Il Calendario dell’Avvento letterario #19: i figli di Babbo Natale, l’ultima profezia di Marcovaldo

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Questa casella è scritta e aperta da Cristina di Athenae Noctua 

I figli di Babbo Natale

Quando le città iniziano a punteggiarsi di lucine e lucette, quando nelle vetrine appaiono alberelli, festoni, angioletti e stelline, quando nel calore della casa si diffonde l’aroma del cioccolato, della cannella e del burro, anche nell’animo cambia qualcosa: che si avverta o meno il significato religioso del Natale, per la gran parte delle persone i giorni delle feste rappresentano un momento di tranquillità, l’affacciarsi di un sentimento che rompe la consuetudine. C’è però anche una grande insidia in questa atmosfera affascinante: è facile confondere l’opportunità di serenità e condivisione che essa offre con una sfrenata corsa al consumismo, con gli sprechi alimentari, con i regali di facciata, con le chincaglierie che offrono solo l’ennesimo apparato esteriore.

Siamo ormai assuefatti al delirio dell’acquisto natalizio (che, poi, non si limita a questo periodo dell’anno), ma è singolare e anche un tantino inquietante notare che esso era già stato profetizzato nella nostra letteratura: è del 1990 il racconto Ce n’è troppo di Natale di Dino Buzzati, incluso nella raccolta Lo strano Natale di Mr. Scrooge e altri racconti, ma già nel 1963 Italo Calvino raccontava, nella singolare antologia Marcovaldo ovvero le stagioni in città, di inverni dominati dalla corsa agli acquisti.

Dalla frenesia commerciale delle feste scaturisce l’ultimo racconto, I figli di Babbo Natale, nel quale l’autore, attraverso il suo tipico registro umoristico, mette a nudo le contraddizioni insite nelle feste, occasione per le aziende di farsi pubblicità e di innescare nella gente il desiderio di elargire buoni sentimenti e contanti. Contanti, soprattutto. Lo si capisce fin dalla sintetica affermazione iniziale:

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti.

Le aziende della città fanno a gara nel distribuire doni e gadget, comprando le une i prodotti delle altre e selezionando ciascuna il proprio Babbo Natale, da spedire nelle case dei clienti e dei partner e nei negozi a consegnare le strenne. Naturalmente alla S.B.A.V. il compito spetta a Marcovaldo, l’unico che presenta i requisiti adeguati, ché non ci sarebbe gusto a scegliere un dipendente anziano, perdendosi il piacere di agghindarlo per bene.

Fu comprata un’acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.

Marcovaldo si assume volentieri l’incarico, pregustando l’avvicinarsi del pagamento dello stipendio, della tredicesima mensilità e dello straordinario.

Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio.

Entusiasta del compito ricevuto, Marcovaldo decide di passare da casa prima di iniziare il suo giro di distribuzione dei regali aziendali, pregustando la reazione stupita dei suoi bambini. Questi, però, smontano subito la sua euforia: lo hanno riconosciuto, proprio come hanno fatto con tutti gli altri Babbo Natale, molti dei quali truccati anche meglio di lui. Il primo passo verso il crollo delle fantasie natalizie è compiuto: l’illusione dei fanciulli è stata sovraccaricata e soppiantata da una deludente realtà iperpopolata di vecchi barbuti vestiti di rosso.

Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po’ ci avevano fatto l’abitudine e non ci badavano più.

Deluso a sua volta, Marcovaldo si interessa di ciò che sta catturando l’attenzione dei suoi figli, che hanno individuato sul libro di lettura una missione importante da compiere in occasione del Natale, quella di fare un regalo ad un bambino povero. Lo scenario diventa grottesco:

Marcovaldo stava per dire: “Siete voi i bambini poveri!”, ma durante quella settimana s’era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: – Bambini poveri non ne esistono più!

Marcovaldo mette a tacere l’obiezione che gli sorgerebbe spontanea, considerando i mille sacrifici che è costretto a fare per mantenere la famiglia: è talmente invischiato nella frenesia natalizia e abbagliato dal proprio costume rosso, che perfino le stringenti necessità del resto dell’anno cedono e vengono minimizzate. Perfino di fronte alla domanda di Filippetto e Michelino, che gli chiedono perché, in quanto Babbo Natale, non abbia portato dei regali anche a loro, Marcovaldo risponde con un paradosso: non è il Babbo Natale delle Risorse Umane, ma quello delle Relazioni Pubbliche, ergo, per potersi permettere i regali, i dipendenti devono prestarsi a straordinari come quello che sta svolgendo lui stesso.

Ormai pronto ad iniziare le consegne, Marcovaldo decide di portare con sé Michelino nel suo giro, tuttavia la città pullula di Babbi Natale e ormai la gente è stufa di aprire la porta all’ennesimo fattorino rossovestito.

Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all’automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un’aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell’enorme macchinario delle Feste.

[…] Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.

Ad un certo punto Marcovaldo e Michelino bussano alla porta di una casa lussuosa. Neanche il tempo di esibire la formula di augurio rituale a nome della S.B.A.V., che Marcovaldo si sente dire che il suo è il trecentododicesimo regalo che viene recapitato. Il pacco è destinato Gianfranco, un bambino annoiato e apatico che siede nel mezzo di una stanza addobbata come un salone da ricevimento.

Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell’abete s’impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c’era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un’aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era lì intorno non lo riguardasse.

Marcovaldo recapita il suo regalo, ma Michelino scompare e solo una volta rientrato a casa il padre riesce a scoprire dove sia andato. Michelino ha scambiato Gianfranco per un bambino povero, infelice come gli era apparso, così lui e i fratellini hanno provveduto a consegnargli dei regali, che erano poi tutto ciò che avevano potuto trovare in casa: un martello, un tirasassi e dei fiammiferi. Felicissimo dei doni ricevuti, Gianfranco li ha messi in opera, utilizzandoli per distruggere prima i giocattoli e gli addobbi dell’albero, poi i lampadari e i mobili, fino ad incendiare l’intera abitazione.

Marcovaldo è allibito e non si aspetta altro che il licenziamento, eppure il giorno seguente, al lavoro, di quella che per lui è stata una catastrofe si sta parlando con un’eccitazione senza limiti.

– Presto! Bisogna sostituire i pacchi! – dissero i Capiufficio. – L’Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!

– Cosi tutt’a un tratto… – commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima…

– È stata una scoperta improvvisa del presidente, – spiegò un altro. – Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi…

– Quel che più conta, – aggiunse il terzo, – è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato… Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d’un bambino… Il presidente dell’Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell’entusiasmo…

Marcovaldo è disorientato, ammutolito dalla logica perversa del consumismo: il regalo che distrugge il regalo, la gioia di un bambino che gode nell’eliminare quello che doveva rappresentare un gesto di condivisione, l’ingenuità dei figli che, nel compiere un disinteressato atto d’amore verso un coetaneo viziato, hanno invece suggerito una grottesca strategia di maketing.

A Marcovaldo non resta che uscire dalla città illuminata a giorno, a cercare ai margini del bosco gli ultimi segni di un ciclo vitale che ha ancora il suo senso, laddove la neve ricopre le tane dei conigli e il lupo attende invano la preda.

C’è ironia nelle poche pagine che compongono il racconto I figli di Babbo Natale, un umorismo amaro, che, tuttavia, proprio nel ridicolizzare la follia consumistica delle feste, ricorda quali sono i veri gesti che danno valore al Natale: Michelino e i suoi fratelli, con la loro purezza, non pretendono nulla, non danno per scontata la felicità di Gianfranco per il solo fatto che è immerso in una reggia sfavillante, perché la sua espressione triste lo rende la vittima stessa della sovrabbondanza in cui vive. Michelino ha notato l’espressione infelice di Gianfranco e, ignaro delle conseguenze del suo gesto, ha compiuto un autentico gesto di affetto.

E il compito è nostro: sta a ciascuno di noi dare valore alle piccole cose, a noi far sì che una manifestazione di affetto non si trasformi in un vuoto rituale finalizzato ad oliare la macchina dei consumi ma possa innescare un circolo virtuoso di condivisione, calore e gioia.

7 thoughts on “Il Calendario dell’Avvento letterario #19: i figli di Babbo Natale, l’ultima profezia di Marcovaldo

  1. Buongiorno Manuela, penso che di Calvino abbia letto solo le “Lezioni americane”, che poi ho stupidamente venduto dopo aver fatto l’esame all’università: grande errore! Ma voglio rimediare, e leggere altro. Buona giornata, e grazie per allietarmi sempre con le tue belle recensioni! ❤

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    1. Ciao, Luca! Io sto cercando di mettermi in pari con tutti i libri di Calvino: finora consiglio tutti quelli che ho letto, dalla trilogia “I nostri antenati” al suo commento dell'”Orlando furioso”, da “Se una notte d’inverno un viaggiatore” a “Il castello dei destini incrociati”, passando per molti altri testi… nessuno mi ha mai delusa! 🙂

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