Il Calendario dell’Avvento letterario #22: più ci parliamo, più siamo vicini

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Questa casella è scritta e aperta da Marianna di Cose che non esistono

Pier-Vittorio-Tondelli

Ragazzi a Natale venne pubblicato nel dicembre 1985 su Per lui, mensile del gruppo Vogue. Oggi possiamo leggere questo raccontino di Pier Vittorio Tondelli in L’abbandono, una raccolta di testi di vario genere che avrebbe dovuto rappresentare nelle intenzioni dell’autore (che riuscì a curarne solo l’indice, prima di morire) la naturale prosecuzione del lavoro iniziato con Weekend postmoderno. Se quest’ultimo era stato un viaggio negli anni ‘80, quasi un reportage tra le stranezze, le euforie, gli scenari, le ossessioni di un decennio, L’abbandono ha preso forma come dialogo dell’autore con se stesso e riflessione sul suo ruolo culturale tra scritti d’occasione, lezioni, relazioni per convegni e interviste.
Troviamo anche una sezione dedicata ai racconti e qui Ragazzi a Natale che ha una struttura molto semplice: tre voci in prima persona raccontano il proprio Natale, uno a Roma, uno a Berlino e uno a Corvara.
(Spoiler: leggete bene il racconto e poi contate di nuovo le voci.)

Un ventiquattrenne italiano è a Berlino da poche settimane e si aggira da solo per le strade fredde e innevate. La scena è ostile su più livelli. La Gedächtniskirche, la chiesa della memoria, domina la Kurfürstendamm, la via dello shopping, con il suo cupo memento alla follia della guerra. Le difficoltà linguistiche creano una condizione di incomunicabilità e di isolamento quasi completo: per il giovane protagonista non c’è possibilità di contatto umano. Tutti si augurano Buon Natale e lui ancora non padroneggia bene la lingua. Ancora: dalla strada sbircia nelle case, dove la gente festeggia e le ombre danzano davanti alle finestre. La vicinanza, il contatto, il calore sono altrove e gli sono preclusi.
Queste immagini finiscono per sovrapporsi e concretizzarsi in condanna:  «[…]la vera guerra è questa, non l’odio che getta le persone l’una contro l’altra, ma soltanto la distanza che separa le persone che si amano […]. Per questo, in un certo senso, io sono in guerra.»

A Roma un ragazzo in servizio militare cerca disperatamente di farsi convalidare il permesso di trentasei ore grazie a cui potrà uscire a festeggiare. Ma non si riesce a trovare il colonnello responsabile, così il ragazzo è costretto a rimanere in caserma, rinunciando alla festa di Clara e allo smoking che già pregustava di indossare al posto della divisa. Da solo, steso sulla branda, la rabbia inizia a montare: prende forma anche qui un ostacolo linguistico. Gli altri ragazzi in caserma festeggiano spensierati col cibo del magazzino: sono tutti del sud e il protagonista è completamente escluso: «I siciliani, i napoletani, gli abruzzesi, i casertani, i sardi, i calabresi e i pugliesi fanno un casino della madonna. Hanno acceso la radio e cantano come indemoniati. Bevono e mangiano, ballano e brindano. Li odio! […] Si abbracciano e gridano e cantano, guardando le foto delle ragazze. Di questa ciurmaglia non capisco né le parole né i gesti: per me, sono arabi. È ormai mezzanotte: piangerei dalla rabbia».

Al contrario, il natale di Corvara fila proprio come il giovanissimo protagonista ha preventivato. Dopo aver sciato tutto il giorno con Marisa, una ragazza «veramente fuori dall’ordinario», cena velocemente in famiglia e poi di nuovo con Marisa a una festa in casa di lei, senza genitori, solo tanto cibo e spumante «benché siamo tutti minorenni». Il suo sogno romantico si realizza con tutti i cliché del caso: le mani si stringono, un bacio sulla guancia, i fuochi d’artificio a mezzanotte e la fiaccolata che scende a valle sullo sfondo. Non ci sono dubbi per il protagonista: «È Natale, e tutti sono felici».
Non c’è un’immagine che possa dirsi negativa o situazione che rappresenti una minaccia.
L’incomunicabilità non ha luogo e dunque non genera bolle di solitudine da scalfire. Al contrario: «[…] abbiamo sciato tutto il giorno a Pralongià: piste facilotte, sia ben chiaro, però ottime per conoscersi e fare conversazione, non essendo troppo impegnati nelle discese». Non ci sono barriere tra i personaggi: comunicare con un altro essere umano è la cosa più facile del mondo.

Ma si spera che almeno a Natale le storie abbiano un lieto fine, no? Non sarà merito della musica o del cibo o di qualche evento miracoloso che concederà ai protagonisti proprio quello che desideravano. La possibilità di essere felici si darà grazie alla comunicazione.

Al ragazzo di Roma si avvicina un commilitone con un bicchiere di vino. Qualcosa si scioglie: «E tutto strano, così strano. Mi sembra di non aver aspettato altro […]. È subito una gran festa, una povera festa per ragazzi in divisa».
Il ragazzo di Berlino prende un autobus e l’autista gli rivolge la parola: gli fa gli auguri e lo invita a una festa. Ammette allora di non sentirsi più in guerra e finisce per riferirsi alla capitale tedesca (che all’inizio lo allontanava e lo isolava) come a «la mia metropoli»: ritrovare una dimensione comunicativa, riappropriarsi  investe di strascischi positivi ogni altro aspetto dell’esistenza.

I personaggi più intensi di Tondelli sono spinti proprio da questo tipo di tensione: un bisogno di vicinanza, di affondare a piene mani in rapporti umani più sinceri possibile, più veri, più coinvolgenti. Soddisfare questo bisogno, o almeno agire nel tentativo di, li avvicina a qualcosa che può dirsi felicità.

Laddove hanno luogo difficoltà di comunicazione e comprensione l’epilogo non può essere che tragico, come accade per i protagonisti di Camere separate.

Invece, la storia di ognuno deve mescolarsi a quella degli altri. È quello che sta dietro alle scorribande notturne dei personaggi di Altri libertini e alla frenetica ricerca di sempre nuovi alleati sentimentali nel territorio nemico della caserma raccontata in Pao Pao. È proprio in Pao Pao che questa tensione trova formulazione come il destino dell’umanità intera: “[…] Noi siamo cariche affettive che vanno e girano e s’attaccano dove s’attaccano senza possibilità di spiegazione, insomma quel che sta succedendo o ci succederà non puoi né spiegarlo né prevederlo, tutto meno che la morte.”
E, ancora in Pao Pao, quella che inizia come una constatazione assolutamente privata, legata a fatti personali, tira poi in mezzo la voce, l’aspetto della comunicazione più carico di elementi sentimentali e sensoriali fino a tirare in mezzo, sul finire, addirittura la salvezza. Se consideriamo che viene pronunciata dal protagonista durante il periodo romano della sua leva militare, il più difficile, lontano dalle amicizie che era riuscito a crearsi nei mesi precedenti, questa brano sembra quasi prendere l’andamento di una preghiera: […] di loro non mi mancavano tanto i ricordi dei visi o i sorrisi che avevo stampati bene in mente, ma soprattutto la voce, le loro cantilene, le loro inflessioni […] io stavo lì a Piazza Farnese completamente rapito dalla mia babele di affetti vocali, espandendo le mie leggere disgrazie in quel profondo blu notte e bevendomi litri e litri  di disastratissima birra in lattina e cantandomi qualche accordo di quelli buoni per sentirmi meno solo, ma era tutta una bugia, mi guardavo e mi accorgevo che non c’era niente da fare: finivo dove finivano le mie mani, le mie labbra inaridivano una sull’altra […] Non so se il mio destino sarà rifiorire e trapiantarmi come sempre su altre storie e altri incroci e di là di nuovo ripartire e splendere e mischiarmi e intrecciarmi, oppure seccarmi e morire […] in fondo basta che abbia qualcuno da amare, basta un territorio di diffusione d’affetto e sarò per sempre salvo».

Dunque è arrivato il momento: Buon Natale, di cuore. Dove siete in questo momento? A Roma, a Berlino, a Corvara? Nell’affollato pranzo di famiglia chi occupa la sedia alla vostra destra e alla vostra sinistra? Quanto si stanno intrecciando le vostre storie? Quanto è grande il vostro territorio di diffusione d’affetto?

One thought on “Il Calendario dell’Avvento letterario #22: più ci parliamo, più siamo vicini

  1. Bellissimo post! Apprezzo molto Tondelli e non conoscevo questo racconto (recupererò al più presto). La magia del Natale si è realizzata, malgrado diverse difficoltà!

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