Non dà sollievo il tempo

separation
Separation, Munch

Non ci sono parole che possano descrivere cosa significhi perdere qualcuno che si ama. Rassegnarsi alla silenziosa, ma onnipresente disperazione di non vederlo più, di non udire mai più il suono della sua voce, di non poterlo riabbracciare. Di dimenticare – lentamente ma inesorabilmente – la mappa dei suoi nei, le imperfezioni, la purezza dei sorrisi, le inflessioni.

C’è una sorta di gerarchia del dolore a cui sottomettersi e da rispettare. Perdere i genitori o un compagno è socialmente riconosciuto come lutto. Perdere qualcuno di piccolo o di giovane è una tragedia indicibile. Io ho perso la persona della mia famiglia alla quale ero più vicina, ma era ‘ solo’ una nonna, quindi apparentemente non conta. Non importa che fosse la donna più incredibile che abbia mai conosciuto, una roccia, una presenza silenziosa e costante, un’amica, un genitore che ha sopperito alla defezione e alla mancanza infinita di mio padre: non importa che mi trascini con il cuore a metà, e un peso sul petto che mi toglie il respiro. Era anziana, dicono. Ha vissuto la sua vita.

Non riesco a guardare questa perdita in faccia. Non riesco a chiamarla col suo nome. Il tempo, mi dicono, faccia miracoli. Ma io sono con Edna St Vincent sulla questione: il tempo non dà sollievo, è una pietosa bugia che ci raccontiamo per ingannarci, per illuderci di sentire meno dolore:

 

Time does not bring relief; you all have lied  

Who told me time would ease me of my pain!  

 

In questi giorni penso e ripenso al privilegio di essere stata vicina a mia nonna nei suoi ultimi giorni e nelle sue ultime notti. Quella stanzetta anonima di ospedale, in cui io avevo sempre freddo e lei aveva sempre caldo. L’intimità della condivisione di uno spazio e di un tempo fuori dal tempo – quelle notti infinite, che adesso mi sembrano cortissime, passate su una sedia di plastica, nella penombra, a guardarci e a comunicare con poche parole. La sua preoccupazione, fino alla fine, è stata la mia stanchezza, il mio mal di collo, quel freddo che non se ne andava mai via. Dormi, continuava a ripetermi con gli occhi lucidi di febbre, stanchezza e paura. Riposati.

E io non riuscivo a chiudere gli occhi, consapevole che mi stesse scivolando via, condannata dall’impossibilità di tenerla ancora un po’con me, quella donna sempre più piccola ma infinitamente grande, aperta alla vita e al mondo, che ha abbracciato le mie scelte di vita poco convenzionali – impensabili per una brava ragazza di un paesino calabrese – con amore e accettazione. Che, quando ho avuto problemi di salute, ha preso per la prima volta un aereo senza pensarci due volte ed è venuta ad assistermi a Bruxelles, dormendo su una brandina ai piedi del mio letto. Che ha passato maggio leggendo Jane Austen a casa mia a Lussemburgo e ha fatto le ore piccolo una sera con me per finire la versione della BBC di Orgoglio e pregiudizio. Che amava la saga di ‘quel mago’, Harry Potter. Non riuscivo a chiudere gli occhi, accecata dall’ indifferenza della maggior parte del personale medico e assistenziale nei confronti di un anziano che soffre: l’isolamento, la solitudine, la mancanza di ascolto e di conforto, sia da nei confronti del paziente che nei confronti della famiglia. Sto cercando di leggere tanto, di informarmi su iniziative intraprese per garantire dignità agli anziani ammalati, per restare umani fino alla fine: ho trovato un interessante studio della Fondazione Isal sull’umanizzazione delle cure all’anziano in ambito ospedaliero, e vi invito a diffonderlo e a sostenerlo, se potete.

Qualche giorno prima mi andarsene, mi ha detto: ‘Poi non dite che la nonna non ha fatto niente nella vita’. Ho provato a descrivere cosa sia stata, per me, ma non credo di esserci riuscita.

 

tu sei

piccola,

timida,

ritrosa,

riservata,

esile,

fragile

(come se volessi occupare

meno spazio possibile)

 

tu sei

più grande della furia

della vita stessa,

 

sei pallida e rosea e azzurra

hai lo stesso odore della mia infanzia

 

hai sorriso per me

quando ho scoperto la morte

(un sorriso incomprensibile

– come hai potuto?

ma l’hai fatto – per me)

e

ogni sera

olio tiepido sul mio collo indolenzito

(balsamo tiepido sul mio cuore confuso)

un rituale

una cosa da niente

un gesto

così pieno di amore e tenerezza,

un tocco leggero

delle dita artritiche

(la sola, l’unica che comprende

senza parole

rabbia e paura,

la mia gemella, tu sei)

vorrei che fossi

forte ora,

più forte che mai,

più

di quando ti hanno portato via

cinque pezzi di cuore

 

vorrei che fossi forte

– per me

 

Soundtrack: la sua canzone

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