Il Calendario dell’Avvento letterario #12: il pianeta degli alberi di Natale

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Questa casella è scritta e aperta da Irene di Librangolo acuto

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Anche quest’anno, come tutti gli anni, non poteva mancare il mio post “natalizio ma non troppo” su questo blog.

Giuro, quest’anno ci ho provato – e lo dico veramente – a farmi pervadere dalla gioia del Natale, dalle luci dei mercatini e dal profumo di cannella.

Proprio ieri sono uscita a farmi un giro per negozi, per scegliere qualche regalo da acquistare e farmi, appunto, pervadere dalla gioia.

Ho passeggiato per le strade del centro di Barcellona, ho comprato una sciarpa in puro acrilico della quale non avevo bisogno, ho bevuto un caffè bollente accompagnato da una treccina di pasta sfoglia, ho guardato le vetrine e valutato l’ipotesi di acquistare una barretta di cioccolato avvolta in una carta colorata e piena di simpatici pupazzi di neve.

Ho fatto tutto secondo i piani, ho seguito le azioni e le regole di chi, appunto, gioisce del Natale.

E quindi, mi chiederete, come è andata? Eh. È andata che non vedevo l’ora di tornare a casa, che ho dribblato la gente per le strade, ho ingurgitato la treccia al cioccolato senza neanche masticarla, ho bevuto il caffè rischiando un’ustione di terzo grado alla lingua, ho scelto la sciarpa meno natalizia all’interno di tutto il negozio e poi, per tornare alla normalità, sono andata al Lidl a comprare la carta igienica, preferendola alla barretta di cioccolato con pupazzetti e fiocchi di neve.

Dove ho sbagliato? Non lo so dove ho sbagliato, forse, in verità, semplicemente non sono ancora pronta.

Una cosa, però, rispetto agli anni scorsi è sicuramente cambiata: ho iniziato a considerare di leggere anche romanzi normali in questo periodo dell’anno.

Ebbene sì, gente, forse la vecchiaia mi fa essere meno scontroso Grinch e più nostalgica Piccola fiammiferaia. Certo, pur sempre in quantità molto limitate, per non dire quasi completamente nulle, ma meglio di niente. Sono cosciente, diciamo, di avere margini di miglioramento ma che non tutto è perduto: la mia umanità è salva!

Per questa casella, infatti, non ho scelto libri che parlano di morti sanguinolente, parchi natalizi dell’orrore ed efferati omicidi, nossignori. Per questa casella ho scelto di parlarvi di Gianni Rodari e del suo Il pianeta degli alberi di Natale.

 

Ho conosciuto Rodari ad appena 6 anni, credo, grazie al suo romanzo C’era due volte il Barone Lamberto ovvero i misteri dell’isola di San Giulio. Lo leggevo a ripetizione, giuro, forse una volta ogni tre-quattro mesi, perché mi divertiva moltissimo, lo trovavo geniale e piacevole (la dolcissima signorina Delfina occuperà per sempre un posticino nel mio cuore).

Per anni – e vi assicuro che non ero più una bambina ma una grande, grossa adolescente con svariati problemi ormonali e di seboregolazione –, ho cercato di diffonderne il verbo, regalandone copie a destra e a manca e costringendo mia cugina ad ascoltarmi mentre lo leggevo ad alta voce, sputacchiando parole a caso a causa dell’evidente difetto di pronuncia dovuto all’apparecchio per i denti.

Purtroppo la mia passione è rimasta solo mia: il Barone Lamberto nessuno delle mie conoscenze se lo è cagato di striscio e io ho imparato a capire quando è bene lottare per qualcosa e quando, invece, il rischio concreto di identificarsi con il Don Quijote è dietro l’angolo.

Così, visto che con lo sfigato Lamberto non ho ottenuto nulla di buono e visto soprattutto che un po’ di quell’animo giovane e combattivo mi è rimasto, quest’anno ho deciso di riprovare a diffondere il verbo di Rodari e ho scelto Marco invece che il Barone, sperando di trovare qualcuno, questa volta, che mi stia a sentire.

Vi risparmierò la lettura ad alta voce, soprattutto perché negli anni ho appreso che sono brava solo a leggere gli oroscopi con lo stesso tono di voce e lo stesso irrefrenabile entusiasmo dell’ora esatta e vi risparmierò anche il regalo di una copia sgualcita trovata al mercatino dell’usato (cosa che ho fatto, credetemi, per diversi anni con il povero Lamberto).

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Marco è un bambino romano – di Testaccio, per essere precisi – che per il giorno del suo compleanno riceve in regalo dal nonno un cavallo a dondolo, di quelli di legno, un po’ vintage, che nessuno, ormai, regala più. Triste e un po’ deluso da questo regalo insolito e anche un po’ sgradito, poco prima di mettersi a letto, decide di maledirlo un po’ e poi di montarci su.

D’un tratto, senza che se ne renda neanche conto, Marco viene catapultato nello spazio e poi su una navicella spaziale e si trova così lontano, ma così lontano, che la Terra non è che un anonimo puntino.

Senza che vi sveli troppo i dettagli del perché e del per come – che sì che tanto siamo tra amici e ce piace cazzarà, ma lo spoiler va accuratamente negato –, Marco raggiunge il pianeta degli alberi di Natale, dove l’aria è sempre dolce, non piove mai e se piove piovono coriandoli, le vetrine non hanno i vetri, esistono i marciapiedi mobili e, cosa più importante, ogni giorno è giorno di Natale.  Le strade sono sempre addobbate e sui davanzali delle finestre, in piccoli vasi colorati, si trovano degli alberi di Natale che nascono già decorati, con palline, nastrini, stelle comete e tutto l’armamentario.

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Su questo pianeta, più piccolo della Terra, l’anno solare dura solo 6 mesi, ogni mese dura 15 giorni e ogni settimana dura solamente 3 giorni: un sabato e due domeniche.

Il clima non è mai troppo caldo o troppo freddo, non esistono i soldi o le monete e gli abitanti del posto, oltre ad andare in giro sempre in pigiama – che è e rimarrà per sempre un mio sogno nel cassetto – si cibano di tristecche e zuppe di mattoni traforati ripieni.

In un posto così, nonostante la mia avversione per il clima natalizio, ci vivrei persino io, per poter chiamare il 17 e farmi raccontare delle fiabe al telefono, quando non riesco a dormire.

Certo, l’alimentazione a base di mattoni non è esattamente invidiabile, ma è un compromesso al quale posso scendere. Nel Pianeta degli alberi di Natale non manca nulla, sono tutti felici, l’aria profuma di mughetto, è possibile farsi intestare le strade e basta semplicemente chiedere per avere qualcosa, senza che sia necessario acquistarla, dopo aver magari fatto un giro sul cavallo a dondolo mezzo pubblico della città.

L’unica preoccupazione degli abitanti di questo pianeta è la Terra, da loro chiamata Serena, con i suoi abitanti. Quando i sereniani scopriranno l’esistenza di questo pianeta, come si comporteranno con i suoi abitanti? Saranno ostili e cercheranno di sopraffarli? Avranno paura del diverso oppure cercheranno una soluzione per coesistere e, perché no, coabitare garantendo la pace cosmica?

Lo scopo della visita di Marco e di tantissimi bambini come lui è proprio quello di scongiurare un possibile atteggiamento di chiusura.

Un libro, questo, dedicato “ai bambini di oggi, astronauti di domani”, portavoce del cambiamento e del progresso tecnologico.

È questa, in fondo, la preoccupazione di Rodari e anche un po’ la mia: gli esseri umani smetteranno mai di avere paura del diverso? Forse sì, ma solo se si lavora su di loro prima che diventino astronauti del domani.

Il Natale, con tutto il suo carico di buoni sentimenti e altruismo, mi sembra proprio un ottimo momento per riflettere e far riflettere su questo argomento. Magari i diversi di oggi non vivono la loro giornata in pigiama e non mangiano tristecche, non usano i trinocoli per guardare in mare e non si spostano con i cavalli a dondolo, ma forse importa?

A me piacerebbe averceli amici gli abitanti di questo pianeta, sia mai che dovessero esportare il brevetto dei marciapiedi mobili, soprattutto nei tratti in salita!

3 thoughts on “Il Calendario dell’Avvento letterario #12: il pianeta degli alberi di Natale

  1. Scoperto da poco il Barone Lamberto con mio figlio, sono molto curiosa di visitare con la fantasia il Pianeta degli alberi di Natale. Grazie per questa bella casella aperta per noi!

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