Una stanza tutta per sé

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Chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero nel corpo di una donna?

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, trad, a cura di J. e L. Wilcock, Feltrinelli)

Il rapporto tra donne e scrittura è per la Woolf un’equazione complicata, un legame prezioso e fragile: può alludere alle donne e alle loro identità; alle donne e alle storie scritte da loro; alle donne e alle storie scritte su di loro; oppure, può riferirsi alla complessa, labirintica coesistenza di tutti questi fattori.

Nel suo saggio ‘Una stanza tutta per sé’, Virginia Woolf immagina l’esistenza di Judith Shakespeare, immaginaria sorella del Bardo e aspirante scrittrice.  Che tipo di vita avrebbe condotto Judith? Mentre William si dedicava ai bagordi a Londra, bevendo, amando e succhiando la vita fino al midollo – quella stessa vita che sarebbe diventata poesia – la fittizia Judith, vivace ed estremamente talentuosa, sarebbe rimasta a casa. Nonostante l’intelligenza vivissima, sarebbe stata costretta a dedicarsi alle faccende domestiche, forzata nei ritagli di tempo a sottrarre un libro al fratello ed appartarsi a leggere, nascondendo la sua intelligenza e la sua vocazione teatrale e letteraria.

Nonostante amasse il teatro tanto quanto il fratello, sarebbe stata respinta e derisa, o, peggio, tacciata di pazzia e stregoneria. Alle donne non era richiesto essere intelligenti, colte, abili con inchiostro e piuma: dovevano essere docili, mansuete, coltivare le virtù casalinghe e sottostare senza ribellioni alla volontà del padre prima, del marito poi. Judith Shakespeare sarebbe stata costretta a sposarsi, senza ‘disìo né voglia’, come recitano i versi struggenti di Compiuta Donzella, forse la prima poetessa italiana: una sconosciuta fiorentina, vissuta nel XIII secolo, della quale ci sono stati tramandati tre sonetti di gusto trobadorico e giullaresco. In uno dei suoi sonetti, A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora, l’infelice donzella lamenta il suo destino infelice: quella stessa primavera che dona gioia e speranza a tutti gli innamorati ha perso ormai per lei ogni colore e attrattiva, perché il padre la costringe a sposarsi.

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora

acresce gioia a tutti fin’amanti,

e vanno insieme a li giardini alora

che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,

e di servir ciascun tragges’inanti,

ed ogni damigella in gioia dimora;

e me, n’abondan marrimenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,

e tenemi sovente in forte doglia:

donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,

e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;

però non mi ralegra fior né foglia.

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Forse la fittizia sorella di Shakespeare sarebbe riuscita a sfuggire al suo destino, scappando a Londra e andando incontro a un fato ancora più crudele: ogni teatro le avrebbe chiuso le porte in faccia e sarebbe stata costretta a cercarsi un protettore, che l’avrebbe abbandonata non appena si fosse stancato di lei. Judith avrebbe magari scoperto di aspettare un bambino: sola e priva di mezzi, avrebbe deciso di mettere fine alla sua giovane vita.

La Woolf conclude, con malinconia e non senza una vena di rabbia, che, nonostante il genio, una donna non sarebbe riuscita a scrivere capolavori affini a quelli di Shakespeare nell’epoca elisabettiana. Non perché fosse meno intelligente o meno dotata o meno ispirata dalle muse capricciose, ma perché donna. La donna vive una contraddizione costante, che si ripete nei secoli: cantata e celebrata in innumerevoli poesie, non ha una voce sua; protagonista di centinaia di commedie, tragedie e storie d’amore – forte, sensuale, ammaliatrice, misteriosa, seducente, innocente, affascinante – non è protagonista delle pagine dei libri di storia, tanto che la Woolf si trova molto limitata nel cercare di ricostruire la vita delle sue antenate aspiranti scrittrici, vissute nei secoli precedenti.

Le storie di donne sono quasi sempre raccontate da penne e voci maschili: le donne non hanno i mezzi, lo spazio e l’indipendenza necessaria per raccontare la loro storia. Nel corso dei secoli, funzionano da specchi, amplificando la figura dell’uomo, rassicurandolo della sua importanza, proiettandone l’ombra nella storia.

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Quali sono dunque i motivi che hanno limitato i successi delle donne di penna nel corso dei secoli? La mancanza di indipendenza: indipendenza intellettuale, ma soprattutto indipendenza economica. La mancanza di esperienza: mentre Tolstoj girava il mondo e viveva con gli zingari, scrittrici come le sorelle Brontë e perfino l’emancipata George Eliot vivevano esistenze limitate, piatte, prosaiche, senza frequenti contatti col mondo esterno, guardando la vita accadere senza poi mai viverla veramente. La mancanza di una voce propria, che ha spinto tante scrittrici a operare nell’anonimato: così le sorelle Brontë sono diventate i fratelli Bell, Amantine Aurore Lucile Dupin è diventata George Sand, Mary Anne Evans è diventata George Eliot.

Alla donna scrittrice, per poter fare il suo lavoro in piena indipendenza, senza ostacoli né limitazioni, serve allora una stanza tutta per sé: un ufficio, uno spazio fisico e mentale all’interno del quale dare libero sfogo alla propria ispirazione e creatività, senza doversi necessariamente preoccupare di stufati e ricami, senza rumori, pianti infantili e continue interruzioni; un reddito di 500 sterline all’anno, per conseguire l’indipendenza necessaria a dedicarsi alla sua arte, senza doversi preoccupare di come tirare avanti; il riconoscimento della sua dignità professionale e artistica; la restituzione, totale ed effettiva, di quella voce che è stata troppo a lungo negata, sminuita, derisa, ignorata, soffocata. Solo così le donne potranno finalmente raccontare le loro storie, custodite gelosamente in attesa che arrivasse il momento giusto per poterle liberare.

 

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