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Questa casella è scritta e aperta da Valentina di Signorina Lave

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Il libro più bello che ho letto quest’anno è arrivato per caso, come tutte le cose migliori. L’avevo comprato mesi prima e lasciato su una mensola della libreria: non leggo subito un libro che ho desiderato e che so che potrebbe piacermi, ma aspetto, lo faccio diventare parte di casa mia. Poi un giorno, all’improvviso, lo pesco dal Ripiano dei Non Letti ed è come se lo vedessi per la prima volta: è arrivato il momento, sono pronta.

Voci del verbo andare di Jenny Erpenbeck (traduzione di Ada Vigliani, Sellerio) è un romanzo che parte da una riflessione sul tempo ed è capitato nella mia vita proprio quando stava per cambiare tutto: erano ultimi giorni di lavoro prima della pausa maternità e mi trovavo spesso a chiedermi come sarei stata dopo e in che modo mi sarei riscoperta diversa.

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La vita del protagonista ha cambiato ritmo: è in pensione e, dopo la morte della moglie, la sua casa sul lago è vuota e silenziosa. Le giornate sono tutte da inventare, da come vestirsi quando non hai più un ruolo pubblico e formale, alla spesa da fare, agli scatoloni da risistemare.

Un giovedì di fine agosto Richard si trova ad assistere alla protesta di un gruppo di profughi in una piazza di Berlino: gli passa accanto andando e tornando dai suoi giri, registra meccanicamente quanti sono e i loro cartelli, ma non li mette veramente a fuoco. Quando, a casa, rivede la protesta al telegiornale, quando la vede da fuori, piano piano inizia a cambiare tutto. La nuova vita sembra procedere nella tranquillità delle piccole incombenze di tutti i giorni, ma il pensiero di quei profughi resta lì, da qualche parte in sottofondo.

Per capire in cosa consista il passaggio da una vita quotidiana interamente occupata e prevedibile alla vita quotidiana aperta in ogni direzione, esposta per così dire alle correnti, ossia quella che conduce un profugo, Richard deve sapere come stavano le cose all’inizio, come stavano a metà e come stanno adesso. Là dove la vita di una persona confina con l’altra vita della stessa persona, deve pur rendersi visibile il passaggio che, ad un esame attento, di per sé non è nulla.

Decide così di andare a cercare le storie degli altri e di annotarle: lo fa perché è un filologo classico ed è abituato a leggere la realtà attraverso la lente della cultura umanistica, ma lo fa anche perché quelle facce e quelle voci che gli raccontano traversate tremende e famiglie spezzate così diventano più vere, più reali.

La guerra distrugge tutto, dice Awad: la famiglia, gli amici, il luogo in cui sei vissuto, il lavoro, la vita di tutti i giorni. Da straniero, dice Awad, non hai più scelta. Non sai dove stai andando. Non sai più nulla. Non riesco più a vedermi, non riesco a vedere il bambino che sono stato. Di me stesso non ho più alcuna immagine.

Richard passa le giornate ad ascoltare le vite dei profughi: le accoglie nella sua, prova a dare un aiuto che non sia solo l’ascolto.

Non aveva ancora mai considerato le cose da quel punto di vista: ciò che lì ai suoi occhi è pace, per quegli uomini è in linea di principio sempre e ancora guerra, finché essi non avranno il diritto di considerare quel mondo il loro mondo.

C’è un motivo per cui state leggendo di questo libro in una casella del Calendario dell’Avvento: perché ci sono pagine bellissime che ci raccontano Richard che non vuole passare il Natale da solo e allora invita a casa uno dei profughi, preparando tutto, dall’albero alla cena.

E poi l’ateo Richard, che ha avuto una madre evangelica, si mette con il suo amico musulmano davanti a quel retaggio di paganesimo che è l’albero di Natale illuminato, sul quale sono fissate solo candele di cera autentica, questa era sempre stata la regola per Richard e sua moglie.

Una serata normale, nel calore di una casa altrimenti vuota, per mangiare insieme e per ascoltare la storia di Rashid e dei figli che non ha più.

È probabile che il tè alla menta sia già freddo. Richard è lì seduto ad ascoltare in assoluto silenzio e, neanche lontanamente, pensa di portarsi la tazza alla bocca. Sa che questo racconto di Rashid è una specie di regalo.

E poi forse c’è anche un altro motivo: perché mai come in questi tempi disumani è importante leggere un romanzo così, che fa venire voglia di andare a guardare le cose con i propri occhi e di provare a dare a una mano. Perché una volta finito anche tu, come Richard, ti ritrovi un po’ diverso: questo è il segreto delle storie capaci di accendere una piccola luce.