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Questa casella è scritta e aperta da Laura di Il tè tostato

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In questi giorni i bambini a scuola preparano le letterine per i genitori, così almeno succedeva a me, la mattina di Natale la mettevo al centro della tavola della colazione, tra la candela e il panettone artigianale e le tazze bianche e le pigne imbiancate di neve spray decorate quando ero all’asilo e riproposte a ogni 25 dicembre. Anche quest’anno, se tutto va bene. Insieme alla lettera si preparava la poesia, recitata in piedi vicino all’albero acceso, o nascosta tra le labbra quando mi si chiedeva di ripeterla davanti a tutta la famiglia. La poesia del Natale è qualcosa che vola nell’aria dal 1 dicembre ed è in ogni decorazione sistemata con cura, in ogni lucina accesa fin dalla mattina, in ogni sorriso allegro, negli auguri tra estranei, nella malinconia dell’anno che se ne va, nel bisogno di quiete che l’inverno regala, nella tristezza dei periodi di gioia, in ogni pensiero intimo e spesso nel torpore della calma.

Crescendo le poesie sono diventate altre dalle Tre castagne senza magagne offerte in dono a Gesù: quando ero al liceo sono arrivata a conoscere quella che non avrei mai lasciato. Giuseppe Ungaretti il 26 dicembre del 1916, a Napoli, scrive un componimento e lo intitola proprio così, Natale, dentro non c’è luce, non c’è augurio, non c’è nulla di argentino, c’è però un abbraccio assoluto rivolto a se stesso e nel quale mi immergo anche io. Tornava a casa della Prima Guerra Mondiale, era in licenza, era stanco, era lontano dalla festa nello spirito e nella vita, aveva negli occhi le bocche digrignate dei suoi compagni, le pietraie del Carso, il dolore totale, e del Natale sceglie la quiete, non la festa, non i gomitoli di strade ma il focolare. In poche parole Ungaretti invoca solitudine e tepore, gravato dall’insopportabile orrore della guerra che è trasformata in stanchezza annientante, e desidera essere dimenticato come un oggetto, stare solo protetto dalle mura di una casa, e finché non è ora di tornare in trincea, al freddo, resta a bearsi del caldo buono per quel breve tempo che descrive così:

Natale

Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

 

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

 

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

 

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

 

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare

 

Bambini che non scrivono lettere e non imparano poesie, uomini al freddo con l’orrore negli occhi, pochi e incerti attimi di pace, tutto esiste ancora. La guerra c’è sempre, il Natale anche, che ci si sia del caldo buono è il mio augurio di bambina cresciuta che reciterà accanto all’albero acceso, quest’anno.

 

Quattordici giorni a Natale.