Cartoline da Parigi: la libreria Shakespeare and company

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Quando si abita in un posto piccolo e raccolto come Lussemburgo, passare un fine settimana a Parigi è più che una boccata d’aria fresca : è una scossa elettrica, dalle radici dei capelli alle punte delle dita. La capitale francese vibra di una vitalità incontenibile, che ti trascina per le lunghissime file per entrare in qualsivoglia museo, per i gradini di Montmartre su fino al Sacre Cœur, per il flusso incessante di ragazzi che a tutte le ore fanno l’aperitivo fuori, nonostante il freddo e la pioggerellina costante, per le stradine del Marais o vicino all’Opera.

Ogni mia gita a Parigi inizia o si conclude con una visita a un tempio sacro per gli amanti dei libri e della letteratura, a duecento metri dall’imponente cattedrale di Notre Dame : la libreria Shakespeare & company, nella quale, nonostante le file e la marea di gente che spesso impedisce di guardarsi intorno a piacimento, si respira un’aria di altri tempi. Mentre al piano di sotto si consultano libri, si mettono a confronto edizioni o si chiedono informazioni ai gestori, al piano di sopra è in corso un workshop di scrittura creativa : un gruppo di ragazze, con la voce un po’ rotta dalla consapevolezza di sentirsi e vedersi circondate da turisti curiosi, leggono a turno, in un inglese chiaro e squillante, i loro esercizi di scrittura. Mentre faccio la fila per pagare la mia copia di The Power di Naomi Alderman e contemplo se regalarmi o meno un libro sulla Parigi letteraria della Generazione perduta, non posso fare a meno di immaginarmi negli anni ’20, con Joyce, Fitzgerald, Sylvia Beach e Gertrude Stein seduti sui cuscini di velluto polverosi, tutti presi da un’acceso e appassionato dibattito, esacerbato dal vino di bassa qualità che ingurgitano.

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L’ideatrice e ospite di questo salotto letterario è Sylvia Beach, un’americana tanto rivoluzionaria da pubblicare l’Ulisse di Joyce, giudicato osceno e messo al bando sia in America che in Gran Bretagna. La Beach, arrivata a Parigi durante il primo conflitto mondiale, apre nel 1919 una piccola libreria al 12 di Rue de l’Odéon.

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La libreria della Beach è un vero e proprio porto nel vento, una casa lontano da casa per scrittori e artisti: funge da albergo temporaneo, ufficio postale e biblioteca. In Fiesta mobile, Hemingway descrive la Beach come la persona che più al mondo è stata gentile con lui: una ragazza bruna dagli occhi vivaci e il cuore grande, amante delle battute e dei pettegolezzi. Lo scrittore francese André Chamson ha dichiarato che la Beach ha fatto per l’Inghilterra, gli stati Uniti, la Francia e l’Irlanda il lavoro di quattro ambasciatori messi insieme. Immaginiamoci la giornata tipo della libreria: Joyce non arriva prima di mezzogiorno e chiede spesso prestiti; la Stein arriva seguita dal suo barboncino; Fitzgerald legge in veranda; Hemingway prende in prestito i classici russi ; la Beach sovrintende ai lavori.

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Nel dicembre del 1941, tutto cambia: un ufficiale nazista entra in libreria e chiede alla Beach l’ultima copia di Finnegans Wake. La libraia si rifiuta di vendergliela, l’ufficiale la minaccia di confiscarle tutti i libri e di costringerla a chiudere. La Beach sposta tutti i libri in un appartamento al piano di sopra. Viene poi internata per sei mesi in un campo di concentramento a Vittel : la sua storia di libraia finisce qui, ma non quella della sua libreria.

Quando George Whitman arriva a Parigi dopo la guerra, conosce perfettamente la storia di Sylvia e condivide il suo amore per i libri e la letteratura. Studia alla Sorbonne, colleziona testi di seconda mano comprati dai bouquinistes e sogna ‘un’utopia socialista mascherata da libreria’. Nel 1951, acquista per poco più di 500 dollari tre stanzette a rue de la Bûcherie 37, a pochi metri da Notre Dame. Il sogno della Beach continua a vivere : il cuore della Shakespeare and Company batte di vita nuova.

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Il motto di preferito Whitman, ancora oggi presente in una lavagna all’entrata della libreria, recita ‘Non essere inospitale con gli stranieri, potrebbero essere degli angeli mascherati’.

Whitman scrive di aver creato la sua libreria come uno scrittore scriverebbe un romanzo, costruendo ogni stanza come un capitolo : la Shakespeare & co. diventa casa dei poeti della beat generation, che vivono in un hotel da quattro soldi sulla Rive gauche. La libreria è frequentata assiduamente da William Burroughs, Allen Ginsberg, Henry Miller, Roland Barthes e Anaïs Nin, che lascia il suo testamento sotto il letto di Whitman.

Con Whitman, la Shakespeare&co. diventa una sorta di collettivo letterario, pieno di parole, libri, musica. Chi non ha un posto da chiamare casa, o non può farvi ritorno, si ferma a dormire in libreria in cambio di un paio d’ore di lavoro e la promessa di leggere almeno un libro al giorno.

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La libreria oggi è cambiata tanto, forse commercializzandosi troppo : d’altro canto, bisogna ingegnarsi per sopravvivere, e sappiamo bene che la cultura non sempre paga. Tuttavia, parte della magia rimane inesorabilmente legata al fascino d’altro tempo delle sue pareti, ai libri ammassati ovunque, ai polverosi cuscini di velluto e a quelle panche che permettono al lettore moderno di staccare per un attimo dalla frenesia della vita di tutti i giorni e indugiare nella fantasia della Parigi letteraria degli anni venti e poi degli anni cinquanta, riscoprendo la città con occhi nuovi e innamorati.

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Per saperne di più:

 

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7 thoughts on “Cartoline da Parigi: la libreria Shakespeare and company

  1. Luca says:

    Bellissimo articolo, grazie! Avevo sentito di questa libreria, ma ancora non sono stato a Parigi a vedere sia la città, sia la libreria (in realtà, Parigi la conosco, ma con l’occasione ne approfitterei per curiosare ancora tra i suoi vicoli). Buona giornata! 😉

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