea della democrazia. Tutto in bianco e nero, L’eternauta ci ricorda che è importante diffidare di qualunque tipo di oppressione e di dittatura, che è importante combattere per la propria libertà.

Come un sergente nella neve, il nostro protagonista si batte per se stesso e per la propria famiglia, ma, sembra senza successo. Proprio come nella realtà, a vincere è la sopraffazione. Raccontare tutto, sotto forma di fumetto, è l’unico modo che ha l’autore e il protagonista della storia per dare un monito ai posteri.

Che fare? Che fare per evitare così tanto orrore? Sarà possibile evitarlo pubblicando tutto ciò che l’Eternauta mi ha raccontato? Sarà possibile?

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Il Calendario dell’Avvento letterario #20: un elfo da Macy’s

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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Peek A Book!

Babbo Natale e bambini
credits: timeout.com

David Sedaris non è sempre stato il famosissimo ed esilarante autore statunitense che il mondo conosce. Il successo per lui è arrivato a quasi quarant’anni, quando si è fatto conoscere ai più leggendo in radio “Santaland Diares” resoconto della sua esperienza nei panni di elfo per i grandi magazzini Macy’s di New York. Sommiamo un lavoro così fuori dall’ordinario a una mente ironica e tagliente come quella di Sedaris ed ecco che il successo radiofonico, e non solo, è assicurato.

Non vi aspettate solo buoni sentimenti, zuccherosità e spirito natalizio: i Santaland Diares sono invece l’ideale anche per chi il Natale non lo sopporta, perché Sedaris non fa altro che sbatterci davanti agli occhi la cruda realtà del consumismo natalizio e di come le persone (soprattutto i genitori in fila per una foto dei propri bambini con Babbo Natale) si trasformino.

Ecco l’incipit:

“Ero al bar che scorrevo le proposte di lavoro sul giornale quando leggo: “Macy’s Herald Square, il supermercato più grande del mondo offre magnifiche opportunità per gente di ogni forma e misura, estroversa e amante del divertimento, che cerca qualcosa in più di un semplice lavoro per le vacanze! Un lavoro come elfo nel Paese di Babbo Natale di Macy’s significa essere al centro della festa…”.

Sedaris si candida e ottiene il posto “mi hanno preso lo stesso perché sono basso: uno e sessantacinque. Quasi tutti quelli che hanno preso sono bassi. Uno è un nano. […] In una giornata intensa possono venire da Babbo Natale anche ventiduemila persone e mi hanno spiegato che un elfo è tenuto a preservare il buonumore anche nel tormento e nelle avversità. Ho promesso che l’avrei tenuto a mente”.
E ancora: “Il mio costume è verde. Indosso dei calzoncini verdi di velluto, un dolcevita giallo, un grembiule verde oliva e un berretto di lana a cono con pompon tempestato di lustrini. Questa è la mia tenuta da lavoro. Il mio nome da elfo è Focaccina”.

Elfo
credits: http://www.charlestoncitypapaer.com

Segue un intenso addestramento per tutti i Babbo Natale e gli elfi: una delle cose più importanti è imparare ad usare i registratori di cassa, perché nel Paese di Babbo Natale il vero e unico fine è vendere foto.

La gente si siede in grembo a Babbo Natale e si mette in posa. L’elfo Fotografo gli porge una strisciolina di carta con su scritto un numero. Un altro elfo compila il modulo e la foto arriva per posta qualche settimana dopo. Perciò l’unica cosa che vendiamo, in realtà, è l’idea di una foto. Un’idea costa nove dollari, tre idee diciotto”.

Quello che ho trovato più esilarante in questo racconto (ma anche quello su cui ho più riflettuto) è l’atteggiamento dei genitori quando arriva il turno dei propri bambini di salire sulle ginocchia di Babbo Natale: “I più piccini, quelli dai due ai quattro anni, tendono ad avere paura di Babbo Natale. A loro non frega nulla di farsi fare la foto, perché non sanno cos’è. Non sono vanitosi, sono bambini. […] Ho visto una donna dare uno schiaffo alla sua bambina che piangeva e sbatacchiarla gridando: “Cristo santo, Rachel, adesso tu salti in braccio a Babbo Natale e fai un bel sorriso, altrimenti te lo do io un buon motivo per piangere!Spesso scatto foto a bambini che piangono. Ancora più grottesco è fotografare un bambino in lacrime con un falso ghigno stampato in faccia”.

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Ci sono poi le immancabili richieste a sfondo razzista delle persone in fila per la foto: “Vorremmo un Babbo Natale tradizionale. Sono sicura che capisce di cosa sto parlando”. Oppure: “L’anno scorso ci avete dato un Babbo Natale color cioccolato. Fate in modo che non accada di nuovo”. O ancora: “Fate in modo che quest’anno ce ne capiti uno bianco. L’anno scorso ci hanno rifilato un nero. […] Bianco. Bianco come noi”.

Il Paese di Babbo Natale di Macy’s raccontato da Sedaris è quindi più un girone infernale del luogo fatato che, invece, ci si aspetterebbe ed è abitato dalle peggiori versioni di noi, disposti a fare una fila di due ore, pur di ottenere una foto dei nostri bambini in grembo ad uno sconosciuto, foto che ci arriverà a casa dopo settimane, magari a feste terminate.

Ovviamente il racconto è dolce-amaro, perché Sedaris bilancia bene questi aspetti negativi dell’umanità tutta con la sua ironia dissacrante e adorabile, ormai marchio di fabbrica dei suoi racconti, che sono sempre a sfondo autobiografico.

Il Natale ci rende – forse – più buoni ma, perlomeno nei grandi magazzini Macy’s di New York, è anche assolutamente capace di tirare fuori il peggio di noi.

David Sedaris “I diari del Paese di Babbo Natale” nella raccolta “Ciclopi” Mondadori, trad. Matteo Colombo (titolo originale “Santaland Diares”).

Qui i Santaland Diaries letti da Sedaris stesso nella versione radiofonica del 1992 che gli ha dato il successo.

 

Il Calendario dell’Avvento letterario #19: i figli di Babbo Natale, l’ultima profezia di Marcovaldo

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Questa casella è scritta e aperta da Cristina di Athenae Noctua 

I figli di Babbo Natale

Quando le città iniziano a punteggiarsi di lucine e lucette, quando nelle vetrine appaiono alberelli, festoni, angioletti e stelline, quando nel calore della casa si diffonde l’aroma del cioccolato, della cannella e del burro, anche nell’animo cambia qualcosa: che si avverta o meno il significato religioso del Natale, per la gran parte delle persone i giorni delle feste rappresentano un momento di tranquillità, l’affacciarsi di un sentimento che rompe la consuetudine. C’è però anche una grande insidia in questa atmosfera affascinante: è facile confondere l’opportunità di serenità e condivisione che essa offre con una sfrenata corsa al consumismo, con gli sprechi alimentari, con i regali di facciata, con le chincaglierie che offrono solo l’ennesimo apparato esteriore.

Siamo ormai assuefatti al delirio dell’acquisto natalizio (che, poi, non si limita a questo periodo dell’anno), ma è singolare e anche un tantino inquietante notare che esso era già stato profetizzato nella nostra letteratura: è del 1990 il racconto Ce n’è troppo di Natale di Dino Buzzati, incluso nella raccolta Lo strano Natale di Mr. Scrooge e altri racconti, ma già nel 1963 Italo Calvino raccontava, nella singolare antologia Marcovaldo ovvero le stagioni in città, di inverni dominati dalla corsa agli acquisti.

Dalla frenesia commerciale delle feste scaturisce l’ultimo racconto, I figli di Babbo Natale, nel quale l’autore, attraverso il suo tipico registro umoristico, mette a nudo le contraddizioni insite nelle feste, occasione per le aziende di farsi pubblicità e di innescare nella gente il desiderio di elargire buoni sentimenti e contanti. Contanti, soprattutto. Lo si capisce fin dalla sintetica affermazione iniziale:

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti.

Le aziende della città fanno a gara nel distribuire doni e gadget, comprando le une i prodotti delle altre e selezionando ciascuna il proprio Babbo Natale, da spedire nelle case dei clienti e dei partner e nei negozi a consegnare le strenne. Naturalmente alla S.B.A.V. il compito spetta a Marcovaldo, l’unico che presenta i requisiti adeguati, ché non ci sarebbe gusto a scegliere un dipendente anziano, perdendosi il piacere di agghindarlo per bene.

Fu comprata un’acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.

Marcovaldo si assume volentieri l’incarico, pregustando l’avvicinarsi del pagamento dello stipendio, della tredicesima mensilità e dello straordinario.

Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio.

Entusiasta del compito ricevuto, Marcovaldo decide di passare da casa prima di iniziare il suo giro di distribuzione dei regali aziendali, pregustando la reazione stupita dei suoi bambini. Questi, però, smontano subito la sua euforia: lo hanno riconosciuto, proprio come hanno fatto con tutti gli altri Babbo Natale, molti dei quali truccati anche meglio di lui. Il primo passo verso il crollo delle fantasie natalizie è compiuto: l’illusione dei fanciulli è stata sovraccaricata e soppiantata da una deludente realtà iperpopolata di vecchi barbuti vestiti di rosso.

Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po’ ci avevano fatto l’abitudine e non ci badavano più.

Deluso a sua volta, Marcovaldo si interessa di ciò che sta catturando l’attenzione dei suoi figli, che hanno individuato sul libro di lettura una missione importante da compiere in occasione del Natale, quella di fare un regalo ad un bambino povero. Lo scenario diventa grottesco:

Marcovaldo stava per dire: “Siete voi i bambini poveri!”, ma durante quella settimana s’era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: – Bambini poveri non ne esistono più!

Marcovaldo mette a tacere l’obiezione che gli sorgerebbe spontanea, considerando i mille sacrifici che è costretto a fare per mantenere la famiglia: è talmente invischiato nella frenesia natalizia e abbagliato dal proprio costume rosso, che perfino le stringenti necessità del resto dell’anno cedono e vengono minimizzate. Perfino di fronte alla domanda di Filippetto e Michelino, che gli chiedono perché, in quanto Babbo Natale, non abbia portato dei regali anche a loro, Marcovaldo risponde con un paradosso: non è il Babbo Natale delle Risorse Umane, ma quello delle Relazioni Pubbliche, ergo, per potersi permettere i regali, i dipendenti devono prestarsi a straordinari come quello che sta svolgendo lui stesso.

Ormai pronto ad iniziare le consegne, Marcovaldo decide di portare con sé Michelino nel suo giro, tuttavia la città pullula di Babbi Natale e ormai la gente è stufa di aprire la porta all’ennesimo fattorino rossovestito.

Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all’automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un’aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell’enorme macchinario delle Feste.

[…] Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.

Ad un certo punto Marcovaldo e Michelino bussano alla porta di una casa lussuosa. Neanche il tempo di esibire la formula di augurio rituale a nome della S.B.A.V., che Marcovaldo si sente dire che il suo è il trecentododicesimo regalo che viene recapitato. Il pacco è destinato Gianfranco, un bambino annoiato e apatico che siede nel mezzo di una stanza addobbata come un salone da ricevimento.

Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell’abete s’impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c’era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un’aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era lì intorno non lo riguardasse.

Marcovaldo recapita il suo regalo, ma Michelino scompare e solo una volta rientrato a casa il padre riesce a scoprire dove sia andato. Michelino ha scambiato Gianfranco per un bambino povero, infelice come gli era apparso, così lui e i fratellini hanno provveduto a consegnargli dei regali, che erano poi tutto ciò che avevano potuto trovare in casa: un martello, un tirasassi e dei fiammiferi. Felicissimo dei doni ricevuti, Gianfranco li ha messi in opera, utilizzandoli per distruggere prima i giocattoli e gli addobbi dell’albero, poi i lampadari e i mobili, fino ad incendiare l’intera abitazione.

Marcovaldo è allibito e non si aspetta altro che il licenziamento, eppure il giorno seguente, al lavoro, di quella che per lui è stata una catastrofe si sta parlando con un’eccitazione senza limiti.

– Presto! Bisogna sostituire i pacchi! – dissero i Capiufficio. – L’Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!

– Cosi tutt’a un tratto… – commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima…

– È stata una scoperta improvvisa del presidente, – spiegò un altro. – Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi…

– Quel che più conta, – aggiunse il terzo, – è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato… Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d’un bambino… Il presidente dell’Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell’entusiasmo…

Marcovaldo è disorientato, ammutolito dalla logica perversa del consumismo: il regalo che distrugge il regalo, la gioia di un bambino che gode nell’eliminare quello che doveva rappresentare un gesto di condivisione, l’ingenuità dei figli che, nel compiere un disinteressato atto d’amore verso un coetaneo viziato, hanno invece suggerito una grottesca strategia di maketing.

A Marcovaldo non resta che uscire dalla città illuminata a giorno, a cercare ai margini del bosco gli ultimi segni di un ciclo vitale che ha ancora il suo senso, laddove la neve ricopre le tane dei conigli e il lupo attende invano la preda.

C’è ironia nelle poche pagine che compongono il racconto I figli di Babbo Natale, un umorismo amaro, che, tuttavia, proprio nel ridicolizzare la follia consumistica delle feste, ricorda quali sono i veri gesti che danno valore al Natale: Michelino e i suoi fratelli, con la loro purezza, non pretendono nulla, non danno per scontata la felicità di Gianfranco per il solo fatto che è immerso in una reggia sfavillante, perché la sua espressione triste lo rende la vittima stessa della sovrabbondanza in cui vive. Michelino ha notato l’espressione infelice di Gianfranco e, ignaro delle conseguenze del suo gesto, ha compiuto un autentico gesto di affetto.

E il compito è nostro: sta a ciascuno di noi dare valore alle piccole cose, a noi far sì che una manifestazione di affetto non si trasformi in un vuoto rituale finalizzato ad oliare la macchina dei consumi ma possa innescare un circolo virtuoso di condivisione, calore e gioia.

Il Calendario dell’Avvento letterario #18: versi “quasi” natalizi di Giovanni Raboni

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Questa casella è scritta e aperta da Manuela di Parole senza rimedi

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Me l’ero ripromessa. Dài, quest’anno un post felice sul Natale, da regalare al bellissimo calendario dell’avvento letterario di Manuela. Su, coraggio. Ci ho provato. Ho provato a essere allegra e lieta, ma qui sopra, per tradizione, sono la guastafeste del Natale, Manuela lo sa e spero mi perdonerà.

Che poi sarebbe un errore dire che odi il Natale, solo la festa delle luci e della gioia spesso fa nascere in me qualcosa simile alla malinconia, forse un po’ più tenue.

Ed eccomi qui, ancora. Come si poteva prevedere, poi, la mia casellina parlerà di poesia.

Ho tentato di trasgredire e cercare racconti natalizi, romanzi, opere bizzarre che stuzzicassero la mia ispirazione, un po’ di colore e di allegria, e proprio mentre pensavo di averlo trovato… Ho notato che era già stato scritto!

Allora, mentre mi arrovellavo per trovare una nuova idea, ecco, tra libri e ricordi, ho fatto un tuffo nell’universo poetico, scavando nei versi e pensando al Natale.

Ho aperto una raccolta di Giovanni Raboni. Poeta milanese, classe 1932 (morto, troppo presto, nel 2004) amatissimo. “Non credo sia adatto”, ho pensato.

Ma ho continuato a leggere e ho respirato i versi che sento forti, mi sono addentrata nelle pieghe di una vita d’artista al limite tra la gioia e il dolore, in continuo viaggio, lento, tra i giorni e la passione.

Sfogliando le pagine di questo autore, tra passaggi poetici adorati e disperati, freschi a ogni lettura, anche lontana nel tempo, mi sono ricordata di qualche parola, un frammento, dedicato a dicembre e alle sue feste. Ho cercato nella memoria, nelle raccolte che avevo a disposizione. Non lo trovavo. Il testo in questione, scritto dall’autore in occasione del Natale 1997, era infatti apparso sulle pagine del “Corriere della sera” e i lacerti di testo si erano depositati nella mia mente come una traccia, un ricordo forse delle letture degli anni universitari.

In “Versi di Natale”, Raboni rivive e reinventa nella sua mente la notte della Vigilia, immaginando l’arrivo di pastori, che riconosce a uno a uno, carne della sua carne e ossa, e spirito, in cui rispecchiarsi.

L’ottica di tale poesia, certamente, non è quella serena del fanciullo che attende regali o s’incanta di fronte alle decorazioni, ma con lo stesso incanto si vede, tra i versi, il pensiero di un uomo e di un artista che cerca nello scorrere degli anni – il Natale inteso quasi come “confine” – la sua verità e una fonte di speranza possibile, spesso delusa.

 

Versi di Natale

Il mattino del mondo è nella notte

che lo precede, nello zampettìo

dei messaggeri di frodo sulla neve.

Niente, si sa, succede quando deve,

ogni cosa s’adempie in un momento

che non è il suo. Dentro la carovana

che s’avvicina immobile alla grotta

vi riconosco uno per uno, spiriti

benedicenti, mia carne, mie ossa: e

imploro di restarvi prigioniero

nell’amen che separa il ventiquattro

dicembre dal venticinque dicembre.

fiocco-neve

“Il mattino del mondo”, l’inizio di tutto, è già racchiuso in una vigilia vissuta “di frodo”, quasi la visita dei pastori alla grotta fosse un atto di “contrabbando”, non consentito, in una vita in cui spesso l’uomo è esule dalla sua stessa esistenza. La vigilia di Natale, che si compie ogni anno come rito sempre uguale, diviene il luogo di un atto non consentito, perché “niente, si sa, succede quando deve, / ogni cosa s’adempie in un momento / che non è il suo.” E il poeta – spettatore di questa notte – sembra riconoscere ad uno ad uno i pastori, nella comunanza dell’umanità che si ritrova, nuova e uguale, ogni Natale. Li riconosce nella carne, nelle ossa, nello spirito e sogna di rimanere loro prigioniero (incantato, forse, nell’immobile e irreale magia della notte di Natale) in questo “amen” (e così sia, si va verso la fine di un altro anno e l’inizio di una nuova avventura) che separa il ventiquattro dicembre dal venticinque dicembre.

In punta di piedi, in una notte gelata, tra lo zampettio dei messaggeri, ogni uomo può percepire i propri fantasmi e desiderare di rimanere immobile sulla loro carovana.

Raboni non è il classico poeta da Natale, come dicevo in precedenza, e lo scrive anche in un’altra poesia: “Ma adesso, adesso – e Cesare che vuole / una poesia di Natale, da me! con l’aria che tira / di peste, tersa, meravigliosa […]” ma proprio nella festività ritrova quella febbricitante eccitazione che è forse lo specchio dell’uomo di fronte al passare inevitabile del tempo, o solo la consapevolezza di non poterlo fermare e di poter solo constatare che l’aria di Natale è un’aria “di peste”, ma anche “tersa e meravigliosa”.

Tale atmosfera nartalizia c’è anche in un altro componimento dell’autore, intitolato appunto “Mattino di Natale”.

 

“Gli sguatteri del principe, amico dei miei amici,

escono di buonora nella piazza

già coperta di neve

battendo i denti per il freddo nei loro bianchi grembiali

e chiamano con grida e casseruole

gli sparuti passanti: un venditore

di castagne, un soldato, un suonatore

di cornamusa, due spazzacamini…

che s’infilino presto nell’umido portone

del palazzo e poi giù nelle cucine soffocanti – li aiutino a servire

nella piccola cappella indicibilmente profana

un’anatra arrosto sul pavimento.”

C’è sempre il freddo, la neve già presente nei “Versi di Natale”, e il senso di spaesamento, in un’atmosfera che si fa più profana che sacra, ma anche di forte collaborazione e solidarietà in un Natale povero ma molto umano.

Così, il Natale di Raboni è una festa di gelo, sì, ma anche di comune fratellanza tra simili in carne, ossa e spirito.

In questi versi, come possiamo notare, il Natale diventa il pretesto per una riflessione più ampia sulla vita e sulla morte, che non cambiano le tradizioni ma ci trasformano in esse.

Un incantesimo che ci lascia sempre a bocca aperta, nella notte del mistero in cui forse, anche noi, vorremmo essere prigionieri dell’incanto dei pastori.

E, per parafrasare i versi precedenti “E Manuela che vuole / un post di Natale, da me! con l’aria che tira” anche quest’anno si dovrà accontentare di un post su chi, il Natale, lo scrive sempre un po’ da lontano e con gli occhi chiusi.

Ma non ne rimane mai indifferente.

Tanti auguri a tutti.

Il Calendario dell’Avvento letterario #17: il meraviglioso Natale di una famiglia disfunzionale

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Questa casella è scritta e aperta da Erica di La leggivendola

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Quando si parla di libri e Natale, i primi titoli che vengono in mente sono grandi classici come Piccole donne di Louisa May Alcott, A Christmas Carol di Charles Dickens, o Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi di H.T.A. Hoffmann. L’incipit del primo, “Natale non è Natale senza regali”, frase pronunciata da una sconsolata Jo mentre attende insieme alle sorelle il ritorno della madre, è l’inizio di una delle scene biblionatalizie più emblematiche della letteratura.

Ho sempre amato il Natale, fin da piccola, e a quanto pare l’avvento della maturità non ha scalfito il mio entusiasmo per luci colorate, decorazioni, alberi, regali etc. Cerco ancora per la città le mie luminarie preferite, pregusto il giorno in cui farò l’albero e mi autoinvito alle decorazioni degli amici, – forse esagero? Mi sa che esagero. Ma per me il Natale ha ancora quella magia.

Che dire, spero che duri.

Il Natale è vissuto con particolare intensità nella società occidentale, ed è per questo che si tratta di una festività ricorrente nella letteratura, – tralasciamo il cinema, perché ci perdiamo in una produzione immane – soprattutto se parliamo di romanzi incentrati sui rapporti famigliari. Le scene durante le festività natalizie sembrano ogni volta gettare una luce più intensa e precisa sulle relazioni che intercorrono tra gli individui, nel modo in cui il Natale è pensato e festeggiato e in cui ognuno spera che si sviluppi, i regali che si pensano per gli altri e quello che si è pronti a sacrificare per poterli acquistare. Forse è questo, a prescindere dalle radici cristiane o da motivazioni più ludiche, che continua a tenerci legati al 25 dicembre e alle sue tradizioni. Quello che scegliamo di fare in quei giorni, e con chi, dice molto di quello che proviamo.

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Qualche mese fa ho letto Elmet di Fiona Mozley (Fazi editore, 2018), un romanzo di cui secondo me non si è parlato abbastanza e che personalmente ho adorato. Protagonista è Daniel, un quindicenne affamato e sperduto che vaga alla ricerca della sorella maggiore, e ci racconta in retrospettiva di come il suo mondo si è sbriciolato. Fino a pochi giorni prima viveva col padre e la sorella Cathy in una casetta nel bosco, isolata dal mondo civile che diamo per scontato, secondo i ritmi di una natura faticosa da trattare. Elmet è un paesino sperduto nello Yorkshire, l’ultimo regno celtico indipendente, in cui vige una concezione di società antica, che vede il controllo dello Stato come un’intromissione indesiderata e la polizia come un antagonista per lo più assente, e comunque molesto. Elmet è un paese che vive di sotterfugi, malavita e sfruttamento. La famiglia di Daniel non fa eccezione; il padre, il gigantesco John, si guadagna da vivere coi combattimenti clandestini, e di che mangiare con la caccia. Cathy è una creatura selvatica, ferale, di cui si riesce a subodorare la pericolosità. Daniel non è come loro, ha un’anima diversa, delicata, priva di quell’istintiva ferocia che contraddistingue la sua famiglia dal resto della società, e che gli fa sembrare il padre e la sorella come esponenti di un’altra razza.

Tralasciamo la trama, i ricordi della madre scomparsa, i nemici giurati, il finale; tralasciamo ciò che fa del romanzo quel romanzo per un attimo, perché vorrei parlare di una scena in particolare, in cui l’atmosfera natalizia esplode e si fa quasi magica.

John è stato assente tutto il giorno, e Daniel inizia a preoccuparsi. Ma Papà torna, e chiede ai figli di seguirlo nel bosco. È una notte d’inverno e fa freddo, e non ricevono alcuna spiegazione su dove stiano andando. Ma non ha importanza, Cathy e Daniel del padre si fidano ciecamente, e sanno che con lui saranno al sicuro. Arrivano in una radura che odora di cherosene, e scoprono l’albero di Natale che il padre ha preparato per loro. Un tripudio di lampade accuratamente appese ai rami di un albero enorme, una scena fantastica in un bosco immerso nella neve. Rimangono incantati a fissarlo, persi in quella che non posso non considerare la pura magia del Natale; e anche se ho letto Elmet mesi fa, ben prima dell’inizio delle feste, ricordo chiaramente che per me il periodo natalizio è iniziato quel giorno.

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Come scrivevo all’inizio, il Natale è percepito come una festa tipicamente famigliare; le relazioni diventano più evidenti, i legami si rinsaldano anche solo per pochi giorni, o vengono messi alla prova; l’assenza si manifesta in maniera più netta, straziante. Penso all’incipit di Anna Karenina, forse la citazione più celebre di Tolstoj, “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”, e mi viene da aggiungere che tutte le famiglie festeggiano il Natale a modo loro, e sono proprio quelle più strane, disfunzionali e imperfette a farci ripensare a come decidiamo di intendere e vivere la nostra.

Quella di Daniel è un nido nel bosco, separato dal resto del mondo, una situazione anomala e per tanti versi preoccupante, in cui un quindicenne e una diciassettenne non frequentano una scuola pubblica, mancano di amici della loro età, talvolta accompagnano quando deve misurarsi contro uno sconosciuto in un combattimento clandestino. Sono poveri, non hanno granché, e quello che hanno devono sudarselo. È una famiglia che potremmo definire disfunzionale per un sacco di ragioni, e tuttavia basta un albero illuminato di quella luce calda che bagna la neve appena calpestata, ed è Natale non meno che in Piccole donne.

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Perché certo, la situazione non sarà delle più ottimali, ma l’essenziale diventa all’improvviso più che abbastanza: un nucleo ristretto di persone che si vogliono bene, e un padre che nonostante tutto cerca di dare ai figli ciò di cui pensa abbiano bisogno. Funzionale o disfunzionale, una famiglia è tutta lì.

Non era quello che mi aspettavo di trovare in Elmet, ma è qualcosa che sono contenta di aver trovato. E spero che in un modo o nell’altro, troviate un modo di festeggiare; che sia per le luci, per l’albero o per la compagnia.